Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Milano

  • Milano – Prete accusato di abusi, la Diocesi ha agito con scrupolo e coscienza?

    Milano – Prete accusato di abusi, la Diocesi ha agito con scrupolo e coscienza?

    «La diocesi e la parrocchia di Rozzano – si legge in una nota dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano – hanno gestito il caso con scrupolo e coscienza, provvedendo cautelativamente a sollevare don Mauro Galli dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi. Il trasferimento è avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale del giovane, intervenuta solo nel luglio 2014. Tutto questo in attesa che la giustizia faccia luce con il processo penale».

    Curiosa la nota dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano che si precipita a precisare che sia la diocesi che la parrocchia di Rozzano hanno gestito il caso “don Mauro Galli” con scrupolo e coscienza.

    Curiosa anche la precisazione rispetto alle tempistiche: la denuncia querela da parte del legale del giovane intervenuta nel luglio 2014 e quindi il misterioso trasferimento cautelativo antecedente!?!

    Forse non è un caso che nella nota dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano sia stato omesso di dire che la denuncia all’autorità ecclesiastica è avvenuta due giorni dopo la presunta violenza sessuale.

    C’è da domandarsi cosa si intenda per gestione del caso con scrupolo e quale la definizione di coscienza.

    Il Vicario Generale Monsignor Mario Delpini braccio destro del Cardinale di Milano Angelo Scola, è stato informato per la prima volta del presunto reato dal Parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza nel dicembre 2011 come lui stesso dichiara alla Questura.

    Non solo, durante l’interrogatorio il Monsignore precisa che appresa la notizia da don Carlo nei giorni immediatamente successivi al presunto reato, si è recato a Rozzano convocando don Mauro Galli per essere relazionato sull’accaduto, dichiara che don Mauro stesso ammette di aver portato il minore nel suo letto dormendo insieme la notte oggetto del procedimento penale.

    Riferisce alla squadra mobile che ha deciso lui stesso l’imminente trasferimento da Rozzano a Legnano avvenuto il 1 marzo 2012 come vicario parrocchiale delle parrocchie di S. Pietro S. Teresa del Bambino Gesù, precisando che era consapevole del nuovo incarico da lui stesso deciso ovvero la pastorale giovanile delle nuove parrocchie (esattamente come a Rozzano direttamente a contatto con i giovani).

    Dichiara di aver successivamente informato “informalmente” l’arcivescovo in carica (Cardinale Angelo Scola). Cosa vorrà dire “informato informalmente?

    Qual’è dunque lo scrupolo e la coscienza nella gestione di queste gravi vicende?

    A questa domanda vengono in soccorso in modo chiaro ed inequivocabile le linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di Chierici approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana nel gennaio 2012 dove si legge:

    – cap. 1 Notizie di condotte illecite e giudizio di verosimiglianza

    … Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie
    (Nel caso oggetto del procedimento penale, don Mauro stesso ammette al suo Vescovo Mons. Delpini di aver portato a letto il minore. C’è da chiedersi se con una fonte così di prima mano come quella dell’imputato stesso lo scrupolo della gestione della diocesi non avrebbe richiesto quantomeno l’indagine previa prevista dalle linee guida della CEI?)

    Proseguendo la lettura delle linee guida:

    – cap. 2  Indagine Previa

    … Durante l’indagine previa il Vescovo dovrà adottare, ove lo ritenga necessario affinché si eviti il rischio che i fatti delittuosi si ripetano, provvedimenti nei confronti del chierico accusato, ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria. A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.

    Nonostante la “denuncia” del parroco Don Carlo all’autorità ecclesiastica (aveva immediatamente informato il Vicario Episcopale Monsignore Delpini), nonostante l’ammissione di don Mauro della circostanza di aver dormito con il minore nello stesso letto nella propria abitazione, la scrupolosa e coscienziosa gestione della diocesi e della parrocchia prevedono lo spostamento dell’imputato in altra parrocchia con il medesimo incarico esattamente in opposizione a quanto previsto dalle linee guida della CEI.


    Ieri nel frattempo, si è tenuta la prima udienza del processo che è stato rinviato al prossimo 21 settembre prossimo.  Continueremo a seguire il caso con attenzione in attesa di conoscere la verità nella speranza che siano accertate tutte le diverse responsabilità.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Pedofilia, don Mauro a processo

    Pedofilia, don Mauro a processo

    Il sacerdote accusato da un ragazzo di Rozzano

     Alla parrocchia di San Pietro si era fermato solo sette mesi, ma don Mauro Galli in Canazza aveva lasciato il segno. Sempre disponibile, punto di riferimento per i ragazzi dell’intero Oltresempione, sembrava la persona giusta per un quartiere che da sempre è ritenuto un po’ di frontiera, dove anche oggi tanti ragazzi hanno bisogno di essere guidati per mano. Nel 2012 il suo trasferimento dopo appena un’estate aveva sorpreso. E sorprende ancora di più oggi la notizia che giovedì a Milano nei confronti di don Mauro inizierà un processo penale. L’accusa, pesantissima, è quella di pedofilia. A muoverla il legale della famiglia di un ragazzo di Rozzano.

    Nel 2011 don Mauro era alla parrocchia di Rozzano, il ragazzo aveva 15 anni. I fatti saranno riassunti in aula, quando nel marzo 2012 don Mauro Galli fu trasferito a San Pietro con il ruolo di vicario pastorale della parrocchia (allora parroco era don Gianni Cazzaniga, che era anche decano della città), nessuno ne sapeva nulla. Tanto che poco dopo il suo arrivo a don Mauro fu affidato il ruolo di responsabile della pastorale giovanile non solo di San Pietro, ma anche di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. In pratica, nel 2012 da lui dipendevano i ragazzi e gli oratori estivi di tutto l’Oltresempione.

