Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Preti pedofili. Vaticano propaganda stretta giudiziaria, Come ammettere che per decenni hanno fatto finta di niente

    Preti pedofili. Vaticano propaganda stretta giudiziaria, Come ammettere che per decenni hanno fatto finta di niente

    da Adista Notizie n. 31 del 08/09/2012

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Ogni anno la Libreria Editrice Vaticana pubblica un volume, intitolato L’attività della Santa Sede, che riepiloga tutti gli atti compiuti dal papa, dalla Curia romana e dagli altri organismi vaticani. Pur essendo compilata a cura della Segreteria di Stato, si tratta (lo chiarisce lo stesso frontespizio del volume) di una «pubblicazione non ufficiale», ma contiene una notevole mole di informazioni, statistiche e dati. Solitamente destinato agli “addetti ai lavori”, quest’anno il volume è stato invece lanciato in grande stile dal Vaticano, desideroso di dare un’immagine positiva di sé, legata alla “trasparenza” con cui rende note le informazioni circa la propria attività, ma anche alla fermezza con cui starebbe perseguendo i crimini commessi dal clero, specie quelli legati alla pedofilia.

    Ed in effetti esattamente in questa direzione va il “lancio” fatto dall’Ansa il 28 agosto: «La linea della trasparenza avviata da Benedetto XVI sul tema della pedofilia ha portato a un “considerevole’’ aumento delle denunce dei casi di abusi su minori», scrive la più autorevole agenzia di stampa italiana. La notizia, pubblicata in questa stessa prospettiva anche da diversi quotidiani e siti internet (il blog di Sandro Magister e Vatican Insider su tutti), ha avuto così una certa eco.

    In sostanza, dalle circa 1.300 pagine di testo emerge che nell’anno trascorso l’ufficio disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede, diretto dal promotore di giustizia mons. Charles J. Scicluna, ha aperto 599 nuove pratiche, 440 delle quali riguardanti i «delicta graviora», e che tra quessti la stragrande maggioranza (404) sono casi di abusi perpetrati da chierici a danno di minori. Anche se, come afferma il volume, «nell’anno 2011, rispetto all’anno 2010, sono pervenute all’ufficio disciplinare meno segnalazioni», «rispetto agli anni precedenti (ad esempio il quinquennio 2005-2009) il numero dei casi è aumentato considerevolmente».

    Insomma meno denunce, ma più indagini aperte. E più provvedimenti disciplinari: nel 2011 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha sottoposto al papa la richiesta di laicizzazione «ex officio» di 125 soggetti e per altri 135 la richiesta di dispensa dagli obblighi sacerdotali. Un segno di efficienza e di ferma volontà di attuare il motu proprio promulgato dal papa il 21 maggio 2010 che integrava il De delictis gravioribus del 2001, lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede che dava indicazione agli episcopati mondiali su come trattare i «delitti più gravi commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti», e quindi anche la pedofilia tra il clero, prevedendo la dimissione dallo stato clericale dei preti colpevoli, quando non vi sono margini di dubbio sulle loro responsabilità. I dati pubblicati nel volume edito dalla Santa Sede, hanno detto un po’ tutti gli organi di stampa, sarebbero quindi un segno evidente che la “cura” contro la pedofilia avviata da papa Benedetto XVI sta ottenendo i suoi effetti.

    Verrebbe però da chiedersi come mai tanta solerzia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede si sia manifestata solo nel 2011, quando lo scandalo mondiale seguito alle clamorose rivelazioni sugli abusi perpetrati da esponenti del clero in Paesi come Stati Uniti, Irlanda, Germania, Belgio stava gettando ombre e discredito anche sul Vaticano, e non invece negli anni precedenti, dal momento che i primi casi eclatanti di pedofilia emersero già nel 2001, negli Stati Uniti, e che Benedetto XVI, il papa che il mantra della stampa main stream descrive come quello che si è battuto con più vigore per debellare questa piaga, è in carica ormai da più di 7 anni.

    Inoltre, nel De Delictis Gravioribus voluto nel 2001 proprio da Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio avocava a sé il controllo sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori. Come a dire che l’attuale papa possedeva tutti i dossier sui preti pedofili in ogni parte del mondo. Nonostante ciò, fino ad anni recenti il dicastero che Ratzinger ha diretto fino al 2005 non ha agito con grande tempestività e rigore nei confronti di questi ecclesiastici. Quel documento (all’art. 11) ribadiva inoltre l’importanza del vincolo della segretezza. Tutti coloro, vittime, testimoni, ordinario diocesano, personale del tribunale ecclesiastico, che erano implicati in una vicenda di abusi sessuali da parte di un ecclesiastico erano «tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto ‘segreto del Sant’Uffizio’), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica latae sententiae, per il fatto stesso di aver violato il segreto».

    Un modo con cui oggettivamente l’autorità ecclesiastica ha impedito che i casi di pedofilia tra il clero fossero conosciuti dall’opinione pubblica. E denunciati all’autorità civile. Tanto che per i contenuti di questa lettera riservata, Ratzinger fu denunciato per «intralcio alla giustizia» dall’avvocato Daniel Shea di Houston (il 20 settembre 2005 il Dipartimento di Stato statunitense concesse al papa l’immunità diplomatica, in quanto capo in carica di uno Stato sovrano).

    Ancora una chiosa sulla pretesa “severità” con cui la Chiesa starebbe fronteggiando i casi di pedofilia tra il clero. La condanna massima da parte della giustizia ecclesiastica nei confronti di un prete pedofilo resta, anche dopo la “riforma” di Ratzinger, la dimissione dallo stato clericale. Una circostanza che stride fortemente con il fatto che altri tra “i più gravi delitti” sottoposti al giudizio della CdF come l’eresia, l’apostasia e lo scisma, i reati contro l’eucaristia, l’attentata ordinazione sacra della donna prevedano invece la pena della scomunica. (valerio gigante)

    Articolo tratto da
    ADISTA
    La redazione di ADISTA si trova in via Acciaioli n.7 – 00186 Roma Telefono +39 06 686.86.92 +39 06 688.019.24 Fax +39 06 686.58.98 E-mail info@adista.it Sito www.adista.it

  • La pedofilia impregna insospettabili

    La pedofilia impregna insospettabili

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» (Lettera 43)

    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato conLettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.

    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
    La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese, ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
    Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
    A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
    Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
    Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2011

  • PEDOFILIA: DA CARDINALE NEL 2001 LODI A VESCOVO PER OMESSA DENUNCIA

    PEDOFILIA: DA CARDINALE NEL 2001 LODI A VESCOVO PER OMESSA DENUNCIA

    (ASCA) – Citta’ del Vaticano, 15 apr – ”Mi congratulo con lei di non aver denunciato un prete all’amministrazione civile”. Cosi’ scriveva, l’8 settembre del 2001, il card. Dario Castrillon Hoyos, all’epoca prefetto della Congregazione del Clero, piu’ di recente artefice della remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. La lettera del porporato colombiano, oggi in pensione, era diretta a mons.

    Pierre Pican, vescovo di Bayeux, che qualche giorno prima era stato condannato a tre mesi di prigione con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo della sua diocesi: una condotta, per il porporato, che doveva essere presa ad esempio da tutti i vescovi del mondo. La lettera e’ stata pubblicata dalla rivista francese ”Golias”.

    ”Le scrivo in qualita’ di prefetto della Congregazione per il Clero, incaricato di collaborare alla responsabilita’ del Padre comune su tutti i preti del mondo”, esordiva Castrillon Hoyos nove anni fa. La Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal card. Joseph Ratzinger, poco meno di quattro mesi prima, nel maggio del 2001, aveva pubblicato la lettera ‘De delictis gravioribus’ con cui avocava a se’ la gestione di tutti i casi di abusi su minori commessi da preti ma la situazione, evidentemente, era ancora confusa in Vaticano.

    ”Mi congratulo con lei di non aver denunciato un prete all’amministrazione civile – proseguiva il porporato -. Lei ha agito bene e mi felicito di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia e di tutti gli altri vescovi del mondo avra’ preferito la prigione piuttosto che denunciare il suo figlio-prete”. Castrillon Hoyos, facendo eco all’auto-difesa del vescovo che aveva invocato il ”segreto professionale” nel rapporto preti-vescovo, sottolineava come questa relazione fosse ”una relazione sacramentale che crea dei legami molto speciali di paternita’ spirituale. Questo tema e’ stato ampiamente regolato dall’ultimo Concilio, dal sinodo dei vescovi del 1971 e da quello del 1991”.

    Il vescovo, aggiungeva il responsabile del Clero, ”ha altri modi di agire, come ha spiegato di recente la Conferenza episcopale francese; ma non si puo’ esigere da un vescovo che sia lui a denunciare. In tutti gli ordinamenti giuridici civili e’ riconosciuto al prossimo la possibilita’ di non testimoniare a carico di un parente diretto”. E Castrillon Hoyos ricordava un passo della lettera di San Paolo ai Filippesi: ”A tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri e’ divenuto noto che sono in catene per Cristo; e la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto piu’ ardire nell’annunciare senza paura la parola di Dio”.

    ”Questa congregazione – concludeva il cardinale -, per incoraggiare i fratelli nell’episcopato in una materia cosi’ delicata trasmettera’ copia di questa missiva a tutti i fratelli vescovi. Assicurandole ancora la mia prossimita’ fraterna nel Signore, la saluto insieme al suo ausiliare e tutta la sua diocesi”.

    Sul tema, ben diversa la posizione dell’attuale prefetto della Congregazione per il clero, card. Claudio Hummes, che ha scritto qualche giorno fa in una lettera ai preti del mondo in occasione della chiusura dell’Anno Sacerdotale: ”Alcuni, ma proporzionalmente molto pochi, presbiteri hanno commesso orribili e gravissimi delitti di abusi sessuali contro minorenni, fatti che dobbiamo in modo assoluto e intransigente rifiutare e condannare. Loro devono rispondere davanti a Dio e davanti ai tribunali, anche civili”.

    asp/gc/ss

  • Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    LE IDEE
    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia
    di HANS KÜNG

    Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger – oggi Benedetto XVI – ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l’unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.

    Avevo apprezzato molto a suo tempo l’invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l’inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all’università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un’intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.

    Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l’amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un’ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:
    – È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l’impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell’Eucaristia.
    – È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l’uso preconciliare della preghiera per l’illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l’ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.
    – Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell’islam un’immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.
    – È mancata la riconciliazione con i nativi dell’America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati “anelassero” ad accogliere la religione dei conquistatori europei.
    – Non si è colta l’opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell’Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l’AIDS, assecondando la contraccezione e l’uso del preservativo.
    – Non si è colta l’opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell’evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.
    – Si è mancato di adottare infine, all’interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.
    Quest’ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un’importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l’autorità suprema della Chiesa cattolica:
    – ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;
    – ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l’Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;
    – non realizza l’intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all’obbligo del celibato.
    – ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all’interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.

    Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.

    So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell’episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l’immagine di una Chiesa forte, con un “vicario di Cristo” assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.

    Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall’epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l’accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche “unità pastorali” affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.

    E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E’ dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.

    Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L’ho già fatto più d’una volta, sia prima che dopo il Concilio. Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise – ne sono convinto – da milioni di cattolici che non hanno voce.
    1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!
    2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell’episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un’iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l’opera pastorale risulta inefficace, se manca l’apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.
    3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l’episcopato, Paolo VI promulgò un’enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa.
    4. L’obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l’obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull’attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l’esempio dell’apostolo Paolo, che si oppose a Pietro “a viso aperto, perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi – come l’uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l’adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all’intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.
    5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l’intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. Perciò
    6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso c’è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un’assemblea episcopale rappresentativa.
    Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l’appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica “franchezza” (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.
    Vi saluto nella comunione della fede cristiana.
    (15 aprile 2010)

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/15/news/hans_kung-3359034/

  • Dopo la De Delictis Gravioribus, ecco le false “linee guida” del 2003

    Dopo la De Delictis Gravioribus, ecco le false “linee guida” del 2003

    Il documento che il vaticano ha reso noto, solo il 12 Aprile 2010 (!), attraverso il proprio sito, e non con un comunicato ufficiale (è come emanare una legge e non renderla pubblica), non riporta data, l’originale è in inglese e non in latino (coincidenza, l’accusa di “ostruzionismo alla giustizia” mossa nei confronti di ratzinger, risale al 2004 e arriva dal Texas) e, il ricorso all’autorità giudiziaria, resta un’opzione, perchè, prima di tutto, parla di processi canonici interni.

    Le vittime sono “comprese”…

    L’unico passo che sembra, finalmente, parlare di denuncia alle autorità giudiziarie è questo:

    “Si deve sempre seguire il diritto civile in materia di notifica di crimini alle autorità competenti. “

    Ma può sembrarlo ad un’occhio disattento e superficiale perchè la frase significa solo che IN CASO si notifichi (“in materia di notifica”) un crimine all’autorità competente (che è l’autorità giudiziaria NON la congregazione per la dottrina della fede), si deve seguire il diritto civile (peccato che sia il diritto PENALE quello di cui stiamo parlando!) ma non c’è un chiaro ORDINE di denuncia dei crimini, senza “se” e senza “ma”.

    Nonostante, questo documento, sia palesemente stato prodotto per gettare acqua sul fuoco delle critiche e sui processi a carico dei prelati (papa compreso, denunciato 2 volte all’Aja) sono riusciti a mantenere gli stessi principi torbidi e omertosi, dove l’unica cosa che si legge è la preoccupazione di salvare la faccia.

    Ci voleva tanto a scrivere “Si deve sempre notificare i crimini alle autorità competenti, seguendo il diritto penale“?

    Si, ci voleva tanto…

    Ecco il testo:

    “GUIDA PROCEDIMENTI CDF NEI CASI DI ABUSO SESSUALE”

    “A: Procedure preliminari.

    La diocesi locale indaga ogni accusa di abuso sessuale su un minore da parte di un chierico.

    Se l’accusa ha una parvenza di verità, il caso è rinviato alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Vescovo locale trasmette tutte le necessarie informazioni alla Congregazione per la Dottrina della Fede (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr).ed esprime il suo parere sulle procedure da seguire e le misure da adottare nel breve e lungo termine.

    Si deve sempre seguire il diritto civile in materia di notifica di crimini alle autorità competenti. (“In materia di notifica” ma l’ordine di notifica, dove stà? – ndr)

    Durante la fase preliminare e fino a quando il caso è concluso, il Vescovo può imporre misure cautelative per salvaguardare la comunità, comprese le vittime (“comprese”… GRAZIE! – ndr). Infatti, il Vescovo locale conserva sempre il potere di proteggere i bambini limitando le attività di un sacerdote nella sua diocesi (nella sua, ecco perchè li trasferiscono – ndr). Questo fa parte della sua autorità ordinaria, che egli è incoraggiato ad esercitare in qualunque misura necessaria per assicurare che i bambini non subiscano danno. Tale potere può essere esercitato a discrezione del Vescovo, prima, durante e dopo ogni procedimento canonico (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr).

    B: Procedura autorizzata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede

    La Congregazione per la Dottrina della Fede esamina il caso presentato dal Vescovo locale e chiede anche informazioni supplementari, se necessario.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha un certo numero di opzioni:

    B1 Processi penali

    La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario dinanzi ad un tribunale della Chiesa locale (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr). I ricorsi in tal caso sono presentati ad un Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a procedere ad un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del Vescovo locale (Idem sopra – ndr), assistito da due assistenti. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e al riesame delle prove. L’imputato ha il diritto di presentare ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede contro un decreto di condanna ad una pena canonica (trasferimento, ritiro, preghiera e altre bazzecole: nessuna denuncia alle autorità giudiziarie- ndr). La decisione dei Cardinali membri della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

    Se il chierico è giudicato colpevole, i processi penali giudiziari ed amministrativi possono condannare un chierico a una serie di pene canoniche, la più grave delle quali è la dimissione dallo stato clericale (spretato ma non denunciato – ndr). La questione del risarcimento dei danni può anche essere trattata direttamente durante questi procedimenti.

    Casi B2 presentati direttamente al Santo Padre

    In casi molto gravi in cui un processo civile penale ha trovato il chierico colpevole di abusi sessuali su minori o quando le prove sono schiaccianti (bisogna, però, denunciarlo, prima – ndr), la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emani un decreto “ex officio” di dimissione dallo stato clericale. Non vi è alcun rimedio canonico contro tale decreto papale.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede porta anche al Santo Padre richieste da parte dei sacerdoti accusati che, consapevoli dei propri crimini, chiedono di essere dispensati dall’obbligo del sacerdozio e di tornare alla stato laicale. Il Santo Padre concede tali richieste per il bene della Chiesa (“Pro bono Ecclesiae”) (questa si commenta da sola – ndr).

