Osservatorio della Rete L'ABUSO

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    Santo silenzio

    di Antonio Rossitto

    Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale,  garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

    Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

    ORRORI IN SACRESTIA E OMISSIONI ECCELLENTI 

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

    Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

    Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

    L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

    «LO STILE EVANGELICO»: SILENZIO E MITEZZA

    Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

    Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    «DECENNI DI INERZIA» OGGI È TUTTO PRESCRITTO

    La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

    «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

    Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

    SESSO CON UNA MINORENNE E POI TRE ABORTI

    Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

    L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza  «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

    Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

    LA CURIA CANCELLA GLI SMS E INVITA: «NON DENUNCIATE»

    C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.

    All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

    Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.

    Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

    L’AGGUATO DEI MISTERI  E IL PRETE «AMICHEVOLE»

    In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

    Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti.

    Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere».

    Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

    Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».

    Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

    LA CURIA INTERCETTATA: «IL PAPA RISOLVE LA COSA»

    Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

    Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

    Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

    La curia è in ambasce. «‘Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

    LA «PISTA GIUSTA» E GLI ALTRI ORCHI

    Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

    Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

    «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

    AMARO EPILOGO (CON PROMOZIONI)

    La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

    Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (continua…)

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-italia-chiesa-toscana/?fbclid=IwAR239f7ZcC6yT065ay1jbV1D7l0Yk4gPCH9MeQh9MbZWIKK_BEd9AwWZM1I

  • “Ci riceveva coi pantaloni calati”. Sesso e schiavitù, chiesti 15 anni per il santone

    “Ci riceveva coi pantaloni calati”. Sesso e schiavitù, chiesti 15 anni per il santone

    Arezzo, 8 dicembre 2016 – Quindici anni a lui e 12 al suo vice, che poi si era messo in proprio rompendo il sodalizio fino a quel punto perfetto con il santone. Sono le condanne richieste a carico di Mauro Cioni, il santone la cui comunità era a Montecchio di Cortona, e di Carlo Carli, senese e il suo allievo prediletto prima dello strappo.

    E’ la conclusione della requisitoria del Pm nel processo che vede come  imputato principale proprio Mauro Cioni, un ex prete accusato di abusi sessuali e riduzione in schiavitù.

    La richiesta è stata presentata dalla Pm Angela Pietroiusti, della Dda di Firenze. La storia è nota: Cioni era la guida di questa comunità nella quale è accusato di violenze sessuali nei confronti delle adepte, trascinate dal carisma e dalle pittoresche motivazioni teologiche dell’ex sacerdote della diocesi di Firenze.

    Una  vera e propria sudditanza psicologica che per l’appunto secondo l’accusa si era trasformata nel tempo in una vera e propria condizione di  schiavitù. A presiedere il processo è il giudice Silverio Tafuro, con a latere la collega Angela Avila e i giudici popolari probabilmente. La data probabile della sentenza dovrebbe essere il 12 dicembre.

    Alcune ex adcepte hanno raccontato quel che succedeva a Montecchio: Cioni che le riceveva nello studio con pantaloni e mutande calate, chiedendo rapporti sessuali, soprattutto orali. E se qualcuna gli diceva dello schifo che provava, lui ribatteva che era perchè aveva ancora il diavolo in corpo e che la ‘cura’ doveva proseguire. La teoria di Cioni era semplice: non bastava il battesimo della Chiesa, ne serviva un altro da lui officiato, attraverso il quale si giungeva alla vera purezza. Con volontà coartata, sostiene il pm, anche se la difesa chiederà l’assoluzione perchè il fatto non sussiste. Ora alla corte d’assise l’ultima parola sulla setta: un gruppo di creduloni ma liberi oppure una comunità di schiavi?

    L’assise ha ricostruito pezzo per pezzo il filone delle accuse. Delle sedute che “servivano a scacciare il diavolo” ma che poi, hanno raccontato alcune ex adepte dopo aver finalmente aperto gli occhi, finivano a pantaloni calati e tentativi di abusi. Protagonista lui, Mauro Cioni, ormai settantenne, ex sacerdote originario del fiorentino, a lungo attivo nella zona di Empoli.

    Con lui, sul banco degli accusati, quello che a lungo era stato il più fedele e carismatico dei suoi seguaci, salvo poi guidare la scissione che fu l’inizio della fine: il senese Carlo Carli, il giovane che predicava una singolare teoria teologica. Che cioè Gesù Cristo fosse molto ricco e che chi raccomandava la povertà, come San Francesco e Padre Pio, stesse nel più profondo dell’inferno. L’inchiesta è della squadra mobile di Firenze che ha poi messo in moto la direzione distrettuale antimafia competente per la riduzione in schiavitù.

    Lì a occuparsi del caso è stata il Pm Angela Pietroiusti, che stamani ha fatto la richiesta di condanna.  Al centro racconti spesso drammatici dei protagonisti. Ed episodi tragici, come il suicidio di un giovane a fine 2000 con un colpo di fucile, allo strappo di Carli che se ne va per fondare una nuova comunità a Siena:  ed è proprio in questa fase, davanti al dissidio tra Cioni e il suo allievo prediletto, che le prime donne trovano il coraggio e la lucidità di rivolgersi alla polizia per raccontare quanto succede.

    http://www.lanazione.it/arezzo/cronaca/ci-riceveva-coi-pantaloni-calati-sesso-e-schiavit%C3%B9-chiesti-15-anni-per-il-santone-1.2736430

  • Violenza sessuale e riduzioni in schiavitù: ex prete empolese rinviato a giudizio

    Violenza sessuale e riduzioni in schiavitù: ex prete empolese rinviato a giudizio

    Pistoia, 13 novembre 2014 – IL PRETE che volle farsi santone a Montespertoli e poi a Montecchio (Arezzo) sarà processato per violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Il giudice per l’udienza preliminare Angelo Antonio Pezzuti ha deciso ieri che Mauro Cioni, 69enne empolese ex sacerdote della diocesi di Firenze, dovrà essere giudicato dalla corte d’assise d’Arezzodal 16 gennaio. Il gup ha rinviato a giudizio per gli stessi reati anche Carlo Carli, 35 anni, che si allontanò dalla comunità del ‘maestro’ per crearne una propria, dove si praticavano gli stessi abusi. Una sentenza di non luogo a procedere è stata emessa per altri due imputati — Franco Bigazzi, 57enne di Certaldo, eGiorgio Bigozzi, 63enne di Foiano della Chiana — accusati di ricettazione.

