Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    La Cassazione, respingendo il ricorso della difesa, ha reso definitiva a 12 anni di reclusione la condanna dell’ex professore di religione del liceo scientifico “Ettore Majorana” di Latina, nonché ex diacono, Alessandro Frateschi, assistito dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. La condanna, come noto, è stata comminata per il reato di violenza sessuale aggravata dalla minore età delle cinque vittime.

    Il ricorso chiedeva anche l’annullamento ad altra sezione della Corte d’Appello limitatamente al trattamento sanzionatorio. Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto l’inammissibilità del ricorso e gli ermellini sono stati dello stesso avviso.

    A marzo scorso, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni con cui il 26 novembre 2025 aveva confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, 51enne originario di Terracina, condannato in primo grado, col giudizio abbreviato, a luglio 2024.

    Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    I giudici dell’Appello, confermando il primo grado, erano stati netti con Frateschi, rimarcando, in uno dei passaggi, che “tiratosi indietro uno dei ragazzi”, l’uomo “aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro uno dei ragazzi e provocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegavano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello della difesa, motivava l’Appello, “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

  • La casa di recupero per i preti peccatori

    La casa di recupero per i preti peccatori

    Un diacono psicoterapeuta ci accoglie con grande coraggio

    Il diacono psicoterapeuta Ermes Luparia ci accoglie con grande coraggio

  • Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Scott Peyton è in attesa di una decisione dal Vaticano.

    Il diacono cattolico della Louisiana, che nel maggio 2024 ha presentato ricorso contro  la sua scomunica dopo aver lasciato la Chiesa in seguito al caso di abusi subiti dal figlio, ha atteso circa due anni per una decisione da Roma. 

    Il ricorso rimane irrisolto, lasciando incerto il suo status canonico e prolungando un caso che ha richiamato l’attenzione sull’intersezione tra diritto canonico, prassi pastorale e gestione delle controversie legate agli abusi.

    Secondo quanto riportato dal Guardian, nel maggio 2024 Peyton presentò ricorso formale contro la sua scomunica al Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano. 

    L’esito potrebbe determinare se la scomunica è stata applicata in conformità al diritto canonico e come casi simili potranno essere affrontati in futuro.

    Peyton, cresciuto nella fede metodista, è entrato nella Chiesa cattolica in età adulta. La sua conversione, formalizzata nel 2001, è stata seguita da quello che lui stesso ha descritto come un impegno consapevole da parte sua e di sua moglie Letitia per allineare le loro vite alla fede e all’insegnamento cattolico. Lui e Letitia hanno allargato la famiglia a sei figli e si sono profondamente integrati nella vita parrocchiale cattolica. Come ha affermato nel racconto personale del suo ricorso al Vaticano, ottenuto da NCR con il suo permesso, si è persino sottoposto a un intervento di inversione della vasectomia per conformarsi pienamente all’insegnamento cattolico sulla vita familiare e sulla sessualità.

    Peyton scrisse che nel 2007 aveva discernuto la vocazione al diaconato permanente. Fu ordinato sacerdote nel 2012 e assegnato alla chiesa cattolica di San Pietro a Morrow, una piccola parrocchia rurale dove la famiglia Peyton era parrocchiana dal 2006. La comunità era molto unita e la famiglia di Peyton strinse un forte legame con l’allora parroco, padre Michael Guidry. Peyton scrisse che la diocesi lo aveva assegnato a San Pietro su sua richiesta e su richiesta di Guidry.

    Secondo Peyton, Guidry era una presenza frequente nella vita della famiglia. Li invitava a pranzo e cena e si complimentava per il loro servizio. Peyton ha raccontato che i suoi figli andavano spesso a casa di Guidry per aiutarlo con i lavori quotidiani e, quando erano lì, lui permetteva loro di bere alcolici all’insaputa dei genitori. 

    “Dato il grande rispetto che nutrivamo per il sacerdozio e la grande fiducia che riponevamo personalmente in padre Guidry, a nessuno di noi è mai venuto in mente che potesse star manipolando la nostra famiglia allo scopo di commettere abusi sessuali su minori”, scrisse Peyton nella sua memoria difensiva.

    Quella fiducia venne poi infranta. Nel maggio del 2018,  come riportato in seguito da OSV News , il figlio di Peyton, Oliver, rivelò che, tre anni prima, Guidry lo aveva fatto ubriacare e molestato. La rivelazione segnò l’inizio di una serie di eventi che avrebbero cambiato il rapporto della famiglia Peyton con la chiesa.

    Secondo quanto riportato da Peyton al Vaticano, lei e Oliver denunciarono l’accaduto all’ufficio dello sceriffo il 21 maggio, il giorno dopo che Oliver ne aveva parlato con i suoi genitori. Peyton scrisse che l’ufficio dello sceriffo interrogò Guidry quattro giorni dopo, il 25 maggio.

    Secondo Peyton, Guidry inizialmente ammise di aver tenuto una condotta inappropriata, ma non fu arrestato. Peyton scrisse di aver denunciato l’accaduto alle autorità diocesane il 29 maggio. Nella sua ricostruzione degli eventi relativi al ricorso presentato, Peyton affermò che “i funzionari della diocesi di Lafayette inizialmente si mostrarono comprensivi”.

    Quella percezione cambiò rapidamente.

