Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • Muore don Giacomoni, il parroco condannato per abusi

    Muore don Giacomoni, il parroco condannato per abusi

    Le sue condizioni di salute erano già da tempo precarie e il contagio da Covid non gli ha lasciato scampo. E’ deceduto nella tarda serata di martedì, all’Ospedale civile di Ravenna dove era ricoverato da alcuni giorni, Don Giuseppe Giacomoni, uno dei sacerdoti più discussi nella storia di Cesenatico.

    Nato a Montescudo di Rimini il 4 giugno 1925 e ordinato sacerdote il 28 giugno 1953, era il sacerdote più anziano della Diocesi. Da anni risiedeva presso l’Opera Santa Teresa di Ravenna, dopo un lungo ministero sacerdotale svolto anzitutto come membro della famiglia salesiana.

    Fu direttore del Collegio delle Scuole Salesiane di Faenza. Passò alcuni anni all’estero quale cappellano degli emigrati italiani. Negli anni Novanta fu accolto presso la parrocchia di San Giacomo, a Cesenatico. Svolse in seguito il suo ministero a Villalta e in aiuto ai sacerdoti delle comunità della zona pastorale del mare. Dal 2001 fu inserito a pieno titolo nel presbiterio diocesano di Cesena-Sarsina. Don Giacomoni, però, fece parlare di sé soprattutto nell’ottobre del 2006 quando venne arrestato a Forlì per abusi su minori. Il prete degli “immigrati”, come lo chiamava la gente, fu accusato di ricatti e violenze sessuali, assieme ad un noto ristoratore di Cesenatico. Presidente dell’associazione Arcobaleno, accreditata presso il tribunale dei minori di Bologna, il sacerdote fu accusato di aver indotto alcuni ragazzi stranieri alla prostituzione e di aver lui stesso abusato di loro. Un’accusa che gli valse in Cassazione la condanna a sei anni ed otto mesi.

    La Messa esequiale, presieduta dal vescovo Douglas Regattieri, si terrà sabato 5 dicembre alle 10 in Cattedrale. La salma sarà portata al Cimitero urbano di Cesena e sepolta nel campo riservato ai sacerdoti.

    https://www.livingcesenatico.it/?p=59553

  • Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che  il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.

    Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
    Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo  Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
    “Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar  frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso  Enrico De Pedis”.
    Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto  rimasti tutti sconosciuti.
    Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
    Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
    Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo  d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
    Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
    Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio,  tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
    Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
    Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
    Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
    1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché.  Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
    2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
    3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
    “in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
    senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
    “clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
    A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
    Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
    Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato.  Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
    Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire  spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
     Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
    Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero…  Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
    Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
    “Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
    Staremo a vedere.
    Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
    “C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
    A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
    Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
    “L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
    Nascerà così anche  la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
    Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”,  ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-mafia-magliana-2874177/
  • Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Vaticano: Nuzzi, madre Teresa aveva un maxi-conto allo Ior

    Madre Teresa di Calcutta aveva un conto corrente allo Ior talmente grande che, si dice, se lo avesse chiuso l’istituto avrebbe rischiato il default. Gianluigi Nuzzi spiega cosi’, conversando con l’Agi prima della conferenza stampa ufficiale, uno dei temi principali del suo libro, ‘Peccato originale’ in uscita per Chiarelettere. “In Vaticano c’e’ un blocco di potere che ostacola l’azione riformatrice di Francesco cosi’ come ha fatto con Benedetto XVI – spiega il giornalista – esisteva con Marcinkus e la sua gestione parallela dello Ior ed esiste ancora oggi”. Cosa c’entra questo ‘blocco’ con la santa di Calcutta? “Il suo conto nella banca del Vaticano e’ la prova che questi signori erano e sono tuttora all’interno della curia e di loro ci si fida. Lo ha fatto anche madre Teresa che, si racconta, entrava allo Ior da una porta secondaria ed era accolta da monsignor De Bonis, il braccio destro di Marcinkus”. Nel libro, Nuzzi scrive che quando Paolo VI nomino’ il prelato americano presidente dell’istituto di credito vaticano nel 1970, questi volle al suo fianco monsignor De Bonis. “Da quel momento l’asse di potere si rafforzo’ giorno dopo giorno – si legge nel libro – De Bonis era un fine conoscitore di ogni meandro segreto della banca. E si muoveva con destrezza nei sacri palazzi, mostrando piu’ familiarita’ con il jet set del cinema che con le anime bisognose di conforto dei fedeli, piu’ affinita’ con gli uomini dei palazzi romani che con i poveri di madre Teresa”.

