Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Crimen Sollicitationis

  • Pedofilia, l’Onu contro il Vaticano. Ora che farà Papa Francesco?

    Pedofilia, l’Onu contro il Vaticano. Ora che farà Papa Francesco?

    Alla fine, s’è pronunciata anche la Commissione dell’Onu sui diritti dei bambini. Una pronuncia che arriva con qualche decennio di ritardo, ma dura, pesante. Riguarda lo scandalo dei preti pedofili e il modo in cui la Chiesa cattolica lo ha gestito.

    La prassi adottata dai vescovi, infatti, consisteva nel coprire e trasferire, come previsto nel Crimen sollicitationis, una direttiva emessa dall’allora Sant’Uffizio e redatto dal cardinale Ottaviani.  Solo che, trasferito in altra sede, spesso senza informare neppure i superiori del motivo del trasferimento, i pedofili ricominciavano da capo, indisturbati, fino a nuovi trasferimenti.

    Il comitato dell’Onu avanza richieste precise: che vengano“immediatamente rimossi” e consegnati alle autorità civili tutti i prelati che siano coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo e che siano resi accessibili gli archivi del Vaticano in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

    Richieste che, presumibilmente resteranno senza risposta, come qualunque altra richiesta avanzata dalle più varie commissioni nazionali in questi anni. Negli Stati Uniti sono stati necessari ordini emanati dai tribunali, per accedere agli archivi delle diocesi.Le richieste della commissione Murphy e della commissione Ryan, che indagarono sugli abusi, gli orrori e le sevizie commessi nelle scuole gestite dagli ordini religiosi in Irlanda, restarono inesorabilmente senza risposta.

    Senza contare il numero di sacerdoti accusati di abusi o condannati che hanno trovato riparo entro le mura vaticane o a Roma, primo fra tutti il cardinale Law, che ha coperto decenni di abusi a Boston e poi “promosso” da Giovanni Paolo II arciprete emerito nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. E per quanto il nuovo pontefice, recatosi all’indomani della sua elezione nella basilica, abbia chiesto di non voler nemmeno vedere l’arciprete, si è ben guardato dall’aprire un procedimento canonico per la riduzione allo stato laicale.

    Senza contare che, allo stato attuale, neppure un ordine del tribunale può riuscire a far aprire gli archivi della Santa Sede. All’epoca dello scandalo negli Stati Uniti, infatti, la competenza dei processi canonici a carico dei sacerdoti accusati di abusi sessuali spettava ai tribunali diocesani. Erano il vescovo e i suoi vicari ad accertare (con procedimenti che si rivelavano delle farse nella quasi totalità dei casi) se il sacerdote accusato avesse commesso abusi o meno. Poi arrivò una direttiva dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    La direttiva, nota come De delictis gravioribus, non solo rinnova l’imposizione del “segreto pontificio”, ma avoca alla Congregazione stessa il diritto di giudicare i casi di abusi sessuali su minori. Nella prassi, sono sempre i tribunali diocesani a istituire il processo (quando ci si arriva) ma esso avviene sotto il controllo dell’ex Sant’Uffizio. Una volta concluso il procedimento, qualunque sia l’esito, i tribunali diocesani non devono conservare copia del procedimento o delle denunce ma tutti gli incartamenti devono essere conservati in Vaticano presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. E il Vaticano è uno Stato autonomo, che opera presso le Nazioni Unite con lo status di Osservatore Permanente di Stato non membro. In questa veste può partecipare attivamente alle conferenze organizzate dall’Onu e alzare la propria voce durante i lavori, ma essendo uno Stato non membro non è vero il contrario.

    Per accedere agli archivi della Santa Sede occorre una procedura particolare, la rogatoria internazionale. Le rogatorie sono atti attraverso i quali si chiede a un ente con giurisdizione autonoma (per esempio il Vaticano) di collaborare con un altro ente (per esempio una corte italiana o di altra nazionalità) per il compimento di atti relativi a un processo (per esempio rendere disponibili determinati documenti). In Italia, per giunta, il tutto è filtrato dal Ministro della Giustizia, che decide se dare seguito o no ad una rogatoria, anche di quelle del tribunale italiano verso l’estero.

    Chiaramente, lo Stato che riceve questa “richiesta di collaborazione”è liberissimo anche di rifiutare di collaborare. Esattamente come ha fatto il Vaticano nella totalità dei casi avanzati fino ad oggi. E, onestamente, è difficile pensare che non continui così.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/05/pedofilia-lonu-contro-il-vaticano-ora-che-fara-papa-francesco/869887/

  • La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    da Adista Notizie n. 34 del 05/10/2013 – 37317. BEIRUT-ADISTA. P. Mansour Labaky, prete cattolico-maronita di Beirut, nel Libano, che ha svolto il suo ministero anche in Francia, nel 1990 ha fondato “Lo Tedhal – Non temere”, un «movimento spirituale» che si «propone di essere una scuola di santità», e nel 2005 l’orfanatrofio Kfar Sama Orphanage; è conferenziere di successo; è musicista e autore di vari libri – fra questi L’enfant du Liban (“Il bambino del Libano”) – accolti sempre dal favore della stampa anche laica che ne ha esaltato qualità quali la tenerezza e la liricità, Le Monde compreso.

    Il 23 aprile 2012 è stato condannato, per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre minori all’epoca degli abusi, dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Le pene inflittegli sono state: «La privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; «l’interdizione di celebrare i sacramenti coram populo», ovvero in pubblico; «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo», in «accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede»; «la perdita della facoltà di confessare»; «l’interdizione di esercitare qualsiasi forma di direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche», come «di prendere contatto con i media o con le vittime». Il sacerdote ha fatto ricorso a Roma, alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il 19 giugno 2013, la Congregazione – tanto si legge in una comunicazione dell’11 settembre scorso del Tribunale ecclesiastico parigino – «ha deciso di rigettare il ricorso», stabilendo che da quella stessa data, il 19 giugno, entravano in vigore le sanzioni inflitte a p. Labaky, la non osservanza delle quali avrebbe comportato per il prete la scomunica.

    Mai pena fu forse più platealmente disattesa. La Alliance Saint Antoine, associazione costituita il 17 gennaio del 2012 in rappresentanza delle vittime di p. Labaky, ha manifestato tutta la sua indignazione nel vedere che il sacerdote condannato ha assistito, il 27 giugno 2013, in forma assolutamente palese, alla presentazione di un libro del fratello Joseph nell’aula magna dell’Università Notre-Dame di Louaizé, in Libano. Occasione in cui inoltre Joseph Labaky ha tessuto pubblico elogio del fratello di cui non poteva ignorare la condanna definitiva appena inflittagli. Ma tanto più l’Alliance prova indignazione in quanto il prete, già condannato per un reato così grave, aveva preso posto in prima fila a poca distanza (precisamente sei poltrone) dal cardinale e patriarca della Chiesa maronita, Bechara Raï; ad un evento pubblico, dunque, al quale il prete pedofilo, impedito dalle sanzioni imposte otto giorni prima, non avrebbe dovuto partecipare. Le foto di tanta contiguità sono visibili non solo sul sito dell’Università (http://ndu.edu.lb/newsandevents/current/labaki/index.htm), ma anche su quello della diocesi di Beirut. L’associazione denuncia perciò «la complicità di Joseph Labaky» e la «compiacenza del presidente dell’Università Notre-Dame», ma esprime soprattutto «profonda incomprensione riguardo al card. Bechara Raï, che accetta di fare da garante con la sua presenza a questa mascherata, rendendo più manifesto il sostegno della Chiesa maronita a un prete pedofilo».

    Eppure dovevano sapere le autorità ecclesiastiche presenti, perché una simile sentenza non poteva che essere stata tempestivamente trasmessa al patriarcato e all’ordinario del luogo, l’arcivescovo di Beirut dei maroniti, mons. Paul Youssef Matar.

    L’Alliance però non vuole ascrivere «la responsabilità di questa gaffe» al patriarca, chiamando invece in causa «gli organizzatori di questa conferenza, perché – motivano – non possiamo immaginare che il card. Raï, così vicino a papa Francesco, ignori che il primo atto di governo di quest’ultimo, è stato di convocare mons. Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendogli di inasprire e accelerare le procedure contro i preti colpevoli di abusi sessuali», esigendo al contempo che si facesse di «tutto per essere a fianco delle vittime, consigliarle, ascoltarle, rispettarle».

    Malgrado l’interdizione del 23 aprile, p. Labaky aveva presentato un suo intervento al ritiro annuale dei giovani sacerdoti del Libano (18-23 giugno 2012), sotto la guida di mons. Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme. Ed un’altra apparizione pubblica risulta il mese prima, il 2 maggio, quando l’allora assistente segretario di Stato Usa per il Medio Oriente e l’ambasciatrice americana in Libano andarono a visitare il Kfar Sama. (eletta cucuzza)

  • Pedofilia nel clero: Ratzinger rimane in Vaticano «così eviterà i processi»

    Pedofilia nel clero: Ratzinger rimane in Vaticano «così eviterà i processi»

    Pedofilia nel clero: Ratzinger rimane in Vaticano «così eviterà i processi»
    Dopo il 28 febbraio l’ex papa manterrà la cittadinanza vaticana e l’immunità di Capo di Stato. In base ai Patti del 1929 potrà circolare tranquillamente solo nel nostro Paese.
    Federico Tulli
    lunedì 18 febbraio 2013 15:50

    Non è solo una questione di privacy e sicurezza. La decisione di Joseph Ratzinger di vivere in Vaticano dopo essersi dimesso da papa il 28 febbraio prossimo gli assicurerà la protezione legale necessaria a rimanere al riparo da ogni tentativo di procedimento giudiziario in relazione ai casi di pedofilia clericale verificatisi nel mondo sia durante il suo pontificato sia mentre – da cardinale – era alla guida della Congregazione per la dottrina della fede. Fonti interne al Vaticano esperte in questioni legali interpellate dalla Reuters ne sono certe.
    «È necessario che Joseph Ratzinger rimanga in Vaticano, in caso contrario la sua posizione non sarebbe difendibile» ha affermato un funzionario vaticano che vuole mantenere l’anonimato. Di fatto, fuori dalle Mura leonine l’ex papa non godrebbe dell’immunità diplomatica. Il pensiero corre immediatamente a due denunce particolarmente delicate che lo riguardano in prima persona.
    Nel settembre del 2011 un dossier di oltre 10mila pagine è stato presentato alla Corte penale internazionale de l’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa «di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e l’allora prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. Assistiti dagli avvocati dall’Ong i responsabili di Snap presentarono una «richiesta di dichiarazione di competenza giurisdizionale» presso la Corte. Secondo l’associazione di vittime fondata a Chicago nel 1988 da Barbara Blaine (e che oggi conta migliaia di interventi di sostegno alle vittime in tutti gli Stati Uniti), il Vaticano rappresentato dalle sue gerarchie «ha tollerato e reso possibile la copertura sistematica e largamente diffusa di strupri e crimini “sessuali” contro i bambini in tutto il mondo». Alla denuncia – ancora oggi ferma sul tavolo dei giudici de L’Aja in attesa di un riscontro o di una archiviazione – fu allegata una voluminosa documentazione con l’esposizione dei numerosi casi di pedofilia clericale in tutto il mondo.

    «L’ammissione di responsabilità da parte delle autorità ecclesiastiche che pure c’è stata in questi anni è stata troppo tiepida e soprattutto è avvenuta troppo in ritardo», racconta a Cronache Laiche, Mary Caplan, responsabile Snap per l’area di New York. «Sono state pronunciate spesso parole vuote – aggiunge – a cui non sono seguiti mai fatti concreti. Mentre un fatto è che nel 2005 Benedetto XVI ha invocato l’immunità di capo di Stato per evitare di comparire in un processo in Texas. Noi pensiamo che se il papa in tutta onestà si sentisse innocente, avrebbe colto l’opportunità di presentarsi in tribunale a difendere il proprio operato. Invece, il fatto che lui e i suoi avvocati siano disposti a sfruttare scappatoie legali anziché affrontare direttamente le accuse contro, la dice lunga sulla complicità in questi terribili crimini». Le parole della Caplan rimandano direttamente a un’altra situazione critica, probabilmente quella in cui Ratzinger rischia di più in prima persona.
    Nel 2010, quando era ancora alla guida dell’ex Inquisizione, il futuro Benedetto XVI è stato imputato in una causa civile in qualità di firmatario del De delicti gravioribus, un’epistola indirizzata (il 18 maggio 2001) ai vescovi di tutto il mondo per informarli sulle procedure da adottare nei casi di violenza “sessuale”, anche su minori, compiuta da persone appartenenti al clero cattolico. In quella lettera, che dava esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II, Ratzinger ribadiva il vincolo del segreto pontificio da mantenere durante tutta la procedura investigativa e processuale stabilito nel 1962 dal Crimen sollicitationis. Pena la scomunica.

    Divenuo capo di Stato nell’aprile del 2005, tramite il ministero degli esteri vaticano Benedetto XVI ha immediatamente avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti, George Bush. Nel settembre 2005, il vice ministro della Giustizia, Peter Keisler ha bloccato la procedura giudiziaria facendo ricorso alla cosiddetta suggestion of immunity, una misura che, via Corte Suprema, deve necessariamente essere recepita dai tribunali di grado inferiore. In quella occasione il vice ministro Usa sottolineò che l´avvio di un procedimento giudiziario nei confronti della Santa Sede sarebbe stato incompatibile con gli interessi della politica estera statunitense.
    In otto anni molte cose sono cambiate, non solo all’interno della Chiesa d’oltreoceano (che nel frattempo ha visto dichiarare bancarotta undici diocesi, in seguito ai risarcimenti extragiudiziali o giudiziali nei casi di pedofilia). Anche alla Casa Bianca siede un altro inquilino, Barack Obama. Il quale, se non altro non dorme con la Bibbia sotto il cuscino.
    Ci sono sufficienti elementi per considerare veritiere le affermazioni del funzionario interpellato dalla Reuters. Dopo il 28 febbraio Joseph Ratzinger continuerà a vivere all’interno del Vaticano per continuare a godere dell’immunità diplomatica. La gendarmeria, che già conosce il papa e le sue abitudini, sarà in grado di garantirgli privacy e sicurezza senza doverle affidare a forze dell’ordine straniere, la qual cosa sarebbe necessaria in caso di un suo trasferimento in un altro Paese. «Vedrei un grosso problema se si trasferisse in qualsiasi altro luogo» precisa il funzionario anonimo alla Reuters. «I servizi segreti della Santa Sede non dispongono delle risorse necessarie a garantire l’incolumità di un ex capo di Stato». Dopo essersi dimesso, Benedetto XVI non sarà più il capo supremo dello Stato Città del Vaticano, ma conserverà sia la cittadinanza che la residenza. Ciò continuerà ad assicurargli l’immunità, in base alle norme dei Patti Lateranensi, anche se si recasse per brevi visite nel nostro Paese.

    Federico Tulli

  • INCIVILE OMERTÀ della Conferenza Episcopale italiana.

    INCIVILE OMERTÀ della Conferenza Episcopale italiana.

    INCIVILE OMERTÀ 
    Comunicato stampa congiunto delle associazioni italiane e internazionali contro la pedofilia nel clero.
    Sono state preannunciate dalla stampa le linee guida della Chiesa Cattolica, che saranno diramate in via ufficiale tra una settimana, in tema di comportamenti da assumere da parte dei vescovi per i casi di pedofilia del clero.
    I vescovi hanno stabilito che non denunceranno alla magistratura civile i casi di pedofilia dei quali verranno a conoscenza.
    Nelle linee guida si riscontra;
    1) Nessun obbligo di denuncia
    2) Nessuna apertura degli archivi vaticani e diocesani dei casi di preti criminali
    3) Nessun risarcimento alle vittime
    4) Nessuna collaborazione attiva e sospontanea, ma solo il non ostacolo alla legge
    5) Nessuna chiusura dei luoghi di allevamento dei preti pedofili e abusatori sessuali (seminari)
    6) Nessun automatismo sulla espulsione dei preti macchiatisi di crimini sessuali
    7) Nessuna indagine e rimozione delle cause della pedofilia clericale.
    C’è n’è abbastanza per chiarire che le linee guida sono lo strumento della CEI a protezione dei loro adepti e per soffocare lo scandalo. La parola d’ordine per i vescovi sarà: omertà.
    Niente di nuovo quindi rispetto a quanto ha stabilito il crimen sollicitationis , la direttiva diramata dall’allora Capo di Stato Vaticano Angelo Giuseppe Roncalli, meglio conosciuto come Giovanni XXIII, proprio quello che in pubblico raccomandava ai genitori di tornare a casa e dare ai bambini una carezza da parte sua, e nelle stanze del potere firmava una direttiva che garantiva totale copertura giudiziaria ai preti pedofili in tutti gli angoli del pianeta.
    Quella direttiva è stata applicata alla lettera da Josef Ratzinger che per quaranta anni è stato a capo dell’ex Tribunale dell’inquisizione, e a lui giungevano le segnalazioni dei preti pedofili dalle varie diocesi del mondo.
    Ratzinger le ha insabbiate puntualmente tutte senza mai consegnare un solo pedofilo alle autorità civili.
    Per quaranta anni, in forza di quella direttiva, nessun prete è mai stato denunciato alle autorità civili dai rappresentanti della monarchia vaticana.
    Lo stesso Joseph Ratzinger è stato deferito davanti ad una Corte Distrettuale degli Stati Uniti per aver coperto casi di pedofilia ma non è stato mai condannato perché è stato eletto, nel frattempo, Capo di Stato ricevendo da Bush l’immunità diplomatica.
    Le nuove linee guida della CEI non si differenziano in nulla dal vecchio crimen sollicitationis perché anche qui i vescovi sono invitati a non denunciare gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti.
    Sostengono i vescovi che debbano essere le vittime a denunciare proprio perché sanno, per esperienza diretta, che i bambini abusati hanno bisogno di circa venti anni per maturare simile decisione, quando ormai i termini di prescrizione sono maturati.
    Ed è proprio la prescrizione che ha salvato Dante Lanfranconi, già vescovo di Savona, per aver coperto due sacerdoti pedofili.
    Lanfranconi infatti è stato indagato per aver coperto due preti pedofili e secondo la legge italiana “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”, ma con ordinanza del 18 maggio 2012 il GIP di Savona, pur sottolineando la grave responsabilità del presule, ha dovuto archiviare per intervenuta prescrizione.
    Questa ordinanza fa comunque tremare le stanze del potere vaticano perché ogni vescovo, attraverso i fascicoli personali, conosce le perversioni dei suoi sacerdoti, ed ogni vescovo italiano dovrebbe essere sottoposto a giudizio come Lanfranconi.
    Ovunque siano stati accertati casi di pedofilia del clero la magistratura italiana dovrebbe approfondire le indagini nella direzione delle omissioni e delle coperture offerte dai superiori gerarchici a quei sacerdoti deviati.
    Le recenti direttive della CEI sanciscono in maniera inequivocabile le omertà dei vescovi e, quantomeno sotto il profilo logico, dove c’è omertà generalmente c’è anche complicità.
    La CEI in altri termini rifiuta la collaborazione con le autorità giudiziarie italiane e i vescovi si autoqualificano come protettori dei pedofili.
    Se non avessimo una classe politica asservita al clero, potremmo chiedere al Governo italiano di vietare ai protettori dei pedofili di gestire comunità di minori, scuole e centri di accoglienza, ma sappiamo che costoro godono anche di coperture politiche.
    Al clero ancora oggi incauti genitori affidano i loro figli e purtroppo talvolta sono le stesse autorità civili a porre i minori sotto la tutela del clero nei casi di disagio familiare.
    L’unico interesse del clero cattolico è quello di tutelare l’immagine della Chiesa cattolica e per farlo calpesta i diritti fondamentali dell’uomo (e dei bambini) sanciti da tutte le carte costituzionali civili e democratiche del pianeta.
    Contro il clero omertoso continueremo a vigilare e ovunque ci siano stati casi di pedofilia clericale, inoltreremo denunce alle Procure per sollecitare indagini contro i vescovi.
    Questa è la nostra risposta civile alla omertà incivile dei vescovi vaticani.
    Francesco Zanardi

    portavoce Rete L’ABUSO

    Intervista rilasciata a Vatican Crimes

  • Così ha abusato di nostra figlia”

    Così ha abusato di nostra figlia”

    Mercoledì 05 Maggio 2010 09:35 Carmine Castoro
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    Solo negli ultimi giorni hanno “lasciato” le funzioni di ministro di Dio i vescovi di Limerick, di Cloyne, e un terzo presule irlandese, James Moriarty, il vescovo di Bruges in Belgio, il vescovo di Augusta in Germania, e nuovi casi spuntano come funghi avvelenati anche in Italia via via che le vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche trovano il coraggio di denunciare i loro carnefici tonacati.