    Secondo Peyton, il vescovo J. Douglas Deshotel di Lafayette ha reso pubblica l’accusa durante le messe parrocchiali del 2 giugno 2018, giorno del matrimonio del figlio maggiore di Peyton, fornendo dettagli che hanno reso la famiglia identificabile all’interno della loro piccola comunità. Peyton ha scritto che anche la diocesi ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava l’accusa lo stesso giorno. Come riportato da OSV, il nome di Oliver Peyton è stato reso pubblico in una causa del 2018 ed è apparso in articoli di stampa. 

    “Non posso sottolineare abbastanza quanto sia stato angosciante per la mia famiglia il momento in cui la diocesi ha fatto l’annuncio e la violazione dell’anonimato della vittima da parte del vescovo”, ha scritto Peyton nel suo appello al Vaticano.

    Ha aggiunto che la rivelazione ha costretto la famiglia a esporsi pubblicamente prima di aver informato i parenti, esponendoli a speculazioni e giudizi.

    Il vescovo ha tenuto una conferenza stampa sul caso il 4 giugno. “Il vescovo Deshotel ha affermato che, se l’accusa si fosse rivelata infondata, padre Guidry sarebbe stato reintegrato nel ministero”, ha scritto Peyton. 

    L’avvocato canonico di Peyton ha fornito a NCR un link a un video pubblicato da NewsTalk 96.5 KPEL , contenente l’audio della conferenza stampa del 4 giugno 2018. Durante la conferenza stampa, Deshotel ha dichiarato: “Prima di tutto, lasciamo che le autorità civili, attraverso le loro indagini, determinino esattamente cosa sia successo e se si tratti di un reato o meno. Se non lo è, allora Padre potrà essere reintegrato e anche il suo buon nome potrà essere riabilitato”.

    Peyton sostenne che ciò suggeriva incertezza circa la credibilità dell’accusa, nonostante le ammissioni di Guidry alla polizia il 25 maggio.

    “Insinuando la possibilità che l’accusa non fosse credibile, pur sapendo benissimo che lo era, il vescovo ha offerto a padre Guidry l’opportunità di affermare ai suoi sostenitori che il vescovo era a conoscenza della sua innocenza”, ha scritto Peyton nel suo resoconto degli eventi contenuto nel ricorso vaticano.

    Durante la conferenza stampa, Deshotel, rispondendo alle domande dei giornalisti su chi avesse denunciato gli abusi alla diocesi e dove questi si fossero verificati, ha affermato che i genitori della vittima ora frequentano la chiesa di Ville Platte, in Louisiana. (Nel 2017 Peyton era stata trasferita in un’altra parrocchia, la Chiesa del Sacro Cuore a Ville Platte).

    Durante la conferenza stampa, Deshotel ha anche affermato che la diocesi offre supporto psicologico a chiunque subisca abusi. Peyton ha scritto che, poco dopo la conferenza stampa, quattro membri della famiglia hanno iniziato a ricevere consulenza psicologica a spese della diocesi. Ha aggiunto che in seguito la diocesi li ha avvertiti che avrebbe interrotto il pagamento della consulenza se avessero intentato causa. 

    Nel suo racconto, Peyton ha anche affermato: 

    Il 13 giugno 2018, padre Guidry è stato interrogato dalla polizia alla presenza del suo avvocato penalista. Questa volta, ha confessato gli abusi in modo tale da costituire un reato. Il giorno seguente, 14 giugno, si è costituito alla polizia, è stato arrestato e incriminato, per poi essere rilasciato su cauzione.

    Guidry fu infine condannato al carcere. Tuttavia, Peyton affermò nel suo resoconto che la reazione della parrocchia di San Pietro fu favorevole al sacerdote. 

    Nella sua memoria difensiva, ha affermato che i parrocchiani avevano aiutato Guidry a traslocare dalla canonica nel luglio 2018 e gli avevano offerto un pranzo dopo il suo ricovero. Altri, ha aggiunto, avevano diffuso voci che mettevano in dubbio la versione dei fatti di suo figlio. Ha dichiarato di aver percepito un deterioramento della reputazione della sua famiglia nella comunità e di aver sperimentato isolamento, rapporti tesi e mancanza di sostegno da parte del clero.

    “Dei più di cento diaconi della diocesi di Lafayette, solo circa sei continuarono a offrirmi la mano della fraternità”, scrisse.

    La versione di Peyton sul ricorso presentato al Vaticano coincide con l’intervista rilasciata il 27 marzo al National Catholic Reporter, in cui descriveva l’impatto più ampio di quanto accaduto sulla fede della sua famiglia.

    Peyton continuò a svolgere il ruolo di diacono per un certo periodo, ma le tensioni con la dirigenza diocesana si intensificarono. Secondo quanto da lui dichiarato, nell’agosto del 2018 la famiglia intentò una causa civile contro Guidry e la diocesi di Lafayette. Peyton scrisse che, subito dopo aver presentato la denuncia, fu avvertito dal clero che avrebbe potuto essere rimosso dallo stato clericale.

    “Di questo passo, sarei già stato rimosso dallo stato clericale prima del prete che ha abusato di mio figlio”, scrisse.

    La diocesi di Lafayette non ha risposto alla richiesta di commento da parte di NCR e non ha confermato se Guidry sia stato ridotto allo stato laicale. 