    A novembre la decisione del cardinale Angelo Scola di destinarlo a nuovo incarico aveva stupito il quartiere: «Vado dove c’è più bisogno – aveva detto allora il vicario -, all’ospedale Niguarda hanno più problemi che in Canazza».

    Nel luglio 2014, poi, era arrivata la querela presentata dalla famiglia di Rozzano, che appunto faceva riferimento a fatti di tre anni prima.

    La diocesi di Milano aveva già però dovuto avere sentore di qualcosa, perchè qualche mese prima aveva provveduto «a sospendere don Mauro cautelativamente dal ministero» e a trasferirlo a Roma «per permettergli di terminare i suoi studi». «Tutto questo – afferma oggi una nota l’ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi – in attesa che la giustizia faccia luce con procedimento penale».

    http://www.prealpina.it/pages/pedofilia-don-mauro-a-processo-144395.html

  • Prete accusato di abusi, la Diocesi: “Noi agito con coscienza”

    Prete accusato di abusi, la Diocesi: “Noi agito con coscienza”

    «La diocesi e la parrocchia di Rozzano – si legge in una nota dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano – hanno gestito il caso con scrupolo e coscienza, provvedendo cautelativamente a sollevare don Mauro Galli dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi. Il trasferimento è avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale del giovane, intervenuta solo nel luglio 2014. Tutto questo in attesa che la giustizia faccia luce con il processo penale».

    Così sul quotidiano cattolico Avvenire viene commentata dalla Diocesi di Milano la vicenda che vede coinvolto un sacerdote, don Mauro Galli, con un passato a Legnano, accusato di reati sessuali ai danni di un giovane della parrocchia di Rozzano.

    Don Mauro, come si legge sul sito della parrocchia S. Pietro, il 1° marzo 2012 era stato nomimato Vicario Parrocchiale della Parrocchia e incaricato della Pastorale Giovanile delle Parrocchie di S. Teresa del Bambino Gesù, dei Santi Magi in Legnano e di SS. Redentore in Legnanello. Ma già nel novembre 2012, il Cardinale Angelo Scola lo aveva destinato, come Cappellano, all’Ospedale Niguarda di Milano.

    Come spiega il sito Rete L’Abuso, “è fissata per il 15 giugno la prima udienza del processo che vede imputato don Mauro Galli, sacerdote della diocesi di Milano accusato di violenza sessuale ai danni di un giovane che, al tempo dei fatti in contestazione, il dicembre del 2011, aveva 15 anni”.

    (Marco Tajè)

    http://www.legnanonews.com/news/cronaca/905542/prete_accusato_di_abusi_la_diocesi_noi_agito_con_coscienza_

  • Processo a don Mauro Galli; citata anche la diocesi di Milano e la parrocchia S. Ambrogio.

    Processo a don Mauro Galli; citata anche la diocesi di Milano e la parrocchia S. Ambrogio.

    E’ stata fissata per il 15 giugno prossimo la prima udienza che vede imputato don Mauro Galli, coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano, accusato di violenza sessuale ai danni di un giovane parrocchiano, all’epoca dei fatti 15enne.

    Il sacerdote, ordinato nel giugno del 2011, era stato inviato dal vescovo presso la parrocchia di Sant’Ambrogio dove il parroco don Carlo Mantegazza gli aveva affidato l’incarico di occuparsi dell’educazione pastorale dei bambini e dei giovani della parrocchia.

    Nel marzo 2012 viene nominato Vicario Parrocchiale della Parrocchia di S. Pietro in Legnano e Incaricato della Pastorale Giovanile delle Parrocchie di S. Teresa del Bambino Gesù, dei Santi Magi in Legnano e di SS. Redentore in Legnanello di Legnano.

    Dal novembre 2012, il Cardinale Angelo Scola, volendo valorizzare la sensibilità, gli studi e le competenze di don Mauro, ha chiesto allo stesso don Mauro di lasciare la Parrocchia di San Pietro e d’iniziare a svolgere la sua missione pastorale, come Cappellano, presso l’Ospedale Niguarda di Milano in attesa di recarsi, a tempo opportuno, a Roma presso la Pontificia Università Lateranense per conseguire la Laurea in Pastorale Sanitaria.

    I fatti che risalirebbero al 2011 sarebbero avvenuti nell’abitazione del sacerdote dove il giovane si trovava per trascorrere la notte in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo e sarebbe proprio in quella occasione che don Mauro Galli avrebbe approfittato del giovane.

    Malgrado la richiesta degli avvocati del sacerdote di emettere sentenza di non luogo a procedere, il 15 marzo scorso il G.I.P. dr. Paolo Guidi ha rinviato a giudizio il sacerdote la cui udienza è fissata per il prossimo 15 giugno.

    Citati come responsabili civili anche la diocesi di Milano nella persona del vescovo mons. Angelo Scola e la parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano nella persona del parroco.

    Il caso è seguito dalla Rete L’ABUSO

    L’Ufficio di Presidenza

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  • L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    Chi c’è dietro il portone del centro di Trento. Oltre agli psichiatri, il recupero passa attraverso studio e lavoro

    Trento -L’impressione è quella di un altro mondo in questo mondo. Una strada stretta dal nome gentile, via dei Giardini, che curva dopo curva sale verso un quartiere residenziale di Trento, case non lussuose ma tranquille e a pochi passi dal centro storico. Il cancello è sempre aperto. Non si esce dalla città, il castello del Buonconsiglio è proprio ai piedi della collina a qualche centinaio di metri, ma si entra in uno spazio diverso, silenzioso, appartato, dove i guai del mondo vero vengono visti da un punto di vista differente.