    Una lunga lista di proscrizione. Storie torbide, buie, che a fatica escono da una riottosa clandestinità dove sono state seppellite per anni da una prassi interna al Vaticano e ai suoi apparati più elevati che impone di non divulgare la notizia di molestie e atti sessuali commessi da sacerdoti su inermi minorenni, di aspettare, di avere prove certe e insindacabili, di non stabilire subito rapporti di “buon vicinato” e di collaborazione con gli uffici giudiziari competenti dello Stato laico, di stornare l’attenzione dell’opinione pubblica, di pregare, questo sì, per il prete “intrappolato” dalla sua incoercibile carnalità e per le sue vittime, ma di uscire allo scoperto e di avere pietà e rispetto per queste ultime, no. Finché si può. Finché il segreto regge e i documenti pontifici che negli ultimi decenni, a partire dalla Crimen Sollicitationis del ‘62, hanno imposto prudenza, omertà e una pianificata omissione di fatti e responsabilità, riescono ad alzare un argine. Poi l’argine si rompe. E al dossier della commissione Murphy in Irlanda e ad una trasmissione d’inchiesta nello stesso Paese dal titolo Cardinal Secrets, fanno seguito in Italia il libro-choc Il Peccato nascosto (Nutrimenti), poi le dichiarazioni vibranti dello stesso Papa di condanna dei preti pedofili e le indagini e le sentenze della magistratura. Una ragnatela di vere e proprie sequenze criminali commesse all’ombra delle canoniche che passano dai palpeggiamenti, alle violenze esplicite e ripetute, alle punizioni corporali, all’uso di materiale pornografico, a reati gravissimi di tipo seriale che sanno di innocenza violata, di tenerezza sporcata, di fiori recisi.

    L’avvocato Claudia Colombo sta difendendo una decina di bambine di Ferrara vittime di abusi in un asilo religioso da parte del parroco direttore. Il prelato è stato condannato in primo grado il 9 aprile del 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione per atti sessuali su minori di anni 10 e per violenza sessuale su due insegnanti dello stesso istituto, e al pagamento di una provvisionale di decine di migliaia di euro che non liquida perché nullatenente. E la Curia tace. In esclusiva per Il Punto, i genitori di una di queste bambine hanno accettato di raccontare la loro tristissima esperienza fatta di verità strazianti e di civica nobiltà. (Con P le risposte del papà, con M quelle della mamma).

    Innanzitutto, qual è il senso del vostro essere qui oggi?
    P: «E’ un modo di far capire che quando succedono questi fatti bisogna agire subito e fare delle denunce. Poi vorremmo anche far capire come ci si sente quando si affida la propria figlia a una persona di fiducia – nel caso di un prete è come se la si affidasse direttamente a Dio -, e poi traditi senza nemmeno una dichiarazione di scusa o un “mi dispiace”. Certo, bisogna aspettare i tre gradi di giudizio, ma non c’è stato nessun atto di volontà, di pudore, di carità cristiana».
    C’è nei vostri ricordi un momento preciso, un primo giorno in cui il dramma ha preso avvio?
    M: «Ricevetti una prima telefonata da una insegnante di mia figlia un pomeriggio verso le 4; inaspettata, lei era una ragazza con la quale avevamo come tutti i genitori un buon rapporto. Disse: “E’ successo qualcosa? Vi hanno chiamato i carabinieri?”. Non capivamo. Il giorno dopo arrivarono i carabinieri a casa con un documento di convocazione e ci siamo dovuti presentare in caserma, del tutto ignari di essere parte lesa. A quel punto è successo l’inferno, ci è caduto tutto addosso, certe cose sei abituato a vederle in tv, ma quando capitano a te ti distruggono la vita, sbatti la testa, non capisci cosa è successo, sei nel più completo buio. Noi pensavamo, tra l’altro, di essere stati chiamati per testimoniare su una scena che riguardava un bacio plateale dato dal prete a una bambina in particolare all’interno dell’asilo, vista da me e da un’altra mamma, ma non pensavamo che ci fosse altro fango sotto».
    P: «Si trattava di cose che si ripetevano da due anni, e la questione è saltata fuori dopo due anni. E’ questo che ci ha lasciati del tutto basiti, il fatto che chi ha visto ha lasciato correre, sottovalutando. A quel punto io e mia moglie abbiamo dovuto scavare, ricostruire dichiarazioni e frasi che i bimbi di solito dicono con fantasia, o magari per la svogliatezza di non andare a scuola. Due anni di pensieri, parole per capire. E combaciava tutto».
    Avete mai avuto sentori, nella normale vita familiare, di qualcosa che stava cambiando nei comportamenti di vostra figlia come conseguenza delle molestie?
    M: «Solo episodi che i genitori di norma inquadrano come fisiologiche fasi di crescita. Con qualche accentuazione, però. A volte quando andavo a fumare fuori casa, oltre una porta finestra, urlava spaventatissima per la paura di restare sola dietro il vetro. All’asilo mostrava a volte intolleranza ad andare con una babysitter che impiegava tantissimo tempo a lasciarla sola, non ci voleva stare, e io mi precipitavo appena finivo di lavorare per prenderla subito perché rimaneva buona poche ore. Ma pensi che siano capricci, magari ti senti in colpa perché sei impegnata per tantissime ore al giorno, e una figlia vuole stare coi genitori, ma non pensi mai che si tratti di un sentimento profondo di disagio. Finito quel periodo ricordiamo che disse: “Non voglio più andare a quell’asilaccio”».
    E qualche segnale di allarme più di tipo fisico, emotivo?
    M: «Un’affermazione, col senno di poi, l’abbiamo incanalata nel giusto senso. Da un certo momento in poi nell’andare in bagno chiudeva la porta, anche se non c’era la chiave, dicendo “ho bisogno della mia privacy, all’asilo il prete è sempre lì che viene da noi bimbe grandi ad asciugarci, ma noi non ne abbiamo bisogno, lui deve accudire le bimbe piccole, noi siamo autosufficienti”».
    P: «Personalmente ho inteso queste frasi nel senso della responsabilità, della vigilanza pura e semplice che il prete attuava per evitare che i bimbi si facessero male, che facessero i monelli. Solo dopo abbiamo capito la diversità di queste parole, mentre all’inizio sembrava che lei volesse dire: “Io non ho bisogno di assistenza, sono una bimba sveglia”».
    Avete sensi di colpa per non aver intuito il peggio?
    M: «No sensi di colpa, tanta rabbia, perché non ci si può fidare nemmeno della propria ombra».
    P: «Inizialmente abbiamo provato uno stupore grande, superi diverse fasi emotive poi razionalmente metti insieme i fatti e cerchi di capire, perché si tratta di una persona malata, in altro modo non la si può definire. Ma la cosa più fastidiosa è stato constatare che le cose andavano avanti da due anni, e invece bisognava affrontare e stroncare tutto sul nascere. La cosa rilevante è l’arco temporale: dai fatti alla denuncia gli episodi criminosi sono andati avanti e si sono ripetuti».
    Come avete gestito il rapporto con lei dopo la scoperta della verità?
    M: «Uscita dall’asilo non ne ha più parlato, né ha dato segni di intolleranza, ha continuato a fare quello che una bimba della sua età fa. In quarta elementare non voleva più andare a scuola, all’improvviso, pur avendo dimostrato ottimo spirito di adattamento facendo due anni in una scuola e tre in un’altra. Diciamo che dopo lo scoppio della vicenda abbiamo fatto da noi e, nonostante la tristezza di questo periodo particolare, non si è accorta di niente. Una psicologa ci ha fatto capire che blocchi di questo tipo non sono infrequenti, temevamo fosse la ritorsione di qualche elemento legato alle molestie, ma sembra sia solo una paura irrazionale, un episodio occasionale legato alla crescita. La psicologa mi ha fatto domande sulla gravidanza, il concepimento, perché sembra che qualsiasi dramma dall’embrione possa creare queste angosce. Per ora siamo rimasti così, sospesi. Quando è andata in quinta, passavo ogni mattina a osservarla».
    P: «E’ ancora ingenua, aspetterò due tre anni per parlare, ma quando è matura le spiegherò i fatti».
    La vicenda di vostra figlia ha inciso anche su di voi?
    M: «Ci siamo richiusi come in un guscio. Perdi la voglia di vivere, di fare qualsiasi cosa, vai a lavorare un po’ in trance, lui si è rinchiuso nella sua musica, abbiamo quasi eretto una barriera tra di noi per non soffrire: non ci si guardava in faccia per non rispecchiare il reciproco dolore, una barriera a 360 gradi fra noi e col mondo esterno per proteggerci, come se non fosse successo niente. Io sono più nervosa, agitata, darei fuoco a mezzo mondo».
    P: «Quando si fa violenza a un bimbo che non sa difendersi, non hai strumenti in mano, da dove cominci? Non si ha esperienza, sei lì, ti dici: “Qualcosa dovrò fare, ma poi ognuno ha il suo carattere, chi sbraita, chi si chiude, io sono calmo e pacato, ma ognuno ha il suo modo di assimilare l’amarezza».
    Avete dovuto far finta di niente…
    M: «Esatto, sorrisi, tranquillità, anche se dentro tutto si amplifica e quando ti arrabbi sei sul limite del crollo, ti accorgi che stai urlando più del solito, quando magari il figlio non ha colpa, o per cose futili».
    Avete temuto il giudizio della gente?
    M: «Non tanto il giudizio, quanto il vuoto. E poi quella sottile accusa di andare contro la Chiesa per chissà quale mania di protagonismo, quando invece le persone toccate da questo problema sono tante».
    P: «Un’istituzione come la Chiesa è guardata con reverenza, ma che l’abbia commessa un padre di famiglia o un prete, la violenza deve essere giudicata e condannata, e non far passare per delinquente chi denuncia un prete. Oggi avremmo avuto maggiore appoggio dall’opinione pubblica perché si è scoperta la pentola».
    Che idea vi siete fatti della pedofilia dei preti?
    M: «La considero aberrante, una delle peggiori schifezze al mondo, un grosso tradimento della fiducia che hai riposto in chi ha una posizione delicata. Io che andavo a prendere la bimba e avevo un rapporto di amicizia con insegnanti ed educatrici, vedevo che una di queste spesso era in lacrime, il clima era teso, i bambini tutti seduti in silenzio, ma non me lo spiegavo: pensavo che erano stati sgridati perché troppo esuberanti, poi abbiamo scoperto i fatti. Ci guardava in faccia e piangeva, ci credo, vergognati…».
    Non vi eravate accorti delle attenzioni del prete verso vostra figlia?
    M: «Non nei confronti di nostra figlia, ma il comportamento ambiguo e inqualificabile verso un’altra bambina con baci espliciti, fisici, nel cortile, tra le mamme, era tangibile, e la situazione era arrivata a un punto di rottura. La stessa scena si ripeteva alla luce del sole, il cortile era a vista e asilo e parrocchia erano collegati. Quando ho incrociato lo sguardo del prete in aula ho provato schifo e rabbia e pensieri diciamo fantasiosi contro di lui che tutti proverebbero al posto mio».
    Che futuro pensate aspetti voi e la crescita della bambina?
    M: «Aspettiamo di vedere come prosegue tutto e come affronteremo la cosa con la bambina che diventerà adolescente. Se ci saranno conseguenze psicologiche per lei non si può dire: rispetto ad altre bambine, sono state leggere queste invadenze da parte del prete, ma anche lì è un rimandare, un vivere alla giornata. Per ora è tranquilla, stiamo a guardare».
    Cosa vi sentite di suggerire a genitori che si trovassero in analoghe situazioni?
    P: «Denunciare e non tacere: se avete dubbi parlatene e non state zitti, perché a certe cose non si dà peso, le si prende come nel nostro caso per forme di vicinanza, di sorveglianza».
    M: «Io mi sento di dire che è molto importante affidarsi a strutture dove tante persone sono in grado di aiutarti; non siamo mai soli e non dobbiamo vergognarci. E’ semplicissimo aprire le giuste porte e avere giusti consigli».
    Per paradosso, adesso volete più bene a vostra figlia?
    M: «Non siamo diventati iperprotettivi, il controllo, l’educazione sono fondamentali. Farà la cresima normalmente, non l’abbiamo isolata dall’ambiente ecclesiastico perché se uno è malato non è che tutti lo sono. Qui da noi in paese la Chiesa si sente nel suo vero essere, lì era qualcosa allo sbando. Non l’abbiamo demonizzata, come culto non lo abbiamo escluso dalla nostra vita. Ha sbagliato una persona per menefreghismo e disumanità, e non la Chiesa».

    http://www.ilpuntontc.it/index.php/attualita/906-qcosi-ha-abusato-di-nostra-figliaq.html

  • DAL CIELO ALLA TERRA  CRIMINI E PEDOFILIA IN VATICANO

    DAL CIELO ALLA TERRA CRIMINI E PEDOFILIA IN VATICANO

    MI PERMETTO DI RICORDARE CHE CONTRO QUESTO PECCATO È DIFFICILE OTTENERE IL PERDONO DI CRISTO, SOPRATTUTTO PER I CONSACRATI CHE HANNO TRADITO. MA ANCHE CHI TACE E ADDIRITTURA PROTEGGE CHI SI MACCHIA DI QUESTI ORRENDI DELITTI È DA CONSIDERARSI ALLO STESSO MODO COLPEVOLE SE NON PEGGIORE DI COLORO CHE LI HANNO COMMESSI.

    GIORGIO BONGIOVANNI
    STIGMATIZZATO

    6 aprile 2010

    “La Chiesa, che da sempre ha insegnato a distinguere tra il bene e il male, è incapace di fare questa distinzione quando si tratta di abusi sui bambini. I molestatori sono stati protetti e lasciati liberi di molestare di nuovo. E questo è male.”

    Maureen Dowd, New York Times, 11 aprile

    DOSSIER SPECIALI: CRIMINI IN VATICANO (1ª parte) / CRIMINI IN VATICANO (2ª parte)

    PAPA: SODANO, “LA CHIESA E’CON TE, DOLCE CRISTO IN TERRA”
    (AGI) – CdV, 4 apr. – “Buona Pasqua Padre Santo, la Chiesa e’ con te, dolce Cristo in terra”. Con questa antica e significativa espressione il decano del Collegio Cardinalizio, Angelo Sodano, si e’ rivolto a Benedetto XVI all’inizio della messa di Pasqua con un gesto non previsto ma reso necessario dalla drammaticita’ del momento. “La liturgia della Chiesa – ha detto il porporato – ci invita a una santa letizia: anche se scende la pioggia su questa storica piazza il sole risplende sui nostri cuori, ci stringiamo a lei roccia indefettibile della Santa Chiesa di Cristo. “Oggi – ha continuato – con lei sono i cardinali i vescovi e i 400 mila sacerdoti. E’ con lei il popolo che non si lascia impressionare dal chiacchiericcio”.

    LEGIONARI DI CRISTO, FONDATI DA UN PEDOFILO. LA CONGREGAZIONE CHE DISCONOSCE IL SUO “CREATORE”
    di Maurizio Chierici
    Nessuno ricorda le disavventure pedofile dei Legionari di Cristo, ma qualche giorno fa, con discrezione rispettata dal silenzio dai media italiani (unica eccezione, Il Fatto quotidiano) i Legionari hanno chiesto perdono. E i commenti sulle ombre di questa “macchina da guerra” sono fioriti su giornali e tv delle due americhe e della Spagna. Perché coinvolge una congregazione che ha potere, capitali e un’influenza in frenetica espansione: 800 sacerdoti, 2.500 seminaristi. Università e seminari a Roma, Monterrey, Connecticut, New York, Salamanca, Brasile e America Latina. Della congregazione religiosa (approvata da Giovanni Paolo II nel 1983) non viene ricordata mai la figura del fondatore, venerata nei secoli da ogni altra congregazione con l’orgoglio ricordare chi ha raccolto i fedeli nel segno della fede. Della smemoratezza si capisce perché. Il fondatore Marcial Maciel era pedofilo e pederasta. Ha vissuto una doppia vita: la vita di un sacerdote cattolico “ispirato dalla grazia divina”, la vita di un orco che approfittava dei ragazzi in seminario. “Siamo profondamente costernati e confermiamo che le accuse contro Maciel sono vere”. Poche parole di imbarazzo. Nel tormento che fa tremare la Chiesa, impossibile ormai nascondere le verità sepolte sotto l’ipocrisia. “E non guardiamo più alla sua figura come modello di vita cristiana e sacerdotale”. Che non fosse un esempio da seguire lo si sapeva da tempo, ma Maciel respingeva “sorpreso e indignato” le accuse di ex seminaristi ormai adulti ma con ferite che non rimarginavano. I Legionari inorridivano “per le falsità” che il loro padre morale allontanava con sdegno: invidia, manovre comuniste, marciume dei protestanti dell’altra America i quali non sopportavano l’onda irresistibile dei nuovi testimoni di Roma. Maciel poteva contare sulla solidarietà dell’economia e della politica, ma anche del Vaticano. Ma le denunce escono dai sacri corridoi dei poteri, allarmati dalle cronache di giornalisti che avevano raccolto il dolore delle vittime. Non voce di tutti; solo la voce di chi aveva trovato il coraggio di raccontare le violenze. Maciel protestava; gli amici che contavano provvedevano. Un canale televisivo messicano, il solo ad aver raccolto le testimonianze sull’infanzia rubata, viene asfissiato da blocco della pubblicità. E chiude.