    Nel 2021, la causa civile si è conclusa con un accordo. La diocesi ha annunciato di ritenere credibili le accuse e di aver rimosso definitivamente Guidry dal ministero.  Il comunicato includeva brevi scuse a Oliver e alla sua famiglia in riferimento alle azioni di Guidry, ma, secondo Peyton, non affrontava altri aspetti dell’esperienza vissuta dalla famiglia.

    In seguito all’accordo, Peyton scrisse che la diocesi aveva immediatamente interrotto la fornitura di supporto psicologico. Peyton e la sua famiglia fondarono un’organizzazione no-profit per sostenere le vittime di abusi e promuovere una riforma. Allo stesso tempo, il loro rapporto con la Chiesa continuò a deteriorarsi. Nell’intervista rilasciata a NCR, Peyton affermò che partecipare alla Messa dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico era stata un’esperienza dolorosa.

    “Volevamo semplicemente spuntare le caselle. Tutto ciò che era lì dentro ci ricordava il motivo per cui ci trovavamo in quella situazione”, ha detto.

    Alla fine, la famiglia iniziò a frequentare una congregazione anglicana, cercando di prendere le distanze dall’ambiente associato al trauma.

    Il suo allontanamento dalla Chiesa cattolica è stato formalizzato in una lettera del dicembre 2023 indirizzata a Deshotel, con la quale ha rassegnato le dimissioni dal ministero attivo. Peyton ha affermato che il tono della risposta iniziale del vescovo era comprensivo, cosa confermata dall’e-mail del vescovo, allegata al ricorso.

    Mesi dopo, nel marzo del 2024, Peyton ricevette però un decreto di scomunica dal suo vescovo.

    “Era una di quelle situazioni in cui ti dicono: ‘Se non te ne vai, ti licenziamo’”, ha detto.

    Le basi canoniche della scomunica – considerata uno degli atti canonici più gravi che un vescovo cattolico possa imporre – sono state contestate. Dawn Eden Goldstein, l’avvocata canonista che rappresenta Peyton gratuitamente, ha dichiarato a NCR che la decisione del vescovo di imporre una sanzione formale era ingiustificata e pastoralmente dannosa.

    “Sono rimasta sconvolta da quello che ho considerato un totale fallimento pastorale da parte della diocesi”, ha affermato.

    Goldstein ha sottolineato che Peyton non si era presentato pubblicamente come intenzionato a continuare il ministero cattolico dopo le sue dimissioni e che le sue azioni non avevano creato il tipo di scandalo che avrebbe richiesto una scomunica imposta.

    “Non mi era affatto chiaro che il vescovo avesse cercato in alcun modo di trovare altri rimedi, di natura più pastorale”, ha affermato.

    Il suo ricorso al Vaticano, presentato nel maggio 2024, mira a ribaltare il decreto. Il caso è rimasto irrisolto per quasi due anni.

    Secondo il canonista Nicholas Cafardi, ex preside della Thomas R. Kline School of Law della Duquesne University, la questione centrale in questo caso non è l’azione del vescovo, bensì il concetto canonico di scisma. A suo avviso, lo scisma costituisce una rottura della comunione con la Chiesa cattolica, nello specifico un rifiuto dell’autorità del papa. Secondo il diritto canonico, ha affermato, tale rottura comporta una pena automatica.

    «Si è scomunicato entrando in scisma», ha detto Cafardi, riferendosi al principio della  latae sententiae , comunemente noto come scomunica immediata e automatica, che si verifica per l’atto in sé piuttosto che per imposizione di un vescovo. Uno scisma si verifica di solito quando un membro ordinato della Chiesa si separa ufficialmente dall’autorità e dalla gerarchia ecclesiastica a causa di disaccordi dottrinali e organizzativi.

    Cafardi ha sottolineato che la scomunica in questo contesto non è intesa come misura punitiva in senso convenzionale, ma come ciò che il diritto canonico definisce una pena “medicinale”. L’effetto della pena è che l’individuo non può più esercitare il ministero ecclesiastico né svolgere funzioni clericali e non è più considerato in piena comunione con la Chiesa. Allo stesso tempo, lo scopo della pena è correttivo, volto a favorire la riconciliazione.

    In termini pratici, ha affermato Cafardi, la riconciliazione richiederebbe che l’individuo rinunci allo scisma e ritorni formalmente alla Chiesa, in genere attraverso una professione di fede. Una volta compiuto questo passo, la pena può essere revocata dall’autorità ecclesiastica. Fino ad allora, ha aggiunto, la situazione rispecchia le conseguenze stabilite dal diritto canonico per la rottura della comunione.

    Goldstein si è concentrata meno sull’atto di allontanamento e più sulle circostanze che lo hanno determinato. In una lettera del 14 maggio indirizzata alle autorità vaticane e inclusa nel ricorso di Peyton, ha affermato che il diritto canonico deve tenere conto del fatto che una persona intendesse rompere con la Chiesa o abbia agito sotto pressione.

    Facendo un paragone con il diritto matrimoniale ecclesiastico, ha suggerito che, così come un coniuge può essere giustificato nell’abbandonare una situazione dannosa, la partenza di Peyton dovrebbe essere valutata alla luce di ciò che ha descritto come “i continui fallimenti pastorali e l’aperta ostilità della Diocesi” che “hanno messo i suoi figli in grave pericolo di perdere la fede cristiana”.

