Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Ravenna

  • Sesso con quattro ragazzini, Giovanni Desio va in carcere

    Sesso con quattro ragazzini, Giovanni Desio va in carcere

    Ravenna, 15 novembre 2016 – Condanna definitiva e carcere inevitabile. In tarda serata i giudici romano della Suprema Corte hanno dichiarato «inammissibile« il ricorso presentato dall’ex sacerdote Giovanni Desio. Per lui la pena resta perciò quella a otto anni e otto mesi di carcere inflittagli in appello a Bologna per avere avuto rapporti sessuali con quattro ragazzinitra i 12 e i 15 anni a lui affidati.

    Desio – 54 anni, nato a Milano ma a lungo residente a Saronno (Varese) e per 13 anni parroco di Casal Borsetti – era stato arrestato nella canonica rivierasca dalla polizia il 5 aprile del 2014 soprattutto sulla scorta di intercettazioni dal contenuto esplicito. Le manette erano piombate quando stava facendo le prove di matrimonio con una giovane coppia.

    Dopo sette mesi in carcere a Forlì, Desio aveva ottenuto i domiciliari in una struttura di Città di Castello, in provincia di Perugia, che accoglie preti segnati da problematiche personali di varia natura. Ma a causa di frizioni interne, quest’anno aveva ottenuto il trasferimento sempre ai domiciliari in una struttura di Barza d’Ispra, in provincia di Varese, che si occupa di anziani. E il suo compito era per lo più di leggere loro il giornale. Il 54enne è ora in attesa che gli notifichino la carcerazione visto che il tipo di reato a lui addebitato non prevede sospensioni all’esecuzione pena.

    Confermate dunque tutte le provvisionali per 420 mila euro assegnate alle parti civili: tre minorenni attraverso i loro genitori, la Diocesi di Ravenna-Cervia e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’ attiva a Ravenna dal 2003. Ai quattro giovani – oltre che di Ravenna sono delle province di Bergamo e di Treviso – l’ex sacerdote, per il quale il Vaticano da tempo ha provveduto alla dispensa dallo stato clericale, aveva dato in totale 100 mila euro di risarcimenti.

    Desio per la prima volta era salito alla ribalta delle cronache quando nel febbraio 2014 con la sua Bmw X1-18 nuova da 35 mila euro era finito in un canale ed era stato salvato in extremis da due fedeli. Secondo le analisi guidava completamente ebbro d’alcol. E l’inchiesta sul sesso in canonica è figlia di quell’episodio: perché l’allora don aveva usato uno dei profili Facebook dei minori per attaccare i giornalisti con parole di fuoco. Ma le perplessità del padre del ragazzo per quei post erano giunte sui tavoli della polizia. Le intercettazioni avevano fatto il resto. E l’allora don era finito in carcere poco prima di Pasqua, periodo nel quale avrebbe dovuto incontrarsi con uno dei giovani per trascorrere assieme un periodo di vacanza.

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/giovanni-desio-1.2682643?wt_mc=fbuser

  • Pedofilia, sconto di pena per l’ex prete Giovanni Desio

    Pedofilia, sconto di pena per l’ex prete Giovanni Desio

    Ravenna, 27 novembre 2015 – Ha ottenuto uno sconto di pena di due anni rispetto alla condanna che aveva rimediato in primo grado dal Gup del Tribunale di Ravenna. Nel pomeriggio a Bologna è finito con una condanna a otto anni e otto mesidi carcere il processo d’appello contro Giovanni Desio, per 13 anni parroco di Casal Borsetti, sul litorale ravennate, accusato di avere avuto rapporti sessuali con almeno quattro ragazzini a lui affidati di età tra i 12 e i 15 anni.

    Cinquantatrè anni, anni, nato a Milano, a lungo residente a Saronno, in provincia di Varese, e arrestato per questa vicenda la mattina del 5 aprile 2014 dalla polizia in canonica a Casal Borsetti, Desio dopo un periodo in carcere a Forlì si trova ancora ai domiciliari in una struttura di Città di Castello, in provincia di Perugia, che accoglie preti segnati da problematiche personali che possono andare da turbe della sfera sessuale a depressioni. Da tempo il Vaticano lo ha dimesso dallo stato clericale dispensandolo di conseguenza dal celibato.

