Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia: il cardinale Errazuriz e le accuse di omesso controllo sui preti

    Pedofilia: il cardinale Errazuriz e le accuse di omesso controllo sui preti

    Richiamato dal Papa, il porporato deve partecipare al summit a porte chiuse in Vaticano (15-17 maggio) in cui si discute della grave crisi che ha colpito la Chiesa cilena riguardo allo scandalo delle violenze sessuali tra il clero

    Ci ha pensato a lungo prima di accettare l’invito-ordine del Papa di guidare la folta delegazione di vescovi cileni al summit in Vaticano dal 15 al 17 maggio per discutere sulla grave crisi che ha colpito la Chiesa del Cile dallo scandalo delle violenze sessuali e della pedofilia tra il clero. Ma alla fine, il cardinale Francisco Javier Errazuriz ha accettato, forse a malincuore, e ha dovuto imbarcarsi sul primo aereo per Roma accompagnato da due vescovi – Cristian Caro (Puerto Montt) e Gonzalo Duarte (Valparaiso) – che faranno parte dei 33 presuli che da martedì fino a giovedì prossimo dovranno rispondere davanti al Pontefice delle tremende accuse di omesso controllo sui preti accusati negli anni scorsi di abusi sessuali su minori.

    Chi è Errazuriz

    Il cardinale Errazuriz, che è anche autorevole membro del C9, il gruppo dei cardinali che sta affiancando il Papa nella riforma della Curia, si era sempre rifiutato di prendere parte allo scomodo summit, malgrado le pressioni dei cattolici cileni, delle organizzazioni di vittime di preti pedofili e, soprattutto, della stampa del suo Paese.

    “Fino a ieri pensavo di non andare, ma alla mia età posso cambiare idea”, ha confidato, a sorpresa, prima di imbarcarsi per la capitale italiana. Fino a qualche ora prima, i collaboratori del porporato avevano fatto sapere che il cardinale era “stanco delle controversie” e per questo non avrebbe partecipato agli incontri chiesti dal Papa.

    A fargli cambiare idea, secondo la stampa cilena, sarebbe stato lo stesso papa Francesco a chiamarlo direttamente per chiedergli di partecipare all’incontro dove, presumibilmente, sarà oggetto di non poche attenzioni da parte delle autorità pontificie. In particolare, Errazuriz, che è stato arcivescovo di Santiago tra il 1998 e il 2010, dovrà difendersi dalle accuse di omesso controllo e copertura dei casi di pedofilia dalle vittime del sacerdote Fernando Karadima(indicato tra i maggiori responsabili di violenze sessuali), e pertanto ritenuto uno dei principali responsabili dell’occultamento degli abusi dei preti cileni degli anni passati.

    “Sono contento che abbia cambiato idea perché era arcivescovo di Santiago negli anni in cui si sarebbero verificato i maggiori atti di violenze sessuali tra giovani vittime”, il commento dell’avvocato Sergio Micco, membro del consiglio della Fondazione Voci cattoliche, organismo impegnato accanto alle vittime e sul fronte delle denunzie.

    Chiarire le responsabilità

    In sostanza, papa Francesco vuole chiarire le responsabilità di ciascuno esponente del clero cileno e chiederà conto dei casi coperti e insabbiati ai 33 vescovi che prendono parte alla tre giorni, dopo la missione dell’inviato dello stesso pontefice, monsignor Charles Scicluna, in Cile, e dopo che  Bergoglio nei giorni scorsi in Vaticano aveva ricevuto e ascoltato le testimonianze di una rappresentanza delle vittime, Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andres Murillo. I tre avevano puntato il dito non solo contro il ‘carnefice’ principale, il sacerdote Fernando Karadima già punito con la riduzione allo stato laicale, ma contro tutti coloro che nella Chiesa cilena lo avevano coperto.

    “Siamo stati uccisi due volte”, avevano detto in una affollatissima conferenza stampa a Roma dopo il colloquio con papa Francesco. Ora è la volta dei vescovi, tra i quali ci sarà anche monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno, figlio spirituale dello stesso Karadima, per il quale è stata forte la protesta delle vittime durante il viaggio del Papa in Cile all’inizio dell’anno. Il più alto in grado, è comunque il cardinale Errazuriz, tra i più stretti collaboratori di Bergoglio in materia di riforme curiali ma costretto a difendersi da accuse pesanti come già accaduto ad un altro “importante” cardinale, l’australiano George Pell, rinviato a giudizio a Melbourne per difendersi da accuse di omesso controllo e abusi sessuali.

