Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PRETI PEDOFILI – In Italia i dati ci sono e fanno paura, ma nessuno ne parla e la paura raddoppia

    PRETI PEDOFILI – In Italia i dati ci sono e fanno paura, ma nessuno ne parla e la paura raddoppia

    Solo vedendo il nostro Panel dire che in Italia non esistano dati sul fenomeno della pedofilia nel clero mette davvero male. Tutt’al più si potrebbe dire che questi dati sono in difetto poiché incompleti, infatti sono quel classico 10% statistico che è emerso omogeneamente in tutto il mondo per denuncia spontanea delle vittime, decuplicato poi dopo le commissioni d’inchiesta governative.

    Vecchi dati raccolti nei 12 anni di attivismo della Rete L’ABUSO che oggi stiamo semplicemente raggruppando per rendere più leggibili al pubblico perché denunciano una situazione gravissima nell’intero contesto mondiale, dovuta anche alla chiesa ma in questo caso principalmente all’omertà dello Stato italiano.

    Arrivo immediatamente al punto citando alcuni dati che in questi mesi hanno fatto scalpore sui media di tutto il mondo, per poi paragonarli ai nostri.

    La recente commissione indipendente francese CIASE ha scatenato un vero e proprio tsunami in tutta Europa spingendo i governi che non avevano ancora messo mano al problema dei preti pedofili, a farlo.

    Abbiamo visto la Spagna attivarsi per un semplice dossier pubblicato dal quotidiano EL PAIS, nel quale si documentavano nell’arco di 70 anni 155 casi. Dossier che ha stimolato l’immediato intervento della Procura Generale che nella sua autonomia ha aperto un’indagine.

    Stessa cosa in Portogallo dove in poco tempo la commissione ha già raccolto più di 200 testimonianze, anche qui in un arco di circa 70 anni, coinvolgendo il mondo della politica e delle stesse Istituzioni.

    Stessa cosa per la chiesa tedesca che nella commissione indipendente di Monaco di Baviera conterà in un arco di circa 70 anni, ben 497 vittime, di cui anche in questo caso, la magistratura acquisirà i dati.

    Se guardiamo i dati appena esposti noteremo che in comune hanno tutti la fascia temporale di 70 anni presa in esame e balza subito all’occhio, che quanto meno nella fase preliminare di raccolta dati delle commissioni spagnola e portoghese,  parliamo di poco più di 2 casi all’anno per la Spagna e 3 per il Portogallo. Dato che tuttavia giustamente ha preoccupato e dietro al quale le istituzioni si sono responsabilmente attivate.

    Arriviamo ora al dato italiano, che non analizza una arco temporale di 70 anni, ma uno inferiore ai 20, nel quale però emergono più di 300 casi tra le denunce e le effettive condanne. Un dato che in Italia fa meno paura del silenzio delle Istituzioni che non vedono, non sentono e non leggono neppure più il giornale per riuscire non accorgersi che abbiamo un grosso problema.

    Per questo abbiamo pensato di allestire questo Panel sul quale sono esposti i vari dati, dagli storici database che contengono suddivisi tra “Denunciati” e “Condannati”, i più di 300 casi noti in Italia aggiungendo anche il conteggio delle “Nuove segnalazioni” che pervengono all’associazione.

    Sempre nel Panel, nella seconda riga, i “Casi impuniti” ovvero tutti quei casi in cui la Giustizia italiana ed il sistema hanno fallito per via di vuoti legislativi, prescrizione o quant’altro, lasciando di fatto libero un potenziale pedofilo, che forse non la farà franca alla prossima vittima, nei fatti dovrà produrne almeno un’altra per poter tentare di fermarlo, sempre che non intervengano le complicanze che lo hanno salvato in precedenza.

    Si aggiunge un nuovo database “Gli insabbiatori” ovvero tutti quei vescovi o prelati informati di casi, che non hanno esercitato la loro “facoltà morale” di denunciare all’autorità civile e in alcuni casi, neppure a quella canonica.

    L’ultimo contatore del Panel “Potenziale vittime” proietta in assenza di una commissione italiana lo studio di Mark Vincent Healy, che sulla base delle ricerche di A. W. Richard Sipe (monaco benedettino psicoterapeuta e scrittore nello stato del Maryland, che lavorò nelle case dove la chiesa afferma di curare i preti pedofili e produsse il famoso Rapporto Sipe), sulla base percentuale dei dati ottenuti dalle commissioni di inchiesta governative effettuate negli altri paesi e tenendo conto della popolazione cattolica media e del potenziale di sacerdoti, è riuscito a realizzare una proiezione statistica tristemente attendibile.

    Uno strumento innovativo da oggi disponibile sulla home page del portale, che in un colpo d’occhio ti permette un rapido quadro aggiornato della situazione in Italia, verificabile attraverso i diversi database messi a disposizione insieme alle fonti.