    Marcial Maciel, monsignore messicano è morto a fine secolo quando aveva a 87 anni ma era stato ridotto allo stato laicale a 84: per la prima volta nella storia recente della Chiesa, un Papa (Giovanni Paolo II) aveva privato della messa ad un sacerdote accusato di pederastia. La tenacia del cardinale Ratzinger lo aveva preteso per rispondere alle denunce accumulate in quarant’anni di istruttorie che si erano perdute nei corridoi vaticani. Distrazioni consuete a tante istituzioni e le vittime accusavano la Chiesa di coprire e tacere mentre le rivelazioni si moltiplicavano dal New York Times alle televisioni della costa pacifica. Alla fine la condanna si abbatte su un protagonista che aveva inorgoglito pontefici e burocrazie di Roma. Le quali salvano la grande opera realizzata da Maciel ma non nascondono il peccato.
    Marcial Maciel aveva fondato i Legionari di Cristo nel 1941. Li ha governati fino a quando l’interminabile inchiesta delineava le conclusioni. Per un tempo troppo lungo ha salvato il potere nel quale era riuscito ad aggregare politici e soldi. Lo avevano battezzato “parroco dei miliardari”. Un seminarista, sette anni fa aggiunge qualcosa: “Soldi e politica riguardano altre chiese dell’America Latina”. Quando Maciel inventa i Legionari di Cristo, il Messico è convalescente dalle guerre cristologiche nelle quali la persecuzione isterica di Benito Juarez e dei laici al potere non distinguevano tra il clero che si mescolava alla gente e i vescovi legati alle oligarchie agrarie e militari combattuto dalla loro rivoluzione. Maciel ha attraversato l’angoscia di quegli anni progettando una compagnia di preti legionari, strutture meno culturalizzate dei gesuiti, ma politicamente più intransigenti dell’Opus Dei. Pio XII ha riconosciuto il valore di “un’armata pronta alla battaglia”.

    Passa il tempo e diventano le “pupille degli occhi” di Giovanni Paolo II che si lascia affascinare dall’ipotesi di una diga integralista nell’America Latina animata dalle filosofie mercantili del neo liberismo, anche se la novità alla quale Marcial Maciel affida l’impegno di contenere il flusso popolare della teologia della liberazione, sceglie una definizione che suscita sospetti nel continente dove metà della gente resta sull’orlo della fame. I Legionari predicano la Teoria della Prosperità con una determinazione che sfiora il militarismo. Nel 1962 (racconto di un ex legionario uscito dall’ordine) nel cortile del collegio universitario di Anhaus, il più elegante e informatizzato del Messico – studi televisivi e postazioni radio uniche nel paese – gli studenti del seminario aprivano l’adunata del mattino alzando la mano destra per gridare felici “Heil Christus”. Brivido che riporta al delirio degli anni di Hitler. Ma ai Legionari serviva una scossa per contendere all’Opus Dei latina la formazione dei “leader dall’azione positiva”. Escono dal grembo dei Legionari ministri del governo del presidente messicano Fox (decaduto tre anni fa). Legionaria anche la moglie, Legionario Emilio Atzcarraga, proprietario di Televisa, la più importante holding in lingua spagnola del mondo. Legionaria la reginetta messicana della birra maritata con l’ambasciatore americano in Messico, compagno di scuola e amico del cuore dell’ex presidente Bush. Insomma, Lopez Obrador, candidato dalla sinistra alla poltrona di presidente, si era scontrato con ostacoli da scalare come montagne. E ha vinto l’avversario che i Legionari spingevano: Calderon, ombra di Fox. Intanto l’internazionale dei Legionari usciva da Città del Messico per aprire università e seminari in 18 paesi.

    L’università romana accoglie i visitatori nei tavoli di un ristorante raffinato, mobili e quadri di antiquariato; pietanze e vini della grande cucina serviti da novizi in divisa con sottana. Qui è invecchiato fra gli onori Marcial Maciel. Fino alla “scomunica del Papa” i suoi Legionari non abbandonavano il sogno di vederlo fra i beati per pareggiare la concorrenza col Balaguer dell’Opus Dei.

    Lo scontro più duro tra Opus Dei e Legionari si è consumato in Messico attorno al santuario della Vergine di Guadalupe, Lourdes dei due continenti. Dove miliardari di ogni America continuano ad assicurare l’eternità alle loro spoglie nei loculi scavati sotto l’altare, piccole tombe che costano più di una barca di sessanta metri o di un jet per dieci persone ma vengono considerate “buoni investimenti perché accorciano la strada verso il paradiso”. Alla fine l’Opus Dei ha vinto. E il santuario dei loculi d’oro è nelle mani del vincitore.
    IL FATTO 6 aprile 2010

    “UNO SCANDALO ENORME MI RICORDA IL WATERGATE”
    Parla Timothy Shriver, opinionista del Washington Post
    Se la Chiesa non confessa le proprie colpe, noi cattolici dovremo cercare altrove una guida spirituale.
    ALIX VAN BUREN
    «Se questa Chiesa, con la sua attuale gerarchia, col suo Papa e i suoi vescovi, non saprà confessare la Verità; se continuerà a nascondere le proprie colpe, come Nixon lo scandalo Watergate; se si dimostrerà più votata al potere che a Dio, allora noi cattolici dovremo cercare altrove una guida spirituale». Sono parole di piombo quelle che scaglia Timothy Shriver, erede dei Kennedy, il clan più cattolico d´America, figlio di Eunice, di cui ha ripreso la missione: battersi a favore dei “diversamente abili” in qualità di presidente delle Special Olympics fondate dalla madre. La sua invettiva ieri è apparsa sotto forma di un appello sul Washington Post. E subito ha avuto risonanza mondiale.
    Timothy Shriver, lei è cresciuto all´interno di un bastione del cattolicesimo, legato alla Chiesa d´Irlanda. Eppure uno dei suoi fendenti più duri è riservato al Cardinale Arcivescovo d´Irlanda. Perché?
    «Perché lui, come molti altri vescovi nel mondo, non solo non è intervenuto contro gli abusi, ma a quanto pare si è prodigato nell´insabbiare lo scandalo. E la pista non si ferma lì: sembra condurre più in alto, allo stesso Papa, che da arcivescovo di Monaco forse ha avuto una parte nel rinviare il problema senza affrontarlo. Tutto questo mi ricorda lo scandalo Watergate».
    Lei traccia, nientemeno, un parallelo fra il Vaticano e l´Amministrazione Nixon?
    «Le similitudini sono molte. Ciò che sembrava un´infrazione di poco conto, l´irruzione di un paio di ladruncoli nelle stanze del Watergate, finì per scoperchiare la corruzione ai più alti gradi del potere. Risultò coinvolto il presidente, costretto alle dimissioni».
    Lei vuole dire che Ratzinger dovrebbe dimettersi?
    «No, non dico questo. La vita del Papa è segnata dalla devozione, dobbiamo confidare che lo Spirito Santo operi attraverso di lui. Però lui deve dimostrare, con urgenza, la leadership spirituale e morale cui noi cattolici agogniamo».
    E se non lo facesse?
    «Allora dovremo rivolgerci altrove. Il mondo è pieno di uomini e donne santi, leader monastici, laici, dedicati alla missione di Dio: leggeremo i loro libri, ascolteremo le loro parole, per tornare alla fede che noi professiamo, che è fede in Dio, e non in una gerarchia che ha perso credibilità, e pare più votata a conservare il potere che a vivere nello spirito del Vangelo».
    LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE  6 APRILE 2010

    LA STAMPA ESTERA CONTRO IL PAPA “A PASQUA SILENZIO SULLA PEDOFILIA”
    Il Vaticano: “È solo una campagna diffamatoria”
    Dal Pais a Le Monde: “Nessuna parola sulle violenze dei sacerdoti”
    CITTÀ DEL VATICANO – L´orgoglio cattolico in difesa del Papa si materializza – a sorpresa – prima della solenne Messa di Pasqua nella persona del cardinale decano Angelo Sodano. Vera e propria alzata di scudi per difendere il Pontefice dalle critiche per lo scandalo della pedofilia nella Chiesa.
    Critiche apparse ancora ieri sui maggiori giornali europei e statunitensi, con qualche autorevole testata – come il Washington Post – che chiede persino le dimissioni di Benedetto XVI. «Santità, tutta la Chiesa le è vicino ed il popolo di Dio non si lascerà impressionare dal chiacchiericcio del momento», declama Sodano davanti a Benedetto XVI. Un fuori programma inedito destinato a sollevare anche interrogativi e polemiche là dove il cardinale Sodano dà l´impressione di voler derubricare lo scandalo della pedofilia tra i preti a un banale «chiacchiericcio». Come, in effetti, avviene ieri negli editoriali dei più importanti quotidiani internazionali che quasi all´unanimità mettono l´accento sui «silenzi» che il Pontefice ha osservato sui preti pedofili durante la Settimana Santa e nella omelia di Pasqua tenuta dalla Loggia della Benedizione della basilica vaticana. Come, ad esempio, scrivono El Pais in Spagna, il Times e il Guardian nel Regno Unito, Le Monde in Francia, che nelle edizioni di ieri hanno puntano il dito contro «le mancanze» di Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa. «Il Papa ha terminato la Settimana Santa così come l´aveva iniziata – scrive, tra l´altro, El Pais -, senza pronunciare una sola parola sui casi di abusi sui minori».
    Il Times di Londra riporta invece le proteste che hanno segnato la messa pasquale nella cattedrale di Dublino, in Irlanda, con un gruppo di fedeli che ha tentato di portare fin sull´altare delle scarpe da bambino per ricordare le vittime degli abusi al grido di “vergogna” rivolto all´arcivescovo Diarmuid Martin. Negli Usa, critiche dal New York Times – che con Maureen Dowd ha suggerito polemicamente alla Chiesa di servirsi di «sessorcisti» più che di esorcisti – e dal Washington Post, che paragona la crisi del clero cattolico allo scandalo Watergate degli anni ‘70 che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni. Attacchi anche dal settimanale tedesco Der Spiegel che accusa il Papa di aver «guastato i rapporti con ebrei e musulmani, con molti cattolici, e anche con i tedeschi che, al momento della sua elezione erano tanto fieri di lui».
    È solo «un´eclatante campagna diffamatoria» che mira a colpire non i preti pedofili ma direttamente il Papa», controbatte la Radio Vaticana, che cita un rapporto governativo Usa del 2008 secondo cui i sacerdoti cattolici coinvolti in casi di abusi sarebbero meno dello 0,03%. Mentre oltre il 64 per cento dei casi di abusi sono commessi da genitori, parenti o conviventi, dunque all´interno delle relazioni familiari. «La Chiesa – ricorda la nota trasmessa nel radiogiornale internazionale – difende la giustizia, e la prima giustizia è il diritto alla vita, difende la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna».
    Così c´è chi vede nelle critiche l´obiettivo di escludere la Chiesa dal dibattito pubblico su temi cruciali; per non parlare poi di «avvocati senza scrupoli che tentano di mettere le risorse del Vaticano alla portata dei tribunali».
    Papa Ratzinger, intanto, tornato a parlare in pubblico ieri, lunedì di Pasquetta, da Castel Gandolfo ha ricordato ai sacerdoti di essere «come gli angeli». Una esortazione fatta forse per indicare, indirettamente, la strada da seguire per «pulire» la Chiesa da quella parte del clero che si è macchiata di peccati imperdonabili come le violenze sessuali su minori.
    (o. l. r.)
    LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE 6 APRILE 2010

    NORVEGIA, VESCOVO CONFESSA E SI DIMETTE. GEORG MUELLER HA 58 ANNI, L’EPISODIO RISALE A VENTI ANNI FA
    La Chiesa Norvegese ammette: “Siamo sconvolti”
    “Ho abusato di un ragazzo minorenne”
    OSLO – Mentre le prime pagine dei giornali riportano il “serrate le fila” in Vaticano contro gli attacchi al Papa, arriva una nuova notizia di abusi da parte di una alta autorità cattolica. E arriva dalla Norvegia, terra finora rimasta lontana da questo genere di scandali.
    Un vescovo cattolico norvegese, Georg Mueller, ha confessato di aver abusato sessualmente di un ragazzo minorenne. La notizia viene riferita dalla tv di stato norvegese, Nrk. In seguito alla confessione il prelato ha dato le dimissioni nel giugno dello scorso anno.
    E’ il primo caso di pedofilia legato alla Chiesa cattolica in Norvegia e il caso è stato confermato dalle autorità ecclesiastiche con una nota dai toni accorati: “La chiesa cattolica norvegese – si legge – è sotto shock dopo la rivelazione che l’ex vescovo di Trondheim (nel sud del Paese) si è dichiarato colpevole di abusi su un minore, ragione delle sue dimissioni lo scorso anno”.
    Georg Muller, 58 anni, è originario di Trier in Germania. Secondo il quotidiano Adresseavisen, che ha reso nota la vicenda, gli abusi risalgono a più di 20 anni fa, quando Muller era sacerdote a Trondheim. La vittima era un ragazzo del coro che oggi ha circa 30 anni e ha ricevuto un indennizzo dalla chiesa.
    (07 aprile 2010)
    LA REPUBBLICA EDIZIONE ONLINE

    25 SACERDOTI E UN VESCOVO ACCUSATI A VERONA DI VIOLENZE SU EX ALLIEVI SORDI, MA I REATI NON SONO PIÙ PERSEGUIBILI
    di Vania Lucia Gaito
    L’agghiacciante vicenda dell’Istituto Provolo per sordi, di Verona, sfociata nella testimonianza pubblica di 67 ex allievi che denunciano le violenze sessuali subite, rievoca il caso americano di padre Murphy, venuto recentemente alla ribalta delle cronache. Testimonianze precise, che coinvolgono 25 sacerdoti e un vescovo, tutti citati per nome. Il vescovo è monsignor Giuseppe Carraro, vescovo di Verona morto nel 1981, per il quale è in corso un processo di beatificazione. Dagli anni ’50 fino al 1984, una sequenza di orrori. Eppure non ci saranno indagini e processi per i sacerdoti coinvolti, neppure per quelli ancora in vita: è intervenuta la prescrizione e i reati non sono più perseguibili. La legge italiana prevede infatti tempi precisi entro i quali i procedimenti per abusi sessuali ai danni di minori possono essere perseguiti: 10 anni.
    “La prescrizione decorre dalla data in cui viene consumato il reato”, afferma l’avvocato Paola Rubino, difensore di parte civile nel processo a carico di padre Turturro (sacerdote antimafia di Palermo, accusato nel 2003 di aver compiuto abusi sessuali ai danni di alcuni bambini della sua parrocchia), conclusosi con la condanna in primo grado a sei anni e mezzo. “Quella della prescrizione è una problematica legata a tutti i tipi di reato, in particolar modo i tempi diventano problematici quando si parla di abusi sessuali. Si tratta di reati consumati con modalità particolari, spesso la vittima è già di suo psicologicamente debole, perché viene da situazioni personali o familiari problematiche. Si instaura poi tra abusante e abusato un meccanismo simile a quello del plagio. Non di rado occorre parecchio tempo, anche anni, prima che la persona offesa sia capace di denunciare l’abuso.”
    Come nel caso dei bambini sordi dell’istituto Provolo, come per i bambini delle scuole irlandesi del rapporto Ryan, come per i casi americani, trascorrono spesso anni. Molto però dipende dalla volontà politica di perseguire realmente certi crimini. Negli Stati Uniti, per esempio, lo stato della California approvò una legge che creava una finestra di un anno durante la quale potevano essere presentate denunce senza limiti retroattivi di tempo, in modo che anche abusi commessi decenni prima potessero essere perseguiti e risarciti. In Italia, al contrario, spesso non si riesce ad arrivare a sentenza definitiva prima che siano trascorsi i fatidici dieci anni della prescrizione. Come nel caso di don Giorgio Carli che, condannato in appello a sette anni e mezzo, ha visto prescriversi il reato prima della fine del processo in Cassazione. “Non è soltanto un problema legato alla tardività delle denunce” prosegue l’avvocato Rubino. “I fattori concomitanti sono molti, le indagini che si dispiegano in lunghi archi temporali, il fatto che molti magistrati siano oberati di lavoro, e poi ovviamente i tempi tecnici tra l’avviso di conclusione delle indagini, il rinvio a giudizio, l’udienza preliminare e tutti quei passaggi previsti dalla procedura. Ovviamente si tratta di un problema che investe sia il denunciante che il denunciato: nel primo caso perché potrebbe intervenire la prescrizione e il reato non sarebbe più punito, nel secondo perché se l’imputato non è colpevole dei reati a lui ascritti la sua innocenza dovrebbe essere riconosciuta il prima possibile.” Spesso le vittime non denunciano perché non hanno la certezza che un eventuale processo si concluda nei termini previsti dalla legge, quindi, ma anche perché temono il giudizio sociale. “Gran parte della società è impreparata, incapace di fronteggiare l’abisso oscuro della pedofilia. Certo, si affronta come tematica astratta, ma quando si ‘incarna’ nel vicino di casa, nel collega di lavoro o nel proprio parroco non si riesce più a coniugare l’immagine pubblica di quella persona con le accuse. E’ uno dei motivi per cui la società si schiera spesso al fianco dell’accusato, non della vittima, emarginando chi, con grande difficoltà, è riuscito a denunciare quanto subito” afferma Massimiliano Frassi, presidente dell’associazione antipedofilia “Prometeo”, che da anni chiede l’allungamento dei tempi di prescrizione del reato, se non che la prescrizione sia del tutto abolita. Frassi è stato fra i primi a schierarsi a sostegno delle vittime della pedofilia clericale e a rompere il muro del silenzio, organizzando già nel 2001 una conferenza con l’associazione “Snap”, che riunisce le vittime statunitensi dei preti pedofili. “Come altre associazioni, anche noi abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di vittime di abusi da parte di religiosi, ma in particolare in questi casi ci viene chiesto di aiutare la vittima ma non si vuole sporgere denuncia. Quando si tratta di preti accusati di abusi sessuali, si arriva a situazioni veramente difficili, per la tendenza delle realtà locali a chiudersi in difesa dei propri sacerdoti.” Resta però aperta la possibilità di un risarcimento dei danni attraverso una causa civile: un danno infatti può manifestarsi anche parecchio tempo dopo, soprattutto laddove risulti di ordine soggettivo. Ma non serve assolutamente a condannare i colpevoli e, soprattutto, a tenerli lontani dai bambini.
    IL FATTO 7 APRILE 2010