    Incontri e convocazioni

    Gli incontri, che si terranno nella sala al primo piano dell’Aula Paolo VI, fanno seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno dell’8 aprile scorso. “Il Santo Padre, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”, si sottolinea nella dura nota della Santa Sede che, nell’annunciare la convocazione dell’incontro, cita anche, e non a caso, le “numerose testimonianze, scritte ed orali, che Sua Santità ha continuato a ricevere nelle ultime settimane”.

    L’obiettivo – assicurano in Vaticano – è quello di chiarire “la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale – sottolinea ancora la nota diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede – ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi”. Non è previsto che papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, “che si svolgeranno in assoluta confidenzialità”. Ma chi ha sbagliato “pagherà”, assicurano le autorità vaticane.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-il-cardinale-errazuriz-e-le-accuse-di-omesso-controllo-sui-preti/

  • Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il redde rationem con l’episcopato cileno è arrivato. Al centro della convocazione di lunedì in Vaticano da parte di Papa Francesco (fino al 17 maggio) c’è la mala gestione dei casi di pedofilia da parte di alcuni vescovi e cardinali. Il caso del vescovo di Osorno, Juan Barros scoppiato all’inizio di gennaio, quando era in corso il viaggio del pontefice a Santiago del Cile, e accusato di avere protetto un pedofilo seriale, è stato l’inizio di una valanga. Uno dei due cardinali cileni – Ezzati ed Errazuriz – invitati a fare chiarezza a Roma ha fatto sapere che non si presenterà all’appuntamento, causando ulteriori polemiche in Cile dove la Chiesa è letteralmente spaccata. La testata cilena La Tercera conferma, invece, che il vescovo di Osorno Barros, al centro delle vicende arriverà a Roma in compagnia del gesuita Germán Arana, personaggio chiave nella storia di Barros  subito dopo che nel 2014/2015 è stato costretto a lasciare la carica di Vescovo delle Forze Armate del Cile

    Questo incontro fa seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno l’8 aprile scorso. Il Papa, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime. In un comunicato il Vaticano informa che il Papa vuole parlare apertamente con i vescovi dei risultati delle indagini fatte da monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e da don Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviati a fare una inchiesta supplementare in Cile due mesi fa. Intanto il Papa ha continuato a ricevere nelle ultime settimane altre testimonianze di abusi.

    «L’obiettivo di questo lungo processo sinodale – si legge in una nota- è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi». Non è previsto che Papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, che si svolgeranno in assoluta confidenzialità.

    Il sito cattolico Il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla che in questi mesi ha seguito con precisione e accuratezza il delicato caso scoppiato tra il Vaticano e il Cile, ha analizzato il «difficile momento: Papa Francesco avrà di fronte un episcopato molto diviso in gruppi e cordate dove, curiosamente, non mancano anche le interferenze esterne, alcune delle quali hanno origine in stanze e palazzi della Santa Sede».

    «Sono gruppi o cordate – scrive Badilla – che normalmente fanno riferimento, e così hanno agito per anni, ad una sorta di leader coordinatore e, in quanto tali, sono cordate che vorrebbero incarnare una propria visione della crisi, della comunità ecclesiale, del rapporto con il clero e con i laici e dei rapporti con la Sede Apostolica. Si tratta di gruppi o cordate che, oltre al loro linguaggio apparentemente fraterno e amichevole, in realtà si  guardano e rapportano con sfiducia e sospetto e ognuno crede di essere interprete e garante dell’opzione ecclesiale migliore per il Cile di oggi, anche se poi – a giudicare dai fatti – nessuno ha un ascolto nazionale rilevante neppure tra i fedeli cattolici.  Poche volte nella storia delle chiese particolari dell’America Latina si era visto un Episcopato, come quello del Cile odierno, così verticistico, staccato dalla realtà, autoreferenziale e arrugginito».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/scandalo_pedofilia_da_lunedi_il_faccia_a_faccia_tra_papa_francesco_e_i_vescovi_cileni-3726945.html

  • Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Papa Bergoglio ha incontrato i vescovi chiedendo chiarezza. Le vittime tirano in ballo nomi pesanti

    Giuseppe Aloisi

    Il Papa vuole che la Chiesa cilena cambi. La pedofilia e gli abusi sessuali in genere continuano a rappresentare una piaga per la Chiesa cattolica.

    Quello che è successo con padre Karadima non deve succedere più.