    Goldstein scrisse che la scomunica inflitta a Peyton non era una punizione “medicativa”: “Piuttosto, sembra una punizione per aver intentato con successo una causa contro la diocesi di Lafayette, e sta causando gravi danni alla sua famiglia”.

    Nella sua intervista con NCR, Goldstein ha anche messo in discussione il processo che ha portato alla scomunica, sottolineando quella che ha definito una mancanza di impegno pastorale. “Il vescovo aveva la responsabilità di parlare con lui, incontrarlo e dialogare con lui”, ha affermato, aggiungendo di non aver visto alcuna indicazione che tale contatto sia avvenuto dopo che Peyton ha presentato le sue dimissioni.

    Pur riconoscendo che Peyton avrebbe potuto essere a conoscenza della possibilità di una scomunica automatica a causa della sua formazione teologica, la giudice ha sostenuto che la sua condotta non raggiungeva il livello di pubblica sfida o scandalo tale da giustificare una scomunica formale e imposta. Dal suo punto di vista, il caso solleva questioni più ampie su come il diritto canonico venga applicato quando circostanze personali, tra cui traumi e mancanze nel fornire sostegno comunitario e cura pastorale, influenzano la decisione di un ecclesiastico di abbandonare il ministero.

    “Credo che Papa Francesco e Papa Leone sarebbero d’accordo sul fatto che, a prescindere da come la legge si pronunci su questo caso, il diacono Peyton abbia diritto a una conclusione. Ha diritto a una risoluzione”, ha affermato. “E le persone ovunque si siano allontanate dalla Chiesa cattolica a causa del dolore e della rabbia provocati dalla crisi degli abusi hanno il diritto di sapere: la Chiesa le considera scomunicate perché il loro dolore, la loro rabbia, le ha portate a rinunciare al culto cattolico?”.

    Parlando con NCR, Peyton ha descritto la sua breve frequentazione di una chiesa anglicana come una risposta a ciò che lui e la sua famiglia avevano vissuto negli ambienti cattolici dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico. “Andare a messa non ci dava conforto”, ha detto. “Quindi abbiamo cercato di scegliere un luogo che potesse offrirci aiuto e nutrirci spiritualmente”.

    Ha inoltre respinto l’ipotesi che avesse intenzione di incorrere nella scomunica. “Non è mai stato questo il caso”, ha affermato Peyton, facendo riferimento alle sue dimissioni scritte al vescovo, che, a suo dire, avevano lo scopo di chiarire che si stava dimettendo senza cercare di provocare una sanzione canonica. Ha infatti sottolineato che la risposta iniziale del vescovo era stata “pastorale” e non aveva minacciato la scomunica, che è arrivata solo circa tre mesi dopo, nel marzo 2024. Durante quel periodo, Peyton e la sua famiglia avevano iniziato a parlare pubblicamente degli abusi e a sostenere modifiche legislative in Louisiana.

    “Quando Guidry uscirà di prigione tra un anno circa, potrà dire onestamente di essere un prete cattolico, mentre mio figlio potrà constatare che suo padre non può dire ‘Sono un diacono cattolico’, né che sono il benvenuto in chiesa, perché non possiamo infliggerci questa tortura.”

    “Dopo due anni di tiramenti, voglio sapere qual è la posizione di Roma”, ha detto. “Voglio che Roma risponda.”

    https://www.ncronline.org/news/louisiana-deacon-awaits-vatican-decision-his-excommunication

  • PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.

    Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.

    Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.

    Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.

    Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.

    Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.

    I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”

    Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.

    La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.

    In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.

    Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.

    Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.

    Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.

    Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.

    C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.

    L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.

    Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.

    I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

  • Sottoposto alla autorità canonica Vaticana

    Sottoposto alla autorità canonica Vaticana

    Roma – Istruttoria disposta da Mons. Filippo Iannone titolare del Dicastero dei Vescovi presso Città del Vaticano; che da giorni e’ in contatto con le Curie di Napoli ,Benevento e Pozzuoli, convocando ed interloquendo nelle forme canoniche ed anche in via confidenziale i rispettivi Ordinari ( i Vescovi titolari ) ed anche I Promotori di Giustizia,i Pubblici Ministeri presso le Curie relative .

    Quanto in conseguenza di una diffida proposta da Mario Rosario d’Orlando che ha sottoposto alla autorità canonica Vaticana la delicatissima questione riguardante il mancato ripristino della giustizia nei suoi confronti all’esito delle assoluzioni ricevute rispetto alle calunnie subite da un Sacerdote Beneventano e da un Diacono della Chiesa di Napoli, tra l’altro Carabiniere in servizio in Procura, entrambi condannati con Sentenza passata in giudicato.

    Sotto la lente d’ingrandimento la mancata esecuzione di quanto disposto dal canone 1341 del diritto canonico cioè la trasmissione degli atti , la notizia criminis obbligatoria, all’ufficio inquirente canonico, e questo sia da parte del Cardinale di Napoli che dal Vescovo Accrocca in partenza per Assisi con il nodo non sciolto del mancato ristoro da parte del suo Sacerdote di adeguato risarcimento a seguito di Sentenza di Condanna.

