Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO- TG NEWS / Promo Vetrina 2

    Rete L’ABUSO- TG NEWS / Promo Vetrina 2

    Sembrava quasi impossibile organizzarsi in così poco tempo…
    Invece siamo pronti e in onda da sabato 2 settembre alle 12, con il primo TG tematico al mondo. Una rassegna stampa settimanale con la cronaca dall’Italia e dal mondo, a cura dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO.
    La controinformazione autorevole con i giornalisti che dall’inizio dello scandalo italiano hanno raccontato la storia e combattuto in prima persona al fianco dei sopravvissuti. Spesso pagandone le spese.
    Presento subito la Redazione e i giornalisti che hanno dato vita a questo progetto;
    Ludovica Eugenio – Redattrice di Adista
    Pier Elisa Rizzo – ANSA sicilia
    Federica Tourn – Giornalista indipendente
    Federico Tulli, giornalista ed autore di diversi libri in materia
    Alessio Di Florio – Redattore Word News
    Antonio Messina – Sopravvissuto
    Ed io, Francesco Zanardi – Sopravvissuto e Portavoce della rete
    Chiameremo questa puntata zero, in quanto abbiamo voluto cercare nell’ottica di una continuità di informazione, di dare un punto di partenza. Quindi le notizie di questa puntata saranno particolarmente attuali e ampie, in modo di potere avere un quadro di quella che è attualmente la situazione italiana, ma che al tempo stesso vuole confrontarsi con quella degli altri paesi, per rendere ancora più chiara la nostra, che ha portato nei fatti, per la prima volta al mondo, un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero cattolico a produrre autonomamente questo TG.
    Un canale di controinformazione che dia voce ai sopravvissuti. Voce che in Italia è puntualmente prevalicata da quella della chiesa, che attraverso i media fa sapere a loro nome che tutto va bene, che le vittime sono soddisfatte, che le parrocchie oggi sono finalmente diventati luoghi sicuri, grazie alla tolleranza 0
    Affermazioni spesso facili da fare quando si escludono le vittime dal contraddittorio.
    Ma le cose stanno davvero così ?
    Questo è l’obbiettivo di Rete L’ABUSO NEWS, informare in modo che ogni uno possa maturare la propria idea sui fatti.
    Edizione che trovate con gli approfondimenti e con gli speciali, oltre che in formato video *con i volti dei giornalisti replicati dall’Intelligenza artificiale (la voce è originale), anche in versione Podcast gratuita su Spotify; Apple Podcast; Google Podcast e Amazon Music

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpdona/

  • Sostieni il nostro impegno – DONA

    Sostieni il nostro impegno – DONA

    Fondata dalle vittime, dal 2010 la Rete L’ABUSO è l’unica associazione italiana che da supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    In Italia ne lo Stato, ancor meno la chiesa, si sono mai fatti carico di queste persone. A differenza degli altri paesi dove esiste una giustizia che indaga, condanna e indennizza questi malcapitati, permettendo loro quantomeno una riabilitazione.

    La Rete, in quanto tale, oggi ha creato un capillare gruppo di auto aiuto, composto da familiari, volontari e professionisti, dove i sopravvissuti abbandonati dallo Stato italiano, possono trovare supporto, condividere esperienze e problematiche, tipiche di coloro che subiscono questo devastante shock emotivo, chiamato sindrome post traumatica da stress.

    L’Associazione ad oggi conta circa 2300 sopravvissuti e diversi loro familiari, alcuni attivisti della Rete che vive delle sole donazioni e, di chi tesserandosi annualmente, sceglie di sostenere questa nobile battaglia in tutela dei minori.

  • UN ANNIVERSARIO DI PROMESSE DISATTESE

    UN ANNIVERSARIO DI PROMESSE DISATTESE

    Sono passati circa tre anni da quando il Santo Padre nel “discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale” (venerdì 21 dicembre 2018) trattò il tema degli abusi sui minori da parte di sacerdoti e religiosi/e con parole molto forti, delle quali riporto alcuni passaggi:

    “sia chiaro che dinanzi a questi abomini la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti. La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso. … Invece io vorrei ringraziare vivamente quegli operatori dei media che sono stati onesti e oggettivi e che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime. Anche se si trattasse di un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità.

    … Anche le vittime, ben scelte dai loro predatori, spesso preferiscono il silenzio e addirittura, in balia della paura, diventano sottomesse alla vergogna e al terrore di essere abbandonate.”

    Dispiace prendere atto che a tre anni di distanza tali parole, apparentemente profonde e impegnative, risultano non solo inefficaci ma pure non veritiere, come pure quelle pronunciate successivamente dal Papa, dai membri della Congregazione della Fede e dai Vescovi italiani su tali argomenti.

    Questo fa intuire come la comunicazione del Papa, e della Chiesa, soffra dei limiti di tante agenzie di comunicazione, ovvero studiare dei messaggi per tranquillizzare gli utenti, soprattutto i cattolici, di fronte alle notizie degli scandali, senza preoccuparsi di darne continuità e concretezza.

    Infatti, in questi tre anni, la piaga degli abusi sui minori negli ambienti della Chiesa Cattolica ha continuato a crescere in tutto il mondo, come attestano le testimonianze e le denunce apparse nei mass media.

    Quello che pone diversi dubbi in tanti cittadini è la superficialità con cui il Papa e il suo team della comunicazione danno per scontato che quanto loro trasmettono sia accolto senza contraddizione. In realtà molte persone ormai ascoltano tali proclami come parole rivestite di inganno, sapendo che provengono da un’Istituzione che si basa più sulla necessità di potere che sulla coerenza con i valori rappresentati. Sembra la favola del “Re nudo”: un pontefice convinto che con il suo team possa mostrarsi con le vesti di un’Istituzione esemplare quando in realtà appare la nudità di messaggi sterili e incoerenti.

    E questo spiace perché va a scapito di tutti quei sacerdoti, religiosi e religiose che in ogni parte del mondo continuano a rendere concreto il messaggio del Vangelo traducendo in azioni i valori cristiani fondanti, quali la solidarietà, la carità, la misericordia, la speranza, la fiducia, la verità, la giustizia … E ringraziamo che ci sono questi uomini che con umiltà cercano di mettere in pratica il Vangelo.

