Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • A Rozzano si tace: i preti smentiscono Delpini?

    A Rozzano si tace: i preti smentiscono Delpini?

    Leggendo Avvenire del 3 maggio 2019, nell’articolo “Pedofilia, l’impegno di Meter e dei vescovi”, il giornalista riporta le parole che avrebbe detto don Fortunato Di Noto in occasione della giornata “Bambini vittime della violenza”: evento che “…coinvolgerà diocesi, parrocchie, associazioni e istituzioni con la preghiera e l’impegno”.

    Tanti vescovi avrebbero scritto per complimentarsi con don Di Noto per l’iniziativa, tra cui l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Secondo quanto riporta il sito del Faro di Roma, mons. Delpini avrebbe scritto “Caro don Di Noto, grazie del suo messaggio e dell’invito ad aderire alla Giornata. Con tanta gratitudine per quello che fa con un caro saluto e ogni buon augurio”.

    Nelle Parrocchie della città di Rozzano, nella Diocesi di Milano, nelle S.Messe della giornata odierna (5 maggio 2019) non vi è stato nessun accenno, nemmeno minimo, alla Giornata Nazionale dei “Bambini vittime di violenza”… né alla preghiera dei fedeli, né durante le omelie, e nemmeno negli avvisi a fine celebrazione. Eppure proprio in una delle Parrocchie (quella di S.Ambrogio di Rozzano) è avvenuto un abuso da parte di un prete che è stato condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi nel settembre 2018..

    Che significato ha questo silenzio assordante?

    Forse i preti di Rozzano prendono le distanze dal loro Vescovo e non aderiscono alla giornata che avrebbe dovuto coinvolgere anche le parrocchie con preghiera e iniziative? Forse perché sanno che proprio il loro vescovo, pur essendo a conoscenza fin da subito di quell’abuso, ha preferito spostare il prete in un’altra parrocchia, ancora con i minori, senza avvisare la Congregazione per la Dottrina della Fede? O forse non sanno nulla di questa giornata Nazionale che sarebbe giunta alla XXIII edizione?

    Il risultato è lo stesso, qualunque sia la motivazione: SILENZIO ASSOLUTO.

    Questa è la vicinanza alle vittime? Questa è la sensibilizzazione del territorio? A cosa servirebbe questa Giornata Nazionale contro la pedofilia e pedopornografia se non se ne parla nemmeno nei luoghi in cui è accertato che un fatto sia avvenuto?

    Facile scrivere su Avvenire tutto questo grande sostegno! Sostegno a chi?! Non certo alle vittime dei preti pedofili… I Vescovi si sono riempiti la bocca delle solite belle parole? Belle, inutili, insignificanti parole che Avvenire raccoglie e riporta con grande enfasi. A Rozzano nemmeno la preghiera, figuriamoci l’impegno!

    Ancora una volta le vittime “ringraziano” per essere state strumentalizzate.

    Cristina Balestrini, mamma di una vittima

  • La gente non è più disposta a tacere – testimonianze, e il “grande silenzio” della Chiesa

    La gente non è più disposta a tacere – testimonianze, e il “grande silenzio” della Chiesa

    In seguito all’articolo apparso su Credere del 14 aprile 2019, e ripreso da Famiglia Cristiana, che riportava la mia intervista/testimonianza, ho ricevuto tantissimi messaggi.

    Io ho semplicemente raccontato, attraverso il giornalista Giuseppe Gazzola, la mia esperienza di mamma di un figlio abusato da un prete. Esperienza di vita concreta, e di dolore per come la Chiesa non è attualmente in grado di stare vicino a chi è vittima della stessa chiesa, di uno dei suoi membri ma, anzi, si pone a difesa del prete.

    Non avrei mai immaginato di scuotere così tanto: sono centinaia i messaggi che ho ricevuto, e vorrei qui riportarne alcuni. Messaggi scritti a me direttamente o commenti sui social dove il link è stato riportato, messaggi ricevuti da persone che conosco, ma anche da perfetti sconosciuti.

    Sono un segnale forte e chiaro di come la gente comune non sia più indifferente: SI COMINCIA A PARLARE DI QUESTO DRAMMA. E questo è il motivo per cui, tempo fa, ho scelto di non rimanere più nell’ombra.

    Significativi per me i numerosi messaggi di gente PROPRIO DELLA MIA PARROCCHIA, proprio del luogo in cui è avvenuto l’abuso per cui il prete è stato condannato in primo grado! Ma nessun messaggio da parte dei sacerdoti della mia Parrocchia, solo di alcuni sacerdoti lontani da qui. Perché?

    Rimane il grande “perché”: da una parte la gente comune, il “popolo di Dio” o gli “atei”, sta iniziando a prendere coscienza di come stanno realmente le cose, ma dall’altra i vertici della chiesa che continuano a non prendere provvedimenti significativi ed efficaci per combattere questo disastro. Perché?