    In questi giorni attraverso il camionista ed esperto civilista l’avvocato Mircko Marchione del Foro di Santa Maria Capua Vetere darà protocollata Richiesta di risarcimento danni nei confronti del Sacerdote dei di calunnia senza mai avere rivelato il movente e soprattutto nei confronti della fantomatica Associazione Meter antipedofilia che senza rispettare alcun protocollo contribui’ alla pubblica gogna di Mario Rosario d’Orlando attraverso il suo delegato Beneventano che aveva Ufficio proprio nella Curia diretta da Accrocca che va detto in itinere dopo la condanna a due anni e due mesi inflitta al suo prete lo nomino’ Parroco e quindi anche Ufficiale di Stato civile.

    All’esame tutto il carteggio persecutorio della Curia Partenopea nei confronti di Mario Rosario d’Orlando all’esito del riscontro delle infondatezze delle accuse , tra le quali emerge Sentenza del GIP che afferma che Crescenzio Sepe ante esplosione mediatica conoscesse tutte le accuse contro il d’Orlando .Sarebbe gravissimo se fosse vero perché allora il complotto tra stampa Curia preti e testimoni falsi inquadrerebbe una ipotesi concorsuale diversa.

    Forse gli ignoti da identificare oltre al Diacono ed al Sacerdote Beneventano vanno ricercati in quegli ambiti. Ricostruire in Italia vecchie istruttorie alla luce di nuovi sviluppi oggi e’ un dovere più che una moda.

    Gratteri sarebbe l’uomo adatto per rivisitare una nuova Curia stampa connection.

    Sottoposto alla autorità canonica Vaticana

  • La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Segnatura Apostolica, il più alto tribunale della Chiesa, ha respinto l’ultimo ricorso presentato da Philippe Madre, ex diacono e antico moderatore generale della comunità delle Beatitudini, confermando così in modo definitivo la sua condanna canonica e la sua espulsione dallo stato clericale.

    Secondo quanto riportato dal quotidiano francese La Croix, la decisione è stata adottata a gennaio del 2026, quindici anni dopo che Madre era stato allontanato dallo stato clericale. La sentenza non è stata pubblicata ufficialmente, ma sarebbe stata comunicata telefonicamente a diverse presunte vittime che hanno partecipato all’indagine condotta da Roma.

    Un processo canonico prolungato

    Philippe Madre, medico di professione e antico responsabile della comunità tra il 1985 e il 1992, era stato accusato nel 2003 di abusi sessuali commessi nell’ambito di accompagnamenti spirituali. Egli ha sempre negato i fatti.

    Dopo due condanne da parte di tribunali ecclesiastici nel 2010 e nel 2011, ha presentato un ricorso alla Segnatura Apostolica alegando difetti di forma. Quel ricorso non ha avuto successo, consolidando la sua espulsione dallo stato clericale. Parallelamente, è stato escluso dalla comunità delle Beatitudini nel 2010.

    La recente decisione rivela che l’ex moderatore, oggi di 75 anni, ha fatto ricorso nuovamente a Roma per difendere la sua innocenza. Il tribunale vaticano ha respinto definitivamente quell’appello, senza possibilità di ulteriore ricorso.

    Il percorso nella giustizia civile

    Il caso ha avuto anche un percorso nella giurisdizione civile francese. Nel 2010 è stata aperta un’indagine giudiziaria per presunta violazione commessa da una persona che abusava dell’autorità derivata dalla sua funzione. Diverse donne che erano appartenute alla comunità lo hanno accusato di abusi commessi per anni nella casa comunitaria di Cordes-sur-Ciel, dove esercitava contemporaneamente come responsabile spirituale e medico.

    Secondo le testimonianze raccolte nel procedimento giudiziario, le denuncianti affermavano che i fatti si erano verificati in un contesto di forte dipendenza spirituale e psicologica.

    Tuttavia, dopo vari ricorsi, la giustizia civile ha emesso nel 2018 un non luogo a procedere considerando insufficientemente caratterizzati certi elementi giuridici, decisione confermata successivamente dalla Corte di Cassazione, il che ha posto fine alla via penale.

    La comunità delle Beatitudini

    La comunità delle Beatitudini è stata fondata in Francia nel 1973 da Gérard Croissant, noto come Ephraïm. Di spiritualità carismatica e con presenza internazionale, si è espansa in diversi paesi e ha riunito membri consacrati e laici in vita comunitaria.

    Negli ultimi decenni, la comunità ha attraversato diverse crisi interne e processi di riforma promossi dalla Santa Sede. Nel 2008, il suo fondatore è stato allontanato e successivamente escluso dalla comunità. Da allora è iniziata una riorganizzazione strutturale e statutaria sotto supervisione ecclesiale, con l’obiettivo di chiarire la sua governance e prevenire abusi di autorità.

    Il caso di Philippe Madre si iscrive in quel periodo di revisione e depurazione interna che ha colpito l’istituzione negli anni successivi.

    Altre condanne successive

    A prescindere dai fatti legati alla comunità, Philippe Madre è stato condannato nel 2014 a un anno di prigione con sospensione della pena per falsificazione e frode relative alla sua attività medica. Quello stesso anno è stato sanzionato disciplinarmente dal collegio regionale dei medici.

