Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: elisa claps

  • Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa di Potenza in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

    Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa di Potenza in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

    Ieri, alla vigilia dell’anniversario del ritrovamento del corpo di Elisa Claps (avvenuto il 17 marzo 2010), rinvenuto nella sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità a Potenza, una notizia ha sconvolto la famiglia Claps e la località potentina.

    Il vescovo Salvatore Ligorio ha infatti comunicato che la chiesa, dopo un imponente lavoro di ristrutturazione, sarà riaperta al pubblico ed ai fedeli, verosimilmente nel 2022. L’annuncio ha scatenato l’ira della famiglia Claps, ed in particolare di Gildo Claps (fratello di Elisa) che racconta di come questa riapertura andrebbe a violare la memoria della sorella ed a contrastare le volontà di tutta la comunità.

    Elisa Claps, la scomparsa e la morte: chi è Danilo Restivo

    Il 12 settembre 1993 la 16enne Elisa Claps si recava in chiesa, alla Santissima Trinità, per partecipare alla messa. Non sarebbe più tornata: la famiglia non avrebbe più rivisto la ragazza, apparentemente svanita nel nulla, di cui denunciò subito la scomparsa. Si aprì un indagine di omicidio ed i sospetti caddero dal primo momento su Danilo Restivo, un giovane amico della ragazza, individuato tramite alcune testimonianze come l’ultima persona ad aver incontrato Elisa. Restivo è stato successivamente condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Elisa.

    Il nuovo, grande shock per la famiglia sarebbe però arrivato nel 2010, il 17 marzo, quando il cadavere di Elisa fu ritrovato nel sottotetto della Chiesa. La famiglia da subito si dimostrò scettica riguardo al ritrovamento, dichiarando che con ogni probabilità c’era chi sapeva da anni che il cadavere di Elisa si trovava lì. In particolare, come riportato nel 2014 su Rete l’Abuso, Gildo Claps aveva dichiarato di sospettare un coinvolgimento di Don Pierluigi Vignola, cappellano della questura che avrebbe sostituito il parroco della Santissima Trinità, Don Mimì Sabia, asserendo che alcune informazioni di Vignola fossero discordanti e contrastanti con i fatti.

    Oggi, a 11 anni dal ritrovamento del corpo, per il Vescovo di Potenza sembra sia il momento di voltare pagina e dare nuova vita alla chiesa. Come riporta Ansa, queste sarebbero state le parole del Vescovo: “La ripresa dei lavori nella chiesa della Santissima Trinità è frutto del parere concorde dei vescovi lucani, che hanno sostenuto con convinzione la scelta di dare la precedenza a questo intervento.

    Quando i lavori saranno completati la chiesa parrocchiale della Santissima Trinità sarà riaperta al culto nel quadro della riorganizzazione pastorale prevista per il centro storico di Potenza”.

    Riguardo all’infelice combinazione di date con cui viene diffusa la notizia, Ligorio dice: “Si tratta di una coincidenza non voluta ma che tuttavia assume un certo significato, in particolare di speranza per la Chiesa diocesana, per la città e per la mamma della cara Elisa con la quale ho avuto contatti assicurandole la mia vicinanza nella preghiera e informandola dell’evoluzione del progetto”.

    Gildo Claps: “Scelta di pessimo gusto”

    Quest’ultima affermazione ha scatenato l’ira di Gildo Claps, che invece, tramite comunicato stampa di risposta, avrebbe dichiarato: “Ritengo una scelta di pessimo gusto riportare la telefonata tra il vescovo Ligorio e mia madre in cui si lascia intendere che la famiglia abbia espresso piena condivisone nella scelta di riaprire la chiesa al culto al termine dei lavori”.

    Gildo Claps ha anche aggiunto che la famiglia avrebbe il sostegno della comunità nel non volere la chiesa riaperta: “Abbiamo già ricevuto tantissime attestazioni di solidarietà da parte della comunità potentina.

     La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre. Non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose”.

    Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

  • La verità del vescovo sul cadavere di Elisa  Oggi monsignor Superbo in aula

    La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

     «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

     Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

     Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

     Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

     Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

    «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

    Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

    Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

    Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

    Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

  • Elisa Claps, nuovi dubbi su versione del vescovo

    Elisa Claps, nuovi dubbi su versione del vescovo

    di Fabio Amendolara

    POTENZA – «Mentre stavo andando a Satriano ricevetti una telefonata da don Wagno che mi disse che gli operai avevano trovato un cadavere, ma non mi specificò dove. Io gli dissi di far scendere tutti, di non far allontanare nessuno e chiamai il 113». È la dichiarazione che il vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, rilascia alla polizia pochi giorni dopo il ritrovamento dei resti di Elisa Claps nella chiesa della Trinità (era il 17 marzo del 2010).