    Confermate tutte le provvisionali assegnate alle parti civili: due minorenni attraverso i loro genitori, la Diocesi di Ravenna-Cervia e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’, attiva sul territorio ravennate dal 2003.Finora ai quattro minorenni Desio ha dato 100 mila euro, somma ritenuta non congrua ai danni subiti.

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/don-desio-condanna-appello-1.1525162

  • Abusi sessuali su quattro minorenni 10 anni e 8 mesi per l’ex parroco Desio

    Abusi sessuali su quattro minorenni 10 anni e 8 mesi per l’ex parroco Desio

    L’accusa aveva chiesto 9 anni. Il 53enne a Casalborsetti dal 2001 al 2014 ora a Perugia in un centro di recupero dopo 7 mesi di carcere

    La sentenza del giudice è stata più pesante della richiesta dell’accusa: il 53enne Giovanni Desio, ex parroco a Casalborsetti dal 2001 al 2014, è stato condannato a dieci anni e otto mesi (18 mesi in più della richiesta del pm) per violenza sessuale su minori. Un anno dopo l’arresto nella canonica di Casalborsetti è arrivata quindi la condanna in primo grado per Desio che da lunedì scorso non è più un sacerdote: il Vaticano aveva trasmesso alla diocesi di Ravenna il decreto con cui lo ha dimesso dallo stato clericale e contemporaneamente gli ha dato la dispensa dal celibato.

     Desio, originario di Milano, è accusato di avere fatto sesso tra il 2010 e il 2014 con alcuni ragazzini tra gli 11 e i 15 anni a lui affidati dai familiari. Quattro i giovanissimi individuati dalla Procura tra le parti offese: sono delle province di Ravenna, Bergamo e Treviso. Ma è accusato anche di violenza sessuale per avere millantato qualifiche infermieristiche al fine di visitare un paio di giovani. L’ex prelato, difeso dall’avvocato Battista Cavassi, dopo sette mesi di carcere a Forlì, si trova da mesi in un apposito centro di recupero della provincia di Perugia.

    L’indagine condotta dalla squadra mobile di Ravenna era partita un paio di mesi prima dell’arresto avvenuto ad aprile 2014, dalla denuncia di un genitore di un bambino della località rivierasca che aveva confessato al padre di aver dato le credenziali di accesso al proprio profilo Facebook al prete che lo aveva poi utilizzato per rilanciare la propria immagine dopo un volo nel canale del paese con il suo suv Bmw nuovo da 35 mila euro e un tasso alcolemico di quasi quattro volte i limiti.

  • Il prete pedofilo di Casalborsetti è stato espulso dalla Chiesa

    Il prete pedofilo di Casalborsetti è stato espulso dalla Chiesa

    Giovanni Desio ha ricevuto il provvedimento della Santa Sede direttamente dalle mani dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni.

    Dopo la sospensione a divinis poco dopo essere stato arrestato dalla polizia per l’ex parroco di Casalborsetti è arrivata anche l’espulsione da parte del Vaticano. La Santa Sede ha trasmesso alla Diocesi di Ravenna il decreto della congregazione per la Dottrina della Fede con cui è stato dimesso dallo stato clericale e contemporaneamente gli ha dato la dispensa dal celibato.

    Giovanni Desio, l’ex don e Zio John, come lo chiamavano i suoi fedelissimi, ha ricevuto il provvedimento direttamente dall’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni che l’ha reso pubblico con una nota dove si legge: “Su disposizione della Santa Sede il provvedimento canonico è stato consegnato direttamente dall’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni nelle mani dell’interessato qualche giorno fa. L’invito dell’arcivescovo ai sacerdoti e ai fedeli è di pregare perché i tempi della pena e della cura siano efficaci e portino davvero a un rinnovamento e a una guarigione profonda”.

    Desio, 53 anni, nato a Milano ma residente a Saronno, in provincia di Varese, era stato sospeso a divinis poco dopo essere stato arrestato dalla polizia con l’accusa di avere fatto sesso con alcuni minorenni tra il 2010 e il 2014, di adescamento di minori e di violenza sessuale per avere millantato qualifiche infermieristiche al fine di visitare e abusare di un paio di essi. La sentenza è attesa per venerdì.

  • Preti pedofili, chiesti 9 anni per don Desio: “Provo profonda vergogna”

    Preti pedofili, chiesti 9 anni per don Desio: “Provo profonda vergogna”

    Il 53enne originario di Milano ed ex parroco di Casalborsetti, arrestato il 5 aprile 2014 con l’accusa di atti sessuali su quattro minori che gli erano stati affidati, ha chiesto scusa con una lettera e ha offerto 100mila euro di risarcimento in totale alle famiglie delle quattro parti civili che si sono costituite.