    Purtroppo quello che emerge di più agli occhi degli uomini del mondo non sono le testimonianze di questi sacerdoti, religiosi/e impegnati negli angoli più disparati dell’umanità bensì i proclami del Papa e i riverberi della sua comunicazione, in contrasto con i fatti che quasi quotidianamente vengono annunciati dai mass media di abusi sui minori in ambienti della Chiesa Cattolica. In Italia, inoltre, le misure di contrasto agli abusi sui minori all’interno della Chiesa sono state rese ancor più invalicabili con la creazione delle commissioni diocesane, che si stanno rivelando come la costruzione di una nuova forma di struttura ecclesiastica per potere gestire il controllo assoluto sui nuovi casi di pedofilia. Questo fatto e il continuare a garantire in Italia il segreto dei Vescovi, inerente alle informazioni che hanno di abusi sui minori (vd. art. 4 Concordato Stato/Chiesa), sono chiari segnali di una Chiesa Istituzione che non solo ha fatto promesse false ma ha reso ancor più blindato il suo modo di controllare il problema degli abusi sui minori.

    Alla luce di queste affermazioni, prendendo spunto dalla preghiera scritta dalla Cei in occasione della giornata per le persone vittime di abusi nella Chiesa Cattolica, riscrivo tale preghiera pensando alle persone abusate che ho incontrato e di cui ho ascoltato il dolore profondo che hanno nell’anima.

    LA PREGHIERA

    Ti consegniamo la nostra sofferenza

    Padre, fonte della vita, con umiltà ti consegniamo gli abusi che ci hanno fatto i membri della Chiesa Istituzione, abusi che hanno creato sofferenza e a tanti di noi hanno rovinato l’esistenza.

    Signore Gesù, Figlio venuto a rivelare la misericordia del Padre, ti affidiamo tutti coloro che hanno provocato abusi di potere, spirituali e di coscienza, fisici e sessuali, perché si rendano conto del male generato.

    Ti affidiamo anche i responsabili della Chiesa istituzionale, Papa e Vescovi, illuminali affinché comprendano che tante loro promesse di impegno rimangono parole al vento per imbonire i fedeli se non sono accompagnate da reali azioni di indagine, favorendo l’accesso alle autorità competenti ai documenti sugli abusi che i Vescovi conservano segretati nelle Curie.

    Spirito Santo, fuoco di amore, ti preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, chiamate ad impegnarsi in un discernimento profondo sulle proprie omissioni e inadempienze: abbiano cristiani coraggiosi e responsabili per rompere quelle catene di potere tra Chiesa Istituzione e Stato italiano, affinchè non sia nascosta la ricerca della verità e offuscata la ricerca della giustizia. Che le commissioni diocesane italiane per il contrasto agli abusi siano formate non solo da persone allineate con i vertici ecclesiastici ma ci sia il coraggio di coinvolgere chi ha vissuto gli abusi e/o ha avuto il coraggio della denuncia.

    Trinità Santa, fonte di comunione e di tenerezza, muovi le menti e i cuori del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti per spezzare le catene della violenza e della colpa create dalle connessioni di potere, squarcia i silenzi imposti ai giornalisti e a quanti stanno cercando la verità affinché siano ascoltate veramente le grida di dolore delle vittime di abusi e delle loro famiglie. Dona coraggio agli avvocati, ai giudici, alle autorità di indagine e alle persone impegnate nella giustizia sugli abusi perché possa esserci verità fino in fondo, perché davvero ci sia un cammino nella via della giustizia e della riparazione, affinché anche dal buio della terra, minacciata dal peccato, ma avvolta dalla luce della Pasqua, germoglino semi di guarigione e di rinascita. Perché la vita del Regno si manifesti in noi. Amen.

    M. S.

  • Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Esce nelle sale italiane il film di Ozon premiato al Festival di Berlino

    A due anni di distanza dallo scandalosissimo Doppio Amore, François Ozon decide di tornare sul grande schermo con un’altra opera d’impatto come Grazie a Dio. Il film, premiato dalla giuria al Festival di Berlino, tratta un tema delicatissimo come la pedofilia, prendendo spunto da una storia vera scoppiata nel 2014. Così l’opera, più che la narrazione di un racconto, tratteggia una testimonianza. Approfondiamo le tematiche di Grazie a Dio in questa nostra recensione.

    Il vincitore dell’Orso d’argento a Berlino è una produzione ex aequo tra Francia e Belgio e arriva nelle nostre sale solo oggi. La pellicola si prefigura come un dramma che grazie alla bravura di Ozon, capace di rinunciare ai vezzi del cinema d’essai in virtù di un avvicinamento al cinema d’autore popolare, riesce a far ragionare riguardo al fenomeno degli abusi sui minori. Espressione di una cinematografia engagé e che per questo motivo ha accostato il film al già cult Il Caso Spotlight, Grazie a Dio è una pellicola con una sua identità. Essa infatti ha in comune col film di McCarthy solo la tematica, ma il risultato è completamente differente. L’opera qui considerata si prefigura ben congegnata, capace di ricostruire abilmente il caso Preynat, ma comunque non esente da difetti.

    La trama: Grazie a Dio

    Alexandre Guérin (Melvil Poupaud) è un quarantenne padre di famiglia che vive a Lione, ma lavora a Parigi. Cattolico praticante educa i suoi figli nel rispetto delle pratiche religiose cristiane, ma un giorno viene a sapere che Bernard Preynat (Bernard Verley), il prete che lo aveva molestato da bambino, officia ancora messa ed è ancora a contatto con i bambini. Da questo momento in poi Alexandre, preoccupato per i piccoli e in primis per i suoi figli, deciderà di avviare una crociata personale.

    In principio opterà, con un misto tra sdegno e speranza, per denunciare tutto al cardinal Barbarin (François Marthouret), che apprezza per il suo atteggiamento intransigente verso la pedofilia dei sacerdoti. Tuttavia ciò che ne emerge è sconfortante e raffigura bene la difesa stoica dei pedofili  e l’omertà all’interno del clero. Infatti dopo un fitto scambio di email Alexandre deciderà di incontrare colui che lo ha “insozzato nella carne”, ma non troverà né il pentimento né l’agognata redenzione.

    Andata perduta così la fiducia nel cardinale, emergeranno invece la rabbia e l’indignazione di Alexandre, sentimenti che aveva represso durante la sua adolescenza. In tal modo il protagonista farà il primo passo verso la giustizia e denuncerà l’accaduto alla polizia. Successivamente con l’aiuto di François (Denis Mènochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud), anche loro vittime degli abusi, considererà l’idea di rendere pubblica la responsabilità della Chiesa nell’affaire; in questo modo, con l’aumentare del numero delle denunce riguardanti le violenze subite, formeranno un associazione che deciderà di costituirsi in giudizio legale.