    Vaticano: Nuzzi,abusi sui chierichetti del Papa nei sacri palazzi

    “Credo che ci sia una storia di abusi in Vaticano su cui non e’ stata ancora fatta luce e sulla quale in troppi in questi hanno hanno taciuto”. Gianluigi Nuzzi e’ convinto che quella che forse e’ la rivelazione piu’ importante di ‘Peccato originale’, il suo ultimo lavoro in libreria da oggi per Chiarelettere, potrebbe dare il via a una clamorosa indagine all’interno del Vaticano. La storia raccontata da Nuzzi, grazie alla testimonianza di un ex ragazzino polacco che sognava di servire messa accanto al Papa e che oggi ha 19 anni, Kamil Tadeusz Jarzembowski, parla di abusi su adolescenti (in particolare su uno, il suo compagno di stanza Paolo, nel 2014 “almeno 140 volte”) da parte di un seminarista piu’ grande “pupillo del rettore”, oggi ordinato prete, nel preseminario San Pio X, che ha sede a palazzo San Carlo all’interno della citta’ del Vaticano (nell’altra ala c’e’ l’attico dell’ex segretario di Stato Bertone). Nuzzi parla anche di una serie lunghissima di denunce fatte dall’ex studente polacco, allontanato dal collegio dopo aver rivelato gli abusi, che non hanno avuto alcuna risposta da parte del clero. “Si tratta di una vicenda di abusi sessuali, clima di violenze e atti di prevaricazione nell’unica comunita’ di ragazzi all’interno delle mura leonine – racconta Nuzzi -. In questa struttura le diocesi mandano i bambini della scuola media e del liceo che hanno la vocazione: vivono nel collegio vaticano frequentando una scuola privata parificata nel centro di Roma e il loro sogno e’ di partecipare come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro alla messa del Papa”. In una lunga intervista, Kamil spiega di aver denunciato i fatti a alti prelati – nel libro fa il nome del vicario del Papa per il Vaticano – e di essersi rivolto anche alla segreteria di Stato e alla Congregazione per la dottrina della fede. “Unico risultato ottenuto da Kamil – racconta Nuzzi – e’ stato di essere allontanato al preseminario. Da tutti, invece, ha ricevuto lettere in cui veniva invitato a ritrovare la serenita’ e la pace senza che ci fosse una smentita dei fatti da lui denunciati da parte degli organi della Santa Sede”. Gianluigi Nuzzi, che racconta di avere anche altre testimonianze della situazione incresciosa che si vive(va) nel prseminario, annuncia che “una copia del libro sara’ consegnata questa mattina al promotore di giustizia vaticano, Gian Pietro Milano, dall’avvocato Caterina Malavenda, con allegata una mia breve lettera, perche’ faccia le sue valutazioni dei fatti”. Intanto, scrive ne libro, “Jarzembowski e’ stato sentito dai carabinieri di Trastevere a Roma, mentre Paolo, la presunta vittima, accompagnato dal proprio legale, ha avuto un incontro con gli avvocati della possibile controparte. A loro – scrive Nuzzi – avrebbe di fatto ribadito le accuse e il racconto dell’amico polacco. Se questa vicenda dovesse essere accertata – conclude – sarebbe clamorosa: per la prima volta, infatti, si scoprirebbero abusi sessuali compiuti all’interno dei sacri palazzi e, ancora piu’ grave, in un preseminario che protegge e accudisce giovani desiderosi di servire messa nella basilica di San Pietro e magari di avviarsi lungo la strada del sacerdozio”.