    La decisione definitiva della Segnatura Apostolica chiude così il percorso canonico di un caso che ha segnato la storia recente della comunità delle Beatitudini e che risale a più di due decenni.

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  • Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Si è svolta a Cremona la 4° edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo e tra vittime di mafia, ‘ndrangheta a cui è generalmente dedicato questo premio, quest’anno è entrata anche la pedofilia nel clero con la Menzione Speciale consegnata a Francesco Zanardi, anch’esso sopravvissuto agli abusi di un prete, oggi fondatore e presidente dell’unica realtà italiana da quindici anni attiva nel paese sul tema specifico del clero.

    Con queste parole è stato consegnato il premio al fondatore della Rete L’ABUSO, premio che Zanardi ha voluto condividere con tutti i sopravvissuti, spesso nascosti dietro le quinte e a coloro che collaborano e sostengono l’associazione, quella rete che insieme a loro ha creato in questi anni.

    “A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo.

    Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale.

    Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.”

    Con la Menzione Speciale di “Testimone del nostro tempo” ricevuta da Zanardi, finalmente un tema tanto difficile da recepire dagli adulti, inizia a fare breccia anche nella società, quella che ha nei fatti il dovere di tutelare bambine e bambini e che, rifiutando questo tema invece, spesso non fa altro che favorirlo.

    Un problema sociale che in Italia oggi ancora vede troppe vittime, specie nel clero che di fatto, al di la dei proclami auto accreditanti della Conferenza Episcopale, puntualmente privi del contraddittorio dei sopravvissuti, restiamo di fatto l’unico paese in Europa a non essere stato capace di un intervento concreto e soprattutto serio.

    Condizione di recente confermata anche dalla stessa Commissione Pontificia per la Tutela Minori che ha definito la Conferenza Episcopale italiana, “maglia nera” nella lotta all’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili.

    Recentemente, nella vicenda di abusi su minori che ha coinvolto diacono il Alessandro Frateschi è lo stesso procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a paragonare la condotta dell’autorità ecclesiastica italiana definendola “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa”.

    Forse è proprio questo che ha ispirato gli organizzatori ad inserire nel Premio Lea Garofalo il tema dell’abuso sessuale nel clero.

    Nel suo discorso Zanardi ha voluto ricordare Piero Calamandrei e il suo discorso sulla Costituzione, citando proprio la parabola dei due migranti, per far comprendere, ricordare soprattutto ai molti giovani studenti presenti, quanto è dannoso il “menefreghismo”. Ha voluto ricordare nei pochi minuti a sua disposizione anche l’importanza di essere una vera e solida società e non, solo tante persone che vivono in gruppi ma si ignorano l’un l’altro, annullando quelli che sono i più basilari principi per cui gli uomini si sono composti in società.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati tra i “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni.

    • Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus;
    • Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro;
    • Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria;
    • Corrada Pomillo,Maresciallo Capo dei Carabinieri;
    • Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3);
    • Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL;
    • Mauro Esposito, testimone di giustizia;
    • Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali;

    Mentre le menzioni speciali sono:

    • Silvia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Claudia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS;
    • Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito;
    • Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso;
    • Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani;
    • Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana.

  • Abusi dal prof di religione: confermata in appello la condanna a 12 anni per Frateschi

    Abusi dal prof di religione: confermata in appello la condanna a 12 anni per Frateschi

    La condanna in primo grado era arrivata a luglio 2024: 12 anni di reclusione per l’ex professore di religione Alessandro Frateschi, riconosciuto colpevole di violenza sessuale aggravata e tentata violenza su cinque studenti minorenni. L’uomo era stato arrestato un anno prima, in seguito alle denunce delle vittime e a un’indagine che aveva trovato riscontro ai racconti dei ragazzi.

    Approfittando del suo ruolo di insegnante di religione in un liceo di Latina, il docente aveva instaurato un rapporto confidenziale con alcuni dei suoi alunni e aveva poi con loro avviato un rapporto telematico attraverso chat e social, con comunicazioni però a sfondo sessuale. Quando gli studenti avevano compreso la natura delle attenzioni morbose dell’insegnante, hanno bloccato con lui ogni contatto e hanno poi denunciato il caso prima agli insegnanti e poi alle autorità competenti attraverso le loro famiglie. Il quadro emerso poi dalle indagini è stato sconcertante, con tentativi di approccio anche fisico con i giovani coinvolti.

    Nel processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato, la condanna è stata anche superiore alla pena richiesta dal pubblico ministero, a 9 anni e 4 mesi di carcere. La giudice Laura Morselli, nelle motivazioni della sentenza, aveva evidenziato che il docente manipolava le sue vittime scegliendole fra i ragazzi più fragili e aveva sottolineato come l’imputato avesse sempre cercato di dare una lettura diversa dei fatti che gli venivano addebitati, senza mai mostrare alcun pentimento nei confronti delle vittime.