    PRETI PEDOFILI, LA MOSSA DEL VATICANO. «IL PAPA PRONTO A INCONTRARE LE VITTIME»
    Lo ha reso noto il portavoce padre Federico Lombardi
    «Molti non cercano compensi, ma aiuto interiore e un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale»
    CITTÀ DEL VATICANO – Papa Benedetto XVI è disponibile a «nuovi incontri» con vittime dei preti pedofili. Lo ha reso noto a Radio Vaticana il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. «Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale». È in questo contesto, spiega padre Lombardi, che il pontefice ha scritto nella lettera agli irlandesi «di essere disponibile a nuovi incontri».
    CAPIRE – La Chiesa deve «anzitutto continuare a cercare la verità e la pace per gli offesi», ha aggiunto il portavoce vaticano. «Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro – a volte di diversi decenni – ma evidentemente ancora aperte. C’è qualcosa che va ancora capito veramente».
    DOPPIO GIUDIZIO – Secondo padre Lombardi, i colpevoli di questi reati devono andare incontro a un doppio giudizio: penale e canonico. «Bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo contro delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi Paesi. Solo così – aggiunge – si può pensare di ricostuituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell’istituzione ecclesiale», ha aggiunto il portavoce vaticano. «La trasparenza e il rigore si impongono come esigenze urgenti di una testimonianza di governo saggio e giusto nella Chiesa».
    IMPARARE DAL PAPA – Tutti, sottolinea padre Lombardi, dovremmo imparare da Papa Ratzinger «la costanza necessaria per crescere nella verità, rispondendo con pazienza allo stillicidio di “rivelazioni” parziali o presunte che cercano di logorare la credibilità sua o di altre istituzioni e persone della Chiesa. Di questo paziente e fermo amore della verità abbiamo bisogno».
    RIVOLUZIONE SESSUALE – L’analisi di padre Lombardi è che è necessaria una più efficace formazione dei futuri sacerdoti, anche per quanto riguarda la loro sessualità, dopo la rivoluzione sessuale degli scorsi decenni e un diffuso secolarismo. «In fondo si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte. La formazione e la selezione dei candidati al sacerdozio, e più generalmente del personale delle istituzioni educative e pastorali, sono la premessa per un`efficace prevenzione di abusi possibili».
    Corriere della Sera
    09 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

    RATZINGER LO SPETTRO DELLE DIMISSIONI
    Impensabili: ma il velo caduto sugli abusi ha rotto un dogma
    di Marco Politi
    Alla fine la valanga degli scandali è piombata ai piedi del trono papale. La firma di Ratzinger su una lettera del 1985, che sconsiglia l’espulsione immediata di un prete pedofilo, è un colpo pesante al Papato. Negli Stati Uniti colgono la crisi gravissima e agitano lo spettro delle dimissioni. “Un Papa può dimettersi?”, si domandano a New York. E poi: “Qualcuno può spingerlo a ritirarsi?”. Perché la mentalità anglosassone è fatta di un’essenzialità dalle formulazioni brutali. L’Autorità colta in fallo, il Potere supremo inchiodato nell’attimo in cui dice o fa ciò che non doveva né dire né fare perde credibilità, prestigio, autorevolezza. E l’unica via d’uscita per il leader dopo l’errore fatale è l’abbandono di campo.  Giorni fa la vescova tedesca Margot Kaesemann si è dimessa da presidente delle Chiese protestanti di Germania per il solo fatto di essersi trovata in macchina con un tasso alcolico superiore a quanto permesso. Non sarebbe stata più credibile, ha spiegato.
    “(In)Fallibile”, titola in copertina il settimanale tedesco Spie-gel, raffigurando Benedetto XVI. In Vaticano le dimissioni papali non sono in agenda, sono impensabili, sono inimmaginabili. Nessuno può chiederle, nessuno può costringerlo. Ma  la paura sta invadendo i sacri palazzi. Si teme che la crisi – la più destabilizzante da quando i bersaglieri a Porta Pia cancellarono il millenario Stato pontificio – sia foriera di sviluppi impensabili, di contraccolpi imprevedibili, di sorprese sempre peggiori. Non cominciò così, dicono in America, il Watergate: un piccolo scasso effettuato da falsi idraulici? Sembrava un incidente facilmente circoscrivibile… Per la prima volta che il Papato si misura con un avversario più potente di qualsiasi stato, di qualsiasi movimento, di qualsiasi ideologia. L’opinione pubblica internazionale, che ha capito quanto la pressione dei media e dei processi abbia spinto la Chiesa a confessare le sue colpe, alzando il velo sugli insabbiamenti di crimini odiosi e ponendo la Suprema Autorità del cattolicesimo dinanzi ad una scelta cruciale: raccontare tutta  la verità su ciò che è stato fatto o non fatto nel cuore stesso dell’apparato vaticano o lasciarsi travolgere da ondate di rivelazioni.
    Se in America l’80 per cento dei cattolici non si riconosce nella linea tenuta da Ratzinger nelle ultime settimane, anche in Italia l’opinione pubblica non gli è favorevole. Il 62 per cento degli italiani “non approva l’operato della Chiesa e del Papa in questo frangente” (Istituto Piepoli). Perché Benedetto XVI non ha proseguito sulla  via della denuncia e del pubblico mea culpa a Pasqua, quando il mondo intero guardava a lui. E perché arrivano nuovi materiali che lo chiamano direttamente in questione. I punti di vulnerabilità si stanno accumulando.1. A Monaco di Baviera un prete pedofilo, accolto in diocesi solo per una terapia, viene riassegnato nel 1980 ad un’altra parrocchia. Il vicario generale (che si è assunto ogni responsabilità  ) scrisse un memorandum in proposito all’arcivescovo Ratzinger. L’arcivescovo ha letto l’appunto? C’è un motivo, per cui in una realtà così attenta alle regole burocratiche come quella tedesca, non doveva essere letto?2. Nel 1996 il vescovo di Milwaukee chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata dal cardinale Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Nel 1997 mons. Bertone, vice di Ratzinger al Sant’Uffizio, autorizza l’apertura del procedimento.  Nel 1998 il vescovo americano e un suo confratello vengono convocati in Vaticano da Bertone e il processo fermato, perché in Vaticano sono sorti improvvisamente “dubbi sulla fattibilità e opportunità”. Di fatto Murphy, vicino a morire, ha chiesto clemenza a Ratzinger. 3. Nel 2000 viene insabbiato il caso del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Maciel, accusato di abusi plurimi. Ratzinger vorrebbe intervenire, ma resta aperto l’interrogativo su chi fra i collaboratori papali è riuscito a convincere Giovanni Paolo II a non aprire un’inchiesta.

    4. I fatti di Oakland sono esplosivi  . Un vescovo chiede nel 1981 alla Congregazione per la Dottrina della fede di ridurre allo stato laicale un prete pedo-filo, già condannato in tribunale e che ha chiesto personal-mente di lasciare la tonaca. Il cardinale Ratzinger, nella risposta data solo nel 1985, non disconosce i gravi motivi “e tuttavia” (attamen, che in latino è un “ma” molto rafforzato) invita il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e dei “danni” che potrebbero venire alla comunità parrocchiale. (Quest’anno, nella sua lettera gli Irlandesi, Benedetto XVI parlerà di “preoccupazione malriposta per il buon nome della Chiesa”). Il vescovo sostiene che il pedofilo crea più scandalo ai fedeli rimanendo nelle fila del clero che andandosene. Però il Vaticano non gli dà retta ed esige un esame “più accurato”. Solo nel 1987 al prete verrà tolta la tonaca.
    La lettera riflette l’atmosfera nella Chiesa cattolica negli anni Ottanta: protagonisti sono le autorità ecclesiastiche, il prete accusato, il “bene della Chiesa”, l’eventuale scandalo per i fedeli. Le vittime non sono mai menzionate.
    E’ un paradosso tragico che Joseph Ratzinger, il quale appena  eletto pontefice si è battuto con grande fermezza e coerenza contro gli abusi sessuali del clero, venga oggi inseguito dai fantasmi di un passato in cui a tutti i livelli della Chiesa cattolica le “vittime non furono ascoltate” (come lui stesso ha scritto nel messaggio agli Irlandesi). Ma nel meccanismo delle rivelazioni c’è qualcosa di inarrestabile. E certamente si scaricano oggi su Benedetto XVI malumori, insofferenze e tensioni accumulate nell’opinione pubblica esterna e interna alla Chiesa nei confronti della sua linea tradizionalista, così chiusa alle riforme.  Nell’arco di poche settimane è mutato l’oggetto del contendere. Non si parla più dei silenzi della Chiesa, ma è in discussione l’inattaccabilità o meno del Romano Pontefice. La sua credibilità internazionale. A sua difesa si stanno muovendo i grossi calibri. Vescovi e cardinali, l’Opus Dei, i Cavalieri di Colombo che in America hanno indetto una “novena” di solidarietà al Papa. In Italia si sta progettando una manifestazione dei cattolici in appoggio del Papa. Eppure, se non riuscirà a chiudere la vicenda con un atto di trasparenza totale, Benedetto XVI vedrà profilarsi sulla scena internazionale l’interrogativo bruciante: come potrà guidare la Chiesa cattolica? Con quale carisma?
    IL FATTO QUOTIDIANO 11 APIRLE 2010

    “DA RATZINEGR NUOVE INIZATIVE” PEDOFILIA, BERTONE ANNUNCIA LA SVOLTA
    Le linee guida anti-abusi: i vescovi denunceranno i preti colpevoli
    Sarà anche abolita la prescrizione. “Mi auguro la stessa severità da parte di altre istituzioni”
    Giro di vite del Vaticano: riduzione allo stato laicale dei religiosi molestatori
    ORAZIO LA ROCCA
    CITTÀ DEL VATICANO – «Denunce alle autorità civili da parte dei vescovi». «Riduzione allo stato laicale su diretta decisione del Papa, senza processi, senza appelli e senza possibilità di revoche». «Abolizione della prescrizione». «Obbligo per i vescovi di salvaguardare i bambini isolando tempestivamente i chierici sospettati, anche in attesa di chiarimenti». Ecco – in sostanza – l´atteso giro di vite concepito dal Vaticano per far fronte al dilagare dello scandalo della pedofilia nel clero. Lo hanno annunciato ieri le autorità pontificie presentando le Linee guida per contrastare gli abusi sessuali su minori nella Chiesa.
    Il documento – due pagine scritte in inglese pubblicate sul sito on line vaticano – contiene in sintesi parte delle norme varate riservatamente nel 2001 nell´Istruzione «Delicta Graviora» – I delitti più gravi – voluta dall´allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto dell´ex Sant´Uffizio, e firmata da Giovanni Paolo II. In quel testo la Santa Sede assunse, tra l´altro, la diretta competenza sui reati di pedofilia e di abusi sessuali tra i chierici, sottraendoli al controllo giuridico e repressivo dei soli vescovi locali. Ma rispetto al 2001, le Linee guida presentate ieri hanno due importanti novità proprio in materia di repressione. Per la prima volte viene sancito che i vescovi devono denunciare alle autorità civili i preti colpevoli e che la loro riduzione allo stato laicale può essere decisa su diretto intervento del Papa «anche senza un regolare processo e con un pronunciamento inappellabile». «Presto ci saranno altre sorprese per stroncare delitti tanto abominevoli. Le sta preparando il Santo Padre», ha annunciato ieri il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone da Santiago del Cile. Ma «mi auguro che facciano altrettanto anche altre istituzioni e religioni non cattoliche», ha aggiunto il porporato, escludendo che «la pedofilia sia collegabile al celibato sacerdotale, caso mai questo tipo di patologie sessuali sono da mettere in relazione alla omosessualità».
    Le Linee guida sono divise in tre parti. Nella prima («Procedure preliminari»), si stabilisce che è compito dei vescovi indagare su «ogni accusa di abusi sessuali su minori da parte di un sacerdote». «Se l´accusa appare verosimile, il caso – puntualizza il testo – va riferito alla Congregazione per la dottrina della fede» con «tutte le informazioni necessarie» da parte del vescovo, che è obbligato anche a rendere note «procedure e misure» adottate per isolare i preti accusati e «per salvaguardare la comunità, incluse le vittime». Nella seconda parte si descrivono le procedure. Preso in esame il caso, l´ex Sant´Uffizio può autorizzare il vescovo locale a un processo penale di fronte al tribunale diocesano o anche un processo amministrativo penale di fronte a un delegato del vescovo affiancato da due assistenti. I casi «più gravi» vanno sottoposti al giudizio «inappellabile» del Pontefice «per il bene della Chiesa». Il prete chiamato a «rispondere delle accuse» può fare ricorso all´ex Sant´Uffizio nel caso di condanne a suo carico. Il giudizio finale, prescrive la Guida, «è della Congregazione». In caso di condanna – e siamo alla terza parte della Guida – sono previste una serie «di pene canoniche (richiamo, ammonimento, obbligo del silenzio, divieto di celebrazione in pubblico), la più grave delle quali è la riduzione allo stato laicale».
    Sullo scandalo della pedofilia, intanto, la presidenza della Cei in una nota invita la Chiesa italiana al «dovere della purificazione» pregando, in particolare, per le vittime di abusi sessuali e per quanti, in ogni parte del mondo, si sono macchiati di tali odiosi crimini». La Cei sollecita, inoltre, tutte le parrocchie ad «unirsi» simbolicamente intorno al Papa con «preghiere, veglie e recite di rosari» in occasione del quinto anniversario dell´elezione di Benedetto XVI al pontificato, che ricorre il prossimo 19 aprile.
    LA REPUBBLICA 13 APRILE 2010

    ABUSI SU BIMBA, ARRESTATO SACERDOTE. CURIA DI TERAMO COLLABORA ALLE INDAGINI
    In manette un prete quarantenne di origini indiane: avrebbe violentato sessualmente una bambina di 10 anni
    Il sacerdote si copre la testa all’uscita dalla Procura (Ansa)TERAMO – Si trova in carcere a Teramo, in attesa dell’interrogatorio di garanzia il sacerdote quarantenne di origine indiane arrestato lunedì con l’accusa di aver violentato, lo scorso Natale, una bimba di dieci anni nel Teramano. Il prete è finito in manette in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip. All’indagine, partita da una denuncia dei genitori con cui la bambina si era confidata, ha collaborato la Curia di Teramo.
    ESERCITAVA DA DUE-TRE ANNI – Il sacerdote esercita da 2-3 anni in una zona vicina al capoluogo. Proprio lunedì era tornato dall’India dove si era recato per visitare la madre malata. Secondo quanto si è appreso, sarebbe uno soltanto l’episodio di molestie sessuali nei confronti della bambina. Il sacerdote, pur dipendendo dal vescovo di Teramo per l’attività parrocchiale, fa capo al superiore del suo ordine religioso. L’arresto è stato seguito dai carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria presso la Procura che da alcuni mesi indagava dopo la denuncia dei genitori della piccola.
    VESCOVO ADDOLORATO – Addolorato, il vescovo di Teramo Michele Seccia ha espresso un senso di vergogna e di umiliazione, oltre che solidarietà per la sofferenza della famiglia interessata da questa triste vicenda. Seccia, ospite della trasmissione televisiva Primaditutto di Teleponte, si è detto pronto ad incontrare i famigliari della bambina molestata. «Desiderio dell’incontro non è per insabbiare, dimenticare. Anzi, siamo stati i primi a continuare ad insistere perchè questa cosa venisse a galla e venisse risolta secondo la legge della Chiesa e della legge civile perchè siamo in uno stato di diritto dove le leggi vanno osservate».
    Corriere della Sera
    12 aprile 2010(ultima modifica: 13 aprile 2010)