    Buona navigazione

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  • Il Coordinamento anti-abusi nella Chiesa in Italia: “Serve inchiesta ma inutile senza leggi”

    Il Coordinamento anti-abusi nella Chiesa in Italia: “Serve inchiesta ma inutile senza leggi”

    Una commissione d’inchiesta indipendente può aprire il vaso di Pandora dei casi di pedofilia nella Chiesa in Italia, ma per rendere efficace la sua azione serve un intervento Parlamentare e legislativo. Lo ha detto a Fanpage.it Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso per i sopravvissuti alle molestie in ambito ecclesiastico. Rete L’Abuso fa parte del Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia che comprende anche l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of faith,  Adista, Comité de la jupe, Comitato vittime e famiglie e Noi siamo Chiesa. Tramite la campagna #ItalyChurchToo, il Coordinamento chiede non solo l’istituzione di una commissione d’inchiesta governativa sui casi di pedofilia nella Chiesa, ma un intervento strutturale a modifica delle leggi.

    Perché ritiene che la situazione dell’Italia sia diversa da quella di altri Paesi che hanno istituito commissioni d’inchiesta indipendenti?

    Perché qui non solo serve una commissione d’inchiesta terza, ma anche l’intervento legislativo. Mi spiego: in Francia esiste l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini. Se un qualunque cittadino fosse a conoscenza di un qualunque abuso su un minore nell’ambito della sua parrocchia, per esempio, sarebbe tenuto a denunciare. Può scegliere di non farlo, ma non risponde a un obbligo penale. Se dovesse essere aperta un’inchiesta e dovesse emergere la mancanza, dovrebbe risponderne davanti alla legge in quanto complice. In Italia quest’obbligo riguarda solo i pubblici ufficiali. La mancanza dell’obbligo di denuncia ostacola anche i vescovi: se domani di presentassero davanti alle autorità per fornire informazioni su casi di pedofilia, mancherebbe la querela di parte per far partire gli accertamenti. Qui non basta far solo luce su quanti e quali sono i casi.

    Come si potrebbe ovviare al problema?

    In modo molto semplice, in realtà. Una legge esiste e riguarda il pubblico ufficiale, basterebbe cambiare la dicitura estendendola a tutti i cittadini.

    Quindi per essere efficace l’azione deve essere su tre punti: ecclesiastica, indipendente e legislativa?

    Esatto. Il problema però è che la Chiesa rappresenta un argomento blindato sul quale nessuno osa intervenire. Quello che la riguarda non è neppure oggetto di discussione tra parti politiche. Fino a ora si è puntato sui tribunali canonici che però rispondono al Codice Canonico e basta. Certo, è giusto che anche la Chiesa abbia i suoi tribunali, ma alla vittima di abusi questo non basta. Serve una sinergia con lo Stato. Le persone non vengono risarcite dal punto di vista legale, per intenderci.

    La nostra magistratura però è indipendente come quella spagnola, per esempio

    Certo. In Spagna per esempio il quotidiano El Pais ha pubblicato un elenco riguardante 250 casi di pedofilia in 70 anni. La magistratura poi ha acquisito autonomamente i dati e ha aperto un’indagine. Il governo l’ha seguita nell’inchiesta e ora partecipa. In Italia con Rete L’Abuso abbiamo contato 360 casi in soli 15 anni. La magistratura potrebbe seguire lo stesso iter, ma abbiamo comunque carenze legislative importanti.

    La proposta della sola Cei non è sufficiente quindi

    Per niente. Se la Cei domattina istituisse una commissione d’inchiesta sulla cosa, risulterebbe comunque poco credibile visto quanto accaduto negli ultimi anni. Abbiamo parlato per anni di tribunali per processare i vescovi, ma c’è stato un nulla di fatto. Ci sono casi noti sui quali non si agisce: ci sono vescovi che denunciano di avere in diocesi preti accusati di pedofilia provenienti dall’estero, ma perché non si indaga su chi ha mandato questa persona in Italia probabilmente per nasconderla? Così sono solo belle parole. Ribadisco però che l’inchiesta indipendente non basta se non si toccano le leggi perché così le catene non si spezzano. In questo modo tra 20 anni dovremmo creare una nuova commissione d’inchiesta.