    Le consuetudini e la responsabilità della Chiesa

    In Grazie a Dio fin da subito spiccano la tematica della pedofilia e la correlata responsabilità della Chiesa. Tuttavia il film non si limita a segnalare gli abusi, ma cerca di esplorare il tema in maniera piuttosto sfaccettata e approfondita. Ora per Ozon non ci si può limitare ad una mera descrizione del problema, ma bisogna sviscerarne l’essenza. Pertanto il regista deve rivelare il meccanismo che rende effettivamente l’abuso sessuale un problema interno al chiericato, vale a dire una conseguenza intrinseca della sua stessa organizzazione simbolica. Un’organizzazione narrata con molta perizia e che si concentra prevalentemente su quello che potremmo chiamare, riecheggiando Slavoj Zizek, il “cuore di tenebra delle consuetudini”. Tutto ciò emerge lapalissianamente nella prima parte del film e in quelle che sono le figure del cardinal Barbarin e di padre Preynat.

    Essi incarnano l’inconscio istituzionale che sostiene tutte le istituzioni e che si manifesta nell’identificazione anche dei loro lati oscuri. Chi non lo fa infatti diventa automaticamente un emarginato, un soggetto escluso dalla comunità. In questo caso quindi Barbarin potrà limitarsi ad un’ammissione minimizzatrice solo nei confronti delle vittime e all’interno dell’istituzione, ma non gli sarà mai consentita una confessione pubblica e la conseguente destituzione di padre Preynat. Quest’ultimo invece raffigura il prodotto del procedimento sovrariportato, in quanto da un lato è la vittima di questo sistema ecclesiastico, ma dall’altro è il carnefice di tanti piccoli innocenti.

    In questo caso il regista coglie in pieno il paradosso della pedofilia nella Chiesa e la sua responsabilità. Quest’ultima nell’opera ha una duplice faccia: quella della mancata ammissione e dell’insabbiamento, ma anche quella della reiterazione del fenomeno mediante la messa a tacere degli scandali. Padre Preynat non si fermerà mai e questo anche per colpa dell’assenza di una punizione somministratagli fin dall’inizio.

    Il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare

    Grazie a Dio evidenzia anche due punti fondamentali della denuncia delle vittime, vale a dire il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare degli abusati. In primo luogo, per quanto si tratti tutto in maniera un po’ semplicistica, si denota la volontà di mettere in gioco la differenza tra il vivere la pedofilia da credente e il non viverla, tra l’abbandonare la fede per colpa dell’abuso o invece credere ancora nei dogmi cristiani.

    Il film riproduce bene queste esperienze differenti e lo fa sopratutto tramite la caratterizzazione dei personaggi. Essi, per quanto stereotipati, in questo senso rappresentano le diverse attitudini alla fede. Infatti si va dall’ateo al fervente credente, passando infine per il cattolico non praticante. In tal modo il film riesce ad analizzare il contrasto tra il voler cambiare la Chiesa dall’interno o il volerla smantellare, nonché a rileggere platonicamente il conflitto tra giustizia e vendetta. In un certo senso così il film diventa corale, facendo entrare diversi tipi di testimonianze. Queste esplicitano le differenti influenze che gli abusi possono provocare nella maturazione di un individuo.

    Il rapporto familiare è invece l’esemplificazione del sovvertimento dell’equilibrio costituito in seno alla famiglia, in quanto la decisione di uscire dal silenzio tende ad intaccare spesso i rapporti con i propri parenti. Dall’altro lato la famiglia, ovvero l’altra istituzione del film, in un certo senso si presta un po’ al gioco della Chiesa dal momento che spesso, per evitare lo scandalo e distruggere la normalità, decide di rimanere inerte davanti alla sacra istituzione. La comunità familiare, così come quella ecclesiastica, predilige quindi la normalità. La stessa normalità con cui beffardamente Barbarin pronuncia le parole che danno il titolo al film e che raffigura la scandalosa visione del problema da parte della Chiesa.

    Il lato tecnico – Grazie a Dio recensione

    Procediamo nella recensione di Grazie a Dio approfondendo il lato tecnico dell’opera. Tecnicamente l’opera risulta sicuramente ben interpretata e vede in Melvil Poupaud e François Marthouret dei buonissimi caratteristi. Inoltre è indubbia anche la pregevole caratterizzazione di Denis Menochet, ma più di tutti stupisce un istrionico Swann Arlaud. Egli non solo ci fa vivere il dramma interiore di questo personaggio, bensì risulta convincente anche nella rappresentazione fisica.

    La regia di Grazie a Dio è molto buona e riesce sicuramente a fare un bel compendio tra la perizia tecnica, testimoniata soprattutto in apertura con piani sequenza e inquadrature di stampo godardiano, e il contenuto della narrazione. Molto interessante anche la scelta della lettura delle email con la voce fuori campo, la quale dona al tutto una dimensione più intima, quasi si tratti di una confessione. Tuttavia la scelta più brillante del comparto registico è da ritrovarsi nei flashback degli abusi dove la fotografia tocca le sue vette più alte. Allo stesso tempo la pellicola realizza una vera e propria trasformazione dei luoghi sacri in spazi esecrabili.

    La scenografia è convincente e a tratti sorprende, così appunto come la fotografia. Grande pecca del film risulta essere invece la colonna sonora, a tratti impalpabile e per niente d’effetto. Inoltre la seconda parte della pellicola contiene alcuni errori di scrittura grossolani, i quali purtroppo intaccano quanto di buono fatto nella prima parte. Infatti il film ha il suo più grande difetto in un differenziale che viene a costituirsi tra prima e seconda parte del lungometraggio; questo da un lato è sicuramente un problema da imputare al montaggio, ma non preclude le responsabilità del regista.

    Considerazioni finali: Grazie a Dio recensione

    È necessario sottolineare come la pellicola si qualifichi come una buonissima opera filmica. Essa è capace non solo di riportare abilmente i fatti accaduti nel 2014 in Francia, ma riesce a far riflettere e pensare. Vi è poi da lodare la ricerca dell’opera di approcciarsi in maniera originale all’argomento trattato, ponendo in primo piano le vittime della pedofilia. Inoltre forse i 140 minuti del film sono un po’ troppi nell’economia dell’opera; visto e considerato che gli ultimi venti non aggiungono nulla alla ricostruzione storica dei fatti.

    Concludendo la nostra recensione di Grazie a Dio si capisce come il film abbia avuto il consenso della critica, ma con un occhio più attento si possono trovare dei difetti, alcuni purtroppo anche importanti. Pertanto il film, pur ritagliandosi un suo spazio e risultando ben più che interessante, a tratti risulta deficitario e non riesce a tenere l’asticella alta. Per questo motivo la valutazione non può che essere buona, ma non ottima come la prima parte del film aveva fatto intravedere.