    PEDOFILIA E VATICANO. L’ARCHIVIO USA CHE IN ITALIA NESSUNO CONOSCE

    di Sabrina Provenzani – 31 marzo 2010
    – Prima puntata
    Negli ultimi mesi, molti casi di pedofilia nella Chiesa cattolica sono venuti allo scoperto in tutto il mondo, in rapida sequenza, come in un domino.
    Stati Uniti, Irlanda, Germania, Olanda, Svizzera, Austria, Italia: le vittime di questi abusi, reiterati nel tempo e per anni nascosti, decidono ora di parlare, si rivolgono agli avvocati, pretendono attenzione e giustizia – non più solo quella divina, ma quella umana dei tribunali.
    E producono prove incontrovertibili, che le gerarchie ecclesiastiche hanno occultato per decenni. Non solo: dal 1981 al 2005 l’attuale papa Benedetto XVI fu a capo di quella Congregazione per la Dottrina della Fede cui spetta tuttora l’istruzione dei processi canonici ai danni di preti accusati di molestie. Come poteva non sapere dei tanti abusi segnalati in quel lasso di tempo?
    Fra questi, emblematico è il dossier raccolto e pubblicato nel marzo 2010 dal New York Times, che documenta le violenze compiute, dal 1950 al 1974, da un prete cattolico, Padre Lawrence Murphy, su 200 bambini sordomuti a lui affidati nella Diocesi di Milwaukee, nel Wisconsin, Usa.
    Oltre a contenere inequivocabili testimonianze di alcune delle vittime, il dossier dimostra anche come i diretti superiori di Murphy fossero a conoscenza delle sue azioni almeno dal 1974 e ne avessero informato le gerarchie vaticane. Perché non intervennero per punire il prete, rendere pubbliche le denunce e costringerlo a lasciare l’abito talare?
    Perché gli italiani possano farsi liberamente un’opinione su questo scandalo abbiamo deciso di tradurre il dossier del New York Times e metterlo a disposizione sul sito a puntate.
    Nella prima, la testimonianza di una giovane vittima, raccolta nel 1974; il memorandum con cui l’Arcivescovo di Milwaukee concede a Murphy un “congedo per motivi di salute” dalla Saint John School, l’Istituto per sordomuti dove furono commessi gli abusi;  la foto di Murphy “MOST WANTED” distribuita, sempre nel 1974, dagli studenti della scuola per denunciare le molestie subite.
    I DOCUMENTI CHE SEGUONO, NEL DOSSIER DEL NEW YORK TIMES, SONO ARCHIVIATI CON UN NUMERO PROGRESSIVO E LA DICITURA “ARCH_MARSHALL”, cioè si trovavano nell’archivio dell’arcivescovo dell’epoca.
    15 maggio 1974
    Io, [omissis] mi sono diplomato alla St.John’s School per Sordi nel maggio 1970. Quello che segue è il racconto dei miei rapporti con Padre Lawrence Murphy dal 1964 al 1970.
    Nel 1964 mi recai nell’ufficio di Padre Murphy per parlargli dei problemi che avevo con una delle Sorelle, e Padre Murphy mi rimproverò, dicendomi che ero stato cattivo. Poi mi attirò nella sua stanza e mi iniziò al sesso. Per prima cosa mi sculacciò con la cintura dei pantaloni e poi prese a toccarmi il pene mentre mi parlava di sesso.
    Lo fece tante altre volte: mi tormentava perché andassi nella sua stanza e mi costringeva a commettere atti impuri. Pochi giorni dopo mi raggiunse nel dormitorio maschile e cominciò a toccarmi mentre [omissis] ci guardava dal suo letto. Una notte vidi Padre Murphy che toccava il pene di [omissis] nel suo letto.
    Intorno al 1967 o 1968 fummo trasferiti in un nuovo edificio della scuola e anche lì Padre Murphy venne nella mia stanza – non c’erano porte – e mi toccò mentre mi trovavo nella parte superiore del letto a castello, mentre [omissis] dormiva di sotto. Mi molestò molte volte, fino al mio diploma.
    Mi toccò alcune volte anche durante la confessione, in camera da letto, in bagno o nel suo ufficio. Quando mi confessava mi chiedeva sempre: “Hai mai fatto questo con altri ragazzi?”. Io rispondevo di sì e lui allora mi chiedeva i nomi degli altri ragazzi e io finii per dirglieli. Così cominciò a molestare anche gli altri.
    Durante il periodo estivo ci portava al suo cottage e una volta, mentre sedevo in auto al suo fianco dal lato del passeggero, mi toccò anche di fronte agli altri, ma non so se ci videro. Ci trattava come fossimo sui figli: ci portava al cinema, al ristorante, alle mostre… mi toccava nella stanza da letto del cottage e lo faceva anche con gli altri ragazzi.
    Durante il mio viaggio prima del diploma, una settimana e New York e a Washington, mi molestò anche in albergo. Ho sofferto molto a causa di Padre Murphy per sei anni.
    Se andrò davanti a una corte, proverò che tutto questo è vero: chiederò a Padre Murphy di spogliarsi e prima che lo faccia rivelerò ai giudici che il pene di padre Murphy non è circonciso.
    Ancora una cosa: spesso Padre Murphy veniva nella sala docce e fissava i nostri peni. Allora il nostro supervisore era il signore Barnett.
    In fede
    [OMISSIS]A seguito di questa e altre denunce, la Diocesi decise di allontanare Padre Murphy dalla scuola e per occultare le vere ragioni della sospensione decise di concedergli un “congedo per motivi di salute” specificando che questa doveva essere la motivazione indicata nei documenti pubblici.
    12 Settembre 1974MEMORANDUM
    OGGETTO: Padre Lawrence Murphy
    DA: Padre Robert G. Sampon

    In una conversazione telefonica con padre Murphy Sabato 7 settembre 1974 sono stati definiti i seguenti dettagli:
    Padre Murphy prenderà quello che sarà chiamato “congedo temporaneo per motivi di salute” a partire da metà settembre. Questa sarà la definizione riportata nell’edizione autunnale dell’annuario del Catholic Herald Citizen e nel prossimo manuale pastorale.
    Questo congedo durerà fino alla fine di Novembre. Allo scadere di questo periodo padre Murphy dovrà prendere contatti con l’Arcivescovo per ricevere istruzioni.
    Per quanto riguarda gli aspetti finanziari, ecco gli accordi:
    La St John’s School gli pagherà lo stipendio fino alla fine di settembre.
    Per lo stipendio pieno di Ottobre e Novembre Padre Murphy farà domanda al Fondo ecclesiastico di san Michele. La segreteria dovrà verificare che l’Arcivescovo abbia concesso il congedo temporaneo per motivi di salute.
    La St. John’s School lo manterrà nel progetto Blue Cross/Blue Shield fino alla fine dell’anno 1974, a partire dal prossimo trimestre che avrà inizio il 1 ottobre.
    Il Padre dovrà informare il Fondo di san Michele in mondo che la sua assicurazione non venga trasferita.
    Padre Murphy ha versato i contributi pensionistici per l’anno 1975, per cui non è necessario dedurli dall’assegno del Fondo.
    Concordo nel chiedere che il Catholic Herald continui a inviare le sue copie a Padre Murphy all’indirizzo di Boulder Junction fino a diverso avviso.
    SEGUE INDIRIZZO E NUMERO DI TELEFONO
    Copia di questo memorandum sarà inviata al Fondo ecclesiastico di san Michele, a padre Murphy e all’Arcivescovo.

    PEDOFILIA-VATICANO
    di Sabrina Provenzani – 1° aprile 2010
    – Seconda puntata
    Mentre lo scandalo dei presunti preti pedofili scompare dalle homepage dei quotidiani italiani ma si allarga alla Florida, dove un uomo ha accusato il Vaticano e papa Benedetto XVI di aver mantenuto al proprio posto il prete che lo avrebbe violentato quando era adolescente, dal Wisconsin arriva la notizia della citazione in tribunale del Pontefice in persona.
    William McMurry, uno dei legali delle presunte vittime di padre Murphy, ha infatti chiesto alla Corte Distrettuale di Louisville che Benedetto XVI venga ascoltato come testimone, per rispondere alla domanda che ponevamo nella precedente puntata di questa inchiesta: com’è possibile che Joseph Ratzinger, che dal 1980 al 2005 era a capo della Congregazione della Dottrina della Fede [che valuta le segnalazioni di abusi da parte di preti in tutto il mondo] fosse all’oscuro del caso Murphy?
    Non è possibile, sostiene McMurry, secondo cui il Vaticano avrebbe “scoraggiato la persecuzione legale del clero e incoraggiato il mantenimento del segreto per proteggere la reputazione della Chiesa». Ricordiamo che il Pontefice, in quegli anni, era Giovanni Paolo II.
    Perché gliitaliani possano farsi un’idea indipendente di quanto denunciato dal New York TImes, proseguiamo la pubblicazione, in traduzione, dei documenti del dossier sul caso Murphy.
    Di seguito, la lettera con cui il Reverendo Raphael M.Fliss, stretto collaboratore del Vescovo di Superior, sempre nel Wisconsin, intercede presso la Diocesi di Milwaukee a favore di padre Lawrence Murphy.
    È il 1980: sono passati cioè sei anni dalle denunce che hanno provocato l’allontanamento di Padre Murphy dalla St.John School per sordomuti dove, secondo le sue vittime, dal 1950 al 1974 avrebbe abusato di 200 dei suoi allievi.
    DIOCESI DI SUPERIOR
    1201 HUGHITT AVE
    SUPERIOR, WISCONSIN, 54880
    9 luglio 1980

    Al Reverendo Joseph A. Janicki
    Vicario per il Personale – Arcidiocesi di Milwaukee
    P.O Box 2018
    Milwaukee, WI 53201

    Caro Padre Janicki:
    Padre Lawrence Murphy, dell’Arcidiocesi di Milwaukee, risiede attualmente vicino Boulder Junction, nel Wisconsin. Vive con discrezione, con sua madre. È diventato ottimo amico e collaboratore pastorale [un ruolo che consente a chi lo ricopre di esercitare diversi aspetti del ministero, fra cui la guida pastorale e la formazione di bambini e adolescenti, ndt] di padre Irving C. Meyett della chiesa di sant’Anna a Boulder Junction. Pedre Meyett è anche responsabile delle missioni a Presque Isle a Sayner. So che padre Murphy lo coadiuva in tutti e tre i luoghi.
    Non molto tempo fa, conversando con padre Murphy, è apparso molto chiaro che desidera chiarire la sua posizione e il suo rapporto con l’Arcidiocesi di Milwaukee. Vorrebbe trovare un modo e una destinazione per tornare ad esercitare la sua vocazione da prete e il suo talento nell’apostolato dei sordi. Desidera sopra ogni cosa fare ritorno all’Arcidiocesi di Milwaukee e lì esercitare il suo ministero nella comunità dei sordi adulti. Sarebbe ben felice di prendere in considerazione altre possibilità, qualora fosse necessario.
    In una recente conversazione con l’Arcivescovo Weakland ho avuto l’impressione che, per il momento, non sia consigliabile invitare padre Murphy a tornare a Milwaukee per lavorare con i sordi.
    Mi domando se sia possibile abusare della Vostra cortesia e del vostro ruolo per chiedervi di portare con me la vicenda fino in fondo. Credo che padre Murphy abbia molto da offrire, in particolare nel campo dell’apostolato dei sordi.
    È raggiungibile presso la chiesa di Sant’Anna, P.O. Box 110, Boulder Junction, Wisconsin 54512.
    Confidando che voi continuiate a conservarvi in salute e letizia
    Vostro in Cristo
    [Segue firma]

    Reverendissimo Reverendo Raphael M. Fliss
    Assistente del vescovo di Superior

    Questo documento ci fa capire tre cose:
    1) nonostante le accuse, padre Murphy non era stato sottoposto ad alcun tipo di sanzione, ma aveva potuto tranquillamente, nella più completa discrezione, conservare l’abito talare e addirittura esercitare il proprio ministero in qualità di stretto collaboratore di un altro prete presso una parrocchia e due “missioni”, cioè due centri pastorali dipendenti dalla parrocchia.
    2) il ruolo di collaboratore pastorale consente, fra l’altro, di amministrare i sacramenti e di esercitare un ruolo di guida spirituale e formatore di fedeli di ogni età.  Benché il reverendo Fliss non entri in dettagli, non possiamo escludere che nell’esercizio di queste funzioni Murphy entrasse in contatto con bambini e adolescenti.
    3) La diocesi di Superior, dove Murphy era stato trasferito, non era stata informata da quella di Milwaukee, né da altre autorità ecclesiastiche, della passata “condotta” del prete. Oppure, non la riteneva in contrasto con il suo desiderio di tornare a esercitare l’apostolato fra i sordi.
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. CASO MURPHY, IL RAPPORTO WALKER
    di Sabrina Provenzani – 2 aprile 2010
    – Terza puntata
    È il 12 dicembre 1993. Padre Lawrence Murphy, il sacerdote cattolico accusato di abusi sessuali da alcuni allievi della St John School per non udenti di Milwaukee (e per questo allontanato dall’incarico nel 1974), viene interrogato dalla dottoressa Kathy Walker, specializzata in turbe sessuali.
    A richiedere il parere dell’esperta è l’Arcidiocesi di Milwaukee, retta dal 1977 dall’Arcivescovo Rembert G.Weakland.
    La Walker stila un rapporto inequivocabile circa la pericolosità di Murphy e la possibilità che reiteri gli abusi e invita la Diocesi a prendere provvedimenti per controllarlo e restringerne l’attività pastorale TUTTORA in corso.
    Ecco la sua relazione, tradotta dal dossier disponibile sul sito del New York TImes. Particolarmente significativi sono i paragrafi
    RACCOMANDAZIONI e DISTORSIONI COGNITIVE.

    LM [Lawrence Murphy]

    I. Raccolta delle informazioni
    II. Conclusioni
    III. Raccomandazioni
    IV. Aree tematiche specifiche:

    A. Profilo delle vittime
    B. Comportamento sessuale
    C. Episodi/ contesto
    D. Scenario tipico della condotta sessuale
    E. Distorsioni cognitive
    F. Confessione
    G. Aspetti morali per un prete

    Riassunto (basato su autodichiarazione del cliente)

    Ammissioni/ dinieghi:
    –  dei nomi riferiti, ammette contatti sessuali con 19 ragazzi, nega di averne avuto con altri 10
    –  nega contatti sessuali con chiunque non sia nominato in denunce esterne, e ammette solo quelli di cui è accusato
    –  il numero di contatti sessuali PER BAMBINO varia da 1 a più di 25 (non ne ammette più di 25 ma non nega che sia stato possibile un numero di incontri più alto)
    – periodo di tempo in cui questi contatti con allievi della St John ebbero luogo: fra il 1952 e il 1974

    Il cliente è diventato sessualmente attivo negli anni del seminario (studi liceali) e lo è rimasto fino a due anni prima dell’ordinazione sacerdotale, quando con un compagno decise che era sbagliato avere rapporti sessuali.
    I successivi rapporti furono con i ragazzi della St.John
    C’era un gruppo di ragazzi fra cui il cliente sceglieva regolarmente qualcuno da portare al suo cottage a Boulder Junction per consumare rapporti sessuali:
    [LUNGO OMISSIS]

    Il cliente nega di avere avuto rapporti sessuali con chiunque dopo l’allontanamento dalla St. John e il trasferimento a Boulder Junction, avvenuto il 17 settembre 1974. Nega qualsiasi coinvolgimento con non udenti nella Diocesi di Superior [ dove era stato trasferito]
    Benché di questo manchino le prove, il cliente riferisce di un incontro con l’Arcivescovo Cousins nel 1974, in cui l’Arcivescovo avrebbe ritenuto le accuse di abusi sessuali a carico di Murphy credibili.
    Di conseguenza, il cliente fu esonerato dall’esercitare il ministero con bambini.

    CONCLUSIONI
    – sessualmente orientato verso adolescenti maschi, generalmente in età post-puberale
    – dice di aver tentato approcci sessuali verso tutti i ragazzi della St John che corrispondessero al suo profilo sessuale preferito (vedi), evitando gli altri perché non corrispondevano a tale profilo e perché riteneva che non avrebbero mantenuto il “segreto”
    –  e accuse parlano di abusi del cliente su circa 200 studenti. Questa stima sembrerebbe piuttosto verosimile
    –  è molto probabile che i ragazzi abbiano scambiato le “sessioni di educazione sessuale” con la Confessione, visto che gli stessi temi venivano affrontati negli stessi o in simili luoghi e il ragazzo in entrambi  i casi veniva rimproverato o istruito in termini “pastorali”
    – c’è il sospetto che la confusione fra la Confessione  e l’”educazione” al sesso fosse generata di proposito
    – il cliente sostiene di non aver avuto rapporti sessuali dopo il 1974.
    – Benché ciò sembri corrispondere alla verità, sarebbe necessario fare delle ricerche in tal senso nella Diocesi di Superior. I membri della comunità dei non udenti dovrebbero essere contattati, così come chiunque abbia avuto relazioni dirette con il cliente nel corso del suo ministero pastorale.
    È molto difficile per chiunque interrompere improvvisamente un’attività sessuale molto intensa, a meno che non intervenga un evento traumatico. La scoperta e l’umiliazione pubblica subita nel 1974 potrebbero aver avuto questo effetto. Va anche considerato, tuttavia, che le distorsioni cognitive sono profondamente e diffusamente intrecciate con un’incapacità di gestire la vergogna connessa agli eventi. Questo cliente sembra non avere coscienza della gravità del danno provocato.
    – Non è un sadomasochista. Utilizzava le punizioni o i maltrattamenti per controllare i ragazzi, non per trarne piacere sessuale
    – Non è possibile accertare se il cliente abbia continuato ad avere rapporti sessuali con le ex vittime quando si reca nell’area di Milwaukee. Il cliente sostiene che non ve ne sono stati

    RACCOMANDAZIONI
    1. è necessario fare indagini nella Diocesi di Superior:
    A. la comunità dei non udenti va identificata e bisogna rispondere alla domanda se il cliente abbia avuto successivi contatti con qualcuno dei non udenti a Superior
    B. il ministero pastorale del cliente dovrebbe essere sottoposto a revisione, e bisognerebbe ottenere informazioni oggettive e di prima mano
    2. il cliente ha bisogno di una terapia specifica per violentatori ma non è un buon candidato per sottoporvisi ed è improbabile che collabori.
    3. il cliente ha bisogno di una guida spirituale/pastorale che lo sostenga come essere umano ma lo aiuti a fare i conti con la violazione dei doveri del suo ministero (ha scelto come preda un gruppo svantaggiato e, fra loro, i più vulnerabili, per approfittare di loro grazie al proprio ruolo)
    4. fornire ndicazioni sull’opportunità che il cliente continui a esercitare il ministero pastorale va al di là del mio ruolo. Posso però sottolineare alcuni rischi:
    I. Il cliente potrebbe venire sottoposto a esposizione pubblica, in tribunale o sotto i riflettori mediatici, a causa del suo passato. In quel caso, l’opportunità del fatto che sia ancora in carica verrebbe contestata pubblicamente
    II. Nel caso in cui il cliente dovesse avere contatti sessuali con un minore o un adulto vulnerabile successivamente a questa relazione medica e dovesse continuare a esercitare il ministero pastorale e se la vittima dovesse essere procacciata tramite l’attività pastorale, l’Arcidiocesi o Diocesi potrebbe esserne ritenuta legalmente responsabile.