    I RIFLETTORI giudiziari su Mauro Cioni, prete spretato nel 1985 e sposato dal 1987 con moglie e un figlio, sono accesi da quasi vent’anni e le accuse nei suoi confronti si sono moltiplicate, aggravandosi, fino ad arrivare alle ultime contestazioni di riduzione in schiavitù e violenza sessuale nei confronti di dieci persone, nove donne e un uomo. Cioni, secondo le accuse avanzate dal pm antimafia Angela Pietroiusti, avrebbe esercitato sui componenti della sua comunità religiosa «poteri tali da porli in condizioni di totale sudditanza psicologica, facendo falsamente credere che, per conseguire la salvezza eterna e liberarli dalle presenze maligne, dovevano assecondarlo in ogni sua decisione». Così facendo, non solo si faceva dare denaro ma pretendeva prestazioni sessuali di ogni tipo. L’ex prete ha sempre negato ogni addebito, ma i rapporti della polizia su di lui sono durissimi: «assoggettamento schiavistico», «influsso sconcertante sulle donne». Infine, la frase più inquietante: «Nelle parrocchie dove aveva officiato il proprio ministero, numerose erano le segnalazioni di un continuo viavai di ragazzi e ragazze che lo stesso intratteneva singolarmente nella propria camera da letto». Ma nessuno, per anni, ha parlato.

    http://www.lanazione.it/empoli/prete-violenza-giudizio-1.400157

  • FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    Firenze, 7 giugno 2012 – PARLANO di piccoli e grandi temi della Chiesa, del Segretario di Stato Tarcisio Bertone, ma anche e soprattutto di papa Joseph Ratzinger nelle decine di telefonate che la polizia ha ascoltato, per circa un mese e mezzo, dopo l’attentato all’arcivescovo Giuseppe Betori e il ferimento di don Paolo Brogi.

    Praticamente tutta la Curia fiorentina è intercettata. Molti prelati lo sospettano, tanto che — annotano gli inquirenti nei brogliacci depositati dal pm, Giuseppina Mione, dopo la chiusura delle indagini nei confronti dell’unico sospettato, Elso Baschini — preferiscono «rimandare» alcuni argomenti a future conversazioni “viso a viso”. Gli inquirenti ascoltano don Brogi, ferito nell’agguato, ma anche l’ausiliario Maniago, coinvolto nel caso don Cantini.

    ANCHE il telefono di monsignor Giuseppe Betori, creato Cardinale dal Papa il 6 gennaio, è sotto controllo. Il 4 dicembre scorso, un mese dopo l’agguato e pochi giorni dopo l’udienza dal pontefice, parlando al telefono con una persona, di nome Carlo, l’arcivescovo si dice «fiducioso», perché «Ratzinger mi ha assicurato che sistemerà tutto». A cosa si riferisce? Forse a questioni interne alla Curia di cui è a capo o alla Chiesa, o forse proprio all’indagine sull’attentato che lo ha coinvolto. Inoltre, riporta “Panorama”, Betori, al pari di altri religiosi, si sarebbe lamentato per questa inchiesta e del fatto che «gli inquirenti non demordono dall’idea di una sua reticenza riguardo alla rappresentazione dei fatti» accaduti la sera del 4 novembre.

    Interpellata ieri sull’argomento, la Curia fiorentina non risponde. Ma all’orizzonte si prospetta adesso un processo show.
    IL PM MIONE ha depositato proprio in questi giorni la richiesta di giudizio immediato. Una “mossa” per saltare l’udienza preliminare e andare direttamente al dibattimento. Il legale di Baschini, Cristiano Iuliano, aveva appena chiesto di riascoltare il testimone principe dell’accusa, il nordafricano Mohamed Toufik, colui cioè che avrebbe raccolto la “confessione” di Baschini riguardo all’agguato. La conversazione tra i due captata in questura sarebbe di una qualità pessima, secondo la difesa di Baschini. Inoltre, Toufik si sarebbe contraddetto quando, in un’intervista, aveva parlato di un mandante e di un compenso di circa 20mila euro per Baschini. Circostanze, queste, che non risultano dall’incidente probatorio con cui la procura ha “congelato” la testimonianza del suo uomo chiave. Insomma, sostiene il legale dell’unico indagato, Toufik è così affidabile?

    Dagli atti depositati in tribunale emerge anche che poco dopo l’attentato, da una cabina vicina al palazzo arcivescovile, sarebbe partita una chiamata diretta al cellulare del rettore della Basilica di Santa Croce, Antonio Di Marcantonio. Ma il religioso, interpellato dal settimanale, dice di non essere mai stato interrogato e di non ricordare quella telefonata che, secondo Panorama «forse avrebbe potuto esser d’aiuto per l’inchiesta».

    MA TRA LE UTENZE sotto controllo c’è anche quella di don Daniele Rialti, il prete accusato di molestie sessuali su minori avvenute nel periodo in cui era viceparroco alla chiesa di Ponzano, nell’empolese. Rialti parla con un giovane immigrato (maggiorenne) e riferisce che per la «seratina» che hanno trascorso ha un «regalino» da consegnarli. Le telefonate di Rialti sono finite però in un altro faldone. Ma questa seconda inchiesta potrebbe volgere all’archiviazione. I rapporti di Rialti ricostruiti dagli inquirenti sarebbero tutti con soggetti adulti, disagiati, ingolositi dalla possibilità di raggranellare qualche «regalino». Peccati, non reati.
    stefano brogioni

    http://www.lanazione.it/cronaca/2012/06/07/725174-papa-betori-attentato-curia.shtml

    METTI UNA CIMICE IN CHIESA E NE SENTIRAI DELLE BELLE – DALLE INTERCETTAZIONI DISPOSTE DOPO L’AGGUATO ALL’ARCIVESCOVO BETORI DI FIRENZE, EMERGE L’INTOLLERANZA DELLA CURIA FIORENTINA PER LE CIMICI: PAROLE IN CODICE, DISCORSI RIMANDATI VISO A VISO (PER NASCONDERE COSA?) E TELEFONATE SOSPETTE CON RAGAZZE ALBANESI E BRASILIANE (APERTO UN FASCICOLO PER “ABUSI SESSUALI”) – IL CARDINALE BETORI AVREBBE CHIESTO AL PAPA DI “SISTEMARE LA COSA” (COME?) – QUELLA MISTERIOSA TELEFONATA AL RETTORE DI SANTA CROCE…

    Ignazio Ingrao per “Panorama”
    Giuseppe BetoriGiuseppe Betori

    Per un mese e mezzo gli investigatori hanno ascoltato le conversazioni dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, e dei suoi più stretti collaboratori dopo l’aggressione del 4 novembre 2011 in Curia, per la quale è finito in carcere il pregiudicato Elio Baschini. Dialoghi privati, a volte molto personali, spesso in codice perché gli intercettati sospettavano di essere ascoltati dalla polizia. Ora i brogliacci di queste conversazioni sono stati depositati insieme con l’avviso di chiusura delle indagini.
    PADRE GEORG E RATZINGERPADRE GEORG E RATZINGER

    E si scopre che il cardinale Betori il 2 dicembre va in udienza dal Papa e si lamenta di essere finito sotto la lente degli inquirenti. Benedetto XVI, secondo quanto riferisce lo stesso Betori all’amico Carlo in una telefonata dal 4 dicembre, gli avrebbe dato «rassicurazioni in merito alla vicenda» e avrebbe promesso di «sistemare la cosa». È sempre Betori a lamentarsi con un suo collaboratore il 22 novembre per essere stato convocato dalla polizia «senza avere concordato data e ora». Ed è irritato per il fatto che «gli inquirenti non demordono dall’idea di una sua reticenza riguardo alla rappresentazione dei fatti».

