Data: 09/02/2010
Cinzia Gubbini
«Deplorazione» e «condanna». Le chiede – e le assicura – il Papa nei confronti dei preti che «violano i diritti dei minori». Ma nella pratica può accadere l’esatto contrario. Succede ad esempio a Ferrara dove quasi due anni fa un parroco che gestiva un asilo è stato condannato a sei anni e dieci mesi per aver commesso reiterati delitti di pedofilia su decine di piccole alunne. Ma da allora né dal parroco, né dalla curia di Bologna è mai arrivato nulla alle famiglie delle vittime: né dal punto di vista spirituale – per esempio, conforto – né da un punto di vista materiale. Eppure il prete (di cui non è mai stato reso noto il nome, come anche è rimasto anonimo il comune dell’alto ferrarese in cui avvennero i fatti, nel rispetto della privacy delle bambine) è stato condannato dal tribunale a pagare una provvisionale immediatamente esecutiva: un riconoscimento iniziale, in attesa del terzo grado di giudizio e, qualora fosse confermata la condanna, della causa civile per i risarcimenti. Per ora il prete dovrebbe versare alle famiglie circa 28 mila euro: si tratta di poco più di 3 mila euro a nucleo famigliare. Ma dal giorno della condanna il parroco non ha versato nulla. A quanto sembra non ha soldi sufficienti, cosa che può capitare nel caso di preti che vivono davvero soltanto del loro lavoro parrocchiale. Ci si aspetterebbe, però, che nello spirito di unità e fratellanza della Chiesa in un caso del genere siano i più alti in grado a intervenire. Che le alte sfere battano quanto meno un colpo. Macché, silenzio totale. Tanto da convincere uno degli avvocati di parte civile, Claudia Colombo, a prendere carta e penna e a scrivere al cardinale di Bologna Carlo Caffarra. Lo spunto viene da una recente inaugurazione di un asilo cattolico a Cento, paesino in provincia di Ferrara. In quell’occasione il cardinale ha ringraziato i genitori «per aver dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i propri figli». «E’ stato evidente il suo richiamo – scrive Colombo – alla Carta formativa della scuola cattolica dell’infanzia, di cui lei stesso è stato estensore e promotore nel settembre del 2009». Un documento, fa notare l’avvocato, in cui tra le altre cose si riconosce esplicitamente come «la scuola cattolica richieda una stretta connessione con la chiesa locale e con la diocesi». Insomma, ciò che accade in una scuola cattolica nel bene e nel male dovrebbe essere considerata una diretta responsabilità dal potere centrale: «Il meno che ci si sarebbe potuti attendere – continua Colombo – era un segno tangibile di partecipazione per il completo fallimento di quel patto». E’ vero, riconosce l’avvocato, sul piano giudiziario non c’è da attendersi alcun intervento visto che la curia si era opposta «fieramente» alla chiamata in causa come parte civile e i suoi avvocati l’avevano avuta vinta. Ma è «sul piano pastorale che ha mancato a una obbligazione per lei ancora più cogente di quella strettamente giuridica».
«Non sono abituata a questi gesti – spiega l’avvocato Colombo dal suo studio di Ferrara – ma in questo caso sento la necessità di aprire un dibattito: si tratta di fatti molto gravi e dolorosi, avvenuti in un contesto che dovrebbe essere di assoluta protezione, ma come è possibile che di fronte a un episodio così aberrante se il diretto responsabile non ha disponibilità economiche allora nessuno paga?». E non si tratta solo di soldi, come tiene a ribadire l’avvocato: alle famiglie non è arrivata neanche una lettera o un qualsiasi segno di scusa e vicinanza.
