Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: film

  • Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Emanuela Provera  – Federico Tulli

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Chiarelettere, Milano, 2018, pagine 184, euro 16,00

    Il testo si apre avanzando dubbi sulla buona fede di papa Francesco quando afferma di voler realmente combattere il cronico fanomeno dei preti pedofili. Gli Autori, dopo un’accurata indagine, scoprono che in carcere vi sono preti detenuti non solo per pedofilia ma anche per altri gravi reati. Addirittura vi è un parroco omicida.

    Si riscontra nel clero cattolico una doppia morale che affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato: si presenta il caso del confessore don Inzoli, soprannominato “Don Mercedes” per essersi arricchito grazie alla sua presunta vocazione spirituale! Si denunciano le complicità statali che garantiscono al clero “evidenti privilegi per gli ecclesiastici che nessun altro cittadino può avere”.

    La Chiesa cattolica è uno “Stato nello Stato” pericoloso sia dal punto di vista morale (pedofilia e simili) sia economico con particolar riguardo ai traffici di capitali tramite lo IOR. La trasparenza in Vaticano è una pura finzione e i nunzi apostolici continuano a usare cifrari per evitare di far conoscere le loro segretissime relazioni.

    I vescovi sono specializzati nell’occultare gli abusi dei propri sacerdoti diocesani rendendosi così complici delle loro nefandezze. Il testo fa l’esempio della diocesi di Boston i cui scandali hanno ispirato film da Oscar.  Anche la descrizione della testimonianza della vittima di un prete pedofilo della diocesi di Napoli ci fa capire come in tali strutture tutto sia congegnato per cercare di favorire il sacerdote accusato.

    I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e, dopo che i preti sono stati espusi dalla Chiesa, nessuno in Vaticano si occupa di segnalare i loro nomi alle autorità civili: parziale secretazione e divieto di stampa degli atti processuali servono a soffocare gli scandali.

    Il testo segnala anche casi di tortura: il prete esorcista campano don Barone percuoteva i presunti indemoniati.

    Infine, nei centri di recupero dei preti, in crisi per i più svariati motivi, “periodicamente viene distrutta tutta la documentazione” con ciò ostacolando anche eventuali studi psicologici o sociologici sui misfatti clericali.

    Pierino Marazzani, settembre 2019

  • La Chiesa risarcirà le vittime di un prete pedofilo francese

    La Chiesa risarcirà le vittime di un prete pedofilo francese

    La Chiesa vuole istituire al più presto una scala di compensazione del dolore per coloro che hanno subito gli abusi di padre Bernard Preynat nella chiesa di Saint-Luc, vicino a Lione

    di 

    A Lione sta per finire dopo anni di attesa il processo canonico a padre Bernard Preynat, accusato di violenza sessuale su dozzine di minori, dagli anni ’70 in poi. Lo riferisce la rivista online francese Mediapart che sottolinea che “entro due mesi” sarà consegnata la sentenza. Successivamente la Chiesa deciderà l’importo del risarcimento per ciascuna vittima, una procedura ritenuta “straordinaria”.

    Non solo: il giornale annuncia anche che la Chiesa vuole istituire al più presto una scala di compensazione del dolore. Il processo canonico a Preynant – che non è stato mai giudicato in un processo civile – sarebbe ripreso a settembre “dopo oltre tre anni di colpi di scena”, scrive Mediapart che aggiunge: “L’istruzione del dossier è terminata a fine aprile”.

    Caso emblematico dello scandalo della pedofilia nella Chiesa francese, la vicenda ha coinvolto l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin, condannato nel marzo scorso da un tribunale francese a sei mesi con la condizionale per non aver denunciato gli abusi sessuali perpetrati da padre Preynat e di cui era a conoscenza.

    Barbarin in seguito ha anche presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco. In una udienza privata, il Pontefice le ha rifiutate, invitandolo a lasciare la diocesi lionese. Ora Barbarin e’ in un luogo di ritiro lasciando la guida della diocesi al vicario generale moderatore, padre Yves Baumgarten.

    Il sacerdote Preynat, ora 72enne, ha officiato nella chiesa di Saint-Luc, di Sainte-Foy-les-Lyon, comune della metropoli di Lione, dal 1971 al 1991. Considerato un prete dinamico e carismatico, Preynat sovrintese centinaia di giovani scout (dai 7 ai 10 anni) della parrocchia e durante i numerosi campi estivi, primaverili e le attività del sabato e della domenica, abusò di loro.

    Storie drammatiche e dolorose che le vittime – ora anche padri di famiglia – sono riuscite a esternare, solo dopo 30-40 anni, grazie all’aiuto ricevuto dall’associazione La parole libérée. Del caso Preynat era a conoscenza la diocesi di Lione ma il sacerdote, nonostante le denunce dei molti genitori, continuò la sua attività in parrocchia. Venne anche trasferito in altre chiese ma proseguì a occuparsi di catechismo e a celebrare messe con i cori.