    PROFILO DELLE VITTIME
    Profilo della vittima tipica: età 15-22 anni: in un caso 11 anni.
    Razza caucasica, altezza media 1.77, corporatura media, non sovrappeso; capelli neri, occasionalmente biondi; bisognosa di attenzione e affetto; leale; in adorazione di Lawrence Murphy; rispettoso; abilità sociali molto limitate; sessualmente ignorante.
    Ha genitori poco disponibili o distanti, del tutto disinteressati al figlio
    – scarse capacità comunicative scritte
    – si tratta tipicamente di bambini che avevano commesso qualche violazione e dovevano essere puniti
    – padre della vittima non è mai un seminarista (meno sottomesso a preti o sacerdozio)

    COMPORTAMENTI SESSUALI
    Tipologia di comportamenti sessuali messi in atto dal cliente:
    –  masturbazione manuale del bambino, di solito fino al raggiungimento dell’orgasmo/eiaculazione
    – auto masturbazione fino al raggiungimento dell’orgasmo/eiaculazione, sia contemporaneamente al bambino o successivamente al contatto sessuale
    –  non permette al bambino di masturbarlo
    –  voyeurismo: si metteva in situazioni tali da guardare atti sessuali fra i ragazzi
    –  nega l’accusa di aver colpito i bambini sul pene con una cintura ma ammette di averla usata per punirli

    EPISODI/ LUOGHI
    –  la stanza dei supervisori o il dormitorio a St John
    –  il letto del cliente a casa di sua madre a Boulder Junction
    –  visite scolastiche a NYCity a Washington, D.C (in stanza d’albergo)

    SCENARIO TIPICO DEL CONTATTO SESSUALE
    1. quando i ragazzi (durante il sacramento della Confessione) confessavano di aver avuto rapporti con un altro ragazzo, il cliente gli chiedeva di fare i nomi (la scusa per questo era che, nel caso fra loro ci fosse stata una ragazza, “la questione sarebbe stata più grave per il rischio di gravidanze)
    2. il cliente identificava questi ragazzi durante il giro serale nel dormitorio. Se trovava qualcuno di loro impegnato in qualche contatto sessuale gli ordinava di seguirlo nella stanza del supervisore
    3. una volta raggiunto l’ufficio, impartiva loro “lezioni di sesso”, per esempio sui genitali e sul loro funzionamento e contemporaneamente stimolava sessualmente il bambino. Se il bambino si eccitava, lo masturbava fino all’eiaculazione e, in qualche caso, si masturbava contemporaneamente – o subito dopo.
    Se il bambino non lo respingeva, il cliente interpretava questa mancata resistenza come un segno di assenso, collaborazione e interesse. Se il bambino non opponeva resistenza, il cliente avvicinava il bambino nel suo letto, più o meno una volta alla settimana, masturbandolo fino all’eiaculazione – il bambino restava nel suo letto. Di solito il cliente si masturbava contemporaneamente o poco dopo. Questo tipo di abusi si verificava un numero indefinito di volte, generalmente fino al diploma. Quindi da quando il bambino era minorenne fino all’età adulta….
    [continua con analoghe descrizioni in luoghi diversi]

    DISTORSIONI COGNITIVE
    Ecco alcune delle distorsioni tipiche di Murphy:
    “Per loro era educazione sessuale. Erano molto confusi sul sesso”
    “Fra i ragazzi più grandi c’era un’omosessualità aggressiva. Io ho risolto il problema”
    “Non ho mai fatto uso di violenza”
    “Sono stato stupido. Non ero adeguatamente preparato”
    “Ho pensato che se avessi giocato con i ragazzi una volta alla settimana li avrei fatti sfogare e non avrebbero fatto sesso fra loro”
    “Potevo capire che gli piaceva dal fatto che non mi respingevano. Quindi gli piaceva”
    “I miei accusatori sono disonesti, cattivi e manipolatori: quindi le loro minacce non dovrebbero essere prese sul serio”

    QUESTIONI MORALI CONNESSE AL SACERDOZIO
    “Sono un prete debole. Subito dopo pregavo e mi confessavo”
    “Loro mi hanno perdonato e io ho perdonato loro”
    “Ero convinto, in questo modo di assumere su di me, il fardello dei loro peccati”
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. RATZINGER SAPEVA
    di Sabrina Provenzani – 7 aprile 2010
    – Quarta puntata
    Gli ultimi giorni hanno visto, da un lato, il dilagare dello scandalo dei preti pedofili in tutto il mondo; dall’altro l’arroccamento dei vertici della Chiesa a difesa di Benedetto XVI.
    Durante la Messa di Pasqua, non una parola è stata spesa per il dolore delle vittime dei sacerdoti pedofili. La linea ufficiale è stata sintetizzata dalle parole del Decano dei Cardinali Angelo Sodano, secondo il quale la Chiesa sarebbe il bersaglio di una campagna mediatica e le accuse al Papa solo “chiacchiericcio”.
    Purtroppo per le gerarchie ecclesiastiche, questo chiacchiericcio in molti casi è ben documentato.
    Ad esempio nel dossier su padre Murphy, pubblicato online dal New York Times, che traduciamo per gliitaliani che su quella vicenda di abusi e omissioni vogliano farsi un’opinione indipendente.
    Il 1996 è un anno cruciale per il caso Murphy. Dal 1974, il sacerdote ed ex direttore della St John’s School per sordomuti di Milwaukee, accusato di aver abusato di circa 200 suoi allievi nell’arco di 22 anni, è stato trasferito nella Diocesi di Superior, sempre nel Wisconsin, dove ha continuato ad esercitare il suo ministero sacerdotale come assistente del parroco di Saint Anne e ha potuto avere contatti con altri minori.
    Ma il 17 luglio 1996 l’Arcivescovo di Milwaukee, Rembert G. Weakland, scrive al Prefetto per la Sacra Congregazione della Fede Joseph Ratzinger per informarlo dei fatti e chiedergli come procedere, dato che, secondo il diritto canonico, la vicenda rientra nella giurisdizione della Congregazione.
    Nonostante la sua richiesta di consigli sia dettagliata, la gravità dei fatti acclarata e la competenza del Prefetto evidente, Weakland non riceverà mai alcuna risposta da Ratzinger.

    Ecco la prima lettera dell’Arcivescovo di Milwaukee a Ratzinger:
    A Sua Eminenza il Cardinale Joseph Ratzinger
    Prefetto della Sacra Congregazione della Fede
    00120 Stato della Città del Vaticano
    EuropaSua Eminenza,
    Le scrivo per informarLa di due casi in cui due sacerdoti di questa Arcidiocesi sono stati accusati di aver molestato un penitente così da incorrere in peccato contro il sesto comandamento [non commettere adulterio], articolo 1387 codice diritto canonico. I casi non hanno alcuna relazione fra loro e sono avvenuti in periodi molto diversi, ma sono venuti alla luce sono di recente. Ora chiedo il Suo consiglio circa le procedure da seguire.
    Poco prima di iniziare il mio anno sabbatico il 1 gennaio 1996, avevo incaricato il mio vice segretario, il reverendo James E. Connell, Dottore in Diritto Canonico, di verificare le accuse contro i due preti. Al mio ritorno, il primo luglio, padre Connell mi informa che in entrambi i casi ci sono delle testimonianze giurate che confermano le accuse. Padre Connell ritiene che tali testimonianze siano state fornite alla Chiesa in buona fede e che dovrebbero essere prese sul serio, e io concordo.
    Il primo caso riguarda il reverendo Lawrence Murphy, il cui unico incarico è stato quello di Cappellano e pii Direttore alla St John School per non udenti a Milwaukee dal 1950 al 1974.
    Secondo la testimonianza giurata della persona che ha accusato Padre Murphy di aver approfittato del confessionale per commettere azioni peccaminose contro il sesto comandamento del Decalogo, molti altri studenti sono stati vittime di Padre Murphy nello stesso modo, e ora siamo nella fase di raccolta di altre accuse simili da altre persone. Benché accuse contro padre Murphy fossero state presentate al mio predecessore e siano sfociate in un processo civile poi archiviato, è la prima volta che sento degli abusi in confessionale. Ho notato che la comunità dei non-udenti tende a tenere per sé i suoi problemi e le ragioni di imbarazzo e questo potrebbe spiegare la riluttanza di queste vittime a rendere note queste accuse prima.
    Padre Murphy è stato ordinato sacerdote nel maggio del 1950, fu trasferito per motivi di salute nel settembre 1974 e non ha mai vissuto nell’Arcidiocesi di Milwaukee da quando io ne sono diventato Arcivescovo. Poco dopo aver assunto il mio incarico ho saputo che il suo allontanamento era dovuto a questioni sessuali, me solo meno di un anno fa ho scoperto che del caso potevano far pare le molestie in confessionale. È stato allora che ho ordinato a padre Connell di procedere con un’inchiesta. La mia preoccupazione ora non riguarda semplicemente la necessità di fare giustizia; quello che mi preme è dare una risposta, da parte della Chiesa, che sani le ferite della Comunità dei non-udenti nell’Arcidiocesi, in modo da arginare la loro rabbia e far sì che ritrovino la fiducia nei ministeri ecclesiastici.*Un prete che nel corso, in occasione o con il pretesto della confessione solleciti un penitente a peccare contro il sesto comandamento del Decalogo deve essere punito, a secondo della gravità del delitto, con la sospensione, divieti, privazioni o in casi più gravi con la remissione dell’abito talare.
    Riassumendo: Weakland, che è Arcivescovo di Milwaukee dal 1977, ha saputo quasi subito dopo aver assunto il suo incarico che Murphy era stato accusato di molestie sessuali, ma non ha ritenuto di dover procedere con un’inchiesta finché non ha avuto il dubbio che le molestie fossero avvenute in confessionale.
    Un volta verificato con i suoi canonisti che le accuse sono serie, le rimanda a Ratzinger, che è il prelato a capo dell’Istituzione ecclesiastica che decide se e in quali circostanze avviare il processo, anche nei casi in cui siano trascorsi molti anni dagli abusi contestati e quindi ci sia la possibilità che i fatti siano prescritti.
    In attesa di risposta, il 15 ottobre Weakland avvia il processo penale ecclesiastico formale nei confronti di padre Murphy.
    Il 22 novembre il pubblico ministero ecclesiastico reverendo Reifenberg redige un LIBELLO, cioè un atto formale di accusa, in cui si elencano i delitti di cui il sacerdote è accusato e di cui vengono allegate le prove:
    Richiesta di favori sessuali in confessionale
    Violazione almeno indiretta del segreto confessionale tramite l’utilizzo di nomi e informazioni su peccati di natura sessuale, ottenuti da un penitente con lo scopo di condizionare e manipolare con aggressività il comportamento di altri penitenti, presumibilmente per la propria gratificazione e appagamento sessuale, e
    Aggressione e molestie sessuali di studenti maschi sotto i 16 anni.
    Come punizione per questi delitti,  Reifenberg chiede al giudice del tribunale ecclesiastico che padre Murphy venga privato dell’abito talare.
    La giuria viene designata il 1 dicembre dello stesso anno. Il 10 dicembre l’inizio del processo a suo carico viene comunicato a padre Murphy, che ha 15 giorni di tempo per replicare alle accuse e nominare un avvocato difensore fra quelli indicati dalla Diocesi.
    E arriva il 1997.
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. QUINTA PUNTATA DEL DOSSIER MURPHY
    di Sabrina Provenzani – 13 aprile 2010
    Lo scandalo dei preti pedofili sembra ampliarsi in modo inarrestabile, come se l’emergere delle prime denunce avessero fatto saltare una”congiura del silenzio”. Le vittime si fanno coraggio e decidono di parlare: sotto questa pressione – che sarebbe corretto definire morale, invece che bollarla con sprezzo come “mediatica” – sembrano cedere alcuni dei responsabili, che ammettono colpe lontane, nascoste per troppo tempo.
    Dimentichiamo troppo spesso quanto quella che indichiamo come Chiesa cattolica sia una realtà plurale, fatta di persone, contraddizioni, milioni di fedeli spesso critici e tormentati.
    Di tutto questo e dell’impatto della rivelazione di questi abusi al mondo cattolico non ci viene detto abbastanza. Quella che conosciamo, perché rappresentata in comunicati e dichiarazioni ufficiali, è la posizione del Vaticano: il vertice spirituale, il cuore del potere e la mente della Chiesa -istituzione.
    E non solo i laici, ma anche molti credenti restano esterrefatti per la linea ufficiale: non difensiva e tanto meno umile, ma offensiva, aggressiva, tutta arroccata in difesa di Benedetto XVI. La ragione? Il sospetto che l’attacco a Ratzinger sia stato orchestrato secondo una regia e un tempistica troppo efficaci per essere casuali. Alcuni commentatori accusano la lobby ebraica, che agirebbe dietro il New York Times e armerebbe le presunte vittime per portare la Chiesa statunitense a una mole di risarcimenti tale da finire in bancarotta. Altri scrivono di divisioni fratricide dentro la Chiesa stessa, con una fronda verso la gestione Ratzinger tanto forte da essere pronta ad alzare l’asticella al massimo pur di “liberarsene”.
    Legittimi sospetti.
    Intanto, noi completiamo la traduzione del dossier del New York Times sugli abusi di padre Lawrence Murphy ai danni di circa 200 bambini sordomuti a lui affidati presso la St John’s School per non udenti di Milwaukee, dal 1952 al 1974.
    È, finora, la documentazione più completa mai pubblicata su abusi e “omissioni” vaticane; e, come abbiamo già visto, chiama direttamente in causa Joseph Ratzinger, a quei tempi Capo della Congregazione per la Dottrina della Fede.
    Come chiarito nella puntata precedente della nostra inchiesta, nel 1996 l’Arcivescovo di Milwaukee Rembart Weakland scrive direttamente a Ratzinger chiedendogli come procedere nel caso Murphy. Non ricevendo risposta, istruisce un processo canonico e ne informa il sacerdote.
    Ma il 24 febbraio dell’anno successivo la difesa di Murphy solleva un’obiezione giuridica: nel suo caso si dovrebbero applicare le norme canoniche del 1962, non la Legge Canonica del 1983. In sintesi, i reati sarebbero prescritti, a meno che da Roma non arrivi una rinuncia all’applicazione della prescrizione.
    Per procedere, dunque, si fa urgente un pronunciamento chiaro da Roma.
    Il 10 marzo Weakland riprova. Stavolta scrive al Cardinal Gilberto Agustoni, Prefetto del Tribunale Supremo della Signatura Apostolica, (cioè il supremo tribunale della Santa sede) per chiedere una consulenza canonica sul caso Murphy: quali sono i termini perentori in caso di processi contro membri del clero? E cioè: il caso Murphy può considerarsi prescritto?

    Ecco i passaggi più significativi della lettera che:
    Ho scritto a Sua Eminenza, il Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Chiesa, nel luglio del 1996, quando sono venuto a conoscenza dei dettagli della situazione. Speravo che, considerata la condizione dei penitenti, il tempo trascorso dagli eventi e il fatto che la vicenda sembrerebbe ricadere sotto la giurisdizione della Congregazione, (codice di diritto canonico 1362,§1, 1°), forse Sua Eminenza avrebbe garantito norme speciali per un processo penale in questo caso. Finora, tuttavia, non ho ricevuto alcuna risposta.
    Weakland sottolinea come le denunce siano state rese più difficili dalle condizioni fisiche e psicologiche delle vittime. In sostanza, sembra sollecitare il Vaticano a  procedere in ogni caso contro Murphy, per il Bene della Chiesa, perché la giustizia faccia il suo corso e per paura di uno scandalo pubblico.
    Una copia della lettera viene inviata anche all’ufficio di Ratzinger tramite il nunzio apostolico a Washington.
    Stavolta Weakland riceve una risposta chiara, datata il 9 aprile, proprio dal Cardinal Agustoni,:

    Eccellenza,
    Lei ha inoltrato la Sua richiesta a noi perché la Congregazione per la Dottrina della Fede non ha risposto alla Sua lettera del 17 luglio 1996 e nel frattempo tre degli accusatori del sacerdote hanno minacciato di fare causa civile.
    Questo Supremo Tribunale, pur riconoscendo la gravità e l’urgenza della questione descritta, non è competente a trattarla. Per questo, rinviamo la Sua lettera, con i documenti allegati, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che resta l’organo competente a trattare il caso.
    Insomma, l’imprimatur per procedere con il processo canonico a padre Murphy deve venire da Ratzinger e da nessun altro.
    E l’autorizzazione arriva. In una una lettera del 12 maggio, firmata dal responsabile giuridico dell’Arcidiocesi di Milwaukee, il Reverendo Thomas Brundage,, che presiede il Tribunale canonico dell’Arcidiocesi, vi si fa esplicito riferimento:
    Da pochissimo abbiamo ricevuto il permesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma di procedere nei tribunali canonici nonostante i limiti di prescrizione siano stati superati.
    In effetti, in una comunicazione ufficiale del 27 marzo, il cardinale Tarcisio Bertone, vice di Ratzinger, risponde brevemente a Weakland autorizzandolo a procedere secondo quanto indicato nell’allegata “Instructio de modo procedendi in causis sollicitationis”, cioè come procedere in caso di molestie, sulla base delle norme canoniche del 1962.
    L’indagine preliminare di Brundage è molto approfondita e porta a conclusioni inequivocabili:
    gli abusi si sono verificati su almeno 100 bambini; sono avvenuti nell’ambito della Confessione; molti dei non udenti non vogliono che padre Murphy eserciti ancora il ministero pastorale; solo una delle vittime ha chiesto un risarcimento economico; tutte sono d’accordo sul fatto che Murphy debba essere ridotto allo stato laicale.
    Nei suoi appunti, Brundage scrive tra l’altro:
    abbiamo avuto il permesso dalla C.D.F. di procedere con il processo penale. Dovremo seguire le norme segrete del 1962 (?)
    Proprio così, sottolineato e con un punto interrogativo. Non è chiaro il motivo del punto interrogativo, ma è chiaro il riferimento alle norme segrete:nel 1962, con la lettera Crimen solicitationis, la Congregazione per la Dottrina della Fede (allora retta non da Ratzinger, che ne divenne Prefetto nel 1981, ma dal cardinale Ottaviani) forniva a Patriarchi, Arcivescovi, Arcivescovi e autorità ecclesiastiche locali istruzioni su come procedere in caso di abusi o molestie sessuali da parte di religiosi, e dava indicazioni sull’applicazione del Codice di diritto canonico.
    In particolare, nella Sezione 11, la Crimen Solicitationis impone ai religiosi la massima segretezza su episodi di molestie o abusi sessuali, prima, durante e dopo il processo e il verdetto. Chiunque sia al corrente dei fatti è obbligato a non parlarne mai, pena la scomunica immediata.

    La Crimen Solicitationis è rimasta in vigore fino al 2001, quando Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Fede da 20 anni, l’ha aggiornata con il documento De delictis gravioribus.
    Insomma, nessuno, all’esterno, dovrà mai saperne nulla ma le prove contro Murphy sono schiaccianti e il processo si può fare anche se, per competenza territoriale, passa alla Diocesi di Superior.
    Si può fare? Il 12 gennaio 1998 padre Lawrence Murphy si appella direttamente a Joseph Ratzinger con queste motivazioni:
    Chiedo che la Congregazione per la Dottrina della Fede dichiari non valido l’atto di citazione della Diocesi di Superior. Sono accusato di fatti risalenti a più di 25 anni fa. Ciò contravviene alle norme canoniche del 1962 che stabiliscono che un’azione legale vada avviata entro un mese dalle presunte molestie.
    Ho 72 anni, Sua Eminenza, e sono molto malato. Ho avuto di recente un altro infarto che mi ha lasciato molto indebolito. […] Mi sono pentito di tutte le mie passate trasgressioni e ho vissuto senza problemi nel Winsconsin del Nord per 24 anni. Voglio soltanto trascorrere il tempo che mi rimane nella dignità del sacerdozio. Le chiedo aiuto per questo.
    La risposta arriva il 6 aprile. È una lettera confidenziale su carta intestata della Congregazione per la Dottrina della Fede ancora a firma di Tarcisio Bertone, indirizzata non a Murphy ma a Raphael Fliss, Arcivescovo della Diocesi di Superior. Lo invita a tenere in attenta considerazione le misure pastorali da applicare per ottenere “la riparazione dello scandalo e la riaffermazione della giustizia, come indicato nell’art 1341”.
    Di che si tratta? Riduzione allo stato laicale? Richiesta pubblica di scuse alle vittime? Niente di tutto questo. L’articolo 1341 prescrive: “Un vescovo ordinario deve preoccuparsi di avviare un procedimento giudiziario o amministrativo e emettere sentenze solo dopo essersi accertato che la correzione fraterna o il rimprovero o altri mezzi di sollecitudine pastorale non possono porre sufficiente rimedio allo scandalo, riaffermare la giustizia o correggere il molestatore”.
    Il 13 maggio Fliss risponde così a Bertone:

    Eccellenza,
    dopo aver attentamente considerato la Sua richiesta di applicare le misure pastorali previste dall’art 1341, è mio giudizio che tutti i ragionevoli metodi pastorali siano stati esauriti.
    Sono giunto alla conclusione che lo scandalo non possa essere riparato né la giustizia sufficientemente riaffermata senza un processo contro
    Padre Murphy.