    Una targa di pietra indica che la vasta proprietà (villa Mezzena) chiusa in una cinta di pietre bianche, siepi e filo spinato, ospita la Congregazione di Gesù sacerdote fondata un centinaio d’anni fa da padre Mario Venturini. Su un’altra lapide appesa al muro di fronte sopra tre fioriere di pietra è scolpito un passo del Vangelo di Matteo: «Non preoccupatevi né del cibo né del vestito – si legge tra l’altro – cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e avrete tutto il resto di soprappiù». È un bel viatico per chi varca questa soglia. La vocazione dei padri Venturini è di sostenere la vocazione dei preti. Nei loro statuti primeggia l’impegno ad accogliere «tutti i sacerdoti che desiderano rivivere con rinnovato slancio la loro consacrazione». A partire da quelli in crisi: l’Annuario statistico vaticano segnala 43 sacerdoti nel 2013 e altrettanti nel 2014 (su quasi 32mila preti diocesani) che hanno chiesto la dispensa dal ministero per sposarsi o perché si ritrovano incapaci di reggere le responsabilità di una parrocchia. La dispensa consente loro di restare nella Chiesa e accedere ai sacramenti, matrimonio compreso. In Italia sarebbero tra gli ottomila e i diecimila i preti sposati.

    L’ANONIMATO

    Ma poi c’è il sommerso di chi non arriva a un passo così estremo per irrisolutezza, vergogna, ritrosia, e magari ottiene semplicemente periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Fino ad arrivare ai disagi più gravi, perché i consacrati non sono così diversi dai poveri cristi che dovrebbero guidare alla fede: preti pedofili, ludopatici, depressi, alcolisti, con disturbi della personalità. Oppure in crisi a causa di una donna, o più di una. Nei mesi scorsi era girata la voce che nella casa madre dei Venturini fosse ospitato anche don Andrea Contin, la tonaca di Padova che collezionava amanti e orge.

    I vertici della congregazione trentina negano che il prete veneto sia stato mandato da loro. Non gradiscono la pubblicità e in generale non amano che si parli di loro. Aprono le porte più volentieri a un prete zoppicante che a un giornalista. Tuttavia la statua di Gesù che troneggia nel giardino davanti all’ingresso benedice tutti, la cappella è aperta a chiunque per gli appuntamenti liturgici: la messa e le lodi alle 7, l’ora media alle 12, l’adorazione alle 18.30 seguita dai vespri. Il sabato la messa è alle 7.30 e la domenica alle 9; ci si riposa un po’ di più. Per il resto, il superiore generale padre Carlo Bozza congeda gli indesiderati con un «pace e bene» cordiale ma irremovibile. Preferisce garantire la piena riservatezza degli ospiti che raccontare il percorso di recupero che lui e i confratelli predispongono per i preti più peccatori. In curia a Trento riferiscono che i Venturini non sono molto coinvolti nella vita della diocesi. Anche il settimanale diocesano, Vita trentina, e Avvenire, il quotidiano dei vescovi, sono stati tenuti alla larga. Il riserbo è assoluto. Nemmeno i religiosi che vivono nella casa madre di Trento conoscono quale storia abbiano alle spalle gli ospiti.

    Il sostegno ai preti in crisi (compresi quelli che hanno lasciato la tonaca o vogliono farlo) non è l’unica attività dei Venturini, anche se la vicinanza ai sacerdoti è il loro compito principale. Sono anche confessori e predicatori di esercizi spirituali. Nelle altre nove case della congregazione, sei in Italia e tre in Brasile, nello stato di São Paulo, si tengono corsi di spiritualità per religiosi e laici, si accolgono gruppi parrocchiali, si assistono preti anziani e malati, si fanno ritiri per i movimenti e riunioni di preti diocesani.

    LE CLINICHE

    L’istituto ha missioni, riviste, pubblicazioni; esiste anche un ramo femminile di suore, le Figlie del cuore di Gesù. «È riduttivo parlare di noi soltanto perché accogliamo preti depravati», fa sapere padre Gino Gatto, assistente generale e superiore della casa di Zevio (Verona), un’altra oasi di tranquillità stavolta però in piena campagna dove si formano i seminaristi della congregazione.

    I Venturini rifiutano queste etichette sbrigative di cliniche per preti gay o pedofili; è una questione di rispetto per chi arriva da loro per problemi meno gravi. D’altra parte, in Italia non sono gli unici ad affrontare queste situazioni. A Roma hanno sede l’associazione Ministri della misericordia e l’Oasi di Elim dell’Apostolato salvatoriano; a Collevalenza (Perugia) la Comunità della famiglia dell’Amore misericordioso ha una casa con 25 posti letto destinati a preti in crisi.

    La comunità Monte Tabor di Pomezia (Roma) è stata visitata da Papa Francesco il 17 giugno dell’anno scorso nell’ambito dei Venerdì della misericordia durante il giubileo straordinario. Al santuario di Caravaggio (Bergamo) è aperto un «consultorio» per consacrati accanto al più tradizionale consultorio familiare, che è punto di riferimento per i preti in crisi delle diocesi di Milano, Crema, Cremona, Bergamo, Lodi, Brescia. Anche in questo caso l’attività non si limita a fornire sostegno ai religiosi in difficoltà ma anche a formare laici, catechisti, direttori spirituali, psico-pedagogisti.

