Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Preti pedofili, maxi risarcimento per le vittime

    Preti pedofili, maxi risarcimento per le vittime

    Nel Minnesota la diocesi dovrà effettuare raccolte di fondi e vendere immobili della Chiesa: 210 milioni di dollari per 450 vittime di abusi sessuali del clero

    MINNEAPOLIS – Un maxi-risarcimento alle vittime di pedofilia del clero è stato deciso da una diocesi americana: 210 milioni di dollari, il secondo più alto nella storia, che porterà non solo a dover effettuare raccolte di fondi nelle parrocchie ma soprattutto costringerà alla vendita di immobili della Chiesa. Accade nel Minnesota, nella diocesi di St. Paul e Minneapolis.

    Intanto il Papa oggi ha cominciato, a Casa Santa Marta, i previsti nuovi incontri con le vittime di pedofilia del Cile, questa volta un gruppo di sacerdoti, dopo aver scritto ieri sera una lettera al popolo cileno in cui ha ringraziato le vittime che hanno perseverato per fare venire alla luce la verità e ha ribadito l’impegno della Chiesa a non ammettere più abusi né coperture.

    Sempre dal Cile arriva la notizia di una proposta per togliere la cittadinanza cilena al cardinale Ricardo Ezzati, arcivescovo di Santiago, di origine italiana ma da anni naturalizzato nel Paese latinoamericano. È accusato dalle vittime di aver coperto gli abusi del rev. Fernando Karadima e dunque la sua cittadinanza non risponderebbe più, secondo le senatrici che hanno fatto la proposta, a quei criteri di merito per i quali si può concedere.

    Tornando invece al caso americano, l’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis ha annunciato un accordo di 210 milioni di dollari con 450 vittime di abusi sessuali del clero. L’avvocato delle vittime, Jeff Anderson, ha detto che i soldi, per un totale preciso di 210.290.724 dollari, andranno in un fondo per pagare i sopravvissuti agli abusi che sono stati perpetrati contro minori da diversi sacerdoti nei decenni passati.

    L’arcivescovo, mons. Bernard Hebda, ha detto di essere grato alle vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare: «Riconosco che l’abuso ha rubato così tanto a voi, alla vostra infanzia, innocenza, sicurezza, fiducia e, in molti casi, alla vostra fede», ha detto rivolgendosi alle vittime che hanno denunciato e che ora stanno per ottenere giustizia.

    «Abbiamo lavorato con loro con molta attenzione per cercare di formulare l’accordo in modo che possa beneficiarli al massimo». Secondo il sito web BishopAccountability.org, che registra i casi di abusi sessuali da parte del clero, questo è il secondo più grande pagamento totale tra le diocesi cattoliche che hanno presentato istanza di protezione dalla bancarotta. Il più grande esborso alle vittime di pedofilia c’era stato nel 2007, quando l’arcidiocesi di Los Angeles aveva chiuso il dossier degli abusi con 508 vittime per 660 milioni di dollari.

    Sempre sulla piaga della pedofilia, arriva un documento dei vescovi dell’Ecuador: gli abusi sono «un grave crimine» ed «esprimiamo il nostro profondo dolore per quanto riguarda i fatti denunciati, già sanzionati o che sono in corso di indagine», dichiara la Conferenza episcopale.

    https://www.tio.ch/estero/attualita/1262509/preti-pedofili–maxi-risarcimento-per-le-vittime

  • Lo scandalo abusi e l’ira del Papa:  34 vescovi cileni si dimettono

    Lo scandalo abusi e l’ira del Papa: 34 vescovi cileni si dimettono

    Ora sarà il pontefice a decidere se confermare le richieste di dimissioni. La decisione dopo lo scandalo per gli insabbiamenti, le coperture e le vittime inascoltate

    CITTÀ DEL VATICANO «Sono molto emozionato. Fa bene al nostro amato Paese, a tanta gente che ha sofferto per vescovi corrotti e falsi, a tutti i sopravvissuti ignorati nel mondo intero. Non si torna indietro. La storia è cambiata…». Juan Carlos Cruz, una delle vittime del prete pedofilo Fernando Karadima, lo aveva scritto su Twitter poco prima: «Che rinuncino tutti!». A fine aprile aveva parlato per tre ore con Francesco, «io voglio che nessuna vittima si senta più sola». Ed ora, a metà giornata, ci sono due vescovi cileni che nella sala Pio X sillabano un comunicato inaudito, alle spalle una riproduzione della Madonna di Guadalupe che schiaccia il Male: «Tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre».

    Francesco aveva concluso giovedì l’ultimo dei quattro incontri con i 34 vescovi convocati a Roma dopo lo scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa in Cile: insabbiamenti, vittime inascoltate e calunniate. Fin dal primo giorno i monsignori avevano dichiarato — anche perché non avevano scelta — di rimettersi alle decisioni del Papa. Sarà il pontefice a decidere se e chi confermare. Del resto, in una lettera riservata ai vescovi, Bergoglio parla di un problema che non si risolve «solo con la rimozione di persone, che pure bisogna fare»: non è che «muerto el perro se acabó la rabia», la rabbia non finisce perché muore il cane, «il problema è il sistema».