    Certo, i bambini. Nel 2008 siamo riusciti a portare la cosa in un’interrogazione parlamentare, ma nessuno ha risposto. Nel 2019 abbiamo portato il tutto alle Nazioni Unite, segnalando una violazione della Convenzione della tutela dell’infanzia. Le Nazioni Unite ci hanno dato ragione sottolineando inoltre grande preoccupazione per il numero bassissimo di denunce e di provvedimenti penali su questo tipo di casi. L’Italia ha sottoscritto la Tutela dell’infanzia, ma dal ’91 al 2019 le leggi dovevano essere adeguate.

    https://www.fanpage.it/attualita/il-coordinamento-anti-abusi-nella-chiesa-in-italia-serve-inchiesta-ma-inutile-senza-leggi/

  • Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    #ItalyChurchToo – Si è svolta questa mattina, alla presenza di circa 70 giornalisti accreditati dell’informazione nazionale e internazionale, la presentazione online del Coordinamento di associazioni contro l’abuso nella Chiesa cattolica. Il Coordinamento è composto da Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Adista, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, Left.

    Un momento fondativo perché, ha detto Ludovica Eugenio responsabile del settimanale Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse, espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento, della voce delle vittime, dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione».

    Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

    A differenza di molti Paesi nel mondo, dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

    Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

    «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime.

    Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una proposta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa. Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti. È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

    «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri. Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come i recenti sforzi del papa (con “Vos estis lux mundi”) si siano rivelati inutili: i vescovi non obbediscono alle leggi ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El Pais ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta prevenzione. Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima; si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4. Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere.
    Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede anche che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

    La parola è stata poi data ad alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’ABUSO. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’ABUSO ho dato la disponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma.

    Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore.

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subito un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

    È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la chiesa” fu la risposta) poi alle autorità». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della congregazione per la dottrina della fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

    Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere. Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo.
    Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi. Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare».

    Zattoni si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di allontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi. Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

    «Il nostro settimanale ha sempre dato attenzione al problema degli abusi su minori e donne», ha detto Federico Tulli del settimanale Left. «Proprio questa settimana verrà inaugurato il database di Left che raccoglierà i casi di abusi su minori nella Chiesa cattolica in Italia, il primo realizzato nel nostro Paese da una testata giornalistica in collaborazione con la Rete l’Abuso. Questo per sopperire a una grave mancanza, quella di una mappatura, mai realizzata né dalla chiesa né dallo Stato, su questo fenomeno criminale. Una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

    Abbiamo lavorato su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche e ci avvaliamo del contributo di esperti di varie discipline, avvocati, magistrati, psichiatri, psicoterapeuti e anche di storici. Per poter affrontare seriamente questa piaga è determinante essere chiari, soprattutto con l’opinione pubblica, su cosa sia la pedofilia, su quali siano le radici di questo fenomeno diffuso non solo nella Chiesa ma anche nella società laica. Si tratterà dunque di una mappatura in tempo reale, stanno già arrivando segnalazioni di nuovi casi, ma anche di un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa sia la pedofilia e poterla affrontare. Left dà la propria massima disponibilità a contribuire al lavoro del Coordinamento».

    La conferenza stampa – che ha visto anche la partecipazione di Anne Soupa, presidente del Comité de la Jupe a Parigi, organismo che si batte per i diritti nella Chiesa, e Marilde Iannotti di Voices of Faith, organismo attivo sul piano dei diritti delle donne nella Chiesa e sugli abusi delle religiose – si è conclusa con un ultimo intervento di Marzia Benazzi (OIVD): «Siamo partite con la nostra sensibilità di donne, occupandoci già degli abusi contro le religiose, nella convinzione che tutti gli aspetti degli abusi nella Chiesa siano originati da una condizione endemica fondante: dalla visione sessista e patriarcale dominante. Il muro del silenzio sarà duro da abbattere. Questo coordinamento riunisce una pluralità di richieste che sono dovute alle esperienze: c’è chi crede ancora che ci possa essere una trasformazione nella Chiesa, c’è chi, in una visione di vita vissuta e di sofferenze, ma siamo accomunati dalla determinazione a far sì che nulla resti intentato, perché non è una questione di credenti non credenti ma una questione di giustizia : non possiamo più accettare che tutto questo sia obnubilato o negato. Per far questo abbiamo bisogno di alleati nei giornalisti e giornaliste a cui chiediamo di sostenerci in questa azione perché l’Italia è sorda per un protervo ossequio alla cultura clericale, e non ha mai visto la nascita di una vera laicità dello Stato. Tenete alta l’attenzione, perché la laicità si esprime nella giustizia»

  • Come il pesce, l’indagine vaticana in Spagna puzza dalla testa

    Come il pesce, l’indagine vaticana in Spagna puzza dalla testa

    Come il pesce – di Francesco Zanardi – Il quotidiano spagnolo EL PAIS annuncia che attraverso il suo corrispondente Daniel Verdù, ha consegnato nelle mani del papa una sorta di dossier “Spotlight spagnolo” di 385 pagine, che dettagliano 251 casi riferiti al periodo tra il 1943 e il 2018. Un arco temporale importante, ma che proprio per questo fa sorgere alcune perplessità, sopratutto sui silenzi della Spagna e del suo Governo, che come quello italiano – controcorrente al resto d’Europa – “delega” le indagini anziché alla magistratura o agli organi competenti e super partes dello Stato , a chi invece per anni li ha insabbiati e che oggi, probabilmente per paura di un secondo esito CIASE, con tutti i conflitti d’interesse del caso, corre ai ripari trasformandosi forse per spirito natalizio, da carnefice in improbabile buon samaritano.