    «Nel paradiso, dove spero un giorno di essere ammesso per la infinita misericordia di Gesù – scrisse padre Mario Venturini in una lettera del 1943 -, non mi riposerò finché ci sarà un sacerdote da aiutare sulla terra». Fedeli a questa consegna, i religiosi trentini sono diventati negli anni una comunità specializzata nell’affrontare i casi più difficili. Pochissimi altri nella Chiesa hanno maturato queste competenze. Padre Venturini, il fondatore nato a Chioggia (Venezia) nel 1886 e morto a Trento nel 1957, sintetizzò così lo scopo della congregazione che prese avvio nel 1912: «Aiutare con ogni mezzo i membri del clero a vivere all’altezza della loro dignità».

    L’ACCOGLIENZA

    Nei testi fondativi si parla di accoglienza, «aiuto fraterno di conforto e ripresa» in campo spirituale e psicologico, fatto di alternanza tra preghiera, studio e lavoro. La casa di Trento ospita una grande biblioteca ma anche un laboratorio di cellofanatura; dietro la casa madre si estende un vigneto e c’è da curare anche il giardino. Il lavoro è sia un mezzo per sostenere l’opera sia uno strumento educativo. Ma il recupero di preti ed ex preti è affidato anche a psicologi e psichiatri specializzati nell’affrontare il male di vivere dei religiosi. Uno di loro è padre Gianluigi Pastò, superiore generale dal 2010 al 2016. «La difficoltà che c’è sempre stata e che oggi si sente di più – ha detto a Telepace in una delle rarissime interviste concesse – è un senso di solitudine, anche pastorale. Il prete si trova con varie realtà, con più parrocchie da seguire e da accompagnare, e non trova sempre un referente anche nei superiori o nei confratelli per potersi confrontare». Preti soli, carichi di responsabilità, con chiese quasi vuote ma richieste di aiuto sempre più numerose. «Le altre realtà di sofferenza e difficoltà – aggiungeva padre Pastò – sono comuni a ogni persona del nostro tempo, legate all’affettività e alle relazioni non sempre facili con il mondo giovanile o altri aspetti della società di oggi. Noi offriamo accoglienza nelle nostre comunità, tutte disponibili a dare aiuto, alcune anche per tempi più lunghi con un accompagnamento specifico adatto alla situazione personale e ai problemi psicologici di ciascuno. Non neghiamo conforto a nessuno».

    I preti che arrivano qui vengono quasi sempre indirizzati dalle diocesi e il superiore ha un rapporto diretto con i vescovi, i primi a valutare la gravità del caso anche se spesso non sanno che cosa fare. L’approccio dei Venturini è soft, si cerca di conoscere chi si ha di fronte per capire se si è in grado di prestare un aiuto efficace. In certi casi l’accoglienza equivale a una custodia: è capitato che l’istituto sia stato indicato come luogo dove un prete potesse scontare gli arresti domiciliari per avere commesso abusi o irregolarità economiche nella gestione della parrocchia. E la prima terapia è quella di ritrovarsi non più da soli, ma in una comunità di persone che non giudicano il passato di chi hanno davanti.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/l-quipe-trento-che-cura-i-sacerdoti-pedofili-e-alcolisti-1391690.html

  • Pedagogia nera: la Chiesa e gli abusi sui bambini

    Pedagogia nera: la Chiesa e gli abusi sui bambini

    Intervista a Federico Tulli realizzata da Melissa Tamburrelli e inserita nella tesi di laurea magistrale dal titolo “La pedagogia nera. Infanzia violata tra passato e presente e prospettive educative”, che l’autrice ha discusso a dicembre 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma tre (Corso di laurea in Scienze pedagogiche)

    1. Dal suo testo del 2014, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro edizioni), emerge un sistema di istituzioni e persone complici, in un’attività costante e continua nel tempo, tesa a nascondere la verità. In questo contesto di omertà come è riuscito a reperire le informazioni necessarie?