    In dieci cartelle, Francesco scrive di «negazione di ascolto e giustizia», denunce e «gravi indizi qualificati come inverosimili», «gravissime negligenze nella protezione dei bambini», sacerdoti «sospettati di praticare l’omosessualità» e messi alla guida di seminari, pedofili spostati e «accolti in altre diocesi», «documenti distrutti» per occultare prove, «pressioni» su chi doveva istruire processi. Una Chiesa «narcisistica e autoritaria», «elitarismo e clericalismo» come «sinonimi di perversione ecclesiale».

    Tutto nasce dal caso Barros, il vescovo accusato di aver coperto Karadima, ora 87 anni, potente fin dagli anni della dittatura di Pinochet. In Cile, a gennaio, il Papa aveva difeso Barros: «Sono calunnie, per due volte ho respinto le sue dimissioni, non ci sono evidenze». Ma poi ha disposto un’indagine affidata in febbraio all’arcivescovo Charles Scicluna: 64 testimoni sentiti a Santiago del Cile, 2300 pagine. Prima dei vescovi, ha ricevuto le vittime. Cruz, James Hamilton e José Murillo hanno accusato in particolare i cardinali Ricardo Ezzati, arcivescovo di Santiago e Francisco Javier Errázuriz, l’emerito che fa parte del «C9» del Papa: «Sono criminali». Errázuriz non ha presentato rinuncia perché è in pensione e a Roma si è mostrato indignato, «mi diffamano, il Papa ha detto che l’ho informato bene».

    Francesco tuttavia aveva chiesto perdono alle vittime e ammesso i suoi errori«specie per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». È solo l’inizio. Marie Collins, la vittima che abbandonò polemica la Commissione vaticana, non si fida: «Nessun vescovo rimosso, solo disposti a dimettersi. Niente in realtà cambia».

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_maggio_18/pedofilia-vescovi-cileni-rassegnano-dimissioni-blocco-8aed0750-5a8c-11e8-be88-f6b7fbf45ecc.shtml
  • Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Nelle scorse settimane Papa Francesco ha incontrato alcune vittime: le loro testimonianze minano la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. E dall’incontro di oggi non si attendono grandi proclami sulla tolleranza zero, ma rimozioni immediate di chi ha occultato e perpetrato le violenze

    La credibilità del pontificato di Papa Francesco sul contrasto alla pedofilia del clero passa dal Cile. Dal 15 al 17 maggio prossimi Bergoglio riceverà in Vaticano i cardinali e i vescovi del Paese latinoamericano per decidere come punire coloro che tra essi hanno coperto per anni gli abusi sessuali dei loro preti sui minori. Una svolta arrivata dopo che il Papa era stato apertamente contestato per le sue dichiarazioni sulla pedofilia durante il suo viaggio in Cile, nel gennaio scorso, prima dalle vittime dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, e poi dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley che Francesco ha chiamato a guidare la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Da qui il mea culpa di Bergoglio sul volo di ritorno a Roma e la decisione di inviare subito in Cile a indagare monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia di pedofilia presso la Congregazione per la dottrina della fede.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero, ma nessuna che fosse stata violentata da padre Karadima. Esse, infatti, hanno sempre puntato il dito contro il vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros, accusandolo di aver coperto per anni la pedofilia di questo sacerdote. Francesco, però, ha sempre pubblicamente difeso con forza monsignor Barros. Dopo la rigorosa inchiesta di monsignor Scicluna in Cile, il cui rapporto finale è di 2300 pagine dove sono raccolte 64 testimonianze, lo scenario è cambiato. Bergoglio ha invitato nella sua residenza in Vaticano tre vittime di abusi commessi proprio da padre Karadima: Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo. “Il Papa – precisava un comunicato vaticano – li ringrazia per aver accettato il suo invito: durante questi giorni di incontro personale e fraterno, desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli”.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero

    Due ore di tempo per ciascuna vittima in un colloquio dove per la prima volta Francesco ha potuto ascoltare quella verità che mai prima d’ora le gerarchie ecclesiastiche, sia cilene che vaticane, avevano voluto sentire. Una verità durissima perché mina la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. Le vittime, infatti, non puntano il dito solo contro monsignor Barros, ma anche contro altri tre vescovi e i due cardinali cileni, ovvero l’arcivescovo di Santiago, Riccardo Ezzati Andrello, che ha ricevuto la berretta rossa proprio dal Papa, e il suo predecessore, Francisco Javier Errázuriz Ossa, nominato da Francesco nel suo “C9”, il consiglio di cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia romana. Quest’ultimo è stato indicato dalle vittime come uno dei maggiori insabbiatori della pedofilia del clero cileno. Errázuriz potrebbe lasciare il “C9”, mentre Ezzati ha già superato l’età canonica della pensione, avendo 76 anni, e potrebbe essere presto congedato. Così come si ipotizza che il Papa potrebbe accettare le dimissioni presentate dai quattro vescovi cileni legati a padre Karadima, tra cui monsignor Barros. E potrebbe essere rimosso anche il nunzio in Cile, monsignor Ivo Scapolo.