    Nelle intercettazioni è finito anche il segretario di Betori, don Paolo Brogi, ferito dall’attentatore, mentre commenta l’accaduto con un’amica. Ed è finito anche Daniele Rialti, per 17 anni viceparroco della Chiesa di San Giovanni evangelista a Empoli e figura simbolo delle comunità neocatecumenali fiorentine. Don Rialti (sul quale poi la procura ha aperto un fascicolo per presunti abusi sessuali) viene ascoltato dagli inquirenti mentre parla con un giovane albanese e con una brasiliana.
    HENRY MOORE A FIRENZEHENRY MOORE A FIRENZE

    Dall’avviso di chiusura delle indagini emerge anche un particolare inedito: poco dopo l’attentato, da una cabina vicina alla curia è partita una chiamata al cellulare del rettore della Basilica di Santa Croce, Antonio Di Marcantonio. Gli inquirenti annotano la stranezza tempistica della telefonata. Ma il religioso, interpellato da Panorama, dice di non essere mai stato interrogato e di non ricordare quella telefonata. Chiuse le indagini, resta il mistero di una chiamata che forse avrebbe potuto essere d’aiuto per l’inchiesta.

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/metti-una-cimice-in-chiesa-e-ne-sentirai-delle-belle-dalle-intercettazioni-disposte-dopo-40048.htm

    Firenze. Agguato a Betori. Curia minaccia azioni legali. Indagati 2 cronisti Panorama
    mercoledì, giugno 13, 2012 Gerardo Adinolfi No comments
    Curia Firenze – Azioni Legali

    Per un articolo critico su indagini per pedofilia. Tensione dopo la pubblicazione di intercettazioni ad arcivescovo aggredito a novembre. L’Associazione Stampa Toscana: Meglio tutelare l’immagine con la trasparenza

    OSSIGENO, FIRENZE, 13 giugno 2012 – C’è tensione a Firenze per gli articoli che parlano degli sviluppi delle indagini sulla misteriosa aggressione all’arcivescovo Giuseppe Betori e per alcune rivelazioni giornalistiche su un’altra indagine su don Daniele Rialti, che sarebbe coinvolto in un caso di pedofilia. Per quest’ultmo caso la Procura di Firenze avrebbe iscritto nel registro degli indagati due cronisti del settimanale Panorama. Per l’aggressione a Betori, dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni di sue conversazioni, in cui fra l’altro fa cenno a un incontro con il Papa, la Curia ha minacciato azioni legali e ha diffidato chiunque dal pubblicare ulteriori intercettazioni.

    Era il 4 novembre 2011 quando un uomo minacciò l’arcivescovo in un garage della Curia di Firenze e poi sparò, ferendolo, al suo segretario Don Paolo Brogi. L’unico indagato è Elso Baschini, 73 anni, ex pregiudicato in carcere da dicembre con l’accusa di tentato omicidio.

    A fine maggio la procura di Firenze ha chiuso le indagini sull’agguato mettendo agli atti intercettazioni ambientali e depositando in tribunale i brogliacci delle conversazioni, molte delle quali considerati non rilevanti ai fini dell’indagine, e alcune conversazione trascritte in quasi due mesi di intercettazioni telefoniche allo stesso cardinale Betori, al suo assistente Don Paolo e a monsignor Maniago, uno dei collaboratori più stretti di Betori. Alcuni contenuti sono stati resi noti in esclusiva il 7 giugno dal settimanale Panorama. L’articolo racconta che, durante un’udienza privata a Roma con Papa Benedetto XVI, l’arcivescovo Betori si sarebbe lamentato di essere finito sotto la lente degli inquirenti. Secondo Panorama, il cardinale avrebbe parlato con un amico di quell’udienza con il Pontefice “che gli avrebbe dato rassicurazioni” e avrebbe promesso di “sistemare la cosa”.

    La clamorosa esclusiva del settimanale è stata rilanciata in anteprima dalle agenzie di stampa e successivamente è stata ripresa da vari giornali: Corriere Fiorentino, La Repubblica, La Nazione e altri media toscani cartacei e online.

    Le rivelazioni non sono piaciute alla Curia fiorentina che ha reagito con una pubblica diffida. “In merito alla reiterata pubblicazione di atti giudiziari riguardanti l’attività di indagine svolta dalla Procura della Repubblica di Firenze sull’agguato che ha visto come vittime Don Paolo Brogi e il Cardinale Giuseppe Betori – si legge in un comunicato dell’ufficio stampa della Curia di Firenze – si comunica che l’Arcidiocesi di Firenze ha dato mandato ai propri legali di verificare l’esistenza dei presupposti per iniziative in sede penale o civile nei confronti di tutti coloro che hanno pubblicato, o pubblicheranno atti e/o documenti, in particolare stralci di private conversazioni telefoniche al di furoi dei limiti consentiti dalla Legge che niente hanno a che fare con il fatto criminoso accaduto e gravemente lesivi sia della privacy delle persone coinvolte sia della loro immagine”.

    Questa reazione – scrive Enrico Viviano – responsabile Ufficio stampa e portavoce del Vescovo – “si rende necessaria anche a tutela della figura del Santo Padre e per vedere preservata la libertà di ministero riconosciuta alla Chiesa dalla legge”. Interpellata da Ossigeno la Curia fiorentina ha preferito non rilasciare ulteriori dichiarazioni in merito alla vicenda.

    “Questa è una pura minaccia e un tentativo di censura. Comunque, a parte quella nota, finora io non ho ricevuto nient’altro”, commenta Stefano Brogioni, giornalista de La Nazione, che il 7 giugno ha firmato un articolo dal titolo ‘Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”’. “Il comunicato è uscito dopo che il mio articolo è stato pubblicato. Io – aggiunge il cronista – continuerò a fare il mio lavoro come prima, per me non è cambiato nulla. Propongo ai miei lettori ciò che trovo, non mi fermo di certo perché alla Curia dispiace che esca qualcosa”.

    Paolo Ciampi, presidente dell’Associazione Stampa Toscana, ha dichiarato: “Sono contrario in generale, in ogni circostanza, a iniziative che in qualche maniera impediscono a chi esercita il giornalismo di lavorare sulla notizia che gli arriva”. Per Ciampi la tutela dell’immagine delle persone di cui si occupa la cronaca giornalistica “è sacrosanta, bisogna riconoscere che c’è modo e modo di usare un verbale di interrogatorio, che a volte può essere decontestualizzato. Però ostacolare il trattamento di una notizia – spiega il presidente dell’AST – è sbagliato ed è anche un po’ controproducente. La trasparenza – conclude – è la difesa migliore dell’immagine soprattutto se il soggetto che sente il bisogno di tutelarla è autorevole e ha radici nella storia e nel vissuto quotidiano di tutti”.