    Grazie a Dio

  • FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    L’esperienza della mia famiglia di essere stati ospiti di Quarto Grado per raccontare il dramma che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, è la prova che si può uscire dal silenzio e affrontare il dolore di chi subisce un abuso sessuale.
    Un ringraziamento particolare è per Gianluigi Nuzzi e per tutto il suo staff, la sensibilità e l’attenzione umana e professionale si toccano con mano e si “respirano” in ogni particolare che ci ha portato fino ad arrivare alla trasmissione televisiva. Un altro grazie a Chiara Ingrosso, l’inviata di Quarto Grado che ha sempre presenziato alle udienze in Tribunale e ha seguito la mia famiglia con grande professionalità, simpatia e attenzione verso il nostro dolore.

    È fondamentale farsi aiutare a vari livelli, ma il più importante è sentirsi capiti da chi ha già affrontato lo stesso dolore e riesce a sopravvivere.
    Questa è test.retelabuso.org/ !

    In tanti ci state mandando messaggi di solidarietà e di vicinanza, e anche la richiesta “cosa posso fare per dare una mano?”
    Mi sento di dire che DUE cose fondamentali può fare chiunque davvero si sente vicino alle vittime:

    1. promuovere una cultura di consapevolezza: che vuol dire CONDIVIDERE i contenuti relativi a questo tema, parlarne, scrivere, sensibilizzare gli amici, approfondire i contenuti, anche una preghiera..

    2. pensare ad un aiuto CONCRETO per l’Associazione test.retelabuso.org/ . Noi abbiamo sperimentato concretamente cosa significa essere sostenuti e, assicuriamo che non riceve nessun finanziamento di nessun tipo. Banalmente, affinché il Presidente,
    Francesco Zanardi, possa partecipare a varie iniziative in Italia e nel mondo, o presenzi ad alcune udienze nei Tribunali, o produca la documentazione per seguire le varie cause: tutto è a carico suo… e questo è davvero triste.

    Forse non bastano più solo i sostegni a parole: se ciascuno contribuisce, anche con poco, ma se siamo in TANTI, Retelabuso e Francesco hanno la possibilità di aiutare le vittime ancora di più.

    La frase di mio figlio detta a Gianluigi Nuzzi “L’Associazione Retelabuso mi ha salvato la vita” per me ha un significato molto concreto.

    Se ognuno dona solo anche 5 euro? Io ringrazio a nome delle vittime, davvero con tutto il cuore,
    Cristina Balestrini

    questo è il link: http://retelabuso.it/come-sostenerci/

  • Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Il Vescovo mette a disposizione due professionisti esterni, dal 2017 le segnalazioni sono state 4. Mons. Lazzeri chiede una nuova cultura dell’ascolto

    Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica sono un tema caldo anche in Svizzera dove l’anno scorso ci sono state 65 nuove segnalazioni, soprattutto per fatti avvenuti oltre 30 anni fa e dunque prescritti. Dal 2010 si contano 300 casi, riguardano vittime che all’epoca degli episodi erano bambini o ragazzi fino a 16 anni. Si spazia da espressioni ambigue, a gesti o ‘avances’ indesiderate. In 53 casi le vittime hanno parlato di atti sessuali, in 55 di coazione sessuale. È il bilancio stilato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) sulle segnalazioni delle vittime alle varie diocesi. A quella di Lugano, che mette a disposizione due professionisti per l’ascolto (vedi a lato), hanno bussato 4 vittime. Un solo caso – che risale ad una cinquantina di anni fa – ha fatto tutto l’iter, fino ad un riconoscimento economico. L’autore è un prete non incardinato nella Diocesi luganese, che oggi è in Italia. Che cosa raccontano queste cifre? Perché in Ticino poche vittime si fanno avanti?

    «Le segnalazioni si contano sulle dita di una mano: una sola vittima ha fatto tutto l’iter e dopo decenni le sue ferite erano ancora aperte; c’è chi ha chiamato ma non si è presentato al colloquio; c’è chi dopo il colloquio non ha voluto proseguire. Siamo stupiti, pensavamo che più vittime facessero questo passo, ma è un cammino doloroso e per nulla scontato», dice Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali, istituta a gennaio 2017 da mons. Valerio Lazzeri. Col vescovo di Lugano facciamo un bilancio.

    Quale messaggio date alle vittime? 
    La Chiesa chiede loro di farsi avanti. Come segno di apertura mettiamo a disposizione due professionisti indipendenti. È uno spazio di ascolto, dove chi ha subito abusi può esprimere la propria sofferenza.

    Che cosa chiedono le prime vittime?
    I percorsi sono diversi: c’è chi chiede un sostegno per arrivare ad una denuncia, c’è chi non la farà, perché il reato è prescritto, ma ha bisogno di parlarne.

    Chi è stato ‘tradito e ferito’ da un rappresentante della Chiesa vorrà confidare quei fatti a professionisti scelti dalla stessa istituzione? 
    Si tratta di due professionisti indipendenti dalla Chiesa. Non possiamo avere la pretesa di creare un sistema capace di scoprire l’intero campo degli abusi, ma dare un segno tangibile della nostra disponibilità all’ascolto, così che ciascuna vittima non si senta sola, ma venga accolta e accompagnata.

    Viste le poche segnalazioni, pensa che la rotta scelta sia da aggiustare?  
    Forse non è sufficiente e dobbiamo trovare altri modi, ma penso sia importante che all’interno della Chiesa evolva una cultura dell’ascolto e della disponibilità a fare emergere le situazioni di difficoltà, così da poterle affrontare.

    Parliamo ora dei preti che sentono pulsioni ‘malsane’: con chi possono parlarne? 
    Per i preti in ministero che dovessero avere difficoltà a gestire pensieri o pulsioni c’è un servizio di assistenza psicologica alla Diocesi di Milano, dove possono rivolgersi direttamente. I cammini si possono fare e diversi preti, anche giovani, li stanno facendo, non specificatamente sulla pedofilia, ma per maturare anche in questo ambito.
    Inoltre da tempo per i seminaristi abbiamo percorsi psicologici tenuti da un esperto che fa corsi e incontri personali sullo sviluppo della personalità, sull’integrazione della sessualità, dell’affettività, sulla capacità di relazionarsi agli altri. Li si incoraggia a guardarsi dentro senza spaventarsi e a raccontarsi. Per fare ciò serve un clima di serenità, ed è difficile trovarlo se a prevalere è l’ossessione sulla sessualità. Infine, abbiamo introdotto giornate specifiche sia per seminaristi, sia in ogni vicariato, tenute da Myriam Caranzano, direttrice dell’Aspi – Fondazione per la protezione dell’infanzia.