    Ma ora saltano fuori dai faldoni dell’inchiesta gli accertamenti sui tabulati telefonici del vescovo. Quando sul cellulare del vescovo arrivò la telefonata di don Wagno il vescovo non era a Satriano. E neanche per strada. Si trovava a Potenza. E il suo cellulare agganciò un ponte radio fissato in corso XVIII Agosto (in pieno centro). Stesso ponte per la telefonata che il vescovo fa al 113. La chiamata successiva, invece, agganciò una cella nelle vicinanze del raccordo autostradale, all’altezza di Tito Scalo (sulla strada per Satriano). Il vescovo seppe del ritrovamento di un cadavere nella chiesa e partì lo stesso per Satriano? È un dettaglio che all’apoca fu sottovalutato. Ora che si è in attesa della testimonianza del vescovo nel processo in cui sono imputate le due signore delle pulizie (accusate di aver mentito sul ritrovamento dei resti di Elisa) è un aspetto che acquista un valore diverso (il vescovo verrà sentito il 17 giugno). In aula il pm Laura Triassi sta cercando di ricostruire le fasi del ritrovamento. Sono emerse contraddizioni nelle dichiarazioni degli operai rumeni che sostengono di aver trovato i resti di Elisa con la luce di un telefono cellulare (altri operai hanno dichiarato di aver lavorato nel sottotetto con fari alogeni senza veder nulla). È emerso che, dopo la chiamata al 113, arrivò prima una pattuglia delle Volanti, poi un funzionario della Digos e il questore di Potenza Romolo Panìco. Solo successivamente arrivò personale della Squadra mobile.

    L’accusa cercherà di accertare cosa è accaduto prima dell’arrivo della polizia. Il vescovo su quel punto ha un testimone che riscontra le sue dichiarazioni. Don Cesare Covino ha dichiarato alla polizia: «Poco prima delle 10 pervenne una telefonata sul numero del vescovo da parte di don Wagno che lo notiziava del rinvenimento. Il vescovo gli raccomandò di non far muovere nessuno in quanto lui stesso avrebbe avvisato la polizia. In effetti così fece, nel mentre stavamo andando a Satriano». Ora i tabulati dimostrano che Superbo era a Potenza. Perché decise di partire per Satriano? E perché non dirlo subito alla polizia?

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/elisa-claps-nuovi-dubbi-sulla-versione-del-vescovo-no722772

  • Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

    Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

     Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore.

    Il cadavere di mia sorella Elisa fu trovato nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza il 17 marzo 2010, ma non è credibile che per diciassette anni nessuno abbia visto lì il suo corpo. Il suo ritrovamento è stata una messinscena e voglio sapere chi Tha organizzata”. A parlare è Gildo Claps, 49 anni, fratello di Elisa, la studentessa di 16 anni sparita il 12 settembre 1993 e ritrovata poi nel sottotetto di quella parrocchia ormai quattro anni fa. A ucciderla con 12 coltellate, dopo un tentativo di stupro, è stato Danilo Restivo, oggi 41 enne, che nel 2013 è stato condannato dai giudici a trent anni di carcere. Il suo Dna era sui vestiti della sedicenne. L’uomo, sfuggito alla giustizia italiana per anni, si è macchiato nel frattempo di un altro delitto: rifugiatosi in Inghilterra, a Bournemouth, ha ucciso la sua vicina di casa, Heather Barnett, una sarta 40enne.