    La critica della Rete L’ABUSO vuole essere costruttiva e per nulla un attacco alla lodevole iniziativa, non si può però non chiedersi perché consegnare queste informazioni al Vaticano, che molto probabilmente le ha già in gran parte nei suoi archivi, e perché non al Governo, chiedendo di istituire una commissione indipendente che faccia chiarezza ?

    D’altra parte 250 casi in più di 70 anni sono il segno che si è toccata appena la punta dell’iceberg e c’è parecchio di più da indagare.

    Basta pensare che nella sola Australia risultarono responsabili di abusi sui minori lo stesso numero di sacerdoti, 250, ma l’Australia ha anche un organico di soli 3.100 preti, mentre la Spagna ne ha all’incirca 25.000, ben 3000 in più della Francia. La metà di quelli in organico nella sola penisola italiana, che a differenza dei 250 documentati in Spagna in settanta anni, qui in soli quindici, ne conta più di trecento, di cui ben 160 condannati in via definitiva dallo Stato. Casi di cui però la stampa italiana non parla. Una pandemia, sia nella sua unicità che nei silenzi di CEI e Vaticano.

    È la stessa coerenza dei dati sistematicamente emersi dalle commissioni di inchiesta indipendenti in tutto il mondo a dire che quel dato lodevole ma insufficiente, va indagato ulteriormente, ovvero approfondito seriamente e non da una istituzione non credibile e colma di conflitti di interesse come la chiesa. Anche per sua stessa tutela!

    Purtroppo riteniamo disastroso qualora questa indagine di natura giornalistica, se pur lodevole, non si evolvesse in direzione di una indagine governativa, limitandone così la risposta della chiesa spagnola al solo dato emerso giornalisticamente e non dagli inquirenti o dalle informazioni a loro fornite dalle gerarchie, ma da quel poco che malgrado lo sforzo, la stampa ha potuto acquisire.

    Verrebbe sconvolto persino lo stesso ruolo dei media, che hanno dovere di informare, fare inchieste giornalistiche, ma in questo caso sostituirebbero l’organo giudicante, a ulteriore danno per le vittime, che mai potranno portare in un’aula giudiziaria articoli di giornale, per quanto veritieri e dettagliati.

    F.

  • Pedofilia ecclesiastica in Spagna, il Vaticano apre un’inchiesta sugli abusi commessi dal 1943 al 2018 svelati e documentati da El Pais

    Pedofilia ecclesiastica in Spagna, il Vaticano apre un’inchiesta sugli abusi commessi dal 1943 al 2018 svelati e documentati da El Pais

    Il Vaticano vuole vederci chiaro sugli abusi spagnoli. Secondo quanto riferisce El Pais, la Chiesa cattolica ha avviato una grande inchiesta, senza precedenti in Spagna, su 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose accusati di abusi su minori documentati. Il quotidiano spagnolo ha documentato questi abusi in un’inchiesta condotta negli ultimi tre anni compilando un dossier di 385 pagine che è stato consegnato a Papa Francesco lo scorso 2 dicembre. La consegna, rivela il giornale oggi, è avvenuta durante il viaggio del Papa in Grecia, tramite un assistente del Pontefice.

    Secondo quanto riferito da El Pais, subito dopo il rientro in Vaticano, il dossier è stato fatto arrivare alla Congregazione per la dottrina della Fede. Il quotidiano iberico questa settimana ha consegnato il dossier anche al presidente della Conferenza episcopale spagnola, il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, che lo ha immediatamente consegnato al tribunale ecclesiastico di Barcellona che avvierà le indagini. Nel dossier sono elencati casi di abusi che vanno dal 1943 al 2018 e sono in stragrande maggioranza mai denunciati prima, tranne 13 casi su 251.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/19/pedofilia-ecclesiastica-in-spagna-il-vaticano-apre-uninchiesta-sugli-abusi-commessi-dal-1943-al-2018-e-svelati-e-documentati-da-el-pais/6431477/

  • SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    Da quasi cinque mesi, dallo scorso maggio, è in corso a Milano un processo di cui non si parla. Eppure, è una storia impressionante. Che coinvolge i vertici dei Legionari di Cristo, la ricchissima congregazione religiosa fondata nel 1941 dal prete messicano Marciai Maciel Degollado, travolto da infiniti scandali sessuali con droga, amanti, figli segreti sparsi per il mondo.

