Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Pescara

  • Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    È morto nella tarda mattina di oggi, presso l’ospedale di Penne, don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Ne dà notizia l’arcidiocesi di Pescara-Penne.

    Don Toscan, malato da diverso tempo, era nato a Cologna Veneta (Vr) nel 1936 ed era stato consacrato sacerdote nel 1966.

    Il funerale del presbitero, che per tanti anni è stato anche parroco di Roccafinadamo, sarà celebrato domani, sabato 6 febbraio, alle 15, nella chiesa della Madonna del Carmelo in Penne. La salma sarà tumulata nel cimitero di Roccafinadamo.

    (A.B.)

    Diocesi: Pescara, morto don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Domani pomeriggio i funerali

  • Le acrobazie di don Bruno Toscan per sfuggire alle accuse di pedofilia. Il prete calunnia la vittima con una falsa querela per estorsione

    Le acrobazie di don Bruno Toscan per sfuggire alle accuse di pedofilia. Il prete calunnia la vittima con una falsa querela per estorsione

    Più che un uomo di chiesa sembrerebbe “il demonio” in terra. Questo quello che emerge dal profilo che abbiamo potuto ricostruire su don Bruno Toscan, incardinato presso la diocesi di Pescara – Penne, oggi Pro Rettore della Cattedrale di Penne.

    Sul caso sta indagando per competenza territoriale la Procura della Repubblica di Verona dietro querela di parte depositata dalla presunta vittima, difesa dal legale della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri del Foro di Roma.

    I fatti si svolgono nell’estate del 1993, presso Villa Fascinato in Legnago (VR) durante una gita organizzata dalla parrocchia alla quale partecipò anche don Bruno Toscan.

    Nel 2014, a distanza di anni, la presunta vittima prende consapevolezza del trauma e accompagnato dalla moglie decide di incontrare don Bruno. Pochi giorni dopo l’incontro, il sacerdote si rivolge al Comando dei Carabinieri di Penne e, ignaro del fatto che la presunta vittima ha registrato l’incontro avvenuto pochi giorni prima, in totale malafede e a scopo di calunnia, querela la presunta vittima per tentata estorsione; querela che la Procura archivierà perché il fatto non sussiste.

    Ma torniamo ai giorni nostri quando la presunta vittima si rivolge alla Rete L’ABUSO per reclamare i suoi diritti e inizia l’indagine e l’acquisizione del materiale in essere nelle varie procure. Tra questo materiale anche la falsa querela per estorsione fatta dal prete ai danni della vittima – che querelerà il prete non più solo per i presunti abusi, ma anche per la calunnia – nella quale scopriremo un’anomalia, ovvero un messaggio SMS che il sacerdote mette nero su bianco nella falsa querela.

    Quel messaggio che dice testualmente “la pedofilia è un reato punito con la reclusione la vittima ha diritto al risarcimento economico sennò il colpevole verrà denunciato presso questura, arcivescovo, Iene ecc.” spinge il Presidente della Rete L’ABUSO a mettere sull’attenti il suo assistito, in quanto il contenuto è grave.

    Ma è così che si scopre che quel messaggio non è stato mandato dal nostro assistito poichè l’utenza telefonica dalla quale è stato inviato il messaggio non è mai stata intestata a lui: probabilmente, è un’altra vittima ad aver inviato quel messaggio dai toni realmente estorsivi. Il sacerdote lo attribuì al nostro assistito, probabilmente per il solo fatto che lo ricevette pochi giorni dopo la sua visita.

    Ora la domanda è se ci sono altre vittime e quante possono essere.

    L’ufficio di Presidenza

  • PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    “Allora io avevo 14 anni e avevo appena conseguito la licenza media e mia madre per premiarmi mi mando li”.

    Di Francesco Zanardi

    Inizia così il racconto di Giorgio (nome di fantasia) oggi trentenne, il ricordo di quella gita che oggi, dopo la nascita di suo figlio è riemersa nei suoi ricordi.

    I fatti risalgono alla metà degli anni 90 e sarebbero avvenuti durante una gita estiva con la parrocchia in una villa del veronese e non riguarderebbero solo Giorgio, ma anche un suo amichetto di allora che verso gli ultimi giorni di quella settimana in gita con la parrocchia, fu invitato insieme a Giorgio a dormire nella camera del prete.