    Nel 2011 gli fu assegnata perfino la supervisione di una parrocchia più grande dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione dal 2002, che in seguito lo nominò decano nel 2013. La drammatica e scioccante storia, che ancora deve venire totalmente alla luce, ha toccato profondamente l’opinione pubblica francese. Grazie al coraggio delle vittime molti particolari sono stati svelati, anche con indagini giornalistiche e un libro inchiesta di Marie-Christine Tabet ‘Grace a’ Dieu, c’est prescrit – L’affaire Barbarin’. Anche il regista Francois Ozon ha realizzato un film “Grace a Dieu”, presentato allo scorso Festival di Berlino. La pellicola ha vinto l’Orso d’argento – Gran premio della Giuria.

    Tornando alla fine del processo canonico per padre Bernard Preynat, la rivista francese rivela che alcune vittime hanno già inviato le loro richieste al tribunale ecclesiastico. Ma occorre quantificare il danno di anni di sofferenza. Pierre-Emmanuel Germain-Thill, dell’associazione La parole libérée afferma che chiederà tra i 50 mila e i 100 mila euro: “È molto difficile stimare i danni subiti. Ho aggiunto l’infortunio fisico e morale per oltre 30 anni. Ho usato droghe a causa del trauma, ho avuto delle spese mediche. Ho anche considerato i miei fallimenti scolastici, negli anni delle aggressioni”.

    Un’altra vittima – che preferisce rimanere anonima – precisa che farà richiesta di 100 mila euro così dipartite: 10 mila euro alla diocesi per non aver fatto ciò che era necessario per fermare il massacro di bambini innocenti, 90 mila euro a padre Bernard, 50 mila euro per il danno subito per diversi anni e 40.000 euro per mancato guadagno nella sua vita professionale a causa di conseguenze psicologiche.

    Ma c’è anche chi, come Didier Bardiau, non rende pubblica la cifra, che si presuppone alta, che vuole però devolvere alle associazioni che si occupano di supportare le vittime di pedofilia. “Mi è stato chiesto di dare un prezzo alla mia vita – sottolinea -. Non posso quantificarla..”. E poi Laurent Duverger, che rimane dubbioso sulla procedura. “Potrei facilmente stimare i miei costi dalle sedute psicologiche. Ma un divorzio, una famiglia finita all’aria, tre anni e mezzo di violenza sessuale, quanto valgono?”.

    https://www.agi.it/estero/pedofilia_risarcimento_chiesa_preynat-5639425/news/2019-06-12/

  • Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Tensioni dopo il documentario “Non dirlo a nessuno” sui casi di pedofilia del clero (21 milioni di visualizzazioni su YouTube). I vescovi: vergogna, chiediamo perdono alle vittime. Ma c’è chi parla di operazioni strumentali. Il 13 giugno l’ex pm vaticano presiederà una giornata sulla protezione dei minori durante la plenaria della Conferenza episcopale

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Non ci sono parole». È un profondo e doloroso mea culpa quello dei vescovi polacchi per non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi di sacerdoti e religiosi su minori. Riunita a Varsavia ieri per il Consiglio permanente, la Conferenza episcopale ha ribadito tutta la «vergogna» per gli abusi e le violenze di cui sono stati protagonisti ecclesiastici. Parole certamente non di circostanza in un momento in cui la Chiesa in Polonia, seguendo una sorte simile a quella di Cile, Australia e Stati Uniti, viene travolta dagli scandali di pedofilia nel clero.

    “Non dirlo a nessuno”, il docufilm da 21 milioni di visualizzazioni

    A riaccendere la miccia, o meglio, a far scoppiare la bomba – considerando l’enorme copertura mediatica di questi giorni nel Paese -, è stato un documentario presentato sabato 12 maggio. “Tylko nie mów nikomu” (in italiano,“Non dirlo a nessuno”) è il titolo del film ribattezzato da alcuni come lo “Spotlight” polacco, in riferimento alla pellicola premio Oscar del 2016 che racconta delle inchieste del Boston Globe sui preti pedofili. In questo caso non si tratta di un lavoro giornalistico, ma di un’opera di indagine e ricerca svolta da due fratelli, Tomasz e Marek Siekielscy, nei ruoli di regista e di produttore, che attraverso testimonianze dirette o riprese con telecamere nascoste hanno voluto accendere i riflettori su vecchi e nuovi casi di abusi.

    La produzione è nata “dal basso” visto che il documentario – disponibile dal pomeriggio di sabato su YouTube con sottotitoli inglesi – è stato finanziato con la raccolta di fondi pubblici attraverso il portale Patronite.pl: circa 2500 persone avrebbero pagato un totale di 100mila euro per finanziare il film che dal suo lancio ad oggi ha registrato oltre 21 milioni di visualizzazioni.

    La Chiesa polacca divisa in due

    Dalla sua uscita l’atmosfera nel Paese è elettrica, per quanto a Roma ne sia giunta solo una flebile eco. La vicenda ha scosso il PiS, il partito nazionalista conservatore che governa da quattro anni la Polonia e che si è sempre presentato come strenuo difensore dei valori cristiani, ma soprattutto ha spaccato in due la Chiesa polacca.