    Bergoglio si è recato in sud America durante lo scorso gennaio, ma il Pontefice argentino aveva scelto di non ricevere le vittime del sacerdote carismatico. Karadima, che adesso è condannato a una vita di preghiera e penitenza, ha contribuito a formare buona parte del clero cileno. Poi papa Francesco ha fatto retromarcia. Specie sul caso del vescovo Barros, riguardo al quale aveva pronunciato parole considerate troppo morbide. Il cardinale cappuccino Sean O’Malley si è fatto risentire e il Santo Padre ha aggiustato il tiro. Informazioni sbagliate sarebbero arrivate in Vaticano. Tanto che Papa Francesco ha “ammesso” di aver commesso “errori di valutazione”. Qualche vertice ecclesiastico, insomma, avrebbe omesso parti di questa storia al Papa, che ha convocato i vescovi cileni a rapporto presso la Santa Sede.

    Barros, questo è un particolare che non viene sempre riportato, sarebbe stato elevato a vescovo da Bergoglio nonostante le accuse. Il Papa, per farla corta, sarebbe stato ingannato.

    Lo scopo attuale è divenuto quello di chiarire le responsabilità e mettere fine a questi episodi. Bergoglio ha ricevuto nei giorni scorsi anche alcune vittime di Karadima promettendo chiarezza e chiedendo perdono per quanto accaduto. Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andrès Murillo, tutti e tre vittime del sacerdote cileno, hanno dichiarato di aver conosciuto una Chiesa molto diversa da quella con cui hanno avuto a che fare nella loro nazione. Il Papa, nell’incontro a porte chiuse con i vescovi, ha preteso chiarimenti. Non sono previste dichiarazioni ufficiali del pontefice argentino, ma la nota stampa della Santa Sede parla di “necessità” nello ristabilire un rapporto di fiducia nella Chiesa. Ma chi sono i vertici del clero cileno tirati in ballo in questa storia?

    Karadima, come detto, e il vescovo Barros, per il quale da più parti viena richiesta la rimozione. Il vescovo in questione farebbe parte di un elenco di persone accusate di aver preso parte e/o di aver assistito a quanto compiuto in Cile da Karadima. Le vittime però citano anche altri uomini di Chiesa. “Di fronte al diritto canonico e alle vittime di Karadima – ha dichiarato una di queste nella sede dell’Associazione della stampa estera a Roma – il cardinale Errazuriz è un vero criminale, ha insabbiato le denunce, spero che paghi quel che deve pagare“. L’altra persona citata è il cardinal Riccardo Ezzati, successore di Errazuriz. Entrambi, secondo James Hamilton, “dovrebbero andare in carcere“.

    Sono in tanti ad attendere azioni concrete. La vicenda in sè è davvero brutta. La sensazione è che ci si trovi dinanzi ad episodi che qualcuno ha tentato di coprire. Molte cose sono state chiarite dopo il viaggio del vescovo Scicluna, il “plenipotenziario” di Ratzinger per la lotta alla pedofilia. Bergoglio ha inviato Scicluna in Cile per indagare. Dopo la lettura del report è iniziato questo “lungo processo sinodale”. Il Vaticano è chiamato a risolvere la crisi del clero cileno.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-nella-chiesa-cilena-vittime-vogliono-chiarezza-1525721.html

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • A fine aprile le tre vittime di Karadima incontrano il Papa

    A fine aprile le tre vittime di Karadima incontrano il Papa

    Cruz, Hamilton e Murillo ricevuti a Santa Marta a fine mese. La polemica con il cardinale Errazuriz

    Sono attesi a fine mese in Vaticano, probabilmente il 28 e 29 aprile,Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo, tre delle vittime del potente parroco abusatore seriale di minori Fernando Karadima. Ne dà notizia la stampa cilena.

    È stato lo stessoPontefice a dare notizia della volontà di incontrare alcune delle vittime nella storica lettera ai vescovi cileni, resa nota mercoledì 11 aprile 2018, nella quale Francesco ammette di aver commesso «gravi errori» di valutazione sugli abusi commessi dai chierici in Cile perché male informato. Bergoglio, che ha ricevuto nei giorni scorsi il dossier di 2.300 pagine redatto dal suo inviato speciale, l’arcivescovo Charles Scicluna, ha potuto finalmente rendersi conto della reale situazione e ha convocato in Vaticano l’intero episcopato cileno.