    Dal racconto della vittima fatto alla Rete L’ABUSO emerge che il prete era piuttosto chiacchierato tant’è che quando abbiamo verificato le testimonianze fornite dalla presunta vittima, è emerso, proprio da una di quelle persone che in quella gita erano i responsabili dei ragazzi, il ricordo chiaro proprio di quella sera. La prima risposta che da il testimone appena gli viene fatto il nome del prete è “ il maniaco? ”, poi racconta che ci fu un’accesa discussione quando il prete comunicò allo staff che i due ragazzi avrebbero dormito con il prete, lui si oppose, ma poi intervennero altri due persone dello staff e finirono a dormire con il prete. Ricorda che la mattina successiva Giorgio e il suo amico erano “sconvolti”.

    Dopo quella gita neppure Giorgio fu graziato dalle tante problematiche che l’abuso sessuale porta a chi lo subisce, ma poco dopo la nascita del figlio, il riemergere di quel ricordo lo ha portato a voler approfondire ed è così che ha affrontato il prete.

    Qui il racconto si fa quasi rocambolesco perché dopo quella visita nella quale Giorgio non cercava nulla di più che l’ammissione del prete, viene convocato dai carabinieri e scopre che il prete lo ha querelato.

    Al momento ci riserviamo di fare il nome del prete nei confronti del quale è stata sporta formale querela, ci limitiamo a dire che il sacerdote è ancora in servizio e sia lui, sia la diocesi di Pescara – Penne sono state messe in mora, quindi sono informate.

    Francesco Zanardi

  • “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    Un presunto caso di pedofilia vedrebbe coinvolti a vario titolo tre sacerdoti e un diacono della diocesi di Isernia. La denuncia è partita da Giorgio, che afferma di aver subito gli abusi sessuali quando era solo un bambino prima in Polonia e poi in Italia. La Procura di Isernia ha aperto un’inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche le autorità ecclesiastiche sono state informate ma finora nessun provvedimento è stato preso contro gli accusati.

    “Don M., ti ricordi quando mi facevi dormire coi tuoi cani e ti masturbavi quando si avvicinavano a me? Spero che tu abbia migliorato il tuo rapporto con gli animali, oltre che coi minorenni”. Parole dure come pietre quelle scritte da Giorgio, un uomo di 34 anni, che ha trovato la forza di denunciare l’inferno vissuto da piccolo.

    Giorgio è nato a Lublino, in Polonia, da una famiglia problematica: il padre alcolizzato, violento, quasi assente. E’ solo un bambino quando viene avvicinato da Don M., un sacerdote polacco che comincia a ricoprirlo di attenzioni. Un interesse che nasconde ben altro e a dodici anni cominciano i primi abusi. Dopo poco il prete arriva in Italia, nella diocesi di Isernia, da dove continua a mantenere i contatti con il bambino. Grazie alla fiducia riposta dalla famiglia, il sacerdote riesce a portarlo con sé. In un primo momento per brevi soggiorni vacanza in estate ma, dopo aver ottenuto l’affidamento di Giorgio, Don M lo porta a vivere nella sua parrocchia in Molise.

    Tra le mura ecclesiastiche le sopraffazioni continuano, anzi, si moltiplicano. Le punizioni sono al limite del sadismo e il ragazzo è costretto a dormire con i cani, segregato per giorni senza poter uscire dalla parrocchia. Giorgio riesce comunque ad integrarsi: va a scuola e comincia a confidarsi con amici e con altri tre parroci vicini a Don M. Tra questi c’è un esorcista che, invece di fermare l’aguzzino, prova a convincere l’adolescente che gli abusi sono una visione del demonio. Non solo, un altro dei sacerdoti gli avrebbe offerto del denaro per mantenere relazioni sessuali. Già maggiorenne, Giorgio decide di trasferirsi nel nord Italia, cercando di seppellire dietro di sé gli orribili ricordi dei maltrattamenti subiti. Dopo anni di cure capisce che deve togliersi questo peso e contatta l’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura”, impegnato nella difesa delle vittime degli abusi sessuali.

    A raccontare a Fanpage.it la storia di Giorgio è stato proprio il suo legale che, di fronte alla gravità dei fatti, ha presentato una denuncia alla Procura di Isernia. Cavaliere a giugno dell’anno scorso ha informato anche le autorità ecclesiastiche ma, come ci tiene a sottolineare, da allora nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei tre parroci e del diacono che sarebbero coinvolti negli abusi. “Il nostro atto d’accusa – ha ribadito il legale – è rivolto alle curie di Lublino, in Polonia, e di Isernia che non hanno fatto nulla. Da loro ci aspettiamo un segnale che non è ancora giunto”. Il prete accusato degli abusi e gli altri tre prelati continuano ad indossare l’abito talare in altre parrocchie sempre della stessa diocesi in cui si sarebbero consumate le violenze e – come rimarca Cavaliere – sempre a contatto con i bambini.