    Dunque il prete oggi non è solo, anche nel gestire eventuali debolezze?
    La solitudine è un dato del nostro tempo, tante persone si sentono separate anche se sono in mezzo a tanta gente. Anche i preti vivono queste dinamiche. Soprattutto tra i giovani avverto un desiderio di fraternità, di crescita comune, che è positivo. C’è la voglia di reagire, non ci si autocommisera come isolati. In altri periodi, quando il ruolo era più sacrale, forse la solitudine poteva pesare di più. Oggi la difficoltà maggiore è quella di trovare delle gratificazioni, che sono anche necessarie nella vita di una persona.

    Che cosa si aspetta ora? 
    Che la preoccupazione della prevenzione si traduca in uno sguardo complessivo sulla qualità della formazione umana, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri. E anche in un’attenzione più globale alla vita buona dei presbiteri e degli operatori pastorali in funzione. Non basta illuminare la parte malata e fissarsi solo su quella. Abbiamo bisogno di sviluppare un’attenzione globale che favorisca le dinamiche positive. Un organismo lotta contro le patologie non solo facendo la chemioterapia, ma alimentando le motivazioni profonde delle proprie scelte, aiutando le persone a vivere in ambienti dove la ragione per cui si è scelto il celibato possa condurre ad una vita umana piena. Ora abbiamo davvero bisogno che l’organismo si alimenti in modo da sviluppare gli anticorpi per combattere gli aspetti patologici e le derive.

    ‘Non serve un test per valutare un seminarista’

    Prima di assumere un prete o un teologo laico, meglio sottoporlo ad un test, per valutare quale rapporto ha con la sessualità. Ed evitare magari di portare un ‘lupo’ tra gli agnellini. Una proposta al vaglio del gruppo di esperti istituito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri per evitare casi di abusi sessuali. Ma è una misura sensata?

    Al riguardo il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è prudente: «Non è la prima volta che si parla di test psicologici, anche per evidenziare eventuali aspetti patologici, per i seminaristi. Farlo alla soglia dell’ordinazione non mi sembra molto interessante. Sarebbe forse più opportuno adottare strumenti scientifici nel corso della formazione, senza però farli diventare l’unico criterio di valutazione».

    Una proposta che fa sorridere lo psicologo Dante Balbo: «Personalmente penso che l’uso di test alimenti soprattutto un’illusione scientista, non sono necessari per valutare una persona. Sarebbe più opportuno avere educatori formati che accompagnino e supervisionino i seminaristi. Sempre di più chi entra in seminario lo fa piuttosto tardi, verso i 30 anni».

    Per il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, serve un giusto equilibrio. «Non vorrei che questa attenzione buona diventasse un’ossessione patologica, che potrebbe mortificare quello slancio profondo di chi si dona al servizio del Vangelo, della Chiesa, del prossimo. Mi auguro che questo nuovo cammino di apertura possa avvenire nella serenità per le famiglie che affidano i bambini alle nostre strutture, per i giovani che si stanno preparando al servizio, per i più anziani che devono sentire che la loro Chiesa sta crescendo e maturando dinamiche nuove».

    Attualmente alla Diocesi di Lugano sono in formazione sei seminaristi sotto la diretta responsabilità del vescovo, più altri che vengono inviati a Lugano per gli studi ma sono sotto la responsabilità del loro vescovo.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1324476/abusi–poche-vittime–bussano–alla-diocesi-di-lugano

  • In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera/testimonianza di un Sacerdote, un prete indignato per tutto quello che sta succedendo quotidianamente nella Chiesa, un prete vicino alle vittime…

    Ricordo quasi come fosse ieri, con quella stessa gioia ma anche con lo stesso “timore”, il giorno in cui dissi: “SI, CON L’AIUTO DI DIO LO VOGLIO!” Era il giorno più bello ed importante della mia vita (dopo quello in cui ho avuto la grazia di essere venuto al mondo): il giorno in cui venivo consacrato sacerdote PER SEMPRE. Rammento, tra i mille pensieri che mi frullavano in testa, una frase che mi sgorgò dal cuore – ma non era una frase bensì una preghiera – nel momento in cui si invocano i santi e si è completamente stesi a terra (per dire:”Io non sono nulla! E solo in Te, mio Dio, posso essere ciò che Tu vuoi”) … dissi, dal profondo del cuore: “MIO DIO, DONAMI LA FEDELTÀ QUOTIDIANA A QUESTO DONO CHE TU OGGI MI FAI!”

    Parole ingenue? Temerarie? O, forse, scontate e atte a far “sorridere”? Non credo! Sono passati più di 32 anni e con la stessa gioia (sono convinto, insieme a tanti altri preti) le ripeto ogni mattina, sapendo che “ogni giorno porta con se la sua pena”. Senza ingenuità, convinto che in ogni giornata che il Padre mi dona, quella parola deve farsi vera. Vera! Non perché io ce la metto tutta ma perché mi affido a una Grazia che mi “supera” o, come avrebbe detto il cardinal Martini ‘un’Amore Fedele che mi anticipa e mi sostiene’; credo e voglio continuare a credere in questo. In questo periodo sento, quasi ogni giorno, notizie di abusi sui minori da parte di membri del clero e mi son detto con amici: ma in che Chiesa siamo cresciuti noi?

    Forse questa non è la “nostra chiesa! … Che dire? Che “fare”? Il primo istinto è quello di abbandonarsi alla rabbia. Provo un disgusto profondo, un senso di ribellione e … Io stesso mi sento ferito … (“tradito”?) … il sangue “ribolle” ma, so che tutto questo non serve a molto..

    E allora mi dedico con più forza alla preghiera. Potrei far sorridere? Si, certo … Mi dedico alla preghiera perché il cuore mi si appesantisce per le lacrime di cui è ricolmo … sanguina per il dolore che provo! Solo la preghiera rasserena e offre nuova luce a ogni “cosa”. Ma come “abbiamo” fatto a ridurci così? È questa la Chiesa del Signore? …

    Prego per quella bambina a cui ieri, un prete, ha resa per sempre la vita un “inferno” e il cui padre si dice: “Ci sentiamo in colpa!” (non ho parole!) …

    Prego per il figlio, abusato, di amici che ho avuto la gioia, ma forse meglio dire la Grazia, di “ritrovare” (ma probabilmente ci eravamo solo un po’ persi di vista). Questo loro figlio che ho “conosciuto” solo per poche ore, ma che mi sono bastate per guardare i suoi occhi: profondi, trasparenti, carichi di Verità … protesi verso un futuro di sogni, attese … di tutta quella positività per la vita (che scorgo anche negli sguardi di ogni ragazza o ragazzo che incontro ogni giorno) … Stranamente, in quegli occhi non ho visto rabbia, anche se immagino che nel cuore ce ne sarà e … certamente giustificata.