    “TANTE DOMANDE SONO SENZA RISPOSTA” Ma il giallo della scomparsa e della morte di questa studentessa di Potenza non è stato risolto. Non si può ancora mettere la parola fine a questa brutta storia, perché la famiglia di Elisa vuole capire chi abbia organizzato quella dolorosa messinscena. Non solo, vuole che sia trovato e punito chi ha coperto 1 assassino, chi ne ha favorito la fuga e la latitanza, vuole capire come mai per anni non siano state fatte indagini serie, perché la poliziotta che indagava, Anna Esposito, sia morta misteriosamente a soli 35 anni. Un lungo elenco di domande a cui sta cercando di dare delle risposte la Procura di Salerno che conduce la cosiddetta inchiesta bis. I magistrati vogliono punire icomplici che hanno aiutato Restivo nella sua lunga latitanza durata oltre 17 anni. L’indagine ha già portato al processo per falsa testimonianza due donne delle pulizie della Curia potentina, Margherita Santarsiero e la figlia, Annalisa Lo Vito. Le due affermarono di aver scoperto i resti di un cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità nel 2010 ma poi, forse intimorite, ritrattarono. Dice Gildo Claps: «Molti sapevano dov era Elisa, ma hanno preferito tacere fino al marzo di 4 anni fa, quando ce stata la messinscena del ritrovamento. Per noii assumersi alcuna responsabilità in questa vicenda, il clero di Potenza ha fatto ritrovare i poveri resti di mia sorella a persone estranee. Ricordiamo che a trovarli furono tre operai romeni chiamati a riparare un infiltrazione. Ma in tanti sapevano da anni che erano lì, in quel sottotetto, a cominciare dalle donne delle pulizie. E ora vi spiego perché. Innanzitutto, Restivo era un assiduo collaboratore della parrocchia e subito la polizia si convinse che fosse stato lui a rapire Elisa, forse in chiesa. Ce scritto in uno dei primi rapporti della polizia, insabbiati per anni negli archivi della Questura di Potenza. Ecco quanto si legge nel documento: «La ragazza è stata presumibilmente sequestrata da Restivo a scopo di atti di libidine». Poi, nel 1996, tre anni dopo la scomparsa di Elisa, furono effettuati dei lavori nella chiesa. Furono posizionati dei grossi tiranti d acciaio sul soffitto: uno di questi è stato messo a 15 centimetri dal cadavere di Elisa. Come possibile che gli operai non abbiano visto quei poveri resti che erano proprio lì, davanti a loro? Ce una terza prova che il ritrovamento di mia sorella nel 2010 fu solo una orribile messinscena. Gli esami sulle spoglie hanno appurato che il cadavere è rimasto a lungo schiacciato sotto dei materiali di risulta, ma quando fu trovato nel 2010 c erano sopra solo due tegole. Posso quindi pensare che qualcuno abbia rimosso quei detriti j tempo prima, abbia visto Elisa, ma abbia taciuto. Infine, del caso di Elisa si occuparono anche i servizi segreti e in un’informativa si legge che “il corpo della Claps è nascosto in un luogo dove a nessuno sarebbe venuto in mente di cercare”. Una chiesa forse? Solo che quest’informativa è rimasta segreta per molto tempo. Nel 2001 è vero che si fecero delle ricerche nella chiesa, ma si controllò negli scantinati. Insomma, si cercò ovunque tranne dov era mia sorella. Il cadavere poi saltò fuori misteriosamente nove anni dopo». Gildo Claps vuole anche soffermarsi sulle fasi del ritrovamento: «Sembra un film tragicomico, dove bugie assurde ai alternano a mezze verità. Quando nel 2008, dopo 48 anni ai vertici della parrocchia della Trinità, don Mimi Sabia morì, venne sostituito da un prete congolese, che dopo un anno chiese di tornare in Congo. In quei 12 mesi, però, il sacerdote diede ordine di ripulire la chiesa. Chiamato a testimoniare, dirà, però, di non ricordarsi nulla, eppure rammento anch’io il fervere dei lavori con gli operai che uscivano con le carriole piene di macerie. Forse venivano dal sottotetto? Forse qualcuno già allora vide mia sorella? A fine 2009, il clero di Potenza, grazie alla pressione di giornali e Tv, si convinse a far trovare il cadavere di mia sorella, tramite le due donne delle pulizie. Le due avrebbero avvertito l’allora parroco don Wango Oliveira de Silva, che subito chiamò il vescovo a Roma. Solo che l’alto prelato capì che il giovane prete brasiliano aveva trovato un “ucraino” anziché un “cranio” e delle ossa. Capite l’assurdità? In ogni caso, ufficialmente se ne disinteressò, o meglio se ne dimenticò, fino all’arrivo dei tre ignari operai romeni chiamati a riparare un’infiltrazione nel tetto. Non ha dell’assurdo questa storia? Non si dimentichi che il giorno prima che arrivassero gli operai romeni, il parroco e il vescovo si avventurarono nel sottotetto a caccia della perdita senza trovarla. Avete mai sentito di un vescovo che si scomoda per trovare un infiltrazione in una chiesa?».

    LE MENZOGNE DI DON PIERLUIGI Ora cerchiamo di rispondere alle altre domande che si pone da anni la famiglia di Elisa. Chi ha aiutato Danilo Restivo? Torniamo, dunque, indietro a quel 12 settembre 1993 e proviamo a capire come quelFallora giovane maniaco abbia fatto a compiere un delitto tanto atroce e a farla franca. Un dato di fatto, acquisito ormai in tutte le indagini, è che Restivo appartiene a una ricca famiglia di Potenza, che si dice sia vicina alla massoneria e che negli anni *90 era anche molto potente in città per via dei suoi legami con Tallora ministro degli interni, Emilio Colombo. Detto questo, chi avrebbero convinto ad aiutarli per proteggere quel figlio assassino, già noto in tutta Potenza perché tagliava le ciocche di capelli alle ragazzine? Un nome balza fuori dai faldoni. Continua Gildo Claps con gli atti alla mano e la voce remente per la rabbia: «Si tratta di un prete. Si chiama don Pierluigi Vignola: era il cappellano della questura di Potenza. Ha detto due gravissime menzogne, che hanno avuto conseguenze tremende. Ecco la prima. Il giorno della scomparsa di mia sorella sostituiva don Mimi Sabia che era partito per le cure termali. Quando Elisa è scomparsa, lui era nella chiesa della Trinità, ma dirà agli inquirenti che non sapeva della sparizione di mia sorella. Questa è la prima bugia. Ma come ha potuto dire una cosa del genere? Il paese era tappezzato di manifesti con la foto di Elisa e tutti sapevano che era svanita nel nulla. Cerano centinaia di persone che la cercavano e io stesso mi sono recato in chiesa per chiedere informazioni. Questa invece è la seconda menzogna: don Vignola ha detto agli inquirenti di non conoscere Danilo Restivo, quando invece proprio qualche tempo prima dell’uccisione di Elisa, aveva molestato perfino sua sorella!». Gildo Claps si ferma e continuiamo noi di Giallo a dirvi chi è don Pierluigi Vignola. Coinvolto più volte in losche vicende, a suo carico ce poi una vicenda di molestie telefoniche a una donna. Per concludere, nei mesi scorsi, don Vignola è stato coinvolto in un ingarbugliata storia di relazioni pericolose tra politica e imprenditoria. Con un provvedimento firmato da un magistrato antimafia di Catanzaro, il sacerdote si è trovato indagato insieme a Nicola Tripodi, capo di una famiglia mafiosa, per il reato di associazione mafiosa. Gildo Claps ritrova le forze e continua: «Le menzogne di quest’uomo di Chiesa, che ha disonorato la sua tonaca, non sono finite: ha un ruolo fondamentale anche nell’inchiesta sulla morte misteriosa, avvenuta il 12 marzo 2001, del commissario Anna Esposito, la poliziotta di 35 anni che seguiva il caso della scomparsa di mia sorella. Con le sue dichiarazioni, violando il segreto del confessionale, ha spinto gli inquirenti a considerare la morte di Anna un suicidio. Al pubblico ministero che indagava sulla morte del commissario, disse: “Anna mi aveva riferito in confessione che aveva già tentato il suicidio”. Bastò questa dichiarazione per far archiviare il caso. Ormai è chiaro a tutti che la poliziotta è stata uccisa proprio perché a conoscenza di dettagli sconvolgenti sulla morte di mia sorella. E io voglio sapere da chi: sono sicuro che Anna Esposito avesse scoperto dove si trovava il corpo di mia sorella. Mi chiese un appuntamento, forse voleva parlarmi proprio di quel segreto inconfessabile. Ma a quelPappuntamento non è mai arrivata, perché è morta, strangolata con una cintura. Altro che suicidio, anche quella fu una massinscena e questa coraggiosa poliziotta merita giustizia. Mi fa una grande rabbia sapere che mio padre è morto senza conoscere tutta la verità su cosa accadde a sua figlia».

  • «Curia a luci rosse» indaga Procura Potenza dopo la denuncia Claps

    «Curia a luci rosse» indaga Procura Potenza dopo la denuncia Claps

    Il seminarista e la mamma. Il primo sostiene di essere una vittima degli abusi in seminario. La donna ha raccontato quello che sarebbe capitato a suo figlio, un ragazzo disabile durante gli incontri in parrocchia. Sono i testimoni di quanto ha denunciato in tv Filomena Iemma, la mamma di Elisa Claps. Sarà la Procura ad accertare se in quei due racconti si nascondano profili di natura penale. In Questura da qualche giorno c’è un fascicolo. Gli investigatori della Squadra mobile stanno cercando di ricostruire ciò che è accaduto.

    La madre di Elisa aveva parlato di pedofilia negli ambienti della diocesi, attirando la reazione stizzita di molti ambienti cattolici del potentino. Ma cosa intendeva dire esattamente la signora Filomena? A quali episodi si riferiva?

    Durante la trasmissione Rai «Chi l’ha visto?» andata in onda la scorsa settimana è stato spiegato: a Potenza un sacerdote, che avrebbe avuto un rapporto omosessuale con un ex seminarista, è accusato di aver molestato un ragazzo disabile. Sia la relazione gay, sia l’abuso, avvenuto all’interno di una parrocchia, sono stati segnalati da Gildo Claps, fratello di Elisa, al vescovo, monsignor Agostino Superbo. La comunicazione risale a qualche mese fa ed è stata trattata in modo «molto riservato» per evitare strumentalizzazioni.

    La decisione di uscire allo scoperto è dettata dalla volontà di spiegare le accuse della signora Filomena che, impropriamente, ha parlato di pedofilia, in quanto il ragazzo disabile molestato è maggiorenne. Potrebbe trattarsi però di abusi su persona con problemi cognitivi e per questo «aggravati».

    Le due vicende riguardano lo stesso sacerdote. Il processo di diritto canonico, avviato dopo la segnalazione al vescovo, pare si sia concluso con un trasferimento del sacerdote. Erano solo rapporti omosessuali quelli denunciati dall’ex seminarista (che per incastrare il sacerdote avrebbe addirittura scattato una foto)? E cosa è accaduto a messa finita nella parrocchia che amministrava il sacerdote?

    Saranno gli investigatori ad accertare se durante gli incontri l’ex seminarista era consenziente e se il ragazzo disabile era capace di capire quello che stesse accadendo.

    03 Maggio 2012

  • Potenza – Chi l’ha Visto rivela rapporti sessuali di un prete con giovani

    Potenza – Chi l’ha Visto rivela rapporti sessuali di un prete con giovani

    26 aprile 2012
    Potenza – Chi l’ha Visto rivela rapporti sessuali di un prete con giovani

    Potenza – Rapporti sessuali di un prete con ragazzi anche con problemi psichici. E’ quanto ha denunciato un giovane nel corso della trasmissione Chi l’ha Visto. Il ragazzo, all’epoca dei fatti seminarista, ha raccontato di aver avuto un rapporto sessuale con un parroco dopo una confidenza su un sogno particolare.
    Il giovane ha raccontato di aver informato del caso il vescovo di Potenza, Agostino Superbo e che quest’ultimo ha raccolto le confidenze in confessione e lo ha informato di aver bisogno di prove certe per poter intervenire
    Il ragazzo, nell’ottobre 2009, ha un rapporto sessuale completo con il parroco e raccoglie delle prove con registrazioni audio e alcune foto per poi tornare dal vescovo.
    Secondo la denuncia il parroco sarebbe stato trasferito
    Lo stesso parroco avrebbe confessato al giovane di aver avuto rapporti sessuali con un altro giovane con gravi disturbi psichici.
    La madre del ragazzo ha confermato i racconti intervenendo a sua volta nella trasmissione Rai nel corso della quale è emerso che il parroco protagonista degli episodi è stato sottoposto ad un “processo” interno di diritto canonico e quindi punito.
    Sono state mostrati, nel corso della trasmissione, anche alcuni documenti della diocesi che criticano duramente la trasmissione.

    Elisa Claps

    Era presente in studio questa sera don Marcello Cozzi, in rappresentanza del vescovo della diocesi di Potenza.

    Durante la settimana scorsa Filomena Claps, la mamma di Elisa, ha lanciato un’accusa molto pesante, parlando di pedofilia in relazione alla diocesi di Potenza e al vescovo di Potenza. Federica Sciarelli ha comunicato ufficialmente che quello di Filomena era uno sfogo, in cui la donna ha usato parole eccessive (e sbagliate).

    Il figlio Gildo Claps ha specificato questa sera in collegamento da Potenza che negli anni scorsi era venuto a conoscenza di un rapporto omosessuale tra un seminarista e un ragazzo con problemi psichici e che aveva condiviso l’episodio con la madre che evidentemente durante la settimana scorsa ha fatto confusione e usato termini inappropriati.

    Proprio su questo episodio è tornata la trasmissione Chi l’ha visto, che ha intervistato i soggetti coinvolti. Il seminarista ha raccontato che nel 2001 si accorge di avere la vocazione e inizia a frequentare corsi di teologia e nel 2003 entra in seminario nella diocesi di Potenza. All’interno del seminario il ragazzo sogna che il suo parroco ha una relazione omosessuale con una star televisiva.

    Il seminarista gli racconta il sogno e il parroco si denuda davanti a lui e i due hanno alcuni rapporti sessuali. Il giovane allora in confessione racconta tutto al vescovo Superbo, che apprezza il racconto, ma gli chiede prove della relazione tra i due. Il seminarista allora rivede il sacerdote e riprende ad avere rapporti con lui. Questa volta però fa delle registrazioni audio e una fotografia. Nell’ottobre 2009 il seminarista parla nuovamente con il vescovo Superbo, parlando delle registrazioni. Poco dopo il parroco è stato trasferito in seminario e poi spostato in Università come insegnante.

    Il seminarista ha raccontato anche che una volta parlò con la madre di un ragazzo con problemi psichici che li confida che il figlio ha avuto rapporti sessuali proprio con lo stesso parroco.

    Giuseppe Rinaldi ha intervistato anche la madre del giovane con problemi psichici. La donna ha raccontato che il figlio aveva problemi di socializzazione e le aveva anche confidato di avere un’attrazione verso le persone del suo stesso sesso. La donna in confessione ha raccontato allo stesso parroco dei problemi del figlio. Il sacerdote ha promesso di aiutare il giovane e, dopo averlo confessato, lo invita a casa sua. Al suo ritorno il giovane dice alla madre che il prete lo ha accolto in casa con un film pornografico di due gay. Il giovane è fuggito, dopo aver visto il parroco ansimare, e ha raccontato alla madre che il parroco gli avrebbe detto: “Non dimenticare che adesso sono nelle tue mani”.

    Don Marcello Cozzi era in studio in rappresentanza del vescovo. “C’è stato un procedimento di diritto canonico, che resta riservato naturalmente. Sono stati presi dei provvedimenti nei confronti di questo sacerdote, ma adesso resta ancora tanta tristezza”, ha detto don Marcello in trasmissione.

  • Diocesi di Potenza: “nessuna denuncia di pedofilia”.  E i casi non denunciati?

    Diocesi di Potenza: “nessuna denuncia di pedofilia”. E i casi non denunciati?

    Dall’edizione cartacea de l’Avvenire di oggi 20 aprile 2012, pag. 13

    POTENZA. «Allo stato attuale non risulta alla curia potentina alcuna denuncia per pedofilia che riguardi sacerdoti dell’arcidiocesi di Potenza» e se ciò avvenisse l’arcivescovo – e vicepresidente della Cei – Agostino Superbo, «non esiterebbe a denunciare episodi di violenza, soprattutto se coinvolgono minori».

    Lo sostiene, con una nota diffusa ieri, l’arcidiocesi lucana che ha voluto replicare alle «pesanti accuse» fatte mercoledì durante la trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto?” da Filomena Iemma, madre di Elisa Claps, la ragazza potentina il cui cadavere fu trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della Chiesa della Trinità del capoluogo.

    Iemma ha fatto riferimento a presunti casi di pedofilia di cui Superbo sarebbe addirittura a conoscenza. Il presule, che nella vicenda ha sin qui preferito mantenere un profilo di pacatezza, riservatezza e silenzio per «far sì che la magistratura possa lavorare con serenità», di fronte alle ulteriori gravi dichiarazioni trasmesse in tv, sta ora
    «valutando la possibilità di adire le vie legali».

    La Chiesa Cattolica e la Chiesa di Potenza, si legge ancora nel comunicato, «condannano senza mezzi termini ogni forma di violenza ed abuso nei confronti di bambini»; l’arcidiocesi invita dunque «chiunque sia a conoscenza di simili episodi a darne immediata comunicazione alle autorità competenti».

    Superbo ha inoltre chiarito che «nei diversi colloqui intercorsi» con la famiglia Claps, o con loro incaricati, «non è stata mai e in alcun modo taciuta la verità, così come in quelli avuti con gli organi inquirenti». Inoltre, chiude la nota, «la Chiesa potentina continua ad essere vicina nella preghiera a quanti hanno sofferto e soffrono per la drammatica vicenda di Elisa, così come chiede che piena luce venga fatta e che tutta la verità possa essere conosciuta». (V. Sal.)

  • Chi l’ha visto: Elisa Claps e le velate accuse di pedofilia in diretta

    Chi l’ha visto: Elisa Claps e le velate accuse di pedofilia in diretta

    Ieri sera è andata in onda la puntata settimanale della trasmissione Chi l’ha visto, incentrata sulle donne scomparse, un collegamento con Somma Vesuviana per la fiaccolata per ricordare Melania Rea ed un altro con la mamma di Elisa Claps.

    Il collegamento con Filomena e Gildo Claps ha dato modo alla mamma di Elisa, di esprimere il proprio sdegno nei confronti del  Monsignor Superbo.

    La novità, che è stata comunicata da parte di Federica Sciarelli insieme alla signora Filomena, riguarda la Chiesa della Santissima Trinità,a Potenza in cui è stato ritrovato il corpo di Elisa nel sottotetto dell’adiacente canonica, il 17 marzo di due anni fa.

    La chiesa è stata riaperta dopo la raccolta di circa 2000 firme di potentini.Il mons. Superbo aveva già dichiarato, che la Chiesa non era sconsacrata, nonostante il ritrovamento nelle sue mura del corpo di Elisa, perché il delitto non è avvenuto all’interno della Chiesa, ma nei piani alti. Per l’omicidio è stato condannato a 30 anni con il rito abbreviato, Danilo Restivo che ha ucciso Elisa con 30 coltellate.

    Ma dove è stata rapita Elisa, forse proprio nella chiesa o nella canonica? La signora Filomena dice di non essere contraria alla riapertura della chiesa, che per lei è morta quando è morta Elisa. Ma certamente il Monsignor non può spiegare come è possibile, che siano stati fatti dei lavori di ristrutturazione, proprio dove si trovare il corpo di Elisa, a pochi centimetri di distanza dalla sua testa, e nessuno abbia visto nulla.

    Non sarebbe stato meglio dedicare la struttura ad un’associazione in difesa delle donne, come era già stato detto?

    Poi lo sfogo di Filomena continua, e Federica Sciarelli la lascia proseguire, in diretta, la donna parla di pedofilia, e che non vuole aggiungere altro. Federica spinta anche dagli autori del programma, chiede conferma della parola utilizzata da Filomena, e sulla quale certamente la donna dovrà dare spiegazioni maggiori.

    La signora Claps non si riferisce al materasso con le tracce di sperma ritrovato nel sottotetto che è agli atti, ma ad altro. Poi conclude il Mons. Agostino Superbo non mi faccia parlare.

  • “Elisa non entrerà più in chiesa” Claps, madre: “Sue esequie all’aperto”

    “Elisa non entrerà più in chiesa” Claps, madre: “Sue esequie all’aperto”

    30/3/2010

    “Elisa non entrerà più in chiesa” Claps, madre: “Sue esequie all’aperto”

    I funerali di Elisa Claps non si svolgeranno in una chiesa ma “all’aperto”. “Elisa non entrerà più in una chiesa”. Lo ha detto la madre della 16enne, Filomena Iemma, durante la trasmissione ”Chi l’ha visto?”, su Raitre. La madre della ragazza ha ribadito i suoi dubbi su ciò che avvenne nella chiesa e sulla sua sensazione che la figlia non fosse mai uscita dal tempio quel 12 settembre 1993. Le esequie si svolgeranno conclusa l’autopsia.

    Durante la trasmissione, quasi interamente dedicata alla vicenda Claps, si e’ parlato del sacerdote brasiliano don Vagno, che avrebbe – secondo quanto spiegato dall’arcivescovo, monsignor Agostino Superbo – visto ”qualcosa che l’aveva impressionato, ma non ci aveva pensato più di tanto”, in quel sottotetto prima del 17 marzo (ma il presule ha detto di non sapere cosa esattamente fosse); del fatto che i giovani del centro Newman della Santissima Trinita’ erano in possesso delle chiavi di molti ambienti della canonica; infine, di numeri (il cinque e il tre, corrispondenti, nell’alfabeto, alle lettere iniziali di Elisa, Claps e chiesa), tracciati sui muri di edifici vicini alla chiesa dove poi è stato trovato il corpo della ragazza.
    Voto:

    Ultimo aggiornamento ore 08:45

  • “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    27/3/2010 (8:8) – COLLOQUIO “In chiesa omertà e coperture”

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    Caso Claps, l’ex arcivescovo: «L’assassino non ha agito da solo, chi sa ora parli»

    GIACOMO GALEAZZI CITTA’ DEL VATICANO

    Denuncia «un’evidente omertà e un silenzio inquietante», esorta a «far chiarezza e stringere il cerchio sui pochi che avevano libertà di movimento alla Santissima Trinità», riconosce che «qualcuno ha abusato della fiducia dei sacerdoti che allora gestivano la chiesa». Quando Elisa Claps scomparve, Ennio Appignanesi era arcivescovo di Potenza e, sul ritrovamento del corpo della ragazza, le sue parole hanno un peso pari alla prudenza e saggezza che tutti in Curia gli riconoscono.

    «Vanno distinti i tempi e il grado di responsabilità – spiega monsignor Appignanesi -. A Potenza ho conosciuto gente straordinaria, ma un’ombra pesa sulla città. L’ambiente alla Santissima Trinità era ristretto e qualcuno può essersi infiltrato in parrocchia approfittando della libertà concessa ai gruppi parrocchiali e culturali». Un malessere condiviso anche dall’attuale responsabile della diocesi lucana, Agostino Superbo, vicepresidente Cei ed ex capo dell’Azione Cattolica, secondo il quale «alcuni aspetti meritano un approfondimento, come ho detto al questore». L’impressione è che qualcuno si sia approfittato della fiducia del parroco della Santissima Trinità, don Domenico Sabia, morto due anni fa dopo quattro decenni nei quali ha avuto la responsabilità della chiesa. Osserva Appignanesi: «Per nascondere così un cadavere non basta una persona. Sembra opera di più persone legate tra loro da un vincolo: un’omertà da manuale». E infatti non si è saputo nulla.

    Se per diciassette anni il cadavere della ragazza è rimasto nascosto alla Santissima Trinità, evidenzia, «la colpa non è certamente della vigilanza attuale». E, rispetto all’ipotesi che due addette alle pulizie avessero comunicato mesi fa al nuovo parroco la presenza dei resti, l’arcivescovo sottolinea che «se è accaduta una cosa del genere e si è taciuto, siamo di fronte ad un silenzio inquietante». E aggiunge che, però, «l’omertà parte da lontano e pesa sull’intera vicenda». Man mano che emergono dettagli, puntualizza Appignanesi, «il mio dolore aumenta», perché «quella è stata una pagina terribile nella mia vita di vescovo e la parentesi più brutta». Ricorda che era «praticamente all’inizio del mio mandato» e che «da subito percepii sicuramente un clima omertoso, di coperture».

    L’arcivescovo si augura che «adesso chi sa parli, si faccia vivo». La cerchia, avverte, si sta restringendo: «Si valuti con attenzione e scrupolo tra le persone che a quel tempo potevano avere libertà di movimento». Infatti, «non a tutti è dato di trasportare una persona o un morto sino al controsoffitto di una chiesa». Collaborare con i magistrati, risalire a eventuali coperture, fuori o dentro la Chiesa, è divenuta una priorità per le gerarchie ecclesiastiche. Nella bufera delle polemiche il caso Claps è divenuto un caso di primaria importanza anche per l’intera Chiesa. In diocesi come in Curia, la parola d’ordine è «fare giustizia e ricostruire la fiducia». Che vengano a galla eventuali complicità di esponenti della Chiesa sarebbe comunque meno dannoso piuttosto che alimentare ulteriormente e far dilagare una sensazione di connivenza e incoerenza con i continui appelli alla legalità rivolti dai vescovi soprattutto nel sud.

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53543girata.asp

    «Così il fratello di Elisa minacciò di ammazzarmi»

    Sta riprendendo una brutta piega il caso Claps. Esattamente come all’indomani di quel 12 settembre 1993 di 17 anni fa, quando di Elisa si perse ogni traccia. All’epoca una sfilza di errori (che la famiglia Claps non esita a definire «depistaggi») allontanò la verità, tanto da non poterla più raggiungere. Oggi, purtroppo, la storia sembra ripetersi. Dal 17 marzo – giorno del ritrovamento «ufficiale» del cadavere di Elisa nel sottotetto della Santissima Trinità di Potenza – stiamo assistendo infatti a un repertorio imbarazzante di ingenuità che non risparmia nessuno: investigatori, religiosi, gerarchie ecclesiastiche e mezzi di informazione.
    L’ultima dichiarazione choc l’ha fatta ieri il vescovo di Potenza, Agostino Superbo. Alla domanda: «Perché il viceparroco della Santissima Trinità dopo aver saputo, fin da gennaio, da due donne delle pulizie che nel sottotetto della chiesa giacevano i resti di un cadavere non avvertì nessuno?», monsignor Superbo ha risposto: «Forse aveva pensato che si trattasse di uno scherzo…».
    Uno «scherzo»? Ma come, due donne trovano un corpo umano rannicchiato nel buio, avvertono il prete e quest’ultimo, invece di chiamare immediatamente il 113, pensa a uno «scherzo»? E continua a pensarlo per oltre due mesi, decidendo di parlare col vescovo (e non con la polizia) solamente all’indomani del rinvenimento dello scheletro mummificato di Elisa da parte di un operaio incaricato di riparare le infiltrazioni del tetto.
    Idee confuse anche nella questura di Potenza, dove la strategia comunicativa del «dico e non dico…» e del «non smentisco e non confermo…» sta creando più di un equivoco. 
    Segnali contraddittori pure dalla Procura di Salerno e dai periti tecnici di Bari. Un caso emblematico? La fuga di notizie sulla «violenza sessuale» subìta da Elisa: una circostanza che è stata data per «certa» anche se i risultati dell’autopsia si avranno solo tra una quindicina di giorni. Una corsa allo «scoop» piuttosto discutibile. Ma si sa che quello mediatico è un meccanismo ad altissimo rischio.
    Un altro esempio viene dal quotidiano Il Riformista che – forte di una documentata inchiesta dedicate nell’estate scorsa proprio al caso Claps – ieri ha ripubblicato una vecchia email inviata al giornale da Danilo Restivo, al momento l’unico indagato per il delitto di Elisa. Titolo dell’email: «Suo fratello mi minacciò. E se lo denuncio, sarà arrestato». Chiariamo. «Suo fratello» sarebbe il fratello di Elisa, Gildo Claps, che avrebbe addirittura «minacciato di morte» Danilo, tendendogli un agguato davanti al suo appartamento in Inghilterra. Siamo alla follia: Restivo che cerca di accreditarsi come una «vittima» della «violenza» della famiglia Claps, indicata come mittente di «una busta contenente due proiettili» spedita a casa Restivo.
    Ma la delirante ricostruzione di Restivo non si ferma qui: «(…) Qualora decida di muovere accuse contro il Signor Claps, lo stesso Claps si troverebbe ad essere arrestato con un mandato di cattura internazionale. Il motivo per cui non ho voluto parlare con il Claps è perché Claps poteva essere armato di pistola. Le minacce verbali di morte che Claps ha lanciato sono state registrate telefonicamente al 999 e archiviate con numero di incidente 02/281 (…)». Il testo della lettera è molto più lungo, ma ci fermiamo qui perché sarebbe avvilente dare ulteriore spazio a simili farneticazioni.

    Fatti e non farneticazioni sono invece gli svariati tentativi di depistaggio messi in atto negli anni da Restivo, un atteggiamento così penalmente rilevante da essere stato cristallizzato dalla magistratura potentina in due sentenze di condanna per falsa testimonianza: 9 mesi in primo grado; 2 anni e 8 mesi in appello. Ora, dopo il ritrovamento del cadavere di Elisa, dovrà aprirsi un nuovo processo: questa volta con un’accusa ben più grave, omicidio volontario.