    Secondo la normativa vigente, gli atti e le intercettazioni depositati in tribunale all’atto della chiusura delle indagini sono a conoscenza delle parti e sono pubblicabili, non integralmente, ma per sintesi. I due giornalisti di Panorama che si sono occupati della vicenda, Ignazio Ingrao e Emanuela Fiorentino, erano già alle prese con possibili complicazioni giudiziarie a causa di un altro articolo, pubblicato su Panorama il 7 aprile, con il quale hanno riacceso la luce sull’agguato del 4 novembre a Firenze. Lo hanno fatto portando alla luce un’indagine su don Daniele Rialti, che secondo il settimanale sarebbe al centro di un nuovo caso di pedofilia nella diocesi fiorentina.

    “La procura di Firenze – si legge in un lancio Ansa del 5 aprile – come ha spiegato stamani il procuratore Giuseppe Quattrocchi, ha aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio nei confronti dei due giornalisti di Panorama e di eventuali altre persone coinvolte nella pubblicazione del servizio che ha portato alla luce l’indagine su don Rialti”.

    www.ossigenoinformazione.it/?p=9077

  • Pedofilia, perquisita casa di un prete

    Pedofilia, perquisita casa di un prete

    Pedofilia, perquisita casa di un prete

    Perquisita l’abitazione a Scandicci di don Daniele Rialti. Il sacerdote fiorentino è accusato da un altro sacerdote e da alcuni fedeli di pedofilia. Personale della squadra mobile della questura di Firenze avrebbe anche perquisito la casa in cui viveva in precedenza don Rialti, a Empoli.

    Gli agenti avrebbero acquisito materiali informatici, dai quali gli investigatori pensano di risalire ai nomi di persone da ascoltare come testimoni. La polizia ha acquisito materiale informatico anche nella sede dell’Opera Madonnina del Grappa a Firenze, alla quale è legato don Rialti, che è tra l’altro giudice del tribunale ecclesiastico diocesano: tre anni fa era stato trasferito dalla parrocchia di Empoli ad un’altra a Scandicci dall’arcivescovo Giuseppe Betori.

    La polizia avrebbe anche perquisito l’abitazione di un giovane albanese ad Empoli, oggi maggiorenne ma minorenne nel periodo al quale risalirebbero i presunti abusi, tra i cinque ed i tre anni fa, quando don Rialti era parroco a Empoli.

    Il presunto caso di pedofilia sarebbe stato scoperto dalla procura di Firenze mentre indagava sull’attentato subito, il 4 novembre 2011, dall’arcivescovo monsignor Giuseppe Betori nel quale il suo segretario, don Paolo Brogi, rimase ferito da un colpo di pistola. I due episodi non sarebbero collegati tra loro, ma gli accertamenti avrebbero fatto emergere il caso e diversi testimoni sentiti sulla vicenda di don Rialti sono già stati ascoltati dalla polizia anche nel corso delle indagini sull’attentato.

    DON RIALTI: CALUNNIE. E MINACCIA QUERELE
    «Sono tutte calunnie. Non ho mai avuto problemi di questo genere», ha commentato ieri sera don Daniele Rialti, 59 anni, il sacerdote fiorentino che sarebbe al centro di una vicenda di pedofilia anticipata da un servizio di Panorama. Trasferito tre anni fa in un’altra parrocchia, il prete spiega «di aver già dato mandato ai suoi legali: sto aspettando di vedere il servizio». «Io non sono mai stato sentito dalla polizia – continua don Rialti – e non ho mai avuto problemi. Ho la fedina penale pulita».

    http://www.unita.it/italia/accuse-di-pedof…lunnie-1.398683

  • Perquisita l’abitazione di don Daniele Rialti, il parroco accusato di pedofilia

    Perquisita l’abitazione di don Daniele Rialti, il parroco accusato di pedofilia

    Perquisita l’abitazione di don Daniele Rialti, il parroco accusato di pedofilia
    Oltre a quella dove abitava in precedenza è stata controllata quella attuale a Scandicci. Sarebbero stati acquisiti materiali informatici, controlli anche nella dimora di un ragazzo
    05/04/2012 – 11:51

    E’ stata perquisita l’abitazione a Scandicci di don Daniele Rialti, il sacerdote fiorentino accusato da un altro sacerdote e da alcuni fedeli di essere stato protagonista di casi di pedofilia.

    Personale della squadra mobile della questura di Firenze, secondo quanto appreso, avrebbe anche perquisito la casa in cui viveva in precedenza don Rialti, a Empoli.

    Sarebbero stati acquisiti materiali informatici, dai quali gli investigatori pensano di poter risalire ai nomi di persone da ascoltare come testimoni.

    La polizia avrebbe anche perquisito l’abitazione di un giovane albanese ad Empoli, oggi maggiorenne ma minorenne nel periodo al quale risalirebbero i presunti abusi, tra i cinque ed i tre anni fa, quando don Rialti era parroco a Empoli.

    Il presunto caso di pedofilia sarebbe stato scoperto dalla procura di Firenze mentre indagava sull’attentato subito, il 4 novembre 2011, dall’arcivescovo monsignor Giuseppe Betori nel quale il suo segretario, don Paolo Brogi, rimase ferito da un colpo di pistola.

    I due episodi non sarebbero collegati tra loro, ma gli accertamenti avrebbero fatto emergere il caso e diversi testimoni sentiti sulla vicenda di don Rialti sono già stati ascoltati dalla polizia anche nel corso delle indagini sull’attentato.

  • Pedofilia: una vittima conferma gli abusi da parte del prete fiorentino indagato

    Pedofilia: una vittima conferma gli abusi da parte del prete fiorentino indagato

    08 aprile 2012
    Firenze – Al momento si tratta solo di un’ipotesi di reato, anche se avvalorata dalla testimonianza di un giovane albanese di 20 anni che conferma di aver subito abusi dal prete quando era ancora minorenne e frequentava la parrocchia di San Giovanni Evangelista a Empoli. In realtà il ragazzo, interrogato per 4 ore in Questura, afferma di averne fatto parola con persone interne alla chiesa già al tempo in cui si verificarono i fatti, ma allora non fu creduto. Le vittime di violenza sessuale sono spesso soggetti deboli, indifesi, in condizioni di disagio e di sudditanza psicologica, facili da circuire e da zittire. La vicenda terrorizza, infatti, il meccanico albanese, il quale teme una vendetta da parte dei preti “troppo potenti”. Se il prete don Daniele Rialti, attualmente sacerdote di Madonnina del Grappa e in servizio presso la parrocchia di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci, fosse colpevole del reato di violenza sessuale, l’accusa sarebbe aggravata proprio per lo stato di emergenza e di minorata difesa delle vittime. Intanto giovedì 5 entrambe le abitazioni di Rialti, a Empoli e a Scandicci, sono state perquisite: sotto sequestro materiale cartaceo e informatico che potrebbe aiutare nelle indagini. La situazione ha messo in agitazione il capoluogo toscano e l’intera Curia, un prete pedofilo protetto dalla Santa Sede non sarebbe facilmente perdonabile. E’ stato l’arcivescovo Giuseppe Betori, cardinale da quest’anno, a dare a don Rialti l’incarico di promotore di giustizia del Tribunale Ecclesiastico Diocesano ed a trasferirlo a Scandicci tre anni fa, quando l’ex parroco Paolo Cioni lo accusò per la prima volta.

  • Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze

    Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze

    Ipotesi pedofilia: lettere e numeri di telefono,il giovane albanese conferma gli abusi
    Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze
    Indagato sacerdote, parrocchie sotto choc, le testimonianze

    E parla di altri ragazzini vittime. Passato al setaccio l’archivio di don Rialti

    Firenze, 7 aprile 2012 – Violenze e abusi, preti e ragazzini, vicende turpi che gli uomini in tonaca nera, ma anche porpora, capaci di tenersi in seno segreti millenari, preferiscono glissare liquidandole, con paternale condiscendenza, come ‘fango’. Oppure, come in questo caso: «Macchè violenza, solo una banale ‘pacca sul sedere’».

    Non è proprio così se è vero che la procura con il pm Giuseppina Mione, stava lavorando nel segreto più assoluto su questo rivolo scaturito dall’indagine sull’attentato a monsignor Giuseppe Betori. Una lettera anonima ma tanto circostanziata da essere facilmente riconducibile all’autore, era stata inviata sia agli inquirenti che alle autorità vaticane. Da queste ultime non era arrivato nessun segnale, ma la Procura si era mossa subito.

    L’altra mattina intorno alle 8 è scattata la perquisizione a don Daniele Rialti, nel 2008 viceparroco a San Giovanni Evangelista di Empoli, promotore di giustizia (equivalente del pm) del tribunale ecclesiastico diocesano e sacerdote alla Madonnina del Grappa. Il prete è stato accusato da un altro prete, il suo ex parroco don Paolo Cioni, di violenza sessuale nei confronti di ragazzi. Con la stessa ipotesi di reato, aggravata però dallo stato di necessità e di minorata difesa anche per sudditanza psicologica nelle quali versavano le sue vittime, è iscritto nel registro degli indagati dello stato italiano.

    Giovedì 5 le due abitazioni di don Rialti sono state perquisite dalla Mobile coordinata da Filippo Ferri. Alla Madonnina del Grappa sono andati il dirigente della Digos Lorenzo Manso e i suoi uomini. Sequestrato materiale definito molto interessante, cartaceo e informatico. Anche lettere di un certo interesse oltre a numeri di telefono, contatti, agende.

    Perquisito anche un meccanico albanese, poco più che ventenne, uno che potrebbe sapere molte cose, che sarebbe stato abusato da don Rialti e che nel 2009 aveva già raccontato a qualcuno nell’ambito ecclesiastico, quello che stava accadendo. Non fu creduto all’epoca. Perchè credere a uno sfortunato ragazzotto albanese? O comunque non fu creduto abbastanza: nessuno informò polizia, carabinieri o magistrati. L’altra sera sarebbe stato ascoltato in questura fino a tardi. per quasi 4 ore.
    Persona informata dei fatti.

    Il giovane avrebbe sostanzialmente confermato quello che già risultava agli atti della recente indagine ma che all’epoca fu bollato come ‘sudicio da spazzare sotto il tappeto’. Abusi sessuali? Sì. Interesse morboso verso ragazzini? Ancora sì. Verso lui stesso ma anche altri coetanei o forse ancor più giovani? Drammaticamente è ancora sì. E adesso il giovane albanese ha paura: i preti sono potenti, lo ha sempre pensato, non si sente tranquillo teme ‘ritorsioni’, ha paura di essere rispedito nel Paese delle Aquile con un qualsiasi pretesto. Per atavica impostazione mentale ha sempre avuto paura delle tonache e delle divise. Adesso sembra finalmente essersi liberato di un peso ma dovrà ripetere il suo racconto ancora tante volte: al pm poi al giudice, infine in aula.

    am ag

    http://www.lanazione.it/cronaca/2012/04/07/693832-pedofilia-chiesa-don-rialti.shtml

    Attentato e pedofilia: inchiesta sulla Curia, a Firenze volano gli stracci

    Pedofilia: inchiesta sulla Curia, a Firenze volano gli stracci

    di Emanuela Fiorentino e Ignazio Ingrao

    Si dice che a Firenze il grande orecchio degli investigatori abbia ascoltato per mesi le telefonate di mezza Curia. Lo scopo? Fare luce sullo strambo attentato al cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo della città, scampato per un pelo al fuoco di pistola in una sinistra serata novembrina. Si dice che i preti che lavorano in Curia nulla abbiano mostrato di sapere su che cosa si nasconda dietro gli spari. Al punto che, di quelle telefonate, zero potrebbe restare agli atti, tantomeno la vita privata che emergerebbe tra un «pronto…» e l’altro. Si parla persino di conversazioni imbarazzanti, ma nessuna conferma arriva dagli inquirenti, né su questo fronte (totalmente irrilevante per le indagini) né su altro.

    Un muro di silenzio tale che Panorama, per riaccendere i riflettori su un episodio gravissimo avvenuto 6 mesi fa, e del quale troppo presto ci si è dimenticati, ha avviato un’inchiesta propria, ricostruendo dalla voce dei testimoni e dei protagonisti una serie, inedita, di retroscena e storie parallele.

    Ma partiamo dall’inizio. Secondo gli inquirenti è stato Elso Baschini, un pregiudicato di 73 anni, protagonista anni fa di una clamorosa protesta sul tetto del carcere delle Murate, a ferire il 4 novembre 2011 don Paolo Brogi, il segretario del cardinale, e a puntare la pistola contro quest’ultimo. Il pm Giuseppina Mione si appresta a chiudere le indagini chiedendo il rinvio a giudizio per Baschini (difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano). Ma il testimone che accusa l’aggressore, Mohamed Kahoul Toufik, rivela a Panorama un altro elemento che potrebbe aprire una nuova pista: Baschini, alcuni mesi prima dell’agguato, gli avrebbe mostrato 20 mila euro per convincerlo a collaborare con lui. Soldi che, secondo il marocchino, potrebbero essere stati dati a Baschini come anticipo per una missione ai danni della Curia. «Mi ha fatto vedere quei 20 mila euro e mi ha chiesto se gli procuravo una pistola. Mi ha detto che gli sarebbe servita solo per fare un furto. Ma a che serve una pistola se vuoi solo rubare? Mi sono rifiutato di aiutarlo» dichiara il marocchino a Panorama.

    Nel frattempo è emersa una vicenda totalmente estranea all’attentato, ma scoperta indagando proprio su quello. I sospetti sono pesanti: pedofilia. E nel mirino di una serie di accusatori c’è un sacerdote molto in vista, Daniele Rialti. Per Firenze potrebbe riaprirsi una vecchia, dolorosissima ferita dopo la vicenda di Lelio Cantini, il parroco-padrone della chiesa Regina della pace a Firenze (morto lo scorso 15 febbraio), responsabile di abusi sessuali e violenze psicologiche su minorenni, che per oltre trent’anni ha goduto di appoggi e coperture prima di essere ridotto allo stato laicale e di essere salvato dalla prescrizione.