L’atteggiamento della curia di Bologna stupisce fino a un certo punto. Perché in tutta questa vicenda, che ha poco interessato le cronache nazionali, il comportamento della chiesa non ha brillato. I giudici non hanno mancato di sottolinearlo nella motivazione della sentenza, chiamando in causa il comportamento delle gerarchie ecclesiali: hanno fatto di tutto per mettere a tacere una vicenda di cui conoscevano precisamente i contorni. Tanto da parlare di «muro di gomma delle autorità ecclesiali». In particolare nel corso del processo è emerso il ruolo di monsignor Ernesto Vecchi, il «vice» di Caffarra, a cui si rivolse una delle educatrici per denunciare i comportamenti del prete. Per tutta risposta inveì contro di lei ricordandole che «ero pagata da loro», come ha testimoniato la donna in aula. Vecchi è ancora al suo posto. Il parroco condannato non ha fatto un giorno di galera. La curia, almeno, potrebbe mettere mano al portafogli.
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“La curia di Bologna ci ha abbandonati”
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La curia risarcisca le vittime di pedofilia
Lettera a Caffarra sul prete condannato per abusi su una decina di alunne
La curia ripaghi le piccole vittime di pedofilia per gli abusi compiuti dal suo sacerdote. È questo il senso della lettera aperta che l’avvocato del foro di Ferrara Claudia Colombo invia al cardinale della diocesi di Bologna, Carlo Caffarra.
E lo fa proprio nel giorno in cui Benedetto XVI lancia la sua dura condanna contro i preti pedofili, in concomitanza con il XX anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.
Gli episodi cui il legale, che in processo ha assistito numerose parti civili, fa riferimento riguardano la condanna in primo grado inflitta dal tribunale di Ferrara a 6 anni e 10 mesi di reclusione a un prete (Condannato a sei anni prete pedofilo) per aver commesso, in veste di educatore e responsabile di un asilo parrocchiale, reiterati atti di pedofilia su numerose piccole alunne.
Della vicenda Estense.com si è occupato in più occasioni, mettendo in luce anche alcuni inquietanti retroscena (Prete pedofilo, la curia sapeva?), che videro – secondo le motivazioni della sentenza depositata dal giudice Caruso – la curia essere a conoscenza delle voci che circolavano su quanto stava succedendo in quella struttura (Prete pedofilo, il muro di gomma della Curia) di un piccolo paese dell’Alto ferrarese (che ricade nella diocesi felsinea).
Oggi, a quasi due anni dalla condanna, le piccole vittime e loro famiglie attendono ancora un risarcimento e una dichiarazione di scuse o quantomeno di conforto. Il tutto è spiegato nei dettagli della lettera che pubblichiamo integralmente.
Egregio cardinale Caffarra,
ho letto sulla pagina locale del 32 gennaio del “Carlino” edizione di Ferrara, l’articolo sulla sua visita pastorale alla scuola materna cattolica “beata Elisabetta Renzi” di Cento. Nel corso della visita lei ha ringraziato i genitori presenti per avere “dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i loro figli”, affermando che “un popolo senza impegno educativo non ha futuro”. È stato evidente il suo richiamo alla Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia di cui lei stesso è stato estensore e promotore nel settembre 2009.
In tale documento sono ben espressi i principi secondo i quali:
- il gestore e gli insegnanti delle scuole materne parrocchiali debbono condurre un’esemplare vita cristiana;
- i bambini vanno trattati ed educati con rispetto ed amorevolezza;
- la scuola cattolica richiede una stretta connessione con la chiesa locale e con la diocesi.
La Chiesa, insomma, è presente accanto ai genitori nel loro impegno educativo verso i figli e, attraverso i suoi ministri, i sacerdoti, cui lo delega, assume tale impegno quale momento pregnante del suo magistero.
Ricorderà bene, egregio cardinale, che nell’aprile del 2008 un sacerdote, parroco della sua curia, che rivestiva altresì le cariche di direttore, gestore ed insegnante di una scuola materna parrocchiale cattolica di un paese non distante dalla città di Cento ove lei ha partecipato alla inaugurazione riportata nell’articolo del quotidiano, è stato condannato in primo grado dal tribunale a 6 anni e 10 mesi di reclusione per aver commesso, in quella veste di educatore, reiterati delitti di pedofilia su numerose piccole alunne.