    • “Grande rispetto perché questa famiglia ha saputo affrontare un dolore immenso e il male non ha prevalso in loro. Un grande rispetto è una grande lezione per tutti noi” (D.G)
    • “Un abbraccio a questa famiglia… A loro vicina nella fede e con la preghiera. GRAZIE Giuseppe per la delicatezza e sensibilità nel farci conoscere il loro percorso. Da ammirare questa mamma con il suo perdono……” (B.M.)
    • “Thank you for sharing your family’s story, Cristina!” (L.H)
    • “Che dire… grande la mia Cry, una vera mamma coraggio… e lo posso affermare” (F.Z.)
    • “Veramente bello questo articolo!!! La verità a braccetto con la carità….Che esempio Cri!” (P.S.)
    • “Da ammirare la mamma, scioccante quel prete che non ha mai ammesso” (E.C.)
    • “La pedofilia non è un panno sporco, è un reato. Al netto del perdono cristiano, questa è la prima cosa da ricordare. Madre incredibile.” (O.B.)
    • “Ho letto su Credere. Una mamma che custodisce il dono della fede… come Arca della Nuova Alleanza. Signora Cristina, prego per la vostra famiglia… Dio benedica chi ha la forza della Resurrezione… auguri!” (L.C.)
    • “Cristina Balestrini, grazie di questa testimonianza, sono in Cameroun e cerco di servire questa Chiesa come dici tu in trasparenza…ti sento vicina per lottare insieme agli ultimi degli ultimi” (D.M.)
    • “You are so strong” (D.M.)
    • “Grazie Cristina a te e alla tua famiglia per il vostro impegno e perché non vi siete chiusi nel vostro dolore ma lavorate con e per gli altri e per la Chiesa stessa” (G.D.)
    • “Siamo con te Cristina e con chi ti è vicino quotidianamente” (E.P.)
    • “Ciao Cristina, sono S.C.. Ho letto da poco l’articolo di Famiglia Cristiana che hai condiviso su Facebook. Sono rimasta senza fiato. Non avevo la minima idea della vicenda… non ho parole… Da quando è nato il mio piccolo F., sono un po’ fuori dal mondo. Tra lavoro e i figli sono presissima e ho pochissimi contatti con la comunità. Anche su Facebook spesso non leggo tutto o non tutti i giorni e mi rendo conto che tantissime notifiche non mi arrivano proprio. Ad ogni modo… volevo ringraziarti. Per il vostro enorme coraggio, per il coraggio di tuo figlio, per la vostra determinazione, per la vostra apertura, per la forza di volontà, per la vostra incredibile e norme fede. nonostante tutto. Vi ho sempre ammirato. tutti voi, tuo fratello ed E., C. e M., siete famiglie meravigliose. Vi ho sempre molto invidiato  per la vostra unione, la vostra fede, la vostra dedizione. Mi sono spesso sentita fuori posto e piccolissima nei vostri confronti. Mi avete insegnato tantissimo e il vostro esempio mi è sempre nel cuore. Oggi, più che mai, con questa drammatica circostanza, ancora di più. Non ho parole per lo sconcerto e lo sconforto che mi ha provocato. Sono agghiacciata. Posso solo lontanamente immaginare il dolore immenso che ha colto la vostra famiglia e il dolore del tuo ragazzo. Io sarei impazzita. Non posso altro che ringraziarvi, di nuovo, per questa dimostrazione di forza e di fede.  Sono dalla vostra parte. Sono con voi. Mi stringo a voi. So che non conto nulla e che il mio abbraccio non è di benché minimo conforto, ma io ve lo invio, con tanta sincera commozione. Vi chiedo scusa se mi permetto questo messaggio, ma ci ho tenuto a farvi sentire la mia presenza. Io sono incostante e davvero piccola nella mia partecipazione alla comunità, faccio ancora tanta fatica a sentirmi parte di Rozzano, credo non riuscirò mai a sentirmi parte della comunità di Sant Angelo, e  forse non so nemmeno se lo voglio (specie dopo questo..) , ma la fede c’è ed è fortissima.  Il mio è forse un modo infantile di pregare, ma Dio lo evoco e lo invoco ogni giorno, e Gli parlo, come fosse seduto di fianco a me. Non so se può contare qualcosa… ma sicuramente vi porterò nelle mie preghiere, con tutta la forza che posso. Non credo che questo dolore passerà mai. Ma sono certa, che Dio vi tiene stretti a Lui, fortissimamente. E a tuo figlio, più di tutti. Grazie di cuore per la vostra toccante testimonianza di fede. Darà il suo frutto, ne sono sicura.   Con sincero affetto, S.” (S.C.)
    • “Ciao Cristina. Buona giornata combattiamo sempre x le vittime tvb bacioni” (A.M.)
    • “Ciao Cristina ho letto l’articolo che è molto chiaro che denuncia e invita a denunciare chi subisce tali violenze..mi è piaciuto quanto hai detto su come don Galli non è  stato aiutato a liberarsi dal male commesso per poter espiare purificando la propria anima. Preghiamo che nella solitudine possa rivedersi e chiedere perdono a Dio e a voi. Il Signore darà la forza necessaria ad Alessandro per aprire una nuova fase della sua vita che solo Dio già conosce. L’Amore vincerà il male. Una Santa notte..il Signore vi ricolmi della Sua Divina Benedizione.   bene ..” (S.C.)
    • “Ho letto con interesse e commozione ma anche profonda ammirazione per la grande maturazione del tuo pensiero da credente. Un pensiero che si sente vero e forte perché incarnato nell’esperienza e dunque toccante nel modo preciso che sta alla base della trasformazione. Auguro a te e alla tua famiglia tutta l’efficacia possibile della vostra battaglia. Dico vostra ma è di tutti, per tutti nei risultati che ci auspichiamo.” (D.R.)
    • “Grande donna e mamma speciale” (A.D.)
    • “Great lady making a stand for family. My love and respect always for the stand you have made” (D.M.)
    • “Vi sono vicino nell’unico modo che mi è possibile! Ricordandovi nella preghiera! Un abbraccio sincero”. (M.M.)
    • “Visto articolo,complimenti!” (S.P.)
    • “Davvero come hai fatto bravissima. Bellissimo. Sei speciale. Dicono che nelle prove bisogna a trovare il bello. Voi in questa “merda” siete la BELLEZZA. Grande io non prego più”. (Y.M.)
    • “Bellissimo” (F.C.)
    • “Grazie… Non pensavo che Credere pubblicasse… Complimenti” (M.S.)
    • “Grazie per quello che fai……sono certa che la tua testimonianza aiuti molte persone” (F.N.)
    • “Gioia mia. Forza, coraggio. Chi commette abusi, deve pagare. È un crimine. Ok .!!!!!” (N.V.)
    • “Tempo fa in un momento di sconforto dicesti che per abbattere il muro di gomma eri disposta anche ad andare a distribuire volantini, di domenica fuori dalla chiesa… Non ne hai più bisogno” (R.P.)
    • “Bella sintesi. È sempre molto difficile praticare la verità”. (G.M.)
    • “Ti sono vicino, come Uomo e come collega Infermiere Psichiatrico!” (G.M.)
    • “Molto bene grazie Cri. Interessante” (E.P.)
    • “Cristina è una grande guerriera e con l’immensa fede che l’accompagna riuscirà ad essere di grande supporto a suo figlio e a tutti quelli che hanno dovuto subire questa grande sofferenza”. (R.B.) 
    • “Ho preso la rivista e letto l’articolo. Grazie di nuovo. Siete sempre nelle mie preghiere. Prego tanto per un lieto fine! Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga”. (U.K.)
    • “È molto bella questa intervista” (S.S.)

    Che dire? Posso solo ringraziare perché non mi sento sola. Così è il mio augurio: che nessuna vittima si senta sola ma trovi il coraggio di parlare con qualcuno, di denunciare e di affrontare il tutto. Grazie a Rete L’ABUSO che davvero è un grande sostegno per le vittime.

    Cristina Balestrini

  • CRISTINA BALESTRINI: «SUL CALVARIO, CON MIO FIGLIO ABUSATO DA UN PRETE»

    CRISTINA BALESTRINI: «SUL CALVARIO, CON MIO FIGLIO ABUSATO DA UN PRETE»

    Alessandro è stato abusato in oratorio dal “padre spirituale”. Un dramma indescrivibile, che la mamma sta affrontando con grande fede: «l’ abuso non è l’ ultima parola sulla vita. Se ne può uscire. C’è per tutti una via, una verità che rende liberi»

    di Giuseppe Gazzola

    Cristina Balestrini lavora come infermiera caposala in comunità psichiatriche e riabilitative. Sposata dal 1991 con Ettore Battaglia, ha due figli, Alessandro e Giacomo. Quest’ anno “Ale” compie 23 anni. Nel dicembre 2011, quando aveva 15 anni, passò una notte in Oratorio, a Rozzano, in provincia di Milano. Ai genitori era stato fatto credere che tutto il gruppo degli adolescenti si sarebbe fermato a dormire in Oratorio per le attività di preghiera in preparazione del Natale, mentre Alessandro si è poi ritrovato da solo a dormire a casa di don Mauro Galli, il don che all’ epoca era il suo padre spirituale. Il 20 settembre 2018 don Galli è stato condannato in primo grado a una pena di 6 anni e 4 mesi di carcere dalla quinta sezione penale del Tribunale di Milano, per violenza sessuale nei confronti di un minore.