    Don Rialti appartiene a una delle istituzioni più importanti nel campo della solidarietà: l’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa, fondata quasi un secolo fa per aiutare i bambini usciti dal riformatorio e sostenuta dall’aristocrazia e dalla migliore borghesia fiorentina. L’Opera possiede diverse strutture (fra cui la famosa Villa Guicciardini) dove vengono assistiti a vario titolo oltre un migliaio di ragazzi.

    Al vertice dell’organizzazione c’è oggi don Corso della famiglia Guicciardini-Strozzi. Anche il presunto attentatore, Baschini, è molto legato all’Opera della Madonnina del Grappa, dalla quale era stato assistito. E proprio dalle testimonianze raccolte fra le persone vicine all’Opera sono emerse le accuse a carico di don Rialti.

    Il sacerdote, per 17 anni, è stato viceparroco presso la chiesa di san Giovanni evangelista a Empoli. Figura «simbolo» delle comunità neocatecumenali fiorentine, Rialti è anche giudice e promotore di giustizia del tribunale ecclesiastico diocesano. Dunque è una specie di pubblico ministero chiamato, fra l’altro, ad avviare l’azione penale canonica in caso di pedofilia. Ma proprio Rialti, nel 2008, è stato accusato di molestie sui bambini da un gruppo di fedeli e dal parroco di san Giovanni Evangelista, Paolo Cioni (forse futuro vicario generale della diocesi di Firenze al posto di monsignor Claudio Maniago, vescovo ausiliare).

    Don Cioni ha riferito agli inquirenti di avere denunciato a Betori i comportamenti di Rialti quando era suo viceparroco, in particolare nei confronti di un gruppo di minorenni stranieri e dei ragazzi ospitati nel dormitorio dell’Opera presso la parrocchia. Denuncia a suo dire avvalorata da una lettera inviata a Betori da alcuni genitori e catechisti della parrocchia. L’arcivescovo chiamò entrambi i sacerdoti, ma alla fine decise di archiviare il caso e di trasferire don Cioni a Calenzano e don Rialti a Scandicci, a 20 chilometri da Empoli, nella parrocchia di san Bartolomeo in Tuto.

    Durante l’interrogatorio del 29 novembre scorso, il magistrato ha chiesto conto al cardinale Betori del caso Rialti. «Don Cioni mi riferì di certi atteggiamenti di don Rialti verso minorenni» ha risposto Betori. Ma «ho interrogato direttamente Rialti e ho chiuso l’indagine», poiché dalle voci sarebbe emersa «una pacca sul sedere a un ragazzo» e niente altro. Panorama ha cercato di capire di più sulle accuse rivolte a Rialti.

    Il coordinatore della Misericordia di Empoli, Fabrizio Sestini, come ha già dichiarato alla squadra mobile, racconta che un assistente sociale gli aveva riferito la confidenza di un minorenne assistito dall’Opera. Il ragazzo si era lamentato per il fatto che Rialti entrava in bagno mentre lui faceva la doccia. La domestica di don Daniele, Laura Cornuti, non ha remore. A Panorama racconta quanto ha già detto a chi indaga: «Quasi ogni sera dopo cena arrivava un gruppo di ragazzi italiani, che con un fare piuttosto arrogante chiedeva di vedere Rialti. Il sacerdote mi faceva aprire e io li lasciavo salire. Quando poi è arrivato don Cioni a fare il parroco, don Daniele mi ha raccomandato di non farli più entrare e di mandarli via». Cornuti riferisce pure di gruppi di ragazzini albanesi e romeni che circolavano intorno a Rialti e che il sacerdote aiutava. E poi di una famiglia colombiana che abitava in una casa di proprietà dell’Opera: «Erano una coppia di genitori con un bambino. Un giorno la madre, Gloria, ha ferito alla testa don Daniele nel corso di un violento diverbio nel quale la donna avrebbe intimato al sacerdote di lasciar perdere il suo bambino, come ha riferito chi era presente alla discussione».

    Raggiunto da Panorama, Rialti respinge ogni accusa, ma ricorda di essere stato convocato dall’arcivescovo: «Nel 2008 Betori mi ha chiamato, gli ho spiegato che quelle accuse erano orchestrate dall’ex parroco di san Giovanni Evangelista. Anche per il posto che occupo, come promotore di giustizia, mi faccio molti nemici. Ma l’arcivescovo mi ha riconfermato piena fiducia, tanto che continuo a svolgere le mie funzioni nel tribunale diocesano. E nella mia nuova parrocchia di Scandicci seguo centinaia di ragazzi delle comunità neocatecumenali». Non solo, il sacerdote rivela di continuare a frequentare la parrocchia di Empoli: «Ci vado spesso perché là si trova la mia comunità di provenienza». Quanto alla vicenda della famiglia colombiana, ammette di essere stato ferito alla testa dalla madre del bambino, ma «si trattava di una donna fragile e ammalata che credeva che io l’avessi accusata di avere compiuto un furto in casa». Nel frattempo don Daniele ha anche patteggiato una condanna penale a seguito di una denuncia della Guardia di finanza per la cooperativa Agricampus a Barberino di Mugello, che fa capo all’Opera e della quale Rialti era presidente e legale rappresentante.

    Panorama ha chiesto a uno dei responsabili della Madonnina del Grappa, Vincenzo Russo, se le accuse di pedofilia a carico di Rialti sono state prese in esame dall’Opera: «Si tratta solo di voci» risponde don Vincenzo «non posso chiedere spiegazioni su fatti così gravi a un confratello solo sulla base di pettegolezzi». Don Cioni, invece, ha riferito agli inquirenti che ci sarebbe stata una burrascosa riunione alla Madonnina nella quale don Vincenzo avrebbe messo alle strette don Rialti e gli avrebbe raccomandato di non entrare più nei bagni dei ragazzi mentre facevano la doccia.

    Panorama ha domandato anche al cardinale Betori spiegazioni sul caso Rialti, ma il porporato ha preferito non rispondere. Incalzato dal magistrato in un altro interrogatorio, il cardinale ha invece parlato dei suoi rapporti con monsignor Maniago che venne coinvolto nella vicenda di don Cantini. Rapporti di totale collaborazione con l’ausiliare, spiega Betori al pm. Ma aggiunge: «A loro (ai familiari delle vittime di don Cantini, ndr) dispiace che Maniago sia ancora qui, però le nomine del vescovo non le fa un vescovo, le fa il Papa».

    Se le accuse contro Rialti siano solo voci o ci sia un qualche fondamento sarà accertato dalla procura. Al momento la questione non sembra essere collegata all’attentato a Betori, sebbene tutti i protagonisti di questa storia siano legati in qualche modo alla Madonnina del Grappa. Strane coincidenze, silenzi e mezze verità che complicano ogni giorno di più un caso che potrebbe rivelarsi il vaso di Pandora della Chiesa di Firenze.

    redazione
    Sabato 7 Aprile 2012

  • Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati

    Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati

    Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati
    Cronaca

    Firenze, 5 apr. – (Adnkronos) – La Procura di Firenze ha aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio nei confronti dei due giornalisti di ‘Panorama’ che hanno firmato l’articolo di oggi relativo a indagini su don Daniele Rialti, il parroco accusato da un confratello e da alcuni fedeli di presunti atti di pedofilia. Atti negati dall’interessato, che parla di ”calunnie”, e smentiti dalla Curia.