    Orlandi: Nuzzi, una trattativa riservata tra i pm e il Vaticano

    Cosa ci faceva il procuratore aggiunto della Repubblica, Giancarlo Capaldo, in Vaticano in un pomeriggio di febbraio 2012? In una scena del film di Roberto Faenza, “La verita’ sta in cielo” stava facendo un accordo per ottenere informazioni su Emanuela Orlandi in cambio di un aiuto per risolvere l’imbarazzante caso della sepoltura di Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana, a Sant’Apollinare. Gianluigi Nuzzi traspone la scena dalla finzione cinematografica al suo libro ‘Peccato originale’ in uscita oggi per Chiarelettere. “Secondo i testimoni che ho sentito, quell’incontro avvenne realmente – sostiene il giornalista – tra Capaldo e uno dei monsignori piu’ influenti della curia, che aveva la fiducia del segretario di Stato Tarcisio Bertone e dell’influente Georg Ganswein, assistente personale di papa Benedetto XVI. E’ la prova che avvenne una trattativa riservatissima tra Vaticano e Procura di Roma per chiudere definitivamente il caso Emanuela Orlandi”. La vicenda della cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia scomparsa il 22 giugno 1983 a 15 anni, racconta Nuzzi, “preoccupava anche Benedetto XVI tanto da spingere la Santa Sede ad aprire, negli ultimi due anni del suo pontificato, un dialogo segreto, una ‘trattativa’ con la procura di Roma. Un caso che ha visto l’interesse anche di papa Francesco, con la richiesta di approfondimenti affidata al suo primo collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin. Quest’ultimo – spiega – ha anche incontrato il fratello di Emanuela Orlandi”. Come scrive ancora il giornalista, quella trattativa era a buon punto quando arrivo’ come procuratore capo a Roma Gianluca Pignatone che avoco’ a se’ l’inchiesta e decise di aprire la tomba di De Pedis. “Non so dire cosa si sappia in Vaticano di questa vicenda – dice ancora Nuzzi – di certo molte intercettazioni lasciano numerosi interrogativi, come quella che pubblico sul libro del capo della Gendarmeria e un suo sottoposto chiamato a testimoniare nel ’93 sul caso Orlandi. Perche’ – si chiede Nuzzi – gli deve dire in tono perentorio: che cosa sappiamo noi della Orlandi? Niente, noi non sappiamo niente!”. (AGI) Cau 091333 NOV 17 NNNN

    http://www.affaritaliani.it/cronache/madre-teresa-conto-allo-iornel-libro-di-nuzzi-abusi-su-chierichetti-e-508989.html

  • Caso Emanuela Orlandi: il dossier segreto in mano a collaboratori di Ratzinger

    Caso Emanuela Orlandi: il dossier segreto in mano a collaboratori di Ratzinger

    È un dossier segreto, chiuso all’interno del Vaticano e in mano agli uomini più vicini a Papa Ratzinger. Non si arrende Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la figlia scomparsa di un commesso della Prefettura della Casa pontificia. Quei documenti, secondo il Fatto Quotidiano, potrebbero essere il pezzo mancante di un puzzle che porterebbe alla verità sul caso di Emanuela Orlandi.

    Sono trascorsi 34 anni da quel 22 giugno dell’83, giorno della scomparsa della ragazza, all’epoca dei fatti appena 15enne. Da allora, nessuna traccia di lei. Il fratello Pietro per tutti questi anni non si è mai arreso, ed ha inseguito la strada per trovare verità e giustizia per sua sorella. Tutto sembrava portare ai Testaccini, il nucleo più potente e misterioso della banda della Magliana, che per oltre 10 anni ha comandato a Roma. Su tutti un nome: il boss Renatino De Pedis, che per 20anni è stato sepolto nella basilica Sant’Apollinare.