    Le vittime hanno precisato più volte che, al di là dell’accoglienza paterna ricevuta da Francesco a Casa Santa Marta e della sua richiesta di perdono, ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa. Per questo dall’incontro di Bergoglio con l’episcopato cileno si attendono non grandi proclami sulla tolleranza zero nel contrasto alla pedofilia del clero, ma rimozioni immediate dei cardinali e dei vescovi che per anni hanno coperto tali abusi. “Il Santo Padre, – si legge in un comunicato vaticano – richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienzache si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”.

    Le vittime hanno precisato più volte che ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa

    Durante gli incontri, ai quali parteciperanno 31 vescovi diocesani e ausiliari e due vescovi emeriti, il Papa sarà affiancato dal prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet. “L’obiettivo di questo lungo ‘processo sinodale’ – precisa ancora il Vaticano – è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del buon pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi”.

    Lo stesso Francesco, in una lettera ai vescovi cileni dopo aver letto il rapporto di monsignor Scicluna, affermava “che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocifisse e vi confesso che ciò mi causa dolore e vergogna”. E invitava i vescovi a Roma per aiutarlo “nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile, al fine di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia”. “Per quanto mi riguarda, – concludeva il Papa – riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente”. Ora è tempo che i cardinalie i vescovi cileni che hanno coperto gli abusi siano puniti.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il redde rationem con l’episcopato cileno è arrivato. Al centro della convocazione di lunedì in Vaticano da parte di Papa Francesco (fino al 17 maggio) c’è la mala gestione dei casi di pedofilia da parte di alcuni vescovi e cardinali. Il caso del vescovo di Osorno, Juan Barros scoppiato all’inizio di gennaio, quando era in corso il viaggio del pontefice a Santiago del Cile, e accusato di avere protetto un pedofilo seriale, è stato l’inizio di una valanga. Uno dei due cardinali cileni – Ezzati ed Errazuriz – invitati a fare chiarezza a Roma ha fatto sapere che non si presenterà all’appuntamento, causando ulteriori polemiche in Cile dove la Chiesa è letteralmente spaccata. La testata cilena La Tercera conferma, invece, che il vescovo di Osorno Barros, al centro delle vicende arriverà a Roma in compagnia del gesuita Germán Arana, personaggio chiave nella storia di Barros  subito dopo che nel 2014/2015 è stato costretto a lasciare la carica di Vescovo delle Forze Armate del Cile

    Questo incontro fa seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno l’8 aprile scorso. Il Papa, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime. In un comunicato il Vaticano informa che il Papa vuole parlare apertamente con i vescovi dei risultati delle indagini fatte da monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e da don Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviati a fare una inchiesta supplementare in Cile due mesi fa. Intanto il Papa ha continuato a ricevere nelle ultime settimane altre testimonianze di abusi.

    «L’obiettivo di questo lungo processo sinodale – si legge in una nota- è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi». Non è previsto che Papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, che si svolgeranno in assoluta confidenzialità.

    Il sito cattolico Il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla che in questi mesi ha seguito con precisione e accuratezza il delicato caso scoppiato tra il Vaticano e il Cile, ha analizzato il «difficile momento: Papa Francesco avrà di fronte un episcopato molto diviso in gruppi e cordate dove, curiosamente, non mancano anche le interferenze esterne, alcune delle quali hanno origine in stanze e palazzi della Santa Sede».

    «Sono gruppi o cordate – scrive Badilla – che normalmente fanno riferimento, e così hanno agito per anni, ad una sorta di leader coordinatore e, in quanto tali, sono cordate che vorrebbero incarnare una propria visione della crisi, della comunità ecclesiale, del rapporto con il clero e con i laici e dei rapporti con la Sede Apostolica. Si tratta di gruppi o cordate che, oltre al loro linguaggio apparentemente fraterno e amichevole, in realtà si  guardano e rapportano con sfiducia e sospetto e ognuno crede di essere interprete e garante dell’opzione ecclesiale migliore per il Cile di oggi, anche se poi – a giudicare dai fatti – nessuno ha un ascolto nazionale rilevante neppure tra i fedeli cattolici.  Poche volte nella storia delle chiese particolari dell’America Latina si era visto un Episcopato, come quello del Cile odierno, così verticistico, staccato dalla realtà, autoreferenziale e arrugginito».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/scandalo_pedofilia_da_lunedi_il_faccia_a_faccia_tra_papa_francesco_e_i_vescovi_cileni-3726945.html

  • Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Papa Bergoglio ha incontrato i vescovi chiedendo chiarezza. Le vittime tirano in ballo nomi pesanti

    Giuseppe Aloisi

    Il Papa vuole che la Chiesa cilena cambi. La pedofilia e gli abusi sessuali in genere continuano a rappresentare una piaga per la Chiesa cattolica.