    Intanto, sono state perquisite dagli uomini della Squadra Mobile le abitazioni di Scandicci ed Empoli in uso a don Rialti, e materiale informatico e’ stato acquisito anche nella sede dell’Opera Madonnina del Grappa di Firenze, ente assitenziale di cui fa parte il sacerdote accusato di pedofilia. I documenti e i supporti informatici acquisiti verranno esaminati dagli investigatori.

    05/04/2012

    Pedofilia, sacerdote sotto accusa la pista degli incontri in un hotel

    06 aprile 2012 — pagina 4 sezione: FIRENZE
    SONO scattate ieri mattina le perquisizioni dell’ abitazione di Scandicci di don Daniele Rialti e dell’ Opera Madonnina del Grappa di Firenze dove il sacerdote aveva lavorato come economo. L’ inchiesta su un presunto nuovo caso di pedofilia a carico di un prete fiorentino è entrata dunque nel vivo il giorno della pubblicazione su Panorama di un articolo, i cui contenuti sono stati resi noti mercoledì, che svela la sua esistenza. Gli uomini della squadra mobile guidata da Filippo Ferri hanno prelevato materiale informatico che verrà analizzato per chiarire se ci sono elementi utili per proseguire l’ indagine. Potrebbero ad esempio spuntare fuori i nomi di persone da sentire come testimoni oppure documenti interessanti per gli inquirenti. La procura sta cercando di chiarire se e quanto siano fondate le voci che da anni circondano il sacerdote ed è pronta ad ascoltare chiunque voglia contribuire a fare chiarezza. Ad accusare don Rialti – che fra l’ altro è “difensore del vincolo”, ossia pubblico ministero presso il tribunale ecclesiastico diocesano e giudice istruttore presso il tribunale ecclesiastico regionale etrusco, nominato dalla Conferenza episcopale toscana – sono un altro sacerdote e alcuni fedeli. Diversi testimoni concordano sul fatto che quando don Rialti era vice-parroco nella chiesa di san Giovanni Evangelista a Empoli il sabato pomeriggio in canonica c’ era un via vai di ragazzini. Fra questi un giovane immigrato, di cui sarebbero stati documentati incontri anche recenti in albergo con il sacerdote: ieri mattina è stato perquisito e portato in questura, dove gli uomini della mobile lo hanno ascoltato a lungo. Nel periodo dei presunti abusi, tra 3 e 5 anni fa, il giovane era minorenne. L’ indagine di procura e polizia è cominciata subito dopo l’ attentato a Betori del novembre del 2011, quando il pm Giuseppina Mione, la polizia e i carabinieri cercavano un movente per arrivare all’ uomo che aveva sparato ferendo il segretario dell’ arcivescovo, Paolo Brogi. Per quella aggressione è stato poi incriminato e arrestato l’ ex rapinatore Elio Baschini, ma nel corso delle indagini erano stati presi in esame tutti i possibili casi di risentimento nei confronti di monsignor Betori. Fra l’ altro alla procura era stato fatto presente che era in programma, proprio la domenica successiva al giorno dell’ attentato, una cerimonia nella chiesa di San Giovanni Evangelista di Empoli e che in quella parrocchia alcuni genitori erano turbati e irritati perché l’ arcivescovo, a loro avviso, non aveva preso provvedimenti seri contro don Rialti e si era limitato a trasferirlo in un’ altra parrocchia, quella di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci, guidata da un sacerdote molto stimato, don Marco Calamandrei. Dopo l’ attentato, quando monsignor Betori venne interrogato, i magistrati gli fecero presente anche questa vicenda, che egli non aveva incluso fra i casi che avrebbero potuto alimentare qualche risentimento nei suoi confronti. L’ arcivescovo spiegò di aver interrogato personalmente don Rialti, di essersi convinto che non era accaduto niente di grave e di aver archiviato il caso. Procura e polizia, invece, hanno ritenuto che fosse necessario approfondire e hanno raccolto una serie di testimonianze che sembrano aver dato sostanza alle “dicerie”. Ieri il procuratore Giuseppe Quattrocchi ha fatto sapere di aver aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto di ufficio per la pubblicazione delle anticipazioni dell’ inchiesta su Panorama. © RIPRODUZIONE RISERVATA – MICHELE BOCCI

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/06/pedofilia-sacerdote-sotto-accusa-la-pista-degli.html

  • Dopo le ‘voci’ su don Rialti scatta l’inchiesta su presunta pedofilia. Tutti sorpresi: parrocchiani, curia e Madonnina del Grappa

    Dopo le ‘voci’ su don Rialti scatta l’inchiesta su presunta pedofilia. Tutti sorpresi: parrocchiani, curia e Madonnina del Grappa

    Dopo le ‘voci’ su don Rialti scatta l’inchiesta su presunta pedofilia. Tutti sorpresi: parrocchiani, curia e Madonnina del Grappa
    Adesso la procura cerca le prove dei gravi fatti che sarebbero contestati all’ex parroco di San Giovanni Evangelista in via Masini che domenica dirà la messa di Pasqua a Scandicci
    05/04/2012 – 23:30
    5 commenti

    Tutti sorpresi dall’articolo di Panorama sulla curia fiorentina. Un pezzo a metà fra l’agguato al cardinale Giuseppe Betori, all’epoca vescovo, e al suo segretario don Paolo Brogi, e la vicenda don Daniele Rialti, un parroco a cui è stata affibbiato il sospetto della pedofilia.

    Tutti sorpresi, anche la procura di Firenze che da qualche tempo stava indagando e sul ferimento di don Brogi, giovane sacerdote di Castelfiorentino, e sulle voci che si erano susseguite rispetto a certi atteggiamenti di don Rialti che fino a 3 anni fa era vice parroco alla chiesa di San Giovanni Evangelista di via Masini a Empoli.

    Procura sorpresa dall’anticipazione dei giornalisti di Panorama e quindi questa mattina via alle perquisizioni, forse per cercare di evitare l’occultamento di ipotetiche prove o indizi, la cancellazione di file informatici o altro.

    Sorpresi i parrocchiani di Scandicci, gli ex parrocchiani di Empoli, i ‘colleghi’ sacerdoti, i rappresentanti della Madonnina del Grappa, di cui don Rialti fa parte.

    Va sottolineato che si sta parlando di un’inchiesta su un presunto caso di pedofilia tra i preti della diocesi fiorentina.

    Ancora non è chiaro se le voci arrivate agli inquirenti mentre stavano lavorando all’agguato all’arcivescovo siano state confermate da qualche riscontro. Per ora si tratta di una raccolta di indiscrezioni, episodi, parole, ma da quella che al momento emerge non c’è niente di veramente concreto. Don Rialti professa la sua innocenza e la sua estraneità ai fatti, la curia lo lascia dove è, nella parrocchia San Bartolomeo in Tuto, dove domenica dirà la messa di Pasqua, e la Madonnina del Grappa ha aperto questa mattina le sue porte della sede di Firenze agli inquirenti senza problemi e con la massima disponibilità.