    Tra i vescovi e non solo c’è chi attacca il documentario come iniziativa «violenta» e «anticlericale». Almeno in questi termini l’ha bollato Tadeusz Rydzyk, influente sacerdote redentorista, conduttore e direttore di Radio Maryja (in passato al centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e per il sostegno al  “Rosario alle frontiere”). L’arcivescovo di Danzica, Sławoj Leszek Głódź, ha invece spiegato alla stampa di non aver visto il documentario «perché non guardo qualsiasi cosa», mentre l’arcivescovo di Cracovia, Marek Jedraszewski, ha affermato che tutto il film è un modo per «fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne».

    Mea culpa della Conferenza episcopale: «Chiediamo perdono alle vittime»

    Di contro, il film ha ricevuto buona accoglienza da parte dei vertici della Conferenza episcopale, che hanno ringraziato il regista per il suo lavoro di ricerca della verità. Il primate della Polonia, Wojciech Polak, delegato episcopale per la protezione dei minori, si è detto «profondamente commosso da ciò che ho visto»: «L’enorme sofferenza delle persone ferite causa dolore e vergogna», ha affermato, «ringrazio tutti coloro che hanno il coraggio di raccontare il loro dolore. Chiedo perdono per ogni ferita causata dalla gente della Chiesa». «Tutte le questioni devono essere chiarite – ha assicurato Polak -. Nessuno nella Chiesa può sottrarsi alla responsabilità. Dobbiamo proteggere i bambini e i giovani. Non c’è altra via per la Chiesa».

    Parole ribadite dal presidente dei vescovi, Stanisław Gądecki, il quale dopo la sessione di ieri ha assicurato che l’episcopato farà di tutto per «evitare qualsiasi negligenza» con «una sensibilità ancora maggiore per aiutare le vittime». Già all’uscita della pellicola il prelato affermava: «A nome dell’intera Conferenza episcopale polacca, vorrei chiedere perdono a tutte le vittime. Mi rendo conto che nulla può compensare loro le ferite subite. Certamente questo film contribuirà anche a una condanna ancora più severa della pedofilia, per la quale non ci può essere posto nella Chiesa».

    Il 13 giugno la visita di monsignor Scicluna, ex pm vaticano per i casi di abusi

    In un clima così fortemente diviso si inserisce la visita del 13 giugno prossimo in Polonia dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna, l’ex pm vaticano per i casi di abusi, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviato dal Pontefice per due volte nel 2018 in Cile per indagare sui casi di abusi. Qualcuno, tra i media, ha lasciato intendere che Scicluna sia stato inviato dal Papa in Polonia a compiere una simile missione e “commissariare” la Chiesa del Paese est-europeo. Tesi avvalorata dalle recenti dichiarazioni della vicepresidente Joanna Scheurnig-Wielgus che affermava che Scicluna «non verrà qui a trascorrere il fine settimana, ma a sistemare tutti questi vescovi».

    La Conferenza episcopale polacca racconta, invece, un’altra storia, e cioè che Scicluna era stato invitato già nel 2018 per presiedere una giornata di studio sul tema della protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili durante la Plenaria che si terrà a metà giugno a Swidnica. «I vescovi sono grati che l’arcivescovo Scicluna abbia accettato l’invito inviatogli un anno fa», affermano in una nota. «Che la visita avvenga dopo la diffusione del documentario è pura coincidenza», spiegano fonti dell’episcopato a Vatican Insider.

    La Santa Sede, pur non emanato alcun comunicato ufficiale a riguardo ma ha confermato la stessa versione della Conferenza episcopale – come pure lo stesso Scicluna sul suo account Twitter – sull’edizione inglese del portale ufficiale Vatican News, in cui si sottolinea un collegamento tra la visita dell’arcivescovo e l’atmosfera di indignazione e commozione suscitata dal documentario.

    I casi del cappellano di Wałęsa e del suo confessore Cybula

    Due i casi riportati nelle due ore e mezzo di filmato che hanno sconvolto in particolare l’opinione pubblica. In primis la confessione del cappellano dell’ex presidente Lech Wałęsa, padre Henryk Jankowski (la cui statua a Danzica è stata abbattuta in senso di protesta) e il suo confessore di lunga data, Franciszek Cybula, morto il 21 febbraio 2019, per anni tra i sacerdoti più importanti e conosciuti della Polonia. Lo stesso Wałęsa, sconcertato dalle rivelazioni, ha dichiarato: «Non ho mai avuto alcun sospetto nei confronti di Cybula, per le persone della mia generazione era quasi un santo, oltre ogni sospetto».