    ERA UN RAGAZZO SOLARE

    Questi i nudi fatti. Dentro i fatti, un lungo, mai terminato calvario: «Io e mio marito facevamo i catechisti in parrocchia, Alessandro frequentava il gruppo dei preadolescenti», racconta Cristina. «Rompiscatole come pochi, ti metteva continuamente alla prova. Prima dell’ abuso era un ragazzo vivace, solare, con tanti amici, grandi sogni per il futuro. Da quel giorno in poi, una vita in salita. Per dirla tutta, ha tentato quattro volte di suicidarsi e, da allora, ha necessità di una psicoterapia settimanale. Ha perso due anni di scuola, ogni refolo di vento lo riportava al trauma che lo ha segnato. Poi è riuscito con grande fatica a diplomarsi, a trovare un lavoro come grafico. E ora ogni giorno è un giorno da conquistare. Per lui e per noi genitori, che siamo ininterrottamente sul chi va là, ancora oggi».

    OLTRE IL MALE DI VIVERE

    A fare da trama a questa lunga via dolorosa, una fede tenace, fortissima, cresciuta oltre «il male di vivere». Da molto tempo Cristina si alza ogni mattina alle 4 e mezzo per pregare, a lungo, prima di andare a lavorare: «Ho deciso per questa sveglia così anticipata quando avevo un bisogno atroce di affrontare tutto ciò che succedeva in famiglia con un aiuto più grande», confida. «A distanza di anni, continuo a vivere queste due ore iniziali della giornata come un momento bello, desiderato, di preghiera e meditazione, ringraziamento, offerta, supplica, affidamento. Prego con l’ Ufficio delle letture, invoco lo Spirito Santo, chiedo ogni giorno che ci liberi dal male. Prego per la Chiesa e per i sacerdoti, per la loro santificazione».

    ALLONTANATI DALLA COMUNITÀ

    Questo colpisce: certamente, la prima volta che l’ ha tenuto in braccio e quando poi l’ ha fatto battezzare, Cristina non si aspettava che suo figlio, crescendo, avrebbe dovuto sopravvivere all’ abuso di un sacerdote. Ora che il futuro si è colorato dello stesso nero del Venerdì santo, Cristina ha trovato questa risposta, questo squarcio nel buio del suo dolore di madre che sta ogni giorno sotto la croce del figlio: «Facciamo parte di un gruppo di preghiera, Il Fuoco di Ars (www.ilfuocodiars.com), che si ritrova settimanalmente a pregare per i sacerdoti. Ognuno “adotta” un sacerdote per cui prega ogni giorno. Io, poi, amo dire il Rosario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – e qui la voce si incrina per l’ emozione – perché ci è stata di grande aiuto quando Alessandro stava malissimo».

    Si ferma, Cristina, cerca un fazzoletto. Come Maria, non nasconde e non si nega le lacrime. «Anche se sono dolori diversi, tutti noi come famiglia ci sentiamo vittime di un prete pedofilo. Essere credenti ci costa una fatica incredibile. Non per causa di Dio, perché anche lui piange quando un sacerdote abusa di un minore. Ma perché ci sentiamo ogni minuto in mezzo a un fuoco incrociato. Da una parte ci “sparano” quelli che ce l’ hanno a morte con la Chiesa, che non credono e deridono il nostro continuare a credere. Dall’ altra parte, ed è anche più doloroso, nel momento in cui abbiamo denunciato l’ accaduto siamo diventati “la controparte” della Chiesa, quelli che “sputano nel piatto in cui mangiano”, come ci ha detto il parroco. La Chiesa siamo noi, ci hanno detto spesso. Ma noi chi? Molti, che credevamo amici, ci hanno allontanato. Continuiamo a sentirci ignorati e avversati da chi per ruolo e responsabilità avrebbe dovuto ascoltarci, crederci e accoglierci. Altri, che non conoscevamo o avevamo perso di vista, si sono fatti vicini. Come don Dino, nativo di Rozzano. Come don Davide che, con la sua fede tranquilla e tenace di fronte al male, ha salvato tante volte Alessandro e noi genitori».

    IL DOLORE E IL PERDONO

    E don Mauro Galli? Chi è oggi, per Cristina? «Io don Mauro l’ ho perdonato», dice, convinta, a voce bassa. «Per lui provo dolore. Tanti l’ hanno aiutato a dannarsi, se così si può dire. Il non essere mai stato aiutato a riconoscere, almeno in Tribunale, di avere sbagliato, non lo aiuta a iniziare un percorso di cambiamento. E non credo sia facile convivere con la consapevolezza che non può non avere».

    NON VOLTARE LO SGUARDO

    Consapevolezza e libertà, verità e trasparenza sono parole che tornano ad affiorare nel racconto di Cristina e ci interpellano tutti: «Desideriamo fortemente che i cristiani normali, tutti quelli come noi, promuovano una cultura di trasparenza. Nessun cristiano dovrebbe più pensare, con fastidio, che “i panni sporchi si lavano in casa”, quasi nascondendo la realtà. La pedofilia non è un panno sporco, è un reato. Per il Vangelo, chi scandalizza un piccolo farebbe meglio a mettersi una macina al collo e buttarsi nel mare. Ogni azione malvagia compiuta contro uno dei piccoli è stata fatta contro Gesù». Riprende Cristina: «Le vittime dei preti pedofili sono gli ultimi degli ultimi. Erano credenti e praticanti. Dentro il mondo della fede, che amavano, hanno trovato l’ inferno. Da cristiani, dobbiamo smettere di voltarci dall’ altra parte. Dobbiamo evitare il più possibile che si ripeta ciò che è accaduto ad Alessandro e a tantissimi altri».

    È nato così, come fiore che sbuca nel deserto più arido, lo scopo che dà a Cristina la forza e la voglia di ricominciare ogni sua giornata: «Ciò che dà senso al mio futuro è testimoniare, condividere, stare vicina a chi ha vissuto situazioni come la mia, far sapere a tutti che l’ abuso non è l’ ultima parola sulla vita. Se ne può uscire. C’ è per tutti una Via, una Verità che rende liberi».