    Prego per ogni bambino e bambina forse troppo dimenticati, di cui poco si parla, vittime di questa parte di Chiesa che invece deve essere Luce e Forza nella testimonianza del Vangelo. Prego per questi preti che non si ricordano che ogni uomo e ogni donna “ci sono stati affidati” per proteggerli, custodirli ed amarli e perché anche solo il pensiero di uno sguardo malizioso verso un fanciullo sia allontanato dalla loro mente e dal loro cuore.

    Mi fa troppo male pensare che, anche solo, una carezza maliziosa verso una bambina possa attraversare il cuore, gli affetti e i gesti di un prete. Non esiste!

    Pregare? Poco? Forse si. Ma non sono così stupido.

    C’è la giustizia terrena, che deve operare: sia quella civile che quella ecclesiastica (ma questo discorso è un altro) …

    Ma la mia domanda o inquietudine è più profonda. Vivere ancora in questa Chiesa? Oppure sbattere la porta? Stare in silenzio, pregare … Scegliere altre strade? Farmi un mio piccolo mondo religioso? NO! Ho promesso di Amare Gesù Cristo e la sua Chiesa e CONTINUERÒ A FARLO! Ho promesso di vivere il celibato per donarmi più profondamente e intimamente a tutti quelli che il Signore mette sul mio cammino. NON ABBANDONERÒ MAI (!) QUESTA CHIESA.

    Non posso pensare che questa Madre che ogni giorno mi fa crescere come Figlio, attraverso la preghiera, i sacramenti, il perdono, l’amore fraterno condiviso nella “mia” comunità … abbandoni me e i suoi figli, soprattutto i più deboli che stanno soffrendo. Sono certo che, poiché il Bene ha già vinto sul Male, la Chiesa sia non solo questo e sia oltre questo! C’è il Bene di Dio nella chiesa che può e deve risplendere ogni giorno attraverso ogni cristiano, ogni sacerdote, ogni religiosa che ama rispondere (anche con fatica e impegno) al soffio dello Spirito che ci invita a essere SEME BUONO dentro queste vicende.

    Non sono nessuno per dire tutto questo. Indubbiamente solo “un lumicino dalla fiamma smorta” ma, credo che se la fiamma si ravviva con chi ancora tra tanti preti – e ci sono – credono alla Bellezza e alla Bontà del Vangelo e della Chiesa di Gesù … la fiamma del Bene può risplendere e fare più Luce! Una Luce benefica: quella del Vangelo di Gesù.

    Un semplice prete, dDV

  • Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Il sacramento della Penitenza e il caso del calciatore pentito

    Per i fedeli praticanti vi è l’usanza di recarsi in chiesa e confessare al sacerdote i peccati commessi, così da ottenere l’assoluzione e la purificazione della propria anima. Difatti la Chiesa Cattolica prevede la possibilità di redenzione per il fedele,  mediante il sacramento della Penitenza, in particolare, il credente per espiarsi dai peccati, ammette al prete le proprie colpe e quest’ultimo in funzione di Dio gli dona la grazia.

    Tutto ciò, conosciuto dal vescovo tramite il sacramento della Penitenza, costituisce un vero segreto definito Sigillo Sacramentale, poiché metaforicamente il prete che ha appreso la confessione, pone un sigillo sulla stessa. Tale sigillo garantisce al fedele la riservatezza della sua confessione, in tal senso, vi è un effettivo obbligo per l’uditore di non diffondere o rendere note le notizie acquisite, dove un eventuale violazione  implicherebbe l’irrogazione  di una gravosa sanzione: la Scomunica.  Quest’ultima, disciplinata dal codice di diritto canonico, canone 1131, prevede:

    “Allo scomunicato è fatto divieto:

     1) di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del Sacrificio dell’Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico;

    2) di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti;

    3) di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo.”(1)

     Inoltre, la riservatezza della confessione trova tutela nel codice penale, in particolare l’art. 622 disciplina :

    “Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro.”

     Sia il codice penale che il codice di diritto canonico sono orientati nel garantire al fedele la segretezza della sua confessione.

    Tuttavia non sempre è così pacifica la questione.

    Non sono, infatti,  rari i casi in cui il credente nell’atto della penitenza abbia confessato “fatti” che possono costituire reato. La domanda che sorge spontanea è se anche in tal caso continui ad operare la riservatezza della confessione e l’obbligo del Sacerdote di non divulgare le notizie apprese.  La questione è alquanto delicata poiché a fronteggiarsi sono due obblighi: da un lato preservare la segretezza della confessione e dall’altro far si che la giustizia faccia il suo corso.

    L’assenza di una normativa ad hoc non semplifica la materia, ciò nonostante una prima risposta la si può desumere dal codice di procedura penale che all’art. 200 che disciplina:

    “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria.

    1. a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;
    2. b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai.
    3. c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione.”

    Si estende, quindi, la facoltà di non testimoniare ai Ministri di culto.

    L’interpretazione della norma è chiara: la segretezza della confessione continua ad essere valevole nonostante il contenuto determini l’ipotesi di reato, escludendosi la possibilità di forzare il sacerdote,  al fine di acquisire informazioni.

    Contrariamente a tale scritto normativo si menziona un caso che ha posto in discussione l’applicabilità dell’art. 200 c.p.p.

    Il caso

    Un calciatore aveva scritto alla rubrica “Famiglia Cristiana”,  (noto giornale di orientamento cattolico) chiedendo “perdono”, poiché artefice di aver compromesso il risultato di una partita ed aver diffuso anticipatamente i risultati della stessa.

    La lettera:

    “Carissimo padre, ho pensato per tutta la notte prima di mettermi a scrivere e a raccontare tutto il peso che mi porto dentro. Volevo andare da un confessore, ma la grata non avrebbe nascosto il rossore. Poi mi sono ricordato che Famiglia Cristiana è una parrocchia di carta e allora eccomi qui. Sono un calciatore e mi sono venduto in una partita importantissima. Mi sono comportato in modo da danneggiare la mia squadra, allettato dalle promesse di un ottimo contratto; mi sono comportato male verso la mia vecchia squadra e i tifosi. Che brutto mondo, padre. Ma io non vivo più da quando ho fatto quello che le sto raccontando. Ho un peso dentro, la coscienza ferita, ho finito di essere un uomo. Nell’ambiente del calcio si fa questo e altro. Il giro dei soldi ha ucciso tutto e io ne sono rimasto vittima. La gente si allontana dal calcio, e fa bene. Forse se continua ad abbandonarci, questo sport ne trarrà giovamento e noi calciatori saremo meno vittime. So che ho falsato il campionato, ma chi mi perdonerà per quello che ho fatto?