    Quello che è successo con padre Karadima non deve succedere più.

    Bergoglio si è recato in sud America durante lo scorso gennaio, ma il Pontefice argentino aveva scelto di non ricevere le vittime del sacerdote carismatico. Karadima, che adesso è condannato a una vita di preghiera e penitenza, ha contribuito a formare buona parte del clero cileno. Poi papa Francesco ha fatto retromarcia. Specie sul caso del vescovo Barros, riguardo al quale aveva pronunciato parole considerate troppo morbide. Il cardinale cappuccino Sean O’Malley si è fatto risentire e il Santo Padre ha aggiustato il tiro. Informazioni sbagliate sarebbero arrivate in Vaticano. Tanto che Papa Francesco ha “ammesso” di aver commesso “errori di valutazione”. Qualche vertice ecclesiastico, insomma, avrebbe omesso parti di questa storia al Papa, che ha convocato i vescovi cileni a rapporto presso la Santa Sede.

    Barros, questo è un particolare che non viene sempre riportato, sarebbe stato elevato a vescovo da Bergoglio nonostante le accuse. Il Papa, per farla corta, sarebbe stato ingannato.

    Lo scopo attuale è divenuto quello di chiarire le responsabilità e mettere fine a questi episodi. Bergoglio ha ricevuto nei giorni scorsi anche alcune vittime di Karadima promettendo chiarezza e chiedendo perdono per quanto accaduto. Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andrès Murillo, tutti e tre vittime del sacerdote cileno, hanno dichiarato di aver conosciuto una Chiesa molto diversa da quella con cui hanno avuto a che fare nella loro nazione. Il Papa, nell’incontro a porte chiuse con i vescovi, ha preteso chiarimenti. Non sono previste dichiarazioni ufficiali del pontefice argentino, ma la nota stampa della Santa Sede parla di “necessità” nello ristabilire un rapporto di fiducia nella Chiesa. Ma chi sono i vertici del clero cileno tirati in ballo in questa storia?

    Karadima, come detto, e il vescovo Barros, per il quale da più parti viena richiesta la rimozione. Il vescovo in questione farebbe parte di un elenco di persone accusate di aver preso parte e/o di aver assistito a quanto compiuto in Cile da Karadima. Le vittime però citano anche altri uomini di Chiesa. “Di fronte al diritto canonico e alle vittime di Karadima – ha dichiarato una di queste nella sede dell’Associazione della stampa estera a Roma – il cardinale Errazuriz è un vero criminale, ha insabbiato le denunce, spero che paghi quel che deve pagare“. L’altra persona citata è il cardinal Riccardo Ezzati, successore di Errazuriz. Entrambi, secondo James Hamilton, “dovrebbero andare in carcere“.

    Sono in tanti ad attendere azioni concrete. La vicenda in sè è davvero brutta. La sensazione è che ci si trovi dinanzi ad episodi che qualcuno ha tentato di coprire. Molte cose sono state chiarite dopo il viaggio del vescovo Scicluna, il “plenipotenziario” di Ratzinger per la lotta alla pedofilia. Bergoglio ha inviato Scicluna in Cile per indagare. Dopo la lettura del report è iniziato questo “lungo processo sinodale”. Il Vaticano è chiamato a risolvere la crisi del clero cileno.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-nella-chiesa-cilena-vittime-vogliono-chiarezza-1525721.html

  • Caso Barros e pedofilia, le vittime cilene incontrano il Papa: «Ci ha chiesto perdono»

    Caso Barros e pedofilia, le vittime cilene incontrano il Papa: «Ci ha chiesto perdono»

    Francesco ha ricevuto Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo, le tre vittime del prete pedofilo Fernando Karadima: «Ci auguriamo che Bergoglio trasformi le sue parole di amore e di perdono in azioni esemplari»

