L’incontro mondiale sul tema degli abusi clericali verso i minori e gli adulti vulnerabili, indetto da Francesco tra il 21 e il 24 febbraio scorso, è stato soprattutto un momento di confronto con la verità delle vittime, che sono state ascoltate dai cardinali radunati in Vaticano.
È da poco noto il video-testimonianza di Alessandro, abusato da don Mauro Galli, prete protetto dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: «Ho smesso di credere in Dio perché non può esistere un Dio che permette tutto questo… Sono stato abusato dal prete a cui avevo affidato la mia vita, a cui io confidavo tutto». Le parole del giovane ragazzo riconducono al tema dell’abuso psicologico, il grande assente nel summit antipedofilia. Perché, come dichiara Francesco nel documento finale, «È difficile comprendere il tema degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità psicologica e fisica». Se si fosse voluto affrontare il problema della pedofilia clericale in modo risolutivo, tra le azioni prioritarie si sarebbe dovuto mettere mano alla revisione degli statuti e dei Regolamenti interni che legittimano l’azione dei movimenti ecclesiali, come l’Opus Dei, il movimento dei Focolari, Comunione e Liberazione, i neocatecumenali. I ragazzi abusati in queste istituzioni sono vittime di derive settarie che lavorano sulle coscienze. La revisione dei documenti interni è avvenuta per i Legionari di Cristo, ma soltanto dopo l’emersione dello scandalo legato al suo fondatore Marcial Maciel Degollado. Più volte i transfughi hanno raccontato la violazione, che si compie internamente alle istituzioni, nei confronti della loro intimità psicologica, attraverso pratiche come la direzione spirituale, il colloquio fraterno, la confessione sacramentale. L’abuso psicologico, nei movimenti ecclesiali o in contesti chiusi, sembra sistematico e strutturale. Lo stesso padre Giuliano Stenico, presidente dell’Associazione Ministri della Misericordia, durante un’intervista dichiarava, nel 2017 «Le suore, non di rado, sono vittime di abusi di autorità, un abuso psicologico frequente che purtroppo può essere il viatico dell’abuso sessuale». Lunedì 25 febbraio, a conclusione de l’incontro su “La Protezione dei Minori nella Chiesa”, si è svolta la riunione interdicasteriale, fortemente voluta da papa Francesco, per l’adozione di misure concrete nella lotta alla pedofilia clericale; l’individuazione degli ambienti ecclesiastici più inclini alle pratiche abusanti e una riforma dei loro Statuti/Regolamenti sarebbe quella ricaduta operativa che il popolo di Dio si aspetta da Francesco, al di là di proclami e linee guida; il traguardo più imminente, annunciato in queste ore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, sembra invece essere quello della redazione di un vademecum che ha lo scopo di aiutare i vescovi di tutto il mondo a comprendere chiaramente quali siano i loro doveri. Appare poco credibile che, nel 2019, un vescovo non conosca il proprio dovere in merito alle notizie di reato di cui viene a conoscenza.
Per attuare un’azione concreta di contrasto alla pedofilia clericale la Santa Sede dovrebbe uscire dalle stanze vaticane; la Chiesa dovrebbe cominciare a dialogare con interlocutori diversi, come per esempio Eca (Ending Clergy Abuse) o Rete L’Abuso, ma anche con autori di libri denuncia come De l’emprise à la liberté a cura dello psico sociologo belga e professore emerito presso l’Università Cattolica di Lovanio Vincent Hanssens, scritto per édition mols, tradotto in italiano in formato e-book dallo stesso editore; un testo che contestualizza l’origine dell’abuso psicologico. Tra gli autori c’è anche padre Pierre Vignon, sacerdote diocesano e per molti anni giudice ecclesiastico, oramai noto per aver chiesto le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin che avrebbe coperto gli abusi sessuali compiuti da padre Bernard Preynat.
A fronte della tolleranza zero proclamata oramai da qualche anno, non si è trovato tempo, durante il summit, per una discussione sulla revisione di due testi cruciali: il Concordato tra Stato e Chiesa, che prevede per i vescovi italiani l’esonero della denuncia alle autorità civili (art. 4 comma 4) e la lettera De delictis gravioribus, firmata nel 2001 da Ratzinger, indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche; il documento afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, «sono soggetti al segreto pontificio». Ci si sarebbe aspettati cioè una risposta di assoluta trasparenza sui procedimenti canonici che coinvolgono i preti pedofili.
Centrale e costante è stato invece il riferimento al demonio, che secondo la tradizionale dottrina della Chiesa cattolica è una persona, non un’idea e nemmeno il peccato. Impossessandosi del corpo di una vittima, agisce attraverso di essa, facendole compiere azioni vergognose e incontrollate. Ne parla, a pochi giorni dall’inizio del summit, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nonché uomo di fiducia di Francesco, durante il suo intervento al Convegno biennale dell’Associazione Internazionale Esorcisti: «Il diavolo non è un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea», ma «un essere personale che ci tormenta»; in linea con le parole di Francesco che chiudono le giornate dell’evento: il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime verso la salvezza, che compie abusi sessuali, è uno strumento di satana. Nasce quindi un problema di imputabilità, perché se l’origine degli abusi clericali fosse davvero il diavolo servirebbero una schiera di esorcisti e non una magistratura pronta a perseguire i crimini. L’esorcista va alla caccia del diavolo, mentre il giudice del carnefice.
Pedofilia nel clero: il card. Pell mai sfiorato dalla magistratura ecclesiastica e il Concordato che in Italia garantisce l’impunità dei preti. Sono alcuni dei temi di cui ha parlato il giornalista di Left Federico Tulli intervistato dal Alessandro Principe durante la trasmissione Radar su Radio Popolare.
Il cardinale George Pell, principale consigliere finanziario di papa Francesco e ministro dell’Economia vaticano, è stato giudicato colpevole da un tribunale in Australia di abusi sessuali su due ragazzini di 13 anni e rischia fino a 50 anni di carcere. Secondo quanto riporta l’Ansa, l’udienza di condanna inizierà il 28 febbraio. Pell continua a dichiararsi innocente e il suo avvocato prevede di ricorrere in appello. Il verdetto unanime dei 12 membri della giuria della County Court dello stato di Victoria è stato emesso l’11 dicembre dopo oltre due giorni di deliberazione, ma reso pubblico solo oggi. Nel frattempo al cardinale è stata revocata la libertà su cauzione ed è detenuto nella Assessment Prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo.
Stando ai giudici, il cardinale, 77 anni, avrebbe molestato i due bambini di 13 anni componenti del coro dopo aver servito messa nella cattedrale di San Patrizio a Melbourne nel 1996, quando all’epoca aveva 55 anni. La giuria ha anche dichiarato che Pell si è reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei ragazzi in un corridoio più di un mese dopo.
Il 12 dicembre scorso siamo stati tra i pochi a dare la notizia della condanna comminata a Pell ora divenuta pubblica.
Per approfondire ulteriormente vi proponiamo l’articolo di Elena Basso in cui si ricostruiscono i motivi che hanno portato il porporato alla sbarra nel suo Paese.
Report dell’associazione finisce alle Nazioni Unite. Zanardi, “chiesta una Commissione d’inchiesta per esaminare i casi di abusi sui bambini da parte di religiosi”
Roma, 27 feb. (AdnKronos) – – Sono 144 i sacerdoti italiani condannati in via definitiva, dal 2000 a oggi, o rei confessi di reati sessuali e molestie a danno di minori. Di questi solo cinque stanno scontando una
pena detentiva nelle carceri italiane ma solo uno per reati connessi alla pedofilia. “Gli altri si trovano attualmente in comunità religiose”, spiega all’Adnkronos il presidente della Rete L’Abuso Francesco Zanardi, che diffonde sul sito web dell’associazione l’elenco dei preti condannati.
Il libro “Giustizia divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, pubblicato da Chiarelettere, “ricostruisce la storia della fitta rete di assistenza a quelli che la Chiesa definisce ‘religiosi in difficoltà’, con tanto di indirizzi, nomi delle associazioni che gestiscono i siti e motivo del ‘ricovero’ che non sempre avviene alla luce del sole”.
Si tratta, si legge sul sito della Rete L’Abuso, di “preti che hanno alle spalle episodi di abusi. Questi sacerdoti, malgrado l’effettiva condanna – spiega Zanardi – non vivono un regime carcerario e neppure una vera detenzione domiciliare, stanno tranquillamente a contatto con altri confratelli, con problemi molto
spesso differenti, quali dipendenze e depressione”.
Nel frattempo, il report della Rete L’Abuso sul caso “Italia” finisce tra i documenti ammessi nell’80 sessione della Commissione dell’Onu per i diritti dell’infanzia. Le Nazioni Unite, spiega Zanardi, “ritengono che il nostro Paese debba istituire una Commissione d’inchiesta per esaminare i casi di abusi sui bambini da parte di personale religioso e soprattutto hanno chiesto allo Stato che venga resa obbligatoria la denuncia dei presunti abusi alle autorità di polizia”.
Negli anni la vergogna, l’omertà e il potere della Chiesa hanno contribuito a nascondere il fenomeno degli abusi sessuali del clero: i miei ricordi dell’oratorio
Incredibilmente, in Italia, non ci sono statistiche ufficiali riguardanti i casi di minori che hanno subito abusi sessuali da membri del clero. Gli ultimi sforzi di Papa Francesco in Vaticano resteranno vani se non si scoperchierà il muro di silenzio (anche dei media) che ha coperto gli scandali dei preti pedofili in Italia anche quando già negli Stati Uniti venivano scoperti e perseguiti. Quante sono le storie di giovani vittime del clero che devono essere ancora raccontate?
Domenica scorsa in Vaticano, Papa Francesco ha concluso un vertice di 4 giornisugli abusi sessuali commessi dal clero nel Chiesa Cattolica affermando che “la Chiesa non si risparmierà per sradicare la mostruosità degli abusi sui minori”, e insistendo che occorre proteggere i bambini dai “lupi voraci”. Gli attivisti di gruppi di sopravvissuti agli abusi sessuali commessi dal clero hanno espresso il loro rammarico perché il Papa non ha promesso di adottare un approccio di “tolleranza zero” nei confronti dei preti pedofili e dei vescovi che coprono i loro crimini, e ha dedicato una parte significativa del suo discorso conclusivo ricordando che la piaga degli abusi sessuali sui minori non è diffusa solo nella Chiesa, ma anche in altri ambienti e che la stragrande maggioranza dei sacerdoti vive il proprio ministero in fedeltà al Vangelo.
Citando dati ufficiali, Papa Francesco ha detto che la maggioranza dei casi avviene all’interno delle famiglie e che gli autori degli abusi erano “in primo luogo i genitori, altri membri della famiglia, i mariti di mogli bambine e insegnanti”. Il Papa ha aggiunto che “Teatro di violenze non è solo l’ambiente domestico, ma anche quello del quartiere, della scuola, dello sport e, purtroppo, anche quello ecclesiale”. Ad esempio c’è il triste fenomeno del “turismo sessuale” e quello gravissimo della pedopornografia. Ma questo non è certo consolatorio. Tutt’altro. “Siamo, dunque, dinanzi a un problema universale e trasversale che purtroppo si riscontra quasi ovunque. Dobbiamo essere chiari: l’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa”. Anzi essa è “più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica”.
“Il discorso odierno di Papa Francesco ci ha fortemente deluso, evidentemente c’è stata una catastrofica mancanza di comprensione del dolore e della rabbia dei fedeli”, ha detto Anne Barrett Doyle, co-fondatrice di Bishop Accountability, un’organizzazione che segue e tiene conto dei casi di abusi sessuali da parte del clero, aggiungendo che il discorso del pontefice non fosse altro che “retorica riciclata”. In un’intervista aThe Guardian, Barret Doyleha detto che “Il papa ha distrutto quel poco di credibilità che era stata conquistata all’inizio della settimana. Ha assunto un’atteggiamento sulla difensiva, e ha insistito sul fatto che gli abusi avvengono in ogni settore della società. Ironicamente, ma anche tristemente, non ha mostrato di volersi assumere delle responsabilità, o di avere compreso che la Chiesa debba assumersi la responsabilità per gli abusi commessi dal clero, con la massima trasparenza”.
Nell’articolo de The Guardian veniva anche citato Francesco Zanardi, fondatore della Rete l’Abuso, l’unica organizzazione italiana che aiuta i sopravvissuti ad abusi del clero.
“Ci stanno prendendo in giro. Ci aspettavano delle risposte concrete ma questo vertice non ha prodotto niente di utile. Nel suo discorso, il papa ha parlato della Chiesa come se fosse una vittima in questa situazione mentre – bisogna essere assolutamente chiari su questo – le vere vittime siamo noi”.
La scorsa settimana, Zanardi e la Rete L’Abuso sono stati menzionati in un articolo de The New York Times, dove si spiegava che – grazie ad avvertimenti confidenziali e seguendo le notizie dei giornali locali – l’organizzazione era riuscita a costituire un database riguardanti casi di presunti abusi. Il NY Times ha anche menzionato uno dei rari libri sugli abusi commessi dal clero, Giustizia Divina, di Emanuela Provera e Federico Tulli. Secondo gli autori, a partire dal 2000, 300 preti sono stati accusati di abusi sessuali. Di questi, soltanto 140 sono stati soggetti a indagini e pochissimi, anche nei casi in cui c’è stata una condanna, sono finiti in carcere.
Incredibilmente, in Italia, non ci sono statistiche ufficiali riguardanti i casi di minori che hanno subito abusi sessuali da membri del clero.
Il 1 febbraio di quest’anno, un rapporto del comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenzaha bocciato l’Italia per quanto concerne la protezione dei minori dallo sfruttamento sessuale. In particolare, il comitato ha espresso la sua preoccupazione per “i numerosi casi di bambini sessualmente abusati da membri del clero della Chiesa Cattolica” e per “il numero molto basso di indagini e processi penali istruiti dalla magistratura italiana” per quegli stessi crimini.
In realtà, in Italia, il problema degli abusi sessuali commessi dal clero è un argomento tabù, o meglio, è un problema ignorato da una maggioranza della popolazione perché non è mai stato coperto in modo adeguato dai media italiani.
Da giornalista, ho seguito le vicende in Vaticano e tre papi per una trentina d’anni, e ho avuto modo di vedere da vicino come le alte gerarchie hanno fatto di tutto per far sparire o minimizzare ogni notizia che avesse a che fare con gli abusi sessuali commessi dal clero. In alcuni casi, ho saputo di preti pedofili protetti da cardinali e anche da Giovanni Paolo II. Tra questi, il caso più significativo è stato quello di Marcial Maciel, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, una congregazione molto potente all’interno della Chiesa cattolica. Due anni dopo la sua morte, esprimendo “profondo dolore per chiunque fosse stato vittima delle azioni del nostro fondatore”, la congregazione ha ammesso ufficialmente che Maciel, un alleato e amico del papa Giovanni Paolo II, per decenni aveva molestato seminaristi e aveva avuto vari figli.
Queste notizie sono state regolarmente riportate dai media americani ma molto riluttantemente, quando non ignorate del tutto, dai media italiani.
Inoltre, in contrasto con ogni evidenza, la versione ufficiale della Chiesa in Italia (esattamente come lo è stato negli Stati Uniti), è sempre stata che questi eventi riguardassero soltanto poche “mele marce”. Per questo, in Italia, le più alte gerarchie religiose e una maggioranza degli italiani si sono sempre comportati come se questo problema non li riguardasse affatto.
Soltanto qualcuno come me, che ho vissuto in Italia per decenni e sono cresciuto qui, può comprendere sino a che punto fossero onnipresenti la Chiesa e i preti nella società italiana. Negli anni Cinquanta e Sessanta, una maggioranza assoluta di italiani erano cattolici praticanti. I ragazzi di entrambi i sessi frequentavano i corsi di catechismo nelle parrocchie e i preti erano presenti – per l’insegnamento della religione – in tutto l’ordinamento scolastico.
Si può tranquillamente affermare che, sino ad anni recenti, la maggioranza dei giovani maschi italiani sono cresciuti frequentando le parrocchie, se non fosse altro per giocare a pallone sul campo dell’oratorio. Per questo, sono assolutamente certo che tutti questi ragazzi fossero personalmente consapevoli come lo ero io – o per esperienza diretta, o per il racconto di uno o più amici – degli abusi sessuali commessi da alcuni preti. Con la parola “abuso” includo l’abitudine di usare un certo tipo di linguaggio o di parlare di temi “scabrosi”, o di mostrare foto “particolari”, toccamenti e, ovviamente, atti sessuali.
Sapevamo tutti che non bisognava mai farsi trovare soli con Don Tal de tali, a cui piaceva toccare nelle parti intime i ragazzi, e sapevamo anche quali fossero i sacerdoti “buoni” o “normali”, quelli che non avrebbero tentato di coinvolgerci in cose “strane”. Evidentemente, gli altri preti dovevano essere a conoscenza di questi comportamenti di alcuni colleghi e, siccome questi continuavano a comportarsi allo stesso modo per anni, doveva per forza essere un comportamento tollerato dalle gerarchie della Chiesa.
E ciò nonostante, in Italia, questo segreto oscuro non è mai stato denunciato ufficialmente. In parte, questo è stato determinato dal potere soverchiante della Chiesa – che oggi non esiste più – ma che una volta pochi politici avrebbero osato sfidare – e, in parte perché, nel caso in cui un ragazzo avesse deciso di denunciare un prete avrebbe avuto pochissime speranze di essere creduto e sarebbe stato bollato come omosessuale.
Se ci basiamo sul fatto che, in seguito alle denunce pubblicate della squadra investigativaSpotlightdel Boston Globe nel 2002, a Boston son stati accertati oltre mille casi di bambini abusati da preti, e altre migliaia sono stati accertati in ogni importante città americana e molte altre città in tutto per il mondo, è lecito presumere che ci debbono essere stati migliaia di casi a Roma e in ogni altra città italiana.
In Italia, ci sono veramente stati un grande numero di casi di abusi sessuali da parte del clero su minori? Che effetti hanno avuto questi abusi sulle vite delle vittime? I colpevoli degli abusi saranno mai chiamati a rendere conto dei loro crimini? La Chiesa dovrà mai ammettere di avere saputo – e soppresso con ogni mezzo – la conoscenza del fatto che in Italia ci sia stato – e/o ci sia ancora oggi – un serio problema riguardante abusi sessuali commessi da preti sui minori? Al presente, tutte queste domande restano senza risposte.
Sfortunatamente, il vertice in Vaticano non è stato in grado di imporre misure concrete per combattere il fenomeno degli abusi sessuali commessi dal clero, come avrebbe potuto esserlo l’obbligo per i vescovi di denunciare immediatamente alle autorità giudiziarie ogni caso riconosciuto o presunto tale di abusi. E, qui in Italia, resta ancora da scoprire semmai ci sia stato – o ci sia ancora – un problema nazionale di abusi sessuali commessi sui minori da preti pedofili.
Malgrado il nostro paese sia tra i più industrializzati del pianeta, non è certamente tra i più all’avanguardia per quanto concerne la tutela dei minori.
A dirlo questa volta non siamo più solo noi della Rete L’ABUSO ma lo certifica, e lo mette nero su bianco, anche il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra che, il 7 febbraio 2019, ha reso note le conclusioni finali (CRC/C/ITA/CO/5-6) dell’esamina che si è tenuta a Ginevra il 22 e 23 gennaio scorsi. Nei due giorni di seduta con la delegazione italiana, il Comitato ha esaminato a 360 gradi la situazione dei minori in Italia, analizzando l’accoglienza, l’istruzione, la sanità e anche gli abusi sessuali, in particolare modo quelli commessi dai membri del clero che, da quanto la nostra ONG ha documentato nei mesi scorsi all’Ufficio di Ginevra, non solo troppo spesso non vengono perseguiti dalla Giustizia in modo adeguato, ma, da quanto possiamo documentare, grazie a una rete ben strutturata sul territorio italiano, sostanzialmente possiamo sostenere che godono dell’impunità, con lo Stato che si limita a non intervenire.
Potremmo definirla una sorta di tacito accordo tra lo Stato e la Chiesa, accordo naturalmente che non ha nulla a che fare con il Concordato, che in Italia meglio conosciamo con il nome di Patti Lateranensi.
Cominciammo a maturare la tesi che esistesse una sorta di escamotage in tutela delle gerarchie cattoliche di cui lo Stato italiano era tacitamente complice, o quanto meno molto tollerante. Un meccanismo che, nella sostanza, anche in caso di condanna, sembra permettere ai sacerdoti non solo di non finire in carcere, ma di poter scontare una pena quasi “simbolica” in modo agiato e senza particolari restrizioni.
Don Ruggero Conti in una foto d’archivio. E’ stato condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione Don Ruggero Conti, un ex parroco di Roma accusato di aver abusato tra il 1998 e il maggio del 2008 di sette bambini. Lo ha deciso la VI sezione del Tribunale penale di Roma. ANSA +++NO SALES – EDITORIAL USE ONLY+++
Emblematico il caso di don Ruggero Conti: condannato a 14 anni per aver abusato di 7 bambini di età compresa tra i 10 e i 12 anni e affidato, proprio dal Tribunale, ad una struttura che poi scopriremo essere adibita al trattamento degli adolescenti. Ebbene, don Conti, nel settembre del 2017, in tutta tranquillità è “evaso”, e con una notevole disponibilità economica, al punto di potersi permettere un taxi che lo portasse da Roma a Milano.
Un sistema strutturato in modo tale che, visto da un occhio esterno, dà l’impressione che vi sia stata una reale condanna, ma sfugge il fatto che il condannato, in realtà, non sconterà alcuna pena: non viene costretto ad un regime carcerario, ma viene affidato direttamente dai Tribunali o dalla Magistratura, a strutture della chiesa adibite proprio a questo scopo. Una sorta di “carcere privato” e gestito dal clero anziché dall’Autorità Carceraria.
A dimostrare questa nostra apparentemente bizzarra teoria, nata all’epoca soprattutto dietro le assegnazioni dei domiciliari, che notavamo essere sempre negli stessi posti, è stato il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli, “Giustizia Divina”. Un libro che parte dalla scoperta di 5 di queste strutture che, intorno al 2012 – 2013, avevamo individuato sul territorio italiano, siamo oggi arrivati a documentarne più di 20.
Ma Giustizia Divina fa molto di più perché conferma quello che, per anni, era solo un nostro sospetto che, a raccontarlo, non valeva più di una illazione. I due autori fanno la “prova del nove” per vedere se quel sospetto è fondato: esclusi i carceri minorili e femminili, interrogano le 191 case circondariali maschili presenti in Italia. Di queste, 125 rispondono alla domanda dei due autori “quanti sacerdoti avete in questa struttura?”. La risposta si commenta da se: in tutto i sacerdoti reclusi sono cinque, di cui uno solo condannato per pedofilia.
Questo dato appare un po’ strano ai nostri occhi perché la Rete L’ABUSO ha contato, solo negli ultimi 15 anni la bellezza di 142 sacerdoti condannati in via definitiva solo in Italia. La domanda è molto semplice: dove sono?
È anche vero che agli autori di Giustizia Divina, su 191 carceri interrogati, hanno avuto risposta da 125, ma sembra impossibile credere che, casualmente, quei sacerdoti sono proprio tutti in quelle strutture che non hanno risposto.
Anche perché potremmo in parte smentire questa eventuale affermazione, in quanto sappiamo che molti di loro sono in affido alla stessa chiesa e alle sue strutture.
… C’è poi il servizio di Luca Bertazzoni, prodotto dietro nostra segnalazione da LA7. Dietro l’indagine che la Rete L’ABUSO ha condotto sugli abusi all’Istituto cattolico veronese Antonio Provolo, scopriamo che uno di quei sacerdoti accusati dagli ex allievi sordi dell’istituto, don Giuseppe Pernigotti che dopo la nostra denuncia da Fabrica è ritornato a Verona, è il presidente della FIAS e guardate cosa risponde al giornalista de LA7 che si finge un sacerdote pedofilo e confessa un abuso su un minore.
Giustizia Divina e il documento di Bertazzoni, sono stati integrati nei passaggi essenziali e portati all’attenzione del Comitato ONU nei vari report che la Rete L’ABUSO ha inviato dal giugno scorso, in realtà proprio negli ultimi il libro, in quanto il libro è uscito solo lo scorso novembre.
Tra il materiale inviato a Ginevra, oltre all’importante inchiesta di Provera e Tulli, sono state documentate diverse situazioni che preoccupano molto l’Associazione, come le sistematiche negligenze e omissioni dei vescovi, che abbiamo rappresentato con uno dei casi a nostro avviso più eclatanti: quello dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che coprì il sacerdote Mauro Galli e, malgrado ciò, in barba alle sue stesse dichiarazioni, Bergoglio lo ha comunque nominato, nel luglio 2017, arcivescovo di Milano.
Francesco Zanardi e l’avvocato Mario Caligiuri durante le sedute del 22 e 23 gennaio 2019 presso le Nazioni Unite di Ginevra
Oltre al “Report Giustizia sul Caso Italia” prodotto dalla Rete L’ABUSO e disponibile sul sito delle Nazioni Unite, c’è anche tutta la parte giuridica prodotta dal titolare dei fascicoli depositati presso l’autorità Giudiziaria italiana e, per conoscenza, inviati anche al Comitato. L’avvocato Caligiuri ha articolato alcune problematiche riferite ai Patti Lateranensi, che limitano l’autonomia e l’efficacia dell’Autorità Giudiziaria. L’avvocato spiega che “il comma 4 dell’art. 4 dell’accordo Laterano del 1984 (Patti Lateranensi) il cui testo ripresenta integralmente il medesimo contenuto dell’art. 7 del primigenio Concordato, dove si stabilisce che: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”.
Il Protocollo Addizionale, in relazione all’art. 4 – punto b) dell’Accordo si stabilisce che: “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.
La disparità di trattamento, insita nella disposizione, confrontata con il comma 4 dell’art. 4 del ridetto Accordo del 1984, determina la sovrapposizione di modelli culturali e procedurali incompatibili, a discapito della necessaria segretezza dell’attività investigativa da svolgere da parte della Procura della Repubblica competente che, al contrario, deve essere mantenuta insindacabile ad esclusiva valutazione discrezionale del P.M. designato, soprattutto nei casi in cui si presentano specifici elementi indizianti da verificare, o approfondire, come avviene nelle ipotesi concorsuali, o di favoreggiamento personale, nell’attuazione dei depistaggi”.
Qui va fatta una riflessione sul fatto che si concedano dei privilegi unici alle gerarchie cattoliche, sulla base della funzione di responsabilità e di controllo che costoro hanno sui loro sottoposti, ma al tempo stesso sono esentati da responsabilità che in una situazione normale, lo stesso potere di controllo sui sottoposti imporrebbe.
Sempre nel “Report Giustizia sul Caso Italia” la Rete L’ABUSO – come già fatto in precedenza, sia nell’interrogazione parlamentare, sia nella diffida, sia nella denuncia al Governo italiano – solleva la grave lacuna del c.d. certificato anti pedofilia, che vede esentata dall’esibirlo l’intera categoria del volontariato, alla quale appartengono anche i sacerdoti. Altro punto importante segnalato, è l’obbligo di denuncia anche per i membri del clero, soprattutto per i vescovi che, di fatto, sono localmente coloro ai quali giungono le denunce fatte all’interno della diocesi e ne decidono la sorte: per il momento quella di insabbiare in quanto, ad oggi, non si ha notizia di un solo membro del clero che abbia mai denunciato all’autorità civile un collega pedofilo.
Queste erano le nostre principali preoccupazioni che sono state raccolte dal Comitato e portate in seduta dal membro del Comitato Jorge Cardona che le aveva esposte nelle sedute del 22 e 23 gennaio scorso.
Ieri l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, ha reso pubbliche le Raccomandazioni all’Italia e, con nostra enorme soddisfazione, abbiamo visto riconosciute punto per punto tutte le carenze e i vuoti legislativi che in questi mesi la Rete L’ABUSO ha segnalato sulla specifica materia al Comitato.
Di seguito, i principali passaggi delle osservazioni conclusive del Comitato e le Raccomandazioni al Governo italiano in materia specifica di pedofilia nel clero cattolico. Documento integrale
19.(e) Garantire che i bambini vittime di violenza ricevano cure specializzate, sostegno e riparazione appropriata.
20. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e criminali azioni penali da parte della magistratura italiana.
Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’obiettivo 16.2 dello sviluppo sostenibile degli obiettivi, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale da esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica;
(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti;
(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano;
(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire
che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.
In merito alla violenza di genere.
22. Il Comitato attira l’attenzione dello Stato italiano sull’obiettivo 5.2 degli Obiettivi di sviluppo e lo sollecita a:
(a) Garantire che le accuse di crimini legati alla violenza di genere, compresa la tratta di bambini stranieri, in particolare le ragazze, siano accuratamente indagate e che i responsabili siano consegnati alla giustizia;
(b) Fornire regolari corsi di formazione per giudici, avvocati, procuratori, i polizia e altri gruppi professionali pertinenti su procedure standardizzate, di genere e di allerta per i minori per quanto riguarda le vittime e su come gli stereotipi di genere da parte il sistema giudiziario influisca negativamente sulla rigorosa applicazione della legge;
Coordinazione
(6) Il Comitato esorta lo Stato membro a definire un mandato chiaro e sufficiente autorità all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per la famiglia Politiche) per coordinare tutte le attività connesse all’attuazione della Convenzione a livello intersettoriale, nazionale, regionale e locale e rafforzare il ruolo del cittadino Osservatorio sull’infanzia e sugli adolescenti nell’ambito di tale interministeriale corpo coordinatore. Lo Stato Parte dovrebbe assicurare che l’Osservatorio Nazionale su Infanzia e adolescenti sono forniti con le necessarie risorse umane, tecniche e risorse finanziarie per il suo effettivo funzionamento.
Disseminazione, sensibilizzazione e formazione
(11) Riconoscendo gli sforzi dello Stato membro, anche facendo alcuni ufficiali documenti accessibili in ETR (facile da leggere), il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
(a) Intensificare i suoi sforzi per diffondere informazioni sulla Convenzione e sui suoi Protocolli opzionali, anche attraverso programmi di sensibilizzazione, ai genitori, i più ampio pubblico e bambini in un modo a misura di bambino, alle organizzazioni basate sulla fede, e ai legislatori e ai giudici per assicurare la loro applicazione in ambito legislativo e giudiziario processi;
(b) Rafforzare i suoi programmi di formazione per tutti i professionisti che lavorano con e per i bambini, anche implementando un programma per i diritti dei bambini e formatore approccio.
La Rete L’Abuso ha denunciato presso la procura di Savona i cosiddetti quattro “casi Viganò” italiani. Quattro significative storie di pedofilia nella Chiesa insabbiate dalle gerarchie ecclesiastiche. Left è l’unico giornale che a livello nazionale se ne è occupato costantemente.
Queste inchieste sono state approfondite dal redattore di Left Federico Tulli e da Emanuela Provera nel loro libro Giustizia divina (Casa Editrice Chiarelettere, 2018) Con il nostro giornalista, ne parlano in studio Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, e Mario Caligiuri, avvocato del foro di Roma * Per la legge vaticana sono prima di tutto dei peccatori, come tali devono espiare secondo i canoni della giustizia divina. Il libro Giustizia divina rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere.
C’è una giustizia parallela che con il benestare dello Stato italiano – che a volte sfocia nella complicità come denuncia Rete L’Abuso in questo video -, opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. Una giustizia parallela che è la parte più occulta dei numerosi privilegi riconosciuti al mondo ecclesiastico in virtù del Concordato. Benefici che rendono migliaia di cittadini italiani – vescovi, cardinali, parroci, preti suore sacerdoti etc – più cittadini degli altri.
L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli – che da anni sul settimanale Left segue con inchieste e approfondimenti queste tematiche molto scomode per il Vaticano, la Chiesa e l’Italia – hanno attraversato il Belpaese visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà” e parlando con chi li gestisce e chi vi è assistito. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici.
C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. «La “posseduta” è una donna e madre di famiglia. È seduta alla sinistra dell’altare, indossa una felpa, un paio di jeans, scarpe da ginnastica; ha i capelli corti e un viso serio e cupo. La pelle olivastra, gli occhi marrone scuro.
Due uomini e una donna le stanno vicino, le pongono un plaid sulle gambe perché la chiesa è piuttosto fredda e umida; la testa della “posseduta” è appoggiata al muro, dietro le mettono un cuscino nero. L’esorcista è inginocchiato, rivolto verso i fedeli, con gli occhi chiusi». Ci siamo anche noi, abbiamo avuto il permesso di assistere. E nel libro in presa diretta viene raccontato cosa (non) accade durante un esorcismo. E anche come e dove si formano i nuovi “cacciatori del demonio”. Lo sapevate che ogni anno a Roma presso l’università dei Legionari di Cristo si svolge un master per esorcisti? I due autori sono stati anche lì. Attraverso gli esorcisti da tempo la Chiesa cattolica ha lanciato la sua personale battaglia contro le sette, le pratiche esoteriche, magiche o sataniche. Non che in Italia siano particolarmente diffuse ma un esorcista in ogni diocesi era un progetto di Benedetto XVI e in Italia è stato ormai quasi del tutto realizzato.
A Milano, per dire, nel 2012 il cardinale Angelo Scola ha nominato dodici nuovi sacerdoti, e c’è anche un call center per consentire alle persone di mettersi in contatto con loro. La «guerra contro il demonio», che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto Paolo VI e Giovanni Paolo II come esponenti di spicco, ha trovato nuovo vigore con papa Francesco. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come il pontefice argentino abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato». E da allora non si è più fermato, fino ad arrivare a una netta presa di posizione quando il 20 settembre 2016 ad Assisi, davanti a oltre cinquecento leader religiosi e politici di tutto il mondo, ha affermato: «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti». Oltre ad essere, sempre secondo la Chiesa, il responsabile della pedofilia, degli scandali finanziari, etc etc etc Seguici anche su Facebook! https://www.facebook.com/LeftAvvenime…
Ho trovato “Giustizia divina” un libro davvero molto interessante e ricco di dati inediti attualissimi e soprattutto con una ottima tecnica di indagine, non la solita, in genere fatta su documentazione acquisita o informazioni giornalistiche di vario genere.
Gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli partono da un’iniziale raccolta di informazioni documentali, che però non usano o, almeno, le usano per poi approfondire recandosi di persona in quei luoghi, facendo domande dirette e raccogliendone anche le impressioni. Da vittima, ma in questo caso soprattutto da tecnico, Presidente di un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, quanto raccolto dagli autori fa emergere qualcosa di inquietante sul piano dell’applicazione della giustizia.
La scrupolosa inchiesta, inizia a raccogliere dati interpellando le 191 case circondariali esistenti sul suolo italiano per censire, capire quanti sacerdoti siano effettivamente nelle carceri del nostro paese. Dalle risposte ottenute dai due giornalisti (su 191 case circondariali hanno risposto 125), risultano nelle carceri italiane 5 soli sacerdoti e, di questi, uno solo agli arresti per pedofilia.
Il dato oltre che stupire fa sorridere. Basta andare sul sito della Rete L’ABUSO per vedere che nell’ultimo decennio, solo in Italia, i sacerdoti condannati in via definitiva, e solamente per reati di pedofilia, sono più di 140, l’ovvia domanda è: che fine hanno fatto ?
Si scopre che finiscono in strutture parallele che la chiesa definisce “per sacerdoti in difficoltà”, strutture nelle quali troviamo non solo sacerdoti agli arresti domiciliari per reati di vario genere, anche la pedofilia. Questi sacerdoti, malgrado l’effettiva condanna, non vivono un regime carcerario e neppure una vera detenzione domiciliare, vivono tranquillamente a contatto con altri confratelli, con problemi molto spesso differenti, quali dipendenza, depressione, ritiro spirituale ecc.
Prima dell’inchiesta avevamo individuato 5 di queste strutture, oggi arriviamo a più di 20. Provera e Tulli, nella sostanza, scoprono e documentano (in un contesto carcerario) che la chiesa si è sostanzialmente creata, nell’indifferenza dello Stato italiano che la lascia fare, dei “non carceri” per detenuti di “serie A” che definisco con estrema tranquillità “simbolici”, ai quali, sono gli stessi tribunali italiani che affidano ai domiciliari i membri del clero.
Luoghi frequentati anche da persone che, per lo Stato, sono liberi cittadini e che non dovrebbero stare a contatto con chi sconta una pena. Luoghi senza alcun controllo: si entra, si esce, c’è la TV, internet, insomma come andare agli arresti “in vacanza”…
È bene ricordare che, soprattutto per la pedofilia, esiste un alto e concreto pericolo di reiterazione del crimine e che la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello dei serial killer, ci si chiede in questa condizione quale sia la tutela prevista dallo Stato nei confronti dei cittadini.
Affidi fatti dagli stessi Tribunali, ma nessuno poi controlla, come accaduto nell’ottobre 2017, quando don Ruggero Conti, affidato per motivi di salute ad una struttura – che drammaticamente scopriremo anche essere adibita al trattamento ESTENSIVO per Adolescenti – ad un bel momento ha deciso di lasciare il Lazio e farsi un giro a Milano. E così ha fatto, ha telefonato a un taxi e con sufficiente denaro a disposizione per pagarlo, si è messo in viaggio.
Emerge quindi dall’indagine di Provera e Tulli, l’evidenza che esista una categoria di cittadini, ai quali lo Stato concede privilegi e lascia fare senza porsi troppe domande, uno Stato che è difficile immaginare che non sappia. Infatti, proprio una di queste case che definirei per detenuti di “serie A”, la comunità AGAPE di Roma, sorge proprio a pochi passi da un’immobile di proprietà del Ministero di Grazia e Giustizia, Amministrazione Carceraria.
Dopo 10 anni passati ad occuparmi di chiesa, ne ho viste tante che tutto ciò poco mi stupisce da parte del clero. Mi preoccupa invece la posizione dello Stato italiano. Ci ricordiamo la Costituzione Italiana? Qui è evidente non solo che lo Stato palesemente violi i diritti costituzionali dei cittadini – persino quelli dei pedofili – creando tra loro una disparità, cioè permettendo ai soli membri del clero cattolico, di privilegiarsi di un tacito “diritto” non previsto dai Patti Lateranensi, un diritto che di fatto spesso gli garantisce questa sorta di immunità, in palese sfavore delle vittime alle quali lo Stato non fornisce oltre alla giustizia, alcun tipo di aiuto.
Anche se non ci fa desistere, un boccone amaro per chi come me crede nella legge e nella giustizia, e nella legalità, con civiltà da anni si batte per contrastare questo fenomeno in particolare, dover prendere atto che quella giustizia alla quale ci appelliamo, è la stessa che in parte ostacola la punibilità del clero.
Sabato sera 1 dicembre 2018, a Savona, presso la libreria Ubik, è stato presentato il libro “Giustizia Divina” edito da Chiarelettere. Presenti gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli, l’Avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma e Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.
Lo scambio di battute tra i quattro, perfettamente riuscito, ha permesso al pubblico presente in Libreria di appassionarsi all’argomento, di fare domande e di uscire con il desiderio di leggere il libro per approfondire quanto solo accennato.
Il tema è sicuramente di attualità, ma la serietà con la quale è stato affrontato ha permesso a ciascuno di rendersi conto che il giornalismo di inchiesta è purtroppo un fenomeno raro e complesso.
Mi ha colpito in modo particolare la presentazione che i due autori hanno fatto di sé stessi rendendo ancora più credibile il lavoro svolto per la stesura del libro, lavoro che ha richiesto un impegno di tre anni. Federico Tulli si è presentato come ateo, mentre Emanuela Provera ha dichiarato di essere credente e cattolica, con un passato nell’Opus Dei. Un incontro tra due mondi che, pur sembrando una sorta di “sfida”, ha raggiunto un ottimo risultato.
Il libro tratta e approfondisce tre argomenti principali:
le “case” in cui vengono inviati i sacerdoti “in difficoltà”, spesso sottratti al carcere
la presenza effettiva, nelle carceri italiane, dei sacerdoti che hanno commesso crimini
la pratica dell’esorcismo
Il “silenzio” è un filo conduttore, così come il “segreto”… e le domande sono tante..
Perché, nonostante i proclami continui di Papa Francesco sulla Tolleranza Zero nella lotta alla pedofilia, l’alone di segretezza e di occultamento è ancora così radicato e ben organizzato? Perché, a fronte di tutto quello che la gerarchia ecclesiastica ha messo in campo per la cura dei sacerdoti “in difficoltà”, non vi è nulla per le vittime? Perché i sacerdoti condannati dalla giustizia civile in Italia possono beneficiare di un percorso “domiciliare” alternativo al carcere, a differenza di tutti gli altri cittadini che commettono gli stessi crimini? Perché è permesso ai minori di assistere alla pratica degli esorcismi? Perché la Santa Sede non ha risposto all’Onu (al Comitato Onu Diritti del Fanciullo) in merito al suo impegno concreto rispetto alla pedofilia clericale?
Domande alle quali hanno cercato di dare una risposta Federico Tulli e Emanuela Provera, affiancati da Mario Caligiuri e Francesco Zanardi.
L’Avvocato ha posto l’accento sulla responsabilità della Stato nella tutela dei minori, così come la necessità di modificare il Concordato, mentre il Presidente della Rete L’ABUSO ha ricordato la funzione di osservatorio svolto dall’Associazione e l’attività di ricerca/investigazione, oltre al fondamentale supporto alle vittime.
Emanuela Provera ha espresso in modo appassionato il percorso fatto che, in modo chiaro, ha evidenziato una scollatura tra il comportamento e atteggiamento della “base” rispetto ai “vertici” della chiesa. Ha ribadito che, per un credente, è fondamentale la ricerca della verità; la chiesa che utilizza degli espedienti pur di coprire i crimini non è la Chiesa di Gesù Cristo.
Come concludere? Sicuramente con l’invito a leggere il libro, occasione unica per approfondire e contribuire a creare una cultura di consapevolezza. Fondamentale però anche il sostegno alla Rete L’ABUSO, anche con un piccolo gesto concreto quale, per esempio, il TESSERAMENTO ANNUALE come socio: http://retelabuso.it/tesseramento/
Come madre di una vittima, non posso fare altro che ringraziare persone coraggiose, come quelle presenti l’altra sera alla presentazione del libro GIUSTIZIA DIVINA, per tutto quello che fanno ogni giorno, mettendo ciascuno a disposizione le proprie competenze con grandissima professionalità e passione. Davvero grazie.
Sabato 1 dicembre ore 18, nella Libreria Ubik di corso Italia 116r a Savona, incontro con il giornalista e scrittore FEDERICO TULLI e presentazione del libro “Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori” (Edizioni Chiarelettere). Partecipano FRANCESCO ZANARDI Portavoce della Rete L’abuso, e MARIO CALIGIURI avvocato del Foro di Roma.
Gli organizzatori descrivono così il dibattito: “Questo libro rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere. C’è una giustizia parallela che opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo.
L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”.
La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa.
Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare”.
Va detto che dalla sua nascita, la Rete L’ABUSO ha sempre puntato sulla fiducia e nei valori della giustizia, a nostro avviso l’unica strada legale e civile sulla quale poter proseguire. Spesso la colpa dei fallimenti giudiziari finisce su chi rappresenta la Giustizia e la esercita, alcune volte è vero, ma molte altre invece accade che a monte della sentenza di un Giudice o a monte dell’inefficienza di un Pubblico Ministero, vi siano problemi che nascono da vuoti legislativi o da assenza di regole, o addirittura da regole eccessivamente dispari con i principi stessi di uno Stato e della sua Costituzione, come nel caso del Concordato tra l’Italia e lo Stato della Città del Vaticano, che paradossalmente, anziché vedere l’Autorità Giudiziaria inquirente – nel caso del clero – la vede obbligata a comunicare l’apertura di un fascicolo nei confronti di un sacerdote, al tempo stesso, con la semplice scusa che le informazioni siano riconducibili al proprio ministero, permette ai sacerdoti di sottrarsi ai magistrati.
Il “Report Giustizia sul caso Italia” (versione in lingua italiana non disponibile sul sito delle Nazioni Unite) parte proprio da qui, da una doverosa quantificazione da parte dello Stato dell’entità del problema, creando basi sulle quali poi poter creare un contrasto efficace al fenomeno, che dopo 20 anni, inequivocabilmente conferma che la chiesa non è in grado, oppure non vuole affrontare, quanto meno nei confronti delle sue stesse vittime.
Parlo delle vittime, perché per quanto riguarda i sacerdoti, anche quelli pedofili, almeno in Italia è disarmante, anche per me, vittima e Presidente di un’associazione di vittime, vedere a fronte del totale fallimento nella prevenzione e nella riparazione di chi danneggiato, quanto la chiesa si sia ben organizzata invece in soccorso dei sacerdoti. Parlo di cliniche “escamotage” parallele alla nostra sanità nazionale, che come emerso da u’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli, – contenuta nel libro “Giustizia divina” Chiarelettere (che finirà oltre che nel report in oggetto, anche in una integrazione che depositeremo a breve presso la Procura di Savona) alla quale abbiamo contribuito come associazione – nelle consulenze , fornendo i dati iniziali – hanno una capillare presenza sul territorio, spesso fungono anche come rifugio o escamotage per sottrarsi alla giustizia.
Nel report, che aveva un limite di 5 pagine, concesso a 6, si citano anche alcuni dei casi più emblematici, come quello di Giada Vitale che per il Giudice, fu vittima di abusi sessuali fino allo scadere “tecnico” del compimento del 14° anno di età, un minuto dopo, è consenziente, e il suo molestatore assolto per quei reati.
Si citano tra i casi quello di don Silverio Mura, don Francesco Rutigliano, don Mauro Galli e in questo caso l’enorme contraddizione di papa Francesco, che malgrado fosse informato delle violazioni di mons. Mario Delpini, malgrado le proprie dichiarazioni di tolleranza zero, lo ha tuttavia nominato arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Europa.
Il documento termina con cinque raccomandazioni che l’Associazione, per facoltà porta all’attenzione del Comitato, indirizzate all’Italia, tre delle quali, su richiesta dell’Ufficio di Ginevra, sono state approfondite in un ulteriore documento integrativo di tre pagine, al momento riservato.