    Un calciatore.”

    A seguito di tale confessione si aprì un’indagine allo scopo di individuare l’identità del calciatore pentito. Il Pubblico Ministero invitò il Direttore della rivista a rivelare il nome del confessore, tuttavia quest’ultimo appellandosi alla sua facoltà di astensione e rivendicano il diritto alla segretezza del sacramento della confessione asserì di non voler rendere noto l’autore della dichiarazione, poiché l’eventuale diffusione avrebbe causato una possibile sommossa da parte dei fedeli e che nessun altro credente, per timore di essere riconosciuto, si sarebbe poi rivolto alla rubrica.

    Il silenzio serbato dal Direttore della rivista non favorì le indagini, difatti  la mancanza di prove e informazioni determinarono l’archiviazione del caso. (2)

    La questione su menzionata non è isolata.  Un più recente caso riguarda la condanna di un testimone di Geova per il reato di reticenza, in particolare, per aver declinato l’invito  a testimoniare per un procedimento penale.

    In tale sede, la Corte ha stabilito che un ministro di culto Testimone di Geova non può essere punito per avere rifiutato di rivelare informazioni di natura privata apprese mentre esercitava il proprio ruolo di Ministro di culto(3). Con sentenza n. 2436/2015,  il Tribunale di Teramo ritiene completamente applicabile l’art. 200, in particolare, il non obbligo per il ministro di culto di testimoniare su quanto appreso nell’ operato della sua professione.

    I casi su citati evidenziano come non vi siano dubbi nel ritenere che nel bilanciamento degli interessi in gioco, prevalga la segretezza della confessione e che l’art. 200 del c.p.p. sia un eccellente forma di tutela a tal fine.

    (1) http://www.vatican.va

    (2) http://www.repubblica.it

    (3) http://www.statoechiese.it

  • Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni

    Papa Francesco, dopo aver indetto il Giubileo straordinario – piombato a tradimento su “una città terremotata”, per dirla alla Bertolaso – sembra poco attento alla misericordia, che si deve innanzitutto ai bambini: a parte, naturalmente, le consuete e generiche frasi “buoniste”. Per i bambini – verrebbe da dire – nessuna misericordia.

    Due vicende a sostegno di questa affermazione.

    La prima vicenda: il Cardinale Pell e i preti pedofili australiani

    Mentre i romani escono commossi dalle sale in cui si proietta Spotlight (storia della coraggiosa battaglia di un gruppo di giornalisti di Boston per smascherare le centinaia di preti pedofili ed il loro protettore, il Cardinale Law), si aggira indisturbato per Roma “l’insabbiatore capo” di una vicenda analoga che ha travolto la Chiesa Cattolica australiana, il Cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sydney.

    Dalle deposizioni di Pell dei giorni scorsi alla Royal commission governativa australiana emerge un quadro agghiacciante: centinaia di bambini e bambine molestati e stuprati, marchiati per sempre dall’orrore delle loro storie. E dall’altro lato le risposte di Pell, arroganti o al massimo imbarazzate, come quelle di Eichman raccontate da Hanna Arendt ne “La banalità del male”: da quella minimizzante (“forse avrei dovuto essere più attento”) fino a quella da caserma (i preti che molestano i bambini “sono come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili”).

    Eccolo a Roma, questo individuo indegno, di cui da decenni si conoscono le malefatte. Eppure Papa Francesco, anziché farlo rinchiudere nelle carceri vaticane (i piemontesi hanno tolto allo Stato Pontificio la goduria della pena di morte, ma gli hanno lasciato come contentino le carceri), lo ha nominato prima (il 13 aprile 2013) membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana e poi (il 24 febbraio 2014) “primo prefetto della Segreteria per l’economia” (salvo poi a brontolare per le spese pazze cui Pell, forte del suo incarico, si è abbandonato nelle sartorie e nei negozi di antiquariato romani).

    Per chiudere su Pell, ricordo che a Roma sono venuti, in questi giorni, alcuni familiari delle vittime dei preti pedofili “coperti” dall’alto prelato. Uno di loro, Anthony Foster, è il padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo). Mentre scrivo, essi attendono ancora di essere ricevuti dal “Papa della misericordia”.

    La seconda vicenda: Il Cardinale Bertone e il Bambin Gesù

    Tarcisio Bertone è un atletico ultra ottantenne che ha ricoperto numerose alte cariche nella gerarchia vaticana ed è stato “chiacchierato” in altrettanto numerose vicende finanziarie (fra quelle che ricordo, l’eredità Gerini ed i finanziamenti alla Lux Vide di Ettore Bernabei). È stato poi al centro di una feroce polemica sul tema della omosessualità, avendo sostenuto, in merito allo scandalo dei preti pedofili in Irlanda, che degli “studi scientifici” affermano che la pedofilia è collegata alla omosessualità e non ha niente a che vedere con il celibato. Non disse, che io sappia, che l’omosessualità è “contro natura”, come sostengono oggi gli “intellettuali” del centro destra, guidati dal Ministro degli Interni Alfano, ma probabilmente lo pensò.

    Giunto meritoriamente alla pensione, Bertone va ad abitare in un lussuoso appartamento di proprietà del Vaticano, in cui vivono, assieme al Cardinale, tre suore ed una sua segretaria (paura della solitudine ?). L’appartamento ha bisogno di importanti opere di ristrutturazione, per le quali la ditta incaricata chiede circa 600mila euro. Bertone ottiene però “un forte sconto” e ne paga – “con risparmi miei”, precisa – poco più di 300mila (che vuol dire essere esperti di affari!).

    Successivamente, Emiliano Fittipaldi, nel suo libro “Avarizia”, rivela che il Bambin Gesù, tramite il suo manager Giuseppe Profiti, avrebbe contribuito ai lavori di ristrutturazione con 200 mila euro. Lo stesso Profiti ha più volte confermato il finanziamento, spiegando però che si trattava di un “investimento” in quanto la casa dell’ex Segretario di Stato vaticano “sarebbe stata poi utilizzata come sede per iniziative istituzionali e di fund raising per i piccoli dell’ospedale romano”. Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere”.

    Bertone – come a suo tempo il buon Scaiola – cade dalle nuvole, nega a lungo ma alla fine, come gesto di liberalità, dona 150mila euro al Bambin Gesù (perché non 200mila, non è chiaro).
    Intanto la vicenda entra nella inchiesta Vatileaks 2 e la nuova presidente del Bambin Gesù, Mariella Enoc, si barcamena ma non esclude il peggio: “Se effettivamente le carte dicono che qualcosa è stato tolto, certamente noi chiederemo tutti i danni, non soltanto quelli economici, ma anche i danni morali che l’ospedale ha subito”.