    Inizialmente ho concentrato la mia inchiesta sulla ricostruzione cronologica dei casi dal 1870 in poi attraverso la consultazione di libri, archivi giornalistici e siti web specialistici in cui sono pubblicati o riportati i testi di documenti. Per quanto riguarda la storia recente ho consultato in particolare l’archivio dell’agenzia Ansa viaggiando andando all’indietro nel tempo per una trentina d’anni. Una volta ricostruito il quadro d’insieme, anche attraverso la consultazione di sentenze su numerosi casi passate in giudicato, ho preso contatto con alcune delle vittime per provare ad avere una percezione il più possibile corrispondente alla realtà di quanto è accaduto e delle conseguenze che le violenze hanno causato su queste persone. La storie di pedofilia, purtroppo, si assomigliano tutte. Dico purtroppo perché questo potrebbe agevolare una efficace azione di prevenzione a tutti i livelli che invece in Italia diversamente da altri Paesi europei ancora manca. Le loro testimonianze dirette, unite alla consultazione di numerosi esperti di comunicazione e cose vaticane, sono state peraltro fondamentali per imparare a comprendere il linguaggio utilizzato dalla Chiesa cattolica quando è chiamata a rispondere delle proprie responsabilità e a difendersi dalle accuse di aver garantito l’impunità dei sacerdoti pedofili. Si stratta di linguaggio pressoché identico a qualsiasi latitudine in quanto è sempre finalizzato a ridurre al minimo i danni economici e d’immagine che potrebbero essere arrecati dalle pubbliche inchieste. Un’altra fonte primaria è quindi diventata per me la Chiesa stessa con i messaggi dei principali gerarchi, papi compresi, e i primari canali di informazione istituzionale. In particolare la sala stampa della Santa Sede con i suoi comunicati, e il sito ufficiale del Vaticano in cui c’è un’intera area finalizzata a mostrare al mondo quello che la Santa Sede ha fatto per estirpare la pedofilia diffusa all’interno di chiese, parrocchie, oratori, scuole e seminari gestiti da ordini e congreghe religiose cattolici. Ma a mio modo di vedere è più corretto dire, “avrebbe fatto”. Nei decreti firmati da Benedetto XVI e Francesco I tra il 2010 e il 2015, così come nelle Norme di indirizzo antipedofilia emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2010, resta infatti irrisolta una delle cause principali – se non la principale – della diffusione della pedofilia nel clero. Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina è un’offesa a Dio e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili, compiuto contro una persona inerme. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato: il punto, per la Chiesa non è tanto evitare che il pedofilo colpisca ancora ma che pecchi di nuovo indossando l’abito talare e che si penta del “male” fatto (a Dio). L’idea che si tratti di un delitto contro la morale, seppur inserito tra i cinque più gravi secondo la dottrina giuridica della Chiesa, è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. Questa concezione si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. Quanto ho appena detto ci aiuta a capire perché la Santa Sede nel 2014 non si è fatta alcun problema a evitare di fornire a due commissioni Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nell’ultimo decennio dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Io ritengo che se davvero il papa, cioè il capo della Santa Sede, avesse a cuore, più che la ragion di Stato, l’incolumità dei minori – come peraltro impone la Convenzione Onu sui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza cui la Santa Sede ha aderito – non avrebbe esitato a ordinare ai ambasciatori presso l’Onu di collaborare. Consentendo così di individuare e di indagare con gli strumenti della giustizia “laica e civile” 900 persone il cui profilo criminale è equiparabile a quello di un serial killer: la caccia è perpetua, il pedofilo si organizza la vita in funzione di essa e non si ferma finché non viene messo in condizione di non nuocere dalle autorità preposte. Se consideriamo che ci sono preti che hanno confessato oltre 200 stupri ci si può fare un’idea della sottovalutazione del fenomeno da parte dei capi della Chiesa e delle conseguenze che la concezione arcaica di questo crimine possono ricadere sui bambini e sul tessuto sociale dei Paesi in cui questa istituzione politico-religiosa è presente con i suoi siti di “educazione” e con i suoi “educatori”.

    1. Quanto i recenti successi legali americani sui casi di pedofilia hanno secondo lei incoraggiato le vittime italiane a denunciare gli abusi subiti?

    Non penso ci sia un nesso diretto con le conseguenze dello scandalo portato alla luce nel 2002 da Spotlight, il team di giornalisti d’inchiesta del Boston Globe, le cui vicende sono state magistralmente ricostruite nell’omonimo film premio Oscar 2016 diretto da Tom McCarthy. Dopo Spotlight e le dimissioni del potentissimo arcivescovo di Boston Bernard Law sono passati sette  anni prima che la Chiesa in Europa finisse allo stesso modo di quella Usa sotto la lente di serie commissioni d’inchiesta e di seri giornalisti. È accaduto in Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra con la scoperta di decine di migliaia di casi accaduti lungo tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Reati che sono stati accertati anche attraverso la testimonianza di vittime che finalmente hanno trovato qualcuno che ascoltasse le loro denunce senza pregiudizi e atteggiamenti moralistici. È accaduto in mezza Europa ma non in Italia dove peraltro c’è la più alta concentrazione di personale ecclesiastico al mondo con oltre 30mila unità. È indubbio che se lo Stato interviene, e “costringe” la Chiesa a collaborare con un’inchiesta al suo interno, si infonde fiducia nelle vittime che ancora non hanno avuto il coraggio di denunciare o, peggio, come purtroppo spesso accade, che hanno raccontato la propria storia in famiglia o al vescovo del sacerdote violentatore e non sono mai state credute, portando con sé un oppressivo senso di vergogna e la convinzione di essere in qualche modo responsabili della violenza subita. Ma quando ho chiesto personalmente a un ministro delle Pari opportunità se il governo italiano avrebbe prima o poi seguito l’esempio degli altri Paesi mi sono sentito rispondere che non è in agenda un’inchiesta a livello nazionale. Ho quindi sottoposto la stessa domanda al portavoce della Santa Sede e la risposta è stata pressoché identica: secondo il Vaticano non esiste un “caso italiano” in termini di pedofilia clericale. Nel 2014 scrissi il mio secondo libro proprio per verificare la veridicità di questa affermazione. Ebbene, penso di poter dire che è vero esattamente il contrario. La questione della pedofilia clericale in Italia ha caratteristiche identiche per estensione e continuità nel tempo a quella di altri Paesi che hanno deciso di affrontarla fino in fondo. La punta dell’iceberg di questa storia criminale emerge oggi dalle cronache. Un centinaio di casi solo nell’ultimo decennio sono arrivati in tribunale e a sentenza definitiva di condanna per il sacerdote incriminato. Si tratta di vicende che difficilmente, per non dire mai, hanno avuto un degno risalto mediatico. Nemmeno quando è stato coinvolto un sacerdote del calibro di don Mauro Inzoli. Il fondatore del Banco alimentare nonché capo di Comunione e liberazione a Cremona è finito sotto processo in Italia ed è stato condannato in primo grado a oltre 4 anni solo dopo esser stato giudicato colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stampa nazionale è rimasta pressoché inerte anche quando è stato condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere un potente parroco romano, don Ruggero Conti, che nel periodo in cui abusava alcuni minori era stato nominato consulente per la Famiglia dal candidato sindaco Gianni Alemanno. Quindi per ritornare alla domanda iniziale in Italia ancora non si sono presentate le condizioni che nel 2002 dettero alle vittime statunitensi la possibilità di uscire allo scoperto senza rischiare di essere violentate una seconda volta dall’indifferenza, o meglio dall’anaffettività delle istituzioni laiche e religiose, e degli organi di informazione.