    E condannato dal Vaticano, nel 2006, soltanto a dedicarsi a «una vita di preghiera e penitenza», prima di morire nel 2008. Sotto accusa ci sono quattro dirigenti della Congregazione, fortissima in Italia, Messico e Spagna, dove rappresenta l’ala conservatrice e integralista del mondo cattolico.

    Al centro del processo, due accuse: tentata estorsione e favoreggiamento. Pressioni e minacce per insabbiare una denuncia presentata nel 2013 in un commissariato milanese da due genitori disperati, Yolanda M. e Giuseppe L., per gli abusi sessuali subiti dal figlio nel seminario di Gozzano, vicino a Novara. ‘un sacerdote dei Legionari, padre Vladimir, avrebbe trasformato quel ragazzo in uno schiavo sessuale: un inferno, che lo ha spinto a meditare il suicidio, come lui stesso ha scritto in un tema conservato dai genitori, prima di abbandonare la vocazione.

    Per evitare lo scandalo, l’ennesimo, i quattro dirigenti della Congregazione avrebbero proposto ai due poveri coniugi un accordo scritto, illegale: negare che ci fossero mai stati abusi, se interrogati da magistrati, in cambio di 15 mila euro, da restituire se invece avessero parlato. Al loro no, deciso, sarebbe seguita una seconda proposta scritta, non più riferita ai giudici: tacere con le autorità ecclesiastiche, in cambio dei soliti 15 mila euro. Da ridare, se avessero rotto l’omertà, raddoppiati: 30 mila.

    Gli imputati del processo milanese, che respingono tutte le accuse, sono Luca Gallizia, italiano, ex rettore dell’università europea di Roma; Manuel Cordero Arjona, spagnolo, il legale della Congregazione; e due messicani, Victor De Luna De Santiago, responsabile economico, e Oscar Kuri Nader, direttore per il Nord Italia. I tre Legionari stranieri compaiono anche nei Pandora Papers, le carte riservate delle società offshore, analizzate da L’Espresso insieme a giornalisti americani, spagnoli e messicani.

    Già nel 2013 De Luna e padre Nader, che vivono nel quartier generale della Legione di Cristo, il palazzo di via Aurelia 677 a Roma, entrano come amministratori in una offshore di Hong Kong, la New Gate Foundation HK. E a fine giugno ne siglano un bilancio assurdo, senza cifre. A fine luglio invece è Cordero, tramite un’altra società estera, Education Developers lnc, a versare 2,4 milioni di dollari, a titolo di rimborso di un prestito decennale, a un trust offshore di Luis Garza Medina, messicano: un fedelissimo di padre Maciel, il fondatore dei Legionari. Medina è stato il vicario generale della Legione fino al luglio 2011, quando il Vaticano lo ha silurato.

    Anche gli altri tre imputati erano molto vicini a Maciel.

    Nel 2017 L’Espresso, con l’inchiesta chiamata Paradise Papers, aveva rivelato che i Legionari, fin dagli anni ’90, utilizzavano società delle Bermuda come tesorerie anonime per gestire centinaia di milioni: le rette pagate da migliaia di studenti delle loro scuole e collegi. Allora la Congregazione replicò che da tempo non usava più offshore. Come dire che erano problemi del passato, dei tempi del fondatore.

    I Pandora Papers ora mettono in dubbio la versione ufficiale. La Legione viene commissariata il 9 luglio 2010, quando Papa Benedetto XVI incarica monsignor Velasio

    De Paolis, poi nominato cardinale, di fare pulizia. Appena tre giorni prima, come emerge ora, Garza Medina ha costituito la prima cassaforte offshore in Nuova Zelanda, chiamata Retirement and Medicable Charitable Trust. Che alimenta anche conti svizzeri. Ed è legata ad altri trust, intestati a familiari di Medina, creati nel 2011, durante il commissariamento.

    Alcuni sono tuttora attivi. Gestiscono patrimoni per almeno 300 milioni. Investiti nell’acquisto di immobili nei quartieri più poveri della periferia di Miami, in Florida, e di altre città americane. Dove il consorzio lcij ha scoperto che centinaia di famiglie sono state sfrattate l’anno scorso, nonostante l’emergenza pandemia, dai misteriosi proprietari schermati dalle offshore, per poter ristrutturare e rivendere a caro prezzo le loro case. Alla domanda se questi investimenti siano stati comunicati alla Chiesa di Papa Francesco, i Legionari hanno risposto che «gli istituti religiosi non hanno un obbligo di fornire informazioni dettagliate al Vaticano sulle loro decisioni interne in materia finanziaria». Aggiungendo che solo uno dei trust, quello intitolato a opere di carità, è controllato dalla Congregazione. E confermando che gli altri appartengono a familiari dell’ex tesoriere Medina.