Il sacerdote, inoltre, è stato condannato a pagare immediatamente alle vittime ed ai loro genitori la somma di 28mila euro a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva.
Ebbene, ad oggi, sebbene avesse dovuto farlo immediatamente, come appunto sentenziato dal tribunale ferrarese, quel prete nulla ha pagato alle vittime degli atti di pedofilia e, temiamo, nulla pagherà; ma, prima e più ancora, ad oggi la Curia bolognese non ha avuto per le piccole vittime di quegli aberranti delitti e per i loro genitori alcuna parola di partecipazione e di contrizione e, soprattutto, alcuna assunzione di responsabilità.
A fronte dei principi richiamati nella Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia e dello stretto legame che in essa viene richiamato fra la scuola cattolica e la “Chiesa locale” quale “garanzia” non solo spirituale che la Chiesa presta ai genitori che le affidano la crescita materiale e religiosa – dunque anche etica – dei propri figli, il meno che ci si sarebbe potuti attendere era un segno tangibile di partecipazione per il completo fallimento di quel patto e di riparazione per quella “garanzia”.
Il silenzio ed il disinteresse che la curia bolognese ha dimostrato a quelle piccole vittime dei delitti di pedofilia (ed alle loro famiglie) rattristano ed offendono.
Comprende bene, egregio cardinal Caffarra, che non è tanto sul piano giudiziario che attendevamo il suo intervento: su quello, infatti, la curia aveva già espresso tutto il suo disimpegno fieramente opponendosi alla sua chiamata nel processo quale responsabile civile; è, invece, sul piano pastorale, sul quale si era consolidato il fiducioso affidamento dei bambini al suo sacerdote da parte dei genitori, che invece la curia ha mancato ad una “obbligazione” per lei ancora più cogente di quella strettamente giuridica.
Ha sorpreso anche il fatto che un tale abbandono dei genitori che io rappresento e dei loro bambini sia avvenuto in un momento nel quale invece l’attenzione della Chiesa verso le vittime di atti di pedofilia nel mondo da parte di sacerdoti e prelati verso minori si è manifestata alta e partecipata: pensiamo, infatti, alle parole, anche durissime, del Santo Padre per episodi accaduti in Irlanda, alle sue commosse parole di scuse e, perché no, anche alle riparazioni economiche delle vittime; pensiamo alla attività investigativa della Chiesa sugli episodi denunciati (cd. rapporto Murphy e rapporto Rayan); pensiamo all’ormai famoso comunicato finale dell’incontro del 23 aprile 2002 del Santo Padre coi cardinali statunitensi nel quale la Chiesa ha avuto parole di dura condanna e di concreta partecipazione.
Che farà la curia bolognese? Si limiterà a ringraziare i genitori che “… hanno dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i loro figli…” (dal suo discorso alla inaugurazione della scuola centese di cui il “Carlino” ha dato notizia il 23 gennaio scorso) o, una volta tradita tale fiducia per colpa di un suo sacerdote, si attiverà anche per ricucire il legame fiduciario interrotto e a risarcirne le gravissime conseguenze?
Se così non fosse la vicenda che le ho segnalato assumerebbe per le vittime i contorni di un insopportabile tradimento.
Ma ciò che più addolora di questa triste e squallida vicenda è che in questi quasi due anni dalle sentenza di condanna in primo grado del tribunale di Ferrara, né il parroco condannato, né la curia di Bologna, della quale lei monsignor Caffarra è cardinale, hanno mai rivolto alle piccole vittime di quegli aberranti delitti di pedofilia ed ai loro genitori parole di scuse e di rammarico. Alcun conforto la Chiesa, ad oggi, ha saputo (e voluto) manifestare a quelle vittime ed alle loro famiglie che con incondizionata fiducia avevano consegnato ed affidato i propri piccoli figli alla scuola materna parrocchiale, affinché li educasse, custodisse e preservasse secondo una morale ed etica cristiano cattolica di fratellanza, solidarietà e rettitudine.