    1. È d’accordo che uno dei punti focali del caso italiano sia nell’impunità dei clerici?

    Uno dei punti cardine secondo me è rappresentato dalle strategie antipedofilia della Conferenza episcopale italiana. Ma c’è di più. A pesare è il silenzio imposto su questi casi, che non riguarda solo le autorità ecclesiastiche. Vale un esempio per tutti. Nel 2010 il capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno, intervistato da Il Giornale disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento (pedofilia nella Chiesa, ndr) non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Forno era, ed è, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla violenza sui minori e sulle donne, ma questo non lo mise al riparo da un’inchiesta predisposta dal ministro della Giustizia. Qualche giorno dopo aver evidenziato nell’intervista la scarsa (eufemismo) propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Non è forse un caso se quattro anni dopo, nel 2014, Conferenza episcopale guidata dal card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle proprie linee guida antipedofilia l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per es. i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”. La motivazione fornita dal card. Bagnasco va aldilà di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è irrilevante che in questo modo si sta tutelando anche il pedofilo che le ha violentate. Questo atteggiamento oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio 2016 la Pontificia commissione per la tutela dei minori ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Il problema è che questo monito non ha avuto alcun effetto pratico. La Pontificia commissione che è un organo consulente della Santa Sede ha esortato tutta la comunità ecclesiale a denunciare e a collaborare con le autorità. Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede per prima non rende pubbliche notizie fondamentali per la salvaguardia di potenziali vittime, quale credibilità e influenza può mai avere un organismo del genere all’interno della Chiesa?

    1. Lei ha testimoniato il crollo della popolazione cattolica ad esempio in Irlanda che è passata dal 69 per cento del 2005 al 47 per cento del 2010. Come ci spiega chiaramente alla Chiesa cattolica serviva proprio un rilancio di immagine e di credibilità dopo gli ultimi papati non certo esemplari nella condotta di denuncia sulla pedofilia. Crede che le scelte di Papa Francesco siano in controtendenza?

    In parte ho già risposto al termine della prima domanda. Posso aggiungere qualcosa che può chiarire meglio come la penso. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio sin dai primi giorni del suo papato nel marzo del 2013 danno l’idea che la “sua” Chiesa – diversamente da quella dei suoi predecessori – abbia messo in cima alle priorità l’incolumità dei minori che frequentano i siti di educazione e formazione religiosa. È presto per parlare di effetti concreti ma io penso che gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere senza timore la carriera clericale. Per decenni infatti l’unica soluzione adottata nei confronti dei preti pedofili è stata quella di trasferirli in un’altra parrocchia per ridurre al minimo i rischi di uno scandalo pubblico. Il risultato è facilmente intuibile oltre che documentato dalle inchieste governative cui ho accennato prima. Anche in base ai risultati di queste indagini la Commissione Onu per i Diritti dell’infanzia nelle considerazioni conclusive elaborate a febbraio 2014 ha scritto quanto segue: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È bene ribadire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Quindi, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato come ha fatto Ratzinger, e inasprire le norme penali come ha fatto Bergoglio, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani: l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski, che peraltro è morto prima di arrivare a processo. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o del tutto assenti. Cito di nuovo un passaggio del documento delle Nazioni Unite: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini». A certificare la continuità in senso negativo di questo papato con i precedenti ci sono diversi elementi. Ne cito un paio per tutte. Il primo consiste nella mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. Nel 2014 l’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede, cioè a papa Francesco, di chiuderli – in coerenza con la convenzione ratificata – anche perché è noto che spesso il pedofilo è a sua volta una persona abusata in giovane età. Ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 giovani studenti. Per di più, la diocesi di Milano ha da poche settimane avviato un’iniziativa seminariale per sedicenni: la Comunità seminaristica adolescenti che nasce dalla collaborazione tra il seminario e i preti del Decanato Villoresi ed è situata in una casa di Parabiago nell’hinterland milanese. Una seconda misura che Bergoglio potrebbe adottare, in un’ottica di prevenzione, è l’innalzamento della soglia dell’età della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione e fare la comunione. Nel 1910 fu abbassata da 12 a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste Stato-Chiesa di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, è emerso che quasi tutti gli abusi nelle parrocchie e nei seminari avvengono nell’ambito di questo rito sacramentale che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al sigillo sacramentale: vincolo di segretezza pontificia pena la scomunica. L’inviolabilità del segreto, unito al senso di colpa per il peccato commesso, instillato nella vittima dal suo “confessore”, è una garanzia di impunità da parte della giustizia “civile”. I preti pedofili lo hanno ben presente. Come sanno che nel caso di violenza compiuta durante la confessione l’abuso è nei confronti del sacramento non della persona. E di questo, nel caso, dovranno rispondere (solo) ai giudici dalla Chiesa. Papa Francesco eliminerà mai un segreto correlato a un sacramento?  Di più, eliminerà mai uno dei cardini del Decalogo su cui si fondano tutte le leggi della Chiesa?

    1. A suo parere la Chiesa cattolica cambierà mai l’ideologia dell’annullamento del corpo e della sessualità? Sarebbe decisivo nel superamento del problema?