    DA VITTIME A SOPRAVVISSUTI

    Cristina Balestrini ha trovato un suo particolare ambito  di senso e testimonianza dentro Rete L’ abuso – Associazione sopravvissuti agli abusi del clero (www.retelabuso.org), diventata un riferimento anche per Alessandro. «L’ Associazione», racconta, «ha aiutato Alessandro a compiere il suo passaggio da “vittima” a “sopravvissuto”. Ha trovato il coraggio di esporsi, condividere la sua storia con chi ha vissuto situazioni altrettanto drammatiche, mettersi a servizio di chi non ce la fa a uscirne. Non gli auguro, di cuore, di essere per sempre “il sopravvissuto”, di trovarsi a parlare sempre di questa vicenda. Gli auguro una vita normale per quanto possibile. Ma sarà una normalità che non potrà mai negare questo pezzo, che fa parte di lui».

    http://m.famigliacristiana.it/articolo/cristina-balestrini-sul-calvario-con-mio-figlio-abusato-da-un-prete.htm

  • Pedofilia, famiglia di giovane abusato scrive al Papa: “Giustizia”

    Pedofilia, famiglia di giovane abusato scrive al Papa: “Giustizia”

    Rozzano (Milano), 3 marzo 2019 – «Caro Papa, ti scriviamo a nome nostro e di tutte quelle vittime senza voce o che non sono state ascoltate, affinché si possano manifestare quelle azioni concrete di cui hai parlato per tutelare i bambini contro i preti pedofili». La famiglia Battaglia ha indirizzato la lettera direttamente a papa Francesco, ripercorrendo la vicenda di Alessandro, un ragazzo di Rozzano che nel 2011 aveva trovato il coraggio di denunciare le molestie subite da don Mauro Galli, che una volta aveva invitato l’allora 15enne a dormire con lui. Alessandro ha trascorso sette anni a cercare giustizia, ottenuta, solo in parte lo scorso settembre con la condanna in primo grado a 6 anni e 4 mesi per il sacerdote, trasferito nel 2012 da Rozzano a Legnano con l’incarico di responsabile della Pastorale giovanile. Una decisione contro la quale la famiglia si era opposta, iniziando a scrivere una lunga serie di missive alla Congregazione per la Dottrina della fede.

    «Finalmente le settimana scorsa il presidente dell’associazione Rete Abuso, Francesco Zanardi, ha incontrato l’arcivescovo Scicluna, padre Lombardi e alcuni membri della Commissione che ha organizzato il summit in Vaticano sulla protezione dei minori – ripercorrono le tappe Cristina Balestrini ed Ettore Battaglia, genitori del ragazzo –. Zanardi ha potuto consegnare il dossier sulla gestione della diocesi di Milano, proprio sul caso che ci riguarda personalmente. Lombardi ha ritirato il materiale e ha riferito che aveva già le nostre lettere».

    I genitori provano questa volta ad arrivare direttamente a papa Bergoglio: «Il processo canonico è sato avviato solo nel 2015 e ancora non ne sappiamo nulla. Occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i vescovi che abusare e insabbiare non è una cosa buona? Caro Papa – concludono la missiva –, dopo tante richieste rimaste inascoltate, ti chiediamo ora di darci risposte concrete». Francesca Grillo

  • “Nostro figlio abusato”, lettera aperta al Papa

    “Nostro figlio abusato”, lettera aperta al Papa

    I genitori di Alessandro Battaglia, il giovane milanese che ha subito abusi sessuali da parte di un prete, hanno scritto una lettera al Papa. Nella missiva, inviata all’Adnkronos, i genitori scrivono: “Caro papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subìto da nostro figlio Alessandro, da parte di un sacerdote di Rozzano (Milano), don Mauro Galli, che da poco è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”. Inizia così la lettera che Cristina Balestrini ed Ettore Battaglia, genitori di Alessandro, unitamente allo zio Giovanni, hanno scritto a Bergoglio per chiedere “a nome nostro e di tutte quelle vittime, magari senza voce o che non sono state ascoltate” azioni concrete e tempi certi contro i preti pedofili.

    Nella missiva, i genitori di Alessandro ricordano al Papa di essere stati a Roma nei giorni del summit e di avere seguito tutto quello di cui veniva discusso: “Abbiamo seguito attentamente questi giorni di summit in Vaticano sulla protezione dei minori. Ti scriviamo ancora, questa volta per chiederti come si manifesta ed esplicita la coerenza dei tuoi preziosi annunci per il bene della Chiesa, in cui vogliamo credere, e soprattutto per la tutela dei bambini. Ti scriviamo rispetto al nostro specifico caso, e lo facciamo anche in forma pubblica, perché abbiamo purtroppo sperimentato che è l’unico mezzo per poterti raggiungere e poi tu stesso hai parlato dell’importanza di perdere del tempo per ascoltarci: quante volte ti abbiamo chiesto di incontrarci“.
    Cristina ed Ettore Battaglia ricordano al Papa di avere scritto altre volte ma di non avere mai ricevuto risposta: “Ti abbiamo scritto più volte, e recapitato le nostre missive attraverso diversi canali ufficiali a partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, costantemente ed incessantemente già dal lontano 2015, ma fino ad ora senza alcuna risposta nel merito. Finalmente la settimana scorsa, il presidente dell’associazione Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, che avrebbe voluto parlare proprio con te di persona caro papa Francesco insieme ad altre vittime di associazioni nel mondo, ha incontrato l’arcivescovo Scicluna, padre Lombardi e alcuni membri della Commissione che ha organizzato il summit. Zanardi ha potuto consegnare il dossier sulla gestione della diocesi di Milano proprio sul caso che ci riguarda personalmente, il caso don Galli. Padre Lombardi ha ritirato il materiale ed ha riferito che aveva già la nostra lettere, dunque i nostri precedenti invii erano andati a buon fine anche se non abbiamo ricevuto alcun riscontro”.

    I genitori di Alessandro ricordano il contenuto del discorso del Papa al termine del summit con i capi della Chiesa e osservano: “Caro papa Francesco nel nostro caso la chiesa Ambrosiana ha fatto di tutto: non solo per non consegnare il prete alla giustizia, ma nemmeno aveva avviato il processo canonico, pur sapendo del presunto abuso già nel dicembre 2011. Solo dopo quattro anni, nel 2015, avvierà il processo canonico di cui ancora noi non sappiamo nulla. Altro che ‘trasparenza’ da voi discussa un giorno intero durante il summit! Altro che ‘non si risparmierà mai!’

    “Caro papa Francesco, – chiedono ancora i genitori di Alessandro nella lettera – ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine da un oratorio all’altro non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire? Caro Papa Francesco, per continuare a credere in questa Chiesa ti chiediamo, a nome nostro e a nome di tutte quelle vittime, magari senza voce o che non sono state ascoltate, presenti a Roma da tutto il mondo in questi giorni: come si traduce tutto questo in azioni concrete? E in che tempi? Questo è ciò che desideriamo chiederti, e ti chiediamo di inviarci puntuali risposte a queste specifiche domande. Grazie di cuore”.