    “L’esistenza di quel dossier sulla scomparsa di Emanuela è confermata dall’intercettazione fra il vice ispettore della gendarmeria Vaticana Raoul Bonarelli e un suo superiore, il giorno della scomparsa della ragazzina” spiega Pietro al Fatto durante  un presidio in ricordo della sorella, per chiedere risposte al Vaticano. La telefonata di cui parla è agli atti dell’inchiesta archiviata dal gip di Roma, su richiesta della procura, nel 2012: “Nella conversazione telefonica, il superiore dice che “la cosa è andata” alla Segreteria di Stato”. La “cosa” è la documentazione sulla scomparsa di Emanuela.

    Ma gli elementi non finisco qui: in “La verità sta in cielo”, film di Roberto Faenza, la sequenza finale descrive un incontro tra il magistrato dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza e un alto prelato. La sequenza, citata anche nell’istanza presentata in Vaticano dai legali di Pietro, mostra la consegna del dossierOrlandi in cambio della rimozione della salma di De Pedis da Sant’Apollinare, dato che la sepoltura stava provocando grande imbarazzo al Vaticano. Sono questi gli elementi che hanno portato il fratello di Emanuela, l’anno scorso, a richiedere un incontro con il segretario di Stato Parolin.

    Nei giorni scorsi invece, è stata presentata un’istanza dallo studio legale della famiglia Orlandi. La risposta è arrivata tramite Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: “Per il Vaticano è un caso chiuso”. Il fratello Pietro e la famiglia non intendono fermarsi e accantonare la storia del rapimento di sua sorella, nonostante l’archiviazione  dei magistrati e il silenzio del Vaticano. Anzi, è sicuro di arrivare alla verità: secondo fonti autorevoli il dossier era a disposizione dei collaboratori più stretti di Papa Ratzinger. Questo elemento verrà presentato dagli Orlandi alla Segreteria di Stato.

  • Pietro Orlandi: Wojtyla sapeva, non dovrebbe essere santo

    Pietro Orlandi: Wojtyla sapeva, non dovrebbe essere santo

    L’accusa del fratello della ragazza scomparsa nel 1983: “Purtroppo c’è chi rema contro e fa di tutto per far sì che la verità non venga fuori”

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, è intervenuto questa mattina ai microfoni di Radio Roma Capitale nel corso della trasmissione “Roma ogni giorno”.

    Il fratello della ragazza scomparsa nel 1983 ha commentato in diretta il film di Roberto Faenza “La verità sta in cielo” lanciando pesanti accuse contro la Santa Sede ed in particolare contro Papa Giovanni Paolo II: “Il film – ha spiegato Orlandi – è basato su tutti documenti che sono in procura e sui verbali delle indagini. Il regista si è soffermato sui punti che non sono stati approfonditi dall`inchiesta e avrebbero potuto portare al processo. Secondo me Papa Wojtyla era al corrente di quanto accaduto. Se Wojtyla fosse stato a conoscenza sarebbe un grande problema raccontare per la Chiesa cosa è accaduto, perché ormai è stato fatto santo”.

    “Purtroppo c’è chi rema contro e fa di tutto per far sì che la verità non venga fuori”, ha detto ancora Orlandi.

    “Io personalmente non sono stato d’accordo con la santificazione di Giovanni Paolo II. L`omertà è continuata anche con Ratzinger e Bergoglio. Dopo dieci giorni dall`inizio del suo pontificato ho incontrato papa Francesco che mi ha detto: ‘Emanuela sta in cielo’. Dal Vaticano mi aspetto una risposta, ora non possono più dire di non sapere”.

    “Questa vicenda non riguarda solo Emanuela, ma riguarda la giustizia in generale”, ha concluso Pietro Orlandi.

    http://www.today.it/cronaca/emanuela-orlandi-wojtyla-santo.html

  • Varazze, 1907: lo scandalo del collegio dei salesiani e i moti anticlericali

    Varazze, 1907: lo scandalo del collegio dei salesiani e i moti anticlericali

    UN BELLISSIMO ARTICOLO CHE RACCONTA VECCHI SCANDALI ECCLESIASTICI. SONO FATTI AVVENUTI UN SECOLO FA….ANCHE SE NON SEMBRA.