Ad oggi, dunque, ed è cosa altrettanto grave, dopo quasi due anni dalla sentenza di condanna, alle vittime non sono ancora stati pagati (contrariamente a quanto stabilito dai giudici) i risarcimenti provvisoriamente esecutivi che il tribunale ha statuito in sentenza a carico del parroco imputato. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo ancora, è stato condannato per aver commesso, quale direttore gerente di una scuola materna cattolica parrocchiale, gli atti di pedofilia all’interno della struttura scolastica durante gli orari di scuola e, dunque, tradendo quella fiducia dei genitori che a lui ed alla sua struttura avevano affidato i propri figli.
Il silenzio (nel senso sopra accennato) che la Curia bolognese ha riservato alle piccole vittime di quel processo (ed alle loro famiglie), offende, stupisce e rattrista, tanto quanto i delitti di pedofilia attribuiti in sentenza al parroco condannato.
La invito quindi egregio cardinal Caffarra, anche in ossequio agli stessi principi della “Carta” da lei emanata, ad attivarsi affinché a quelle famiglie vengano effettivamente pagate le provvisionali immediatamente esecutive decretate in sentenza!
La invito dunque, laddove il parroco condannato persistesse ulteriormente a non pagare alle vittime i risarcimenti dovuti a titolo di provvisionali immediatamente esecutive, ad attivarsi affinché la curia di Bologna si sostituisca al prete debitore, provvedendo a versare quanto decretato in sentenza a favore delle vittime. Sono certa, cardinale, che dopo queste considerazioni ed in nome degli stessi principi di fratellanza e solidarietà cristiana da lei invocati nella sua Carta, che alle numerose bambine vittime dei deplorevoli atti di pedofilia del parroco condannato verranno, quanto prima, pagate le provvisionali immediatamente esecutive decretate in sentenza dal tribunale ferrarese.
La curia di Bologna, ci contiamo tutti, sono certa che anticiperà alle piccole vittime quanto loro spettante; del resto i delitti di pedofilia sono stati commessi da un parroco che al’epoca dei fatti la curia di Bologna aveva “preposto” ad una parrocchia della diocesi bolognese. Ma, intanto, che la curia bolognese anticipi quanto spettante alle vittime. La curia, egregio cardinal Caffarra, potrà poi richiedere il tutto al suo sacerdote.
Così facendo la curia di Bologna darebbe un bell’esempio di solidarietà e fratellanza cristiana, principi già messi a dura prova dai delitti contestati al parroco condannato.
Avv. Claudia Colombo (difensore di numerose parti civili)
www.estense.com/la-curia-risarcisca…lia-021513.html
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“prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”
“prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”
Data: 12/02/2010
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Cronaca Locale
Pagina III – Bologna L´inchiesta Prete pedofilo, la Curia si difende ma non risponde alle famiglie MICHELE SMARGIASSI La Curia continua a tacere, ma fa parlare i suoi avvocati. Martedì l´avvocatessa delle piccole vittime delle molestie del prete-maestro di un asilo parrocchiale del ferrarese, condannato due anni fa in primo grado, ha chiesto pubblicamente al cardinale Caffarra di farsi carico dei risarcimenti alle famiglie, che il sacerdote non può pagare. Ieri, dopo che Repubblica ha ricostruito l´intera triste storia dell´abuso, degli imbarazzi e del lungo silenzio mantenuto dalla Curia di Bologna (da cui dipende quella parrocchia), è stato l´avvocato Giuseppe Coliva a farsi vivo a nome delle gerarchie ecclesiastiche, con un formale invito alla rettifica che però, di fatto, non contesta nessuna delle notizie da noi riportate, provenienti integralmente dalla sentenza del Tribunale di Ferrara e dagli atti del processo. Infatti è contro quella sentenza che l´avvocato, volendo smentire «il preteso ‘muro di gomma´ opposto dalle autorità ecclesiali» si vede costretto ad indirizzare le sue critiche affermando che «il tribunale offre una non corretta e suggestiva lettura dei fatti». Un´osservazione, questa, che andrà dunque rivolta al tribunale dell´appello, sempre che all´appello si arrivi, visto che la data del secondo grado pare essere stata fissata fra due anni, con rischio di prescrizione.
SEGUE A PAGINA XIwww.nuovomolise.net/e_view.asp?S=1&C=2&G=4&M=3&E=12993
12/02/2010 11:16
Ultima chiamata per don FelixNulla di fatto nella riunione promossa dalla «Rete contro la violenza di genere»
CAMPOBASSO La riunione promossa dalla rete contro la violenza di Genere, presieduta da Giuditta Lembo e dedicata al caso «don Felix» più che per le presenze ha lasciato il segno per le sue assenze. Mancavano, seppure con una nota che ne giustificava l’assenza, tanto il comitato spontaneo costituitosi a Cercemaggiore per l’allontanamento del rete maltese, sia il tutore pubblico dei minori, Nunzia Lattanzio. In pratica i due protagonisti del braccio di ferro con la Curia vescovile di Campobasso, la vera grande assente dell’intera vicenda, responsabile del mantenimento nel comune molisano del sacerdote condannato per fatti di violenza su minori.
Il tentativo della «Rete» è stato quello di arrivare ad una pacificazione degli animi, decisamente esacerbati, tra le parti in causa. Da un lato i sostenitori di don Felix, dall’altro i suoi avversari. Chi ha seguito le vicende di queste ultime settimane sa bene come la comunità di Cercemaggiore si sia letteralmente spaccata sul delicato tema della permanenza di don Felix alla guida delle anime cercesi. Da una parte chi a ritenuto quella condanna infamante e quindi destinata a determinare l’allontanamento del prete, dall’altra chi invece ha visto nell’arrivo del sacerdote come una benedizione che ha fatto rifiorire l’amore per la Chiesa tra i credenti del paese.
La questione, in determinati momenti, ha assunto un rilievo di ordine pubblico. Sono volta, in più circostanze, parole grosse. Massiccia, in paese, anche la presenza delle forze dell’ordine in occasioni di manife stazioni di segno opposto.
Ieri, quindi, l’occasione era quella di sedersi tutti attorno a un tavolo e cercare di ragionare al fine di ritrovare serenità ed equilibrio. Un’opportunità tardiva, secondo l’interpretazione del «Comitato per la sicurezza e la legalità», quello avverso a don Felix. Della vicenda, fanno sapere, si discute da circa cinque mesi e, in ogni caso, nessuno potrà cancellare la condanna per pedofilia.
Su questo tema, nelle intenzioni della «Rete» riunitasi ieri con i soli sostenitori di don Felix, ha relazionato il noto penalista campobassano Gianfederico Cecanese. Il legale, autore di un testo di studio sul tema del «patteggiamento», ha spiegato come questa formula processuale non valga come ammissione di colpa. Il rito scelto da don Felix, o meglio dai suoi legali, riguarda solo la determinazione della pena ma non il raggiungimento e la formazione di una prova di colpevolezza. Potrebbero essere state, in buona sostanza, le ragione che hanno indotto il sacerdote e i suoi legali a intraprendere quella strada che poi ha portato alla condanna. La prova, sostiene il legale, è solo quella che si forma in dibattimento. In sede di patteggiamento il giudice prende atto solo della determinazione della pena così come stabilita direttamente dalle parti in causa.
Queste le valutazioni processuali. Resta tuttavia sullo sfondo il rumore di una vicenda che non si placa. Per il momento le certezze sono due: la condanna di don Felix e la sua dipartita da Cercemaggiore.Pasquale Di Bello
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Prete pedofilo. Esigiamo trasparenza sulle responsabilità della Curia di Bologna
Prete pedofilo. Esigiamo trasparenza sulle responsabilità della Curia di Bologna
Comunicato stampa, 02 Febbario 2010
PRETE PEDOFILO. CECCONI: “ESIGIAMO TRASPARENZA
SULLE RESPONSABILITA’ DELLA CURIA.
INAMISSIBILE L’ASSENZA DI AIUTO
ALLE VITTIME MINORENNI”Maurizio Cecconi, portavoce della Rete Laica Bologna, in merito al prete accusato di molestie sessuali nei confronti delle bambine di un asilo cattolico e al comportamento tenuto dalla Curia di Bologna.
“Secondo le testimonianze rese in aula da diverse persone che frequentavano la scuola materna all’interno della struttura parrocchiale di cui il prete era responsabile (maestre trimestrali, bidelle, cuoche), l’uomo era stato visto palpeggiare alcune bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi farla leccare. Le vittime avevano tutte tra i 3 e i 6 anni e frequentavano l’asilo in provincia di Ferrara, ma ricadente nella diocesi di Bologna“.
“In primo grado di giudizio, il tribunale di Ferrara ha condannato il prete a 6 anni e 10 mesi di reclusione, per aver commesso, in veste di educatore, reiterati atti di pedofilia su numerose piccole alunne”.
“Il giorno 11 Novembre 2004 le educatrici informarono i genitori di quanto accadeva nell’asilo. Decisero di avvisare i superiori del prete e la direttrice, insieme a un rappresentante dei genitori, si recarono a Bologna per incontrare i responsabili della Curia. L’incontro avvenne il giorno 8 Gennaio 2005, alla presenza di Mons. Ernesto Vecchi, numero due della Chiesa bolognese”.
“Secondo quanto riportato dall’educatrice, Vecchi disse: “Quell’uomo è malato e questo incontro non è mai avvenuto“. Quando Mons. Vecchi seppe poi che era già scattata una denuncia, si arrabbiò moltissimo, urlò contro la maestra, sostenendo che era pagata da loro”.
“I giudici Caruso, Oliva e Bighetti, nella sentenza di condanna del prete pedofilo, hanno precisato che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto del parroco, e di cui i rappresentanti dei genitori e l’educatrice intendevano discutere, equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti da parte delle gerarchie e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”“.
“Per i giudici ferraresi siamo di fronte a un “muro di gomma delle autorità ecclesiastiche”, che influì anche sulla tempestività delle denunce e quindi direttamente sul numero di bambine che sono rimaste vittime di molestie sessuali”.
“Alla luce dei fatti riportati e che hanno trovato conferma nel processo di primo grado, a cui vanno aggiunti i documenti vaticani “Crimen sollicitationis” e “De delictis gravioribus”, che indicano alle diocesi cattoliche di tutto il mondo come comportarsi nei casi di pedofilia tra i sacerdoti”, così Maurizio Cecconi, portavoce della Rete Laica Bologna, che continua: “Chiediamo che la Curia di Bologna, responsabile dell’asilo in cui lavorava il prete condannato, risponda alle seguenti domande di fronte all’opinione pubblica:
- Il “De delictis gravioribus” impone che la diocesi che apprende di casi di pedofilia al proprio interno informi tempestivamente la “Congregazione per la Dottrina della Fede” in Vaticano. Quali direttive hanno trasmesso dal Vaticano alla Curia di Bologna?
- Nel 2009 il Cardinale Caffarra ha curato e pubblicato la “Carta formativa della Scuola Cattolica dell’infanzia”, in cui si legge che “il gestore e gli insegnanti delle scuole materne parrocchiali debbono condurre un’esemplare vita cristiana”. Un’esemplare vita cristiana comprende anche le molestie sessuali sui minori?
- Il “Crimen sollicitationis” impone a “tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto, su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica “latae sententiae”, per il fatto stesso di aver violato il segreto”. E’ stato imposto il silenzio, dalla Curia di Bologna, alle educatrici, dipendenti della Curia stessa, e ai genitori delle vittime, con la minaccia della scomunica?
- Dove si trova attualmente il prete pedofilo condannato?
- Esercita ancora una professione a contatto con minori?
- Perché la Curia non paga le provvisionali alle famiglie delle bambine vittime di molestie, come richiestoLe, anche ieri, dal loro avvocato?