    È di 9 anni di reclusione la richiesta avanzata dal pm alla seconda udienza del rito abbreviato contro don Giovanni Desio, 53enne originario di Milano ed ex parroco di Casalborsetti, arrestato il 5 aprile 2014 con l’accusa di atti sessuali su quattro minori che gli erano stati affidati. L’udienza, avvenuta al Palazzo di Giustizia di Ravenna di fronte al gup Antonella Guidomei, segue quella del 9 marzo scorso, in cui si erano costituite quattro parti civili: due minorenni con i genitori, la Diocesi di Ravenna-Cervia e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’, attiva sul territorio dal 2003. Non si erano costituiti, invece, il Comune di Ravenna e altri due ragazzini molestati.

    Il prete, sospeso a divinis, dopo aver trascorso oltre sette mesi nella sezione ‘protetti’ del carcere di Forlì, si trova ora agli arresti domiciliari in una struttura religiosa di Città di Castello. Sono in tutto quattro i reati dei quali ‘zio John’, come lo chiamavano i fedeli, deve rispondere, a partire dall’avere fatto sesso con ragazzini tra i 12 e i 15 anni a lui affidati. Il parroco, su indicazione del suo avvocato, era presente in aula ma, al termine dell’udienza, non ha rilasciato dichiarazioni ai numerosi giornalisti e fotografi assiepati nel corridoio. Solo pochi giorni fa, però, con una lunga lettera recapitata alle testate locali, il prete che per tredici anni ha prestato servizio nella località rivierasca, aveva fatto mea culpa, chiedendo perdono alle giovani vittime, alle famiglie, alla Chiesa, all’Arcivescovo e alla comunità intera per “avere praticato e diffuso il male, facendo vacillare la fede di molti”. Un riferimento, quello alla comunità intera, addotto anche tra le motivazioni dellaDiocesi nella sua decisione di costituirsi parte civile, sottolineando la volontà di prendere le distanze dal parroco di Casalborsetti non solo per il danno d’immagine subito dall’operato dei sacerdoti, ma anche per il danno alla morale collettiva.

    “Ha scritto e riscritto diverse volte le sue memorie in questi mesi di detenzione a Città di Castello – ha commentato l’avvocato difensore di don Giovanni Desio, Battista Cavassi –, mesi in cui ha anche pensato al suicidio”. Il parroco, ripercorrendo la vicenda e mettendo nero su bianco il proprio stato d’animo, ha confessato di avere commesso “quei fatti che sono nei capi d’imputazione” e del cui ricordo ha “profonda vergogna”. Ha inoltre invocato il perdono, seppur conscio di “non meritarlo per l’enormità dei peccati commessi”. Desio non si è definito pedofilo, ma ha fatto riferimento a una “pericolosa e ripugnante deriva efebofila” alla quale è stato “strappato dall’arresto”, specificando però di non aver “mai fatto uso né di violenze né di minacce” . In carcere, scrive ancora Desio, “ho capito, fino in fondo, quanto fosse stata grande la mia ingratitudine verso Dio e verso il mio prossimo”. Infine, il parroco ha definito il pentimento come una condizione che deve essere “permanente”, un “cammino senza fine che passa attraverso il rimorso, la costrizione e la volontà di riparare”.

    L’abbreviato, che garantisce al parroco lo sconto di un terzo della pena (rischiava fino a 14 anni), sarà condizionato dalla testimonianza del direttore della struttura di Città di Castello, dove l’ex sacerdote sta scontando i domiciliari dallo scorso novembre; per i risarcimenti, Desio ha avanzato la proposta di 100mila euro totali per le quattro famiglie. La sentenza è prevista per il 15 maggio.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/18/preti-pedofili-chiesti-9-anni-per-don-giovanni-desio-provo-profonda-vergogna/1602973/

  • «Abusi sul chierichetto». Il gip proscioglie il parroco

    «Abusi sul chierichetto». Il gip proscioglie il parroco

    Il caso di un giovane laico consacrato originario del Sannio avvenuto in provincia di Ferrara.