    “La scena politica italiana degli inizi del Novecento fu caratterizzata da un’opinione pubblica divisa sostanzialmente fra clericali ed anticlericali, questi ultimi quasi sempre di ispirazione socialista.Già poco prima dell’Unificazione vi erano state leggi molto discusse volte alla laicizzazione dello Stato, come la Siccardi del 1850 che prevedeva la riorganizzazione dei beni della Chiesa, l’abolizione del Foro ecclesiastico e di diversi diritti riservati al clero, e la legge Rattazzi di qualche anno dopo, volta, tra l’altro, a chiudere le istituzioni religiose prive di utilità pubblica (furono soppressi circa 334 conventi).

    Gli scandali legati a suore, preti e prelati rappresentavano per la stampa di area socialista una vera e propria ghiottoneria e così faceva notizia tutto ciò che poteva riguardare la corruzione morale e materiale del clero.In un periodo di soli pochi giorni dell’estate del 1907 si poteva leggere, ad esempio, di “Atti nefandi in un asilo di pseudomonache – cinque donne e un prete arrestati”, de “L’arresto di don Riva a Torino”, coinvolto in uno scandalo di abusi sessuali verso una fanciulla, fatto noto come “lo scandalo Fumagalli”, de “Gli scandali nell’educatorio di Alassio”, dove don Bretoni venne accusato di sevizie sessuali verso un ragazzo tredicenne, di “Suore denunciate al Procuratore del Re per maltrattamenti e inganni”[5] a Trani.Fra i tanti scandali di quell’epoca, spicca il fattaccio che coinvolse il collegio dei Padri salesiani di Varazze, un cattivo affare frutto di un’”epidemia nera”che ebbe conseguenze di dimensioni a dir poco colossali.Nella bellissima cittadina ligure sorgeva un collegio costruito nel 1871 a spese della comunità per la ragguardevole cifra di 110.000 lire, il quale venne visitato dal “Santo dei Fanciulli” e quindi venduto ai padri salesiani; si trattava evidentemente di una manovra amministrativa poco pulita, dal momento che l’edificio fu ceduto allo scontatissimo prezzo di 40.000 lire.

    Non solo: la comunità di Varazze era tenuta a pagare prima 12.000 e poi 6.000 lire ai confratelli di don Bosco quale contributo per le attività scolastiche. Il 31 luglio il quotidiano “Il Caffaro” riportava in un articolo a piena pagina il quale informava che “mentre l’intera nazione è tutt’ora sotto la più penosa impressione per i turpi fatti accaduti nel collegio Greco-Milanese (abusi verso fanciulle, ndr.), giungono oggi notizie di altri scandali scoperti nel Collegio dei Salesiani della vicina Varazze.

    La notizia grave giunge fra noi inattesa come un fulmine, aumentando negli animi l’impressione dolorosa”.Era accaduto che la signora Besson, figlia di quello che fu fino a qualche anno prima il console francese presso il Regno di Sardegna, aveva ottenuto dal figlio Alessandro delicate confessioni circa abusi sessuali subiti nel collegio di Varazze, dov’era ospitato.

    La madre aveva incaricato il figlio di redigere un diario dettagliato sulle giornate trascorse presso il collegio dei padri salesiani: in quello che presto sarà il famigerato “Diario Besson” (ne parlerà a lungo il poeta e scrittore Gian Pietro Lucini, grande amico di Paolo Valera), il ragazzo aveva riportato di effigi del re distrutte, di messe nere tenute in “costume adamitico” e di atti sessuali fra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e gli alunni convittori.Subito era partita un’inchiesta ed il 30 luglio il sottoprefetto cavalier Silva si presentò al collegio di Varazze con otto agenti, separò gli alunni dagli insegnanti ed iniziò gli interrogatori.