    Gli abusi del marianista, costruttore del Santuario di Licheń

    Il secondo caso è quello di padre Eugeniusz Makulski, marianista, storico costruttore del Santuario di Nostra Signora a Licheń. La sua vicenda viene ripercorsa attraverso la voce di un ragazzo divenuto poi sacerdote che, restando anonimo, racconta le violenze subite. I Marianisti della basilica di Licheń hanno subito preso le distanze dopo la pubblicazione del documentario, ribadendo il dolore per tutte le vittime – «Niente è in grado di risarcire loro per questo danno» – e spiegando che «i casi segnalati sono stati inoltrati alla Santa Sede, secondo le norme vigenti della legge della Chiesa». Intanto, «don Makulski si sottomette alle decisioni della Santa Sede, e per decisione dei superiori religiosi viene escluso da ogni attività pastorale».

    Il sacerdote arrestato per pedofilia che partecipa a ritiri con i bambini

    Più intricata la storia, riportata nel docufilm, di don Dariusz Olejniczak, sacerdote di Varsavia: condannato a due anni mezzo di carcere per pedofilia, aveva ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli vietava qualsiasi contatto con minorenni. Nonostante ciò ha continuato a partecipare ad attività con bambini e adolescenti, tra cui ritiri spirituali. I due registi – si vede nel docufilm – con una telecamera nascosta hanno preso parte ad una messa celebrata da Olejniczak in una parrocchia Malbork nel dicembre 2018. Durante la funzione il prete invita i bambini all’altare e distribuisce loro la comunione. Dopo la pubblicazione del film padre Dariusz, consultatosi con il cardinale arcivescovo Kazimierz Nycz, ha presentato al Papa le sue dimissioni per essere ridotto allo stato laicale. Lo rende noto l’Arcidiocesi di Varsavia in un comunicato: «Padre Olejniczak ha motivato la richiesta con la violazione di un’ordinanza del tribunale», l’aver cioè «intrapreso attività legate al lavoro con i bambini e i giovani, nascondendo questo fatto al curatore nominato dalle autorità ecclesiastiche». Il sacerdote ha «espresso il suo pentimento» e ha assicurato «piena collaborazione con le autorità statali». In accordo con il cardinale «ha lasciato il suo precedente luogo di soggiorno», il seminario Redemptoris Mater di Varsavia.

    A febbraio l’incontro di una vittima polacca con il Papa, quel report definito una «operazione strumentale»

    In Vaticano, intanto, la situazione in Polonia viene monitorata costantemente. Tuttavia, spiegano fonti curiali, si fa attenzione a distinguere quelle che sono «operazioni strumentali» miranti ad «un ritorno d’immagine politico». Secondo alcuni osservatori e giornalisti, un gesto del genere è stato quello del 20 febbraio scorso di Marek Lisiński, vittima di un prete a 13 anni, che al termine di un’udienza generale consegnava al Papa il rapporto sulle violazioni della legge da parte dei vescovi nei casi di abusi. Il report era stato stilato dai rappresentanti della Fondazione polacca “Non abbiate paura” che fornisce aiuto legale e psicologico alle vittime, aiutandole anche ad ottenere risarcimenti da parte della Chiesa cattolica.

    Ad accompagnare Lisiński c’erano l’onorevole Joanna Scheuring-Wielgus, membro del partito liberale “Adesso!”, in lizza per il Parlamento europeo e per il Parlamento polacco in autunno, e Agata Diduszko-Zyglewska, femminista, legata all’estrema sinistra radicale. In tanti hanno letto in questo gesto una operazione costruita ad hoc per ottenere consenso politico in piena campagna elettorale, mentre i membri della Fondazione affermano che la presenza dell’onorevole era utile solo a far ottenere un posto a Lisiński all’udienza per riuscire in un intento in cui finora era sempre stato «ostacolato». Quello di parlare con il Papa che, al termine dell’incontro, gli aveva anche baciato le mani.

  • La pedofilia nella Chiesa ha sconvolto la Polonia

    La pedofilia nella Chiesa ha sconvolto la Polonia

    La cattolica Polonia è stata sconvolta dal film documentario indipendente sui fatti di pedofilia raccontati dalle vittime e da chi li ha commessi. Due ore di testimonianze e confessioni nel docufilm intitolato, «Soltanto non dirlo a nessuno», che ha avuto in Polonia l’effetto di un elettroshock e ha travolto la campagna elettorale per le elezioni europee. Diffuso su YouTube, ha totalizzato 11 milioni di visualizzazioni in tre giorni, scatenando una tempesta politico-mediatica e diventando un caso sociale. Finanziato grazie a donazioni di internauti, il documentario è un’accurata indagine giornalistica che mette a confronto, attraverso telecamere nascoste, direttamente le vittime dei preti pedofili con i propri aggressori che in più occasioni confessano le proprie azioni e cercano di chiedere perdono sorpresi da questi incontri inaspettati, decenni dopo i fatti.