    Hamilton, Cruz e Murillo hanno polemizzato con il cardinale Francisco Javier Errazuriz, arcivescovo emerito di Santiago del Cile e membro del C9 dei cardinali consiglieri del Papa, il quale due giorni fa aveva detto di non aver fornito notizie false al Pontefice, assicurando che non era tra i suoi compiti quello di informarlo. Errazuriz aveva anche ringraziato le vittime per aver «rotto il silenzio». Secondo Cruz il cardinale «cerca di far credere che ci ha appoggiato, ma a nostro giudizio non l’ha mai fatto». Murillo, attraverso Twitter, ha così commentato le dichiarazioni dell’arcivescovo emerito di Santiago: «Invece di ammettere di aver sbagliato, di aver tradito il loro ruolo e la nostra fiducia, i vescovi del Cile cercano di schivare i colpi incolpandosi l’un l’altro. Triste spettacolo».

    Hamilton ha ricordato la lettera che Errazuriz aveva inviato un mese prima a diversi presidenti delle conferenze episcopali latinoamericane, nella quale incolpava per alcuni problemi della visita papale in Cile il «protagonismo» del vescovo Juan Barros – uno dei preti pupilli di Karadima – e le dichiarazioni delle vittime sul tema degli abusi: «Questo signore dice di non essere chiamato a informare, ma leggendo la lettera che ha inviato ai vescovi latinoamericani sembra che sia chiamato a disinformare».

    In effetti le dichiarazioni del cardinale cileno, che è sembrato scaricare qualsiasi responsabilità propria per la mancanza di informazioni adeguate al Papa, sono suonate improvvide. Non è certo l’atteggiamento dello scaricabarile quello che Francesco ha richiesto nella sua lettera, che chiede a tutta la Chiesa cilena di mettersi «in uno stato di preghiera».

    Il messaggio del Papa è stato invece accolto in pieno dai vescovi del Cile, che in un comunicato alla fine della loro assemblea generale scrivono : «Accogliamo con fede e ubbidienza filiale» la lettera di Francesco. «Insieme al Papa sentiamo dolore e vergogna poiché, nonostante le azioni poste in essere in questi anni, non siamo riusciti a far sanare le ferite nei cuori di molte vittime e, invece, continuano a essere una piaga aperta nel cuore della Chiesa in Cile».

    «La Lettera del Papa – si legge ancora nel comunicato dei vescovi – la riceviamo come un invito ad assumere questa sfida con magnanimità e umiltà. Per intraprendere questo cammino ci poniamo, come Chiesa, in uno stato di preghiera, ascolto e discernimento, nonché di disponibilità per rinnovare la comunione ecclesiale. Vogliamo farci carico degli errori che ci corrisponde e correggerli in modo tale che la Chiesa sia, sempre di più, un ambiente sano e sicuro per i bambini, bambine e giovani».

    http://www.lastampa.it/2018/04/14/vaticaninsider/ita/vaticano/a-fine-aprile-le-tre-vittime-di-karadima-incontrano-il-papa-wNRnAxIh5ulTis8N9O1lBO/pagina.html

  • Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    In una dichiarazione diffusa a conclusione della loro Assemblea generale, tenuta a Santiago del Cile, i vescovi del paese sudamericano fanno “mea culpa”
    per aver sostanzialmente mentito sulle responsabilità del vescovo di Osoeno Juan Barros sul caso del prete pedofilo Karadima, come accertato dall’inviato del Papa, l’arcicescovo di Malta Charles Scicluna. Francesco giovedì aveva scritto nella sua lettera: “Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate”.

    Ad offrire le informazioni false al Papa ci hanno pensato i due cardinali cileni Erazuriz Ossa e Ezzati (cioè l’arcivescovo emerito di Santiago membro del C9 e il successore) e l’attuale nunzio Ivo Scapolo. Tutti e tre personaggi molto vicini al cardinale Angelo Sodano, l’ex segretario di stato che dal 1977 al 1988 era stato nunzio in Cile, gli anni della dittatura di Pinochet e degli abusi di di Karadima (eventi collegati di fatto).

    “Accogliamo con fede e ubbidienza filiale questa lettera”, scrivono ora i vescovi cileni e poi aggiungono: “Insieme al Papa sentiamo dolore e vergogna poiché, nonostante le azioni poste in essere in questi anni, non siamo riusciti a far sanare le ferite nei cuori di molte vittime e, invece, continuano ad essere una piaga aperta nel cuore della Chiesa in Cile. Al tempo stesso rinnoviamo la nostra speranza perché vediamo nell’intervento del Successore di Pietro un cammino concreto per – tutti uniti – essere in grado di aiutare a sanare e a riparare le ferite che ancora restano aperte. La Lettera del Papa la riceviamo come un invito ad assumere questa sfida con magnanimità e umiltà. Per intraprendere questo cammino ci poniamo, come Chiesa, in uno stato di preghiera, ascolto e discernimento, nonché di disponibilità per rinnovare la comunione ecclesiale. Vogliamo farci carico degli errori che ci corrisponde e correggerli in modo tale che la Chiesa sia, sempre di più, un ambiente sano e sicuro per i bambini, bambine e giovani. Come ci ha detto Francesco: ‘Amiamo la verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciamoci convertire’. Chiediamo alle nostre comunità che ci aiutino con i loro consigli e preghiere, così come lo chiede lo stesso Papa. Le vittime devono essere il primo motivo della nostra preghiera e riparazione.
    Che la Madonna del Carmine ci aiuti in questo cammino di conversione e di rinnovamento ecclesiale”.