    E aggiunge
    Lo scandalo e il senso di ingiustizia che pervade la Comunità dei non udenti sono di tale entità da richiedere un’attenta amministrazione delle giustizia in questa davvero tragica situazione.
    Eppure nemmeno questo basta a far partire il processo.

    Segue nella sesta e ultima puntata.
    Tratto da: gliitaliani.it

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    Il 7% dei preti è pedofilo
    Non si tratta di casi limite ed isolati
    di Fausto Marinetti

    Lettera a Santoro dopo la trasmissione sul documentario della BBC relativo ai preti pedofili.
    Gent.mo Santoro, complimenti per il coraggio di mettere a confronto le vittime con coloro che, in qualche misura, o con il silenzio, o con l’omertà, o con la collaborazione attiva o passiva, hanno fatto sì che fossero “prodotte”. Alcune osservazioni:

    I casi evidenziati dalla BBC e dalle vittime in sala, rischiano di avallare la tesi, che si tratta di “alcuni” preti maniaci sessuali e potrebbe far pensare: “Bè, in fondo sono eccezioni, casi limite, le mele marce ci sono dappertutto, ecc.”. E’ questo che non si può tollerare, perché sulle idee si può discutere, sui numeri no: solo negli USA più di 5.000 preti pedofili con 11.000 vittime (sarebbe stato efficace un pannello con le cifre a livello mondiale). Questo è solo ciò che è venuto alla luce nei tribunali, ma quello che è rimasto nascosto nelle sacrestie e negli archivi segreti delle curie sarebbe, a detta degli esperti, dieci volte tanto.
    La gravità dei documenti ufficiali (Crimen sollicitationis (1962), Codice di diritto canonico (1983), De delictis gravioribus (2001),) consiste nell’attribuirsi la “competenza” di giudicare crimini da codice penale, come se si trattasse di “peccatucci” dei quali basta pentirsi, qualche preghiera o una “pena canonica” (trasferimento, sospensione dal ministero, riduzione allo stato laicale, scomunica). Il delitto va trattato da delitto (l’unica competente è la società civile), non da peccato (riguarda la coscienza personale). Per giustizia il male fatto va riparato, risarcito. E perché ci si crede autorizzati a giudicare in foro interno un delitto pubblico? Perché la chiesa si ritiene “società perfetta, autonoma, indipendente” dallo Stato. I suoi funzionari non sono cittadini come gli altri, ma “persone sacre”, sul piedistallo di Dio, tanto da “agire in persona Christi” (al posto di Cristo), perché si fa credere al prete di essere “ontologicamente configurato a Cristo” (=Cristo stesso).

    Fisichella ha un bel dire che tutto è in ordine, che la Chiesa difende i bambini. Negli USA le cose sono venute alla luce non per merito della gerarchia, ma dei LAICI, che sono usciti dalla condizione di eterni minorenni e si sono riappropriati della loro dignità umano-cristiana, che consiste nella corresponsabilità, condivisione, compartecipazione di tutto ciò che riguarda “il popolo di Dio”. E queste organizzazioni (SNAP, Voice of the faithfull, Call to action, Noi siamo Chiesa, ecc.) vengono ancora ostacolate, quando non perseguite e condannate.

    Peccato non si sia accennato al reclutamento dei minorenni, già messo fuori legge dalla Carta dell’ONU (1989). Nei paesi impoveriti le vocazioni (“bocazioni”) dei minori sovrabbondano perché in seminario si mangia, ma viene impartita una diseducazione, perché l’ambiente di soli maschi è contro natura; perché l’assenza della donna (l’altra metà dell’uomo) produce persone immature, frustrate, incompiute. Non solo, ma viene inculcata la salvezza dell’anima a scapito del corpo, che la donna è il diavolo, l’Eva tentatrice, da cui rifuggire. L’unica donna ammessa è “la Vergine Maria”, che induce il ragazzo alla visione della donna-angelo, smaterializzata, ridotta ad un fantasma, ragione per cui non riuscirà più a relazionarsi normalmente con la donna reale. Un trauma che lo segna per sempre. Non ha senso giustificare tutto, lavandosene le mani: “quei preti delinquenti non avrebbero dovuto essere preti”, perché si continua a impartire un’educazione” che giunge a menomare e deformare la persona umana. E’ tutto per caso o c’è qualcosa a monte che non va? Non per nulla i preti sposati nel mondo sono 100-150.000, uno su cinque. In Italia sono 10.000 e le suore il triplo. E chi ha quantificato preti e vescovi alcolizzati, con l’amante, con il compagno, in cura psichiatrica, con figli non riconosciuti? E’ la paura della verità, che fa occultare le cifre? (Secondo la ricerca statistica di Rodríguez Pepe, il 95% dei preti si masturba, 60% ha relazioni sessuali, 20% è omosessuale, 7% abusa di minorenni. Da un campione si ricava che: il 53% ha relazioni sessuali con adulte, 21% con adulti, 14% con minori maschi e il 12% con minori femmine ( La vida sexual del clero, Barcelona, 1995).

    Bisogna mettere a nudo le radici del male: la visione pagana della sessualità (ereditata dagli gnostici, manichei, ecc.); ossessione del “de sesto”, patriarcalismo, misoginia, dispotismo, oscurantismo, angelismo. Come se Dio dovesse vergognarsi di averci fatto di anima e corpo, maschi e femmine. Non ha detto all’inizio, che era “tutto molto buono”, compresa la donna e il piacere sessuale?

    Non si può tralasciare, che i vescovi, i quali hanno coperto i loro preti (uno di loro dice: “Come faccio a denunciare un figlio?”), li hanno trasferiti da una parrocchia all’altra, nascosto o fatto emigrare all’estero, sono ancora sul trono del loro insindacabile potere. Come quello di Agrigento, di Firenze, ecc. Oppure godono della extra-territorialità, cittadini del Vaticano, come il card. Bernard Law.
    E così che la Chiesa difende i “piccoli”?

    Cordialmente,
    Fausto Marinetti

  • Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Il teologo Hans Küng in un suo recente intervento sul quotidiano la Repubblica ha accusato esplicitamente papa Ratzinger di avere imposto il silenzio sul dilagare della pedofilia nel clero cattolico e ha citato a questo proposito un ben preciso documento firmato nel 2001 dal pontefice. E’ lo stesso documento che in Germania ha fatto pubblicamente infuriare il ministro degli Interni. Hans Küng ha specificato che sui casi di pedofilia Ratzinger ha imposto il “segreto pontificio”, che però nessuno sa cosa sia. Eppure sia l’intero testo del documento firmato dall’attuale papa e sia il testo della definizione vaticana di cosa sia il segreto pontificio sono stampati e ben commentati nell’appendice del libro “Emanuela Orlandi – La Verità: dai Lupi Grigi alla banda della Magliana”, edito nel 2008 da Baldini-Castoldi-Dalai e scritto dal giornalista Pino Nicotri. Il quale per giunta ne aveva già ampiamente parlato nel suo blog www.pinonicotri.it e prima ancora sul blog che aveva sul sito del settimanale L’espresso. Stranamente però i mass media hanno continuato a far finta di niente nonostante la frequente riproposizione dei due documenti sul blog di Nicotri man mano che esplodeva il nuovo scandalo della pedofilia nel clero in Irlanda e in Germania, e nonostante le molte interviste date a radio e tv non solo private.
    Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo quindi l’intera appendice del suo libro dedicata appunto alle responsabilità di papa Ratzinger in questo brutto argomento e al cosa sia esattamente il misterioso “segreto pontificio”.

    IL MURO DEL “SEGRETO PONTIFICIO”: SILENZIO OBBLIGATORIO SUI RELIGIOSI PEDOFILI E/O ADESCATORI IN CONFESSIONALE 

    di Pino Nicotri

    Il silenzio e l’omertà della Segreteria di Stato del Vaticano possono sorprendere, ma se ne comprende meglio l’origine e il motivo se si è a conoscenza del fatto che in tutto il mondo i religiosi di professione hanno l’obbligo del “segreto pontificio” per tutto ciò che riguarda gli atti sessuali con maggiorenni adescati durante il sacramento della confessione o ai danni di minori comunque adescati e abusati. Si tratta di un ordine aggiornato nel 2001 per volontà proprio di Wojtyla e a firma degli allora monsignori Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone. Nel caso Emanuela sia stata vittima di abusi sessuali, l’obbligo di preti, sacerdoti, monaci e monache dentro e fuori il Vaticano era tenere la bocca cucita, quali che fossero le conseguenze degli ipotetici abusi. Vediamo meglio questa scivolosa faccenda raccontando qualche caso realmente accaduto e vedendo come lo stesso confessionale oggi diffuso in tutte le chiese è nato proprio per tentare di arginare gli abusi sessuali dei religiosi, da sempre fin troppo in voga.

    Al tempo del caso Orlandi il segretario dell’anticamera del papa era una persona molto particolare: il già allora noto pedofilo monsignor Julius Paetz, polacco come Wojtyla. Dopo qualche tempo è stato promosso arcivescovo di Poznan e in tale veste spedito in Polonia. Nonostante l’accumularsi di denunce – almeno 14 – per abusi sessuali ai danni di giovani seminaristi, il pedofilo Paetz stava per essere elevato, sempre da Wojtyla, alla prestigiosa carica di primate della Polonia quando il governo polacco ha deciso di rompere gli indugi ed uscire allo scoperto per evitare l’insulto e l’infamia di una tale promozione. Minacciando pubblicamente di cacciare l’arcivescovo dal Paese, Varsavia il 28 marzo 2002 riusciva a ottenerne le dimissioni. Insomma Paetz, accolto di nuovo in Vaticano e questa volta come un perseguitato – nella cattolicissima Polonia! – e un eroe era un accanito pedofilo. Così come Emanuela Orlandi era una bella minorenne. Essendo lei di sesso femminile, non è detto che Paetz volesse aggiungerla al suo carnet, ma alla luce dei molti scandali di sacerdoti stupratori di minorenni di entrambi i sessi non è una ipotesi da escludere a priori. Per esempio, la settimana della Pasqua del 2006 è esploso in Italia lo scandalo di un parroco fiorentino, don Lelio Cantini, che per l’appunto collezionava da decenni violenze sessuali ai danni di bambini e bambine.

    Una ventina di vittime di Cantini, ormai adulte, si sono rivolte con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia locale esposti e memoriali sulle violenze sessuali subite quando erano bambini dal sacerdote titolare della parrocchia Regina della Pace. A furia di insistere, hanno ottenuto qualche incontro prima con l’arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con il suo successore arcivescovo Ennio Antonelli oltre che nel frattempo con l’ausiliare Claudio Maniago. Tutto quello che sono riusciti però a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi a far data dal settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti. Il trasferimento è stato motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che il parroco pluristupratore di lungo corso venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.

    Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le venti vittime che avevano iniziato a protestare. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova missiva, nella quale a proposito dell’ex parroco parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane”. I dieci lamentano anche come a quasi due anni dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi della curia resi edotti della vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.

    Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, all’epoca numero uno della Conferenza Episcopale Italiana, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”. Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime. Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi nei loro territori, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processano pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.

    Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la Santa (!) Inquisizione e poi il Sant’Uffizio, non solo imponeva il segreto su questi poco commendevoli argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori. Compresi quello di accreditare senza motivo alcuno il “rapimento” di Emanuela Orlandi.

    Da notare che per quell’ordine scritto, diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa sia dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari con una marea di risarcimenti) che di quelli pedofili in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare un folto gruppo di preti dalle loro vittime, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.

    A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
    Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
    Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
    I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
    – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
    2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
    3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
    4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
    – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
    2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
    3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
    – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
    Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
    Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
    Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
    Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
    Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
    Joseph card. Ratzinger, prefetto.
    Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla magistratura civile e penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro. E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina. A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Tutto qui! Di denuncia alla magistratura, neppure l’ombra, e del resto il “segreto pontificio” non lascia scampo. Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni – e di 17 le più “vecchie” – senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina…. Da far felice qualunque pedofilo incallito! Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, il cardinale invita le pecorelle struprate a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

    Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano. E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del cardinale con “stupore e dolore”, hanno deciso di non fermarsi. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. I preti schierati dalla loro parte chiedono al papa – nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! – “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”. Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia “privato dello stato clericale” anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la magistratura dello Stato italiano. I panni sporchi si lavano in famiglia… Che è il modo migliore di continuare a non lavarli. Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi.

    Poiché però ai fedeli pesa sempre molto “creare scandalo alla Chiesa”, scusa con la quale si è sempre evitato che certe cose si venissero a sapere, i fiorentini che si sono rivolti al papa e al Segretario di Stato non hanno avuto la forza di non accontentarsi del silenzio d’Oltretevere e di rivolgersi quindi alla magistratura. E’ così che Ratzinger in visita negli Stati Uniti e in Australia, due enormi Paesi scossi da centinaia di casi anche giudiziari di pedofilia dei religiosi, ha incredibilmente potuto ergersi a paladino delle denunce anche penali. Le belle parole non costano niente, tanto poi tutto procede come prima, specie in Italia e in Vaticano.

    Chi difende a spada tratta Ratzinger e Bertone per il documento del 2001, arrivando a sostenere che esso semmai facilitava la giusta punizione per i preti pedofili, mente o sapendo di mentire o per eccesso di ignoranza. Già è molto grave che in quel documento la pedofilia sia definita “peccato contro la morale” anziché contro la persona. Forse che i bambini e le bambine non sono persone? Dei quali abusare senza troppi problemi, vedasi anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo condannato dal papa a “fare penitenza” anziché essere privato dell’abito talare e spedito in galera. In quel documento è stato anche ordinato di elevare da 16 a 18 anni la definizione di età minore e a 10 anni il periodo necessario per la decorrenza termini per l’eventuale processo davanti al tribunale religioso (religioso, non civile, cioè non statale, non con magistrati ordinari). Possono parere due buone misure, moralizzatrici: ma l’unico risultato è quello di sottrarre i colpevoli alla denuncia alla magistratura ordinaria per almeno 10 anni filati e di dare loro la possibilità di spassarsela anche con ragazzi tra i 16 e i 18 anni senza finire automaticamente nei guai. Saranno anche state buone le intenzioni di quelle due estensioni, ma come si sa – e in Vaticano dovrebbero saperlo meglio di tutti – di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. E infatti dover mantenere il segreto pontificio per almeno 10 anni sui “peccati” di pedofilia – che non sono considerati reati! – ha una ben precisa conseguenza: dopo 10 anni il reato di pedofilia si estingue in quasi tutti i Paesi del mondo.

    Per evitare dubbi e minimalismi, ho recuperato dagli archivi vaticani la definizione di cosa sia il “segreto pontificio”, firmata nel 1974 dall’allora Segretario di Stato, cardinale Jean Villot, dopo opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di papa Paolo VI. Come chiunque può rendersi onestamente conto leggendo il testo – che tratta il problema del segreto in modo talmente pignolo da fare invidia a comandi militari e massonerie varie – è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a segreto pontificio possa essere portato a conoscenza di “estranei”. Cioè, per esempio, di polizia, carabinieri e magistrati o degli stessi genitori delle vittime.

    “Segreteria di Stato
    Norme sul segreto pontificio
    Quanto concordi con la natura degli uomini il rispetto dei segreti, appare evidente anzitutto dal fatto che molte cose, benché siano da trattare esternamente, traggono tuttavia origine e sono meditate nell’intimo del cuore e vengono prudentemente esposte soltanto dopo matura riflessione.
    Perciò tacere, cosa davvero assai difficile, come pure parlare pubblicamente con riflessione sono doti dell’uomo perfetto: infatti c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (cf. Eccle 3,7) ed è un uomo perfetto chi sa tenere a freno la propria lingua (cf. Gc 3,2).
    Questo avviene anche nella Chiesa, che è la comunità dei credenti, i quali, avendo ricevuto la missione di predicare e testimoniare il Vangelo di Cristo (cf. Mc 16, 15; At 10,42), hanno tuttavia il dovere di tenere nascosto il sacramento e di custodire nel loro cuore le parole, affinché le opere di Dio si manifestino in modo giusto e ampio, e la sua parola si diffonda e sia glorificata (cf. 2 Ts 3, 1).
    A buon diritto, quindi, a coloro che sono chiamati al servizio del popolo di Dio vengono confidate alcune cose da custodire sotto segreto, e cioè quelle che, se rivelate o se rivelate in tempo o modo inopportuno, nuocciono all’edificazione della Chiesa o sovvertono il bene pubblico oppure infine offendono i diritti inviolabili di privati e di comunità (cf. Communio et progressio, 121).
    Tutto questo obbliga sempre la coscienza, e anzitutto dev’essere severamente custodito il segreto per la disciplina del sacramento della penitenza, e poi il segreto d’ufficio, o segreto confidato, soprattutto il segreto pontificio, oggetto della presente istruzione. Infatti è chiaro che, trattandosi dell’ambito pubblico, che riguarda il bene di tutta la comunità, spetta non a chiunque, secondo il dettame della propria coscienza, bensì a colui che ha legittimamente la cura della comunità stabilire quando o in qual modo e gravità sia da imporre un tale segreto.
    Coloro poi che sono tenuti a tale segreto, si considerino come legati non da una legge esteriore, quanto piuttosto da un’esigenza della loro umana dignità: devono ritenere un onore l’impegno di custodire i dovuti segreti per il bene pubblico.
    Per quanto riguarda la Curia Romana, gli affari da essa trattati a servizio della Chiesa universale, sono coperti d’ufficio dal segreto ordinario, l’obbligo morale del quale dev’essere stabilito o da una prescrizione superiore o dalla natura e importanza della questione. Ma in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave.
    Circa il segreto pontificio la segreteria di stato ha emanato una istruzione in data 24 giugno 1968; ma, dopo un esame della questione da parte dell’assemblea dei cardinali preposti ai dicasteri della Curia Romana, è sembrato opportuno modificare alcune norme di quella istruzione, affinché con una più accurata definizione della materia e dell’obbligo di tale segreto, il rispetto del medesimo possa essere ottenuto in modo più conveniente.