- Ci sono stati altri casi di pedofilia nelle scuole cattoliche della diocesi di Bologna?
- Non ritiene la Curia doveroso informare la famiglie e la cittadinanza in questi casi?”
“Come Rete Laica e come cittadini riteniamo che il comportamento omertoso della Curia di Bologna sia gravissimo e la qualifica come un’istituzione che protegge chi commette un reato piuttosto che le vittime del reato stesso. Non si potrà non tener conto di questa vicenda”, conclude Cecconi, “quando si andrà a discutere del possibile rinnovo della convenzione tra il Comune e le scuole private cattoliche“.
Prete pedofilo. Esigiamo trasparenza sulle responsabilità della Curia di Bologna
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l sacerdote venne condannato a 6 anni e 10 mesi per molestie sessuali su bambine dell’asilo che gestiva
Processo bis al prete per pedofilia
l sacerdote venne condannato a 6 anni e 10 mesi per molestie sessuali su bambine dell’asilo che gestiva
di Daniele PredieriFERRARA. Non è affatto un «processo breve». Perchè dopo la condanna dell’aprile 2008, inflitta dal tribunale di Ferrara, la causa per molestie sessuali a 10 bambine di un asilo della provincia, contestate ad un prete 65enne che da tempo vive nel Bolognese, si celebrerà solo dal 20 gennaio 2012 in poi.
Aspettando la possibile nuova legge sul «processo breve» – che non dovrebbe mettere comunque a rischio il lentissimo procedimento (perchè il reato è comunque grave, violenza sessuale su minori) -, il sacerdote sarà processato dai giudici della Corte d’appello di Bologna che dovranno confermare o smentire la condanna di primo grado a 6 anni e 10 mesi. Una pena inflitta dai giudici Caruso, Oliva e Bighetti per gli atti di chiara matrice sessuale ai danni di 10 bambine che frequentavano la scuola materna che lui gestiva in un paese della nostra provincia.
Tra quasi due anni, dunque, il prete sarà sottoposto al processo per fatti accaduti tra il 2003 e il 2004, per fatti che lo portarono all’arresto nel marzo 2005, e poi al processo davanti al tribunale di Ferrara tra il 2006 e il 2008: alla faccia, vien da dire, del «processo breve» che sta accendendo polemiche a non finire; alla faccia della tempistica dei processi, che la dice lunga sui carichi pendenti non solo dei tribunali ma dell’imbuto della Corte d’appello, dove arrivano tutti i processi della nostra regione. Ma questa è altra questione.
Tornando al processo, ieri l’avvocato Giuseppe Coliva di Bologna, nuovo legale del prete (di cui ripetiamo non vengono fornite generalità solo per non collegare l’asilo e il paese in cui gestiva la attività) ammetteva che questo è «un processaccio, di cui non va dato per scontato nulla: è una causa molto delicata e dunque occorre la massima cautela nella trattazione per non distruggere una persona. Ho letto con attenzione gli atti e ho depositato un appello di 80 pagine che discuteremo davanti ai giudici».
Il sacerdote, dunque dovrà attendere il suo «processo breve» per affermare l’estraneità ai fatti che gli vengono contestati, come aveva fatto in primo grado davanti ai giudici di Ferrara, sostenendo – di fatto – di essere vittima di una macchinazione, una sorta di complotto da parte delle sue ex dipendenti che aveva licenziato e poi riassunto. Ma che licenziò di nuovo «senza giusta causa» dopo che lo denunciarono: altro dettaglio di questa vicenda che lascia l’amaro in bocca, perchè le educatrici dell’asilo che fecero venire alla luce lo scandalo (presunto, visto che la sentenza non è definitiva) non sono state mai reintegrate nell’a silo.
E hanno cambiato lavoro. Solo per aver detto ciò che ritenevano la verità. Una verrità finora accolta dai giudici di Ferrara. La parola, ora, ai colleghi della Corte d’appello.
(16 dicembre 2009) -

Ieri in tribunale ha parlato la difesa del sacerdote ”Il prete accusato di violenze sessuali va assolto”
Le accuse non sono fondate e l’imputato va assolto con formula piena. È la richiesta che dopo tre ore di udienza a porte chiuse l’avvocato Milena Catozzi ha chiesto per il suo assistito, il prete che gestiva negli anni passati un asilo in provincia di Ferrara e che nel marzo di due anni fa è stato accusato di violenze sessuali (atti di libidine, molestie, ma senza giungere a rapporti completi) nei confronti di alcuni bambini che gli erano affidati.
Per lui il pm Filippo Di Benedetto aveva chiesto lo scorso 5 dicembre la condanna a sei anni di carcere per colui che, giusto per riportare alcune testimonianze, era stato visto infilare caramelle nelle mutandine di una bambina e averne baciato un’altra sulla bocca.
Ieri pomeriggio, nell’aula B del tribunale di Ferrara, ha terminato la sua arringa l’avvocato di parte civile Carlo Bergamasco. Dopo è stato il turno della difesa, che ha ricostruito tassello per tassello dall’inizio della vicenda fino alla formulazione dell’accusa tutti i particolari che hanno portato alla formulazione delle accuse contro il prete, “smontando – sostiene l’avvocato Catozzi – tutti i capi di imputazione – che si rivelano così infondati”.
Il sacerdote, 60 anni, che ora vive in una struttura religiosa del Bolognese, era stato denunciato da una educatrice che lavorava all’interno dell’organizzazione e che insieme ad altre 27 persone aveva testimoniato per l’accusa e per le parti civili nel giugno scorso, quando sono stati sentiti anche i 10 testimoni della difesa.
La prossima udienza è fissata per il 27 febbraio, alle 9, quando di fronte al tribunale collegiale (composto da Caruso, Oliva e Bighetti) parlerà l’altro avvocato della difesa, Giuseppe Pavan.
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Don Andrea Agostini Cento (Ferrara)
Don Andrea Agostini
Don Andrea Agostini è stato accusato di violenze su una decina di bambine di un paese vicino a Cento, nella diocesi di Ferrara. E’ stato condannato nel 2008 a 6 anni e 10 mesi di reclusione e al risarcimento di 28 mila euro
http://speciali.espresso.repubblica.it/mappe/pedofili/
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”Sei anni per il prete accusato di molestie su minori”
Notizia inserita il 6/12/2007
E’ quanto ha chiesto ieri il pm Di benedetto
Sei anni per aver molestato sessualmente una decina di bambine della parrocchia a lui affidata. È quanto chiede l’accusa contro un prete che gestiva negli anni passati un asilo in provincia di Ferrara e che nel marzo di due anni fa è stato accusato di violenze sessuali (atti di libidine, molestie, ma senza giungere a rapporti completi) nei confronti di alcuni bambini che gli erano affidati.
Ieri mattina nell’aula B del tribunale di Ferrara c’è stata le requisitoria del pm Filippo Di Benedetto, che ha chiesto sei anni di carcere per colui che, giusto per riportare alcune testimonianze, era stato visto infilare caramelle nelle mutandine di una bambina e averne baciato un’altra sulla bocca.
Il sacerdote, 60 anni, che ora vive in una struttura religiosa del Bolognese, era stato denunciato da una educatrice che lavorava all’interno dell’organizzazione e che insieme ad altre 27 persone aveva testimoniato per l’accusa e per le parti civili nel giugno scorso, quando sono stati sentiti anche i 10 testimoni della difesa.
Dopo la requisitoria del pm di ieri pomeriggio (l’udienza si è svolta a porte chiuse come tutto il resto del processo) la parola è passata agli avvocati di parte civile (Claudia Colombo e Carlo Bergamasco). In gennaio toccherà agli avvocati della difesa (rappresentata da Giuseppe Pavan e Milena Catozzi) sostenere la loro versione dei fatti di fronte al tribunale collegiale (composto da Oliva, Bighetti e Panza), poi la parola passerà ai giudici per la sentenza che presumibilmente arriverà nel marzo prossimo.