    Una esperienza personale sul Bambin Gesù

    Nel 1998 il primo dei miei nipotini, in una clinica privata, nacque con un parto difficile le cui conseguenze stavano portandolo alla morte. Trasportato di corsa al Bambin Gesù, restò per settimane fra la vita e la morte e alla fine ne uscì vivo e vegeto grazie alla professionalità ed alla umanità di tutto il personale dell’ospedale.

    In quel mese di assidua frequentazione (per ragioni professionali, conoscevo bene l’allora Presidente dell’ospedale) mi resi conto, fra l’altro, della estrema fatica con cui questa benemerita istituzione riusciva a tenere in ordine il bilancio e ad acquistare nuove attrezzature mediche.

    Forse perché reso più sensibile da questa ragione personale, non trovo aggettivi sufficientemente pesanti per definire questa storia se – come personalmente ritengo – essa risponde a verità. La riassumo così:

    –    Un ricco Cardinale, per accrescere lo sfarzo della sua abitazione, sottrae ad un ospedale cattolico fondi importanti destinati a curare – e spesso a salvare – migliaia di bambini

    –    Un Papa “moralizzatore” tace (eppure Bertone non è un prete di paese: è stato Segretario di Stato del Vaticano)

    –    Il Presidente della Regione Lazio Zingaretti – che ogni anno versa al Bambin Gesù ingenti somme – non prende alcuna posizione, così come il Ministro della Salute Lorenzin

    –    Nessuna associazione per la tutela dei malati o dei minori (salvo mia ignoranza dei fatti) si rivolge alla Magistratura, che peraltro potrebbe agire d’ufficio dinanzi ad una evidenza di reato

    –    Il 23 febbraio le nostre massime autorità – da Mattarella in giù – sono andate come ogni anno a “festeggiare” l’anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato: cioè di una data funesta per la democrazia e per la laicità dello Stato. Qualcuno, in quella o in altre occasioni, ha chiesto ragione di questo scandalo?

    C’è un giudice a Roma? Un politico “pulito”? Un medico famoso? Una associazione civica che difende i malati?
    O dovremo rassegnarci a vedere anche questa storia passare impunita?

    P.S. – Anche se ovviamente non lo è, una recente dichiarazione del segretario di Stato Vaticano, monsignor Pietro Parolin, suona come una sinistra risposta alla mia domanda finale: “Mi pare che la vicenda del Bambin Gesù si sia risolta positivamente e ringrazio il Signore che da questo momento di difficoltà si sia usciti in maniera costruttiva”. E aggiunge Parolin: “Di fronte alla difficoltà dobbiamo essere forti e pazienti”. Come a dire: “E ora non rompete più i coglioni, tanto con noi è inutile”.

    (7 marzo 2016)

  • Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

    Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

    Si sono rivisti oggi in Tribunale dopo 4 anni la giovane Giada Vitale e l’ex parroco di Portocannone, allontanato nel 2012 dopo la denuncia della ragazza di presunti abusi sessuali. “Non sono contenta di vederlo, spero di avere giustizia” il commento della giovane, che oggi ha 19 anni e che avrebbe subito abusi continuati da parte del sacerdote dai 13 ai 16 anni. Il processo aggiornato a luglio, ma martedì prossimo si torna in aula per chiedere il dibattimento anche in relazione al periodo successivo ai 14 anni di Giada. “Anche se la legge dice che dopo quell’età può esserci un consenso, Giada non aveva la maturità per capire quello che stava accadendo”. La difesa porterà una perizia di parte.

    Portocannone. L’accusa è sempre la stessa: atti sessuali con minore. Ma i processi che vedono imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, sono due. Uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Oggi – martedì 26 gennaio – nel Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio.

    All’epoca, quando sarebbe iniziato il rapporto, lei di anni ne aveva tredici e don Marino Genova 55. L’imputato e la vittima si sono visti nell’aula di Tribunale oggi per la prima volta dal 2012, quando cioè il sacerdote era stato allontanato dalla parrocchia di Portocannone per decisione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino Gianfranco De Luca, con il quale si era confidato lo stesso prelato, ammettendo i rapporti con Giada.
    Oggi don Marino vive in una struttura alle porte di Roma in regime di clausura per sua scelta. Il Santo Uffizio, il Tribunale Ecclesiastico, lo ha sospeso “a divinis” a tempo indeterminato. Significa che pur restando un sacerdote, pur non avendo svestito l’abito sacro, don Marino non può celebrare la Messa né somministrare i sacramenti e nemmeno incontrare fedeli nel ruolo di prete.
    «Lo rivedo oggi dopo tanto tempo, e non sono contenta» ha commentato lei, senza scendere nei particolari dell’emozione provata, confortata da Nunzia Lattanzio, ex tutore pubblico dei minori che non l’ha persa di vista nemmeno per un giorno «in questi anni difficili e di grande sofferenza», arrivata a Larino per starle accanto e rassicurarla sulla aspettativa di giustizia. Comprensibilmente scossa, Giada Vitale – che oggi ha 19 anni e studia al conservatorio – è stata rappresentata dall’avvocato Lorusso, sostituto del legale di fiducia Arturo Messere che non era presente, nella udienza ricognitiva che ha fissato numero e identità dei testimoni della pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Luca Venturi. Otto le persone chiamate, a partire dal 19 luglio prossimo – data a cui è stata aggiornato il processo – a riferire in aula. Tra di loro c’è anche la stessa Giada Vitale, che qualche anno dopo l’inizio della relazione con il sacerdote, consumata all’insaputa della madre della ragazza, ha scelto di confidarsi con è una parrocchiana e poi con il vescovo, decidendo di denunciare l’accaduto e il comportamento del sacerdote, subito allontanato dalla parrocchia.

    Nel processo che oggi ha preso il via Giada Vitale è parte lesa, come pure si costituirà parte lesa nel procedimento che inizierà il 2 febbraio prossimo, incentrato sui fatti che hanno visto protagonista il sacerdote nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compito i 14 anni ma, precisa Nunzia Lattanzio, «non aveva la maturità sufficiente a capire cosa stesse facendo, come hanno dimostrato le perizie cui è stata sottoposta».

    La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Martedì prossimo in aula verrà dunque portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuale con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo». I due filoni potrebbero essere riuniti in un unico fascicolo.

    La storia di Giada Vitale e di dona Marino Genova è finita anche su media nazionali. Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=21203