    Sulla scia dello scandalo del prelato Henryk Jankowski, sacerdote vicino a Solidarnosc e icona della lotta contro il comunismo, il film mostra il sacerdote Franciszek Cybulski, confessore, consigliere e amico di lunga data Lech Walesa, ammettere i propri atti di pedofilia davanti ad una delle sue vittime, prima di offrirgli denaro a compensazione. Il film dimostra come la gerarchia ecclesiastica camuffa sistematicamente e minimizza la gravità dei comportamenti pedofili. Nel film documentario i giornalisti filmano anche un prete, con un passato in prigione, al quale è stato vietato, a vita, di lavorare con minori, dirigere una colonia spirituale per bambini. Appena il film è uscito il sacerdote in questione ha chiesto ai suoi superiori di potersi «spretare» e tornare allo stato di laico.

    Il documentario segna un punto di svolta: davanti alla vastità dello scandalo per la prima volta sembra che sia l’episcopato che i politici vogliano passare dalle parole ai fatti. Solitamente, davanti a questo tipo di rivelazioni, la Chiesa ha sempre negato, ma questa volta l’episcopato si è espresso, arrivando addirittura a «ringraziare» l’autore del film, Tomasz Sekielski, secondo quanto ha riportato Le Monde. Il primate della Polonia, monsignor Wojciech Polak, si è detto profondamente toccato dal film e si è scusato per le ferite provocate dagli uomini della Chiesa. «Tutti i fatti devono essere chiariti», ha detto, «e nessuno, dentro la Chiesa, potrà evitare le proprie responsabilità».

    Il film ha travolto anche la campagna per le elezioni europee. Il leader della maggioranza ultraconservatrice, Jaroslaw Kaczynski, ha annunciato l’intenzione di aumentare fino a trent’anni di prigione, senza condizionale, la pena per il reato di pedofilia e il leader della coalizione di opposizione liberale, Grzegorz Schetyna (Piattaforma civica), ha proposto di eliminare i termini di prescrizione nei casi di pedofilia. Ma il film, secondo Le Monde, solleva anche un’altra questione: la responsabilità del papa polacco, Giovanni Paolo II, beatificato nel 2011, sulla questione della pedofilia che è emersa sotto il suo pontificato.

  • Il documentario di cui si parla un sacco in Polonia

    Il documentario di cui si parla un sacco in Polonia

    Negli ultimi giorni in Polonia si è parlato moltissimo di un documentario sugli abusi di minori all’interno della Chiesa cattolica locale. Il film, Tell No One (“non dirlo a nessuno”) è stato realizzato da due fratelli, Tomasz e Marek Sekielski: parla di casi di pedofilia che avvenivano nel completo silenzio delle gerarchie, che come in altri paesi nel mondo preferivano spostare di parrocchia in parrocchia il sacerdote accusato piuttosto che affrontare il problema o denunciarlo alle autorità. Sabato è stato pubblicato su YouTube e martedì era stato visto già più di 11 milioni di volte. È un numero enorme per un paese di 38 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali è di religione cattolica.

    Da tempo la Polonia è considerata uno dei paesi più cattolici d’Europa: oltre il 40 per cento della popolazione partecipa alla messa ogni domenica. La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo decisivo nel plasmare l’identità nazionale del paese e durante il comunismo è stato uno dei primi bastioni di resistenza contro il dominio straniero. Papa Giovanni Paolo II, il primo papa polacco, diventato santo nel 2014, è venerato sia come autorità morale sia per la sua opposizione al comunismo. In Polonia non avviene nessuna cerimonia pubblica a cui non sia presente almeno un membro del clero. Chiesa e potere civile sono strettamente legati in Polonia, e il partito di governo Diritto e Giustizia (PiS), di destra radicale, usa molto la propria alleanza con la chiesa per legittimare il suo potere.

    Come molti altri paesi, la Polonia ha già dovuto fare i conti con le rivelazioni degli abusi del clero sui minori. A marzo, le autorità ecclesiastiche polacche avevano dichiarato di essere a conoscenza di 382 sacerdoti che dagli anni Novanta ad oggi hanno abusato di 625 minori. Il documentario sugli abusi dei preti ha riaperto il dibattito. «Perché i preti commettono tali crimini? Perché i vescovi non hanno reagito come dovuto? Perché, per anni, ha prevalso una congiura del silenzio tra il clero?» si è chiesto sul sito Onet il giornalista Andrzej Gajcy, ponendosi alcune domande che vengono spontanee dopo aver visto il film.

    Nella scena iniziale una donna con addosso una telecamera affronta il suo molestatore, un sacerdote che aveva abusato di lei quando aveva sette anni, costringendola a masturbarlo e a farsi toccare. Un’altra donna racconta di quando era stata stuprata a 13 anni da un sacerdote che le aveva ordinato di non raccontare a nessuno quello che era successo, nemmeno in confessionale a un altro sacerdote (da qui il titolo Tell No One).

    Tra i preti accusati di pedofilia dai fratelli Sekielski c’è anche don Franciszek Cybula, ormai morto, che tra il 1980 e il 1985 fu il parroco della parrocchia di Lech Walesa, l’operaio e sindacalista che per anni ha guidato il movimento Solidarność ed è stato il primo presidente della Polonia dopo la caduta del comunismo. «Sono così sorpreso che non so cosa dire», ha detto Walesa al New York Times: «Se io, come cattolico, avessi saputo, non avrei mai permesso una cosa del genere».