  • “Domande scomode?…” – GIUSTIZIA DIVINA

    “Domande scomode?…” – GIUSTIZIA DIVINA

    Sabato sera 1 dicembre 2018, a Savona, presso la libreria Ubik, è stato presentato il libro “Giustizia Divina” edito da Chiarelettere. Presenti gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli, l’Avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma e Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Lo scambio di battute tra i quattro, perfettamente riuscito, ha permesso al pubblico presente in Libreria di appassionarsi all’argomento, di fare domande e di uscire con il desiderio di leggere il libro per approfondire quanto solo accennato.

    Il tema è sicuramente di attualità, ma la serietà con la quale è stato affrontato ha permesso a ciascuno di rendersi conto che il giornalismo di inchiesta è purtroppo un fenomeno raro e complesso.

    Mi ha colpito in modo particolare la presentazione che i due autori hanno fatto di sé stessi rendendo ancora più credibile il lavoro svolto per la stesura del libro, lavoro che ha richiesto un impegno di tre anni. Federico Tulli si è presentato come ateo, mentre Emanuela Provera ha dichiarato di essere credente e cattolica, con un passato nell’Opus Dei. Un incontro tra due mondi che, pur sembrando una sorta di “sfida”, ha raggiunto un ottimo risultato.

    Il libro tratta e approfondisce tre argomenti principali:

    • le “case” in cui vengono inviati i sacerdoti “in difficoltà”, spesso sottratti al carcere
    • la presenza effettiva, nelle carceri italiane, dei sacerdoti che hanno commesso crimini
    • la pratica dell’esorcismo

    Il “silenzio” è un filo conduttore, così come il “segreto”… e le domande sono tante..

    Perché, nonostante i proclami continui di Papa Francesco sulla Tolleranza Zero nella lotta alla pedofilia, l’alone di segretezza e di occultamento è ancora così radicato e ben organizzato? Perché, a fronte di tutto quello che la gerarchia ecclesiastica ha messo in campo per la cura dei sacerdoti “in difficoltà”, non vi è nulla per le vittime?  Perché i sacerdoti condannati dalla giustizia civile in Italia possono beneficiare di un percorso “domiciliare” alternativo al carcere, a differenza di tutti gli altri cittadini che commettono gli stessi crimini? Perché è permesso ai minori di assistere alla pratica degli esorcismi? Perché la Santa Sede non ha risposto all’Onu (al Comitato Onu Diritti del Fanciullo) in merito al suo impegno concreto rispetto alla pedofilia clericale?

    Domande alle quali hanno cercato di dare una risposta Federico Tulli e Emanuela Provera, affiancati da Mario Caligiuri e Francesco Zanardi.

    L’Avvocato ha posto l’accento sulla responsabilità della Stato nella tutela dei minori, così come la necessità di modificare il Concordato, mentre il Presidente della Rete L’ABUSO ha ricordato la funzione di osservatorio svolto dall’Associazione e l’attività di ricerca/investigazione, oltre al fondamentale supporto alle vittime.

    Emanuela Provera ha espresso in modo appassionato il percorso fatto che, in modo chiaro, ha evidenziato una scollatura tra il comportamento e atteggiamento della “base” rispetto ai “vertici” della chiesa. Ha ribadito che, per un credente, è fondamentale la ricerca della verità; la chiesa che utilizza degli espedienti pur di coprire i crimini non è la Chiesa di Gesù Cristo.

    Come concludere? Sicuramente con l’invito a leggere il libro, occasione unica per approfondire e contribuire a creare una cultura di consapevolezza. Fondamentale però anche il sostegno alla Rete L’ABUSO, anche con un piccolo gesto concreto quale, per esempio, il TESSERAMENTO ANNUALE come socio: http://retelabuso.it/tesseramento/

    Come madre di una vittima, non posso fare altro che ringraziare persone coraggiose, come quelle presenti l’altra sera alla presentazione del libro GIUSTIZIA DIVINA, per tutto quello che fanno ogni giorno, mettendo ciascuno a disposizione le proprie competenze con grandissima professionalità e passione. Davvero grazie.

    Cristina Balestrini

  • “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    di Serena Agostani

    INTERVISTA – La parola ai genitori del ragazzo che fu abusato dal sacerdote quando era adolescente. Dal processo è emerso che l’arcivescovo di Milano, pur informato dell’accaduto, decise di non denunciare il prete ma anzi di spostarlo in un altro oratorio (a Legnano)

    “Perché la Chiesa non fa niente?” “Tolleranza zero sui pedofili: dal Papa ci aspettiamo coerenza”

    LEGNANO – “Io e mio marito siamo rimasti cattolici praticanti, ma profondamente addolorati perché il dramma degli abusi sessuali da parte del clero non viene preso in considerazione seriamente dalla Chiesa: fanno “qualcosa” solo se c’è una denuncia e se intervengono i giornali. E questo è molto triste”.

    Cristina Balestrini, parla per esperienza personale: suo figlio Alessandro Battaglia, 22 anni, fu abusato da un sacerdote quando era adolescente e, prima di ottenere giustizia, ha dovuto scontrarsi – denuncia la famiglia – “con l’omertà dei vertici della Chiesa”.

    Chiesa che pure lei e il marito Ettore Battaglia, continuano a frequentare. “Non è facile conservare la fede quando si è costretti ad affrontare un’esperienza come la nostra – spiega la donna accogliendoci in soggiorno, dove fanno bella mostra di sé un crocifisso e una Bibbia aperta su un leggìo, insieme al fratello Giovanni Balestrini –, quando si vede il proprio figlio devastato al punto tale da tentare il suicidio per ben quattro volte. Ma noi siamo convinti che Dio non c’entri, e che a sbagliare siano le persone. Lo stesso non si può pretendere da Alessandro: lui, che è cresciuto in parrocchia, dov’era attivissimo, ora non vuole più saperne e dice spesso che i suoi figli non vedranno mai l’interno di una chiesa. Fortunatamente, seppure con moltissima fatica, sta cercando di provare a vivere una vita “normale”. In questi anni è sempre stato affiancato da psichiatri, le sue condizioni sono finalmente migliorate quando ci siamo affidati a un terapeuta specializzato nella gestione dei disturbi post-traumatici”.

    I fatti, per i quali lo scorso 20 settembre è stata pronunciata la sentenza di primo grado, risalgono al 2011 e avvennero a Rozzano, dove la famiglia Battaglia risiede ancora oggi. Sette anni dopo, i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato il prete, don Mauro Galli, originario di Cislago, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Una sentenza che ha avuto vasta eco anche a Legnano, dove il sacerdote prestò servizio nel 2012.

    Una sentenza che per la famiglia di Alessandro non è coincisa con la fine della sua battaglia, anzi. “Da qualche mese ho deciso di collaborare attivamente alla Rete L’abuso – racconta la madre del giovane –, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero. Condividere la nostra esperienza con altri è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, per dire loro di non sentirsi sole. E anche Alessandro, dopo sette anni, ha deciso di “metterci la faccia”.” Una svolta non semplice, che non è arrivata dopo la condanna di don Mauro Galli, ma qualche giorno prima, a Berlino, durante il meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. “Lì si è trovato davanti una parete con una cinquantina di nomi – prosegue Cristina Balestrini –, quando gli è stato spiegato che era un modo di ricordare i ragazzi abusati dai sacerdoti che si erano suicidati ha capito di essere un sopravvissuto. E ha sentito l’urgenza di uscire allo scoperto per dire a tutti che quando si è vittima di violenza, bisogna denunciare e farlo subito”.