    Ora arriva anche la conferma della Corte d’appello di Roma, a cui l’ex prof ed ex diacono aveva fatto ricorso impugnando la sentenza del tribunale di Latina. Nella giornata di oggi, 26 novembre, i giudici hanno confermato dunque i 12 anni di reclusione. Nel processo tutte le vittime si sono costituite parte civile, insieme a loro anche la Garante regionale per l’infanzia Monica Sansoni.

    https://www.latinatoday.it/cronaca/alessandro-frateschi-prof-religione-condanna-appello-aubusi-studenti.html

  • Abusi nel clero, il Papa dimette dallo stato clericale un diacono permanente della Diocesi di Latina

    Abusi nel clero, il Papa dimette dallo stato clericale un diacono permanente della Diocesi di Latina

    Questa mattina, presso il carcere di Latina, è stato notificato al diacono permanente Alessandro Frateschi il decreto di dimissione dallo stato clericale per decisione diretta di Papa Leone XIV. Questo decreto di condanna non è appellabile. Lo comunica la Diocesi di Latina. Il chierico era accusato di aver commesso abusi sessuali a danno di cinque minori, in un periodo compreso tra il 2018 e gennaio 2023. Nel caso specifico, il Dicastero per la Dottrina della Fede, competente in materia, “vista la gravità e il manifesto compimento dei delitti da lui commessi, ha deciso di deferire la decisione direttamente al Sommo Pontefice”.

    La prima decisione in materia presa da Papa Leone, ieri le scuse a nome della Chiesa

    Questa è la prima decisione presa da Papa Leone in materia di abusi, o comunque la prima che sia stata ufficialmente resa nota. Oltretutto, proprio ieri il Pontefice, in occasione del Giubileo della Consolazione, aveva avuto forti parole di condanna nei confronti di quanti, all’interno del clero, si fossero macchiati del delitto di abusi sessuali ai danni di minori: “La Chiesa si inginocchia”, aveva scandito il Santo Padre.

    Tra i minori abusati, il figlio di un amico di famiglia e uno ricevuto in affidamento

    Il chierico era accusato di aver commesso abusi sessuali a danno di cinque minori, in particolare, tre giovani erano suoi alunni presso un istituto superiore di Latina, dove Frateschi aveva un incarico annuale come insegnante di religione cattolica; un minore gli era stato dato in affidamento mentre il quinto ragazzo è il figlio di amici di famiglia.

    Il procedimento canonico è stato istruito e curato dalla Sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, cui compete il giudizio circa i reati annoverati tra i cosiddetti Delicta graviora, come quelli “contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni”.

    Non potrà più insegnare religione cattolica e parlare a nome della Chiesa

    Nel corso della notifica, è stato spiegato all’ex diacono che tra l’altro non potrà più parlare in nome della Chiesa, non potrà tenere omelie, non potrà più assumere incarichi di alcun genere nei seminari o nelle parrocchie, non potrà più insegnare materie teologiche nelle istituzioni scolastiche e accademiche dipendenti dall’autorità ecclesiastica, non potrà più insegnare materie teologiche o la religione cattolica nelle scuole non dipendenti dall’autorità ecclesiastica.

    L’iter della vicenda, dalla denuncia del caso alla decisione presa oggi dal Papa

    Come previsto dalle attuali norme canoniche, il vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, monsignor Mariano Crociata, aveva rimesso la posizione di Frateschi al competente Dicastero, subito dopo che gli era stato segnalato il caso. Nello specifico, il 30 gennaio 2023, il vescovo veniva informato dall’Ufficio Scuola della Curia diocesana circa la richiesta di assegnazione di un nuovo insegnante di religione cattolica, al posto di Frateschi, presentata da una scuola del capoluogo, e dei motivi addotti per tale richiesta. Nelle stesse ore il Vescovo incontrava il docente per ascoltare la sua versione dei fatti.

    Al termine del colloquio, dopo aver ricevuto dallo stesso Frateschi le dimissioni dall’incarico, monsignor Crociata gli comunicava la revoca dell’idoneità all’insegnamento della religione cattolica, oltre a imporgli l’allontanamento cautelare dall’esercizio del ministero diaconale. Sempre lo stesso giorno, il vescovo Crociata firmava il decreto per l’apertura dell’indagine previa canonica, per acquisire tutti gli elementi possibili sul caso, poi trasferiti al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    “Seppur conclusa la parte canonica, l’intero caso segna una ferita per l’intera comunità diocesana. In particolare, per le giovani vittime e le loro famiglie cui viene rinnovata la solidarietà e la massima vicinanza” sottolinea la Diocesi di Latina che “conferma il suo impegno per la protezione dei giovani”. Tutto questo – chiarisce la diocesi – “non si sovrappone o si sostituisce in alcun modo al ricorso all’Autorità giudiziaria dello Stato, che anzi è incoraggiato fortemente”.

    https://www.rainews.it/articoli/2025/09/abusi-nel-clero-il-papa-dimette-dallo-stato-clericale-un-diacono-permanente-della-diocesi-di-latina-f8900f9a-9c73-4e02-9ad7-e4e0159bb8a4.html

  • Quattro casi di abusi a Latina in quattro luoghi simbolici. Eppure… meglio non approfondire

    Quattro casi di abusi a Latina in quattro luoghi simbolici. Eppure… meglio non approfondire

    Chiudere gli occhi è più facile che guardarci dentro. A Latina, negli ultimi due anni, sono venute fuori storie che non si vorrebbero raccontare mai. Storie di adulti che abusano di ragazzini nei luoghi dove ci si aspetterebbe protezione: la scuola, l’ospedale, il gruppo scout e la Chiesa. E non è solo un problema di cronaca, ma di una fiducia che si è spezzata, e potrebbe rischiare di non ricomporsi più.