    Dalle prime indagini risultò che cinque ragazzi avevano subito violenze comprovate da certificazione medica, anche se però non era del tutto chiara la causa. Verso sera il procuratore del re, il cavalier Polito de Rosa spiccò un mandato d’arresto per il sacerdote trentenne don Giulio Disperati, insegnante presso il ginnasio e per il guardarobiere del collegio, Giovanni Lattuada, “incaricato della pulizia dei convittori”.

    Nel frattempo si era sparsa la notizia dei gravi fatti e una folla inferocita si recò sotto le finestre del collegio fischiando ed urlando invettive contro i padri salesiani. Anche a Savona e a Spezia il mormorio popolare, aggravando fantasiosamente l’accaduto, aveva dato il via a dimostrazioni anticlericali, sobillate molto probabilmente dalle forze socialiste radicate nelle due città portuali.

    Giunse poi a Varazze la signora Besson per ritirare il figlio dall’istituto e per cooperare nelle indagini, ma venne riconosciuta da alcuni abitanti e quindi insultata e minacciata al punto da dover essere messa sotto la scorta di due carabinieri reali. Poco dopo fu emanato l’ordine di chiusura provvisoria del collegio.

    L’interrogatorio dei ragazzi aveva innescato un’aspra polemica fra il direttore dell’istituto, il sacerdote don Carlo Maria Viglietti ed il cavalier Zaglia: il primo incolpava il secondo di pressioni psicologiche e di confessioni estorte, l’altro sosteneva ovviamente il contrario.Il giorno successivo “Il Corriere della Sera” riportava una lunga nota in cui dal Vaticano partivano gli strali contro gli inquirenti, accusati di aver sottoposto i giovani “a una vera tortura morale da insidiosi interrogatori” ed ancora di aver dato “forti tirate d’orecchi, schiaffi e percosse, finché qualche alunno impaurito o suggestionato disse che le accuse erano vere”.Non solo: “Un infame equivoco fu creato sulla messa nera.

    Gli alunni dissero che spesso l’avevano vista celebrare dai salesiani, intendendo parlare delle messe da morto che vengono celebrate con le pianete nere. Allora gli interroganti spiegarono con ributtante linguaggio che la messa nera era una schifosa orgia e i poveri giovanetti, che non avevano nemmeno inteso parlare di tali nefandezze, ne ebbero per la prima volta cognizione dai vindici della moralità”.La Segreteria di Stato Vaticano protestava anche contro la “vergognosa visita fatta da un medico scelto dagli interroganti”e sempre “Il Corriere della Sera” riportava una nota a dir poco incandescente del papa apparsa su “La Corrispondenza romana”: “Pio X è rimasto profondamente colpito dalla benevola inerzia e dal mal celato appoggio del Governo e della sua stampa verso la campagna anticlericale organizzata dalla massoneria e dal socialismo e rafforzata dalla teppa.

    Mentre ormai tutti comprendono che lo sfruttamento in senso anticlericale dello scandalo Fumagalli è favorito dalla stampa ministeriale, come paravento  alla realtà tutt’altro che clericale dello scandalo stesso, è sopravvenuta l’enormità di Varazze, ove i rappresentanti del Governo hanno tenuto un comportamento ributtante di settari”. Il diario di Alessandro Besson era il motore immobile che faceva girare sempre più vorticosamente la catena degli eventi; riportava tuttavia la verità o i fatti erano frutto di chissà quali fantasie?

    Gli abusi sessuali dei padri salesiani nei confronti degli alunni erano accaduti realmente oppure erano il prodotto dell’immaginazione di un quattordicenne sognatore? Il “Corriere della Sera” del 2 agosto riportava una descrizione abbastanza pittoresca del ragazzo: “Egli ha circa 14 anni ed è un tipo speciale, degno dello studio di qualche scienziato. Ha tutte le caratteristiche esteriori del rachitico e dell’isterico: molto sviluppato di statura ha, come tutti i rachitici, le gambe eccessivamente lunghe, il busto corto ed esile, il torace pochissimo sviluppato, ha capelli biondi e alquanto lunghi, occhi non molto vivi, naso aquilino, quasi privo di setto nasale, terminante a punta e alquanto aguzzo.

