Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Milano

  • Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Lucetta Scaraffia e Anna Foa per Editoriale Domani – In Italia si parla poco e malvolentieri degli abusi del clero. Anzi, pare che quanto più emergono i dati allarmanti delle inchieste in altri paesi europei tanto più si voglia tacere, anche se ultimamene non si osa più, da parte clericale, vantare l’apparente minore coinvolgimento italiano.

    I motivi di questo silenzio sono molti, radicati nella storia: una istituzione ecclesiastica sempre molto legata al potere, cattolici che si sentono più aderenti a una parte politico-sociale che credenti i quali cercano di realizzare l’insegnamento evangelico.

    Così, mentre altrove in Europa è la stessa comunità cattolica che spinge le gerarchie a fare chiarezza sul tema degli abusi con inchieste indipendenti, da noi si evita di pensarci. Il risultato è che le poche notizie che filtrano dalla cortina di omertà che copre tutto sono da decenni di tipo scandalistico.

    L’argomento si presta, e molto, alle descrizioni pruriginose, diffuse da rotocalchi e programmi televisivi.

    I POCHI DATI

    Ma niente di serio è stato fatto finora, se non la raccolta dati organizzata da una vittima, Francesco Zanardi, nel sito Rete L’Abuso, che raccoglie testimonianze, articoli di giornali, documenti processuali degli ultimi dodici anni.

    Una raccolta che – pur composta da materiale eterogeneo e difficilmente classificabile in un insieme coerente – è utilissima e fondamentale per farsi una prima idea del fenomeno in Italia. Tutto quello che si rivela sul tema abusi del clero in Italia viene da lì.

    Su questo materiale abbiamo lavorato in cinque donne – Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati, Mariella Balduzzi, Mariangela Rosignoli, quattro delle quali nonne – per molti mesi, e il risultato è nel libro Agnus dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, uscito da Solferino nel maggio del 2022.

    Pur non potendo trasformare i dati raccolti in un sistema di classificazione sistematico, ci siamo rese conto che analizzando queste fonti era possibile arrivare ad alcune conclusioni importanti.

    Le più rilevanti riguardavano, soprattutto, gli aspetti finanziari del problema, dei quali si parla in genere poco o niente.

    Innanzi tutto le vittime sono sempre appartenenti a famiglie disagiate, non poche addirittura a famiglie assistite economicamente dalle parrocchie. Famiglie per le quali qualche regalo del parroco può essere sufficiente a far chiudere gli occhi, se non bastasse la paura di perdere i pochi soccorsi che ricevono. Famiglie che non conoscono avvocati, che hanno paura di entrare in un tribunale, quindi candidate naturalmente a non denunciare in caso di abuso.

    In corrispondenza allo stato di indigenza delle famiglie degli abusati vi è spesso la capacità del prete abusatore di raccogliere soldi grazie a collette varie, per esempio in occasione di feste religiose, che gli garantiscono la quantità di denaro liquido necessario al mantenimento della dipendenza delle vittime.

    Nel caso poi di una denuncia da parte della vittima il denaro è doppiamente necessario, ma questa volta interviene direttamente la diocesi, che – come è capitato – ricorre ai fondi che le arrivano dall’8 per 1000 (destinati invece alla carità, al mantenimento degli edifici di culto e così via) per tacitare lo scandalo.

    Il primo tentativo è quello di ottenere il silenzio della vittima versando una somma di denaro in cambio della rinuncia a parlare.

    Il fatto che le somme stanziate in questi casi siano ridicolmente basse (dai 10.000 ai 25.000 euro) dà l’idea dello stato di indigenza delle famiglie coinvolte, per le quali evidentemente costituiscono somme importanti.

    Se la vittima e la sua famiglia non accettano il patteggiamento, il denaro della diocesi – e questa volta in misura decisamente maggiore – diventa risorsa fondamentale per pagare l’avvocato del prete accusato, quasi sempre un ottimo difensore.

    In alcuni casi sono stati arruolati anche professionisti di grido, come Carlo Taormina, mentre nella diocesi di Milano molto spesso il difensore, Mario Zanchetti, è stato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Cattolica.

    Avvocati molto più bravi di quelli che possono permettersi le vittime, tanto che grazie a loro spesso i processi finiscono con la prescrizione o nel nulla per vizio di forma.

    Un esempio: Riccardo Seppia, considerato dal giudice del primo processo un delinquente comune, era parroco di Santo Spirito a Sestri Ponente.

    Giudicato colpevole in prima e seconda istanza di reati molto gravi, come violenza, cessione di droga e induzione alla prostituzione di giovanissimi – pena di nove anni, sei mesi e venti giorni – è stato prosciolto per vizio di forma nel ricorso in Cassazione. È evidente che ha potuto usufruire di un avvocato bravissimo, pagato dalla curia.

    Nella parrocchia di Selva Candida, vicino a Roma, le numerose accuse di molestie che arrivavano nei confronti del parroco Ruggero Conti venivano sottovalutate davanti alla sua eccezionale abilità di “attrarre capitali”, necessari per realizzare opere d’importanza sociale. Le vittime faticarono molto a trovare ascolto.

    I CONDANNATI

    Un altro aspetto interessante emerso dal nostro lavoro è stata la scoperta che fra i preti condannati i pedofili costituiscono probabilmente un numero esiguo. Le ragazze o i ragazzi abusati infatti sono tutti tra i dodici e i quattordici anni, scelti perché soggetti più facilmente controllabili e riducibili al silenzio che non una donna o un uomo adulto, ma non per l’età giovane in sé.

    La pedofilia ricompare però nel corso del procedimento penale.

    In genere, il sacerdote accusato in prima istanza nega tutto, a lungo. Quando le prove lo sommergono, cerca una scappatoia: dice di essere malato, cioè di essere pedofilo.

    A questo punto la gravità del reato si stempera, e quasi sempre invece di finire in prigione il prete in questione viene riassegnato all’istituzione ecclesiastica perché lo recuperi con un percorso terapeutico. Percorso che avviene in edifici per preti “in crisi”, prevede in genere periodi non lunghi di cura blanda, con psicologi a loro volta sacerdoti, e permette poi abbastanza rapidamente di tornare a esercitare la missione in parrocchie lontane da quelle dello scandalo.

    Certo, la chiesa lamenta un numero sempre minore di sacerdoti e quindi non rinuncia facilmente ai suoi figli consacrati, anche se colpevoli di odiosi abusi. E così, di conseguenza, aumenta il numero dei sedicenti pedofili.

    ATTI IMPURI

    Ma c’è anche una ragione di fondo che impedisce alla chiesa di affrontare seriamente la questione abusi: nel Codice di diritto canonico l’abuso e lo stupro non sono classificati come reati contro la persona, ma come trasgressioni al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri.

    Questo tipo di trasgressione è un peccato per chi la commette, ma non viene preso in considerazione il danno inferto all’altra persona: è il colpevole che compie atti impuri al centro dell’attenzione dell’istituzione ecclesiastica, non la sorte della vittima, sospettata comunque anch’essa di avere provato piacere, quindi di avere trasgredito al sesto comandamento.

    Una sbagliata concezione della sessualità e il rifiuto a passare dal peccato al reato stanno quindi all’origine dello scandalo che sta rovinando la chiesa.

    Tornando ai problemi della chiesa italiana, certo una indagine indipendente, con la prevedibile emersione di numerosi casi di abuso, le porterebbe, con le ovvie conseguenze di risarcimenti da pagare, una perdita economica gravissima, che significherebbe anche una perdita di potere sociale.

    Ed è anche vero che la disillusione spingerebbe molti credenti ad abbandonare la pratica religiosa, oltre che a cancellare l’8 per 1000.

    Ma questo abbandono temuto sta avvenendo lo stesso, se pure in modo meno clamoroso: le chiese dopo il Covid non sono tornate a riempirsi, quelli per cui la messa domenicale era solo un’abitudine hanno appunto perso l’abitudine.

    A questi si aggiungono coloro che vivono una grave delusione a proposito del clero, alimentata in misura determinante dagli abusi. In chiese come quelle tedesca e francese, la percezione di questa crisi è grave e allarmante.

    Da noi si fa finta di niente, senza pensare che lo scandalo degli abusi, e del modo in cui sono gestiti, costituisce un veleno sottile che sta corrodendo tutto, se non si pone pronto e coraggioso rimedio. Se non lo si affronta con verità e giustizia.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/pedofilia-perche-in-italia-i-preti-sotto-accusa-riescono-sempre-a-cavarsela-f4e89cl3

  • Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo (Milano)-  Don Emanuele Tempesta è tornato libero dopo quasi un anno trascorso agli arresti domiciliari a Rho. Il sacerdote 30enne di Cornaredo, responsabile dei giovani della parrocchia di Busto Garolfo, arrestato il 14 luglio dello scorso anno, avrà solo il vincolo di non uscire dal territorio di Rho e di non incontrare i familiari e le vittime dei presunti abusi. Il gup Tiziana Landoni ha accolto l’istanza del pubblico ministero Flavia Salvatori per la revoca dei domiciliari con il solo obbligo di dimora.

    La misura cautelare disposta lo scorso anno subito dopo l’arresto del sacerdote mentre era in vacanza con i ragazzi a Bardonecchia era ormai in scadenza e solo un ipotetico rinvio a giudizio avrebbe di fatto impedito la decadenza dei termini. Con ogni probabilità a settembre si aprirà il processo che sembrerebbe – per scelta del difensore di don Emanuele, l’avvocato Mario Zanchetti – orientato al dibattimento in aula con la parola anche ai testimoni che scagionerebbero il don dalle accuse di abusi su una decina di bambini dodicenni.

    Per le presunte vittime invece l’incidente probatorio eviterà di riaprire altre dolorose ferite: le testimonianze delle persone offese sono state già tutte messe agli atti e pertanto in sede dibattimentale le vittime non saranno chiamate a raccontare gli episodi che le avrebbero viste protagoniste. Entrerà nella fase processuale di settembre, chiamata in causa dagli avvocati di parte civile, anche la Diocesi di Milano come responsabile civile di quanto accaduto. La Curia milanese potrebbe quindi essere costretta, in caso di colpevolezza accertata del sacerdote, a risarcire le famiglie.

    Per contro don Tempesta da un anno ribadisce in ogni sede davanti agli investigatori e agli inquirenti la propria innocenza e la totale estraneità ai fatti. Stando all’impianto accusatorio, don Tempesta durante il lockdown a causa della pandemia avrebbe più volte invitato nel proprio appartamento al primo piano di via Mazzini a Busto Garolfo una decina di 12enni. Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori gli abusi avrebbero avuto luogo durante questi incontri, avvenuti ufficialmente per divertirsi con i videogiochi. Fatti che don Tempesta ha negato ripetutamente.

    Con le nuove disposizioni il sacerdote potrà ricevere persone e muoversi nel perimetro cittadino di Rho in attesa che venga fissata la data della prima udienza durante la quale avrà la possibilità di replicare a tutte le gravissime accuse contenute nelle denunce che i genitori hanno depositato all’inizio dell’intera vicenda.

  • Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

    Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

    Buongiorno,

    vi scriviamo perché vorremmo ricordare una storia che rischia di cadere nel dimenticatoio. Diciamo subito che non si tratta di un avvertimento perché il protagonista ci ha lasciati e non è più un pericolo. Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano ed è don Pierluigi Lia (nato a Varese il 9 maggio 1959 e morto a Milano il 29 aprile 2019).

    In seminario dette motivo di preoccupazione ai superiori che gli fecero fare un anno in più di discernimento, così ricevette il sacro ordine con la classe successiva alla sua l’8 giugno 1985.

    Il primo incarico fu di coadiutore presso la Parrocchia Dio Padre a Milano 2, frazione di Segrate (MI), ove ebbe sempre rapporti turbolenti con i parroci (prima don Ruggero Camagni, poi dal 1989 don Franco Ocello), ma il suo forte carisma personale gli valse un grande successo con i giovani.

    Ben presto si generò una frattura insanabile all’interno della comunità parrocchiale, con i fedeli schierati con lui o contro di lui. Ci furono mille critiche, ma alcune già allora riguardavano i suoi comportamenti disdicevoli nei confronti di donne e ragazze, e si vociferava che i suoi interessi si estendessero anche ai ragazzi. Dopo che giunsero segnalazioni di abusi al Cardinal Martini, nel 1991 Lia venne allontanato dalla parrocchia senza comunicare ai fedeli i veri motivi dello spostamento. L’uomo era ambizioso e gli fu assegnato un prestigioso incarico di insegnamento della teologia in Università Cattolica, prima presso la sede di Piacenza, poi a Milano. Come sistemazione gli fu dato un posto come sacerdote residente presso la Parrocchia di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa a Milano. Il parroco era a quei tempi don Giulio Greco, anche lui di Varese e in buoni rapporti col Lia.

    Ben presto si ripropose la situazione conflittuale della parrocchia precedente. Anche nella nuova sistemazione Lia riuscì nell’intento di spaccare la comunità parrocchiale, ma questa volta la sua capacità seduttiva fu tale da ottenere la fiducia del parroco e del coadiutore, don Luca . Grazie al carisma e al prestigio di teologo e docente universitario riuscì a raccogliere presso di sé un gruppo numeroso di persone provenienti da Segrate, dall’Università Cattolica e dalla parrocchia in cui risiedeva. Sotto la protezione del parroco si ritagliò il compito di accudire il suo gregge personale e trasformarlo in un gruppo chiuso totalmente a lui fedele.

    Anche in quella nuova sistemazione, negli anni del cardinale Tettamanzi si diffusero voci sul suo modo di intrattenere relazioni ambigue con i giovani, ma venne sempre difeso a spada tratta e i suoi discepoli smentirono sempre ogni accusa come infamante.

    In quella parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo e cominciò anche a predicare e poi realizzare l’ambizioso progetto a lungo coltivato di una casa comune. Dal 2008 al 2015 le persone e le famiglie a lui più legate andarono a vivere in una cascina a Bargano, in provincia e diocesi di Lodi. Lontano dal clero ambrosiano, nel territorio di un altro vescovo, all’interno di un recinto privato e chiuso in se stesso divenne il signore assoluto della “Domus Trinitatis”, cioè della vita di un centinaio di persone tra adulti, giovani e bambini.

    Nel frattempo, nel 2009, Lia era stato riassegnato alla chiesa di S. Cristoforo sul Naviglio Grande, ma poco cambiava, dato che la sua principale attività prosperava ormai in quel di Bargano. In quel contesto fece anche costruire una chiesetta non curandosi minimamente del diritto canonico. Tutto sembrava procedere senza ostacoli in quel suo piccolo regno quando nel 2016 l’ennesimo scandalo turbò quel docile gregge che però seppe infine aprire gli occhi e cacciare il lupo travestito da pastore. L’accusa alle autorità ecclesiastiche venne dalle sue stesse pecorelle nel 2017 e fu l’inizio del processo canonico. Silenziosamente, senza nulla spiegare ad alcuno, o adducendo false motivazioni, gli vennero tolti tutti gli incarichi compreso l’insegnamento in Università Cattolica. Quando ormai la sentenza di condanna era inevitabile e imminente, in un curioso incidente Lia rimase appeso a una corda. A tutti (soccorritori, forze dell’ordine, magistratura, credenti, curia, diocesi, discepoli) risultò conveniente credere mettere un pietoso velo su tutta la vicenda, processo compreso.

    Dopo aver creato tanti problemi Lia stesso aveva tolto le castagne dal fuoco a tutti, e tutti gliene furono grati, tranne coloro che aspettavano giustizia, almeno quella ecclesiastica. Si può vedere sulla pagina a lui dedicata il pensiero dell’arcivescovo Delpini che parla al massimo di “percorsi singolari” in modo di non far trapelare nulla se non per chi sa già tutto.

  • Don Mauro Galli – Fissata l’udienza in Cassazione

    Don Mauro Galli – Fissata l’udienza in Cassazione

    Fissata per il giorno 9 giugno 2022 l’udienza penale che deciderà la condanna definitiva o meno per don Mauro Galli, il sacerdote della diocesi di Milano condannato in appello a 5 anni e 6 mesi per aver abusato di un 15enne.

    La vicenda di particolare rilievo in quanto a margine rivela le coperture sistemiche e l’inerzia del clero italiano, in questo specifico caso quelle di monsignor Mario Delpini e monsignor Pierantonio Tremolada che pur omettendo anche al Vaticano la denuncia, secondo le procedure interne vigenti all’epoca, furono comunque nominati da papa Francesco uno, Arcivescovo di Milano, l’altro a Brescia.

    Redazione

  • Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Tre minori sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta (nella foto), 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di 7 minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere. Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accuse definite “false e infamanti”.

    A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati dal sacerdote. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato di alcuni di loro.

    Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta.

    La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio. Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come a un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.

    E anche la parrocchia, con difficoltà, cercò di ripartire. Le attività estive 2021 si sono tenute regolarmente grazie anche ad alcuni sacerdoti venuti in soccorso del 71enne don Ambrogio Colombo, che si trovò nel giro di poche ore a guidare una comunità di poco meno di 14mila persone.

    Ra.F.

  • Cornaredo, ascoltate in audizione protetta tre presunte piccole vittime del prete

    Cornaredo, ascoltate in audizione protetta tre presunte piccole vittime del prete

    Cornaredo (Milano) – Tre minori  sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta, 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di sette minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere.

    Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accuse definite “false e infamanti”. A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati da don Emanuele. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote, in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi trascorsi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato della situazione per abusare di alcuni di loro.

    Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta. La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio.

    Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.

  • Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    di ANDREA GIANNI – Milano – “In Italia ci sono 23 strutture per curare i preti e neanche una per le vittime di abusi: servirebbe ben altro che una preghiera”. Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso-Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, guarda con scetticismo alla decisione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, di celebrare oggi la messa in Duomo per le vittime di violenze. “Anch’io ho subito abusi – spiega – e in Italia siamo senza giustizia e abbandonati, anche dallo Stato”.

    La messa in Duomo è la tappa di un percorso della Cei e della Diocesi di Milano. Indica una presa di coscienza sul problema?
    “Preferiremmo vedere, piuttosto, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali, come è stato fatto in altri Paesi europei, da ultimo il Portogallo. Sarebbe un punto di partenza, anche perché dalle indagini all’estero emergono dati sconcertanti”.

    Quali?
    “In Francia sono 216mila i sopravvissuti “viventi“ ad abusi sessuali su minori da parte del clero, secondo il Rapporto Ciase, con circa tremila preti pedofili. In Italia, facendo una stima, il numero potrebbe triplicare. Noi abbiamo portato l’Italia davanti alle Nazioni Unite e all’Europa, ma non si è ancora mosso nulla”.

    Che cosa blocca l’apertura di una commissione d’inchiesta?
    “Il problema è politico, perché nessuno vuole andare contro il Vaticano. Per questo un segnale forte deve arrivare dall’Unione Europea”.

    La Diocesi di Milano, però, ha istituito nel 2019 il Referente per la tutela dei minori, ci sono stati protocolli e in generale passi avanti da parte del mondo cattolico.
    “Iniziative come gli sportelli per raccogliere le segnalazioni delle vittime di abusi non hanno senso, e le abbiamo anche denunciate al Garante della Privacy. Le vittime, in buona fede, rilasciano dichiarazioni che poi non si sa dove finiscono, senza alcun controllo sulla privacy. Dichiarazioni che poi finiscono anche nelle mani del legale del prete. Le denunce devono essere presentate all’autorità giudiziaria, e per ora a farlo sono solo le vittime e le loro famiglie. Bisogna evitare che sacerdoti sottoposti a indagini continuino a rimanere a contatto con i minori, magari dopo il trasferimento in altre città”.

    Quanti casi sta seguendo la vostra rete in Lombardia?
    “Stiamo seguendo sei casi, tra cui quelli di don Galli, don Tempesta, don Lucchina, dell’ex seminarista di Cuggiono. A Pavia siamo presenti nel processo a carico di don Silverio Mura, accusato di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero in provincia. La vittima di abusi, a Napoli, ha ottenuto intanto un risarcimento di circa 120mila euro”.

    Che cosa la spinge ad andare avanti?
    “Ho subito anch’io abusi, altrimenti solo un pazzo potrebbe portare avanti una battaglia del genere. Finora sono stato querelato 70 volte, e nessun giudice mi ha condannato”.

  • SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    Da quasi cinque mesi, dallo scorso maggio, è in corso a Milano un processo di cui non si parla. Eppure, è una storia impressionante. Che coinvolge i vertici dei Legionari di Cristo, la ricchissima congregazione religiosa fondata nel 1941 dal prete messicano Marciai Maciel Degollado, travolto da infiniti scandali sessuali con droga, amanti, figli segreti sparsi per il mondo.

    E condannato dal Vaticano, nel 2006, soltanto a dedicarsi a «una vita di preghiera e penitenza», prima di morire nel 2008. Sotto accusa ci sono quattro dirigenti della Congregazione, fortissima in Italia, Messico e Spagna, dove rappresenta l’ala conservatrice e integralista del mondo cattolico.

    Al centro del processo, due accuse: tentata estorsione e favoreggiamento. Pressioni e minacce per insabbiare una denuncia presentata nel 2013 in un commissariato milanese da due genitori disperati, Yolanda M. e Giuseppe L., per gli abusi sessuali subiti dal figlio nel seminario di Gozzano, vicino a Novara. ‘un sacerdote dei Legionari, padre Vladimir, avrebbe trasformato quel ragazzo in uno schiavo sessuale: un inferno, che lo ha spinto a meditare il suicidio, come lui stesso ha scritto in un tema conservato dai genitori, prima di abbandonare la vocazione.

    Per evitare lo scandalo, l’ennesimo, i quattro dirigenti della Congregazione avrebbero proposto ai due poveri coniugi un accordo scritto, illegale: negare che ci fossero mai stati abusi, se interrogati da magistrati, in cambio di 15 mila euro, da restituire se invece avessero parlato. Al loro no, deciso, sarebbe seguita una seconda proposta scritta, non più riferita ai giudici: tacere con le autorità ecclesiastiche, in cambio dei soliti 15 mila euro. Da ridare, se avessero rotto l’omertà, raddoppiati: 30 mila.

    Gli imputati del processo milanese, che respingono tutte le accuse, sono Luca Gallizia, italiano, ex rettore dell’università europea di Roma; Manuel Cordero Arjona, spagnolo, il legale della Congregazione; e due messicani, Victor De Luna De Santiago, responsabile economico, e Oscar Kuri Nader, direttore per il Nord Italia. I tre Legionari stranieri compaiono anche nei Pandora Papers, le carte riservate delle società offshore, analizzate da L’Espresso insieme a giornalisti americani, spagnoli e messicani.

    Già nel 2013 De Luna e padre Nader, che vivono nel quartier generale della Legione di Cristo, il palazzo di via Aurelia 677 a Roma, entrano come amministratori in una offshore di Hong Kong, la New Gate Foundation HK. E a fine giugno ne siglano un bilancio assurdo, senza cifre. A fine luglio invece è Cordero, tramite un’altra società estera, Education Developers lnc, a versare 2,4 milioni di dollari, a titolo di rimborso di un prestito decennale, a un trust offshore di Luis Garza Medina, messicano: un fedelissimo di padre Maciel, il fondatore dei Legionari. Medina è stato il vicario generale della Legione fino al luglio 2011, quando il Vaticano lo ha silurato.

    Anche gli altri tre imputati erano molto vicini a Maciel.

    Nel 2017 L’Espresso, con l’inchiesta chiamata Paradise Papers, aveva rivelato che i Legionari, fin dagli anni ’90, utilizzavano società delle Bermuda come tesorerie anonime per gestire centinaia di milioni: le rette pagate da migliaia di studenti delle loro scuole e collegi. Allora la Congregazione replicò che da tempo non usava più offshore. Come dire che erano problemi del passato, dei tempi del fondatore.

    I Pandora Papers ora mettono in dubbio la versione ufficiale. La Legione viene commissariata il 9 luglio 2010, quando Papa Benedetto XVI incarica monsignor Velasio

    De Paolis, poi nominato cardinale, di fare pulizia. Appena tre giorni prima, come emerge ora, Garza Medina ha costituito la prima cassaforte offshore in Nuova Zelanda, chiamata Retirement and Medicable Charitable Trust. Che alimenta anche conti svizzeri. Ed è legata ad altri trust, intestati a familiari di Medina, creati nel 2011, durante il commissariamento.

    Alcuni sono tuttora attivi. Gestiscono patrimoni per almeno 300 milioni. Investiti nell’acquisto di immobili nei quartieri più poveri della periferia di Miami, in Florida, e di altre città americane. Dove il consorzio lcij ha scoperto che centinaia di famiglie sono state sfrattate l’anno scorso, nonostante l’emergenza pandemia, dai misteriosi proprietari schermati dalle offshore, per poter ristrutturare e rivendere a caro prezzo le loro case. Alla domanda se questi investimenti siano stati comunicati alla Chiesa di Papa Francesco, i Legionari hanno risposto che «gli istituti religiosi non hanno un obbligo di fornire informazioni dettagliate al Vaticano sulle loro decisioni interne in materia finanziaria». Aggiungendo che solo uno dei trust, quello intitolato a opere di carità, è controllato dalla Congregazione. E confermando che gli altri appartengono a familiari dell’ex tesoriere Medina.

    A Milano intanto, nel processo per gli abusi da insabbiare con i soldi, si scopre che padre Vladimir, il rettore denunciato del seminario, è stato condannato in via definitiva a più di sei anni di carcere, nel 2020, ma è scappato in Sudamerica. Dalle email sequestrate emerge perfino un tentativo di coinvolgere l’allora vicario della diocesi di Milano, Mario Delpini, poi diventato arcivescovo. A incontrarlo, il 30 settembre 2013, è Gallizia, il Legionario italiano. Chiede l’approvazione della Chiesa per trattare con i genitori della vittima. Monsignor Del pini lo gela cosl: «Pensateci bene a fare un accordo con la famiglia, potrebbe essere usato come una prova di colpevolezza della Congregazione».

    Neanche un mese dopo, il 18 ottobre, la signora Yolanda si vede proporre, nella chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, la prima scrittura privata per comprare il suo silenzio. Lei rifiuta. E dopo la seconda offerta, reagisce. Alle 08,21 del 9 gennaio 2014 chiama al telefono, intercettato dalla polizia, il cardinale De Paolis. Lui capisce che le hanno offerto denaro e commenta: «Questo è quello che si dà in Italia … Non firmi il patto, non firmi niente». Poi aggiunge: «Gli avvocati complicano le cose, anche le Sacre Scritture dicono che tra cristiani dovremmo trovare un’intesa». Yolanda esplode: «Non è un buon accordo consentire una menzogna».

    De Paolis è stupefatto: «No, no. Sono sorpreso da quello che hanno scritto questi avvocati … Lei ha chiesto aiuto perché ha avuto delle spese». Yolanda: «Il mio legale sostiene che ci deve essere un risarcimento, ma senza approvare clausole che non sono vere e sono pure criminali».

    Il giorno dopo, alle 21.19, viene intercettato padre Nader mentre parla con un legale. La linea è chiara: «In ogni caso, qualunque cosa dobbiamo firmare, la Congregazione deve essere tenuta fuori».

    La signora Yolanda è delusa e oggi dice all’Espresso: «Il cardinale non ha alzato un dito per aiutarci. Non è venuto incontro alle vittime. Mi sono sentita tradita. Sono cristiana, ma non sono più cattolica. Ora non vado più a messa, come mio marito».

    L’avvocata della famiglia, Daniela Cultrera, attacca i Legionari: «Il negoziato per comperare il silenzio delle vittime non è mai stato autorizzato dal cardinale De Paolis. E il modo in cui la Congregazione ha cercato di insabbiare lo scandalo non è un caso isolato».

    Chissà se qualcuno, a Milano o in Vaticano, ora indagherà sui trust offshore dei Legionari. E sulla provenienza dei tanti soldi offerti in questi anni in mezzo mondo, si spera con transazioni lecite, per zittire le vittime. •

    Questa inchiesta è stata realizzata da Leo Sisti,Paolo Biondani, Vittorio Malagutti (L’Espresso), Spencer Woodman (lcij), Andrea Cardenas (Quinto Elemento Lab), Mathieu Tourliere (Proceso), Georgina Zerega (El Pais)

    https://espresso.repubblica.it/dossier/pandora-papers/2021/10/11/news/pandora_papers_legionari_di_cristo-321720400/

  • Abusi sessuali, la Curia scende in campo per don Tempesta

    Abusi sessuali, la Curia scende in campo per don Tempesta

    di Ersilio Mattioni – BUSTO GAROLFO (MILANO) – La Curia scende in campo per don Emanuele Tempesta. Il coadiutore dell’oratorio del Sacro Cuore di Busto Garolfo, nel Milanese, dallo scorso venerdì 16 luglio è indagato per abusi sessuali su 7 minorenni. Le vittime sarebbero tutti ragazzi tra gli 8 e 12 anni che frequentano la parrocchia.

    Abusi sessuali, la strategia di don Tempesta

    Il religioso si professa innocente e, nel corso del primo interrogatorio davanti al Gip di Busto Arsizio, ha respinto tutte le accuse. Il don ha dichiarato di “non avere la minima idea” di ciò che gli viene contestato. Ma don Tempesta ha compiuto anche un altro passo. Nelle scorse settimane, infatti, ha revocato il mandato al suo avvocato per mettere la sua difesa nelle mani di Mario Zanchetti. Quest’ultimo è un legale di fama con studio a Milano e specializzato in questo tipo di reati. L’avvocato, infatti, difende moltissimi dei sacerdoti della diocesi di Milano che sono accusati (o sono stati accusati) di abusi e violenza sessuale sui minorenni.

    L’avvocato Zanchetti

    Anche di recente il nome di Zanchetti è salito alla ribalta delle cronache. L’avvocato penalista della Curia ha difeso don Mauro Galli, il prete (ex parroco di Rozzano con un passaggio a Legnano) che lunedì 5 luglio è stato condannato anche in Appello a 5 anni e 6 mesi di reclusione per abusi sessuali nei confronti di un minorenne. La particolarità di questa vicenda risiede nel tentativo di Zanchetti, per conto della Curia, di evitare che la famiglia della presunta vittima si costituisse parte civile al processo. Tentativo riuscito grazie al maxi risarcimento da 150.000 euro, pagato dal sacerdote con un assegno circolare ai genitori del ragazzo che sarebbe stato vittima di abusi.

    La strategia di Zanchetti

    Non sappiamo se la strategia di Zanchetti, nel caso di don Tempesta, possa essere la stessa (cioè risarcire le famiglie dei 7 bambini coinvolti), ma di certo questa appare un’ipotesi meritevole di approfondimento. Anche don Galli, infatti, si è sempre professato innocente (ammettendo di aver dormito con il minorenne, ma negando di aver abusato di lui sessualmente), eppure ciò non ha impedito che la strategia difensiva prevedesse l’erogazione di una somma consistente come risarcimento danni. Naturalmente questo scenario è ipotetico e don Tempesta dovrebbe essere d’accordo, mentre al momento il sacerdote dell’oratorio sembra intenzionato a difendersi negando tutto. Le denunce delle mamme, d’altra parte, non bastano per accertare una responsabilità, che deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio.
    https://www.liberastampa.net/abusi-sessuali-curia-in-campo-per-don-tempesta/
  • Prete arrestato per abusi sui bambini, in paese c’è chi lo difende

    Prete arrestato per abusi sui bambini, in paese c’è chi lo difende

    Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta che ha portato all’arresto di don Emanuele Tempesta, 29 anni, vicario parrocchiale di Busto Garolfo, nell’Altomilanese. La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio. Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla stessa Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto Garolfo c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete fermato dalla quarta sezione della Mobile di Milano a Bardonecchia, dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come un “tradizionalista religioso”, ma “incapace di fare male ai bambini”, che secondo l’accusa sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa. Intanto, le attività degli investigatori continuano. Sotto esame scrupoloso tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati da don Emanuele, che si è difeso respingendo accuse definite “false e infamanti”.

    Gli episodi di molestie sessuali a bambini presentati al gip Stefano Colombo dal pm di Busto Flavia Salvatore metteranno a dura prova il poll di avvocati guidati da Mario Zanchetti, incaricato di difendere il ventinovenne sacerdote nativo di Cornaredo ancora agli arresti domiciliari. A Busto Garolfo si cerca di guardare oltre questa tristissima vicenda. E in parrocchia, con difficoltà, si cerca di ripartire. Le attività estive non sono state interrotte e si sono concluse regolarmente grazie anche alla collaborazione di alcuni sacerdoti venuti in soccorso del settantunenne parroco don Ambrogio Colombo trovatosi, nel giro di poche ore, a guidare in solitaria una comunità di poco meno di quattordicimila persone.

    Il vicario episcopale monsignor Luca Raimondi, spedito a Busto Garolfo dall’arcivescovo Mario Delpini, ha chiesto alla comunità di pregare e di mantenere il riserbo su una vicenda che ha lacerato tutti.