    Una storia di sesso fra un giovane laico consacrato originario di Benevento ed un parroco in servizio in una chiesa in provincia di Ferrara. Fatta di telefonate fra i due e confidenze fatte ad un amico che avevano finito con lo scagionare il prelato dall’accusa di violenza sessuale mossa dal legale del chierichetto. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ferrara ha optato per l’archiviazione del fascicolo che vede coinvolto anche un giovane sannita, protagonista – suo malgrado – di un triste vicenda avvenuta nella diocesi di Ravenna-Cervia. Come riportato dalle agenzie, il giovane nella sua denuncia aveva parlato di inviti espliciti e di violenze sessuali messe in atto da quel prete che da pochissimo tempo lo stava seguendo nel suo percorso religioso.

    Una ricostruzione che però non ha convinto la squadra Mobile ferrarese ed il pm Filippo Di Benedetto: tra i due c’erano stati infatti rapporti sessuali liberi, consenzienti e consapevoli fin dal primo incontro avvenuto nell’autunno del 2012. Nessuna violenza, dunque, come lamentato dal giovane originario della provincia di Benevento e difeso dall’avvocato Nicola Casadio. Che ha presentato opposizione alla decisione del Gip di archiviare il caso.

    Già le sue dichiarazioni, all’epoca ventenne, erano state definite dagli inquirenti “lacunose e contraddittorie”: per la Procura il suo allontanamento dalla canonica era semplicemente legato ai regolamenti interni, che non prevedono permanenze superiori per gli ospiti ai 10-15 giorni, e non al disappunto del prete dopo avere appreso della denuncia a suo carico. Oltretutto, dalle indagini era emerso come entrambi avessero in comune una frequentazione con una piattaforma internet gay e diversi sms scambiati sui rispettivi telefonini. Ma il legale del giovane che accusa il parroco di abusi sessuali non ci sta. Il teste determinante, che avrebbe rivelato la natura affettiva della tresca, sarebbe il braccio destro del parroco. Di qui la richiesta di un confronto tra i due per provare a ricostruire la vicenda. Il “don”, da parte sua, non solo aveva negato le violenze sessuali, ma aveva negato ogni contatto fisico con il giovane, tanto da avere presentato una denuncia per calunnia.

    di GbL

    http://www.ottopagine.it/bn/cronaca/10962/abusi-sul-chierichetto-il-gip-proscioglie-il-parroco.shtml

  • Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

    Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

     di Andrea Alberizia – Alla diocesi di Ravenna esisterebbe un archivio, accessibile al vescovo e alle alte sfere ecclesiastiche, dove starebbe un fascicolo riservato che porta sopra il nome di Giovanni Desio e raccoglierebbe tutte le informazioni personali, comprese eventuali segnalazioni su atteggiamenti dubbi e comportamenti sospetti, catalogate dalla curia sulla figura del 52enne nato a Milano e parroco di Casalborsetti dal 2000 fino allo scorso 5 aprile quando è stato arrestato per adescamento e atti sessuali con minorenni.

    Dell’esistenza di questo fascicolo è convinto Francesco Zanardi, portavoce dell’associazione nazionale Rete l’Abuso, un gruppo di attivisti, vittime e professionisti volontar (altro…)

  • La Curia di Ravenna nel mirino della Rete L’ABUSO denunciati i vescovi. Altissimo rischio di inquinamento prove, la Procura intervenga!

    La Curia di Ravenna nel mirino della Rete L’ABUSO denunciati i vescovi. Altissimo rischio di inquinamento prove, la Procura intervenga!

     La Conferenza Episcopale Italiana e il suo Presidente Angelo Bagnasco hanno adottato le linee guida sugli abusi sessuali perpetrati da preti sui minori.

    Per i vescovi non ci sarà obbligo di denuncia perché non sono pubblici ufficiali, e trincerandosi dietro questo dettaglio procedurale, i vescovi si stanno sottraendo alla responsabilità della vigilanza dei minori affidati ancora oggi alle cure del clero.

    Ma per i vescovi che verranno a conoscenza dei crimini commessi dai sacerdoti appartenenti alle loro diocesi, dovrà valere pur sempre la responsabilità stabilita dal secondo comma dell’art. 40 del codice penale secondo il quale “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”

    E’ quanto emerge dalla ordinanza del GIP del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012, che ha ravvisato la responsabilità di un vescovo, Dante Lafranconi, il quale ha coperto pedofili e non ha fatto nulla per impedire che potessero continuare ad abusare di minori.