    A Milano intanto, nel processo per gli abusi da insabbiare con i soldi, si scopre che padre Vladimir, il rettore denunciato del seminario, è stato condannato in via definitiva a più di sei anni di carcere, nel 2020, ma è scappato in Sudamerica. Dalle email sequestrate emerge perfino un tentativo di coinvolgere l’allora vicario della diocesi di Milano, Mario Delpini, poi diventato arcivescovo. A incontrarlo, il 30 settembre 2013, è Gallizia, il Legionario italiano. Chiede l’approvazione della Chiesa per trattare con i genitori della vittima. Monsignor Del pini lo gela cosl: «Pensateci bene a fare un accordo con la famiglia, potrebbe essere usato come una prova di colpevolezza della Congregazione».

    Neanche un mese dopo, il 18 ottobre, la signora Yolanda si vede proporre, nella chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, la prima scrittura privata per comprare il suo silenzio. Lei rifiuta. E dopo la seconda offerta, reagisce. Alle 08,21 del 9 gennaio 2014 chiama al telefono, intercettato dalla polizia, il cardinale De Paolis. Lui capisce che le hanno offerto denaro e commenta: «Questo è quello che si dà in Italia … Non firmi il patto, non firmi niente». Poi aggiunge: «Gli avvocati complicano le cose, anche le Sacre Scritture dicono che tra cristiani dovremmo trovare un’intesa». Yolanda esplode: «Non è un buon accordo consentire una menzogna».

    De Paolis è stupefatto: «No, no. Sono sorpreso da quello che hanno scritto questi avvocati … Lei ha chiesto aiuto perché ha avuto delle spese». Yolanda: «Il mio legale sostiene che ci deve essere un risarcimento, ma senza approvare clausole che non sono vere e sono pure criminali».

    Il giorno dopo, alle 21.19, viene intercettato padre Nader mentre parla con un legale. La linea è chiara: «In ogni caso, qualunque cosa dobbiamo firmare, la Congregazione deve essere tenuta fuori».

    La signora Yolanda è delusa e oggi dice all’Espresso: «Il cardinale non ha alzato un dito per aiutarci. Non è venuto incontro alle vittime. Mi sono sentita tradita. Sono cristiana, ma non sono più cattolica. Ora non vado più a messa, come mio marito».

    L’avvocata della famiglia, Daniela Cultrera, attacca i Legionari: «Il negoziato per comperare il silenzio delle vittime non è mai stato autorizzato dal cardinale De Paolis. E il modo in cui la Congregazione ha cercato di insabbiare lo scandalo non è un caso isolato».

    Chissà se qualcuno, a Milano o in Vaticano, ora indagherà sui trust offshore dei Legionari. E sulla provenienza dei tanti soldi offerti in questi anni in mezzo mondo, si spera con transazioni lecite, per zittire le vittime. •

    Questa inchiesta è stata realizzata da Leo Sisti,Paolo Biondani, Vittorio Malagutti (L’Espresso), Spencer Woodman (lcij), Andrea Cardenas (Quinto Elemento Lab), Mathieu Tourliere (Proceso), Georgina Zerega (El Pais)

    https://espresso.repubblica.it/dossier/pandora-papers/2021/10/11/news/pandora_papers_legionari_di_cristo-321720400/

  • Savona: don Ilario Verri calunniò il presidente della Rete L’Abuso e mentì al processo.

    Savona: don Ilario Verri calunniò il presidente della Rete L’Abuso e mentì al processo.

    Giudice e PM non se ne accorsero, con grave danno per la Giustizia nella quale, continuo a credere fiducioso nonostante alcuni suoi pessimi rappresentanti.

    Un clamoroso documento proveniente dalla procura di Bergamo non solo prova come don Ilario Verri, abbia sporto una querela calunniosa nei confronti del Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, ma soprattutto palesa una gravemente lacunosa attività investigativa sia da parte della procura di Bergamo che di quella di Savona. Viene quasi da pensare alla luce dei vari casi, che la giustizia si accanisca contro chi denuncia e non contro chi è querelato. Soprattutto quando è un prete.

    Ma partiamo dall’inizio, quando sul sito della Rete L’ABUSO ripubblicammo un articolo edito da “El Pais”, testata giornalistica portoghese tra le più quotate, firmato da ANA DIAS CORDEIRO, giornalista di fama.

    Don Verri sporse nei nostri confronti querela per diffamazione nanti alla Procura di Bergamo determinando l’apertura di un’indagine a carico del Presidente, Francesco Zanardi, nonostante il procedimento dovesse essere radicato in Savona. Sollevammo l’eccezione, all’udienza preliminare ottenendo il trasferimento per competenza nanti il Tribunale di Savona, dove il Presidente dell’unica associazione italiana di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, venne inquisito e rinviato a giudizio da un PM che non verificò se a Bergamo ci fossero state le indagini oggetto dell’articolo inquisito, cosa che avrebbe evitato l’instaurazione del procedimento.
    Punti di svista… a meno che tu non sia un prete italiano.