    B3 Provvedimenti Disciplinari

    Nei casi in cui il sacerdote accusato ha ammesso i suoi crimini e ha accettato di vivere una vita di preghiera e di penitenza (basta ammettere e non rischi nemmeno di essere spretato – ndr), la Congregazione per la Dottrina della Fede autorizza il Vescovo locale ad emettere un decreto che vieti o limiti il ministero pubblico di un tale sacerdote. Tali decreti sono imposti con un precetto penale che comporta una pena canonica (e te pareva – ndr)per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Il ricorso amministrativo alla Congregazione per la Dottrina della Fede è possibile contro decreti del genere. La decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

    Revisione del Motu proprio

    Da qualche tempo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha intrapreso una revisione di alcuni articoli del Motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela”, al fine di aggiornare detto Motu Proprio del 2001, alla luce della facoltà speciali concesse alla Congregazione per la Dottrina della Fede dai Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte in discussione non cambieranno le modalità di cui sopra (A, B1-B3).”

    http://visnews-ita.blogspot.de/2010/04/guida-procedimenti-cdf-nei-casi-di.html

    Vi serve altro ?

  • DAL CIELO ALLA TERRA  CRIMINI E PEDOFILIA IN VATICANO

    DAL CIELO ALLA TERRA CRIMINI E PEDOFILIA IN VATICANO

    MI PERMETTO DI RICORDARE CHE CONTRO QUESTO PECCATO È DIFFICILE OTTENERE IL PERDONO DI CRISTO, SOPRATTUTTO PER I CONSACRATI CHE HANNO TRADITO. MA ANCHE CHI TACE E ADDIRITTURA PROTEGGE CHI SI MACCHIA DI QUESTI ORRENDI DELITTI È DA CONSIDERARSI ALLO STESSO MODO COLPEVOLE SE NON PEGGIORE DI COLORO CHE LI HANNO COMMESSI.

    GIORGIO BONGIOVANNI
    STIGMATIZZATO

    6 aprile 2010

    “La Chiesa, che da sempre ha insegnato a distinguere tra il bene e il male, è incapace di fare questa distinzione quando si tratta di abusi sui bambini. I molestatori sono stati protetti e lasciati liberi di molestare di nuovo. E questo è male.”

    Maureen Dowd, New York Times, 11 aprile

    DOSSIER SPECIALI: CRIMINI IN VATICANO (1ª parte) / CRIMINI IN VATICANO (2ª parte)

    PAPA: SODANO, “LA CHIESA E’CON TE, DOLCE CRISTO IN TERRA”
    (AGI) – CdV, 4 apr. – “Buona Pasqua Padre Santo, la Chiesa e’ con te, dolce Cristo in terra”. Con questa antica e significativa espressione il decano del Collegio Cardinalizio, Angelo Sodano, si e’ rivolto a Benedetto XVI all’inizio della messa di Pasqua con un gesto non previsto ma reso necessario dalla drammaticita’ del momento. “La liturgia della Chiesa – ha detto il porporato – ci invita a una santa letizia: anche se scende la pioggia su questa storica piazza il sole risplende sui nostri cuori, ci stringiamo a lei roccia indefettibile della Santa Chiesa di Cristo. “Oggi – ha continuato – con lei sono i cardinali i vescovi e i 400 mila sacerdoti. E’ con lei il popolo che non si lascia impressionare dal chiacchiericcio”.

    LEGIONARI DI CRISTO, FONDATI DA UN PEDOFILO. LA CONGREGAZIONE CHE DISCONOSCE IL SUO “CREATORE”
    di Maurizio Chierici
    Nessuno ricorda le disavventure pedofile dei Legionari di Cristo, ma qualche giorno fa, con discrezione rispettata dal silenzio dai media italiani (unica eccezione, Il Fatto quotidiano) i Legionari hanno chiesto perdono. E i commenti sulle ombre di questa “macchina da guerra” sono fioriti su giornali e tv delle due americhe e della Spagna. Perché coinvolge una congregazione che ha potere, capitali e un’influenza in frenetica espansione: 800 sacerdoti, 2.500 seminaristi. Università e seminari a Roma, Monterrey, Connecticut, New York, Salamanca, Brasile e America Latina. Della congregazione religiosa (approvata da Giovanni Paolo II nel 1983) non viene ricordata mai la figura del fondatore, venerata nei secoli da ogni altra congregazione con l’orgoglio ricordare chi ha raccolto i fedeli nel segno della fede. Della smemoratezza si capisce perché. Il fondatore Marcial Maciel era pedofilo e pederasta. Ha vissuto una doppia vita: la vita di un sacerdote cattolico “ispirato dalla grazia divina”, la vita di un orco che approfittava dei ragazzi in seminario. “Siamo profondamente costernati e confermiamo che le accuse contro Maciel sono vere”. Poche parole di imbarazzo. Nel tormento che fa tremare la Chiesa, impossibile ormai nascondere le verità sepolte sotto l’ipocrisia. “E non guardiamo più alla sua figura come modello di vita cristiana e sacerdotale”. Che non fosse un esempio da seguire lo si sapeva da tempo, ma Maciel respingeva “sorpreso e indignato” le accuse di ex seminaristi ormai adulti ma con ferite che non rimarginavano. I Legionari inorridivano “per le falsità” che il loro padre morale allontanava con sdegno: invidia, manovre comuniste, marciume dei protestanti dell’altra America i quali non sopportavano l’onda irresistibile dei nuovi testimoni di Roma. Maciel poteva contare sulla solidarietà dell’economia e della politica, ma anche del Vaticano. Ma le denunce escono dai sacri corridoi dei poteri, allarmati dalle cronache di giornalisti che avevano raccolto il dolore delle vittime. Non voce di tutti; solo la voce di chi aveva trovato il coraggio di raccontare le violenze. Maciel protestava; gli amici che contavano provvedevano. Un canale televisivo messicano, il solo ad aver raccolto le testimonianze sull’infanzia rubata, viene asfissiato da blocco della pubblicità. E chiude.

    Marcial Maciel, monsignore messicano è morto a fine secolo quando aveva a 87 anni ma era stato ridotto allo stato laicale a 84: per la prima volta nella storia recente della Chiesa, un Papa (Giovanni Paolo II) aveva privato della messa ad un sacerdote accusato di pederastia. La tenacia del cardinale Ratzinger lo aveva preteso per rispondere alle denunce accumulate in quarant’anni di istruttorie che si erano perdute nei corridoi vaticani. Distrazioni consuete a tante istituzioni e le vittime accusavano la Chiesa di coprire e tacere mentre le rivelazioni si moltiplicavano dal New York Times alle televisioni della costa pacifica. Alla fine la condanna si abbatte su un protagonista che aveva inorgoglito pontefici e burocrazie di Roma. Le quali salvano la grande opera realizzata da Maciel ma non nascondono il peccato.
    Marcial Maciel aveva fondato i Legionari di Cristo nel 1941. Li ha governati fino a quando l’interminabile inchiesta delineava le conclusioni. Per un tempo troppo lungo ha salvato il potere nel quale era riuscito ad aggregare politici e soldi. Lo avevano battezzato “parroco dei miliardari”. Un seminarista, sette anni fa aggiunge qualcosa: “Soldi e politica riguardano altre chiese dell’America Latina”. Quando Maciel inventa i Legionari di Cristo, il Messico è convalescente dalle guerre cristologiche nelle quali la persecuzione isterica di Benito Juarez e dei laici al potere non distinguevano tra il clero che si mescolava alla gente e i vescovi legati alle oligarchie agrarie e militari combattuto dalla loro rivoluzione. Maciel ha attraversato l’angoscia di quegli anni progettando una compagnia di preti legionari, strutture meno culturalizzate dei gesuiti, ma politicamente più intransigenti dell’Opus Dei. Pio XII ha riconosciuto il valore di “un’armata pronta alla battaglia”.

    Passa il tempo e diventano le “pupille degli occhi” di Giovanni Paolo II che si lascia affascinare dall’ipotesi di una diga integralista nell’America Latina animata dalle filosofie mercantili del neo liberismo, anche se la novità alla quale Marcial Maciel affida l’impegno di contenere il flusso popolare della teologia della liberazione, sceglie una definizione che suscita sospetti nel continente dove metà della gente resta sull’orlo della fame. I Legionari predicano la Teoria della Prosperità con una determinazione che sfiora il militarismo. Nel 1962 (racconto di un ex legionario uscito dall’ordine) nel cortile del collegio universitario di Anhaus, il più elegante e informatizzato del Messico – studi televisivi e postazioni radio uniche nel paese – gli studenti del seminario aprivano l’adunata del mattino alzando la mano destra per gridare felici “Heil Christus”. Brivido che riporta al delirio degli anni di Hitler. Ma ai Legionari serviva una scossa per contendere all’Opus Dei latina la formazione dei “leader dall’azione positiva”. Escono dal grembo dei Legionari ministri del governo del presidente messicano Fox (decaduto tre anni fa). Legionaria anche la moglie, Legionario Emilio Atzcarraga, proprietario di Televisa, la più importante holding in lingua spagnola del mondo. Legionaria la reginetta messicana della birra maritata con l’ambasciatore americano in Messico, compagno di scuola e amico del cuore dell’ex presidente Bush. Insomma, Lopez Obrador, candidato dalla sinistra alla poltrona di presidente, si era scontrato con ostacoli da scalare come montagne. E ha vinto l’avversario che i Legionari spingevano: Calderon, ombra di Fox. Intanto l’internazionale dei Legionari usciva da Città del Messico per aprire università e seminari in 18 paesi.

    L’università romana accoglie i visitatori nei tavoli di un ristorante raffinato, mobili e quadri di antiquariato; pietanze e vini della grande cucina serviti da novizi in divisa con sottana. Qui è invecchiato fra gli onori Marcial Maciel. Fino alla “scomunica del Papa” i suoi Legionari non abbandonavano il sogno di vederlo fra i beati per pareggiare la concorrenza col Balaguer dell’Opus Dei.

    Lo scontro più duro tra Opus Dei e Legionari si è consumato in Messico attorno al santuario della Vergine di Guadalupe, Lourdes dei due continenti. Dove miliardari di ogni America continuano ad assicurare l’eternità alle loro spoglie nei loculi scavati sotto l’altare, piccole tombe che costano più di una barca di sessanta metri o di un jet per dieci persone ma vengono considerate “buoni investimenti perché accorciano la strada verso il paradiso”. Alla fine l’Opus Dei ha vinto. E il santuario dei loculi d’oro è nelle mani del vincitore.
    IL FATTO 6 aprile 2010

    “UNO SCANDALO ENORME MI RICORDA IL WATERGATE”
    Parla Timothy Shriver, opinionista del Washington Post
    Se la Chiesa non confessa le proprie colpe, noi cattolici dovremo cercare altrove una guida spirituale.
    ALIX VAN BUREN
    «Se questa Chiesa, con la sua attuale gerarchia, col suo Papa e i suoi vescovi, non saprà confessare la Verità; se continuerà a nascondere le proprie colpe, come Nixon lo scandalo Watergate; se si dimostrerà più votata al potere che a Dio, allora noi cattolici dovremo cercare altrove una guida spirituale». Sono parole di piombo quelle che scaglia Timothy Shriver, erede dei Kennedy, il clan più cattolico d´America, figlio di Eunice, di cui ha ripreso la missione: battersi a favore dei “diversamente abili” in qualità di presidente delle Special Olympics fondate dalla madre. La sua invettiva ieri è apparsa sotto forma di un appello sul Washington Post. E subito ha avuto risonanza mondiale.
    Timothy Shriver, lei è cresciuto all´interno di un bastione del cattolicesimo, legato alla Chiesa d´Irlanda. Eppure uno dei suoi fendenti più duri è riservato al Cardinale Arcivescovo d´Irlanda. Perché?
    «Perché lui, come molti altri vescovi nel mondo, non solo non è intervenuto contro gli abusi, ma a quanto pare si è prodigato nell´insabbiare lo scandalo. E la pista non si ferma lì: sembra condurre più in alto, allo stesso Papa, che da arcivescovo di Monaco forse ha avuto una parte nel rinviare il problema senza affrontarlo. Tutto questo mi ricorda lo scandalo Watergate».
    Lei traccia, nientemeno, un parallelo fra il Vaticano e l´Amministrazione Nixon?
    «Le similitudini sono molte. Ciò che sembrava un´infrazione di poco conto, l´irruzione di un paio di ladruncoli nelle stanze del Watergate, finì per scoperchiare la corruzione ai più alti gradi del potere. Risultò coinvolto il presidente, costretto alle dimissioni».
    Lei vuole dire che Ratzinger dovrebbe dimettersi?
    «No, non dico questo. La vita del Papa è segnata dalla devozione, dobbiamo confidare che lo Spirito Santo operi attraverso di lui. Però lui deve dimostrare, con urgenza, la leadership spirituale e morale cui noi cattolici agogniamo».
    E se non lo facesse?
    «Allora dovremo rivolgerci altrove. Il mondo è pieno di uomini e donne santi, leader monastici, laici, dedicati alla missione di Dio: leggeremo i loro libri, ascolteremo le loro parole, per tornare alla fede che noi professiamo, che è fede in Dio, e non in una gerarchia che ha perso credibilità, e pare più votata a conservare il potere che a vivere nello spirito del Vangelo».
    LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE  6 APRILE 2010

    LA STAMPA ESTERA CONTRO IL PAPA “A PASQUA SILENZIO SULLA PEDOFILIA”
    Il Vaticano: “È solo una campagna diffamatoria”
    Dal Pais a Le Monde: “Nessuna parola sulle violenze dei sacerdoti”
    CITTÀ DEL VATICANO – L´orgoglio cattolico in difesa del Papa si materializza – a sorpresa – prima della solenne Messa di Pasqua nella persona del cardinale decano Angelo Sodano. Vera e propria alzata di scudi per difendere il Pontefice dalle critiche per lo scandalo della pedofilia nella Chiesa.
    Critiche apparse ancora ieri sui maggiori giornali europei e statunitensi, con qualche autorevole testata – come il Washington Post – che chiede persino le dimissioni di Benedetto XVI. «Santità, tutta la Chiesa le è vicino ed il popolo di Dio non si lascerà impressionare dal chiacchiericcio del momento», declama Sodano davanti a Benedetto XVI. Un fuori programma inedito destinato a sollevare anche interrogativi e polemiche là dove il cardinale Sodano dà l´impressione di voler derubricare lo scandalo della pedofilia tra i preti a un banale «chiacchiericcio». Come, in effetti, avviene ieri negli editoriali dei più importanti quotidiani internazionali che quasi all´unanimità mettono l´accento sui «silenzi» che il Pontefice ha osservato sui preti pedofili durante la Settimana Santa e nella omelia di Pasqua tenuta dalla Loggia della Benedizione della basilica vaticana. Come, ad esempio, scrivono El Pais in Spagna, il Times e il Guardian nel Regno Unito, Le Monde in Francia, che nelle edizioni di ieri hanno puntano il dito contro «le mancanze» di Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa. «Il Papa ha terminato la Settimana Santa così come l´aveva iniziata – scrive, tra l´altro, El Pais -, senza pronunciare una sola parola sui casi di abusi sui minori».
    Il Times di Londra riporta invece le proteste che hanno segnato la messa pasquale nella cattedrale di Dublino, in Irlanda, con un gruppo di fedeli che ha tentato di portare fin sull´altare delle scarpe da bambino per ricordare le vittime degli abusi al grido di “vergogna” rivolto all´arcivescovo Diarmuid Martin. Negli Usa, critiche dal New York Times – che con Maureen Dowd ha suggerito polemicamente alla Chiesa di servirsi di «sessorcisti» più che di esorcisti – e dal Washington Post, che paragona la crisi del clero cattolico allo scandalo Watergate degli anni ‘70 che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni. Attacchi anche dal settimanale tedesco Der Spiegel che accusa il Papa di aver «guastato i rapporti con ebrei e musulmani, con molti cattolici, e anche con i tedeschi che, al momento della sua elezione erano tanto fieri di lui».
    È solo «un´eclatante campagna diffamatoria» che mira a colpire non i preti pedofili ma direttamente il Papa», controbatte la Radio Vaticana, che cita un rapporto governativo Usa del 2008 secondo cui i sacerdoti cattolici coinvolti in casi di abusi sarebbero meno dello 0,03%. Mentre oltre il 64 per cento dei casi di abusi sono commessi da genitori, parenti o conviventi, dunque all´interno delle relazioni familiari. «La Chiesa – ricorda la nota trasmessa nel radiogiornale internazionale – difende la giustizia, e la prima giustizia è il diritto alla vita, difende la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna».
    Così c´è chi vede nelle critiche l´obiettivo di escludere la Chiesa dal dibattito pubblico su temi cruciali; per non parlare poi di «avvocati senza scrupoli che tentano di mettere le risorse del Vaticano alla portata dei tribunali».
    Papa Ratzinger, intanto, tornato a parlare in pubblico ieri, lunedì di Pasquetta, da Castel Gandolfo ha ricordato ai sacerdoti di essere «come gli angeli». Una esortazione fatta forse per indicare, indirettamente, la strada da seguire per «pulire» la Chiesa da quella parte del clero che si è macchiata di peccati imperdonabili come le violenze sessuali su minori.
    (o. l. r.)
    LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE 6 APRILE 2010