    Nel caso di don Giovanni Desio al momento emergono 5 vittime, diverse denunce anche pubbliche, alcune addirittura a mezzo stampa che però sembra siano rimaste in’ascoltate. A mettere fine, anche questa volta c’è voluta la magistratura, altrimenti chissà per quanto altro tempo in curia non se ne sarebbero accorti, chissà quante altre vittime.

    Eppure di Desio non emerge un profilo così rassicurante, da chi aveva ritirato i figli vietando di avvicinarsi alla parrocchia a chi aveva invece comunicato anche alla curia i suoi “sospetti” sul sacerdote, il ragazzino veneto fuggito di casa e ritrovato dai servizi sociali affidato a Desio, nonché le sue “bizzarrie” denunciate persino a suon di articoli di stampa.

    Ma possibile che la curia non abbia mai avuto sospetti? O forse hanno agito con troppa leggerezza omettendo la vigilanza di cui per l’articolo 40 comma 2 sarebbero responsabili e penalmente perseguibili?

    La curia i sospetti li ha avuti eccome infatti corre ai ripari, non a caso arriva una squadra di tre avvocati tra cui un civilista per proteggere i beni della Diocesi, la quale istituisce anche una al quanto sospetta «equipe per la tutela dei minori» composta dal vicario generale e da un parroco, da una dottoressa psicologa psicoterapeuta, da una dottoressa neuropsichiatra infantile, da una giurista che esercita nel foro ecclesiastico, da un civilista e da un canonista.

    Ci auguriamo che la magistratura intervenga immediatamente impedendo che la Diocesi possa avere contatti con i minori coinvolti e non, almeno fino alla chiusura delle indagini.

    Il rischio di inquinamento delle prove è altissimo e non si può permettere che questo accada soprattutto in questa vicenda dai contorni ancora molto torbidi.

    Questa la denuncia inoltrata oggi dalla Rete L’ABUSO alla Procura della Repubblica di Ravenna nella quale si chiede che l’indagine sulle molestie commesse da don Desio venga allargata anche alle responsabilità dei Vescovi che negli ultimi 10 anni (prescrizione) sono stati a capo della Diocesi di Ravenna – Cervia.

    Il Portavoce Francesco Zanardi

  • I recenti scandali sessuali nella diocesi di Ravenna

    I recenti scandali sessuali nella diocesi di Ravenna

    Perquisito il seminario arcivescovile
    Caso don Ravagna: carabinieri nella sede di piazza Duomo e nella canonica della parrocchia di San Biagio

    28/03/2013 19:02

    RAVENNA – Due perquisizioni. Una nella canonica della parrocchia di San Biagio, alle porte del centro, l’altra all’interno del seminario arcivescovile, di fronte al duomo di Ravenna. I carabinieri sono entrati a metà della mattinata di ieri, prima nello stabile accanto alla pieve di via Chiesa, dove hanno sede uffici parrocchiali e alcuni alloggi, poi al seminario. A nessuno, durante quelle ore, è stato concesso di accedere fino a pochi minuti prima delle 13, quando, concluse le ispezioni, dalla sede di piazza Duomo sono usciti gli uomini dell’Arma seguiti dal legale della curia Enrico Maria Saviotti e dal parroco emerito di San Biagio nonché rettore del seminario don Giansandro Ravagna.

    Su quali siano i documenti o le riscontranze oggetto delle ricerche degli inquirenti vige il più stretto riserbo. Ma tutto fa pensare che la procura abbia aperto un fascicolo, legittimando le due azioni. Procedura che, va specificato, non è detto contenga alcuna ipotesi di reato. In gergo si parla di ‘modello 45’, un fascicolo aperto per i fatti che non costituiscono notizie di reato e che pertanto non richiedono persone indagate.
    Massima discrezione anche da parte della Curia. E’ ormai la mezza quando don Sandro – come amichevolmente lo chiamano i parrocchiani di San Biagio che per oltre 50 anni l’hanno conosciuto come sacerdote – esce dal seminario, preceduto dagli investigatori e scortato da Saviotti. Entra subito nel monvolume del legale parcheggiato all’ingresso, lato passeggero, sguardo fisso in avanti. “Per il momento non abbiamo nulla da dichiarare – spiega Saviotti portiera aperta -. Attendiamo. E’ un momento difficile a causa di questa situazione spiacevole che auspichiamo si concluda al più presto”. L’avvocato non si spinge oltre per chiarire la natura dell’ispezione.