    Per rispondere mi collegherei dalla domanda con cui ho concluso la precedente risposta. Non so dire cosa accadrà in futuro ma penso che la conoscenza di ciò che è la sessualità umana e soprattutto di quello che non è sessualità umana (cioè la pedofilia), risulterebbe decisiva quanto meno per iniziare a inquadrare concretamente il problema. Tuttavia, molto probabilmente la messa in discussione di uno dei Dieci comandamenti comporterebbe la fine della Chiesa intesa come istituzione religiosa. Quel “Non commettere atti impuri” fa sì che nel Catechismo “aggiornato” da Giovanni Paolo II nel 1992 si parli di sesso tra due adulti fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e di bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». E che nel diritto canonico l’abuso sia un «qualsiasi» atto sessuale «di un chierico con un minore di anni 18». Cioè la Chiesa ritiene che l’abuso sia un rapporto sessuale. Quindi chi si dovrebbe occupare di tutelare i bambini che ad essa sono affidati non distingue la sessualità umana – che in estrema sintesi è rapporto interumano, consapevolezza di sé e desiderio – dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità ed è dominio di un soggetto adulto e consapevole su un altro che non è né adulto né consapevole. È pertanto totale assenza di rapporto. Inoltre, quando si stabilisce che la pedofilia è un’atto sessuale, si sta affermando che il bambino – cioè la vittima – ha la sessualità. La realtà è esattamente il contrario: il bambino in età prepuberale non ha sessualità. Perché questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima in ogni essere umano c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili preti e non. Ma qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso cattolico e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. E queste sono alcune tra le tante drammatiche confusioni che sono state fatte dalla Chiesa, e che persistono tuttora, sulla sessualità umana e sulla figura del bambino. Per cui poi può essere abusato senza che sia considerata una violenza nei suoi confronti.

    Melissa Tamburrelli

    https://norational.wordpress.com/2017/02/27/pedagogia-nera-la-chiesa-e-gli-abusi-sui-bambini/

  • Il Papa si commuove per la storia di suor Giulia, vittima per anni degli abusi di un prete orco

    Il Papa si commuove per la storia di suor Giulia, vittima per anni degli abusi di un prete orco

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Giulia era poco più di una bimba quando il «lupo», «l’orco», le ha messo le zampe addosso. Era una adolescente timidissima, aveva 14 anni ma ne dimostrava di meno, sognava ad occhi aperti. Per lungo tempo si è portata dentro la vergogna, come fosse colpa sua l’essere abusata da un prete. Oggi Giulia è una religiosa che ha avuto il coraggio di fare i conti con questo trauma terribile. La sua storia è stata fatta conoscere al Papa, sabato scorso, durante un incontro avvenuto a Santa Marta da padre Hans Zollner, della Pontificia Commissione per la tutela dei minori e da Luisa Bove, della diocesi di Milano che ha raccolto la storia di Giulia e la ha consegnata alla memoria collettiva. Il libro «Giulia e il lupo, storia di un abuso sessuale nella Chiesa è stato consegnato al Papa, assieme ad una copia di “Camminare accanto alle vittime”, scritto da Anna Deodato, anch’essa presente all’incontro.

    «Arrivare all’ultima pagina è un esercizio quasi fisicamente doloroso, e certamente una sfida psicologica e spirituale enorme», scrive padre Zollner nella prefazione. «È però necessario – e infine anche salutare – affrontare questa difficile prova: necessario perché siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità, a fare giustizia per coloro che hanno sofferto tanta ingiustizia e che sono stati feriti terribilmente; salutare perché guardare in faccia i nostri peccati e le nostre mancanze – nel commettere abusi e nel non fare tutto il possibile per evitarli – è doloroso ma ci apre anche gli occhi sulla nostra vera condizione umana e spirituale».

    La storia ha colpito enormemente Papa Bergoglio. L’incubo è iniziato durante  una vacanza estiva con tutti i ragazzini dell’oratorio. Il prete orco lavorava nella parrocchia, aveva 30 anni di più, e piano piano comincia a dedicarle attenzioni. Sempre di più, fino all’abuso. Si tratta del primo racconto diretto di un caso italiano, di un prete pedofilo che manipolava e teneva legata a sé la ragazzina, facendole venire sensi di colpa, rendendola incapace persino di capire che si trattava di una violenza.

    Giulia racconta: «Lui era sempre la mia guida spirituale, il mio confessore. Doveva sapere. Dovevo fidarmi. E poi forse mi piaceva quello che faceva. Provavo anche paura. Non so. Ero sconvolta. In ogni caso doveva essere un privilegio, perché senz’altro non lo faceva con le mie amiche». Dopo sette anni di abusi la «storia con il don» finisce. «Non ricordo con precisione come è arrivata questa fine, conservo ancora la data dell’ultimo incontro con lui, un appuntamento in tarda serata. L’ultima volta. Forse poi ho raccolto le poche forze che mi restavano e non ci sono più andata. Lui non mi ha più cercata, forse non gli servivo più. I giocattoli, dopo un po’, quando ci si stanca si buttano via».