    NORVEGIA, VESCOVO CONFESSA E SI DIMETTE. GEORG MUELLER HA 58 ANNI, L’EPISODIO RISALE A VENTI ANNI FA
    La Chiesa Norvegese ammette: “Siamo sconvolti”
    “Ho abusato di un ragazzo minorenne”
    OSLO – Mentre le prime pagine dei giornali riportano il “serrate le fila” in Vaticano contro gli attacchi al Papa, arriva una nuova notizia di abusi da parte di una alta autorità cattolica. E arriva dalla Norvegia, terra finora rimasta lontana da questo genere di scandali.
    Un vescovo cattolico norvegese, Georg Mueller, ha confessato di aver abusato sessualmente di un ragazzo minorenne. La notizia viene riferita dalla tv di stato norvegese, Nrk. In seguito alla confessione il prelato ha dato le dimissioni nel giugno dello scorso anno.
    E’ il primo caso di pedofilia legato alla Chiesa cattolica in Norvegia e il caso è stato confermato dalle autorità ecclesiastiche con una nota dai toni accorati: “La chiesa cattolica norvegese – si legge – è sotto shock dopo la rivelazione che l’ex vescovo di Trondheim (nel sud del Paese) si è dichiarato colpevole di abusi su un minore, ragione delle sue dimissioni lo scorso anno”.
    Georg Muller, 58 anni, è originario di Trier in Germania. Secondo il quotidiano Adresseavisen, che ha reso nota la vicenda, gli abusi risalgono a più di 20 anni fa, quando Muller era sacerdote a Trondheim. La vittima era un ragazzo del coro che oggi ha circa 30 anni e ha ricevuto un indennizzo dalla chiesa.
    (07 aprile 2010)
    LA REPUBBLICA EDIZIONE ONLINE

    25 SACERDOTI E UN VESCOVO ACCUSATI A VERONA DI VIOLENZE SU EX ALLIEVI SORDI, MA I REATI NON SONO PIÙ PERSEGUIBILI
    di Vania Lucia Gaito
    L’agghiacciante vicenda dell’Istituto Provolo per sordi, di Verona, sfociata nella testimonianza pubblica di 67 ex allievi che denunciano le violenze sessuali subite, rievoca il caso americano di padre Murphy, venuto recentemente alla ribalta delle cronache. Testimonianze precise, che coinvolgono 25 sacerdoti e un vescovo, tutti citati per nome. Il vescovo è monsignor Giuseppe Carraro, vescovo di Verona morto nel 1981, per il quale è in corso un processo di beatificazione. Dagli anni ’50 fino al 1984, una sequenza di orrori. Eppure non ci saranno indagini e processi per i sacerdoti coinvolti, neppure per quelli ancora in vita: è intervenuta la prescrizione e i reati non sono più perseguibili. La legge italiana prevede infatti tempi precisi entro i quali i procedimenti per abusi sessuali ai danni di minori possono essere perseguiti: 10 anni.
    “La prescrizione decorre dalla data in cui viene consumato il reato”, afferma l’avvocato Paola Rubino, difensore di parte civile nel processo a carico di padre Turturro (sacerdote antimafia di Palermo, accusato nel 2003 di aver compiuto abusi sessuali ai danni di alcuni bambini della sua parrocchia), conclusosi con la condanna in primo grado a sei anni e mezzo. “Quella della prescrizione è una problematica legata a tutti i tipi di reato, in particolar modo i tempi diventano problematici quando si parla di abusi sessuali. Si tratta di reati consumati con modalità particolari, spesso la vittima è già di suo psicologicamente debole, perché viene da situazioni personali o familiari problematiche. Si instaura poi tra abusante e abusato un meccanismo simile a quello del plagio. Non di rado occorre parecchio tempo, anche anni, prima che la persona offesa sia capace di denunciare l’abuso.”
    Come nel caso dei bambini sordi dell’istituto Provolo, come per i bambini delle scuole irlandesi del rapporto Ryan, come per i casi americani, trascorrono spesso anni. Molto però dipende dalla volontà politica di perseguire realmente certi crimini. Negli Stati Uniti, per esempio, lo stato della California approvò una legge che creava una finestra di un anno durante la quale potevano essere presentate denunce senza limiti retroattivi di tempo, in modo che anche abusi commessi decenni prima potessero essere perseguiti e risarciti. In Italia, al contrario, spesso non si riesce ad arrivare a sentenza definitiva prima che siano trascorsi i fatidici dieci anni della prescrizione. Come nel caso di don Giorgio Carli che, condannato in appello a sette anni e mezzo, ha visto prescriversi il reato prima della fine del processo in Cassazione. “Non è soltanto un problema legato alla tardività delle denunce” prosegue l’avvocato Rubino. “I fattori concomitanti sono molti, le indagini che si dispiegano in lunghi archi temporali, il fatto che molti magistrati siano oberati di lavoro, e poi ovviamente i tempi tecnici tra l’avviso di conclusione delle indagini, il rinvio a giudizio, l’udienza preliminare e tutti quei passaggi previsti dalla procedura. Ovviamente si tratta di un problema che investe sia il denunciante che il denunciato: nel primo caso perché potrebbe intervenire la prescrizione e il reato non sarebbe più punito, nel secondo perché se l’imputato non è colpevole dei reati a lui ascritti la sua innocenza dovrebbe essere riconosciuta il prima possibile.” Spesso le vittime non denunciano perché non hanno la certezza che un eventuale processo si concluda nei termini previsti dalla legge, quindi, ma anche perché temono il giudizio sociale. “Gran parte della società è impreparata, incapace di fronteggiare l’abisso oscuro della pedofilia. Certo, si affronta come tematica astratta, ma quando si ‘incarna’ nel vicino di casa, nel collega di lavoro o nel proprio parroco non si riesce più a coniugare l’immagine pubblica di quella persona con le accuse. E’ uno dei motivi per cui la società si schiera spesso al fianco dell’accusato, non della vittima, emarginando chi, con grande difficoltà, è riuscito a denunciare quanto subito” afferma Massimiliano Frassi, presidente dell’associazione antipedofilia “Prometeo”, che da anni chiede l’allungamento dei tempi di prescrizione del reato, se non che la prescrizione sia del tutto abolita. Frassi è stato fra i primi a schierarsi a sostegno delle vittime della pedofilia clericale e a rompere il muro del silenzio, organizzando già nel 2001 una conferenza con l’associazione “Snap”, che riunisce le vittime statunitensi dei preti pedofili. “Come altre associazioni, anche noi abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di vittime di abusi da parte di religiosi, ma in particolare in questi casi ci viene chiesto di aiutare la vittima ma non si vuole sporgere denuncia. Quando si tratta di preti accusati di abusi sessuali, si arriva a situazioni veramente difficili, per la tendenza delle realtà locali a chiudersi in difesa dei propri sacerdoti.” Resta però aperta la possibilità di un risarcimento dei danni attraverso una causa civile: un danno infatti può manifestarsi anche parecchio tempo dopo, soprattutto laddove risulti di ordine soggettivo. Ma non serve assolutamente a condannare i colpevoli e, soprattutto, a tenerli lontani dai bambini.
    IL FATTO 7 APRILE 2010

    PRETI PEDOFILI, LA MOSSA DEL VATICANO. «IL PAPA PRONTO A INCONTRARE LE VITTIME»
    Lo ha reso noto il portavoce padre Federico Lombardi
    «Molti non cercano compensi, ma aiuto interiore e un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale»
    CITTÀ DEL VATICANO – Papa Benedetto XVI è disponibile a «nuovi incontri» con vittime dei preti pedofili. Lo ha reso noto a Radio Vaticana il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. «Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale». È in questo contesto, spiega padre Lombardi, che il pontefice ha scritto nella lettera agli irlandesi «di essere disponibile a nuovi incontri».
    CAPIRE – La Chiesa deve «anzitutto continuare a cercare la verità e la pace per gli offesi», ha aggiunto il portavoce vaticano. «Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro – a volte di diversi decenni – ma evidentemente ancora aperte. C’è qualcosa che va ancora capito veramente».
    DOPPIO GIUDIZIO – Secondo padre Lombardi, i colpevoli di questi reati devono andare incontro a un doppio giudizio: penale e canonico. «Bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo contro delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi Paesi. Solo così – aggiunge – si può pensare di ricostuituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell’istituzione ecclesiale», ha aggiunto il portavoce vaticano. «La trasparenza e il rigore si impongono come esigenze urgenti di una testimonianza di governo saggio e giusto nella Chiesa».
    IMPARARE DAL PAPA – Tutti, sottolinea padre Lombardi, dovremmo imparare da Papa Ratzinger «la costanza necessaria per crescere nella verità, rispondendo con pazienza allo stillicidio di “rivelazioni” parziali o presunte che cercano di logorare la credibilità sua o di altre istituzioni e persone della Chiesa. Di questo paziente e fermo amore della verità abbiamo bisogno».
    RIVOLUZIONE SESSUALE – L’analisi di padre Lombardi è che è necessaria una più efficace formazione dei futuri sacerdoti, anche per quanto riguarda la loro sessualità, dopo la rivoluzione sessuale degli scorsi decenni e un diffuso secolarismo. «In fondo si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte. La formazione e la selezione dei candidati al sacerdozio, e più generalmente del personale delle istituzioni educative e pastorali, sono la premessa per un`efficace prevenzione di abusi possibili».
    Corriere della Sera
    09 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

    RATZINGER LO SPETTRO DELLE DIMISSIONI
    Impensabili: ma il velo caduto sugli abusi ha rotto un dogma
    di Marco Politi
    Alla fine la valanga degli scandali è piombata ai piedi del trono papale. La firma di Ratzinger su una lettera del 1985, che sconsiglia l’espulsione immediata di un prete pedofilo, è un colpo pesante al Papato. Negli Stati Uniti colgono la crisi gravissima e agitano lo spettro delle dimissioni. “Un Papa può dimettersi?”, si domandano a New York. E poi: “Qualcuno può spingerlo a ritirarsi?”. Perché la mentalità anglosassone è fatta di un’essenzialità dalle formulazioni brutali. L’Autorità colta in fallo, il Potere supremo inchiodato nell’attimo in cui dice o fa ciò che non doveva né dire né fare perde credibilità, prestigio, autorevolezza. E l’unica via d’uscita per il leader dopo l’errore fatale è l’abbandono di campo.  Giorni fa la vescova tedesca Margot Kaesemann si è dimessa da presidente delle Chiese protestanti di Germania per il solo fatto di essersi trovata in macchina con un tasso alcolico superiore a quanto permesso. Non sarebbe stata più credibile, ha spiegato.
    “(In)Fallibile”, titola in copertina il settimanale tedesco Spie-gel, raffigurando Benedetto XVI. In Vaticano le dimissioni papali non sono in agenda, sono impensabili, sono inimmaginabili. Nessuno può chiederle, nessuno può costringerlo. Ma  la paura sta invadendo i sacri palazzi. Si teme che la crisi – la più destabilizzante da quando i bersaglieri a Porta Pia cancellarono il millenario Stato pontificio – sia foriera di sviluppi impensabili, di contraccolpi imprevedibili, di sorprese sempre peggiori. Non cominciò così, dicono in America, il Watergate: un piccolo scasso effettuato da falsi idraulici? Sembrava un incidente facilmente circoscrivibile… Per la prima volta che il Papato si misura con un avversario più potente di qualsiasi stato, di qualsiasi movimento, di qualsiasi ideologia. L’opinione pubblica internazionale, che ha capito quanto la pressione dei media e dei processi abbia spinto la Chiesa a confessare le sue colpe, alzando il velo sugli insabbiamenti di crimini odiosi e ponendo la Suprema Autorità del cattolicesimo dinanzi ad una scelta cruciale: raccontare tutta  la verità su ciò che è stato fatto o non fatto nel cuore stesso dell’apparato vaticano o lasciarsi travolgere da ondate di rivelazioni.
    Se in America l’80 per cento dei cattolici non si riconosce nella linea tenuta da Ratzinger nelle ultime settimane, anche in Italia l’opinione pubblica non gli è favorevole. Il 62 per cento degli italiani “non approva l’operato della Chiesa e del Papa in questo frangente” (Istituto Piepoli). Perché Benedetto XVI non ha proseguito sulla  via della denuncia e del pubblico mea culpa a Pasqua, quando il mondo intero guardava a lui. E perché arrivano nuovi materiali che lo chiamano direttamente in questione. I punti di vulnerabilità si stanno accumulando.1. A Monaco di Baviera un prete pedofilo, accolto in diocesi solo per una terapia, viene riassegnato nel 1980 ad un’altra parrocchia. Il vicario generale (che si è assunto ogni responsabilità  ) scrisse un memorandum in proposito all’arcivescovo Ratzinger. L’arcivescovo ha letto l’appunto? C’è un motivo, per cui in una realtà così attenta alle regole burocratiche come quella tedesca, non doveva essere letto?2. Nel 1996 il vescovo di Milwaukee chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata dal cardinale Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Nel 1997 mons. Bertone, vice di Ratzinger al Sant’Uffizio, autorizza l’apertura del procedimento.  Nel 1998 il vescovo americano e un suo confratello vengono convocati in Vaticano da Bertone e il processo fermato, perché in Vaticano sono sorti improvvisamente “dubbi sulla fattibilità e opportunità”. Di fatto Murphy, vicino a morire, ha chiesto clemenza a Ratzinger. 3. Nel 2000 viene insabbiato il caso del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Maciel, accusato di abusi plurimi. Ratzinger vorrebbe intervenire, ma resta aperto l’interrogativo su chi fra i collaboratori papali è riuscito a convincere Giovanni Paolo II a non aprire un’inchiesta.

    4. I fatti di Oakland sono esplosivi  . Un vescovo chiede nel 1981 alla Congregazione per la Dottrina della fede di ridurre allo stato laicale un prete pedo-filo, già condannato in tribunale e che ha chiesto personal-mente di lasciare la tonaca. Il cardinale Ratzinger, nella risposta data solo nel 1985, non disconosce i gravi motivi “e tuttavia” (attamen, che in latino è un “ma” molto rafforzato) invita il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e dei “danni” che potrebbero venire alla comunità parrocchiale. (Quest’anno, nella sua lettera gli Irlandesi, Benedetto XVI parlerà di “preoccupazione malriposta per il buon nome della Chiesa”). Il vescovo sostiene che il pedofilo crea più scandalo ai fedeli rimanendo nelle fila del clero che andandosene. Però il Vaticano non gli dà retta ed esige un esame “più accurato”. Solo nel 1987 al prete verrà tolta la tonaca.
    La lettera riflette l’atmosfera nella Chiesa cattolica negli anni Ottanta: protagonisti sono le autorità ecclesiastiche, il prete accusato, il “bene della Chiesa”, l’eventuale scandalo per i fedeli. Le vittime non sono mai menzionate.
    E’ un paradosso tragico che Joseph Ratzinger, il quale appena  eletto pontefice si è battuto con grande fermezza e coerenza contro gli abusi sessuali del clero, venga oggi inseguito dai fantasmi di un passato in cui a tutti i livelli della Chiesa cattolica le “vittime non furono ascoltate” (come lui stesso ha scritto nel messaggio agli Irlandesi). Ma nel meccanismo delle rivelazioni c’è qualcosa di inarrestabile. E certamente si scaricano oggi su Benedetto XVI malumori, insofferenze e tensioni accumulate nell’opinione pubblica esterna e interna alla Chiesa nei confronti della sua linea tradizionalista, così chiusa alle riforme.  Nell’arco di poche settimane è mutato l’oggetto del contendere. Non si parla più dei silenzi della Chiesa, ma è in discussione l’inattaccabilità o meno del Romano Pontefice. La sua credibilità internazionale. A sua difesa si stanno muovendo i grossi calibri. Vescovi e cardinali, l’Opus Dei, i Cavalieri di Colombo che in America hanno indetto una “novena” di solidarietà al Papa. In Italia si sta progettando una manifestazione dei cattolici in appoggio del Papa. Eppure, se non riuscirà a chiudere la vicenda con un atto di trasparenza totale, Benedetto XVI vedrà profilarsi sulla scena internazionale l’interrogativo bruciante: come potrà guidare la Chiesa cattolica? Con quale carisma?
    IL FATTO QUOTIDIANO 11 APIRLE 2010