    Alessandro Frateschi, era un professore di religione al Liceo Majorana di Latina. Era un diacono. Aveva lavorato per l’Istituto per il sostentamento del clero. È stato condannato in primo grado a dodici anni per abusi su cinque minori. Le motivazioni lasciano senza fiato: si parla di ragazzi “fragili”, scelti e avvicinati con cura, prima di tradire ogni confine. E anche quando una famiglia ha provato a dire qualcosa, la risposta è stata il vuoto. Due case-famiglia, a Roma e a Latina, hanno ricevuto la segnalazione ma nessuno ha mosso un dito. Un silenzio che racconta la crisi che abbiamo davanti. E la Chiesa? Non basta sospendere, prendere le distanze, dire che “non si sapeva”. Perché se l’abuso accade dentro una relazione religiosa, allora quella ferita riguarda anche il modo in cui si costruisce l’autorità ecclesiastica in una comunità.

    Simone Di Pinto, diciannove anni, ex capo scout, assistente educativo in parrocchia a Terracina. Indagato per reati gravissimi: abusi su minori e pedopornografia. Il processo è in corso e va ricordato che fino a condanna definitiva c’è la presunzione di non colpevolezza. Ma qualcosa si è rotto anche lì. Perché se in un contesto che dovrebbe formare i cittadini di domani si scava un pozzo così profondo, allora è un crollo dell’autorità educativa. A fare la differenza, stavolta, sono stati i genitori, la Garante per l’infanzia Monica Sansoni, le famiglie che hanno avuto il coraggio di parlare. E il gruppo scout stesso, che si è costituito parte civile. Un sussulto di dignità. Ma serve sempre un terremoto per muovere le coscienze?

    All’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina, un’indagine ha portato all’arresto di una caposala e di due persone. Le accuse riguardano la detenzione e la produzione di materiale pedopornografico. Anche in questo caso, come in tutti gli altri, vale il principio di non colpevolezza fino al verdetto. Ma intanto la comunità inizia a chiedersi: c’è un posto che possa davvero dirsi sicuro?

    Un’altra inchiesta ha portato alla chiusura delle indagini a carico di un sagrestano della diocesi di Latina, accusato di abusi su una minorenne. La denuncia è partita dalla famiglia della ragazza, e i fatti risalirebbero ad alcuni anni fa, durante una cena parrocchiale. Un episodio che, se confermato, aggiungerebbe un ulteriore tassello a un quadro già drammatico. Anche in questo caso, l’autorità ecclesiastica ha preso provvedimenti interni, allontanando il sagrestano in via precauzionale. La procura ha richiesto il rinvio a giudizio.

    Quattro storie. Quattro luoghi simbolici della fiducia tradita: la scuola, l’ospedale, il gruppo scout e la Chiesa. Tutti attraversati dalla stessa ombra. E da una domanda che non ha nulla a che fare con i tribunali: che ne è di quella rete invisibile che dovrebbe tenere insieme un bambino, un genitore, un educatore, un medico, un parroco, una città intera? Perché se il trauma è individuale, il fallimento è collettivo. La risposta non può essere solo repressiva. Non possiamo abbandonarci all’indignazione a posteriori. Serve cultura. Formazione. Vigilanza. Una consapevolezza diffusa: che gli abusi non nascono dal nulla, e non si fermano da soli.

    Latina non è un’eccezione. È un esempio di quello che succede quando la fiducia viene affidata alla speranza che “vada tutto bene” o al quieto vivere. Quando le istituzioni preferiscono non approfondire, per evitare scandali. Quando chi dovrebbe intervenire sceglie il silenzio, per non incrinare equilibri interni, gerarchie, reputazioni. Così, la protezione diventa vuota retorica. E chi doveva proteggere, invece, fa del male.

    A contrasto, va riconosciuto il ruolo fondamentale della stampa locale, che in questi anni ha seguito i fatti con rigore, coraggio e senza sconti. In particolare, tra gli altri, va segnalato il lavoro del giornalista Marco Cusumano che ha contribuito a tenere alta l’attenzione su casi che troppo spesso rischiano di finire nel cono d’ombra della vergogna e della rimozione. È anche grazie a un’informazione puntuale e responsabile se oggi possiamo nominare con chiarezza ciò che è accaduto – e iniziare a porci le domande giuste.

    Forse una domanda dovremmo farcela anche su di noi, su questa ossessione per la ricerca compulsiva dell’identità degli accusati e delle vittime. Ma sapere chi sono non significa sapere cosa è successo. E forse, individuare un “mostro” e una “vittima” serve a rendere il problema eccezionale, anomalo, fuori norma. Come stiamo scoprendo, purtroppo, il problema è sistemico. Invisibile finché qualcuno non parla. E se è vero che la giustizia si esercita alla luce del sole, è anche vero che il diritto delle vittime a non essere riconosciute dovrebbe valere quanto quello della società a sapere. Ma questo, forse, è un altro discorso.

    È difficile scrivere queste cose. Ma più male fa far finta di niente. O pensare che il problema riguardi solo “gli altri”. La verità è che finché non ci sarà una cultura della trasparenza, dell’ascolto e della responsabilità condivisa, queste storie rischiano di continuare ad esserci.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/21/abusi-minori-latina-silenzio-istituzioni-stampa/8030307/