    Una consapevolezza che Alessandro e la sua famiglia hanno maturato tardi. “Noi per primi – ammette la donna – abbiamo commesso l’errore di non rivolgerci alle forse dell’ordine. Da cattolici, la prima cosa che abbiamo fatto è stata informare il nostro parroco. Ci eravamo illusi che bastasse questo affinché la giustizia facesse il suo corso, invece di siamo accorti solo dopo, a nostre spese, che nulla si muoveva. Anzi, quando abbiamo saputo che don Mauro Galli, su cui pendeva il sospetto di pedofilia, era stato spostato a Legnano, di nuovo a contatto con i giovani, siamo rimasti allibiti. La scelta, presa da don Mario Delpini, che allora era vicario episcopale e che pure sapeva tutto, ci ha gettato nello sconforto e ha aperto in noi una caso di coscienza: che cosa sarebbe potuto succedere ad altri ragazzi? Allora abbiamo iniziato a risalire tutta la gerarchia ecclesiastica scrivendo a vescovi e cardinali. Certo non avremmo immaginato di dover arrivare fino al Papa. Ora il Santo Padre non può sostenere di non sapere o di essere male informato come per il caso del Cile, chiediamo dunque coerenza. Francesco predica la “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili, allora perché si tollera che un prete si porti a letto un minore e un vescovo consapevolmente semplicemente lo sposti ancora a contatto con i minori?”.

    PROCESSO – IL TRIBUNALE DI MILANO LO HA CONDANNATO A SEI ANNI E QUATTRO MESI

    La sentenza è arrivata giovedì 20 settembre. Colpevole. Così la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha giudicato don Mauro Galli, a processo con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni.

    Il sacerdote, 39 anni, nativo di Cislago, ha prestato servizio anche a Legnano: nel 2012 fu vicario nella parrocchia di San Pietro al quartiere Canazza e responsabile della pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. I fatti contestati avvennero a Rozzano nel 2011, e il suo trasferimento nella città del Carroccio sarebbe stato motivato proprio dalla decisione, presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca vicario di zona, di trasferire il prete ad altro incarico dopo la segnalazione fatta dai genitori del ragazzo ai parroci della cittadina (don Galli aveva ammesso subito di aver dormito nello stesso letto con il minorenne, negando però gli abusi).

    Il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100mila euro di risarcimento ai famigliari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione, ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

    La difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in appello.

    I fatti avvennero tra il 19 e il 20 dicembre 2011, nella canonica di Rozzano dove abitava don Galli, che aveva l’incarico di vicario parrocchiale nel comune dell’hinterland milanese. Lì il ragazzo aveva trascorso la notte, su invito del sacerdote, “In vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo”. Davanti ai giudici il prete aveva ammesso di aver dormito nel letto matrimoniale con il 15enne, nonostante ci fossero altri letti a disposizione, ma aveva negato ogni contatto: stando alla deposizione resa in aula, don Galli si era difeso sostenendo di non aver mai “abbracciato” né “toccato” il giovanissimo.

    Il quale ha sempre raccontato un’altra verità, ora sancita dalla sentenza di primo grado.

    “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari – ha sottolineato il pubblico ministero nella requisitoria – non possono essere ripagate da un pagamento in denaro”. Anzi, secondo Minutella, vi è “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non aver cagionato”.

    A breve saranno rese note le motivazioni della sentenza.

    LA POSIZIONE DELL’ARCIDIOCESI

    “Abbiamo gestito il caso con scrupolo e coscienza”

    Dall’Arcidiocesi nessun commento sulla lettera aperta che i famigliari di Alessandro Battaglia hanno scritto al Santo Padre.

    Sull’intera vicenda don Mauro Galli, la Chiesa di Milano si è affidata esclusivamente a comunicati ufficiali e a quelli rimanda i giornalisti. Nel giugno 2017, pochi giorni prima dell’avvio del processo penale che vedeva il sacerdote cislaghese imputato per violenza sessuale ai danni di un minore, l’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi aveva rivendicato di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza”, provvedendo “cautelativamente a sollevare don Mauro dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi” e sottolineando che il trasferimento era “avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale della famiglia del ragazzo”.

    Alla conclusione del procedimento giudiziario, lo scorso 20 settembre, ha espresso “vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto” ricordando che “mentre la giustizia fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli affidato alla responsabilità del Tribunale Ecclesiastico”.

    LA LETTERA APERTA DEI FAMIGLIARI DELLA VITTIMA AL PAPA – “Delpini sapeva e si limitò a spostare don Galli, ora faccia spontaneamente un passo indietro”

    “Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subito da nostro figlio Alessandro da parte di un sacerdote di Rozzano, don Mauro Galli, che pochi giorni fa è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”.

    Inizia così la lettera aperta che la famiglia di Alessandro Battaglia ha scritto al Santo Padre, della quale riportiamo ampi stralci.

    “In questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, a partire dalla Chiesa locale, quella diocesana fino alle più alte istituzioni ecclesiastiche e ai tuoi più stretti collaboratori. Ci siamo affidati alla Chiesa fin dal primo giorno e abbiamo continuato a credere ed affidarci, in un crescendo di interlocutori, sempre più autorevoli.

    Le risposte aberranti o gli inspiegabili silenzi, ci hanno costretto a continuare in questo percorso fino ad arrivare a te, caro Papa Francesco, ormai già da diversi anni (la prima volta che ti abbiamo scritto direttamente risale al 2015).

    Oggi purtroppo sono finiti gli interlocutori e forse si sta anche spegnendo la speranza di essere ascoltati.

    Questa volta ti scriviamo con questa modalità perché non possiamo tacere e non possiamo lasciare nulla di intentato, e non possiamo nemmeno non commentare la nota stampa pubblicata il giorno della sentenza dal portavoce del nostro arcivescovo Mario Delpini: “L’Arcidiocesi di Milano prende atto della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli. Esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto”.

    Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni. Come potrai riscontrare, se lo vorrai, tante persone, tante istituzioni, centinaia di pagine, Vescovi, Cardinali, che sanno e che hanno un nome e cognome. In diversi ci hanno risposto firmando le loro lettere, sono persone e istituzioni alle quali ci siamo rivolti, nella massima fiducia e speranza, anche se questa fiducia, progressivamente, veniva minata e sminuita dalle risposte o non risposte.