    “DA RATZINEGR NUOVE INIZATIVE” PEDOFILIA, BERTONE ANNUNCIA LA SVOLTA
    Le linee guida anti-abusi: i vescovi denunceranno i preti colpevoli
    Sarà anche abolita la prescrizione. “Mi auguro la stessa severità da parte di altre istituzioni”
    Giro di vite del Vaticano: riduzione allo stato laicale dei religiosi molestatori
    ORAZIO LA ROCCA
    CITTÀ DEL VATICANO – «Denunce alle autorità civili da parte dei vescovi». «Riduzione allo stato laicale su diretta decisione del Papa, senza processi, senza appelli e senza possibilità di revoche». «Abolizione della prescrizione». «Obbligo per i vescovi di salvaguardare i bambini isolando tempestivamente i chierici sospettati, anche in attesa di chiarimenti». Ecco – in sostanza – l´atteso giro di vite concepito dal Vaticano per far fronte al dilagare dello scandalo della pedofilia nel clero. Lo hanno annunciato ieri le autorità pontificie presentando le Linee guida per contrastare gli abusi sessuali su minori nella Chiesa.
    Il documento – due pagine scritte in inglese pubblicate sul sito on line vaticano – contiene in sintesi parte delle norme varate riservatamente nel 2001 nell´Istruzione «Delicta Graviora» – I delitti più gravi – voluta dall´allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto dell´ex Sant´Uffizio, e firmata da Giovanni Paolo II. In quel testo la Santa Sede assunse, tra l´altro, la diretta competenza sui reati di pedofilia e di abusi sessuali tra i chierici, sottraendoli al controllo giuridico e repressivo dei soli vescovi locali. Ma rispetto al 2001, le Linee guida presentate ieri hanno due importanti novità proprio in materia di repressione. Per la prima volte viene sancito che i vescovi devono denunciare alle autorità civili i preti colpevoli e che la loro riduzione allo stato laicale può essere decisa su diretto intervento del Papa «anche senza un regolare processo e con un pronunciamento inappellabile». «Presto ci saranno altre sorprese per stroncare delitti tanto abominevoli. Le sta preparando il Santo Padre», ha annunciato ieri il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone da Santiago del Cile. Ma «mi auguro che facciano altrettanto anche altre istituzioni e religioni non cattoliche», ha aggiunto il porporato, escludendo che «la pedofilia sia collegabile al celibato sacerdotale, caso mai questo tipo di patologie sessuali sono da mettere in relazione alla omosessualità».
    Le Linee guida sono divise in tre parti. Nella prima («Procedure preliminari»), si stabilisce che è compito dei vescovi indagare su «ogni accusa di abusi sessuali su minori da parte di un sacerdote». «Se l´accusa appare verosimile, il caso – puntualizza il testo – va riferito alla Congregazione per la dottrina della fede» con «tutte le informazioni necessarie» da parte del vescovo, che è obbligato anche a rendere note «procedure e misure» adottate per isolare i preti accusati e «per salvaguardare la comunità, incluse le vittime». Nella seconda parte si descrivono le procedure. Preso in esame il caso, l´ex Sant´Uffizio può autorizzare il vescovo locale a un processo penale di fronte al tribunale diocesano o anche un processo amministrativo penale di fronte a un delegato del vescovo affiancato da due assistenti. I casi «più gravi» vanno sottoposti al giudizio «inappellabile» del Pontefice «per il bene della Chiesa». Il prete chiamato a «rispondere delle accuse» può fare ricorso all´ex Sant´Uffizio nel caso di condanne a suo carico. Il giudizio finale, prescrive la Guida, «è della Congregazione». In caso di condanna – e siamo alla terza parte della Guida – sono previste una serie «di pene canoniche (richiamo, ammonimento, obbligo del silenzio, divieto di celebrazione in pubblico), la più grave delle quali è la riduzione allo stato laicale».
    Sullo scandalo della pedofilia, intanto, la presidenza della Cei in una nota invita la Chiesa italiana al «dovere della purificazione» pregando, in particolare, per le vittime di abusi sessuali e per quanti, in ogni parte del mondo, si sono macchiati di tali odiosi crimini». La Cei sollecita, inoltre, tutte le parrocchie ad «unirsi» simbolicamente intorno al Papa con «preghiere, veglie e recite di rosari» in occasione del quinto anniversario dell´elezione di Benedetto XVI al pontificato, che ricorre il prossimo 19 aprile.
    LA REPUBBLICA 13 APRILE 2010

    ABUSI SU BIMBA, ARRESTATO SACERDOTE. CURIA DI TERAMO COLLABORA ALLE INDAGINI
    In manette un prete quarantenne di origini indiane: avrebbe violentato sessualmente una bambina di 10 anni
    Il sacerdote si copre la testa all’uscita dalla Procura (Ansa)TERAMO – Si trova in carcere a Teramo, in attesa dell’interrogatorio di garanzia il sacerdote quarantenne di origine indiane arrestato lunedì con l’accusa di aver violentato, lo scorso Natale, una bimba di dieci anni nel Teramano. Il prete è finito in manette in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip. All’indagine, partita da una denuncia dei genitori con cui la bambina si era confidata, ha collaborato la Curia di Teramo.
    ESERCITAVA DA DUE-TRE ANNI – Il sacerdote esercita da 2-3 anni in una zona vicina al capoluogo. Proprio lunedì era tornato dall’India dove si era recato per visitare la madre malata. Secondo quanto si è appreso, sarebbe uno soltanto l’episodio di molestie sessuali nei confronti della bambina. Il sacerdote, pur dipendendo dal vescovo di Teramo per l’attività parrocchiale, fa capo al superiore del suo ordine religioso. L’arresto è stato seguito dai carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria presso la Procura che da alcuni mesi indagava dopo la denuncia dei genitori della piccola.
    VESCOVO ADDOLORATO – Addolorato, il vescovo di Teramo Michele Seccia ha espresso un senso di vergogna e di umiliazione, oltre che solidarietà per la sofferenza della famiglia interessata da questa triste vicenda. Seccia, ospite della trasmissione televisiva Primaditutto di Teleponte, si è detto pronto ad incontrare i famigliari della bambina molestata. «Desiderio dell’incontro non è per insabbiare, dimenticare. Anzi, siamo stati i primi a continuare ad insistere perchè questa cosa venisse a galla e venisse risolta secondo la legge della Chiesa e della legge civile perchè siamo in uno stato di diritto dove le leggi vanno osservate».
    Corriere della Sera
    12 aprile 2010(ultima modifica: 13 aprile 2010)

    PEDOFILIA E VATICANO. L’ARCHIVIO USA CHE IN ITALIA NESSUNO CONOSCE

    di Sabrina Provenzani – 31 marzo 2010
    – Prima puntata
    Negli ultimi mesi, molti casi di pedofilia nella Chiesa cattolica sono venuti allo scoperto in tutto il mondo, in rapida sequenza, come in un domino.
    Stati Uniti, Irlanda, Germania, Olanda, Svizzera, Austria, Italia: le vittime di questi abusi, reiterati nel tempo e per anni nascosti, decidono ora di parlare, si rivolgono agli avvocati, pretendono attenzione e giustizia – non più solo quella divina, ma quella umana dei tribunali.
    E producono prove incontrovertibili, che le gerarchie ecclesiastiche hanno occultato per decenni. Non solo: dal 1981 al 2005 l’attuale papa Benedetto XVI fu a capo di quella Congregazione per la Dottrina della Fede cui spetta tuttora l’istruzione dei processi canonici ai danni di preti accusati di molestie. Come poteva non sapere dei tanti abusi segnalati in quel lasso di tempo?
    Fra questi, emblematico è il dossier raccolto e pubblicato nel marzo 2010 dal New York Times, che documenta le violenze compiute, dal 1950 al 1974, da un prete cattolico, Padre Lawrence Murphy, su 200 bambini sordomuti a lui affidati nella Diocesi di Milwaukee, nel Wisconsin, Usa.
    Oltre a contenere inequivocabili testimonianze di alcune delle vittime, il dossier dimostra anche come i diretti superiori di Murphy fossero a conoscenza delle sue azioni almeno dal 1974 e ne avessero informato le gerarchie vaticane. Perché non intervennero per punire il prete, rendere pubbliche le denunce e costringerlo a lasciare l’abito talare?
    Perché gli italiani possano farsi liberamente un’opinione su questo scandalo abbiamo deciso di tradurre il dossier del New York Times e metterlo a disposizione sul sito a puntate.
    Nella prima, la testimonianza di una giovane vittima, raccolta nel 1974; il memorandum con cui l’Arcivescovo di Milwaukee concede a Murphy un “congedo per motivi di salute” dalla Saint John School, l’Istituto per sordomuti dove furono commessi gli abusi;  la foto di Murphy “MOST WANTED” distribuita, sempre nel 1974, dagli studenti della scuola per denunciare le molestie subite.
    I DOCUMENTI CHE SEGUONO, NEL DOSSIER DEL NEW YORK TIMES, SONO ARCHIVIATI CON UN NUMERO PROGRESSIVO E LA DICITURA “ARCH_MARSHALL”, cioè si trovavano nell’archivio dell’arcivescovo dell’epoca.
    15 maggio 1974
    Io, [omissis] mi sono diplomato alla St.John’s School per Sordi nel maggio 1970. Quello che segue è il racconto dei miei rapporti con Padre Lawrence Murphy dal 1964 al 1970.
    Nel 1964 mi recai nell’ufficio di Padre Murphy per parlargli dei problemi che avevo con una delle Sorelle, e Padre Murphy mi rimproverò, dicendomi che ero stato cattivo. Poi mi attirò nella sua stanza e mi iniziò al sesso. Per prima cosa mi sculacciò con la cintura dei pantaloni e poi prese a toccarmi il pene mentre mi parlava di sesso.
    Lo fece tante altre volte: mi tormentava perché andassi nella sua stanza e mi costringeva a commettere atti impuri. Pochi giorni dopo mi raggiunse nel dormitorio maschile e cominciò a toccarmi mentre [omissis] ci guardava dal suo letto. Una notte vidi Padre Murphy che toccava il pene di [omissis] nel suo letto.
    Intorno al 1967 o 1968 fummo trasferiti in un nuovo edificio della scuola e anche lì Padre Murphy venne nella mia stanza – non c’erano porte – e mi toccò mentre mi trovavo nella parte superiore del letto a castello, mentre [omissis] dormiva di sotto. Mi molestò molte volte, fino al mio diploma.
    Mi toccò alcune volte anche durante la confessione, in camera da letto, in bagno o nel suo ufficio. Quando mi confessava mi chiedeva sempre: “Hai mai fatto questo con altri ragazzi?”. Io rispondevo di sì e lui allora mi chiedeva i nomi degli altri ragazzi e io finii per dirglieli. Così cominciò a molestare anche gli altri.
    Durante il periodo estivo ci portava al suo cottage e una volta, mentre sedevo in auto al suo fianco dal lato del passeggero, mi toccò anche di fronte agli altri, ma non so se ci videro. Ci trattava come fossimo sui figli: ci portava al cinema, al ristorante, alle mostre… mi toccava nella stanza da letto del cottage e lo faceva anche con gli altri ragazzi.
    Durante il mio viaggio prima del diploma, una settimana e New York e a Washington, mi molestò anche in albergo. Ho sofferto molto a causa di Padre Murphy per sei anni.
    Se andrò davanti a una corte, proverò che tutto questo è vero: chiederò a Padre Murphy di spogliarsi e prima che lo faccia rivelerò ai giudici che il pene di padre Murphy non è circonciso.
    Ancora una cosa: spesso Padre Murphy veniva nella sala docce e fissava i nostri peni. Allora il nostro supervisore era il signore Barnett.
    In fede
    [OMISSIS]A seguito di questa e altre denunce, la Diocesi decise di allontanare Padre Murphy dalla scuola e per occultare le vere ragioni della sospensione decise di concedergli un “congedo per motivi di salute” specificando che questa doveva essere la motivazione indicata nei documenti pubblici.
    12 Settembre 1974MEMORANDUM
    OGGETTO: Padre Lawrence Murphy
    DA: Padre Robert G. Sampon

    In una conversazione telefonica con padre Murphy Sabato 7 settembre 1974 sono stati definiti i seguenti dettagli:
    Padre Murphy prenderà quello che sarà chiamato “congedo temporaneo per motivi di salute” a partire da metà settembre. Questa sarà la definizione riportata nell’edizione autunnale dell’annuario del Catholic Herald Citizen e nel prossimo manuale pastorale.
    Questo congedo durerà fino alla fine di Novembre. Allo scadere di questo periodo padre Murphy dovrà prendere contatti con l’Arcivescovo per ricevere istruzioni.
    Per quanto riguarda gli aspetti finanziari, ecco gli accordi:
    La St John’s School gli pagherà lo stipendio fino alla fine di settembre.
    Per lo stipendio pieno di Ottobre e Novembre Padre Murphy farà domanda al Fondo ecclesiastico di san Michele. La segreteria dovrà verificare che l’Arcivescovo abbia concesso il congedo temporaneo per motivi di salute.
    La St. John’s School lo manterrà nel progetto Blue Cross/Blue Shield fino alla fine dell’anno 1974, a partire dal prossimo trimestre che avrà inizio il 1 ottobre.
    Il Padre dovrà informare il Fondo di san Michele in mondo che la sua assicurazione non venga trasferita.
    Padre Murphy ha versato i contributi pensionistici per l’anno 1975, per cui non è necessario dedurli dall’assegno del Fondo.
    Concordo nel chiedere che il Catholic Herald continui a inviare le sue copie a Padre Murphy all’indirizzo di Boulder Junction fino a diverso avviso.
    SEGUE INDIRIZZO E NUMERO DI TELEFONO
    Copia di questo memorandum sarà inviata al Fondo ecclesiastico di san Michele, a padre Murphy e all’Arcivescovo.

    PEDOFILIA-VATICANO
    di Sabrina Provenzani – 1° aprile 2010
    – Seconda puntata
    Mentre lo scandalo dei presunti preti pedofili scompare dalle homepage dei quotidiani italiani ma si allarga alla Florida, dove un uomo ha accusato il Vaticano e papa Benedetto XVI di aver mantenuto al proprio posto il prete che lo avrebbe violentato quando era adolescente, dal Wisconsin arriva la notizia della citazione in tribunale del Pontefice in persona.
    William McMurry, uno dei legali delle presunte vittime di padre Murphy, ha infatti chiesto alla Corte Distrettuale di Louisville che Benedetto XVI venga ascoltato come testimone, per rispondere alla domanda che ponevamo nella precedente puntata di questa inchiesta: com’è possibile che Joseph Ratzinger, che dal 1980 al 2005 era a capo della Congregazione della Dottrina della Fede [che valuta le segnalazioni di abusi da parte di preti in tutto il mondo] fosse all’oscuro del caso Murphy?
    Non è possibile, sostiene McMurry, secondo cui il Vaticano avrebbe “scoraggiato la persecuzione legale del clero e incoraggiato il mantenimento del segreto per proteggere la reputazione della Chiesa». Ricordiamo che il Pontefice, in quegli anni, era Giovanni Paolo II.
    Perché gliitaliani possano farsi un’idea indipendente di quanto denunciato dal New York TImes, proseguiamo la pubblicazione, in traduzione, dei documenti del dossier sul caso Murphy.
    Di seguito, la lettera con cui il Reverendo Raphael M.Fliss, stretto collaboratore del Vescovo di Superior, sempre nel Wisconsin, intercede presso la Diocesi di Milwaukee a favore di padre Lawrence Murphy.
    È il 1980: sono passati cioè sei anni dalle denunce che hanno provocato l’allontanamento di Padre Murphy dalla St.John School per sordomuti dove, secondo le sue vittime, dal 1950 al 1974 avrebbe abusato di 200 dei suoi allievi.
    DIOCESI DI SUPERIOR
    1201 HUGHITT AVE
    SUPERIOR, WISCONSIN, 54880
    9 luglio 1980

    Al Reverendo Joseph A. Janicki
    Vicario per il Personale – Arcidiocesi di Milwaukee
    P.O Box 2018
    Milwaukee, WI 53201

    Caro Padre Janicki:
    Padre Lawrence Murphy, dell’Arcidiocesi di Milwaukee, risiede attualmente vicino Boulder Junction, nel Wisconsin. Vive con discrezione, con sua madre. È diventato ottimo amico e collaboratore pastorale [un ruolo che consente a chi lo ricopre di esercitare diversi aspetti del ministero, fra cui la guida pastorale e la formazione di bambini e adolescenti, ndt] di padre Irving C. Meyett della chiesa di sant’Anna a Boulder Junction. Pedre Meyett è anche responsabile delle missioni a Presque Isle a Sayner. So che padre Murphy lo coadiuva in tutti e tre i luoghi.
    Non molto tempo fa, conversando con padre Murphy, è apparso molto chiaro che desidera chiarire la sua posizione e il suo rapporto con l’Arcidiocesi di Milwaukee. Vorrebbe trovare un modo e una destinazione per tornare ad esercitare la sua vocazione da prete e il suo talento nell’apostolato dei sordi. Desidera sopra ogni cosa fare ritorno all’Arcidiocesi di Milwaukee e lì esercitare il suo ministero nella comunità dei sordi adulti. Sarebbe ben felice di prendere in considerazione altre possibilità, qualora fosse necessario.
    In una recente conversazione con l’Arcivescovo Weakland ho avuto l’impressione che, per il momento, non sia consigliabile invitare padre Murphy a tornare a Milwaukee per lavorare con i sordi.
    Mi domando se sia possibile abusare della Vostra cortesia e del vostro ruolo per chiedervi di portare con me la vicenda fino in fondo. Credo che padre Murphy abbia molto da offrire, in particolare nel campo dell’apostolato dei sordi.
    È raggiungibile presso la chiesa di Sant’Anna, P.O. Box 110, Boulder Junction, Wisconsin 54512.
    Confidando che voi continuiate a conservarvi in salute e letizia
    Vostro in Cristo
    [Segue firma]

    Reverendissimo Reverendo Raphael M. Fliss
    Assistente del vescovo di Superior

    Questo documento ci fa capire tre cose:
    1) nonostante le accuse, padre Murphy non era stato sottoposto ad alcun tipo di sanzione, ma aveva potuto tranquillamente, nella più completa discrezione, conservare l’abito talare e addirittura esercitare il proprio ministero in qualità di stretto collaboratore di un altro prete presso una parrocchia e due “missioni”, cioè due centri pastorali dipendenti dalla parrocchia.
    2) il ruolo di collaboratore pastorale consente, fra l’altro, di amministrare i sacramenti e di esercitare un ruolo di guida spirituale e formatore di fedeli di ogni età.  Benché il reverendo Fliss non entri in dettagli, non possiamo escludere che nell’esercizio di queste funzioni Murphy entrasse in contatto con bambini e adolescenti.
    3) La diocesi di Superior, dove Murphy era stato trasferito, non era stata informata da quella di Milwaukee, né da altre autorità ecclesiastiche, della passata “condotta” del prete. Oppure, non la riteneva in contrasto con il suo desiderio di tornare a esercitare l’apostolato fra i sordi.
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. CASO MURPHY, IL RAPPORTO WALKER
    di Sabrina Provenzani – 2 aprile 2010
    – Terza puntata
    È il 12 dicembre 1993. Padre Lawrence Murphy, il sacerdote cattolico accusato di abusi sessuali da alcuni allievi della St John School per non udenti di Milwaukee (e per questo allontanato dall’incarico nel 1974), viene interrogato dalla dottoressa Kathy Walker, specializzata in turbe sessuali.
    A richiedere il parere dell’esperta è l’Arcidiocesi di Milwaukee, retta dal 1977 dall’Arcivescovo Rembert G.Weakland.
    La Walker stila un rapporto inequivocabile circa la pericolosità di Murphy e la possibilità che reiteri gli abusi e invita la Diocesi a prendere provvedimenti per controllarlo e restringerne l’attività pastorale TUTTORA in corso.
    Ecco la sua relazione, tradotta dal dossier disponibile sul sito del New York TImes. Particolarmente significativi sono i paragrafi
    RACCOMANDAZIONI e DISTORSIONI COGNITIVE.