    Parla a scatti e pare sotto l’impressione continua di una grande agitazione non giustificata”.  Un tentativo forse di screditarlo e quindi di rendere inattendibili le sue dichiarazioni? La stessa madre, si mormorava, avrebbe avuto interesse a screditare i salesiani per via di un torto subito in passato.

    Il diario del giovane riportava di fantasmi, considerati anime dei trapassati, che apparivano nella notte ai convittori, i quali li invitavano ad asportare dalle proprie case oggetti preziosi e denaro e quindi di dare il tutto ai padri del collegio; ed ancora indicavano ai ragazzi di compiere sacrifici, come prestare il proprio corpo o svegliarsi nella notte per pregare, al fine di placare l’ira del Padre Eterno dovuta alla “cacciata dei preti dalla Francia”[16]; vi era poi l’obbligo di assistere a messe tenute in strani abiti e dai riti curiosi, in cui le predice erano centrate sul fatto che il Governo dell’Italia sarebbe dovuto essere consegnato al Papa e all’Austria; ed ancora i convittori erano stati costretti a vedere l’impiccagione da parte dei padri salesiani e delle monache del convento di santa Caterina di un fantoccio raffigurante il re e la distruzione di un ritratto raffigurante Garibaldi.

    Sempre secondo il Besson, vi sarebbero state minacce di castighi e di pene fino alla morte volute da di Dio nel caso i giovani non avessero prestato fede al giuramento di omertà.Il giorno successivo gli inquirenti interrogarono separatamente gli alunni del collegio ed emerse che alcuni di essi avevano confermato gli abusi denunciati dal giovane Besson; sul corpo dei ragazzi vennero riscontrate dai medici lesioni da sevizie.Fu spiccato un mandato d’arresto nei confronti di un padre salesiano, don Musso, fino a qualche tempo prima insegnate presso il collegio di Varazze, il quale però non fu trovato in casa in quanto ormai si era dato frettolosamente alla fuga, o meglio a una “misteriosa scomparsa”, come asseriva il filoclericale “Secolo XIX”.

    Lo stesso quotidiano dovette tuttavia correggere il suo atteggiamento di prudenza quando, qualche giorno dopo, un altro padre salesiano inquisito, tal don Rolla, fece perdere le sue tracce.Nel frattempo le autorità di pubblica sicurezza fecero affluire in Liguria truppe dell’esercito di rinforzo ai carabinieri, dal momento che i disordini ed i moti anticlericali stavano assumendo proporzioni preoccupanti.Alla Spezia in particolare vi erano stati diversi casi di religiosi aggrediti e di chiese saccheggiate. In più occasioni i manifestanti ingaggiarono scontri violenti con le Forze dell’ordine: “Davanti alla chiesa dei Salesiani (di Spezia, ndr.) vennero lanciati dai soliti ignoti sassi contro le truppe. Dopo i segnali venne fatta una prima scarica.

    Seguitando la sassaiola, seguì una seconda scarica a salve. Rimasero feriti vari carabinieri e guardie. Nel frattempo essendo stato ferito pittosto gravemente un carabiniere vennero sparati alcuni colpi di rivoltella. All’angolo di via Napoli un individuo non ancora identificato venne ferito all’addome cadendo morto al colpo”.A Roma furono appesi manifesti dai filoclericali con i quali si dava sostegno alla tesi secondo cui i fatti di Varazze altro non erano che manovre massoniche e socialiste atte a screditare l’Italia nei confronti dei Paesi esteri e da lì a trasformare il fattaccio del collegio dei Salesiani in una bagarre parlamentare il passo fu breve.Ci furono invettive di deputati di una parte contro quelli dell’altra, comizi nelle piazze di tutt’Italia dove gli esponenti dell’ala filoclericale attaccavano duramente tutti i politici che non apparivano devoti a Santa Romana Chiesa.