    Dopo la visione del video il primate di Polonia, Wojciech Polak, arcivescovo di Gniezno, ha ringraziato i due fratelli che hanno realizzato il documentario per il loro lavoro e si è scusato «per ogni ferita inflitta dalla Chiesa». Anche il nunzio apostolico vaticano in Polonia, monsignor Salvatore Pennacchio, ha portato le sue scuse e quelle di Papa Francesco ai sopravvissuti.

    Non sempre le reazioni all’interno della Chiesa sono state di comprensione: Leszek Slawoj Glodz, l’arcivescovo di Danzica, una delle diocesi più importanti della Polonia, ha detto che aveva di meglio da fare che guardare un film e riaprire storie vecchie. Glodz è stato accusato nel documentario di aver insabbiato un caso di pedofilia all’interno della sua diocesi.

    Anche il mondo politico ha reagito duramente: il procuratore generale ha detto che aprirà delle indagini per verificare i fatti raccontati nel documentario, mentre PiS ha detto che il governo adotterà un approccio più severo per affrontare e fermare i casi di abusi sessuali su minori.

    I partiti di opposizione hanno chiesto che venga nominata una commissione governativa per indagare sugli abusi all’interno della Chiesa, ma nonostante PiS si sia impegnato a perseguire i reati sessuali, finora è stato molto attento a non disturbare eccessivamente la Chiesa. Domenica Jarosław Kaczyński, presidente e fondatore di PiS, ha promesso che la pena per gli abusi sessuali su minori aumenterà da 15 a 30 anni di prigione, così come l’età per il consenso per avere un rapporto sessuale passerà da 15 a 18. Il ministro dell’Interno, Joachim Brudziński, lunedì ha detto che in futuro ci sarà «tolleranza zero» per i pedofili.

    Ma la posizione di PiS in questo momento è molto scomoda: per guadagnare il potere e ottenere l’appoggio della popolazione i leader di Diritto e Giustizia hanno stretto una forte alleanza con la maggior parte dei vescovi polacchi. Come racconta Politico, molti sacerdoti polacchi, soprattutto in campagna, sostengono apertamente il partito. «Chi alza una mano contro la Chiesa, per distruggerla, alza una mano contro la Polonia», aveva detto durante un comizio elettorale all’inizio di questo mese Kaczyński, aggiungendo che non può esistere la Polonia senza la Chiesa.

    Il documentario è uscito appena due settimane prima delle elezioni europee del 26 maggio, e potrebbe polarizzare il discorso elettorale a sfavore di PiS: soprattutto nelle città, dove gli elettori tendono ad essere più liberali e laici rispetto alle campagne, dove vivono i sostenitori del partito (già accusato da alcuni anni di aver trasformato la Polonia in uno stato semi-autoritario).

    Le europee saranno un po’ il banco di prova per le elezioni generali che ci saranno in autunno e PiS inizia a sentire la pressione: «Il risultato delle elezioni è in pericolo», ha detto durante un’intervista radiofonica Adam Bielan, vice presidente del Senato e candidato al Parlamento europeo, «non siamo certi della vittoria». L’affluenza alle europee in Polonia non è mai molto alta: nel 2014 solo il 23,8 per cento degli elettori andò a votare, ma un nuovo sondaggio del giornale Rzeczpospolita dice che questa volta almeno il 55 per cento degli aventi diritto ha intenzione di partecipare. In realtà secondo gli ultimi sondaggi PiS ha ancora quattro punti di vantaggio sulla Coalizione Europea, il raggruppamento dei principali partiti di opposizione.

    https://www.ilpost.it/2019/05/16/documentario-preti-pedofili-polonia/

  • Polonia: docufilm svela abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti

    Polonia: docufilm svela abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti

    S’intitola “Non dirlo a nessuno” il documentario, girato in Polonia, che dà voce alle vittime di abusi sessuali che coinvolgono il clero e punta il dito contro la pratica di spostare preti pedofili da una parrocchia all’altra.

    Le immagini, che illustrano molteplici casi di violenze su minori ad opera di sacerdoti cattolici, hanno già ricevuto più di 11 milioni di visualizzazioni su YouTube.

    “Ho l’impressione che, a partire da chi abusa sino alla gerarchia ecclesiastica – dice il regista, Tomasz Sekielski – ci sia una totale mancanza di empatia per le vittime, nulla che vada oltre frasi di circostanza come ‘Abbiamo le vittime nei nostri cuori’ oppure ‘Li incontreremo’: in effetti, non accade nient’altro”.

    Il leader del Partito ‘Diritto e Giustizia’, Kaczynski, annuncia intanto imminenti modifiche al codiceper inasprire le pene nei confronti di chi commette abusi su minori, passando dagli attuali 12 anni di massima pena a 30 anni di carcere.