    LM [Lawrence Murphy]

    I. Raccolta delle informazioni
    II. Conclusioni
    III. Raccomandazioni
    IV. Aree tematiche specifiche:

    A. Profilo delle vittime
    B. Comportamento sessuale
    C. Episodi/ contesto
    D. Scenario tipico della condotta sessuale
    E. Distorsioni cognitive
    F. Confessione
    G. Aspetti morali per un prete

    Riassunto (basato su autodichiarazione del cliente)

    Ammissioni/ dinieghi:
    –  dei nomi riferiti, ammette contatti sessuali con 19 ragazzi, nega di averne avuto con altri 10
    –  nega contatti sessuali con chiunque non sia nominato in denunce esterne, e ammette solo quelli di cui è accusato
    –  il numero di contatti sessuali PER BAMBINO varia da 1 a più di 25 (non ne ammette più di 25 ma non nega che sia stato possibile un numero di incontri più alto)
    – periodo di tempo in cui questi contatti con allievi della St John ebbero luogo: fra il 1952 e il 1974

    Il cliente è diventato sessualmente attivo negli anni del seminario (studi liceali) e lo è rimasto fino a due anni prima dell’ordinazione sacerdotale, quando con un compagno decise che era sbagliato avere rapporti sessuali.
    I successivi rapporti furono con i ragazzi della St.John
    C’era un gruppo di ragazzi fra cui il cliente sceglieva regolarmente qualcuno da portare al suo cottage a Boulder Junction per consumare rapporti sessuali:
    [LUNGO OMISSIS]

    Il cliente nega di avere avuto rapporti sessuali con chiunque dopo l’allontanamento dalla St. John e il trasferimento a Boulder Junction, avvenuto il 17 settembre 1974. Nega qualsiasi coinvolgimento con non udenti nella Diocesi di Superior [ dove era stato trasferito]
    Benché di questo manchino le prove, il cliente riferisce di un incontro con l’Arcivescovo Cousins nel 1974, in cui l’Arcivescovo avrebbe ritenuto le accuse di abusi sessuali a carico di Murphy credibili.
    Di conseguenza, il cliente fu esonerato dall’esercitare il ministero con bambini.

    CONCLUSIONI
    – sessualmente orientato verso adolescenti maschi, generalmente in età post-puberale
    – dice di aver tentato approcci sessuali verso tutti i ragazzi della St John che corrispondessero al suo profilo sessuale preferito (vedi), evitando gli altri perché non corrispondevano a tale profilo e perché riteneva che non avrebbero mantenuto il “segreto”
    –  e accuse parlano di abusi del cliente su circa 200 studenti. Questa stima sembrerebbe piuttosto verosimile
    –  è molto probabile che i ragazzi abbiano scambiato le “sessioni di educazione sessuale” con la Confessione, visto che gli stessi temi venivano affrontati negli stessi o in simili luoghi e il ragazzo in entrambi  i casi veniva rimproverato o istruito in termini “pastorali”
    – c’è il sospetto che la confusione fra la Confessione  e l’”educazione” al sesso fosse generata di proposito
    – il cliente sostiene di non aver avuto rapporti sessuali dopo il 1974.
    – Benché ciò sembri corrispondere alla verità, sarebbe necessario fare delle ricerche in tal senso nella Diocesi di Superior. I membri della comunità dei non udenti dovrebbero essere contattati, così come chiunque abbia avuto relazioni dirette con il cliente nel corso del suo ministero pastorale.
    È molto difficile per chiunque interrompere improvvisamente un’attività sessuale molto intensa, a meno che non intervenga un evento traumatico. La scoperta e l’umiliazione pubblica subita nel 1974 potrebbero aver avuto questo effetto. Va anche considerato, tuttavia, che le distorsioni cognitive sono profondamente e diffusamente intrecciate con un’incapacità di gestire la vergogna connessa agli eventi. Questo cliente sembra non avere coscienza della gravità del danno provocato.
    – Non è un sadomasochista. Utilizzava le punizioni o i maltrattamenti per controllare i ragazzi, non per trarne piacere sessuale
    – Non è possibile accertare se il cliente abbia continuato ad avere rapporti sessuali con le ex vittime quando si reca nell’area di Milwaukee. Il cliente sostiene che non ve ne sono stati

    RACCOMANDAZIONI
    1. è necessario fare indagini nella Diocesi di Superior:
    A. la comunità dei non udenti va identificata e bisogna rispondere alla domanda se il cliente abbia avuto successivi contatti con qualcuno dei non udenti a Superior
    B. il ministero pastorale del cliente dovrebbe essere sottoposto a revisione, e bisognerebbe ottenere informazioni oggettive e di prima mano
    2. il cliente ha bisogno di una terapia specifica per violentatori ma non è un buon candidato per sottoporvisi ed è improbabile che collabori.
    3. il cliente ha bisogno di una guida spirituale/pastorale che lo sostenga come essere umano ma lo aiuti a fare i conti con la violazione dei doveri del suo ministero (ha scelto come preda un gruppo svantaggiato e, fra loro, i più vulnerabili, per approfittare di loro grazie al proprio ruolo)
    4. fornire ndicazioni sull’opportunità che il cliente continui a esercitare il ministero pastorale va al di là del mio ruolo. Posso però sottolineare alcuni rischi:
    I. Il cliente potrebbe venire sottoposto a esposizione pubblica, in tribunale o sotto i riflettori mediatici, a causa del suo passato. In quel caso, l’opportunità del fatto che sia ancora in carica verrebbe contestata pubblicamente
    II. Nel caso in cui il cliente dovesse avere contatti sessuali con un minore o un adulto vulnerabile successivamente a questa relazione medica e dovesse continuare a esercitare il ministero pastorale e se la vittima dovesse essere procacciata tramite l’attività pastorale, l’Arcidiocesi o Diocesi potrebbe esserne ritenuta legalmente responsabile.

    PROFILO DELLE VITTIME
    Profilo della vittima tipica: età 15-22 anni: in un caso 11 anni.
    Razza caucasica, altezza media 1.77, corporatura media, non sovrappeso; capelli neri, occasionalmente biondi; bisognosa di attenzione e affetto; leale; in adorazione di Lawrence Murphy; rispettoso; abilità sociali molto limitate; sessualmente ignorante.
    Ha genitori poco disponibili o distanti, del tutto disinteressati al figlio
    – scarse capacità comunicative scritte
    – si tratta tipicamente di bambini che avevano commesso qualche violazione e dovevano essere puniti
    – padre della vittima non è mai un seminarista (meno sottomesso a preti o sacerdozio)

    COMPORTAMENTI SESSUALI
    Tipologia di comportamenti sessuali messi in atto dal cliente:
    –  masturbazione manuale del bambino, di solito fino al raggiungimento dell’orgasmo/eiaculazione
    – auto masturbazione fino al raggiungimento dell’orgasmo/eiaculazione, sia contemporaneamente al bambino o successivamente al contatto sessuale
    –  non permette al bambino di masturbarlo
    –  voyeurismo: si metteva in situazioni tali da guardare atti sessuali fra i ragazzi
    –  nega l’accusa di aver colpito i bambini sul pene con una cintura ma ammette di averla usata per punirli

    EPISODI/ LUOGHI
    –  la stanza dei supervisori o il dormitorio a St John
    –  il letto del cliente a casa di sua madre a Boulder Junction
    –  visite scolastiche a NYCity a Washington, D.C (in stanza d’albergo)

    SCENARIO TIPICO DEL CONTATTO SESSUALE
    1. quando i ragazzi (durante il sacramento della Confessione) confessavano di aver avuto rapporti con un altro ragazzo, il cliente gli chiedeva di fare i nomi (la scusa per questo era che, nel caso fra loro ci fosse stata una ragazza, “la questione sarebbe stata più grave per il rischio di gravidanze)
    2. il cliente identificava questi ragazzi durante il giro serale nel dormitorio. Se trovava qualcuno di loro impegnato in qualche contatto sessuale gli ordinava di seguirlo nella stanza del supervisore
    3. una volta raggiunto l’ufficio, impartiva loro “lezioni di sesso”, per esempio sui genitali e sul loro funzionamento e contemporaneamente stimolava sessualmente il bambino. Se il bambino si eccitava, lo masturbava fino all’eiaculazione e, in qualche caso, si masturbava contemporaneamente – o subito dopo.
    Se il bambino non lo respingeva, il cliente interpretava questa mancata resistenza come un segno di assenso, collaborazione e interesse. Se il bambino non opponeva resistenza, il cliente avvicinava il bambino nel suo letto, più o meno una volta alla settimana, masturbandolo fino all’eiaculazione – il bambino restava nel suo letto. Di solito il cliente si masturbava contemporaneamente o poco dopo. Questo tipo di abusi si verificava un numero indefinito di volte, generalmente fino al diploma. Quindi da quando il bambino era minorenne fino all’età adulta….
    [continua con analoghe descrizioni in luoghi diversi]

    DISTORSIONI COGNITIVE
    Ecco alcune delle distorsioni tipiche di Murphy:
    “Per loro era educazione sessuale. Erano molto confusi sul sesso”
    “Fra i ragazzi più grandi c’era un’omosessualità aggressiva. Io ho risolto il problema”
    “Non ho mai fatto uso di violenza”
    “Sono stato stupido. Non ero adeguatamente preparato”
    “Ho pensato che se avessi giocato con i ragazzi una volta alla settimana li avrei fatti sfogare e non avrebbero fatto sesso fra loro”
    “Potevo capire che gli piaceva dal fatto che non mi respingevano. Quindi gli piaceva”
    “I miei accusatori sono disonesti, cattivi e manipolatori: quindi le loro minacce non dovrebbero essere prese sul serio”

    QUESTIONI MORALI CONNESSE AL SACERDOZIO
    “Sono un prete debole. Subito dopo pregavo e mi confessavo”
    “Loro mi hanno perdonato e io ho perdonato loro”
    “Ero convinto, in questo modo di assumere su di me, il fardello dei loro peccati”
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. RATZINGER SAPEVA
    di Sabrina Provenzani – 7 aprile 2010
    – Quarta puntata
    Gli ultimi giorni hanno visto, da un lato, il dilagare dello scandalo dei preti pedofili in tutto il mondo; dall’altro l’arroccamento dei vertici della Chiesa a difesa di Benedetto XVI.
    Durante la Messa di Pasqua, non una parola è stata spesa per il dolore delle vittime dei sacerdoti pedofili. La linea ufficiale è stata sintetizzata dalle parole del Decano dei Cardinali Angelo Sodano, secondo il quale la Chiesa sarebbe il bersaglio di una campagna mediatica e le accuse al Papa solo “chiacchiericcio”.
    Purtroppo per le gerarchie ecclesiastiche, questo chiacchiericcio in molti casi è ben documentato.
    Ad esempio nel dossier su padre Murphy, pubblicato online dal New York Times, che traduciamo per gliitaliani che su quella vicenda di abusi e omissioni vogliano farsi un’opinione indipendente.
    Il 1996 è un anno cruciale per il caso Murphy. Dal 1974, il sacerdote ed ex direttore della St John’s School per sordomuti di Milwaukee, accusato di aver abusato di circa 200 suoi allievi nell’arco di 22 anni, è stato trasferito nella Diocesi di Superior, sempre nel Wisconsin, dove ha continuato ad esercitare il suo ministero sacerdotale come assistente del parroco di Saint Anne e ha potuto avere contatti con altri minori.
    Ma il 17 luglio 1996 l’Arcivescovo di Milwaukee, Rembert G. Weakland, scrive al Prefetto per la Sacra Congregazione della Fede Joseph Ratzinger per informarlo dei fatti e chiedergli come procedere, dato che, secondo il diritto canonico, la vicenda rientra nella giurisdizione della Congregazione.
    Nonostante la sua richiesta di consigli sia dettagliata, la gravità dei fatti acclarata e la competenza del Prefetto evidente, Weakland non riceverà mai alcuna risposta da Ratzinger.

    Ecco la prima lettera dell’Arcivescovo di Milwaukee a Ratzinger:
    A Sua Eminenza il Cardinale Joseph Ratzinger
    Prefetto della Sacra Congregazione della Fede
    00120 Stato della Città del Vaticano
    EuropaSua Eminenza,
    Le scrivo per informarLa di due casi in cui due sacerdoti di questa Arcidiocesi sono stati accusati di aver molestato un penitente così da incorrere in peccato contro il sesto comandamento [non commettere adulterio], articolo 1387 codice diritto canonico. I casi non hanno alcuna relazione fra loro e sono avvenuti in periodi molto diversi, ma sono venuti alla luce sono di recente. Ora chiedo il Suo consiglio circa le procedure da seguire.
    Poco prima di iniziare il mio anno sabbatico il 1 gennaio 1996, avevo incaricato il mio vice segretario, il reverendo James E. Connell, Dottore in Diritto Canonico, di verificare le accuse contro i due preti. Al mio ritorno, il primo luglio, padre Connell mi informa che in entrambi i casi ci sono delle testimonianze giurate che confermano le accuse. Padre Connell ritiene che tali testimonianze siano state fornite alla Chiesa in buona fede e che dovrebbero essere prese sul serio, e io concordo.
    Il primo caso riguarda il reverendo Lawrence Murphy, il cui unico incarico è stato quello di Cappellano e pii Direttore alla St John School per non udenti a Milwaukee dal 1950 al 1974.
    Secondo la testimonianza giurata della persona che ha accusato Padre Murphy di aver approfittato del confessionale per commettere azioni peccaminose contro il sesto comandamento del Decalogo, molti altri studenti sono stati vittime di Padre Murphy nello stesso modo, e ora siamo nella fase di raccolta di altre accuse simili da altre persone. Benché accuse contro padre Murphy fossero state presentate al mio predecessore e siano sfociate in un processo civile poi archiviato, è la prima volta che sento degli abusi in confessionale. Ho notato che la comunità dei non-udenti tende a tenere per sé i suoi problemi e le ragioni di imbarazzo e questo potrebbe spiegare la riluttanza di queste vittime a rendere note queste accuse prima.
    Padre Murphy è stato ordinato sacerdote nel maggio del 1950, fu trasferito per motivi di salute nel settembre 1974 e non ha mai vissuto nell’Arcidiocesi di Milwaukee da quando io ne sono diventato Arcivescovo. Poco dopo aver assunto il mio incarico ho saputo che il suo allontanamento era dovuto a questioni sessuali, me solo meno di un anno fa ho scoperto che del caso potevano far pare le molestie in confessionale. È stato allora che ho ordinato a padre Connell di procedere con un’inchiesta. La mia preoccupazione ora non riguarda semplicemente la necessità di fare giustizia; quello che mi preme è dare una risposta, da parte della Chiesa, che sani le ferite della Comunità dei non-udenti nell’Arcidiocesi, in modo da arginare la loro rabbia e far sì che ritrovino la fiducia nei ministeri ecclesiastici.*Un prete che nel corso, in occasione o con il pretesto della confessione solleciti un penitente a peccare contro il sesto comandamento del Decalogo deve essere punito, a secondo della gravità del delitto, con la sospensione, divieti, privazioni o in casi più gravi con la remissione dell’abito talare.
    Riassumendo: Weakland, che è Arcivescovo di Milwaukee dal 1977, ha saputo quasi subito dopo aver assunto il suo incarico che Murphy era stato accusato di molestie sessuali, ma non ha ritenuto di dover procedere con un’inchiesta finché non ha avuto il dubbio che le molestie fossero avvenute in confessionale.
    Un volta verificato con i suoi canonisti che le accuse sono serie, le rimanda a Ratzinger, che è il prelato a capo dell’Istituzione ecclesiastica che decide se e in quali circostanze avviare il processo, anche nei casi in cui siano trascorsi molti anni dagli abusi contestati e quindi ci sia la possibilità che i fatti siano prescritti.
    In attesa di risposta, il 15 ottobre Weakland avvia il processo penale ecclesiastico formale nei confronti di padre Murphy.
    Il 22 novembre il pubblico ministero ecclesiastico reverendo Reifenberg redige un LIBELLO, cioè un atto formale di accusa, in cui si elencano i delitti di cui il sacerdote è accusato e di cui vengono allegate le prove:
    Richiesta di favori sessuali in confessionale
    Violazione almeno indiretta del segreto confessionale tramite l’utilizzo di nomi e informazioni su peccati di natura sessuale, ottenuti da un penitente con lo scopo di condizionare e manipolare con aggressività il comportamento di altri penitenti, presumibilmente per la propria gratificazione e appagamento sessuale, e
    Aggressione e molestie sessuali di studenti maschi sotto i 16 anni.
    Come punizione per questi delitti,  Reifenberg chiede al giudice del tribunale ecclesiastico che padre Murphy venga privato dell’abito talare.
    La giuria viene designata il 1 dicembre dello stesso anno. Il 10 dicembre l’inizio del processo a suo carico viene comunicato a padre Murphy, che ha 15 giorni di tempo per replicare alle accuse e nominare un avvocato difensore fra quelli indicati dalla Diocesi.
    E arriva il 1997.
    Tratto da: gliitaliani.it