    Il cardinale Errazuruz Ossa, invece, sembra voler prendere le distanze dalle scuse dei suoi confratelli. Il porporato 84enne in una intervista con la stampa cilena ha precisato di non aver dato “informazioni false” e che, ha aggiunto, non rientrava “tra i miei compiti” informare il Papa “sulle difficoltà, i possibili errori o i mali che soffre la Chiesa in tutti i paesi”.

  • Cile, Errazuriz: “Non ho fornito io al Papa notizie false sugli abusi”

    Cile, Errazuriz: “Non ho fornito io al Papa notizie false sugli abusi”

    Il cardinale, anche membro del C9, si difende dalle accuse dopo la lettera del Papa: «Non era tra i miei compiti informare il Pontefice su questi casi, ci sono altri canali». La diocesi di Santiago convoca intanto “uno stato di preghiera”

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Non sono stato io ad aver fornito «informazioni false» al Papa sui casi di abusi di padre Fernando Karadima, né rientrava «tra i miei compiti» informare il Pontefice su questi casi. In una intervista con la stampa cilena il cardinale Francisco Javier Errazuriz Ossa, arcivescovo emerito di Santiago, prende le distanze da chi, dopo la lettera di Papa Francesco dello scorso 11 aprile (ma già da molto prima), lo accusa di essere uno dei responsabili della «mancanza di informazione veritiera ed equilibrata» denunciata dal Pontefice nella lettera ai vescovi cileni, insieme al nunzio Ivo Scapolo e al cardinale Ricardo Ezzati, attuale pastore di Santiago.

    Il porporato 84enne è il membro più anziano del C9, il Consiglio di nove cardinali chiamati dal Papa per assisterlo nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa. Un lavoro, dunque, a stretto contatto con il Pontefice: tuttavia, chiarisce Errazuriz, esso «non consiste nell’informare il Papa sulle difficoltà, i possibili errori o i mali che soffre la Chiesa in tutti i paesi».

    «Il Santo Padre conta con altri canali per questo», come le nunziature, «i rapporti settoriali che vengono consegnati regolarmente alle congregazioni romane, ossia, ai ministeri della Chiesa» e le periodiche visite ad limina, che i vescovi fanno ogni cinque anni. Nel 2017, la Conferenza episcopale del Cile è stata ricevuta non una ma due volte da Francesco: la prima il 20 febbraio, per circa tre ore , dialogando su tutte le problematiche del paese; la seconda il 24 dello stesso mese , per un incontro più informale alla presenza anche di sette capi Dicastero.

    In entrambe le occasioni si è affrontato il tema della pedofilia. Come riferiva ai microfoni dell’allora Radio Vaticana il cardinale Ezzati l’argomento è stato trattato «con molta sincerità, con la capacità – che il Papa ci ha chiesto – di essere attenti ai problemi, appunto, e alle ingiustizie che, quando si tratta soprattutto di pedofilia, sono mancanze gravissime riguardo ai diritti umani e sono anche un grave peccato davanti a Dio». «Il Papa – aggiungeva l’arcivescovo di Santiago – ci ha raccontato che una volta, uscendo dalla metropolitana di Buenos Aires, in una piazza affollata perché c’era una manifestazione, c’erano dei genitori con un bambino e questi genitori gridarono al piccolo: “Vieni via, perché ci sono i pedofili”. Il Papa ci rimase male, ma ora ci ha detto: “Guardate fino a che punto può arrivare una mentalità che vede il male dappertutto”. Quindi ci ha invitato a superare anche questa situazione».