    Oggi è stata perquisita a Scandicci l’abitazione di don Daniele, spostato lì nel 2009 da via Masini di Empoli dall’arcivescovo Giuseppe Betori.

    A quest’ultimo erano arrivate le accuse di presunti abusi su minori, presentate da un altro sacerdote e da alcuni fedeli ma l’arcivescovo, che avrebbe ascoltato numerose persone, non avrebbe trovato nessuna prova per aprire un procedimento così come previsto dal Codice canonico.

    La stessa Madonnina del Grappa era a conoscenza delle voci, calunnie o verità sarà la magistratura a chiarirlo, sul conto di don Rialti, ma di prove nessuna.

    Anzi, anche oggi le reazioni di molti parrocchiani empolesi, che hanno vissuto la chiesa di via Masini fianco a fianco con don Rialti, sono di assoluta difesa dell’ex vice parroco, prima con sacerdote don Guido Engels, ora proposto di Empoli, poi con don Paolo Cioni, ora a Calenzano.

    Proprio don Cioni e un gruppo di parrocchiani, secondo Panorama, avrebbero segnalato quelli che sarebbero gli strani rapporti di don Rialti con alcuni ragazzini che frequentavano la comunità di San Giovanni Evangelista.

    Sempre Panorama ha ascoltato Fabrizio Sestini, coordinatore della Misericordia di Empoli che gestisce il centro Emmaus accanto alla chiesa. Si sarebbe parlato, secondo il settimanale, di un ragazzo che lamentava il patto che don Rialti entrava in bagno spesso mentre faceva la doccia.

    Da qui alla pedofilia ce ne passa, ma intanto oggi gi uomini della squadra mobile di Firenze, coordinati dal pm Giuseppina Mione titolare dell’inchiesta, hanno perquisito anche la casa di don Rialti quando era a Empoli; quella di un giovane di origine albanese, sempre a Empoli, e acquisito materiale informatico nella sede dell’Opera della Madonnina del Grappa a Firenze, alla quale don Rialti è legato.

    In particolare gli agenti avrebbero cercato nominativi di persone che poi vorrebbero ascoltare come possibili testimoni. Dopo la perquisizione dell’abitazione dove vive, il giovane albanese è stato subito ascoltato in questura.

    Oggi è maggiorenne ma all’epoca dei fatti, un periodo che andrebbe tra il 2007 e il 2009, aveva meno di 18 anni.

    Il difensore di don Rialti, l’avvocato Alberto Corsinovi, preferisce rimandare ogni commento sulla vicenda, “anche perché al momento abbiamo in mano pochissimo materiale, e soprattutto molto generico”.

    Ieri sera il sacerdote aveva negato ogni accusa e parlato di “calunnie”.

    Ambienti vicini alla curia e anche alla Madonnina del Grappa fanno sapere che c’è l’esigenza di scoprire la verità e la massima disponibilità nei confronti delle indagini della magistratura.

    Come detto il presunto caso di pedofilia sarebbe stato scoperto dalla procura di Firenze mentre indagava sull’attentato subito, il 4 novembre 2011, dall’arcivescovo di Firenze.

    I due episodi non sono collegati tra loro anche se alcuni testimoni si sarebbero presentati spontaneamente agli inquirenti dopo l’attentato, collegando l’episodio a possibili problemi legati a casi di pedofilia nella diocesi.

    A Firenze si è spenta da poco l’eco dell’inchiesta della Chiesa che portò alla riduzione allo stato laicale nel 2008 di Lelio Cantini, l’ex sacerdote morto il 15 febbraio scorso, riconosciuto colpevole ‘di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori’, peraltro sepolto proprio nel cimitero della Misericordia di Empoli.

    Ipotesi pedofilia, indagato sacerdote Le parrocchie sono sotto choc
    Il caso Don Rialti, una comunità è incredula
    Video Attentato a Betori, parla l’arcivescovo

    Le testimonianze di chi ha conosciuto il sacerdote accusato di pedofilia

    Pedofilia, perquisita l’abitazione di don Daniele Rialti Pedofilia, parroco sotto accusa

    Firenze, 6 aprile 2012 – La comunità che si raccoglie attorno alla parrocchia di S.Giovanni Evangelista e alla Madonnina del Grappa, a Empoli, è sotto choc. Ieri, Giovedì santo, c’era un’aria pesante in via Masini.
    Una montatura, una vendetta subdola, attacchi privi di ogni fondamento: queste le reazioni alla notizia delle accuse di pedofilia rivolte a don Daniele Rialti, che per un biennio, sino a tre anni fa, ha prestato servizio proprio in questa parrocchia.

    Si comincia con don Guido Engels, proposto di Empoli e vicario del Vescovo: «Siamo di fronte ad un processo mediatico, invece bisogna dare modo alla persona di potersi difendere. Sono stato al fianco di don Daniele per due anni alla Madonnina del Grappa: mai, e sottolineo mai, sono arrivate alla mia attenzione questioni del genere, accuse così gravi. Mi sembra un’assurdità.

    Alla Madonnina del Grappa c’era e c’è l’oratorio estivo con tanti ragazzi, mai nessuno è venuto ad esporre lamentele. Ora, se c’è un’inchiesta, la magistratura farà il suo corso, ma penso proprio che si sia di fronte ad accuse infondate. Oltretutto, don Rialti, pur molto presente in parrocchia, aveva da seguire anche altri incarichi importanti, come quello al Tribunale Ecclesiastico». In S.Giovanni si incontra il diacono, Giuseppe Aiello: «Sono qui da solo un anno e non ho conosciuto don Rialti. Ad ogni modo, non sono mai venuto a conoscenza di fatti del genere».

    Chi conosce bene don Rialti è Marcello Ciampolini, affermato artista empolese che ha realizzato numerose opere per la Madonnina del Grappa: «Accuse infamanti — dice — lo conosco da 14 anni, da quando cioè ho fatto il primo dipinto per la Madonnina nel lontano 1998, e non ho mai sentito nulla sul suo conto, neppure come voci. Quell’opera venne presentata a Palazzo Vecchio, e in quell’occasione lui era con me. Ripeto: mai un sentore per giustificare un’accusa così terribile».

    E arriviamo a Michele Barberi, che è catechista e che suona la chitarra nel coro di S.Giovanni: «Questa bufera mi provoca una grande amarezza. Ho la massima fiducia in don Rialti; ho mandato i miei due figli in parrocchia al catechismo, io stesso sono catechista. Per me è una turpe vendetta di qualcuno. Rinnovo la mia stima in don Rialti, che ha sempre portato avanti le attività della Madonnina del Grappa con grande coerenza».

    http://www.lanazione.it/toscana/cronaca/2012/04/06/693233-betori-attentato-baschini-curia-pedofilia.shtml