    PEDOFILIA E VATICANO. QUINTA PUNTATA DEL DOSSIER MURPHY
    di Sabrina Provenzani – 13 aprile 2010
    Lo scandalo dei preti pedofili sembra ampliarsi in modo inarrestabile, come se l’emergere delle prime denunce avessero fatto saltare una”congiura del silenzio”. Le vittime si fanno coraggio e decidono di parlare: sotto questa pressione – che sarebbe corretto definire morale, invece che bollarla con sprezzo come “mediatica” – sembrano cedere alcuni dei responsabili, che ammettono colpe lontane, nascoste per troppo tempo.
    Dimentichiamo troppo spesso quanto quella che indichiamo come Chiesa cattolica sia una realtà plurale, fatta di persone, contraddizioni, milioni di fedeli spesso critici e tormentati.
    Di tutto questo e dell’impatto della rivelazione di questi abusi al mondo cattolico non ci viene detto abbastanza. Quella che conosciamo, perché rappresentata in comunicati e dichiarazioni ufficiali, è la posizione del Vaticano: il vertice spirituale, il cuore del potere e la mente della Chiesa -istituzione.
    E non solo i laici, ma anche molti credenti restano esterrefatti per la linea ufficiale: non difensiva e tanto meno umile, ma offensiva, aggressiva, tutta arroccata in difesa di Benedetto XVI. La ragione? Il sospetto che l’attacco a Ratzinger sia stato orchestrato secondo una regia e un tempistica troppo efficaci per essere casuali. Alcuni commentatori accusano la lobby ebraica, che agirebbe dietro il New York Times e armerebbe le presunte vittime per portare la Chiesa statunitense a una mole di risarcimenti tale da finire in bancarotta. Altri scrivono di divisioni fratricide dentro la Chiesa stessa, con una fronda verso la gestione Ratzinger tanto forte da essere pronta ad alzare l’asticella al massimo pur di “liberarsene”.
    Legittimi sospetti.
    Intanto, noi completiamo la traduzione del dossier del New York Times sugli abusi di padre Lawrence Murphy ai danni di circa 200 bambini sordomuti a lui affidati presso la St John’s School per non udenti di Milwaukee, dal 1952 al 1974.
    È, finora, la documentazione più completa mai pubblicata su abusi e “omissioni” vaticane; e, come abbiamo già visto, chiama direttamente in causa Joseph Ratzinger, a quei tempi Capo della Congregazione per la Dottrina della Fede.
    Come chiarito nella puntata precedente della nostra inchiesta, nel 1996 l’Arcivescovo di Milwaukee Rembart Weakland scrive direttamente a Ratzinger chiedendogli come procedere nel caso Murphy. Non ricevendo risposta, istruisce un processo canonico e ne informa il sacerdote.
    Ma il 24 febbraio dell’anno successivo la difesa di Murphy solleva un’obiezione giuridica: nel suo caso si dovrebbero applicare le norme canoniche del 1962, non la Legge Canonica del 1983. In sintesi, i reati sarebbero prescritti, a meno che da Roma non arrivi una rinuncia all’applicazione della prescrizione.
    Per procedere, dunque, si fa urgente un pronunciamento chiaro da Roma.
    Il 10 marzo Weakland riprova. Stavolta scrive al Cardinal Gilberto Agustoni, Prefetto del Tribunale Supremo della Signatura Apostolica, (cioè il supremo tribunale della Santa sede) per chiedere una consulenza canonica sul caso Murphy: quali sono i termini perentori in caso di processi contro membri del clero? E cioè: il caso Murphy può considerarsi prescritto?

    Ecco i passaggi più significativi della lettera che:
    Ho scritto a Sua Eminenza, il Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Chiesa, nel luglio del 1996, quando sono venuto a conoscenza dei dettagli della situazione. Speravo che, considerata la condizione dei penitenti, il tempo trascorso dagli eventi e il fatto che la vicenda sembrerebbe ricadere sotto la giurisdizione della Congregazione, (codice di diritto canonico 1362,§1, 1°), forse Sua Eminenza avrebbe garantito norme speciali per un processo penale in questo caso. Finora, tuttavia, non ho ricevuto alcuna risposta.
    Weakland sottolinea come le denunce siano state rese più difficili dalle condizioni fisiche e psicologiche delle vittime. In sostanza, sembra sollecitare il Vaticano a  procedere in ogni caso contro Murphy, per il Bene della Chiesa, perché la giustizia faccia il suo corso e per paura di uno scandalo pubblico.
    Una copia della lettera viene inviata anche all’ufficio di Ratzinger tramite il nunzio apostolico a Washington.
    Stavolta Weakland riceve una risposta chiara, datata il 9 aprile, proprio dal Cardinal Agustoni,:

    Eccellenza,
    Lei ha inoltrato la Sua richiesta a noi perché la Congregazione per la Dottrina della Fede non ha risposto alla Sua lettera del 17 luglio 1996 e nel frattempo tre degli accusatori del sacerdote hanno minacciato di fare causa civile.
    Questo Supremo Tribunale, pur riconoscendo la gravità e l’urgenza della questione descritta, non è competente a trattarla. Per questo, rinviamo la Sua lettera, con i documenti allegati, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che resta l’organo competente a trattare il caso.
    Insomma, l’imprimatur per procedere con il processo canonico a padre Murphy deve venire da Ratzinger e da nessun altro.
    E l’autorizzazione arriva. In una una lettera del 12 maggio, firmata dal responsabile giuridico dell’Arcidiocesi di Milwaukee, il Reverendo Thomas Brundage,, che presiede il Tribunale canonico dell’Arcidiocesi, vi si fa esplicito riferimento:
    Da pochissimo abbiamo ricevuto il permesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma di procedere nei tribunali canonici nonostante i limiti di prescrizione siano stati superati.
    In effetti, in una comunicazione ufficiale del 27 marzo, il cardinale Tarcisio Bertone, vice di Ratzinger, risponde brevemente a Weakland autorizzandolo a procedere secondo quanto indicato nell’allegata “Instructio de modo procedendi in causis sollicitationis”, cioè come procedere in caso di molestie, sulla base delle norme canoniche del 1962.
    L’indagine preliminare di Brundage è molto approfondita e porta a conclusioni inequivocabili:
    gli abusi si sono verificati su almeno 100 bambini; sono avvenuti nell’ambito della Confessione; molti dei non udenti non vogliono che padre Murphy eserciti ancora il ministero pastorale; solo una delle vittime ha chiesto un risarcimento economico; tutte sono d’accordo sul fatto che Murphy debba essere ridotto allo stato laicale.
    Nei suoi appunti, Brundage scrive tra l’altro:
    abbiamo avuto il permesso dalla C.D.F. di procedere con il processo penale. Dovremo seguire le norme segrete del 1962 (?)
    Proprio così, sottolineato e con un punto interrogativo. Non è chiaro il motivo del punto interrogativo, ma è chiaro il riferimento alle norme segrete:nel 1962, con la lettera Crimen solicitationis, la Congregazione per la Dottrina della Fede (allora retta non da Ratzinger, che ne divenne Prefetto nel 1981, ma dal cardinale Ottaviani) forniva a Patriarchi, Arcivescovi, Arcivescovi e autorità ecclesiastiche locali istruzioni su come procedere in caso di abusi o molestie sessuali da parte di religiosi, e dava indicazioni sull’applicazione del Codice di diritto canonico.
    In particolare, nella Sezione 11, la Crimen Solicitationis impone ai religiosi la massima segretezza su episodi di molestie o abusi sessuali, prima, durante e dopo il processo e il verdetto. Chiunque sia al corrente dei fatti è obbligato a non parlarne mai, pena la scomunica immediata.

    La Crimen Solicitationis è rimasta in vigore fino al 2001, quando Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Fede da 20 anni, l’ha aggiornata con il documento De delictis gravioribus.
    Insomma, nessuno, all’esterno, dovrà mai saperne nulla ma le prove contro Murphy sono schiaccianti e il processo si può fare anche se, per competenza territoriale, passa alla Diocesi di Superior.
    Si può fare? Il 12 gennaio 1998 padre Lawrence Murphy si appella direttamente a Joseph Ratzinger con queste motivazioni:
    Chiedo che la Congregazione per la Dottrina della Fede dichiari non valido l’atto di citazione della Diocesi di Superior. Sono accusato di fatti risalenti a più di 25 anni fa. Ciò contravviene alle norme canoniche del 1962 che stabiliscono che un’azione legale vada avviata entro un mese dalle presunte molestie.
    Ho 72 anni, Sua Eminenza, e sono molto malato. Ho avuto di recente un altro infarto che mi ha lasciato molto indebolito. […] Mi sono pentito di tutte le mie passate trasgressioni e ho vissuto senza problemi nel Winsconsin del Nord per 24 anni. Voglio soltanto trascorrere il tempo che mi rimane nella dignità del sacerdozio. Le chiedo aiuto per questo.
    La risposta arriva il 6 aprile. È una lettera confidenziale su carta intestata della Congregazione per la Dottrina della Fede ancora a firma di Tarcisio Bertone, indirizzata non a Murphy ma a Raphael Fliss, Arcivescovo della Diocesi di Superior. Lo invita a tenere in attenta considerazione le misure pastorali da applicare per ottenere “la riparazione dello scandalo e la riaffermazione della giustizia, come indicato nell’art 1341”.
    Di che si tratta? Riduzione allo stato laicale? Richiesta pubblica di scuse alle vittime? Niente di tutto questo. L’articolo 1341 prescrive: “Un vescovo ordinario deve preoccuparsi di avviare un procedimento giudiziario o amministrativo e emettere sentenze solo dopo essersi accertato che la correzione fraterna o il rimprovero o altri mezzi di sollecitudine pastorale non possono porre sufficiente rimedio allo scandalo, riaffermare la giustizia o correggere il molestatore”.
    Il 13 maggio Fliss risponde così a Bertone:

    Eccellenza,
    dopo aver attentamente considerato la Sua richiesta di applicare le misure pastorali previste dall’art 1341, è mio giudizio che tutti i ragionevoli metodi pastorali siano stati esauriti.
    Sono giunto alla conclusione che lo scandalo non possa essere riparato né la giustizia sufficientemente riaffermata senza un processo contro
    Padre Murphy.

    E aggiunge
    Lo scandalo e il senso di ingiustizia che pervade la Comunità dei non udenti sono di tale entità da richiedere un’attenta amministrazione delle giustizia in questa davvero tragica situazione.
    Eppure nemmeno questo basta a far partire il processo.

    Segue nella sesta e ultima puntata.
    Tratto da: gliitaliani.it

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    Il 7% dei preti è pedofilo
    Non si tratta di casi limite ed isolati
    di Fausto Marinetti

    Lettera a Santoro dopo la trasmissione sul documentario della BBC relativo ai preti pedofili.
    Gent.mo Santoro, complimenti per il coraggio di mettere a confronto le vittime con coloro che, in qualche misura, o con il silenzio, o con l’omertà, o con la collaborazione attiva o passiva, hanno fatto sì che fossero “prodotte”. Alcune osservazioni:

    I casi evidenziati dalla BBC e dalle vittime in sala, rischiano di avallare la tesi, che si tratta di “alcuni” preti maniaci sessuali e potrebbe far pensare: “Bè, in fondo sono eccezioni, casi limite, le mele marce ci sono dappertutto, ecc.”. E’ questo che non si può tollerare, perché sulle idee si può discutere, sui numeri no: solo negli USA più di 5.000 preti pedofili con 11.000 vittime (sarebbe stato efficace un pannello con le cifre a livello mondiale). Questo è solo ciò che è venuto alla luce nei tribunali, ma quello che è rimasto nascosto nelle sacrestie e negli archivi segreti delle curie sarebbe, a detta degli esperti, dieci volte tanto.
    La gravità dei documenti ufficiali (Crimen sollicitationis (1962), Codice di diritto canonico (1983), De delictis gravioribus (2001),) consiste nell’attribuirsi la “competenza” di giudicare crimini da codice penale, come se si trattasse di “peccatucci” dei quali basta pentirsi, qualche preghiera o una “pena canonica” (trasferimento, sospensione dal ministero, riduzione allo stato laicale, scomunica). Il delitto va trattato da delitto (l’unica competente è la società civile), non da peccato (riguarda la coscienza personale). Per giustizia il male fatto va riparato, risarcito. E perché ci si crede autorizzati a giudicare in foro interno un delitto pubblico? Perché la chiesa si ritiene “società perfetta, autonoma, indipendente” dallo Stato. I suoi funzionari non sono cittadini come gli altri, ma “persone sacre”, sul piedistallo di Dio, tanto da “agire in persona Christi” (al posto di Cristo), perché si fa credere al prete di essere “ontologicamente configurato a Cristo” (=Cristo stesso).

    Fisichella ha un bel dire che tutto è in ordine, che la Chiesa difende i bambini. Negli USA le cose sono venute alla luce non per merito della gerarchia, ma dei LAICI, che sono usciti dalla condizione di eterni minorenni e si sono riappropriati della loro dignità umano-cristiana, che consiste nella corresponsabilità, condivisione, compartecipazione di tutto ciò che riguarda “il popolo di Dio”. E queste organizzazioni (SNAP, Voice of the faithfull, Call to action, Noi siamo Chiesa, ecc.) vengono ancora ostacolate, quando non perseguite e condannate.

    Peccato non si sia accennato al reclutamento dei minorenni, già messo fuori legge dalla Carta dell’ONU (1989). Nei paesi impoveriti le vocazioni (“bocazioni”) dei minori sovrabbondano perché in seminario si mangia, ma viene impartita una diseducazione, perché l’ambiente di soli maschi è contro natura; perché l’assenza della donna (l’altra metà dell’uomo) produce persone immature, frustrate, incompiute. Non solo, ma viene inculcata la salvezza dell’anima a scapito del corpo, che la donna è il diavolo, l’Eva tentatrice, da cui rifuggire. L’unica donna ammessa è “la Vergine Maria”, che induce il ragazzo alla visione della donna-angelo, smaterializzata, ridotta ad un fantasma, ragione per cui non riuscirà più a relazionarsi normalmente con la donna reale. Un trauma che lo segna per sempre. Non ha senso giustificare tutto, lavandosene le mani: “quei preti delinquenti non avrebbero dovuto essere preti”, perché si continua a impartire un’educazione” che giunge a menomare e deformare la persona umana. E’ tutto per caso o c’è qualcosa a monte che non va? Non per nulla i preti sposati nel mondo sono 100-150.000, uno su cinque. In Italia sono 10.000 e le suore il triplo. E chi ha quantificato preti e vescovi alcolizzati, con l’amante, con il compagno, in cura psichiatrica, con figli non riconosciuti? E’ la paura della verità, che fa occultare le cifre? (Secondo la ricerca statistica di Rodríguez Pepe, il 95% dei preti si masturba, 60% ha relazioni sessuali, 20% è omosessuale, 7% abusa di minorenni. Da un campione si ricava che: il 53% ha relazioni sessuali con adulte, 21% con adulti, 14% con minori maschi e il 12% con minori femmine ( La vida sexual del clero, Barcelona, 1995).