    Caro Papa Francesco noi ti abbiamo cercato tanto, creduto e preso sul serio, abbiamo denunciato alla Chiesa facendo nomi e cognomi come tu esortavi quando, anni fa, avevi fatto l’identikit del buon sacerdote, colui che sa ed ha il coraggio di denunciare con nome e cognome…

    Probabilmente abbiamo sbagliato perché, forse, ti riferivi solo ai sacerdoti, tuttavia noi invece ti abbiamo preso sul serio, ci siamo fidati e abbiamo denunciato esplicitamente il comportamento dell’Arcivescovo Mario Delpini e del Vescovo Pierantonio Tremolada. Ci hanno ringraziato ufficialmente e per iscritto, elogiando il nostro coraggio, come a dire che tutti dovrebbero seguire l’esempio da te insegnato, ma purtroppo non abbiamo trovato alcun riscontro a tale elogio… le solite frasi di circostanza.

    Ti abbiamo creduto quando hai promulgato in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole” la preziosa indicazione circa la rimozione dei Vescovi per causa grave, esplicitando chiaramente, e con forza, il caso di omissione per i reati di abuso sessuale.

    Le cose tuttavia non sono andate esattamente come oggi “indegnamente” pretende di esprimere la Diocesi di Milano citando la sua vicinanza a noi. Forse abbiamo un concetto di “vicinanza” leggermente diverso.

    È la stessa Diocesi che in questi anni ci ha formalmente diffidato, riservandosi di chiederci il maggior danno? La stessa Diocesi che ci intimava il silenzio quando insistentemente scrivevamo in Vaticano prima della nomina dell’Arcivescovo Delpini?

    È la vicinanza concreta espressa nella nostra Diocesi, dove il Buon Arcivescovo non ci ha mai contattato, se non per interposta persona, esclusivamente per ipotizzare la richiesta del maggior danno (ci sono i documenti, le diffide). Nessun altro ci ha chiamato, tranne don Alberto Rivolta, unico flebile e fragile legame tra la chiesa e nostro figlio, ma che, a settembre 2018, è stato trasferito in un’altra parrocchia da mons. Delpini.

    Ci ha onestamente spiazzato anche il tuo attuale Nunzio Apostolico per l’Italia Cardinale Emil Paul Tscherring, quando ben prima che tu nominassi l’Arcivescovo Delpini quale rappresentante all’attuale Sinodo dei Giovani, ci annunciava per iscritto, con piacere, che finalmente ora tutta questa vicenda era direttamente nelle tue mani: ci era sorto il dubbio che le decine di lettere che ti avevamo scritto e le risposte del tuo precedente nunzio Apostolico, Cardinale Adriano Bernardini, non ti fossero mai giunte.

    Il comunicato della Diocesi di Milano, da quasi un anno pubblicato sul sito ufficiale www.chiesadimilano.it intitolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” ci spiega che il “povero” Delpini dal 2011 sapeva solo che il prete aveva portato nel letto il minore, descrivendo nel dettaglio il tipo di letto.

    Ma se Delpini sapeva perfettamente dal letto e proprio per questo motivo scelse di spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori e incaricato dalla pastorale giovanile, come si concilia con la spiegazione offerta dal suo consulente in aula?

    Noi non sappiamo se quanto scrivono i giornali … gli scandali che emergono in questo ultimo periodo, le migliaia di persone coinvolte… non sappiamo se tutto sia perfettamente ricostruito, quali siano le reali responsabilità.

    Ma sappiamo per certo che la nostra storia, sofferta, vissuta e non voluta, è tutta vera: in questo caso non abbiamo bisogno dei giornalisti, se non per riuscire a fartelo sapere.

    Lo sappiamo per certo: non perché ci affidiamo alla nostra memoria o eventuali suggestioni dovute all’inevitabile coinvolgimento personale, ma semplicemente perché, ancora una volta, ci eravamo fidati della Chiesa, avevamo preso alla lettera il suggerimento di un sacerdote, padre Aleardo, che ci disse in modo perentorio – sorprendendoci e lasciandoci basiti – di “documentare tutto, registrare tutto, scrivere, archiviare, duplicare i contenuti, fare un diario quotidiano, archiviare sms, chat, incontri…” Allora non capivamo.

    Ora possiamo dire “grazie” per questo misterioso suggerimento: ci restituisce una estrema serenità.

    Possiamo dimostrare tutto oggettivamente, senza commettere errori di interpretazione, grazie quindi alla Chiesa che, se pur in modo aberrante, dobbiamo onestamente riconoscere ci ha spesso risposto inaspettatamente.

    Tutto questo proclamare la “Tolleranza Zero” e poi?

    L’ermeneutica del 2018?

    Quindi quando un Vescovo come mons. Delpini o mons. Tremolada spostano un prete accusato di pedofilia da una parrocchia all’altra, sapendo con certezza che quantomeno il sacerdote si era portato a letto un minore, sta insabbiando il caso oppure semplicemente non se ne vuole occupare?

    Nella “Tolleranza Zero” questi casi si possono semplicemente rubricare come errori accettabili?

    Caro Papa Francesco, noi ti avevamo creduto quando nel 2014 dicevi che i Vescovi avrebbero dovuto rendere conto se non avessero esercitato il loro servizio di pastori per la protezione dei minori:

    “… mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

    Non avremmo mai immaginato che solo poco dopo, nel 2018, avresti tollerato che gli stessi Vescovi avessero potuto viceversa scegliere di non occuparsi degli abusi dei loro sacerdoti rendendoti persino orgoglioso.

    Caro Papa Francesco, consentici infine un suggerimento per l’Arcivescovo Delpini ma anche per il Vescovo Tremolada (magari illuminati dall’esempio del Cardinale Wuerl): se è vero che Delpini ti vuole tanto bene, forse potrebbe aiutarti in questa triste vicenda evitandoti di dover rispondere o non rispondere a questa lettera.

    In entrambi i casi ci sarebbe una chiara presa di posizione da parte tua.

    I fatti stessi dimostrano e dimostreranno le tue decisioni e le tue posizioni nel merito. Se davvero ti vogliono bene (come l’8 settembre mons. Delpini ha proclamato commosso in Duomo e tanta gente ha applaudito), potrebbero fare spontaneamente un passo indietro rinunciando alla carica.

    Al di là della sentenza di secondo grado o canonica questo aspetto riguarderebbe esclusivamente il profilo penale rispetto al sacerdote: nulla varierebbe invece rispetto alla condotta del Vescovo che sapeva con certezzo che lo stesso prete aveva quantomeno portato a letto un ragazzino, e lo ha semplicemente spostato come se nulla fosse.

    Gli chiediamo questo coraggioso gesto per rispetto nei tuoi confronti, non per noi”

    Cristina Balestrini, Ettore Battaglia, e zio Giovanni

    UN’ONDA VIOLA CONTRO GLI ABUSI SESSUALI DEL CLERO: I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO TRASPARENZA E GIUSTIZIA

    Un’onda viola – il colore liturgico del dolore, del lutto e della penitenza – contro gli abusi sessuali del clero e il silenzio che troppo spesso li copre. È quella che si è alzata sabato 3 novembre in 37 Paesi del mondo, Italia compresa, in occasione della Giornata mondiale dei sopravvissuti, le persone che, dopo aver subito una violenza da parte di un prete, hanno continuato a vivere. Le associazioni che si occupano di abusi all’interno della Chiesa hanno fatto un flash mob, esponendo un grande striscione in inglese in cui vengono denunciati i crimini sessuali.