    Sulla base però di alcuni fatti recenti che hanno coinvolto l’ambiente ecclesiastico le ipotesi che sorgono spontanee sono essenzialmente due. Va notato infatti che la perquisizione di ieri cade a poca distanza dalla divulgazione di una circostanziata lettera anonima (pubblicata da questo giornale) nella quale una madre ha denunciato presunte molestie che diversi anni fa un prete avrebbe dedicato al figlio – all’epoca di otto anni e ora 30enne – in una parrocchia della Diocesi. Abusi, continua la donna, che sarebbero stati rivolti anche ad altri ragazzini nel corso degli anni. In questo senso la presenza di padre Ravagna, in quanto rettore del seminario, può essere stata d’obbligo nel corso dell’ispezione avvenuta ieri in piazza Duomo.

    L’altra ipotesi invece tira in ballo il caso che vede l’81enne parroco emerito di San Biagio vittima dell’estorsione che la mattina del 5 marzo scorso ha portato all’arresto del 36enne lavapiatti camerunense Paul Ndejemene. Lo straniero è finito in manette non appena uscito dalla canonica di via Chiesa con 5mila euro consegnati dal don, frutto di una presunta estorsione a luci rosse. Finora tuttavia, dei presunti filmati a contenuto scabroso che ritrarrebbero il religioso assieme allo straniero non è emersa alcuna traccia. Anzi, sarebbe stato don Sandro stesso – come da lui riferito nella querela – ad averli distrutti non appena ottenuti dal camerunense. La perquisizione di ieri, in questo contesto, potrebbe rimandare a un’ulteriore ricerca di quei misteriosi video scomparsi.
    Federico Spadoni
    lospado@gmail.com

  • Ombre sul rettore del seminario nelle lettere di un parroco al vescovo

    Ombre sul rettore del seminario nelle lettere di un parroco al vescovo

    Il predecessore di don Ravagna lo accusa di rapporti omosessuali
    con un 24enne. La diocesi: «Equivoco chiarito con indagine interna»

    di Andrea Alberizia

    Due lettere l’hanno accusato di essere invischiato in uno scandalo omosessuale interno agli ambienti ecclesiastici ravennati, una terza lettera ha scagionato il prelato. Don Giansandro Ravagna – per la comunità religiosa cittadina semplicemente don Sandro, per cinquant’anni parroco della chiesa di San Biagio dove rimane tuttora in veste di sacerdote emerito e oggi vittima di una presunta estorsione ancora a sfondo omosessuale (vedi articoli correlati) – è stato al centro di un’indagine interna alla diocesi di Ravenna-Cervia aperta e chiusa tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Ravenna&Dintorni è venuto in possesso di una delle due lettere indirizzate a monsignor Giuseppe Verucchi, a quel tempo arcivescovo, in cui si chiedevano le dimissioni del prete dall’incarico di rettore del seminario che riveste dal 2008.

    Don Alvaro Marabini

    «Il fatto è accaduto qualche anno fa ma il tempo non ha la forza di attenuare un atto di così grave entità per un sacerdote. Sono a chiederle ancora una volta di invitare il rettore a rassegnare le dimissioni». Sono i passaggi più espliciti della lettera che don Alvaro Marabini, predecessore di Ravagna al seminario, scriveva nel gennaio 2010 a Verucchi perché risolvesse «l’affare rettore»: nel 2008 la guida dell’istituto ecclesiastico era passata nelle mani di Ravagna, tornato di nuovo al vertice del collegio dopo l’esperienza come rettore alla fine degli anni Settanta quando a nominarlo fu il vescovo di allora, Ersilio Tonini, oggi il più anziano cardinale vivente e tra i destinatari della missiva firmata da Marabini. Oltre a quelli di Verucchi e Tonini compare il nome di Luigi Amaducci, arcivescovo emerito. In buona sostanza le massime cariche, per notorietà e blasone, della Curia bizantina.

    «Abbiamo visto la Chiesa ferita, temiamo per la formazione dei seminaristi – si legge ancora nella lettera –. La coscienza non ci ha permesso di continuare a nascondere». I toni non sembrano lasciare dubbi sulla gravità delle circostanze. Al punto che nei due mesi precedenti don Marabini ha già inviato un’altra comunicazione scritta ma soprattutto ha già avuto due incontri di persona con Verucchi: «Durante il nostro colloquio abbiamo colto sul suo volto tanta sofferenza e sgomento, quella stessa sofferenza che ha preso anche noi facendoci passare notti insonni».