    Ed al processo don Verri proseguì con le sue falsità, rispondendo alle domande poste dall’avvocato Riccardo Di Rella: “lei è mai stato indagato per questi fatti?” e la risposta fu “no, ho saputo che la polizia mi cercava e sono andato spontaneamente a vedere che cosa volevano “.

    Il sacerdote, malgrado tutto ebbe persino la faccia tosta e il coraggio di costituirsi in udienza parte civile chiedendo all’associazione 50.000€ di danni.

    Tutto questo è accaduto a Savona dove la Procura ha archiviato senza neppure inserirlo a ruolo, un esposto contro il Governo italiano per omissioni in materia, proprio durante l’esamina del Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite che rispose: “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.”

  • Prete costringe ragazzino a praticargli sesso orale: l’arcivescovo sa, ma tace per 5 anni

    Prete costringe ragazzino a praticargli sesso orale: l’arcivescovo sa, ma tace per 5 anni

    Un nuovo scandalo pedofilia rischia di investire la Chiesa: Braulio Rodríguez, ex arcivescovo di Toledo, in Spagna, ha per almeno cinque anni ignorato gli abusi sessuali commessi da un sacerdote nella chiesa di San Tomás Villanueva di La Mancha ai danni di un ragazzo di 15 anni che ha sporto denuncia una volta diventato maggiorenne. A raccontare il caso è il quotidiano spagnolo El Pais. Stando a quanto accertato la giovane vittima nel 2009 confidò a un altro prete le violenze subite, quindi l’informazione arrivò anche all’arcivescovo alcuni mesi più tardi. Malgrado ciò Rodríguez non intervenne nei confronti del parroco accusato di abusi sessuali, che è potuto rimanere indisturbato a contatto con altri minori fino al 2015. L’Arcivescovado di Toledo si è limitato a dichiarare di aver voluto rispettare la presunzione d’innocenza del prete non intervenendo nei suoi confronti e non rimuovendolo dal suo incarico.

    Sul caso ora è stato aperto un processo canonico ed è stato informato anche il Vaticano. La causa però è anche pendente al tribunale di Leon: è in questa provincia infatti che il giovane ha subito uno degli abusi, ed è qui che ha sporto denuncia nel 2016, una volta diventato maggiorenne. Cinque perizie psicologiche, una delle quali condotta da un team forense del tribunale, hanno confermato che il ragazzo ha subito ripetutamente violenze sessuali dopo essere entrato in seminario nel 2003. A partire dal 2004, quando si rivolse al prete indagato denunciando episodi di bullismo, il giovane sarebbe stato ripetutamente abusato. Secondo il Pubblico Ministero titolare dell’inchiesta, “da quando ha incontrato la vittima il parroco è diventato il suo confidente spirituale. Gli incontri si svolgevano regolarmente. Nel febbraio nel 2006 lo baciò per la prima volta sulla bocca. I due dormivano nella stessa stanza e quando il prete lo baciava gli diceva che lo faceva come fosse suo padre, perciò non si trattava di un peccato”. Gli incontri sono proseguiti per anni. Secondo il pm una volta il sacerdote portò l’adolescente nella sua stanza, lo costrinse a praticargli sesso orale e a masturbarsi davanti a lui. Episodi simili si sarebbero verificati fino a quando la vittima non riferì al religioso di essersi innamorato di una ragazza.

    Secondo la Procura di Leon il sacerdote era “un amico, quasi un membro della famiglia del ragazzo”. Nel 2009 il giovane ebbe uno scambio di sms con il prete recriminando per le violenze subite. “Io davvero non merito di vivere”, fu la risposta del sacerdote, finita agli atti e indicata come una delle prove della sua colpevolezza. Una confessione, di fatto: il sacerdote rischia ora dagli 8 ai 12 anni di carcere.

    https://www.fanpage.it/esteri/prete-costringe-ragazzino-a-praticargli-sesso-orale-larcivescovo-sa-ma-tace-per-5-anni/

  • “La suora selezionava i bimbi più ‘sottomessi’ per consegnarli agli abusi dei sacerdoti”

    “La suora selezionava i bimbi più ‘sottomessi’ per consegnarli agli abusi dei sacerdoti”

    Arrestata la monaca latitante da un mese Kosaka Kumiko, al centro dello scandalo di pedofilia fra Verona e Argentina

    “Sono una brava persona, che ha donato la sua vita a Dio”. Si difende con queste parole Kosaka Kumiko, arrestata in Argentina dopo un mese di latitanza, per l’accusa di aver favoreggiato per anni gli abusi dei sacerdoti nei confronti dei bambini sordi, in cura presso l’Istituto Provolo di Mendoza, in Argentina.