    di Gian Guido Vecchi

    «Vede, io voglio che nessuna vittima si senta più sola. Al Papa l’ho raccontato. C’era questa donna di Talcahuano, una zona povera nel Sud del Cile, che mi ha scritto come tanti attraverso i social. Mi diceva: sono stata violentata e mi hanno distrutto la vita perché sono nera, stupida, povera e brutta; ma quando l’ho vista in televisione, io sentivo che già non ero più sola». Juan Carlos Cruz ha parlato a lungo nella sede romana della Stampa estera ma ora, mentre risponde al Corriere, ha le lacrime agli occhi, la voce arrochita. «Io le ho detto: signora, lei è un essere umano e nulla le può togliere la meraviglia che è come persona, così come nessuno l’ha tolta a me». Vescovi e cardinali cileni, in questi anni, gli hanno dato della «serpe», del calunniatore. Ma adesso può dire del suo incontro con Francesco, quasi tre ore di colloquio privato: «Io sono un privilegiato. Voglio che le persone che hanno vissuto quello che ho vissuto io sentano la pace, la tranquillità e la consolazione che ho sentito io. Il Papa mi ha chiesto perdono, è stato sincero. Ci siamo trovati di fronte ad un uomo non superbo, veramente infallibile, e la sua infallibilità sta proprio nel riconoscere di avere sbagliato. È stato davvero un essere umano. Mi ha detto: in parte è stata colpa mia, io sono parte del problema». Nel fine settimana, a Santa Marta, Francesco ha ricevuto Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo, le tre vittime del prete pedofilo Fernando Karadima che per anni, inascoltati, hanno accusato il vescovo Barros e le gerarchie della Chiesa cilena, a cominciare dai cardinali i cardinali Ricardo Ezzati (arcivescovo di Santiago) e Francisco Javier Errázuriz (l’emerito che fa parte del «C9», il Consiglio del Papa), di aver saputo e insabbiato, screditando le vittime. Ciascuna delle tre vittime ha parlato da sola con il pontefice, che lunedì le ha poi ricevute insieme. Le loro parole fanno vacillare le gerarchie della Chiesa cilena. «Non ho mai visto una persona così addolorata e contrita. La richiesta di perdono del Papa è stata sincera e avrà delle conseguenze», spiega Cruz. «Francesco ci ha detto che non tornerà indietro nella lotta contro la pedofilia nel clero, e io gli credo. Adesso sta pensando a quali conseguenze, prenderà le decisioni che vorrà. Intanto ha chiesto scusa per la Chiesa universale. La conferenza episcopale cilena non sa chiedere scusa».

    «Azioni concrete»

    «La Chiesa deve essere un’alleata nella lotta agli abusi, non un rifugio per abusatori». Le tre vittime si augurano ora che Francesco «trasformi le sue parole di amore e di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo sarebbe lettera morta». Per Murillo «i vescovi stanno creando delle lobby tremende per potersi riparare dalla mano del Papa». Cruz sillaba: «Io spero che i cardinali Ezzati e Errázuruz e tutti i vescovi che coprirono gli abusi paghino le conseguenze del loro atto criminale e magari, in un giorno vicino, si ritirino a pregare in un convento». Hamilton taglia corto: «Ci piacerebbe che andassero tutti in galera, il problema è la prescrizione: vorrei che il Cile e i governi di tutto il mondo la abolissero per gli abusi su minori». Cosa direbbe a Karadima? «A lui nulla, però ai vescovi dico che il maggior danno non è stato Karadima ma quando ero moribondo interiormente e anziché aiutarmi mi hanno respinto: a loro dico che sono criminali». Cruz, Hamilton e Murillo hanno accettato l’invito di Francesco «a nome di migliaia di persone che sono state vittime di abusi sessuali e copertura della Chiesa cattolica: hanno dato un significato alla nostra visita». In un comunicato firmato assieme scrivono: «Per quasi 10 anni siamo stati trattati come nemici perché abbiamo combattuto contro l’abuso sessuale e l’occultamento nella Chiesa. In questi giorni abbiamo conosciuto un volto amichevole della Chiesa, totalmente diverso da quello che abbiamo incontrato in passato.Il Papa ci ha chiesto formalmente perdono a nome suo e della Chiesa universale. Riconosciamo e apprezziamo questo gesto e l’enorme ospitalità e generosità di questi giorni».

    La svolta

    L’invito del Papa era annunciato fin dalla svolta nel caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto il prete pedofilo Fernando Karadima, lo scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena e funestato la visita di Francesco a gennaio. Da principio il Papa aveva difeso Barros dai fedeli che ne chiedevano la cacciata, «sono calunnie, per due volte ho respinto le sue dimissioni, non ci sono evidenze», ma poi ha disposto un’indagine affidata in febbraio all’arcivescovo maltese Charles Scicluna, uomo di punta del Vaticano nella lotta contro i preti pedofili: 64 testimoni sentiti a Santiago del Cile, 2300 pagine. Letto il rapporto, Bergoglio l’8 aprile ha scritto una lettera ai vescovi cileni: «Riconosco di aver commesso errori gravi di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». Tradotto: non me l’avete raccontata giusta. Nelle lettera, Francesco convocava i vescovi a Roma «per discutere insieme» e decidere «atti concreti» per «ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, riparare lo scandalo il più possibile e ripristinare la giustizia».

    «Ambiente tossico»

    Nel rispondere alle domande dei giornalisti, i tre mostrano fiducia nella sincerità del pontefice, come ha detto Cruz: «Io credo che il Papa sia stato male informato. La domanda è: chi informa male il Papa? Parlando con lui, ho ammesso che mi ha ferito terribilmente quando ha parlato di “calunnie”. E sono certo che c’è un ambiente tossico attorno a questa vicenda, penso al nunzio apostolico, al cardinale Errázuriz, al cardinale Ezzati, ai membri della conferenza episcopale cilena. Poi il Papa ha parlato con un po’ di persone e ha subito inviato in Cile monsignor Scicluna e padre Bertomeu, che gli hanno aperto completamente gli occhi». Cruz conclude: «Io sono un privilegiato, il Papa mi ha chiesto perdono. Mi piacerebbe che le vittime di tutto il mondo si sentissero altrettanto privilegiate. E sentissero, come ho sentito io, un cambio di atteggiamento: non mi attaccano più, mi amano. Non ci sono altre possibilità. Io sono cattolico, la credibilità della Chiesa è la porta della fede. E lo scandalo dei preti pedofili sta uccidendo la fede di tanta gente».

    https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_02/caso-barros-pedofilia-vittime-cilene-incontrano-papa-ci-ha-chiesto-perdono-1fbefe44-4e3d-11e8-889c-539720f4b175.shtml

  • Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    In una dichiarazione diffusa a conclusione della loro Assemblea generale, tenuta a Santiago del Cile, i vescovi del paese sudamericano fanno “mea culpa”
    per aver sostanzialmente mentito sulle responsabilità del vescovo di Osoeno Juan Barros sul caso del prete pedofilo Karadima, come accertato dall’inviato del Papa, l’arcicescovo di Malta Charles Scicluna. Francesco giovedì aveva scritto nella sua lettera: “Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate”.

    Ad offrire le informazioni false al Papa ci hanno pensato i due cardinali cileni Erazuriz Ossa e Ezzati (cioè l’arcivescovo emerito di Santiago membro del C9 e il successore) e l’attuale nunzio Ivo Scapolo. Tutti e tre personaggi molto vicini al cardinale Angelo Sodano, l’ex segretario di stato che dal 1977 al 1988 era stato nunzio in Cile, gli anni della dittatura di Pinochet e degli abusi di di Karadima (eventi collegati di fatto).

    “Accogliamo con fede e ubbidienza filiale questa lettera”, scrivono ora i vescovi cileni e poi aggiungono: “Insieme al Papa sentiamo dolore e vergogna poiché, nonostante le azioni poste in essere in questi anni, non siamo riusciti a far sanare le ferite nei cuori di molte vittime e, invece, continuano ad essere una piaga aperta nel cuore della Chiesa in Cile. Al tempo stesso rinnoviamo la nostra speranza perché vediamo nell’intervento del Successore di Pietro un cammino concreto per – tutti uniti – essere in grado di aiutare a sanare e a riparare le ferite che ancora restano aperte. La Lettera del Papa la riceviamo come un invito ad assumere questa sfida con magnanimità e umiltà. Per intraprendere questo cammino ci poniamo, come Chiesa, in uno stato di preghiera, ascolto e discernimento, nonché di disponibilità per rinnovare la comunione ecclesiale. Vogliamo farci carico degli errori che ci corrisponde e correggerli in modo tale che la Chiesa sia, sempre di più, un ambiente sano e sicuro per i bambini, bambine e giovani. Come ci ha detto Francesco: ‘Amiamo la verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciamoci convertire’. Chiediamo alle nostre comunità che ci aiutino con i loro consigli e preghiere, così come lo chiede lo stesso Papa. Le vittime devono essere il primo motivo della nostra preghiera e riparazione.
    Che la Madonna del Carmine ci aiuti in questo cammino di conversione e di rinnovamento ecclesiale”.

    Il cardinale Errazuruz Ossa, invece, sembra voler prendere le distanze dalle scuse dei suoi confratelli. Il porporato 84enne in una intervista con la stampa cilena ha precisato di non aver dato “informazioni false” e che, ha aggiunto, non rientrava “tra i miei compiti” informare il Papa “sulle difficoltà, i possibili errori o i mali che soffre la Chiesa in tutti i paesi”.

  • Cile, Errazuriz: “Non ho fornito io al Papa notizie false sugli abusi”

    Cile, Errazuriz: “Non ho fornito io al Papa notizie false sugli abusi”

    Il cardinale, anche membro del C9, si difende dalle accuse dopo la lettera del Papa: «Non era tra i miei compiti informare il Pontefice su questi casi, ci sono altri canali». La diocesi di Santiago convoca intanto “uno stato di preghiera”

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Non sono stato io ad aver fornito «informazioni false» al Papa sui casi di abusi di padre Fernando Karadima, né rientrava «tra i miei compiti» informare il Pontefice su questi casi. In una intervista con la stampa cilena il cardinale Francisco Javier Errazuriz Ossa, arcivescovo emerito di Santiago, prende le distanze da chi, dopo la lettera di Papa Francesco dello scorso 11 aprile (ma già da molto prima), lo accusa di essere uno dei responsabili della «mancanza di informazione veritiera ed equilibrata» denunciata dal Pontefice nella lettera ai vescovi cileni, insieme al nunzio Ivo Scapolo e al cardinale Ricardo Ezzati, attuale pastore di Santiago.

    Il porporato 84enne è il membro più anziano del C9, il Consiglio di nove cardinali chiamati dal Papa per assisterlo nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa. Un lavoro, dunque, a stretto contatto con il Pontefice: tuttavia, chiarisce Errazuriz, esso «non consiste nell’informare il Papa sulle difficoltà, i possibili errori o i mali che soffre la Chiesa in tutti i paesi».

    «Il Santo Padre conta con altri canali per questo», come le nunziature, «i rapporti settoriali che vengono consegnati regolarmente alle congregazioni romane, ossia, ai ministeri della Chiesa» e le periodiche visite ad limina, che i vescovi fanno ogni cinque anni. Nel 2017, la Conferenza episcopale del Cile è stata ricevuta non una ma due volte da Francesco: la prima il 20 febbraio, per circa tre ore , dialogando su tutte le problematiche del paese; la seconda il 24 dello stesso mese , per un incontro più informale alla presenza anche di sette capi Dicastero.

    In entrambe le occasioni si è affrontato il tema della pedofilia. Come riferiva ai microfoni dell’allora Radio Vaticana il cardinale Ezzati l’argomento è stato trattato «con molta sincerità, con la capacità – che il Papa ci ha chiesto – di essere attenti ai problemi, appunto, e alle ingiustizie che, quando si tratta soprattutto di pedofilia, sono mancanze gravissime riguardo ai diritti umani e sono anche un grave peccato davanti a Dio». «Il Papa – aggiungeva l’arcivescovo di Santiago – ci ha raccontato che una volta, uscendo dalla metropolitana di Buenos Aires, in una piazza affollata perché c’era una manifestazione, c’erano dei genitori con un bambino e questi genitori gridarono al piccolo: “Vieni via, perché ci sono i pedofili”. Il Papa ci rimase male, ma ora ci ha detto: “Guardate fino a che punto può arrivare una mentalità che vede il male dappertutto”. Quindi ci ha invitato a superare anche questa situazione».

    E in Cile i casi di abusi sessuali perpetrati dal carismatico Karadima e non solo, “insabbiati”, a detta delle vittime, dalle gerarchie ecclesiastiche, hanno creato un grosso malessere che ha portato le parrocchie a svuotarsi e una Chiesa che durante gli anni di dittatura di Pinochet aveva brillato per la vigorosa denuncia delle violazioni dei diritti umani e la difesa dei più deboli a godere di una pessima reputazione. In alcune diocesi, come quella di Osorno, dove è stato nominato come vescovo uno dei più stretti collaboratori di Karadima, Juan Barros, sono numerose manifestazioni di protesta.

    Il cardinale Errazuriz, interpellato sulla situazione, spiega che all’inizio dell’inchiesta su Karadima, parroco di El Bosque, legato a personaggi di potere della Chiesa e della politica cilena, formatore di circa la metà del clero e dell’episcopato cileno, «era quasi impossibile avere una visione realista di quello che accadeva». Le persone vicine al sacerdote «lo proteggevano e non parlavano mai male di lui». «Grazie a Dio – aggiunge il prelato – tre di loro, Andres Murillo, Juan Carlos Cruz e il dottor Hamiliton, hanno rotto questo silenzio».

    Proprio Murillo, Cruz ed Hamilton puntano oggi il dito contro Errazuriz, affermando che da anni il cardinale, insieme a Scapolo ed Ezzati, ignora totalmente le loro richieste d’aiuto, le loro denunce e gli appelli per la verità. Le tre vittime, che hanno fornito la più grossa percentuale di materiale all’inchiesta condotta dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna , inviato dal Papa a febbraio per indagare sulla vicenda, sono state invitate in Vaticano insieme ai vescovi cileni per incontrare Francesco «nelle prossime settimane».

    Lo hanno confermato loro stessi ieri in un comunicato comune, in cui spiegano di star «valutando la possibilità di assistere» all’incontro con Bergoglio, nei confronti del quale ribadiscono la profonda gratitudine per la lettera. «Il senso di tutte le nostre azioni è sempre stato il riconoscimento, il perdono e la riparazione per quanto si è sofferto, e continuerà ad essere così, finché la tolleranza zero dell’abuso e della copertura dell’abuso nella Chiesa diventerà una realtà», scrivono.

    In particolare Cruz, interpellato dall’Ansa degli Stati Uniti, dove vive ormai da anni e dove ha pubblicato il suo libro “La fine dell’innocenza” in cui racconta la sua esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha detto che le parole del Pontefice lo hanno «colpito e commosso»: «Il Papa si è svegliato» e «gliene sono grato». Apprezzabile, a detta dell’uomo, anche il gesto di convocare l’episcopato cileno a Roma «dove saranno decise azioni a breve e lungo termine».

    Intanto l’arcidiocesi di Santiago ha convocato in tutta la Chiesa del paese latinoamericano «uno stato di preghiera», assecondando la richiesta del Pontefice nella sua missiva. Si tratta di «un tempo di profonda riflessione e serie decisioni che devono essere prese dal Santo Padre», spiega una nota dell’ufficio stampa diocesano. «In questo modo tutti i fedeli e le persone di buona volontà sono chiamate a pregare, a livello personale e comunitario, il futuro della Chiesa e il suo servizio pastorale e umano».