    Don Giansandro Ravagna

    Nella lettera non si fa riferimento a circostanze precise ma Ravenna&Dintorni, è in grado di ricostruire i dettagli. Marabini ha segnalato al vescovo presunti episodi di rapporti omosessuali avvenuti dieci-quindici anni prima tra Ravagna e un giovane parrocchiano all’epoca dei fatti 24enne, episodi appresi attraverso colloqui con un altro parroco amico del giovane. «Tutto un fraintendimento – spiega Enrico Maria Saviotti, avvocato della diocesi, disponibile a una dettagliata spiegazione –. C’è stata un’accurata indagine interna e si è verificato che non è accaduto nulla di quanto temuto. Il fascicolo è stato inviato anche a Roma. Abbiamo una lettera della presunta vittima che smentisce ogni circostanza». Lettera che il legale afferma essere dell’8 gennaio 2010 ma di non poterla mostrare per rispetto delle persone coinvolte.

    Attenzione alla data. La seconda missiva di Marabini, quella in nostro possesso, è datata 16 gennaio di tre anni fa. Cioè una settimana dopo il documento che per la diocesi ha chiuso la storiaccia. Marabini non ancora informato? In realtà sembrerebbe più che altro non ancora convinto: «È uscito dal seminato», dice senza mezzi termini Saviotti alzando gli occhi al cielo. E se non è arrivata una querela, lascia intendere l’avvocato, è solo per la misericordia della Chiesa.

    Due lettere scritte da un parroco al vescovo tra il 2009 e il 2010 gettano l’ombra dello scandalo omosessuale all’interno della diocesi bizantina. La Curia smentisce sostenendo si tratti di un equivoco chiarito

    Non parla mai di questione conclusa Marabini quando lo incontriamo nella sua parrocchia. Lasciato l’incarico di rettore, nel 2008 è stato trasferito ad Argenta, in provincia di Ferrara ma entro i confini della diocesi ravennate. Al termine della prima messa del mattino, domenica 17 marzo, si avvia verso la canonica accompagnato dal suono delle monete nel cestino delle offerte che ha raccolto ai piedi dell’altare. Quando ancora non sa che abbiamo la lettera prova a sminuirne il contenuto ma quando gli mostriamo il testo e leggiamo gli stessi passaggi che testimoniano la sua vivida preoccupazione di appena tre anni fa, ricordandogli che «il tempo non ha la forza di attenuare un atto di così grave entità», non può fare altro che confermare di averla scritta ma di non avere altro da aggiungere: «Sono un figlio della Chiesa – dice con tono pacato –. Cerchi di capire il mio obbligo di obbedienza, non posso dirle nulla. Ho raccontato le mie preoccupazioni ai miei superiori e quello è ciò che dovevo fare».

    Non risponde alle nostre domande ma una la fa lui a noi: «Lei come ha avuto la lettera?». E sulle mancate dimissioni di Ravagna? «Posso solo immaginare che il vescovo avrà fatto le sue verifiche, avrà molto pregato e anche io ho molto pregato». Accenni alla conclusione dell’indagine? Nessuno.

    Lo scorso novembre – quando il vescovo ausiliare di Reggio Emilia, Lorenzo Ghizzoni, venne nominato successore di Verucchi – un quotidiano emiliano, La Nuova Prima Pagina, scriveva così dell’incarico che lo attendeva: «La diocesi negli anni scorsi ha vissuto non pochi scandali legati alla presenza in seminario di sacerdoti dalla dubbia moralità e in diocesi di preti apertamente omosessuali, con alcuni casi molto incresciosi e persino l’intervento di un visitatore apostolico che di fatto fece rimuovere il rettore». Il visitatore, una sorta di commissario straordinario inviato dal Vaticano, intervenne durante il rettorato Marabini (2000-2008). Ma Saviotti smentisce che quella visita abbia influito sul cambio al vertice del collegio: «Si è trattato solo di un normale avvicendamento».

    A quel tempo si sparse addirittura la voce della chiusura della struttura. In occasione della giornata seminariale del 2009 fu Ravagna a sgombrare il campo dalle dicerie: «I ravennati hanno avuto un’informazione sbagliata». E spiegò che era solo una questione di razionalizzazione delle risorse: i seminaristi studiano a Bologna e tornano a Ravenna nel finesettimana per ritrovarsi nelle comunità dove alla fine degli studi svolgeranno la loro missione».

    24 – 03 – 2013