    Mentre il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si dava da fare per smentire un articolo apparso su “La vita pubblica” nel quale veniva riportata una sua idea circa legge atta a ridurre la punibilità delle congregazioni religiose, i tumulti continuavano ed aumentavano di numero e di gravità in tutto il Paese. Dalla Spezia giungevano in continuazione notizie allarmanti di scontri di inaudita violenza, con carabinieri e dimostranti gravemente feriti; in uno scontro con le Forze dell’ordine cadde un secondo giovane operaio, tal Angelo Micchi.Per i religiosi del Belpaese le cose non andavano certo meglio, dal momento che vi furono numerose aggressioni fisiche e verbali, come quelle rivolte a Firenze al noto astronomo padre Guido Alfani e a Milano don Guido Gondangelo; a Roma l’abate dei cistercensi, don Amedeo de Bie, fu oggetto di una sassaiola, stessa sorte toccò al vescovo di Faenza, mentre a Palermo un tal Padre Pasta venne soccorso da un giovane operaio filoclericale armato di rivoltella, il quale salvò il sacerdote da un gruppo di socialisti inferociti che lo insultavano al grido di “abbasso i preti, viva la scuola laica”.

    Da ogni città erano segnalate agitazioni e cortei di protesta, cariche dei carabinieri sui dimostranti, vetri delle chiese infranti, conventi imbrattati; a Sampierdarena una folla inferocita si diresse al convento dei padri salesiani con l’intento di appiccarvi fuoco: i dimostranti resero inoffensivi i due carabinieri di guardia e sfondarono il portone. Furono gli stessi frati a sparare sette colpi a vuoto e quindi ad allontanare i manifestanti, ma ci vollero un battaglione di alpini ed uno di finanzieri per disperdere i rivoltosi. La paura era molta e motivata, tanto che diversi collegi dei salesiani furono prudentemente chiusi ed i preti andavano armandosi: “E’ ormai dimostrato che nelle manifestazioni pubbliche di questi giorni predomina la teppa, per cui moltissimi preti fecero domanda per ottenere il porto d’armi allo scopo di poter difendersi se aggrediti”.

    La Chiesa sospese i pellegrinaggi previsti per il giubileo sacerdotale, la Camera del Lavoro ligure indisse uno sciopero generale, le donne di Varazze organizzarono una marcia di sostegno ai padri salesiani e il circolo “Giordano Bruno”, un’organizzazione laicista ampiamente diffusa, pubblicò un nuovo manifesto: “Non una reale giustificazione, non una smentita sulla gravità terribile delle accuse, ma la vacua bestialità delle ingiurie ed il grottesco appello all’intervento delle potenze straniere e la minaccia di sopprimere il misero beneficio di pellegrinaggi di cui hanno usufruito poche congregazioni religiose costrette dalla civiltà degli altri paesi a sfruttare il nostro”. Il 5 agosto una nota dal Vaticano informava: “Da ottima fonte documentata possiamo affermare quanto segue:  la presente campagna anticlericale in Italia è sostenuta anche col denaro della massoneria francese.

    Tra la recente campagna elettorale e quella attuale del teppismo di penna e di piazza contro le case religiose, la massoneria francese ha speso in Italia circa 150.000 lire – giova rammentare che i Besson, fabbricanti del fantastico romanzo di Varazze, sono francesi”.

    E così nell’estate del 1907 avvenne che un semplice ed quasi insignificante ragazzo di quattordici anni scosse la giovane Italia da cima a fondo; per alcuni si trattava di un sognatore, per altri di un diffamatore, per altri ancora di uno strumento in mano alle logge massoniche. Più probabilmente fu solo un giovane stanco di essere vittima di abusi sessuali da parte dei padri salesiani del collegio di Varazze in cui era ospitato.

    Una curiosità: nello stesso anno in cui si svolsero i fatti, era ospitato presso il collegio di Varazze l’allora undicenne Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica italiana. 

    Varazze, 1907: lo scandalo del collegio dei salesiani e i moti anticlericali