    Con ancora addosso l’abito monacale e ai polsi le manette si è dichiarata non colpevole, respingendo la ricostruzione degli avvocati delle vittime, che parlano di lei come “il diavolo dal volto femminile”, “la monaca degli abusi”, “il mostro meno sospettabile”.

    Nel 2007 la suora si è trasferita a Mendoza dal Giappone e per sei anni ha lavorato presso l’Istituto Provolo, al centro di uno scandalo di pedofilia. Le vittime, ora adolescenti, accusano la suora di aver svolto un ruolo centrale nella vicenda, selezionando i bambini più “sottomessi” per consegnarli come prede. Una ragazza sostiene che la donna le abbia fatto indossare un pannolino, quando aveva cinque anni, per nascondere l’emorragia provocata dai sistematici stupri a cui diversi sacerdoti l’avevano sottoposta.

    L’Istituto Provolo – racconta El Pais – è stato al centro della cronaca argentina nel dicembre dello scorso anno, quando vennero arrestati i sacerdoti Nicola Corradi, 82 anni, e Horacio Corbacho, 52, con l’accusa di “abuso sessuale aggravato”, contro almeno venti bambini non udenti tra i 10 e i 12 anni. Don Nicola Corradi, scrive Verona sera, era già stato al centro di uno scandalo riguardante gli abusi sui minori dell’istituto Provolo di Verona. Era stato poi trasferito in una struttura gemella in Argentina, dove è avvenuto il fatto.

    Kosaka Kumiko per sei anni è stata responsabile della cura di 43 bambini, che ora, supportati dalla Ong Xumek, l’accusano di aver “partecipato alle pratiche con carezze e guardato pornografia con i sacerdoti e i ragazzi”. La sua funzione principale era però quella di selezionare i bambini più vulnerabili, poiché “i più ‘sottomessi’ venivano consegnati ai violentatori, i ribelli si salvavano dagli abusi”. Quando emersero le prove della sua presunta colpevolezza Kumiko è fuggita a Buenos Aires, dove finalmente si è arresa: “Sono innocente, non sapevo degli abusi”, ha detto al giudice.

    http://www.huffingtonpost.it/2017/05/06/la-suora-selezionava-i-bimbi-piu-sottomessi-per-consegnarli-a_a_22072376/

  • Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    “Ma quale missione ? Padre Zappella non ha mai avuto nessuna missione”. “Qui la chiesa ha solo dato in uso la struttura che è di fronte alla canonica, dall’altra parte della strada ma la gestisce il governo a sue spese, non la chiesa”.

    Questo è quello che ci ha risposto circa tre mesi fa al telefono la giornalista uruguagia K. C. mentre cercavamo di capire di più sui viaggi in Uruguay di don Francesco Zappella. Certo una sorpresa non solo per noi, ma anche per coloro che quella missione l’hanno finanziata.

    A raccontarcelo e a formalizzare il tutto davanti agli inquirenti è un altro testimone, questa volta un italiano che spesso si reca a Trenta y Tre, il quale non solo conferma che non è mai esistita una missione, ma racconta che quella struttura della chiesa data in uso al governo è il famoso collegio Quo Vadis, quello dove sarebbero stati adescati e molestati da don Francesco Zappella, padre Sebastian Silvera e padre Gabriel Tojo, ragazzini come Fernando, il giovane uruguagio che la Rete L’ABUSO ha fatto venire a Savona lo scorso agosto, per denunciare la sua brutta storia all’autorità giudiziaria.

    Ma le sorprese sembrerebbero non finire qui perche anche il collegio Quo Vadis non esiste più, è stato chiuso in gran silenzio pochi mesi fa. I motivi dell’improvvisa chiusura della struttura nessuno li conosce, ma nell’aprile 2014 un’altra vicenda coinvolge padre Gabriel Tojo, uno dei due sacerdoti che gestiscono quella struttura, il quale, come racconta anche il quotidiano El Pais, il sacerdote viene aggredito a colpi di machete. La chiesa locale dichiarerà che l’aggressione è dovuta a un tentativo di rapina, ma la polizia sembra non credere a questa ipotesi. L’aggressore infatti, avrebbe dichiarato di aver assalito il sacerdote per motivi personali, dovuti a presunte molestie subite dalla figlia, ospite proprio di quel collegio. Poche settimane fa Tojo e Silvera hanno abbandonato in fretta e furia l’Uruguay per trasferirsi in Argentina, sfuggendo di fatto alla giustizia uruguagia.

    Nel frattempo la magistratura uruguayana che ha incaricato le indagini alla prima sezione investigativa della polizia di Trenta y Tre, ha cominciato a convocare le presunte vittime. Sul piede di guerra anche i servizi sociali che gestivano il collegio Quo Vadis.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO