Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Oltre due ore è durata l’audizione di Pietro Orlandi, ascoltato dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse della sorella Emanuela e di Mirella Gregori, le due 15enne scomparse nel cuore di Roma nell’estate del 1983. Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi.

    L’audizione

    “La Commissione risolverà sicuramente il caso di Mirella, è una mia convinzione – ha detto Orlandi all’uscita da Palazzo San Macuto – lì non c’è il Vaticano di mezzo, qui c’è’, sono due storie completamente diverse. Sulla nostra loro mi dimostrano sempre la volontà come è stato oggi ma so che è una strada difficile perché per arrivare, purtroppo devi andarti a scontrare con l’ambiente vaticano, io sono convinto che in Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto”. Davanti alla Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo, Orlandi ha lanciato anche un messaggio a Papa Leone: “Questo è il quarto Papa, vorrei incontrarlo, ho parlato con delle persone vicine a lui, mi hanno detto adesso vedremo come si può fare ma il fatto che non abbia detto una parola di vicinanza per mia madre nell’anniversario della scomparsa di Emanuela è un brutto segnale, vedo la volontà di non parlare di questa storia”. Rispondendo quindi a una domanda del presidente De Priamo, Orlandi ha detto che a suo parere “Raffaella Monzi è una delle persone più importanti in quel momento, quello della scomparsa, ma purtroppo lei è un’altra vittima di questa storia, si sente perseguitata, è dovuta addirittura all’epoca andare via”. Raffaella Monzi, lo ricordiamo, era un’amica di Emanuela Orlandi e forse l’ultima persona ad averla vista in vita. Frequentava la stessa scuola di musica da cui si persero per sempre le tracce della cittadina vaticana. In quel mercoledì di inizio estate, le due ragazze uscirono insieme dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera. Le chiese un consiglio. Raffaella le disse che quell’offerta era strana, troppo ben pagata. Poi la Monzi salì sul bus, non la rivide mai più.

    La pista di Londra

    Per Pietro Orlandi la vicenda di Emanuela potrebbe essere legata all’Inghilterra, come ha ribadito durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare che lo ha convocato, per la seconda volta, anche per fare chiarezza sulle carte della pista di Londra, per capire quanto ci sia di vero in alcune lettere in possesso di Orlandi. Questo scambio epistolare, consegnato a Pietro Orlandi da un anonimo interlocutore, condurrebbero a uno scenario che vede la cittadina vaticana in uno stato di segregazione nella capitale del Regno Unito, almeno fino al 1997, in un edificio dei padri Scalabriniani. Si tratta di lettere datate 1993 e inviate sia dall’arcivescovo di Canterbury George Carey che dal sottosegretario britannico Frank Cooper, al cardinale Ugo Poletti a cui Carey chiese un incontro ha chiesto un incontro “per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi”. Tali lettere sono state bollate come false dalla grafologa Sara Cordella, anche lei convocata a Palazzo San Macuto nei mesi scorsi. “Questa vicenda va avanti da 42 anni. Io ritengo che qualunque tipo di indizio che emerge e che merita un approfondimento andrebbe approfondito. Siccome in quei cinque fogli ci sono elementi importanti, secondo me andrebbero approfonditi”, ha detto Orlandi. Perché anche i cosiddetti cinque fogli ritrovati e pubblicati nel 2017 su L’Espresso collocherebbero la cittadina vaticana in uno scenario londinese, elencando tutta una lista di spese sostenute dal Vaticano per la sua segregazione nel Regno Unito. Durante l’audizione, Pietro Orlandi ha raccontato di aver scoperto l’esistenza di questi fogli ai tempi del processo Vatileaks. “Sentii un’intervista a Francesca Chaouqui”, ha spiegato, dove faceva un riferimento alla vicenda Orlandi. La cercai, ci incontrammo e mi parlò per la prima volta di questi fogli. A quel punto anche il giornalista Emiliano Fittipaldi ne venne a conoscenza, e fu lui a renderli pubblici per la prima volta”. Secondo Pietro Orlandi, il documento è stato archiviato troppo in fretta come falso. “Ci sono tante particolarità in questi fogli, nomi di persone che la maggior parte del pubblico neanche sa chi sono, sono molto articolati e non sono tutte cose campate in aria. Non credo sia stato tutto costruito e se fosse stato tutto costruito per un depistaggio, andrebbe approfondito lo stesso”.

    Le dichiarazioni “a caldo” a FqMagazine

    “Nonostante la grafologa abbia bollato come falsa quella pista, oggi hanno capito che è da approfondire e che non ci si può limitare a cassarla, solo perché la firma del mittente non è autentica. E per dire se un documento sia vero oppure no deve essere originale (Orlandi ha solo le copie, ndr): solo da lì si può capire se effettivamente quelle lettere sono del ’93 e si può stabilire se le firme sono autentiche”, ha dichiarato Pietro Orlandi a FqMagazine a audizione conclusa. “Anche se si dovesse trattare di un depistaggio va approfondita, i depistaggi fanno parte di questa vicenda perché hanno sempre allontanato dalla verità. Ho visto che la commissione sta lavorando, ci sono persone che stanno provando a fare qualcosa di positivo, e c’è chi rema contro, purtroppo è così. Non so dove potrà portare ma apprezzo la volontà, a qualcosa si arriverà. Ho lasciato loro una lettera che avevamo scritto all’ambasciata inglese per chiedere una mano a Scotland Yard ma ci risposero che i cittadini non possono fare queste richieste, devono farlo le istituzioni. Poi ho dato loro anche una lettera in cui abbiamo chiesto di consultare i diari del presidente Carlo Azeglio Ciampi che era stato molto vicino a Papa Wojtyla e che aveva concesso anche la grazia ad Alì Agca, l’attentatore del Papa. Lui era molto meticoloso, riportava tutto nei suoi diari, ogni incontro. Abbiamo parlato di Paul Marcinkus, tutti puntano il dito contro di lui oggi, dicono che era un donnaiolo e che era legato ad ambienti criminali. Nessuno si scandalizza, nemmeno tra i commissari che mi hanno interrogato. E ho posto loro una riflessione: e se Marcinkus fosse diventato cardinale e poi Papa, avrebbero avuto lo stesso atteggiamento? O si sarebbero fermati? Tutti i Papi prima di diventare tali erano cardinali, vescovi, uomini laici: io spoglio tutte le persone dell’abito che indossano, nessuna divisa ci rende intoccabili, gli esseri umano sono tutti uguali”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/emanuela-orlandi-audizione-pietro-vaticano-ciampi-notizie/8153058/

  • Caso Emanuela Orlandi, la commissione convoca Pignatone. L’avvocata Sgrò: “Passaggio necessario”

    Caso Emanuela Orlandi, la commissione convoca Pignatone. L’avvocata Sgrò: “Passaggio necessario”

    “Sicuramente il fatto che sia stato chiamato come testimone è una novità. Sentire il suo racconto è senza dubbio importante e necessario”. Queste le parole dell’avvocata Laura Sgrò che assiste la famiglia Orlandi a Fanpage.it sulla convocazione in commissione bicamerale d’inchiesta di Giuseppe Pignatone, procuratore capo a Roma che ha fatto archiviare la seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e, successivamente, presidente del Tribunale Vaticano fino al 31 dicembre scorso.

    La convocazione da parte della commissione che indaga sulla sparizione della giovane, all’epoca quindicenne, avvenuta il 22 giugno 1983 è arrivata proprio a qualche settimana dalla fine del suo incarico in Vaticano e Pignatone si presenterà davanti alla commissione a titolo personale e senza rivestire alcuna carica.

    “Abbiamo accolto con soddisfazione la convocazione del dottore Pignatone in commissione – spiega a Fanpage.it l’avvocata Laura Sgrò – Secondo me è stata una scelta necessaria, considerando anche che prima di lui sono stati già ascoltati Capaldo, Alessandrini e Giani. A nostro avviso ci sono dei passaggi che lo riguardano che non sono mai stati chiariti, ma che meritano maggiore attenzione”.

    Una considerazione che nasce anche dal ruolo rivestito da Pignatone nella vicenda Orlandi, che non si presenta come marginale. “Non si tratta di un personaggio di passaggio: non solo perché ha chiuso la seconda inchiesta, ma anche perché dopo è transitato in Vaticano, diventando presidente del Tribunale Vaticano fino al 31 dicembre scorso. Quindi ha anche assistito all’apertura di un’inchiesta in Vaticano”, ricorda l’avvocata.

    Pignatone definito “procuratore nostro” da Don Vergari e dalla vedova De Pedis

    “Il primo punto che ci auguriamo venga chiarito – continua l’avvocata Sgrò – è la questione legata all’intercettazione fra Don Vergari e la vedova De Pedis in cui Pignatone viene definito procuratore nostro. Quando l’ho ascoltata per la prima volta l’ho accolta con grande sconcerto”.

    I fatti risalgono a poco prima che Pignatone fosse nominato procuratore generale a Roma, era il 2012. Da circa sei anni, dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi sulla ragazzina scomparsa, era stata aperta una nuova inchiesta sul caso Orlandi. Stavolta, fra gli indagati, figuravano la stessa Sabrina Minardi; Sergio Virtù, l’autista di fiducia di De Pedis; Angelo Cassani detto Ciletto; Gianfranco Cerboni, detto Giggetto e, infine, monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare dove, come poi si è scoperto, era stato sepolto De Pedis.

    La telefonata: “Tranquillo, arriva il procuratore nostro e chiude tutto”

    La telefonata in cui viene utilizzata l’espressione “procuratore nostro” sarebbe avvenuta proprio nel periodo del cambio di nomine in procura. Don Vergari e la vedova De Pedis, si erano conosciuti tramite Renatino che, a sua volta, aveva incontrato per la prima volta don Vergari quando era cappellano in carcere.

    Il religioso ha manifestato le proprie preoccupazioni alla donna che, invece, sembrava essere sicura del fatto suo, lo ha tranquillizzato con la promessa dell’arrivo, sempre più vicino, del procuratore nostro che avrebbe chiuso la vicenda, senza mai fornire alcun nome a riguardo. E all’arrivo di Pignatone le indagini che tanto preoccupavano il cappellano sono prima passate sotto il controllo del procuratore capo (Pignatone stesso, ndr) poi archiviate definitivamente.

    “Questo non significa che quello che diceva la vedova De Pedis (morta nel frattempo, ndr) fosse vero, naturalmente – puntualizza l’avvocata Sgrò – Ma sicuramente rappresenta un passaggio che necessita almeno una spiegazione. Credo che non si possa non chiederne conto. Anche se credo che, almeno fino ad ora, nessuno glielo abbia mai chiesto”.

    Pignatone e Capaldo e la trattativa fra Stato e Vaticano
    “Un’altra domanda che spero possa essere posta è quella che riguarda la trattativa fra Stato e Vaticano in merito all’estumulazione della tomba di De Pedis da Sant’Apollinare – continua Sgrò – Qual era la posizione di Pignatone in relazione a questa famigerata trattativa o scambio o incontri che ne sono che ne sono scaturiti? È stato sentito Capaldo, è stato sentito Giani, è stato sentito Alessandrini. Ora sarebbe importante conoscere anche il punto di vista di Pignatone rispetto a questa vicenda”.

    Le audizioni delle altre figure che avrebbero preso parte alla trattativa, fatta eccezione per la pm Simona Maisto morta nel 2022, sono state organizzate fra la scorsa estate e lo scorso autunno. E non sempre sono state riportate delle versioni concordanti fra loro. Secondo quanto spiegato da Capaldo, il Vaticano avrebbe chiesto alla procura di aprire la tomba di De Pedis “come favore”. Una versione che, invece, è stata totalmente smontata dalle parole del vice capo della gendarmeria vaticana Costanzo Alessandrini  il quale ha dichiarato che non ci sarebbe mai stata alcuna trattativa fra Chiesa e pm.

    Il dossier su Emanuela Orlandi in Vaticano

    Un’ulteriore versione è stata fornita da Domenico Giani, il capo della gendarmeria vaticana, il quale, nel corso della sua audizione, ha richiamato all’attenzione l’incarico di cui era stato rivestito di raccogliere informazioni sulla scomparsa. Dopo la sua convocazione, poi, è stato lo stesso Alessandro Diddi, promotore della giustizia vaticana, a parlare dell’esistenza di un dossier sul caso Orlandi in Vaticano. Sarebbe interessante, andando per ipotesi, capire se anche Pignatone, in qualità di presidente del Tribunale vaticano, si sia mai trovato davanti agli occhi il famoso fascicolo di cui, per anni, la Santa Sede ha negato l’esistenza.

    Pignatone, l’arrivo in procura e il rapporto con Capaldo
    “Nell’ambito della quotidianità in procura – continua ancora Sgrò a Fanpage.it – Sarebbe interessante capire il rapporto fra Capaldo e Pignatone che al tempo discussero a mezzo stampa”. Nel 2012 Capaldo, infatti, ha rilasciato alcune dichiarazione all’Ansa: “Ci sono personalità in Vaticano ancora in vita che sono a conoscenza di tutto”. Secondo il pm, in Curia qualcuno avrebbe avuto degli “elementi di verità a livello indiziario”.

    Il giorno successivo è arrivata la risposta di Pignatone, sempre mezzo stampa: “Le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi inquirenti della Procura di Roma non esprimono la posizione dell’ufficio – ha detto, riqualificando come strettamente personali le dichiarazioni di Capaldo del giorno prima – Ogni ulteriore iniziativa di indagine nel procedimento sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sarà diretta e coordinata dal procuratore della Repubblica (Pignatone stesso, ndr), che ha assunto la responsabilità della Direzione distrettuale antimafia”, si legge.

    Una scelta così incisiva nell’ambito di un caso con, all’epoca, quasi trenta anni di storia alle spalle, arrivata ad appena un mese dalla sua nomina a procuratore capo.

    “Mi chiedo cosa sia successo, perché fra i due sembra esserci una frattura molto netta – ipotizza ancora l’avvocata – Se fosse a conoscenza di quanto accaduto fra Capaldo, Giani e Alessandrini e se lo sapesse fin da subito o una volta entrato nel Tribunale Vaticano, ad esempio”.

    Le indagini bloccate e l’archiviazione
    Da chiarire, infine, secondo l’avvocata Sgrò, le ragioni che hanno portato all’archiviazione della seconda inchiesta. Ufficialmente, l’inchiesta è stata chiusa per mancanza di prove consistenti sul caso, con conseguente caduta delle posizioni degli indagati (che non sono mai stati giudicati e, di conseguenza, neppure assolti). Eppure, secondo quanto emerge da alcune indagini e da chi le ha svolte, sembra che proprio in quegli anni fossero emersi degli elementi inediti.

    A poco prima della chiusura delle indagini risalgono le note chat del 2014, quelle fra Francesca Immacolata Chaouqui e il cardinale Angel Vallejo Balda, in cui viene fatto riferimento al dossier Orlandi aperto in Vaticano. Un paio di anni dopo l’archiviazione, invece, sono stati ritrovati e poi diffusi dal giornalista Emiliano Fittipaldi i fogli spese che attesterebbero la permanenza di Emanuela Orlandi in Inghilterra e che hanno aperto nuovi scenari su quella che viene conosciuta come pista di Londra, della cui validità il fratello di Emanuela, Pietro, resta convinto.

    “Viene da chiedersi perché Pignatone abbia scelto di archiviare l’inchiesta e, prima ancora, di accentrare su di sé il controllo delle indagini – conclude poi l’avvocata Sgrò – Ecco perché è così necessario raccogliere ciò che anche il dottor Pignatone ha da dire”. Viene da immaginare a che punto ci saremmo trovati sul caso se quelle indagini non fossero state chiuse. Ciò che possiamo fare oggi, però, è sicuramente affidarci alle tre indagini in corso in Procura, in Parlamento e in Vaticano. E auspicare nella ricostruzione delle verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi da parte di tutti.

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  • “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    Dopo 41 anni di mezze verità e infiniti dubbi, adesso sappiamo che esiste un dossier su Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana la cui esistenza è avvolta in un oscuro mistero dal 22 giugno del 1983. È in Vaticano e contiene informazioni riservatissime. Ed è quello a cui ha sempre fatto riferimento Pietro Orlandi, ma stavolta la conferma è arrivata dal Vaticano stesso, attraverso le parole del promotore di giustizia Alessandro Diddi.

    I dubbi dell’avvocato Sgrò – Chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, si chiede l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgrò, “visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era ‘un caso chiuso’?”. Non credo sia stato nascosto sottoterra, spiega la Sgrò a FqMagazine e né che potesse contenere ritagli di giornale”. L’avvocato si riferisce agli “echi di stampa” indicati da alcuni prelati come il contenuto del fascicolo su Emanuela. E aggiunge: “Che il contenuto sia importante lo deduco da quanto mi disse l’allora maggiordomo del Papa, il compianto Paolo Gabriele: che il capo della gendarmeria Domenico Giani era furioso e che sarebbe stata una tragedia se quel dossier fosse finito in mano ai media”.

    Al netto dell’entusiasmo Pietro Orlandi, ieri ospite di Pomeriggio24 sul canale RaiNews, non ha nascosto una punta di amarezza: “Il fatto che Diddi dica che è il contenuto è riservato e non divulgabile mi fa pensare che il Vaticano abbia abbandonato il suo cavallo di battaglia: la pista familiare interna. Di quella hanno parlato ed è stata divulgata tantissimo”.

    Il promotore di giustizia del Vaticano – Del fascicolo su Emanuela, Alessandro Diddi ha parlato a margine della presentazione del libro “Il trono e l’Altare. Guerra in Vaticano”. “Il contenuto è riservato”, ha sottolineato. Secondo Pietro Orlandi, che è nato e cresciuto come suo padre e suo nonno tra le mura dello Stato Pontificio e che conosce bene quindi certe dinamiche interne: “Diddi è un laico, in Vaticano un laico non può prendere iniziative personali, non succede mai. Qualsiasi azione che può intraprendere è sempre decisa diversamente. Se dicono che hanno un dossier, c’è volontà a fare chiarezza. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del dossier, anche la segreteria di Stato all’epoca guidata dal cardinal Tarcisio Bertone. Per noi non esiste, mi dissero tutti: per noi il caso è chiuso. Il fatto che il promotore di giustizia del Vaticano dica che lo abbiano trovato come se lo avessero trovato in questi giorni quando era a disposizione, è quantomeno strano. Ma sono contento, meglio tardi che mai. Questa è un’importante ammissione. Peccato perché nel 2012 c’era un’inchiesta aperta in Procura (diretta dal magistrato Capaldo, ndr) e questo dossier avrebbe aiutato.

    Le rivelazioni del maggiordomo del Papa – Che ci fosse questo fascicolo il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi l’ha sempre detto a gran voce. “Quando nel 2011 andai da Monsignor Georg Gänswein, segretario di Papa Ratzinger, lui stesso mi disse che avrebbe chiesto a Domenico Giani (allora capo della gendarmeria in Vaticano, ndr) di cercare tutto quello che c’è in vaticano su Emanuela e da lì è nato questo dossier. La conferma la ebbi da Paolo Gabriele. Nel 2017 feci richiesta di accesso agli atti con l’avvocato Laura Sgrò ma ci fu negato, ci era stato detto: non esiste nessun dossier”: ha sottolineato ieri Pietro Orlandi. Il maggiordomo del Papa protagonista del processo sul primo Vatileaks, qualche anno prima di morire disse al fratello di Emanuela Pietro Orlandi di aver visto un dossier intitolato “Rapporto Emanuela Orlandi” sulla scrivania di Benedetto XVI, ma di non essere riuscito a fotocopiarlo assieme agli altri documenti. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto VI, aveva anche lui ammesso l’esistenza un fascicolo riservato all’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò. Nel 2011, Padre Georg aveva anche dichiarato di voler affidare un’indagine al capo della Gendarmeria vaticana Domenico Giani sulla vicenda di Emanuela ma poi ha ritrattato tutto.

    Il contenuto del fascicolo – Cosa potrebbe contenere di tanto riservato questo fascicolo? Le prove di una gravidanza di Emanuela di cui si è recentemente parlato, dopo la fuoriuscita di alcuni documenti? E che si riallaccerebbero alla ultima pista emersa, quella inglese, secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata portata a Londra dove avrebbe vissuto in regime di segregazione fino al 1997?

    “Ci ho sempre creduto nella pista di Londra e ho avuto contatti con persone che mi hanno consegnato dei documenti. Credo anche nella nota-spese contenuta nei cinque fogli (pubblicati in un’inchiesta dal giornalista Emiliano Fittipaldi, ndr)”. Questo resoconto, che si ferma con un raggelante “disbrigo per spese finali” e che farebbe pensare al probabile rientro di una salma, per come è scritto, fu ritrovato in una cassaforte di sicurezza del Vaticano insieme ad altri delicati documenti sulla morte del banchiere Roberto Calvi e di Sindona. “Chi conosce la verità sa che quel documento è vero”, ha detto ieri Pietro Orlandi. “In quei fogli si fa riferimento a 190 pagine di allegati mai uscite: forse lì c’è conferma di quanto elencato nella nota. Io ci ho sempre creduto. Soprattutto da quando una persona, che lavorava come segretario particolare del Ministero della difesa mi disse che nell’estate della scomparsa di Emanuela, nell’agosto del 1983 vide che un rappresentante dello Stato Vaticano, il cardinal Piovanelli sollecitò l’allora ministro Spadolini per un volo Roma-Londra dall’aeroporto militare di Ciampino su voli Cai (i velivoli utilizzati dai Servizi Segreti, ndr) per sole quattro persone, e con a bordo solo pilota e copilota. Ci sono troppe coincidenze sul fatto che Emanuela possa essere stata portata a Londra quella stessa estate”.

    La commissione di inchiesta– Secondo l’avvocato Sgrò “In commissione d’inchiesta, l’ex comandante Domenico Giani ha accennato a questo dossier parlando di una ricostruzione storica che per essere attendibile dovrebbe contenere elementi da parte di persone che in quel periodo storico potevano fornire elementi utili sulla vicenda. Potrebbe contenere dichiarazioni di persone che all’epoca la Procura stessa cercava ma che non hanno fornito la testimonianza. Persone con ruoli apicali e che avrebbero potuto dare un contributo. Parlo anche di laici, dei gendarmi coinvolti, non mi stupirei se dentro ci fosse la testimonianza di Raul Bonarelli. Il dossier potrebbe contenere anche informazioni finanziarie, per valutare se sono stati fatti movimenti economici in relazione al sequestro di Emanuela: on dimentichiamo che ci fu uno scambio importante tra il Segretario di Stato Agostino Casaroli e i presunti rapitori”.

    “La commissione può richiedere questo dossier, mi auguro sia consegnato intonso com’è stato creato”, ha sottolineato Pietro Orlandi con riferimento alla commissione bicamerale di inchiesta che sta indagando sul mistero della scomparsa della ragazza. Per ottenere il dossier, la commissione di inchiesta dovrebbe fare una richiesta di rogatoria internazionale allo Stato Vaticano. “Una richiesta di cui abbiamo già parlato in commissione e che sarà oggetto di valutazione nel prossimo ufficio presidenza. Pietro Orlandi può stare tranquillo”: ha replicato in studio l’onorevole Dario Iaia, membro della bicamerale. E lui, il fratello di Emanuela, non sembra avere dubbi: “La verità verrà fuori per forza, non possono più fermarla. Ma è così pesante che non riescono a uscire dalla scomparsa ragazzina, dietro c’è qualcosa di grave che tocca quell’istituzione, il Vaticano. Ma il Vaticano è anche parte della mia famiglia da cui c’è stato un tradimento: verso mia sorella e verso la nostra famiglia”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/29/emanuela-orlandi-dossier-avvocato-amiglia/7785547/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 36 del 11 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 36 del 11 maggio

    Francesco Zanardi – Prof di religione pedofilo trasferito nel carcere di Via Aspromonte

    Alessandro Frateschi, l’ex professore di religione accusatore di abusi sessuali su minorenni, è stato trasferito dal suo arresto domiciliare alla prigione di via Aspromonte a Latina dopo aver continuato a ricevere visite in casa nonostante il divieto di contatti esterni. Il trasferimento è stato disposto dal giudice Laura Morselli su richiesta della Procura della Repubblica di Latina, dopo una serie di verifiche effettuate dalle autorità.

    L’udienza preliminare per il caso Frateschi è fissata per il 24 maggio. In quella data, il giudice Morselli deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzato dalla Procura. La psicologa nominata dal giudice, Alessia Micoli, depositerà la perizia relativa alle due vittime minori che sono state ascoltate durante l’ultima udienza. Durante l’udienza, gli avvocati di Frateschi potrebbero optare per il processo con rito abbreviato o procedere con il rito ordinario.

    Frateschi è stato arrestato lo scorso anno con l’accusa di abusi su cinque ragazzi minorenni. È stato ai domiciliari dal luglio 2023, ma è stato trasferito in carcere mercoledì. Durante le udienze, sono emersi nuovi dettagli sulle violenze sessuali, incluso l’approccio inappropriato durante le lezioni di religione al liceo Majorana e durante una gita scolastica a Napoli. L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia del Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni.


    Alessio Di Florio – Chat “segrete” in Vaticano su Emanuela Orlandi, “dobbiamo far sparire tutto”

    “Dopo che ho scoperto che Pell ha finanziato la diocesi di Bergoglio tu sei sicuro che non finiremo nella merda?”

    “Perché questo sara in Vaticano e noi lo doviamo controllare. Il papa e con noi, il cardinale mi a detto che a septembde ci vediamo”.

     A settembre dobbiamo far sparire quella roba della Orlandi e pagare i tombaroli. Di questo devi parlare al papa. Poi ce la vedremo con il Vam e altre cose. Ora che torniamo si lavora all’archivio. E basta basta giornali e follie varie”.

    “Ascoltami bene, oramai abbiamo perso la battaglia giornalisti o meno non sono la soluzione. Adesso facciamo passare l’estate, io vado a Singapore e capirò di più, quando torno pensiamo a cosa fare e anche il papa sarà più lucido. Buttare tutto per aria e distruggere il Vaticano non ha alcun senso. Vediamo se il papa chiuderà il Vam o che farà, intanto io penso a cosa fare. Io ti voglio bene e veramente credo in te e in questa riforma ma così non andiamo lontano. Il papa sbaglia a gestire questo senza la gendarmeria. Io per quanti amici posso avere questi hanno mondi enormi dietro. Questi del georadar della tomba come li paghiamo? Il papà vuole sapere ma poi? Chi paga? E soprattutto di nascosto chi paga?

    “Piuttosto quella roba della Orlandi deve sparire e tu devi farti gli affari tuoi. Ho visto Giani, io non credo che sia come dici tu su di lui. Quello che hanno fatto è un reato e lui lo deve sapere”.

    “Non dici niente a Ciani. Orlandi sono cose vanno da serio. El cardinale a detto che doviamo mettere tutta la forzain questo, el papa e con noi”

    “Io so solo che se mi succede qualcosa sei morto. Ti avviso (e tre faccine che ridono). Brucia questa conversazione appena leggi. Fai le copie almeno di quella cosadella Orlandi e le mando in procura in forma anonima. Questa roba finisce male”.

    “El papa tiene molto in questo e lo faremo bene. A dopo”

    Questi sono stralci di messaggi su Whatsapp, rivelati in un’inchiesta del direttore del quotidiano Domani Fittipaldi, tra Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, messaggi consegnati alla Commissione bicamerale di inchiesta sulla scomparsa di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi da Pietro Orlandi. All’ANSA, Pietro Orlandi ha confermato che “in parte” il contenuto dei messaggi da lui consegnati corrisponde alla pubblicazione di Domani. “Le pagine consegnate – spiega sono otto anche se ovviamente non tutte le pagine parlano di Emanuela”.
    Queste chat, scrive Emiliano Fittipaldi su Domani, erano state consegnate l’anno scorso al promotore di giustizia vaticano Diddi. “Le chat sarebbero conservate in due cellulari riservati che Chaouqui e Balda chiamavano telefoni bianchi, non si sa che fine abbiano fatto. I messaggi sembrano segnalare come qualcuno si fosse mosso con dei tombaroli con un georadar per identificare la tomba di Orlandi, e che i due proprietari dei telefoni sapessero dell’operazione. Fonti suggeriscono che ora già durante il processo Vatileaks 2 la gendarmeria ipotizzasse che documenti dell’archivio della prefettura degli affari economici fossero stati nascosti in un luogo segreto. Chaouqui nei WhatsApp parla in effetti di una cassa e Pietro Orlandi crede che oggi possa essere stata nascosta sotto i cunicoli della Basilica di Santa Maria Maggiore”. Di fronte a Diddi la Chaouqui avrebbe disconosciuto la paternità di questi messaggi aggiunge Fittipaldi.

    “Il contenuto e le circostanze dei messaggi consegnati da Pietro alla Commissione non saranno oggetto di alcun commento da parte mia perché fanno parte di questioni circa cui sono tenuta al segreto di Stato – ha commentato Chaouqui su X, l’ex Twitter – Mi dispiace solo che il sottofondo non detto sia che qualcuno in Vaticano sappia dove sia Emanuela e non lo dice e non è così. Non conosco dove sia Emanuela e neanche se la pista di Londra sia vera, non ho alcun elemento che possa avvicinare alla verità, se lo avessi e fosse coperto da segreto comunque non lo rivelerei perché per me la lealtà al Pontefice viene prima di tutto. Quindi inutile coinvolgermi. Se c’è una verità io non la conosco”.

    Fonte: Domani, Ansa, X (ex Twitter)


    Ludovica Eugenio – Il sistema di abusi sessuali perpetrati dal prete della diocesi di Treviri

    Il sistema di abusi sessuali perpetrati dal prete della diocesi di Treviri in Germania, Edmund Dillinger, deceduto nel 2022, è più vasto di quanto finora noto. Secondo i risultati del rapporto  presentato il 7 maggio dagli investigatori speciali incaricati dalla Commissione indipendente per l’inchiesta sugli abusi sessuali nella diocesi di Treviri, Dillinger ha abusato sessualmente di almeno 19 persone tra il 1961 e il 2018. Undici le vittime di cui si conosce l’identità, ma “moltissime” sarebbero le persone cadute vittime del comportamento deviante di Dillinger, fotografate in pose sessualizzate, o oggetto di avances.

    Lo studio di 96 pagine conclude “che Dillinger, prete pluripremiato per l’impegno sociale, fondatore di una organizzazione umanitaria in Africa, ha vissuto l’opposto di ciò che ha predicato per decenni”: “Ha vissuto la sua (omo)sessualità, che all’esterno disapprovava fortemente, senza inibizioni e in un modo talvolta criminalmente rilevante e appariva ossessionato dal potere, egocentrico, narcisista”, hanno detto gli investigatori speciali.

    Il rapporto punta il dito anche contro i responsabili della diocesi di Treviri, che hanno insabbiato i casi di abusi divenuti noti, in particolare negli anni ‘60 e ‘70: «È difficile comprendere  – così gli inquirenti – che una personalità come Dillinger possa restare al servizio della Chiesa per decenni, nonostante tutta la conoscenza delle sue trasgressioni e dei suoi atti di abuso». Esaminata la gestione di 5 vescovi, tra cui anche quella del card. Reinhard Marx, vescovo della diocesi dal 2002 al 2008. Nelle parrocchie in cui Dillinger ha lavorato o vissuto come parroco, così come nelle associazioni e nei gruppi in cui era attivo, secondo il rapporto, “gli abusi sono stati taciuti” e le informazioni o i “segreti di Pulcinella” non sono stati affrontati. Solo nel 2012 la diocesi di Dillinger ha vietato di celebrare messe e di avere contatti con i giovani. “L’inazione e la chiusura di un occhio da parte dei responsabili della chiesa, che può essere vista solo come una deliberata copertura, afferma il rapporto, sono servite principalmente a proteggere il buon nome della chiesa e della diocesi”: ” Tutti i riferimenti alle azioni di Dillinger furono in gran parte ignorati.” Gli autori dello studio lamentano che “le autorità investigative del Saarland” hanno trattato le prove essenziali in modo irresponsabile “e le hanno quasi completamente distrutte prima che potessero essere esaminate”.

    I due investigatori, l’ex procuratore di Coblenza Jürgen Brauer e l’ex viceprocuratore di Treviri Ingo Hromada, che hanno completato le loro ricerche in Germania intervistando più di 50 testimoni e persone colpite e hanno valutato i fascicoli della diocesi di Treviri e dei pubblici ministeri coinvolti , continueranno il loro lavoro per un altro anno; lamentando “che il Ministero degli Esteri ha completamente ignorato le richieste di informazioni o di sostegno”, continuano la loro indagine nei Paesi africani dove Dillinger era solito viaggiare. Domande importanti sono rimaste senza risposta.

  • Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO – Festival del Giornalismo

    Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO – Festival del Giornalismo

    Intervista a Francesco Zanardi, uno degli ospiti che hanno partecipato alla IX edizione del Festival del Giornalismo a Ronchi dei Legionari, svoltasi dal 13 al 18 giugno 2023.

    “Ospiti dell’associazione Leali del Giornalismo

    Jesús Bastante,

    Riccardo Cristiano,

    Emiliano Fittipaldi,

    Francesco Zanardi,

    Nicola Graziani,

    si confrontano sul tema.

    Da quando, nel 2002, il Boston Globe scoperchiò la rete di abusi dei preti americani, lo scandalo non si è più fermato.

    Gli ultimi provvedimenti di Papa Francesco rafforzano le regole contro gli abusi e gli insabbiamenti?”

  • Emanuela Orlandi, che fine ha fatto la commissione parlamentare d’inchiesta

    Emanuela Orlandi, che fine ha fatto la commissione parlamentare d’inchiesta

    Il 14 gennaio sarà il compleanno di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa misteriosamente il 22 giugno del 1983. In occasione dei quarant’anni da allora il parlamento aveva deciso di avviare una commissione d’inchiesta, che però, a quasi un anno di distanza dalla prima approvazione a Montecitorio ancora non si è formata. Proprio in queste ore, come appreso da Domani, finalmente Camera e Senato stanno cominciando a decidere i componenti, in tutto 40. Il fratello di Emanuela, Pietro, ha organizzato anche quest’anno una manifestazione per chiedere verità, e sollecita l’avvio dei lavori in parlamento, chiedendo la partecipazione di tutti: «Sarebbe un bel segnale per la politica – ha detto in un video messaggio – affinché accelerino i tempi di questa commissione. Il diritto alla giustizia è un diritto che non possono toglierci».

    LE INCHIESTE E IL VATICANO

    Nel 2023, anno del quarantesimo anniversario, sono partite due inchieste giudiziarie: una della procura di Roma e una, per la prima volta, tra le mura vaticane. Mentre l’Italia e il mondo si interrogavano sul destino di Emanuela, complice anche il successo della serie Netflix “Vatican girl”, il parlamento ha deciso di provare a fare la sua parte. La legge, che riguarda la scomparsa di Orlandi e di Mirella Gregori, è stata approvata alla Camera a febbraio tra gli applausi. Le polemiche sono nate in Senato dove i parlamentari hanno deciso di ascoltare sia il Vaticano sia la procura romana, e insieme a loro il giornalista oggi scomparso Andrea Purgatori, e Laura Sgrò, l’avvocata della famiglia che non smette di cercare la verità.

    Il promotore di giustizia Vaticano, Alessando Diddi, ha risposto di no all’ipotesi di istituire l’organo, una posizione che ha fatto vacillare i senatori di destra. Alla fine, anche palazzo Madama ha deciso di non tirarsi indietro, e il testo è stato approvato senza modifiche rispetto a Montecitorio il 9 novembre. In questo caso si sono registrate delle astensioni, tra cui quella rumorosa del senatore ex Dc Pier Ferdinando Casini.

    LE INCHIESTE E IL VATICANO

    Nel 2023, anno del quarantesimo anniversario, sono partite due inchieste giudiziarie: una della procura di Roma e una, per la prima volta, tra le mura vaticane. Mentre l’Italia e il mondo si interrogavano sul destino di Emanuela, complice anche il successo della serie Netflix “Vatican girl”, il parlamento ha deciso di provare a fare la sua parte. La legge, che riguarda la scomparsa di Orlandi e di Mirella Gregori, è stata approvata alla Camera a febbraio tra gli applausi. Le polemiche sono nate in Senato dove i parlamentari hanno deciso di ascoltare sia il Vaticano sia la procura romana, e insieme a loro il giornalista oggi scomparso Andrea Purgatori, e Laura Sgrò, l’avvocata della famiglia che non smette di cercare la verità.

    Il promotore di giustizia Vaticano, Alessando Diddi, ha risposto di no all’ipotesi di istituire l’organo, una posizione che ha fatto vacillare i senatori di destra. Alla fine, anche palazzo Madama ha deciso di non tirarsi indietro, e il testo è stato approvato senza modifiche rispetto a Montecitorio il 9 novembre. In questo caso si sono registrate delle astensioni, tra cui quella rumorosa del senatore ex Dc Pier Ferdinando Casini.

    Il 3 luglio, papa Giovanni Paolo II espresse durante l’angelus la sua vicinanza ai familiari per la scomparsa della giovane, e ha chiesto senso di umanità in chi aveva «responsabilità» in questo caso. Lui il primo ad aprire alla possibilità del rapimento piuttosto che alla fuga o a un incidente.

    Due giorni dopo, la sala Stampa Vaticana ricevette la telefonata di un uomo dall’accento anglosassone, ribattezzato dalla stampa l’Americano. Disse di avere in ostaggio la ragazza e che l’avrebbe liberata solo dopo che a Mehmet Alì Agca, l’uomo che sparò a Karol Wojtyla il 13 maggio 1981, fosse stata concessa la libertà. Agca sarebbe dovuto uscire dal carcere entro il 20 luglio.

    Intanto si sono aggiunte altre piste. Una legherebbe il rapimento a un presunto rapporto tra Banda della Magliana e Vaticano per questioni economiche irrisolte, tra la crisi dello Ior, lo scandalo del Banco Ambrosiano e l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Nel frattempo si è fatta spazio l’ipotesi di episodi di pedofilia ai livelli più alti del clero. Secondo alcuni documenti rinvenuti da Emiliano Fittipaldi (oggi direttore di questo giornale), Emanuela Orlandi sarebbe stata portata a Londra a spese del Vaticano. Nessuna ricostruzione finora è risultata decisiva.

    Il promotore Diddi ha detto pochi giorni fa: «Stiamo continuando a lavorare, e a differenza dell’Italia noi non abbiamo limiti di tempo, il sistema è più garantista per la persona offesa: per cui finché il caso non è chiuso continueremo a lavorarci».

    Parole che la famiglia teme tengano ancora lontana la verità. Sabato 13 gennaio, come ogni anno, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela ha organizzato a Roma una manifestazione affinché non si spenga la memoria della sorella. In un video ha chiesto la partecipazione di tutti per spingere ad agire, fuori e dentro il parlamento.

     

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    Il Movimento 5 stelle del Campidoglio ha deciso che parteciperà con il capogruppo alla Camera Francesco Silvestri: «Per ricordare che mesi fa è stata approvata in parlamento, su proposta del M5S (ma non solo, ndr), l’istituzione di una Commissione speciale di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Commissione che però a oggi attende ancora l’avvio dei lavori». L’avvocata Sgrò spera che non ci siano solo loro: «Auspico che sfilino accanto a noi tutte le forze politiche – dice a Domani -, perché la verità non ha né bandiere né colori politici. La verità su Emanuela la vuole, la pretende tutto il popolo italiano. E la politica deve essere a servizio di tutti i cittadini».

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/emanuela-orlandi-che-fine-ha-fatto-la-commissione-parlamentare-dinchiesta-iyhed6a4

  • Festival del Giornalismo 2023 “La Chiesa: scandali di pedofilia”

    Festival del Giornalismo 2023 “La Chiesa: scandali di pedofilia”

    Ospiti dell’associazione Leali del Giornalismo – Jesús Bastante, Riccardo Cristiano, Emiliano Fittipaldi, Francesco Zanardi e Nicola Graziani si confrontano sul tema.
    Da quando, nel 2002, il Boston Globe scoperchiò la rete di abusi dei preti americani, lo scandalo non si è più fermato. Gli ultimi provvedimenti di Papa Francesco rafforzano le regole contro gli abusi e gli insabbiamenti?
  • Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    I panni sporchi si lavano in famiglia. È questo il senso della lettera che il cardinale Luis Ladaria, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio), nel febbraio 2015 inviò al cardinale Philippe Barbarin, allora vescovo di Lione, che chiedeva come comportarsi con don Bernard Preynat, sul cui conto erano arrivate in diocesi diverse denunce per pedofilia.

    «Questa Congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso di Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando scandali pubblici», si legge nella lettera di Ladaria, riportata ieri sul quotidiano Domani da Emiliano Fittipaldi. «Fermo restando – conclude la lettera – che in queste condizioni non può essere affidato un altro ministero pastorale che includa eventuali contatti con i minori».

    Barbarin obbedì, e tutto rimase nascosto ancora per un anno. Nel 2016, infatti, in seguito alle denunce penali di alcune vittime, Preynat fu processato e nel 2020 condannato a cinque anni di reclusione per abusi sessuali su minori. Barbarin invece – che nel marzo 2020 si è dimesso da vescovo -, dopo essere stato condannato in primo grado per omessa denuncia, l’anno scorso è stato definitivamente assolto.

    Quella a Barbarin non è stata l’unica lettera scritta da Ladaria, nel 2008 nominato da papa Ratzinger segretario della Congregazione per la dottrina della fede, promosso prefetto dello stesso dicastero nel 2017 da papa Francesco, il quale l’anno successivo lo ha creato cardinale. Ve ne è un’altra pressoché identica, datata 2012, inviata all’allora vescovo di Lucera (Foggia), a proposito di don Giovanni Trotta, dimesso dallo stato clericale perché pedofilo, ma con la raccomandazione che la destituzione del prete restasse in penombra, per non «generare scandalo ai fedeli». Così accadde anche stavolta, ma le conseguenze della consegna del silenzio furono ben più gravi: da laico, Trotta iniziò ad allenare una squadra di calcio giovanile e commise abusi sessuali su diversi piccoli atleti, venne denunciato dalle famiglie di alcune vittime e due anni fa è stato condannato in appello a venti anni di carcere.

    Le lettere «fotocopia» di Ladaria testimoniano che non si tratta di due casi, ma di una prassi che vuole coprire i preti pedofili per difendere l’istituzione. Non quindi un «sistema Ladaria», ma un «sistema vaticano» che, come rileva Luis Badilla, direttore del Sismografo (sito di informazione indipendente, ben accreditato in Vaticano), obbedisce a un articolo del Codice di diritto canonico: «Per una trasgressione occulta non si imponga mai una penitenza pubblica».

    A questo punto papa Francesco, se vuole davvero dare concretezza alla «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia clericale, non può non prendere tre decisioni: rimuovere Luis Ladaria, modificare il Codice di diritto canonico e imporre l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei preti pedofili (per scongiurare nuovi casi Trotta).

    In Italia intanto qualcosa si muove. Se la Cei è ferma nel non volere una commissione di inchiesta indipendente sulla pedofilia (come quella della diocesi di Monaco che ha messo sotto accusa Ratzinger, o quella della Chiesa francese), prendono l’iniziativa dal basso le associazioni che martedì prossimo daranno vita al Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica. «L’Italia è rimasto praticamente l’unico Paese dove non si è nemmeno pianificata un’indagine indipendente sugli abusi», spiega al manifesto Ludovica Eugenio, direttrice dell’agenzia di informazioni Adista, promotrice dell’iniziativa (insieme, fra gli altri, a Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Noi siamo Chiesa e le associazioni delle vittime L’abuso e Comitato vittime e famiglie).

    «Poiché tutto fa ritenere che il numero di casi in Italia sia molto elevato, un’indagine indipendente è urgente e necessaria come primo passo di un cammino di giustizia soprattutto nei confronti delle vittime, le cui vite sono devastate anche dall’omertà e dagli insabbiamenti».

    https://ilmanifesto.it/vaticano-i-preti-pedofili-e-gli-scandali-da-silenziare/

  • Pressioni sulla Chiesa cattolica italiana per far fronte alla resa dei conti sugli abusi sessuali su minori

    Pressioni sulla Chiesa cattolica italiana per far fronte alla resa dei conti sugli abusi sessuali su minori

    Cresce la pressione sulla Chiesa cattolica italiana per affrontare una resa dei conti sugli abusi sessuali su minori tra le stime non ufficiali secondo cui il Paese potrebbe avere il più alto numero di vittime di preti pedofili al mondo.

    Indagini schiaccianti sulla portata degli abusi sessuali e delle accuse di insabbiamento hanno inferto un duro colpo alla reputazione della chiesa cattolica negli Stati Uniti, in Irlanda, in Cile, in Francia e, più recentemente, in Germania. Ma in Italia la questione è stata per lo più sepolta.

    Un gruppo di associazioni religiose e laiche si sono ora riunite per spingere per un’indagine indipendente e per sollecitare lo stato italiano ad emanare leggi più severe per assicurare alla giustizia sacerdoti pedofili e elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero. Il gruppo ha lanciato l’hashtag #ItalyChurchToo e il 15 febbraio illustrerà i propri obiettivi durante un evento online.

    “Il problema in Italia è enorme ma è stato nascosto”, ha detto Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie. “Ad esempio, due dei sacerdoti che hanno celebrato il mio matrimonio si sono rivelati pedofili. Poi c’era il prete che… ha violentato mio figlio. Quindi sono tre preti pedofili, proprio nel mio piccolo mondo“.

    Il loro appello è stato dato impulso dalla pubblicazione di rapporti indipendenti in Francia e Germania, dove l’ ex papa Benedetto è stato criticato per non aver preso provvedimenti contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982. Benedetto questa settimana si è scusato per “gravi colpe” nella gestione di quei casi di abuso sessuale, ma il suo team legale ha negato qualsiasi illecito personale, provocando la furia delle vittime.

    Hans Zollner, sacerdote tedesco su incarico di papa Francesco per la tutela dei minori, ha più volte chiesto in questi mesi di puntare i riflettori sull’Italia. “Abbiamo bisogno che queste indagini siano fatte e pubblicate in modo obiettivo“, ha detto a La Stampa. “E ne abbiamo bisogno anche in Italia, così possiamo guardare in faccia la realtà e non continuare a negare qualcosa che viene continuamente negato“.

    Nonostante la questione sia discussa dalla Chiesa italiana, i vescovi sono divisi sulla questione se l’indagine debba essere commissionata in modo indipendente. Gualtiero Bassetti, che a maggio sarà dimesso da presidente della Conferenza episcopale italiana, si è espresso a favore di un’indagine, così come due dei suoi potenziali successori, anche se interna.

    “Il motivo per cui ora dicono ‘oh, stiamo pensando di fare qualcosa’ è perché vogliono controllare la vicenda“, ha affermato Robert Mickens, editore con sede a Roma dell’edizione in lingua inglese del quotidiano cattolico La Croix . “L’iniziativa delle associazioni li sta spaventando a morte, e stanno pensando ‘facciamo qualcosa che possiamo contenere’, perché sanno che se lo aprono al mondo esterno, sono fregati“.

    Non ci sono dati ufficiali sul numero delle vittime di abusi del clero in Italia, ma la principale associazione delle vittime, Rete L’Abuso, ha registrato 360 casi di sacerdoti accusati o condannati negli ultimi 15 anni. Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia sono condotte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere allontanata o incarcerata. E se giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono effettivamente incarcerati.

    L’indagine della Francia ha rilevato che 216.000 bambini sono stati maltrattati dal clero in sette decenni. Confrontando il numero dei sacerdoti in Francia, circa 21.000, con i 52.000 italiani, Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso, ha affermato che il numero delle vittime in Italia potrebbe essere tre volte quello della Francia.

    «È ovvio che l’Italia è il Paese dove lo scandalo potrebbe essere peggiore, perché è uno dei Paesi con il più alto numero di sacerdoti al mondo», ha detto Zanardi, che racconta di essere stato maltrattato da un parroco dagli 11 anni fino a 15. “Ci sono anche molti sacerdoti stranieri accusati di pedofilia che hanno trovato rifugio in Italia. Abbiamo bisogno di un’indagine indipendente; se la Chiesa ne fa uno interno, non sarà credibile».

    Nel frattempo, il governo italiano deve ancora soddisfare la richiesta di una commissione delle Nazioni Unite, che nel 2019 lo accusava di essere complice nella protezione dei preti pedofili dalle accuse penali, di ideare un piano nazionale per prevenire gli abusi sessuali sui bambini. Gli attivisti chiedono al governo di emanare una legge, simile a quella francese, che obbliga i cittadini a denunciare la conoscenza di abusi da parte del clero.

    Sebbene il numero dei fedeli in Italia sia in costante calo, la Chiesa cattolica esercita ancora una notevole influenza nella società. Il tema degli abusi sessuali da parte degli impiegati, almeno quando si parla di Italia, è raramente trattato dalla stampa. Un talk show televisivo italiano è stato criticato per non aver interrogato papa Francesco sulla questione durante la prima intervista del pontefice alla tv italiana la scorsa settimana.

    “Penso che gli italiani potrebbero accettare un’inchiesta, ma i media avrebbero più difficoltà perché c’è questo tipo di timore reverenziale, soprattutto nella tv di stato, sul Vaticano e in generale sul pontificato”, ha affermato Emiliano Fittipaldi, giornalista il cui libro del 2017, Lussuria, ha accusato papa Francesco di non fare “quasi nulla” per fermare gli abusi sessuali del clero in Italia. “L’unico modo per un’indagine sarebbe se Francesco lo ordinasse“.

    Il Vaticano è stato contattato per un commento.

    https://www.theguardian.com/world/2022/feb/11/pressure-on-italy-catholic-church-face-child-sexual-abuse-reckoning

  • Pedofilia nella Chiesa, i segreti nascosti dal cardinal Ladaria a Piazzapulita

    Pedofilia nella Chiesa, i segreti nascosti dal cardinal Ladaria a Piazzapulita

    A Piazzapulita, su La7, questa sera – giovedì 10 febbraio – è intervenuto il giornalista di Domani, Emiliano Fittipaldi, per parlare di pedofilia nella Chiesa. Il quotidiano, infatti, nell’edizione dell’11 febbraio pubblicherà una lettera scritta dal cardinal Ladaria, “nome poco conosciuto, il numero 3 o 4 della Chiesa – ha detto Fittipaldi – E’ il prefetto della congregazione della dottrina della fede, che deve gestire i casi di pedofilia all’interno dei procedimenti canonici che vengono aperti”. La lettera in questione risale al 2015, ed è indirizzata all’ex Vescovo di Lione, Barbarin. “E’ una risposta a una richiesta di Barbarin: lui ha un grosso problema, segreto. Ha un prete, Preynat, un orco seriale, che è stato condannato l’anno scorso dopo che ha confessato di aver violentato tutti i weekend 3 o 4 bambini degli scout”, prosegue il giornalista di Domani.

    Ma nel 2015 lo sapevano in pochi. “Lo sapevano Barbarin e Ladaria – spiega Fittipaldi – Il Vescovo di Lione chiede cosa fare a Ladaria”, che dice: “Eminenza, questa congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso del prete della vostra diocesi che le avete sottoposto, Bernard Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando lo scandalo pubblico, fermo restando che, a queste condizioni, non può essergli affidato un altro ministero pastorale che includa il possibile contatto con dei minori. Vi raccomando inoltre di prendere adeguate misure per la cura pastorale delle vittime. La prego di accettare, eminenza, l’espressione dei miei sentimenti devoti in Cristo“, si legge nella lettera.

    Fittipaldi spiega il vescovo avrebbe dovuto denunciare i fatti alla polizia. “La questione chiave è etica: Ladaria nel 2012 in Italia scrive la stessa cosa per un decreto su un prete italiano, don Trotta, un orco seriale, che viene in qualche modo spretato perché beccato a commettere atti impuri con un minore – prosegue il giornalista di Domani – Ladaria manda una lettera a Lucera, un comune in provincia di Foggia, utilizzando le stesse parole che utilizzerà tre anni dopo. Ma nessuno a Foggia sapeva che don Trotta fosse un orco seriale, e don Trotta diventa allenatore di una squadra di calcio giovanile e nel 2014 e 2015 violenta 10 bambini: oggi è stato condannato a 20 anni. Probabilmente, se le autorità religiose e vaticane avessero denunciato ciò che sapevano, avrebbero evitato queste violenze“.