    Bisogna mettere a nudo le radici del male: la visione pagana della sessualità (ereditata dagli gnostici, manichei, ecc.); ossessione del “de sesto”, patriarcalismo, misoginia, dispotismo, oscurantismo, angelismo. Come se Dio dovesse vergognarsi di averci fatto di anima e corpo, maschi e femmine. Non ha detto all’inizio, che era “tutto molto buono”, compresa la donna e il piacere sessuale?

    Non si può tralasciare, che i vescovi, i quali hanno coperto i loro preti (uno di loro dice: “Come faccio a denunciare un figlio?”), li hanno trasferiti da una parrocchia all’altra, nascosto o fatto emigrare all’estero, sono ancora sul trono del loro insindacabile potere. Come quello di Agrigento, di Firenze, ecc. Oppure godono della extra-territorialità, cittadini del Vaticano, come il card. Bernard Law.
    E così che la Chiesa difende i “piccoli”?

    Cordialmente,
    Fausto Marinetti

  • Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    ANSA – Nel 2005 Joseph Ratzinger, citato in giudizio – quando era ancora Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede – per intralcio alla giustizia nell’ambito di un processo, in Texas, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano, si avvalse dell’immunità diplomatica in quanto nel frattempo era diventato papa ed evitò così di andare a deporre.

    L’episodio è ricordato nel libro ‘Il peccato nascosto’, di autore anonimo, pubblicato in questi giorni. L’avvocato Daniel Shea, che assisteva la parte lesa, denunciò l’allora prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede sulla base di due documenti che istruiscono il clero su come trattare i casi di abusi e violenze su minori. Il primo é il Crimen Sollicitationis, del 1962.

    Il secondo è la lettera De delictis gravioribus, redatta nel 2001 e indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche. Il testo, firmato proprio da Ratzinger, modifica quello del 1962, e in un passaggio afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, “sono soggetti al segreto pontificio” nella normativa canonica. La lettera, secondo l’accusa di Shea, costituiva un intralcio alla giustizia ordinaria.

    Denunciato nel gennaio 2005, Ratzinger nell’aprile dello stesso anno divenne papa. La Santa Sede chiese e ottenne così dal governo degli Stati Uniti l’immunità diplomatica per il pontefice, in quanto capo di Stato.

    Il processo in cui fu chiamato a deporre Joseph Ratzinger era presieduto dal giudice Lee Rosenthal ed era stato intentato a Harris County, in Texas, contro un seminarista colombiano, Juan carlos Patino-Arango, sospettato di molestie sessuali ai danni di tre ragazzi negli anni Novanta.

    L’avvocato difensore delle tre vittime, Daniel Shea, aveva scoperto che il seminarista, poco dopo l’inizio della causa, era fuggito e che i responsabili della diocesi avevano coperto i suoi misfatti. Nel corso del processo Shea citò in giudizio Joseph Ratzinger in quanto, firmando la lettera De delictis gravioribus, diretta alla gerarchia della Chiesa cattolica universale e quindi anche alle arcidiocesi statunitensi, “ostacolava pervicacemente” le indagini della giustizia ordinaria sugli abusi sessuali ad opera di preti.

    Secondo l’avvocato di Houston, quindi, alla radice della mancata denuncia del seminarista da parte della diocesi texana, c’erano proprio le istruzioni impartite dalla Santa Sede e firmate da Ratzinger.

    Chiamato a deporre oltreoceano, Ratzinger evitò tuttavia di recarsi al tribunale di Harris County: non appena fu eletto al soglio pontificio, i suoi legali chiesero di accordare al nuovo pontefice l’immunità diplomatica in quanto capo di uno Stato sovrano, la Città del Vaticano. Il dipartimento di Stato americano accolse la richiesta e, con una decisione firmata dall’allora presidente degli Usa George Bush e motivata dal viceprocuratore federale Peter Keisler, dichiarò Ratzinger non processabile.

    Secondo Keisler, il procedimento giudiziario contro il pontefice sarebbe stato “incompatibile con gli interessi di politica estera degli Usa”.

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/03/28/visualizza_new.html_1737700720.html

  • Pedofilia, il papa predica bene e ratzola male

    Pedofilia, il papa predica bene e ratzola male

    di Vania Lucia Gaito

    Fa specie sentire il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, parlare di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi” e dello scandalo della pedofilia. Non me ne voglia, padre Lombardi, ma non c’è bisogno di tentativi, i fatti parlano da soli, basta metterli in fila. A cominciare dal principio, sgomberando il campo dalle chiacchiere.

    Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi non c’è bisogno di inventarselo, lo dice un papa, per la precisione Leone X, e lo dice in un atto ben conosciuto, la Taxa Camerae, un documento vergognoso che, ad onta del Vangelo che condanna la simonia come peccato imperdonabile, promette il perdono in cambio di denaro.
    I primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camerae riguardano proprio gli ecclesiastici e i loro “peccati”, in particolare il secondo articolo:
    “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi.”
    Correva l’anno 1517. Poco meno di cinquecento anni fa. E la Chiesa già sapeva. Solo che fa più comodo, adesso, contare sulla memoria fallace o sulla non conoscenza di chi ascolta le chiacchiere dei vari portavoce.

    Ho cominciato da troppo lontano? Veniamo ai giorni nostri, allora.
    Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis. Questo documento, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, che vuol dire “Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento”

    Il Crimen, in pratica, stabiliva una serie di norme da seguire nei casi di pedofilia clericale. Il processo canonico al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Il Crimen va analizzato e “studiato” con cura, poichè è il vademecum che hanno seguito sempre i vescovi nei casi di pedofilia clericale. E fin dal principio risulta chiaro che la stessa esistenza del documento deve essere mantenuta segreta. Perchè?

    Analizzando il testo nel dettaglio se ne comprende perfettamente il motivo. Intanto viene definito cosa intendere come peccato di provocazione: “Il crimine di provocazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione.” Insomma, praticamente sempre.

    Un’altra prerogativa del Crimen è quella di accomunare l’abusatore all’abusato: entrambi peccatori per aver “fornicato”, anche se l’abusato è stato circuito, plagiato, e, in molti casi, violentato. Nel testo, infatti, (art.73, pag.23 del documento in latino) parlando di “crimine pessimo”, intendendo l’abuso di un bambino o gli atti sessuali con un animale (perchè la Chiesa continua a paragonare, accomunare ed equiparare i bambini agli animali, come ai tempi della Taxa Camerae, a meno che il bambino non sia ancora nato e lì allora la sua vita diventa sacra e inviolabile), si legge che tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus”, cioè “con” il bambino, non “contro”. Perchè, prima di tutto, viene la condanna del sesso, anche quando è fatto contro la propria volontà; poi tutto il resto.

    Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. L’articolo 4 dice infatti che non c’è nulla che impedisca ai vescovi “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine.” Quindi, se si sa che il sacerdote è un pedofilo ma non è stato aperto un processo canonico a suo carico, non c’è nulla che impedisca al vescovo di trasferirlo.

    E se invece c’è una denuncia al vescovo? Prima di tutto, la segretezza. Viene fatto giurare a tutti (esistono formule apposite, riportate nel Crimen) di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata, ipso facto e latae sententiae. Sì, certo, anche la vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni.” (Crimen sollicitationis, art. 13, pag. 8 del testo in latino)

    “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento” recita la formula A del Crimen. Tuttavia, all’articolo 11 viene specificato che tale silenzio deve essere perpetuo: “Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione. Tutti coloro che entrino a far parte a vario titolo del tribunale giudicante o che vengano a conoscenza dei fatti per la propria posizione devono osservare il rispetto più assoluto del segreto – che dev’essere considerato come segreto del Santo Uffizio – su tutti i fatti e le persone, pena la scomunica ‘lata sententiae’ ‘ipso facto’ e senza nessuna menzione sulla motivazione della scomunica che spetta al Supremo Pontefice, e sono obbligati a mantenere l’inviolabilità del segreto senza eccezione nemmeno per la Sacrae Poenitentiariae.”

    Tutto questo si è tradotto per decenni in una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.
    Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede. In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
    Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Anche qui, il Crimen detta prescrizioni precise. Innanzitutto, a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficenti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi, secondo le norme del Canone 2307 […] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato.”
    Chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano.

    Il Crimen prescrive anche cosa fare nel caso in cui il sacerdote sia stato ammonito ma il vescovo riceve nuove denunce contro di lui: “Se, dopo la prima ammonizione, arrivano contro lo stesso soggetto altre accuse riguardanti crimini di provocazione precedenti l’ammonizione, l’Ordinario dovrebbe vedere, secondo la propria coscienza e giudizio, se la prima ammonizione può essere considerata sufficiente o se procedere a una nuova ammonizione oppure ad eventuali misure successive.”

    Con queste premesse, è ovvio che siano in pochissimi i sacerdoti condannati dai tribunali diocesani: i vescovi si limitavano ad ammonire e trasferire, molto spesso solo a trasferire. E la tutela dei bambini? Mai presa in considerazione.

    A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a “lavare i panni sporchi in famiglia”. Solo che, con l’andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

    Non è neppure lontanamente credibile la professione di ignoranza fatta da vescovi e prelati chiamati a rispondere nei tribunali penali, e non diocesani, del loro operato. E sono sempre i fatti a smentirli. Primo fra tutti l’esistenza di una congregazione religiosa dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli “addetti ai lavori”, la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all’assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.
    Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata anche al cofondatore della congregazione, scriveva:

    “Reverendissimo e Carissimo Arcivescovo,
    Carissimo cofondatore

    Spero che Sua Eccellenza sia d’accordo e approvi quello che io considero una decisione vitale, da parte nostra: per prevenire uno scandalo che potrebbe danneggiare il buon nome di Via Coeli, non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l’ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. E’ blasfemo lasciare che celebrino il Santo Sacrificio. Se i singoli vescovi fanno pressione su di lei, Eccellenza, può dire loro che l’esperienza ci ha insegnato che questi uomini sono troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e per il vicinato, sicchè siamo giustificati nel nostro rifiuto di accoglierli qui. Sua Eccellenza può inoltre dire, se lo desidera, che non intende interferire con la regola che l’esperienza ha dettato.
    Proprio per queste serpi ho sempre auspicato il ritiro su un’isola, ma anche un’isola è troppo per queste vipere di cui il Gentile Maestro ha detto che sarebbe stato meglio se non fossero mai nati; il che è un modo indiretto di maledirli, non crede?
    Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente.”

    Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. Un caso fra tutti può essere esemplificativo: padre James Porter arrivò a Jemez Springs nel 1967, dopo essere stato destituito da tre incarichi, ogni volta per problemi di pedofilia. Eppure, padre John B. Feit, superiore dei Servi del Paraclito, scrisse per lui accorate lettere di raccomandazione che gli fecero ottenere, alla fine del “trattamento” una diocesi nel Minnesota, dove, appena arrivato, ricominciò gli abusi.
    In realtà, Jemez Springs divenne nota come “il carcere dei preti” e funzionò come un “parcheggio” per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l’esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel ’91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

    Identica politica fu seguita dalla Chiesa ogni qualvolta fu messa di fronte alla problematica della pedofilia clericale. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come “Il manuale”, redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

    Lo scandalo, venuto a galla negli Stati Uniti, è solo l’inizio. Altrettanti scandali travolgono l’Australia, il Sudamerica, il Messico, il Canada, l’Alaska, la Polonia, l’Irlanda, la Spagna, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda e moltissimi paesi africani. Una vergogna dietro l’altra, si svelano i retroscena di sacerdoti che hanno molestato, abusato, violentato decine di bambini, alcuni piccolissimi.

    Così, nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 25 novembre 1981 fino alla sua nomina al soglio pontificio, promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori.
    Per quella lettera, il cardinale Ratzinger fu citato in giudizio dall’avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), dove fu accusato di “ostruzione alla giustizia”. Secondo l’accusa, infatti, il documento della Congregazione avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu emanato dalla corte un ordine di comparizione per il cardinale Joseph Ratzinger. Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato chiedendo l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’Amministrazione Bush acconsentì e Joseph Ratzinger fu esonerato dal processo.

    Tuttavia, anche non tenendo conto di questo “incidente di percorso”, sorgono naturali molti interrogativi sull’operato di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E, altrettanto naturali, sorgono molti dubbi sulla sua “presa di posizione” drastica e rigorosa nei confronti della pedofilia clericale.
    Che fosse ben informato di quanto fosse grave e profonda la piaga degli abusi fra il clero lo afferma lo stesso Ratzinger, nella memorabile nona stazione della Via Crucis del 2005, quando sostituì Giovanni Paolo II ormai morente: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”

    E tuttavia, pur consapevole della “sporcizia”, il Prefetto non si armò mai di ramazza per far pulizia. Anzi, in molti casi “celebri” la Congregazione fu assurdamente lenta e le vittime dovettero ricorrere ai giornali per avere almeno una parvenza di giustizia.
    Il caso più tristemente famoso è senza dubbio quello che riguarda il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Il Vaticano era a conoscenza di molte ombre sull’operato del sacerdote, fin dal 1956, quando il cardinale Valeri lo trovò nella clinica romana Salvator Mundi molto malridotto per l’abuso di morfina. Tuttavia, i procedimenti a carico del fondatore dei Legionari di Cristo non ebbero mai alcun esito, neppure quando, nel 1978 l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, accusò Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta, sebbene Ratzinger fosse già dal 1981 a capo dell’ex Santo Uffizio. A febbraio del 1997 con una denuncia pubblica, otto importanti ex Legionari accusano Maciel di aver abusato di loro negli anni Cinquanta e Sessanta.
    Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma sempre senza alcun risultato.
    Finchè, nel 2006, appena cinquant’anni dopo le prime denunce, finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una risoluzione esemplare: invita padre Maciel a ritirarsi ad una vita di preghiera e meditazione. Oggi, a distanza di pochi anni, continuano a spuntare scandali che riguardano Maciel e i Legionari, come la presenza (accertata) di una figlia in Spagna, frutto di una violenza ad una minorenne, diversi presunti figli in Messico, dei quali, tra l’altro, non si sarebbe fatto scrupolo di abusare. Insomma, il Vaticano ha aperto un’inchiesta. Molto rassicurante.

    Stessa sorte subita, più o meno, da procedimenti a carico di sacerdoti italiani. Celebre il caso di don Cantini in Toscana, per esempio. Stranamente, la Congregazione guidata da Ratzinger ha sempre impiegato decenni ad indagare sui sacerdoti pedofili, soprattutto quando si trattava di sacerdoti influenti, salvo poi scoprire che, a causa del tempo trascorso, il delitto era caduto in prescrizione. Ad onor del vero, c’è da dire che in alcuni casi sono anche state comminate condanne da far tremare i polsi: litanie alla Madonna, rosari, perfino divieto di celebrare messa in pubblico. Se non è “tolleranza zero” questa…

    Poi viene fuori che il fratello del papa distribuiva scapaccioni ai membri del coro da lui diretto e che sapeva che il rettore dell’Internat, il convitto in cui i coristi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione. E tuttavia non aveva mai fatto nè detto nulla perchè, essendo il convitto un’istituzione indipendente, non aveva il potere di denunciarlo. Certo, perchè serve “essere autorizzati” per denunciare violenze e abusi. Non basta l’amore per il prossimo, quello per cui Cristo s’è fatto mettere in croce. Non basta il senso di giustizia, non basta il desiderio di tutelare i bambini. Salvo poi scusarsi, vent’anni, trent’anni dopo, e solo dopo che si è sollevato lo scandalo. Questo desiderio di scusarsi come mai non è mai stato avvertito prima che l’ex direttore del coro finisse nell’occhio del ciclone e sulle pagine dei giornali?

    Senza parlare delle prese di posizione nettissime di papa Ratzinger. Un esempio? Il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, nel corso del quale, tra i festeggiamenti del suo compleanno con Bush alla Casa Bianca e la visita a Ground Zero, il Papa ha sostenuto l’inconciliabilità tra il sacerdozio e la pedofilia. Praticamente la scoperta dell’acqua calda.