    Ma se la curia tace, la magistratura è al lavoro. Il procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha assicurato che gli inquirenti sono al lavoro per far completa luce sulla vicenda. “Non rimaniamo di certo inerti di fronte ad una denuncia per pedofilia”, ha dichiarato il magistrato. “La denuncia c’è ed è stata presentata parecchi mesi fa”. Per il resto bocche cucite e nessun altro particolare è emerso dalle indagini. “Abbiamo analizzato la denuncia e crediamo occorra mantenere il massimo riserbo e segretezza vista l’estrema delicatezza della materia”, il commento di Albano.

    Il vescovo di Isernia ai primi di gennaio ha ammesso che anche la diocesi sta accertando eventuali responsabilità dei membri della Chiesa. A Giorgio e al suo avvocato non basta e sono intenzionati ad andare fino in fondo. “Alle Diocesi di Isernia, Pescara, Lublino. Vi diamo 10 giorni. I 10 giorni per rimuovere don M., che abusò di me dalla parrocchia con cui è a contatto coi bambini; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia nella diocesi di Pescara don R., che mi chiese sesso a pagamento; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia l’esorcista don G., che mi disse che i miei abusi erano frutto del demonio; 10 giorni per rimuovere dalla parrocchia don E., che ancora dice di distinguere notizie vere e false e non ci ha mai detto quello che sapeva. Poi faremo nomi e cognomi.” E’ l’ultimatum lanciato da Giorgio alle autorità ecclesiastiche.

    Mancano pochi giorni alla scadenza del aut aut e l’avvocato Cavaliere, raggiunto al telefono da Fanpage.it, sta valutando con il suo assistito il momento per rivelare l’identità dei sacerdoti coinvolti nel presunto scandalo di pedofilia. “Non chiedo risarcimenti o vendetta”, scrive Giorgio su Facebook. “Vorrei soltanto che le persone aprissero gli occhi per poter evitare la mia stessa esperienza ad un altro ragazzino”.

    https://www.fanpage.it/don-m-ricordi-quando-mi-masturbavi-tra-i-cani-ma-il-prete-serve-ancora-messa-a-isernia/

  • La legge vaticana del più forte

    La legge vaticana del più forte

    Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
    PEDOFILIA
    di Federico Tulli

    “Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

    Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

    Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

    I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

    Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

    Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

  • Prete sospettato di abusi, veglia di solidarietà di alcuni fedeli

    Prete sospettato di abusi, veglia di solidarietà di alcuni fedeli

    Oggi in programma incidente probatorio

     Procedono da un lato l’inchiesta della Procura e dall’altro il processo canonico della diocesi di Pescara a carico di don Vito Cantò, l’ex parroco di Villa Raspa di Spoltore accusato di abusi ai danni di un ragazzo ancora minorenne all’epoca dei fatti.

    Il processo canonico si trova già in fase di dibattimento, che qualora dovesse concludersi con una condanna potrebbe comportare per il prete, già sospeso dalle mansioni sacerdotali “ad cautelam” circa 16 mesi fa dal vescovo Tommaso Valentinetti, una limitazione del ministero o, addirittura, la perdita dello stato clericale.

    Più lenta, invece, procede l’inchiesta della Procura di Pescara, che oggi andrà a dotarsi di un tassello fondamentale per il prosieguo: è infatti previsto l’incidente probatorio del ragazzo che, all’epoca 15enne, sarebbe stato vittima degli abusi del prete. Il giovane, sostenuto da due medici nominati dal gip, dovrà rispondere alle domande che gli porranno il gip stesso, il pm e gli avvocati di tutte le parti: la sua versione dei fatti su quel che sarebbe accaduto nel periodo di tempo compreso tra il 2011 ed il 2012 verrà cristallizzata ed entrerà a far parte del processo.

    Nel frattempo, alcuni fedeli della parrocchia di Villa Raspa e di Spoltore hanno deciso di organizzare una veglia di solidarietà per il prete, che avrà luogo a partire dalle 19:30 in largo San Giovanni a Spoltore. Nel corso della veglia, oltre a dedicare preghiere a don Vito, verranno inoltre fornite testimonianze circa le esperienze positive di alcune famiglie con lui.

    http://www.abruzzo24ore.tv/news/Prete-sospettato-di-abusi-veglia-di-solidarieta-di-alcuni-fedeli/148435.htm