    Il lungometraggio ha causato un’ondata di reazioni indignate: “Le prove – afferma Lech Walesa, ex Presidente del Paese – dicono che nella mia vita molti preti non erano brave persone, non è nella mia testa ma si è scoperto che è tutto vero, sono sorpreso ed è un peccato che io abbia avuto così tanti cattivi confessori e maestri di fede”.

    Interpellato sull’argomento da una giornalista televisiva polacca, l’Arcivescovo di Danzica, Glodz, ha detto che non guarderà il film, e alla domanda su quando finirà l’occultamento dei casi di pedofilia, ha risposto: “Non mi provochi, non sono così ingenuo come potrebbe pensare”.

    https://it.euronews.com/2019/05/14/polonia-docufilm-svela-abusi-sessuali-su-minori-da-parte-di-sacerdoti

  • “Non dirlo a nessuno”, il documentario choc sui preti pedofili sconvolge la Polonia

    “Non dirlo a nessuno”, il documentario choc sui preti pedofili sconvolge la Polonia

    “Non dirlo a nessuno”, un documentario sugli abusi sessuali compiuti da preti pedofili sta indignando la cattolicissima Polonia. Il film è stato pubblicato sabato su YouTube e ha già avuto oltre 14 milioni di spettatori. Lo scandalo pedofilia all’interno del clero polacco ha investito in pieno anche il governo conservatore, strenue difensore della Chiesa.

    “Non dirlo a nessuno”, un documentario sugli abusi sessuali compiuti da preti pedofili, sta suscitato un’ondata di indignazione nella cattolicissima Polonia. Realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski, il film è stato finanziato grazie alle micro donazioni degli stessi spettatori attraverso una piattaforma di crownfunding. Da sabato, giorno della sua pubblicazione su YouTube, ha già avuto oltre 14 milioni di spettatori.

    Il documentario inizia con la storia di Anna Misiewicz, una donna di 39 anni, che trova il coraggio di affrontare padre Jan A., un anziano sacerdote che l’ha molestata quando era bambina. Misiewicz ritorna in una parrocchia a Topola, un villaggio vicino a Cracovia, con una telecamera nascosta per chiedere conto al prete degli abusi. “Voglio sapere perché lo ha fatto, avevo solo 6 o 7 anni”, afferma emozionata. “Si rende contro – prosegue – che sono ancora impaurita? Che ho gli incubi di notte e non riesco a dormire?” Quando ricorda al parroco pedofilo i momenti in cui la baciava e le prendeva le mani per masturbarsi, padre Jan ammette: “So che non avrei dovuto farlo, non avrei dovuto toccarti o baciarti, so che non dovrei aver avuto queste stupide passioni”. “Mi dispiace tantissimo – prova a giustificarsi – è stata opera del diavolo”.

    Il docu-film presenta nuove prove sulla pedofilia di molti preti polacchi e di come, invece di essere cacciati dalla chiesa o denunciati alla polizia, i sacerdoti abusatori venissero semplicemente trasferiti in altre parrocchie. Un’altra vittima, Marek Mielewczyk, racconta di aver subito abusi sessuali all’età di 13 anni. Il prete gli aveva ordinato “di non dire a nessuno quello che era successo”, nemmeno durante la confessione. “Non dirlo a nessuno” affronta anche il caso del reverendo Dariusz Olejniczak, che nonostante gli abusi a bambine di 7 anni, ha continuato a stare in contatto con i giovani per diverso tempo. Domenica, il giorno dopo la pubblicazione del film denuncia, Olejniczak ha annunciato che abbandonerà il clero.

    Lo scandalo ha costretto la gerarchia cattolica a riconoscere le proprie colpe. “Mi scuso per ogni ferita inflitta al popolo della chiesa”, ha detto l’arcivescovo Wojciech Polak. Anche il nunzio apostolico in Polonia, l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, ha voluto inviare un messaggio di solidarietà alle persone che hanno subito gli abusi. “Il papa è molto preoccupato per l’accaduto – ha detto Pennacchio – ed esprimiamo la nostra compassione”. Altri membri della Chiesa polacca, invece, non hanno apprezzato le denunce di pedofilia. Come l’arcivescovo di Danzica, Leszek Slawoj Glodz, il quale ha affermato di avere di meglio da fare che guardare il film. In Polonia, dove la Chiesa è un’istituzione rispettata e potente, espressione dell’identità nazionale, il docu-film dei fratelli Sekielski ha scosso le coscienze. “Perché i preti commettono tali crimini? Perché i vescovi non hanno reagito come avrebbero dovuto? Perché, per anni, ha prevalso tra il clero la cospirazione del silenzio?” si chiede il giornalista Andrzej Gajcy, condividendo in parte le domande di molti altri polacchi.