    Ecco dunque qui di seguito le norme.

    Art. I
    Materia del segreto pontificio
    Sono coperti dal segreto pontificio:
    1) La preparazione e la composizione dei documenti pontifici per i quali tale segreto sia richiesto espressamente.
    2) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti affari che vengono trattati dalla Segreteria di stato o dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, e che devono essere trattati sotto il segreto pontificio;
    3) Le notificazioni e le denunce di dottrine e pubblicazioni fatte alla Congregazione per la dottrina della fede, come pure l’esame delle medesime, svolto per disposizione del medesimo dicastero;
    4) Le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce, fatto sempre salvo il diritto di colui che è stato denunciato all’autorità a conoscere la denuncia, se ciò fosse necessario per la sua difesa. Il nome del denunciante sarà lecito farlo conoscere solo quando all’autorità sarà parso opportuno che il denunciato e il denunciante compaiano insieme;
    5) I rapporti redatti dai legati della Santa Sede su affari coperti dal segreto pontificio;
    6) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la creazione di cardinali;
    7) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di vescovi, di amministratori apostolici e di altri ordinari rivestiti della dignità episcopale, di vicari e prefetti apostolici, di legati pontifici, come pure le indagini relative;
    8) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di prelati superiori e di officiali maggiori della Curia Romana;
    9) Tutto ciò che riguarda i cifrari e gli scritti trasmessi in cifrari.
    10) Gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio.

    Art. II
    Le persone tenute al segreto pontificio
    Hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio:
    1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio;
    2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause;
    3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari;
    4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio.

    Art. III
    Sanzioni
    1) Chi è tenuto al segreto pontificio ha sempre l’obbligo grave di rispettarlo.
    2) Se la violazione si riferisce al foro esterno, colui che è accusato di violazione del segreto sarà giudicato da una commissione speciale, che verrà costituita dal cardinale preposto al dicastero competente, o, in sua mancanza, dal presidente dell’ufficio competente; questa commissione infliggere delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato.
    3) Se colui che ha violato il segreto presta servizio presso la Curia Romana, incorre nelle sanzioni stabilite nel regolamento generale.

    Art. IV
    Giuramento
    Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente:
    “Io… alla presenza di…, toccando con la mia mano i sacrosanti vangeli di Dio, prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto. Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare dell’obbligo del predetto segreto, mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso. Parimenti sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano”.

    Il Sommo Pontefice Paolo VI, nell’udienza concessa il 4 febbraio 1974 al sottoscritto, ha approvato la seguente istruzione ed ha comandato che venga pubblicata, ordinando che entri in vigore a partire dal 14 marzo del medesimo anno, nonostante qualsiasi disposizione contraria.
    Jean card. Villot – Segretario di Stato”

    Se poi volessimo passare dalla cronaca alla Storia, diamo un’occhiata al passato.
    “Ci sono religiosi che cercano di tentare la castità delle donne virtuose perfino durante la confessione, e osano abusare di questo solenne sacramento per sedurle”. “Ma degli enormi abusi si faccia una relazione modesta, per non scoprire le nostre vergogne”. “Non si faccia nessuna menzione dei sacerdoti scellerati e degli enormi delitti”. Autorizziamo i tribunali spagnoli a perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo ai tribunali portoghesi il permesso di perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo a tutti i tribunali, non solo a quelli spagnoli e portoghesi, l’autorizzazione a perseguire in giudizio gli abusi sessuali perpetrati approfittando del sacramento delle confessione”. Sono solo alcune delle accuse e preoccupazioni emerse niente di meno che durante il Concilio di Trento, specialmente nella sessione del 1547. Le parole che invitano a parlare il meno possibile, e solo in modo riservato, del “vizietto” dei confessori sono del vescovo di Upsala e di quello di Albi. L’invito al tribunale spagnolo perché intervenisse contro il clero che abusava del sesso e della confessione è invece di papa Pio IV, emesso nel 1561. La discesa in campo anche del tribunale portoghese prima e di tutti gli altri dopo è stata decisa dai successori di Pio IV, e le norme di carattere generale sull’argomento si trovano in una “costitutio” emessa da papa Gregorio XV nel 1622.

    Come dimostrano anche gli atti del Concilio di Trento, le bolle papali citate, il Concilio di Cosenza (1579) e quello di Firenze, le sentenze dell’Inquisizione e una marea d’altri documenti, la Chiesa ha da sempre il grave problema degli abusi sessuali in particolare dei confessori, e da sempre cerca di “non rivelare le nostre vergogne”, cioè a dire cerca di non far trapelare nulla. Il comportamento scorretto a fini sessuali in confessionale finì con l’avere una sua particolare definizione: sollicitatio ad turpia, cioè sollecitazione alle cose turpi. E non è certo un caso che la direttiva “giudiziaria” emessa nel 1924 e aggiornato nel 1962, avesse un nome simile: Sollicitatio criminis.

    Sull’uso adescatorio del confessionale vale la pena leggere il volume del 1988 “Sesso e religione nel Seicento a Venezia: la sollecitazione in confessionale”, di Claudio Matricardo. Chi vuole saperne di più dal punto di vista statistico si legga in particolare le pagine da 110 a 119 e da 144 a 147 del libro “The Inquisition in Earlly Modern Europe. Studies on Sources and Method”, di John Tedeschi e Gustav Henningsen, edito nel 1986 dalla Northern Illinois University Press. Gli abusi erano tali e tanti che si dovette proibire la confessione a domicilio o nelle celle dei confessori e imporre l’uso del confessionale che vediamo oggi nelle chiese. Il primo disegno a stampa di questo attrezzo si ha a Milano, ideato a bella posta da S. Carlo Borromeo e realizzato materialmente nei prototipi da Ludovico Moneta, suo devoto funzionario di curia ed ebanista dilettante. Nelle sue Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, scritto nel 1573 – in occasione del terzo concilio provinciale, tenuto a Milano – e pubblicato a fine ’77, Borromeo raccomanda che i confessionali modello Moneta fossero dislocati in posti ben visibili nella parte pubblica delle chiese e che “la parte frontale [del confessionale] deve essere completamente aperta, senza chiusure di sorta”. Per giunta, S. Carlo ordina, subito accontentato da Moneta nei disegni del progetto, che ci sia una apposita parete divisoria per impedire il contatto fisico o anche il solo guardarsi da vicino tra confessore e penitenti.

    La prima idea e la prima pratica di confessionale anti abusi sessuali sono  della Verona del vescovo Gian Matteo Giberti, ed è possibile che S. Carlo gliel’abbia copiata, visto che il suo assistente e organizzatore del concilio tenuto a Milano è quel Niccolò Ormaneto che era stato stretto collaboratore di Giberti proprio a Verona. Nel 1565 gli abusi sessuali dei religiosi costrinsero le autorità civili di Chiari, nel Bresciano, a chiedere al vescovo, che acconsentì, di proibire le confessioni nelle celle dei frati. Nel 1575 papa Gregorio XIII proibì del tutto le confessioni a domicilio e nelle celle e rese obbligatorio l’uso del confessionale ordinando che “il sacerdote e il penitente siano in piena vista del popolo”.
    Leggiamo cosa scrive alla curia vaticana – ancora dieci anni dopo la decisione di papa Gregorio – lo stesso Ormaneto, diventato nel frattempo nunzio apostolico in Spagna: “Da diverse parti molte persone di buon zelo lacrimano meco la gran abominatione di molti huomini impii che violano il sacramento della penitentia, tentando nell’atto della confessione et fuori d’essa di saziar il suo sfrenato et bestial appetito con figliole spirituali; et di questo abominevole peccato ho sentito gran querele “. Ormaneto era talmente scandalizzato che suggerì di ampliare la definizione di sollecitatio ad turpia non solo all’adescamento sessuale in occasione della confessione, ma anche in quello comunque attuato mentre si è in chiesa anche solo per meditare. Addirittura propose di fare intervenire l’Inquisizione in tutte le trasgressioni sessuali dei confessori, cioè non solo in quelle avvenute in chiesa. Ma papa Gregorio XIII, che pure aveva reso prudentemente obbligatorio il confessionale come lo conosciamo oggi, non gli diede retta e in una lettera del 20 febbraio 1576 obiettò – all’esatto contrario di Ratzinger – che “li errori che direttamente non contraddicono a la fede Cattolica non debbano essere conosciuti dal Sant’Officio”, come pure veniva chiamata la terribile Inquisizione. Per evitare il più possibile le tentazioni del sesso, venne proibito esplicitamente l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul penitente al momento dell’assoluzione, gesto già reso pressoché impossibile dalla stessa struttura del confessionale “brevettato” da Moneta e S. Carlo.

    Come si vede, in particolare il momento della confessione – ma non solo quello – è sempre stato per la Chiesa anche un cruccio, perché ottima occasione di adescamento: il prete costretto al celibato – e in teoria anche alla mancanza di vita sessuale – si trova infatti solo con una donna, che parla di peccati sessuali, cioè di lussuria…. Come parlare di prosciutto, bistecche e cosce di pollo a un affamato. “La carne è debole” è una realtà che vale per tutti, specie se mancano i controlli e la sorveglianza. I soldati quando sono loro i padroni della situazione ne approfittano, quale che sia la loro nazionalità, così come i funzionari dello Stato o di partito, bianco, rosso o nero che sia, che maneggiano fondi o fette di potere e i boss delle televisioni con potere di assunzione in pianta stabile.
    Il problema che ci riguarda, nel contesto della vicenda Orlandi, è semplice: se per ipotesi Emanuela è rimasta vittima degli abusi sessuali di un religioso, specie se della gerarchia vaticana, e sempre per ipotesi qualcuno, ad esempio in Segreteria di Stato, è venuto a saperlo, questo qualcuno aveva e ha l’obbligo del segreto. L’obbligo cioè di tacere con chiunque e in specie con i laici: quelli, cioè, che si occupano di indagini, delitti, tribunali, processi, giustizia. Nel caso all’abuso sessuale sia seguita la morte accidentale o per delitto, voluto o da raptus, c’è parimenti l’obbligo al segreto: non si può infatti denunciare un omicidio per motivi sessuali o anche “solo” una morte accidentale nel contesto di abusi sessuali senza infrangere l’obbligo del segreto pontifico sugli abusi sessuali dei religiosi di professione! E’ sconvolgente, ma è così. Chiacchiere a parte, è così. E ancor più lo era prima del 2001: vale a dire, anche ai tempi di Wojtyla e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

  • Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    ANSA – Nel 2005 Joseph Ratzinger, citato in giudizio – quando era ancora Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede – per intralcio alla giustizia nell’ambito di un processo, in Texas, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano, si avvalse dell’immunità diplomatica in quanto nel frattempo era diventato papa ed evitò così di andare a deporre.

    L’episodio è ricordato nel libro ‘Il peccato nascosto’, di autore anonimo, pubblicato in questi giorni. L’avvocato Daniel Shea, che assisteva la parte lesa, denunciò l’allora prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede sulla base di due documenti che istruiscono il clero su come trattare i casi di abusi e violenze su minori. Il primo é il Crimen Sollicitationis, del 1962.

    Il secondo è la lettera De delictis gravioribus, redatta nel 2001 e indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche. Il testo, firmato proprio da Ratzinger, modifica quello del 1962, e in un passaggio afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, “sono soggetti al segreto pontificio” nella normativa canonica. La lettera, secondo l’accusa di Shea, costituiva un intralcio alla giustizia ordinaria.

    Denunciato nel gennaio 2005, Ratzinger nell’aprile dello stesso anno divenne papa. La Santa Sede chiese e ottenne così dal governo degli Stati Uniti l’immunità diplomatica per il pontefice, in quanto capo di Stato.

    Il processo in cui fu chiamato a deporre Joseph Ratzinger era presieduto dal giudice Lee Rosenthal ed era stato intentato a Harris County, in Texas, contro un seminarista colombiano, Juan carlos Patino-Arango, sospettato di molestie sessuali ai danni di tre ragazzi negli anni Novanta.

    L’avvocato difensore delle tre vittime, Daniel Shea, aveva scoperto che il seminarista, poco dopo l’inizio della causa, era fuggito e che i responsabili della diocesi avevano coperto i suoi misfatti. Nel corso del processo Shea citò in giudizio Joseph Ratzinger in quanto, firmando la lettera De delictis gravioribus, diretta alla gerarchia della Chiesa cattolica universale e quindi anche alle arcidiocesi statunitensi, “ostacolava pervicacemente” le indagini della giustizia ordinaria sugli abusi sessuali ad opera di preti.

    Secondo l’avvocato di Houston, quindi, alla radice della mancata denuncia del seminarista da parte della diocesi texana, c’erano proprio le istruzioni impartite dalla Santa Sede e firmate da Ratzinger.

    Chiamato a deporre oltreoceano, Ratzinger evitò tuttavia di recarsi al tribunale di Harris County: non appena fu eletto al soglio pontificio, i suoi legali chiesero di accordare al nuovo pontefice l’immunità diplomatica in quanto capo di uno Stato sovrano, la Città del Vaticano. Il dipartimento di Stato americano accolse la richiesta e, con una decisione firmata dall’allora presidente degli Usa George Bush e motivata dal viceprocuratore federale Peter Keisler, dichiarò Ratzinger non processabile.

    Secondo Keisler, il procedimento giudiziario contro il pontefice sarebbe stato “incompatibile con gli interessi di politica estera degli Usa”.

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/03/28/visualizza_new.html_1737700720.html

  • Papa ai pedofili: “Ne risponderete davanti a Dio e ai Trbunali”

    Papa ai pedofili: “Ne risponderete davanti a Dio e ai Trbunali”

    La lettera sui casi di pedofilia nella Chiesa “aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento”

    Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi”. Inizia così la lettera di Benedetto XVI indirizzata ai cattolici irlandesi e presentata oggi dalla sala stampa della Santa Sede. Il pontefice interviene avendo considerato “la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese”.

    Alle vittime –
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    A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo
    Alle vittime degli abusi, il Papa scrive: “A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze”. Dopo aver provato simili sofferenze, “è comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto”. Il Papa esorta comunque a non perdere la speranza e affidarsi al potere risanatore di Gesù, “egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato”.

    La delusione – Maeve Lewis, direttore del gruppo “One in Four”, che rappresenta alcune dei minori abusati sostiene che le vittime sono deluse dal messaggio di Benedetto XVI, che, troppo concentrato sulle colpe dei singoli preti, non riconosce le responsabilità del Vaticano e non chiede le dimissioni del primate d’Irlanda, il cardinale Sean Brady, al centro delle polemiche per non aver denunciato gli abusi di un prete pedofilo 35 anni fa.

    Ai pedofili – Ratzinger non si rivolge solo ai fedeli, ma una pesante accusa si leva contro i preti pedofili e
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    I pedofili risponderanno degli abusi davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti
    la loro ignobile condotta morale: “Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa”. I pedofili risponderanno degli abusi “davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

    Guarigione e rinnovamento – Infine un’esortazione “a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale”. Nei giorni scorsi il papa aveva chiesto ai fedeli di leggere la lettera “con cuore aperto e in spirito di fede”, nella speranza che “essa aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento”.

    Una pagina online sulla pedofilia – Sulla homepage del sito del Vaticano, è stata inserita una nuova sezione dedicata allo “scandalo pedofilia”. Sotto il titolo “Lettera ai cattolici d’Irlanda”, è presente anche un video sulla missiva e una nota del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Tra i documenti: gli interventi di Benedetto XVI sulla pedofilia (Australia, Usa), un discorso di Giovanni Paolo II sugli Stati Uniti, e recenti interventi (diocesi di Monaco di Baviera, intervista di mons. Charles J. Scicluna, di mons. Giuseppe Versaldi, del presidente dei vescovi tedeschi, mons. Robert Zollitsch), nonché il documento “Crimen sollicitationis” del 1962.

    20/03/2010

    http://www.libero-news.it/news/374247/Il_P…Trbunali.html

  • Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Il Papa Benedetto XVI – Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi e da quelli irlandesi, viene riesumata dal passato, esattamente dagli anni Novanta, una vicenda giudiziaria che lo riguarda direttamente il Papa, Benedetto XVI. Nessun giornale ne ha dato notizia, solo l’americano New York Times.

    In quegli anni, Benedetto XVI era prefetto per la Dottrina della fede, a Roma, ma, a migliaia di chilometri di distanza, in un tribunale del Texas, venne accusato di “cospirazione contro la giustizia” (da noi sarebbe favoreggiamento), per aver coperto alcuni sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali su minori.

    La posizione processuale di Ratzinger venne poi stralciata, quando fu eletto Papa, su richiesta del governo americano (il presidente era allora George Bush), in quanto, come Capo di Stato, godeva di tutte le protezioni e garanzie connesse con la carica.

    La storia ha inizio a metà degli anni Novanta a Houston, in Texas, quando tre ragazzini denunciarono di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, all’epoca insegnava loro orientamento psicopedagogico.

    All’inizio di quest’anno, 2010, il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) ha presentato alla Corte distrettuale di Harris County un documento, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per un periodo di 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta.

    Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle indagini preliminari su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali “privati”, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. «Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio», concludeva la lettera del futuro papa.

    L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. Una tesi confermata anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che affermò: «Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata».

    L’ordine impartito da Ratzinger e Bertone, che risulta ancora valido, era quindi di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: «Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea l’avvoca ex seminarista Shea – i responsabili la faranno franca».

    Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per avere posto ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli Stati Uniti. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti.

    Il Vaticano non commenta. L’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma dello Stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro delle disposizioni contestate, che di fatto hanno salvato da una condanna penale oltre 4mila sacerdoti solo in America . Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura dei crimini.

    Questi episodi però non sono affatto isolati. Basti ricordare l’insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose che «si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa».

    Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata dalla Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’imputato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici. Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico.

    Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela. I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono: – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè: 1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate: 2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima; 3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; 4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica; – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè: 1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo; 2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso; 3° la violazione diretta del sigillo sacramentale; – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione. Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione. Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

    La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età. Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede. Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto. Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati sia una sollecita cura pastorale. Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001. Joseph card. Ratzinger, prefetto. Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-benedetto-xvi-bertone-accusa-vescovi-abusi-289444/