    Sulla stessa scia, l’arcivescovo Ezzati ha organizzato un incontro con tutti i sacerdoti della diocesi per approfondire la lettera del Papa «Ci sembra di massima importanza che, come clero, possiamo condividere, riflettere e accogliere ciò che il Papa ha voluto trasmettere alla Chiesa che è pellegrina in Cile con questo coraggioso intervento. Sarà positivo per noi condividere e ascoltarci a vicenda». L’incontro, riferiscono i media locali, dovrebbe svolgersi il prossimo giovedì 19 aprile, intorno alle 10, nell’arcivescovado.

    http://www.lastampa.it/2018/04/13/vaticaninsider/ita/vaticano/cile-errazuriz-non-ho-fornito-io-al-papa-notizie-false-sugli-abusi-2VsmyJtVSIMdaUSgRIvxxM/pagina.html

  • Caso Barros, Papa Francesco: «Ho commesso errori di valutazione, mancate informazioni veritiere»

    Caso Barros, Papa Francesco: «Ho commesso errori di valutazione, mancate informazioni veritiere»

    Lettera del Pontefice ai vescovi cileni sul caso di pedofilia: «Dolore e vergogna per le molte vite crocifisse». E per ora non annuncia provvedimenti specifici

    «Riconosco di aver commesso errori gravi di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». Tradotto: non me l’avete raccontata giusta. La lettera di Papa Francesco ai vescovi cileni dopo il caso Barros, resa pubblica mercoledì sera, fa pensare che le cose dovranno cambiare nella Chiesa cilena e le sue gerarchie, «sarebbe anche opportuno porre la Chiesa del Cile in stato di preghiera». Per ora il Papa non annuncia provvedimenti specifici, né contro Barros né contro altri vescovi accusati dalle vittime di aver coperto il prete pedofilo Fernando Karadima, uno scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena e funestato la visita di Francesco a gennaio. Ma Francesco ripete di provare «dolore e vergogna per «le molte vite crocifisse», scrive e convoca i vescovi a Roma «per discutere insieme» e decidere «atti concreti», ovvero «misure a breve, medio e lungo termine» per «ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, riparare lo scandalo il più possibile e ripristinare la giustizia». È notevole il fatto che il Papa riceverà in Vaticano anche le vittime che accusano Barros e altri vescovi: «Mi scuso con tutti coloro che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone sentite» durante l’inchiesta.

    L’inchiesta

    Francesco, a febbraio, aveva infatti mandato in Cile l’arcivescovo Charles Scicluna, uomo di punta del Vaticano nelle indagini contro gli abusi su minori, per fare luce sul caso Barros e ascoltare i suoi accusatori. Già il 16 gennaio,appena arrivato in Cile, aveva espresso «dolore e vergogna». Su Barros però aveva esclamato: «Non c’è l’ombra di una prova, sono calunnie». Nel volo di ritorno si era scusato («so che molta gente abusata non può portare prove») ma aveva spiegato di aver respinto per due volte le dimissioni di Barros dopo avergli parlato, di essere «convinto sia innocente» e di non poter condannare senza «evidenze»: «Io non ho sentito nessuna vittima di Barros, non si sono presentate. Se una mi dà evidenze, ho il cuore aperto». Pochi giorni dopo, il Vaticano informava che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute» Francesco avrebbe inviato Scicluna in Cile. È lo stesso Francesco a scrivere che sono stati sentiti 64 testimoni e raccolte 2300 pagine di verbale: «Dopo una lettura meditata degli atti di questa missione speciale, credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno e senza edulcorazioni di molte vite crocifisse e vi confesso che questo mi causa dolore e vergogna». Oltre a Barros, le vittime accusano altri tre monsignori, Andrés Arteaga Horacio Valenzuela Tomislav Koljatic, pure loro nella «fraternità» di Karadima e divenuti vescovi, come Barros, ai tempi di Wojtyla. E hanno accusato i cardinali Ricardo Ezzati e Francisco Javier Errázuriz di aver mentito e coperto lo scandalo, un’accusa pesante: i due proporati sono l’arcivescovo di Santiago e l’emerito che fa parte del «C9», il gruppo di consiglio del pontefice.

    La difesa dei vescovi

    I crimini di Karadima, «guida spirituale» della «Pia unione» fondata nella parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque, iniziarono negli anni Ottanta, ancora nel pieno della dittatura di Pinochet. Il presidente della Conferenza episcopale del Cile, monsignor Santiago Silva, ha assicurato che anche l’episcopato condivide «il dolore» del Papa, «forse non abbiamo fatto tutto quanto avremmo dovuto. Nostro impegno è che cose del genere non si ripetano mai più». E le informazioni non veritiere arrivate al Papa? «Non si riferiva a noi», dice.