    Nel nostro Paese i manifestanti hanno scelto piazza San Marco a Venezia perché il loro richiamo potesse diffondersi in tutto il mondo. A promuovere la giornata è stata l’associazione Rete L’abuso, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero (e della quale fanno parte anche il giovane Alessandro Battaglia e i suoi genitori Ettore Battaglia e Cristina Balestrini), in collaborazione con Eca (Ending clergy abuse, un’organizzazione internazionale di attivisti per i diritti dei bambini e delle vittime che si sono unite in una causa comune per sfidare la Chiesa a proteggere i minori dagli abusi del clero e aiutare le vittime a trovare una giustizia reale nella loro vita).

    La data scelta non è casuale: il 3 novembre si celebra infatti san Martino de Porres, il santo patrono della giustizia sociale. E proprio giustizia e trasparenza sono state le richieste dei manifestanti per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Tre le richieste fatte al Papa: La prima: “Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale”. La seconda: “Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero”. E poi ancora: “Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali”.

    “A Venezia è andata molto bene – racconta Cristina Balestrini –, diverse persone si sono fermate a chiedere informazioni e anche sui social c’è stato un notevole richiamo con interventi un po’ da tutto il mondo. Purtroppo Alessandro non è venuto, sabato non stava benissimo”. Ma i suoi genitori erano in piazza anche per lui, oltre che per tutti coloro che come lui sono stati costretti a soffrire nel silenzio e nella vergogna, ai quali hanno voluto dire: “Tu sei creduto, tu sei amato, noi siamo qui per te”. “Che cosa significa per la mamma di una vittima – si domanda Cristina Balestrini – mettersi in gioco partecipando a eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”. Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendono che denunciare i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture) non è un attacco verso il Papa o verso la Chiesa. ricercare la verità e la giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa, e non è quella che ti aspettavi”.

    (trascrizione da Settegiorni Alto Milanese del 9 novembre 2018)

  • #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, manifestanti da tutto il mondo si riuniscono per richiedere tutti insieme trasparenza e giustizia per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Gli organizzatori di questo Evento hanno espresso la speranza che il 3 novembre possa essere commemorato come “giorno di tutti i sopravvissuti” che segue la festa di “tutti i Santi” (1 novembre) e il “giorno dei defunti” (2 novembre). È stato chiesto di vestirsi di viola, per simboleggiare i colori liturgici del dolore, lutto e penitenza, e di ritrovarsi tutti, il 3 novembre, alle 3 del pomeriggio, davanti a una Chiesa.

    A Papa Francesco vengono fatte tre richieste:

    1. Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale.
    2. Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero
    3. Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali

    E in Italia? Con l’Associazione Rete L’ABUSO l’evento è stato organizzato a Venezia, dove una rappresentanza di vittime, familiari e sostenitori, ha voluto dire al mondo “noi ci siamo”. Sappiamo però che tanti altri, che non hanno potuto essere presenti a Venezia, hanno sostenuto e partecipato a questa iniziativa da casa loro, nella loro Parrocchia.

    Tante emozioni durante il viaggio per raggiungere Venezia. Cosa significa per una mamma di una vittima mettersi in gioco partecipando ad eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”.

    Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendano che DENUNCIARE i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture!) non è un ATTACCO verso il Papa o verso la Chiesa.

    Ricercare la Verità e la Giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa e non è quella che ti aspettavi.

    Essere presenti a Venezia, un piccolo gruppo di “folli” con cartelli preparati a casa nei giorni precedenti l’evento, interfacciandosi con gli organizzatori di Eca, ed esibendo uno striscione di 5 metri. I passanti si fermavano incuriositi, qualcuno si è unito a noi dopo aver letto il messaggio dei cartelli, qualcuno ha chiesto informazioni, qualcuno ci ha fotografati e intervistati. Sono passati anche tanti sacerdoti in piazza.

    San Marco, ma hanno tirato dritto: nemmeno uno si è fermato.

    E, circa alle 15, insieme a tutte le vittime di tutto il mondo, ciascuno ha condiviso le foto sui social:

     #AllSurvivorsDay !

    Grazie a chi era presente e a chi ci ha seguito a distanza

    Cristina Balestrini, una Mamma della Rete L’ABUSO

  • FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    L’esperienza della mia famiglia di essere stati ospiti di Quarto Grado per raccontare il dramma che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, è la prova che si può uscire dal silenzio e affrontare il dolore di chi subisce un abuso sessuale.
    Un ringraziamento particolare è per Gianluigi Nuzzi e per tutto il suo staff, la sensibilità e l’attenzione umana e professionale si toccano con mano e si “respirano” in ogni particolare che ci ha portato fino ad arrivare alla trasmissione televisiva. Un altro grazie a Chiara Ingrosso, l’inviata di Quarto Grado che ha sempre presenziato alle udienze in Tribunale e ha seguito la mia famiglia con grande professionalità, simpatia e attenzione verso il nostro dolore.

    È fondamentale farsi aiutare a vari livelli, ma il più importante è sentirsi capiti da chi ha già affrontato lo stesso dolore e riesce a sopravvivere.
    Questa è test.retelabuso.org/ !

    In tanti ci state mandando messaggi di solidarietà e di vicinanza, e anche la richiesta “cosa posso fare per dare una mano?”
    Mi sento di dire che DUE cose fondamentali può fare chiunque davvero si sente vicino alle vittime:

    1. promuovere una cultura di consapevolezza: che vuol dire CONDIVIDERE i contenuti relativi a questo tema, parlarne, scrivere, sensibilizzare gli amici, approfondire i contenuti, anche una preghiera..

    2. pensare ad un aiuto CONCRETO per l’Associazione test.retelabuso.org/ . Noi abbiamo sperimentato concretamente cosa significa essere sostenuti e, assicuriamo che non riceve nessun finanziamento di nessun tipo. Banalmente, affinché il Presidente,
    Francesco Zanardi, possa partecipare a varie iniziative in Italia e nel mondo, o presenzi ad alcune udienze nei Tribunali, o produca la documentazione per seguire le varie cause: tutto è a carico suo… e questo è davvero triste.

    Forse non bastano più solo i sostegni a parole: se ciascuno contribuisce, anche con poco, ma se siamo in TANTI, Retelabuso e Francesco hanno la possibilità di aiutare le vittime ancora di più.

    La frase di mio figlio detta a Gianluigi Nuzzi “L’Associazione Retelabuso mi ha salvato la vita” per me ha un significato molto concreto.

    Se ognuno dona solo anche 5 euro? Io ringrazio a nome delle vittime, davvero con tutto il cuore,
    Cristina Balestrini

    questo è il link: http://retelabuso.it/come-sostenerci/