    Giulia finisce l’università ed entra in noviziato: «Mi sembrava davvero di aver trovato “casa”: poi qualcosa comincia a non funzionare, Giulia pensa di mollare tutto: comunità e lavoro. «Ma sapevo che non aveva senso, che sarebbe stata solo una reazione istintiva di cui mi sarei presto pentita»: «Per evitare di farmi divorare dalla rabbia e per ritrovare un po’ di serenità ho deciso di farmi aiutare». «Ho scoperto che c’era una persona in grado di aiutare preti e religiose in difficoltà». È l’incontro con questa persona, Martina, a determinare la svolta. È grazie a lei infatti che Giulia comprende la gravità dell’accaduto e muove i primi passi del suo percorso di rinascita.
    Giulia purtroppo non è la sola ad avere sulle spalle questo vissuto. «Altre donne, consacrate come lei, sono state sessualmente abusate da preti e consacrati», afferma Anna Deodato, curatrice del volume. «Abusi subiti da piccole o all’inizio della prima giovinezza oppure prima della scelta di consacrazione, ma per tante anche dopo, a volte addirittura all’interno delle loro stesse comunità, dai preti che le accompagnavano, da coloro che rivestivano funzioni di superiori”.

    http://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/papa_bergoglio_pedofilia_vittima_abusi_prete_giulia_donne_suore-1960700.html

  • Don Alberto Lesmo (Muggiano) condannato: prostituzione minorile

    Don Alberto Lesmo (Muggiano) condannato: prostituzione minorile

    Ma il giudice ha escluso due aggravanti. Un anno e dieci mesi per il sacerdote, sospeso il 25 marzo dalla diocesi

    E’ stato condannato don Alberto Lesmo, 48enne già parroco di Santa Marcellina (Muggiano) e decano di Baggio, a processo con l’accusa di prostituzione minorile. Secondo le indagini, avrebbe avuto rapporti sessuali con un adolescente che poi avrebbe utilizzato il denaro per acquistare cocaina. Il processo si è tenuto con rito abbreviato.

    La condanna è ad un anno e dieci mesi, come stabilito dal gup Gennaro Mastrangelo che non ha riconosciuto due aggravanti contestate al sacerdote (la procura aveva chiesto la condanna a tre anni e quattro mesi). In particolare, ha escluso l’aggravante di avere violato i doveri derivati da essere ministro di culto. Questo perché il giovane non era tra i ragazzi che frequentavano la parrocchia (ma era stato contattato attraverso una chat) e quindi il sacerdote, secondo il gup, non aveva “funzioni educative” verso di lui. La procura era di diverso avviso perché i rapporti sessuali sarebbero avvenuti in locali inerenti alla parrocchia.

    L’altra aggravante esclusa dal gup è quella dei rapporti a pagamento con minore di 16 anni, perché non è accertato quale fosse l’età esatta del giovane all’epoca del primo rapporto tra lui e il prete.

    Secondo l’accusa i rapporti sarebbero andati avanti per uno o due anni fino al 2011, con un pagamento di 150-200 euro alla volta. Tutto sarebbe poi finito con una segnalazione da parte di un ospedale che aveva visitato il giovane in seguito ad un tentato suicidio.

    Il 25 marzo, giorno del Venerdì Santo 2016, la diocesi di Milano ha comunicato di avere sospeso don Alberto Lesmo. Tutta Muggiano, sotto shock, non ha parlato d’altro per settimane.

    Il gup ha anche disposto la trasmissione degli atti alla procura dei minorenni con l’ipotesi di induzione alla prostituzione, perché – dalle indagini – sarebbe emerso, da parte di don Alberto, il “suggerimento” di una chat a cui registrarsi per un altro ragazzo che si prostituiva. Infine è stato anche condannato Guido Milani, ex presidente di un centro ricreativo di Lecco, che avrebbe avuto a sua volta rapporti sessuali con il giovane, in cambio di denaro o direttamente di cocaina, e in un caso avrebbe anche abusato del ragazzo. Milani è stato condannato a quattro anni e sei mesi.

    http://baggio.milanotoday.it/condannato-don-alberto-lesmo.html

  • Sesso a pagamento con minore: il 7 luglio la prima udienza per il prete

    Sesso a pagamento con minore: il 7 luglio la prima udienza per il prete

    L’udienza preliminare davanti al gup fissata per il 7 luglio 2016. Il sacerdote, parroco di Muggiano e decano di Baggio, è accusato di prostituzione minorile.

    Si terrà il 7 luglio l’udienza preliminare per don Alberto Paolo Lesmo, il parroco di Muggiano recentemente sospeso dall’incarico (e da quello di decano di Baggio) dalla diocesi di Milano in seguito all’inchiesta che lo vede accusato di avere avuto rapporti sessuali a pagamento con un ragazzo adolescente. Il 7 luglio il gup deciderà se rinviare a giudizio il sacerdote o sentenziare il non luogo a procedere.

    Il giorno del Venerdì santo la diocesi di Milano, con una comunicazione ufficiale, ha fatto sapere di avere sospeso don Lesmo (48 anni) dopo avere saputo, il 2 marzo, dell’inchiesta. La notizia ha letteralmente sconvolto la comunità di Muggiano, piccolo quartiere periferico a sud-ovest di Baggio. Per l’accusa, don Lesmo avrebbe offerto denaro ad un ragazzo per “atti sessuali” tra il 2009 e il 2011, quando il giovane aveva tra i 15 e i 17 anni: questi, poi, utilizzava il denaro principalmente per acquistare cocaina.

    L’inchiesta vede come imputato anche un altro uomo, non sacerdote, che cedeva la droga al giovane, ed è scattata a partire dalla segnalazione di un ospedale in cui l’adolescente era stato visitato nel 2011.

    http://www.milanotoday.it/cronaca/prete-sesso-udienza-preliminare.html
  • Sospeso il parroco di Muggiano: “Siamo sotto shock, gli volevamo un sacco di bene”

    Sospeso il parroco di Muggiano: “Siamo sotto shock, gli volevamo un sacco di bene”

    La testimonianza di una sua ex parrocchiana, che lo conosce bene, raccolta da MilanoToday