    E in Cile i casi di abusi sessuali perpetrati dal carismatico Karadima e non solo, “insabbiati”, a detta delle vittime, dalle gerarchie ecclesiastiche, hanno creato un grosso malessere che ha portato le parrocchie a svuotarsi e una Chiesa che durante gli anni di dittatura di Pinochet aveva brillato per la vigorosa denuncia delle violazioni dei diritti umani e la difesa dei più deboli a godere di una pessima reputazione. In alcune diocesi, come quella di Osorno, dove è stato nominato come vescovo uno dei più stretti collaboratori di Karadima, Juan Barros, sono numerose manifestazioni di protesta.

    Il cardinale Errazuriz, interpellato sulla situazione, spiega che all’inizio dell’inchiesta su Karadima, parroco di El Bosque, legato a personaggi di potere della Chiesa e della politica cilena, formatore di circa la metà del clero e dell’episcopato cileno, «era quasi impossibile avere una visione realista di quello che accadeva». Le persone vicine al sacerdote «lo proteggevano e non parlavano mai male di lui». «Grazie a Dio – aggiunge il prelato – tre di loro, Andres Murillo, Juan Carlos Cruz e il dottor Hamiliton, hanno rotto questo silenzio».

    Proprio Murillo, Cruz ed Hamilton puntano oggi il dito contro Errazuriz, affermando che da anni il cardinale, insieme a Scapolo ed Ezzati, ignora totalmente le loro richieste d’aiuto, le loro denunce e gli appelli per la verità. Le tre vittime, che hanno fornito la più grossa percentuale di materiale all’inchiesta condotta dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna , inviato dal Papa a febbraio per indagare sulla vicenda, sono state invitate in Vaticano insieme ai vescovi cileni per incontrare Francesco «nelle prossime settimane».

    Lo hanno confermato loro stessi ieri in un comunicato comune, in cui spiegano di star «valutando la possibilità di assistere» all’incontro con Bergoglio, nei confronti del quale ribadiscono la profonda gratitudine per la lettera. «Il senso di tutte le nostre azioni è sempre stato il riconoscimento, il perdono e la riparazione per quanto si è sofferto, e continuerà ad essere così, finché la tolleranza zero dell’abuso e della copertura dell’abuso nella Chiesa diventerà una realtà», scrivono.

    In particolare Cruz, interpellato dall’Ansa degli Stati Uniti, dove vive ormai da anni e dove ha pubblicato il suo libro “La fine dell’innocenza” in cui racconta la sua esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha detto che le parole del Pontefice lo hanno «colpito e commosso»: «Il Papa si è svegliato» e «gliene sono grato». Apprezzabile, a detta dell’uomo, anche il gesto di convocare l’episcopato cileno a Roma «dove saranno decise azioni a breve e lungo termine».

    Intanto l’arcidiocesi di Santiago ha convocato in tutta la Chiesa del paese latinoamericano «uno stato di preghiera», assecondando la richiesta del Pontefice nella sua missiva. Si tratta di «un tempo di profonda riflessione e serie decisioni che devono essere prese dal Santo Padre», spiega una nota dell’ufficio stampa diocesano. «In questo modo tutti i fedeli e le persone di buona volontà sono chiamate a pregare, a livello personale e comunitario, il futuro della Chiesa e il suo servizio pastorale e umano».

    Sulla stessa scia, l’arcivescovo Ezzati ha organizzato un incontro con tutti i sacerdoti della diocesi per approfondire la lettera del Papa «Ci sembra di massima importanza che, come clero, possiamo condividere, riflettere e accogliere ciò che il Papa ha voluto trasmettere alla Chiesa che è pellegrina in Cile con questo coraggioso intervento. Sarà positivo per noi condividere e ascoltarci a vicenda». L’incontro, riferiscono i media locali, dovrebbe svolgersi il prossimo giovedì 19 aprile, intorno alle 10, nell’arcivescovado.

    http://www.lastampa.it/2018/04/13/vaticaninsider/ita/vaticano/cile-errazuriz-non-ho-fornito-io-al-papa-notizie-false-sugli-abusi-2VsmyJtVSIMdaUSgRIvxxM/pagina.html

  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Il caso Karadima-Barros è un incidente serio nell’attuale fase del pontificato. Un affare di pedofilia e di occultamento di abusi che chiama in causa la vigilanza di papa Francesco, l’atteggiamento di insistita negligenza (tardivamente ammesso) del cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile e attualmente membro del Consiglio speciale dei 9 cardinali che assistono il pontefice, nonché il funzionamento degli organismi di controllo vaticani in tema di abusi.