    Senza contare che in quella visita non era stato neppure previsto un incontro con le vittime. Ratzinger fu spinto dall’opinione pubblica e dai media americani ad un incontro estemporaneo con quello che i giornali italiani hanno caritatevolmente definito “un gruppo di vittime”: cinque persone ricevute in piedi, meno di mezz’ora in tutto, nella cappella privata della nunziatura apostolica di Washington. Contemporaneamente, però, ospiti del papa durante quel viaggio sono stati tre vescovi celebri per aver coperto i preti pedofili: il cardinale Egan e il cardinale Mahony, che sono stati gli anfitrioni di

    Ratzinger durante i giorni trascorsi a New York, e il cardinale Francis George, che ha accolto il papa a Washington.
    Dunque, fuori dalle chiacchiere e dai proclami, i fatti, nudi e crudi, parlano da soli.
    E’ questa la “tolleranza zero” di cui il Vaticano fa tanto parlare?

    (17 marzo 2010)

  • Scandalo preti pedofili, dai vescovi d’Irlanda le prime ammissioni.

    Scandalo preti pedofili, dai vescovi d’Irlanda le prime ammissioni.

    Dopo anni di silenzio, i vescovi d’Irlanda, da oggi per due giorni a colloquio con il Papa per chiarire le circostanze di circa 300 abusi perpetrati su minori nel corso di 30 anni, documentati in due distinti, pesantissimi, rapporti giudiziari, ammettono le loro colpe, e assicurano che l’incontro con il Papa non si limiterà ad un “esercizio cosmetico”. “Ammetto con molta franchezza quello che tutti sanno”, ha detto Duffy, il responsabile per le Comunicazioni della Conferenza episcopale irlandese, riferendosi proprio agli episodi che – spiega – hanno inferto alla Chiesa “ferite profonde”, mettendola in una “situazione molto seria”.
    Benedetto XVI preoccupato per la situazione in Irlanda – L’ammissione da parte dei vescovi è certamente un primo passo avanti rispetto ad un problema che angustia profondamente il Pontefice. Il Papa è “molto preoccupato” per la situazione venutasi a creare in Irlanda, ha infatti riferito alla Radio Vaticana il primate d’Irlanda, card. Sean Brady, arcivescovo di Armagh, a margine dei colloqui con il Papa. “Questo incontro (quello che ha avuto inizio oggi, ndr) ha avuto una preparazione molto accurata – ha aggiunto – ma è soltanto un passo di un cammino molto lungo: speriamo che, al nostro rientro in Irlanda, questo si traduca in un processo di pentimento, rinnovamento e riconciliazione, per il bene di tutti”. ‘Puntiamo tutti allo stesso obiettivo – ha concluso – che è quello della tutela dei bambini”.
    Tra i vescovi irlandesi è già caduta qualche testa – Benedetto XVI ha accettato le dimissioni del vescovo di Limerick Donal Murray, mentre poco prima di Natale hanno rassegnato le dimissioni – ancora non accettate dal Papa – Jim Moriarty (vescovo di Kildare and Leighlin), presente all’incontro in Vaticano, Raymond Field e Eamonn Walsh (vescovi ausiliari di Dublino). Altri due i vescovi indicati come responsabili dal rapporto Murphy: mons. Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, presente all’incontro in Vaticano, e mons. Dermot O’Mahony, già in pensione per raggiunti limiti di età.
    Ratzinger non è mai stato tenero con lo scandalo dei preti pedofili – Proprio ricevendo i vescovi irlandesi in visita ‘ad limina’ nel 2006 Benedetto XVI aveva denunciato “molti casi dolorosi di abusi sessuali su minori”, “ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico”. Il Papa aveva chiesto ai vescovi, in quell’occasione, di “stabilire cosa sia avvenuto realmente nel passato, e prendere ogni provvedimento affinché casi del genere non avvengano di nuovo”. Parole nette, ripetute anche nei viaggi negli Stati Uniti e in Australia, che hanno fatto emergere una linea da ‘tolleranza zero’ della Santa Sede. Il caso della pedofilia tra sacerdoti, del resto, è annoso e diffuso, come dimostra anche il recente caso di uno dei licei più prestigiosi di Berlino, il Canisius-Kolleg al Tiergarten, gestito dai gesuiti.

    15 febbraio 2010

    http://notizie.tiscali.it/articoli/esteri/10/02/15/abusi-vescovi-irlanda-ammissioni.html

    Pedofilia/ Vertice dal Papa per giro vite dopo scandalo … -2-
    Presto lettera a fedeli Irlanda. Dimissioni e denuncia a giudici

    Città del Vaticano, 15 feb. (Apcom) – Tra i vescovi irlandesi è già caduta qualche testa. Benedetto XVI ha accettato le dimissioni del vescovo di Limerick Donal Murray, mentre poco prima di Natale hanno rassegnato le dimissioni – ancora non accettate dal Papa – Jim Moriarty (vescovo di Kildare and Leighlin), presente all’incontro in Vaticano, Raymond Field e Eamonn Walsh (vescovi ausiliari di Dublino). Altri due i vescovi indicati come responsabili dal rapporto Murphy: mons. Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, presente all’incontro in Vaticano, e mons. Dermot O’Mahony, già in pensione per raggiunti limiti di età.

    Papa Ratzinger non è mai stato tenero con lo scandalo dei preti pedofili. Proprio ricevendo i vescovi irlandesi in visita ‘ad limina’ nel 2006 Benedetto XVI aveva denunciato “molti casi dolorosi di abusi sessuali su minori”, “ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico”. Il Papa aveva chiesto ai vescovi, in quell’occasione, di “stabilire cosa sia avvenuto realmente nel passato, e prendere ogni provvedimento affinché casi del genere non avvengano di nuovo”. Parole nette, ripetute anche nei viaggi negli Stati Uniti e in Australia, che hanno fatto emergere una linea da ‘tolleranza zero’ della Santa Sede. Il caso della pedofilia tra sacerdoti, del resto, è annoso e diffuso, come dimostra anche il recente caso di uno dei licei più prestigiosi di Berlino, il Canisius-Kolleg al Tiergarten, gestito dai gesuiti.

    Dopo la pubblicazione dei rapporti Ryan e Murphy, Ratzinger ha ricevuto due volte i vertici della conferenza episcopale irlandese in Vaticano, a novembre e a dicembre. “Il Santo Padre – recitava il comunicato finale – condivide lo sdegno, la sensazione di tradimento e la vergogna provati da così tanti fedeli in Irlanda”. Il Papa ha poi accettato le dimissioni di mons. Murray. Infine ha convocato, oggi e domani, tutti i vescovi irlandesi. Guidano la delegazione irlandese il presidente della conferenza episcopale, card. Sean Brady, e l’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin. Per la Santa Sede prendono parte all’incontro il cardinal Bertone e i vertici della Segreteria di Stato (il Sostituto per gli Affari generali Fernando Filoni e il ministro degli Esteri Dominique Mamberti), il nunzio apostolico in Irlanda Giuseppe Leanza, e i capi di vari dicasteri vaticani: Levada (Dottrina della fede), Re (Vescovi), Hummes (Clero), Rodé (Religiosi), Grocholewski (Educazione), Coccopalmerio (Testi legislativi). L’incontro avrà due serrate sezioni di lavoro oggi, dalle 9.30 alle 13 e dalle 16.30 alle 19 e si concluderà con un incontro domani mattina dalle 9.30 alle 13. A conclusione potrebbe essere pubblicato un comunicato.

    La nota di dicembre preannunciava che il Papa “intende rivolgere una Lettera Pastorale ai fedeli d’Irlanda, nella quale indicherà con chiarezza le iniziative che devono essere prese in risposta alla situazione”. Il testo dovrebbe essere discusso all’incontro in Vaticano ed essere pubblicata nei prossimi giorni. Intanto – affermava ancora la nota – la Santa Sede “prende molto seriamente le questioni centrali sollevate dal Rapporto, incluse quelle relative al governo di capi della Chiesa locale con la responsabilità fondamentale della cura pastorale di bambini”. Oltre alle dimissioni, la missiva potrebbe prendere di petto la questione del ruolo della giustizia civile. L’istruzione dottrinale ‘Crimen sollecitationis’ (1962), rivista dalla congregazione per la Dottrina della fede presieduta da Ratzinger con la lettera ‘De delictis gravioribus’ (2001), non prevede l’obbligatorietà della denuncia di casi di pedofilia alle autorità statali. La materia viene lasciata alle competenze dei tribunali religiosi. Ma su questo possono esserci novità, come ha lasciato intendere il cardinale Claudio Hummes. In una recente intervista all”Osservatore romano’, il prefetto della congregazione per il Clero ha affermato che per i sacerdoti che si macchiano del reato della pedofilia bisogna “accertate oggettivamente le responsabilità” anche “facendo ricorso alla giustizia ordinaria”.

  • Pedofilia/ Associazioni irlandesi vittime deluse: Nessuna azione

    Pedofilia/ Associazioni irlandesi vittime deluse: Nessuna azione

    Roma, 16 feb. (Apcom) – Sono deluse dall’esito dell’incontro tra i vescovi irlandesi e il Papa, le associazioni di vittime dei preti pedofili irlandesi. Alcune delle sigle più rappresentative – Irish Soca e Alliance Victim Support Group – si attendevano azioni più decise da parte di Benedetto XVI e una maggiore attenzione proprio a loro, le vittime degli abusi.

    “Siamo delusi”, spiega al telefono dall’Irlanda Tom Hayes, segretario generale della Alliance Support Group. “Il documento del Vaticano non contiene alcuna nuova formulazione o soluzione che sarebbe coraggio alle persone che sono state abusate. Abbiamo tuttavia speranza che il cardinale Sean Brady, presidente della conferenza episcopale irlandese, sarà capace di dare coraggio alle vittime al suo ritorno”. Quanto alla lettera che il Papa invierà nelle prossime settimane ai cattolici irlandesi, Hayes spiega: “Sarà una lettera pastorale e quindi non verrà letta da molte delle vittime, che ormai non frequentano più le chiese”.

    Sullo stesso tono, anche se con altro accento, la Irish Soca (Irish Survivors of Child Abuse). “Accogliamo con favore il fatto che il Santo Padre abbia riconosciuto che la pedofilia nella Chiesa è un crimine odioso che va affrontato con risolutezza”, spiega John Kelly. “Siamo tuttavia estremamente delusi per il fatto che il Papa non ha mostrato forte leadership nei confronti della crisi e noi vittime siamo anche arrabbiati per il fatto che Sua Santità non è sembrato in grado di prendere la necessaria ferma azione contro coloro che nella gerarchia della Chiesa irlandese hanno protetto i pedofili e che hanno disonorato in modo flagrante l’insegnamento di Cristo. Crediamo che Sua Santità abbia il dovere morale di recuperare l’onore alla nazione irlandese e di riconquistare la Vera Chiesa dall’anti-Cristo che è stato tanti decenni qui in Irlanda. In questo Sua Santità ha chiaramente fallito con le vittime e col popolo irlandese. La decisione di Sua Santità di chiedere ai vescovi irlandesi di affrontare questa crisi mostra una mancanza di visione, soprattutto perché sono gli stessi vescovi irlandesi il problema”.

    Pedofilia/ Papa incontra vescovi irlandesi: Cooperare con giudici
    La line della ‘tolleranza zero’.Prossima lettera a fedeli Irlanda

    Città del Vaticano, 16 feb. (Apcom) – Ancora parole nette, dure. La linea di ‘tolleranza zero’ adottata dal Papa sullo scandalo dei preti pedofili viene confermata anche all’incontro che Ratzinger ha convocato in Vaticano con i vescovi irlandesi dopo le denunce di due rapporti statali sui maltrattamenti negli istituti religiosi e sugli abusi sessuali coperti compiuti da preti irlandesi nei decenni passati e coperti da alcuni presuli. Reagiscono con delusione alcune delle associazioni di vittime. La Santa Sede, però, avverte che “l’attuale, dolorosa situazione non verrà risolta velocemente”. A marzo, tempo di Quaresima, intanto, è prevista la pubblicazione della lettera che Benedetto XVI indirizzerà direttamente ai cattolici irlandesi.

    Il Papa ha ascoltato per un giorno e mezzo, ieri e oggi, i vescovi irlandesi, li ha interrogati, si è intrattenuto con loro anche nelle pause. Ha pregato con loro. Alla fine, il Vaticano ha diffuso un comunicato che contiene una sostanziale novità. I vescovi irlandesi, vi si legge, “hanno evidenziato il proprio impegno a cooperare con le autorità giudiziarie in Irlanda, nel Nord e nel Sud, e con il National Board for Safeguarding Children della Chiesa cattolica in Irlanda per garantire che i criteri, le politiche e le procedure della Chiesa rappresentino la miglior pratica in questo settore”. Sinora non era così. L’istruzione dottrinale ‘Crimen sollecitationis’ (1962), rivista dalla congregazione per la Dottrina della fede presieduta da Ratzinger con la lettera ‘De delictis gravioribus’ (2001), non prevede l’obbligatorietà della denuncia di casi di pedofilia alle autorità statali. La materia viene lasciata alle competenze dei tribunali religiosi.

    Pedofilia/ Papa incontra vescovi irlandesi: Cooperare con … –

    Città del Vaticano, 16 feb. (Apcom) – Nel corso dell’incontro il Papa e i vescovi irlandesi “hanno esaminato il fallimento, per anni, delle autorità ecclesiastiche irlandesi nell’agire efficacemente riguardo casi che coinvolgono l’abuso sessuale di giovani perpetrato da alcuni sacerdoti e religiosi irlandesi”, rende noto il comunicato vaticano. Il Papa “ha osservato che l’abuso sessuale sui bambini e sui giovani non è soltanto un crimine odioso, ma è anche un grave peccato che offende Dio e ferisce la dignità della persona umana creata a sua immagine”. A quanto emerge ufficialmente non è stato sciolto il nodo delle dimissioni pendenti (dei sei presuli accusati uno è già stato dimesso, altri tre hanno rassegnato le dimissioni, uno è andato in pensione e uno fa resistenza a lasciare la diocesi), ma la linea è più che chiara. Di fronte a posizioni divergenti e sfaccettate, inoltre, il Papa “ha sfidato i vescovi ad affrontare i problemi del passato con determinazione e decisione e la presente crisi con onestà e coraggio”, nonché ad esprimersi “con una voce sola”. Benedetto XVI ha poi chiesto “una migliore preparazione pastorale, accademica, spirituale e umana” sia per i seminaristi che per i preti.

    Al di là delle misure concrete e dell’incontro con i vescovi irlandesi, comunque, il Papa è preoccupato. La sua analisi sociologica della pedofilia nella Chiesa viene spiegata con chiarezza nella nota vaticana: “Il Santo Padre ha anche fatto riferimento alla più generale crisi della fede che colpisce la Chiesa e l’ha collegata alla mancanza di rispetto per la persona umana e a quanto l’indebolimento della fede abbia contribuito in maniera determinante al fenomeno dell’abuso sessuale di minori”.

    La reazione a caldo delle vittime di abusi irlandesi è di delusione. “Siamo delusi”, spiega al telefono dall’Irlanda Tom Hayes, segretario generale della Alliance Support Group. “Il documento del Vaticano non contiene alcuna nuova formulazione o soluzione che sarebbe coraggio alle persone che sono state abusate. Sullo stesso tono, anche se con altro accento, la Irish Soca (Irish Survivors of Child Abuse). La decisione di Sua Santità di chiedere ai vescovi irlandesi di affrontare questa crisi mostra una mancanza di visione, soprattutto perché sono gli stessi vescovi irlandesi il problema”, afferma John Kelly. “Sono sicuro che il Papa affronterà la questione del dolore delle vittime nella sua lettera”, afferma il cardinale Sean Brady, presidente dei vescovi irlandesi, in una conferenza stampa nella sede di ‘Radio vaticana’. “Il Vaticano ha confermato l’impegno a rafforzare i rapporti con noi”, risponde il porporato, che contesta chi suggerisce che la Chiesa irlandese è un “capro espiatorio”. E ai giornalisti che domandano il perché dell’assenza di misure concrete dall’incontro in Vaticano, risponde: “Sta a noi, come conferenza episcopale e come singoli pastori, prendere misure concrete”.

    L”Osservatore romano’, intanto, interviene su un analogo scandalo che sta scuotendo l’opinione pubblica tedesca ripubblicando un recente articolo dalla ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ nel quale, alla denuncia dei fatti avvenuti, si sottolinea che “non sono vere novità”. A partire dal caso del Canisius-Kolleg al Tiergarten, prestigioso liceo gestito dai gesuiti a Berlino, sono emerse, nelle ultime settimane, oltre cento casi di abusi sessuali su minori in Germania. “Nel 2002 la Conferenza episcopale tedesca ha diffuso delle direttive, in base alle quali tutte le diocesi hanno introdotto una procedura chiara”, scrive la ‘Faz’, autorevole quotidiano conservatore molto amato da Papa Ratzinger. “Sono stati nominati degli interlocutori per le vittime, istituiti gruppi di esperti, chiamati importanti specialisti tedeschi per le perizie”. In questo senso, “qualsiasi vescovo che oggi volesse ancora nascondere sotto il tappeto una qualunque cosa in questo campo dovrebbe avere perso completamente il senno”, ma i tedeschi dovrebbero “accettare la banalizzazione degli abusi sessuali sui bambini che è stata compiuta per lungo tempo come parte della colpa di tutti noi”.