    La vicenda è approdata nuovamente sulla rete dell’Associated Presse sulle pagine del New York Times con la pubblicazione dellalettera drammatica di un abusato, Juan Carlos Cruz, indirizzata a Francesco e rimessa nelle sue mani già nel 2015. E ormai l’affaire ha assunto il carattere di una cartina di tornasoleper la strategia di “tolleranza zero” in tema di pedofilia, propugnata da Francesco sin dalla sua elezione. Come quando richiamò immediato da Santo Domingo il nunzio-arcivescovo Wesolowski e lo processò canonicamente per abusi, con la conseguenza che il prelato fu degradato e privato della tonaca.

    I fatti. Il sacerdote Fernando Karadima (oggi ottantasettenne) è stato per un quarto di secolo titolare della parrocchia El Bosque a Santiago del Cile, trasformandola in un centro attivo di formazione giovanile e vocazionale. Un personaggio dotato di grande carisma. Molti sacerdoti e alcuni vescovi sono passati attraverso l’esperienza della parrocchia El Bosque.
    Nel 2003 il gesuita Juan Diaz segnala all’arcivescovo di Santiago Errazuriz la testimonianza di un chierichetto abusato da Karadima. Errazuriz non si muove. Si moltiplicano le testimonianze sul prete-predatore. Nel 2005 giunge a Errazuriz un rapporto diocesano circostanziato. Il cardinale blocca l’inchiesta e cerca di trasferire burocraticamente Karadima ad un’altra parrocchia. Classico metodo dell’insabbiamento.

    Soltanto nel 2009 Errazuriz mette in moto l’inchiesta. La documentazione viene mandata in Vaticano nel 2010 e nel 2011 (sotto il pontificato di Ratzinger) Karadima viene punito con il ritiro in un convento. Il cardinale Errazuriz chiederà successivamente “perdono” alle vittime per non avere subito creduto – così dice – alle denunce.

    La vicenda esplode nuovamente con polemiche infuocate nel 2015, quando papa Bergoglio nomina monsignor Juan Barros (nella foto), già ordinario militare del Cile, vescovo della diocesi di Osorno. Perché Barros è stato uno dei pupilli del prete-predatore Karadima. Perché varie dichiarazioni indicano in lui una persona, che era fisicamente presente, quando Karadima si permetteva atteggiamenti lascivi con i ragazzi che lo circondavano. Può essere vescovo chi ha visto e taciuto? Può guidare una diocesi chi non è intervenuto in nessun momento per  fare allontanare un prete-predatore? L’insediamento di Barros nella sua diocesi è accompagnato da violente manifestazioni. Francesco, nello stesso anno, dichiara ad un cattolico cileno in piazza San Pietro che le contestazioni sono una manovra di “sinistrorsi”.

    Il 2015 è però anche l’anno in cui viene recapitata al Papa la lettera di Juan Carlos Cruz, una delle vittime di Karadima. Quattro membri della commissione anti-abusi per la protezione dei minori (istituita proprio da Francesco) si recano a Roma dal cardinale O’Malley per dargli personalmente la denuncia di Cruz. “Gli demmo la lettera e ci assicurò che l’avrebbe data al papa… e successivamente ci garantì che era stato fatto”, afferma oggi all’Associated Press Marie Collins, vittima di abuso clericale e allora membro della commissione (da cui si è ritirata per i sabotaggi delle gerarchie vaticane).

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/08/pedofilia-in-cile-il-vescovo-barros-guardava-la-lettera-di-un-abusato-sfida-il-papa/4144033/

  • “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    Il Papa ha lasciato da più di una settimana il Cile, ma nel Paese andino tiene ancora banco la vicenda del vescovo di Osorno Juan Barros, finito al centro di polemiche a causa della sua vicinanza ad un sacerdote della diocesi pesantemente coinvolto in atti di abusi sessuali. Le parole di Francesco – ribadite anche nel viaggio di ritorno sull’aereo papale – sulla mancanza di prove per procedere formalmente contro Barros hanno indispettito il cardinal O’Malley, ma anche buona parte del clero cileno. Perché? Per comprenderlo è necessario cercare tra le pieghe di questa vicenda ecclesiale chi ha cercato in tutti i modi di informare la Santa Sede sull’inopportunità di inviare Barros come vescovo della diocesi.

    E proprio nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali cileni una lettera aperta di un sacerdote che conosce molto bene la vicenda ed è stato uno dei primi ad accusare pubblicamente Barros. Si tratta di Peter Kliegel, sacerdote della stessa diocesi di Barros che ha consegnato al quotidiano El Mostrador una lettera ai vescovi dalla quale traspare lo psicodramma di una diocesi intera che ha vissuto il dramma della pedofilia e contemporaneamente l’inerzia dei vertici ecclesiastici nell’affrontarlo.

    “Sento la necessità di rivolgermi a voi vescovi dopo questi giorni intensi della visita del Santo Padre”, ha esordito.

    Kliegel, ha 52 anni di messa nella città di Osorno. Una città la cui diocesi “negli ultimi tre anni ha vissuto una crisi enorme” che la accomunano a quell’ospedale da campo di cui parlava il Santo Padre nel 2014.

    E ha proseguito: “Fratelli vescovi, la mia coscienza di cristiano mi obbliga a parlare con onestà e sobbarcandomi il dolore e i sentimenti di molti fedeli, mi ero imposto il silenzio, ma la discrepanza tra le parole e i comportamenti della gerarchia è arrivata a tal punto che non è più concesso accettarla.

    In questi tre anni, la Nunziatura e il Vaticano, attraverso molte segnalazioni, non ci ha mai dato una risposta. Ci siamo stati ascoltati e nemmeno il Santo Padre lo ha fatto. Sento che siamo stati trattati come pedine. Non ho il diritto di giudicare nessuno, ma non prendere in considerazione le voci delle vittime di abusi sessuali e non prendere le misure conseguenti è gravissimo. Alle vittime bisogna credere, sia quelle che si sono incontrate con il Papa privatamente sia quelle che lo hanno fatto pubblicamente. Considerare una calunnia una testimonianza da parte di una vittima, affermata in un giudizio pubblico, è gravissimo. Soprattutto se viene dalla bocca del cardinal Errazuriz (il cardinale Arcivescovo di Santiago ndr.)”. Secondo il sacerdote con questo comportamento si non si sono offesi solo alcuni laici, ma è stata colpita fortemente la comunità diocesana e la Chiesa di tutta la nazione”.

    Poi dopo aver citato il discorso di Francesco nel Palazzo della Moneda, nel quale manifestava dolore e vergogna per il danno irreparabile causato ai bambini da parte di ministri, il prete ha accusato il vescovo Juan Barros di essersi rifugiato per tutto il viaggio papale “ma in questi tre anni non è mai stato capace di incontrare don Juan Carlos Cruz, vittima di Karadima, per un dialogo chiarificatore in presenza di noi sacerdoti e diaconi. Un vescovo desaparecido, fa star male questo”.

    E ancora: “Un pastore che evita le situazioni scomode e critiche non ha a cuore il suo gregge. Mi è per questo incomprensibile e inaccettabile l’appoggio del Santo Padre a un pastore che si comporta così. Una Chiesa che si è autodefinita esperta in umanità ha l’obbligo morale di applicare criteri di maggiore evidenza”.

    Ma Barros, sempre stando a questo duro atto d’accusa, manca anche di molti criteri per poter esercitare il suo ruolo di pastore tanto che la sua nomina viene definita “sottovalutata” perché “l’ambiente storico nel quale il nostro vescovo si è mosso per più di 30 anni è lo stesso ambiente che ha lodato pubblicamente come edificante e nel quale una guida pederasta ha provocato danni alla nostra Chiesa gettandola nello scandalo”.

    Questo Kliegel rimprovera a Barros: “Non aver visto niente in 30 anni indica incapacità di uno sguardo del mondo reale, uno sguardo critico sulla realtà dei fatti”. E – sempre sulla verità dei fatti – ha imputato a Barros di aver presentato in maniera errata la situazione della diocesi, come traspare dalla lettera del Papa recentemente resa pubblica. Come? “Voi vescovi avevate chiara conoscenza della situazione personale e storica dell’attuale vescovo di Osorno e di che cosa si aspettava la diocesi intera. Ma avete deliberatamente preservato il santo padre da una fatale equivoco, sapendo che il Papa si può sbagliare, come lui stesso ha ammesso in un’intervista”.

    Perciò l’autorità della Chiesa ha invece “puntato più sulla convenienza del potere amministrativo che alla regola aurea della pastorale: salvare le anime. Questo fa star male” perché “la dignità è un diritto umano inalienabile, lo stesso Papa lo ha registrato nelle nostre coscienze. Seguire questa premessa è un obbligo morale”.

    Le parole di questo sacerdote aprono uno squarcio su quello che è accaduto in Cile e spiegano per quale motivo la difesa d’ufficio di Barros fatta da Francesco sia stata considerata inaccettabile. E forse, grazie a questo atto d’accusa, si potrebbe fare maggiore luce sulle responsabilità effettive e agire poi di conseguenza.

    http://lanuovabq.it/it/inaccettabile-lappoggio-del-papa-al-vescovo-cileno