    Il clamore suscitato dai casi di pedofilia nel clero polacco ha investito anche la politica. Grzegorz Schetyna, leader di Piattaforma civica, il principale partito di opposizione, ha chiesto una commissione governativa per indagare su come il clero abbia affrontato gli abusi sessuali dei suoi membri. Sebastian Wierzbicki, di Alleanza della sinistra democratica (Sld), ritiene che il documentario “mostri che la Chiesa cattolica ha un enorme problema con la pedofilia, problema celato da anni. I fatti scioccanti emersi dal documentario mostrano che la questione riguardava anche i più importanti dignitari della Chiesa polacca. Sono contento che questo film sia stato mostrato”. Jarosław Kaczyński, il leader del partito al governo Diritto e giustizia (PiS), ha promesso di aumentare le pene per gli abusi sui minori fino a 30 anni di carcere. Allo stesso tempo, però, ha difeso con forza il corpo ecclesiastico polacco. “Chi vuole attaccare e distruggere la nazione polacca, prima attacca la Chiesa”, ha dichiarato il politico conservatore. A poco più di una settimana dalle votazioni europee, secondo alcuni analisti, la stretta alleanza tra clero e il partito Diritto e giustizia potrebbe avere anche delle conseguenze elettorali. “Non sono sicuro che il film sia un punto di svolta, ma certamente non aiuta il PiS”, ha affermato Marek Migalski, politologo presso l’Università della Slesia.

    La pedofilia all’interno del Chiesa polacca era già emersa a marzo quando la Conferenza episcopale ha reso noti centinaia di casi di violenze sessuali su minori. I numeri, mostrati durante una conferenza stampa da padre Wojciech Sadlon, lasciano senza parole: 625 minori, di cui 345 al di sotto 15 anni di età; ben 382 casi di sacerdoti e persino suore che hanno abusato sessualmente di minori tra il 1990 e il 2018. “Sappiamo che questa è ancora solo la punta dell’iceberg”, ha detto il gesuita Adam Zak, coordinatore per la protezione dell’infanzia e gioventù nell’episcopato.

    https://www.fanpage.it/non-dirlo-a-nessuno-il-documentario-choc-sui-preti-pedofili-sconvolge-la-polonia/

  • Polonia, il docufilm sui preti pedofili che fa indignare il Paese

    Polonia, il docufilm sui preti pedofili che fa indignare il Paese

    Il documentario dà voce a diverse vittime di abusi sessuali che coinvolgono il clero e punta il dito contro la pratica di spostare noti pedofili da una parrocchia all’altra

    Aurora Vigne

    Abusare, e poi nascondere. Una modalità già vista questa dei preti pedofili che ora emerge con forza da un nuovo documentario girato in Polonia.

    Al centro di questo lungometraggio, appunto, i casi di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici. Il docufilm, che su YouTube ha avuto oltre sette milioni di visualizzazioni, da quando è stato pubblicato sabato scorso ha provocato un’ondata di reazioni indignate.

    Intitolato “Tylko nie mòw nikomu” (Ma non dirlo a nessuno) e realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski, il documentario dà voce a diverse vittime di abusi sessuali che coinvolgono il clero e punta il dito contro la pratica di spostare noti pedofili da una parrocchia all’altra.

    Le reazioni della Chiesa polacca hanno spaziato tra chi ha chiesto scusa “per gli errori”, come l’arcivescovo e primate di Polonia Wojciech Polak, a chi si è barricato dietro un no comment, come l’arcivescovo di Danzica, Slawoj Glod, il quale ha detto di “non aver visto il documentario”. L’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, invece, ha bollato il film come un modo di “fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne”.

    Jaroslaw Kaczynski, leader del partito nazionalista al governo Diritto e giustizia, ha annunciato che si preparano modifiche al codice penale per inasprire le pene a chi commette abusi su minori. “Le pene potrebbero arrivano fino a 30 anni di carcere”, ha avvertito Kaczynski, nel pieno della campagna elettorale per le Europee del 26 maggio. Al momento, per gli abusi sessuali su bambini al di sotto di 15 anni, in Polonia sono previste pene fino a 12 anni di carcere.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/polonia-docufilm-sui-preti-pedofili-che-fa-indignare-paese-1693815.html?mobile_detect=false

  • NON LO DIRE A NESSUNO | Film documentario completo di Tomasz Sekielski Sub-ITA

    NON LO DIRE A NESSUNO | Film documentario completo di Tomasz Sekielski Sub-ITA

    Il documentario indipendente dei fratelli Tomasz e Marek Sekielski.

    Questa è la verità sulla Chiesa cattolica in Polonia.

    Il film è stato interamente finanziato dagli spettatori via Patronite.pl.

    ————-

    SUB: http://youtube.com/channel/UCmuaurR3F…

    FB: https://www.facebook.com/Sekielski TT: @sekielski

  • NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO

    NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO

    Un dossier sulla pedofilia nella Chiesa cattolica: due interviste (a Federico Tulli e Francesco Zanardi) e la posizione di «Noi siamo Chiesa»

    Le interviste – di Carlotta Pedrazzini – a Federico Tulli e Francesco Zanardi sono riprese dal numero di maggio di «A rivista anarchica».

    Federico Tulli, giornalista e redattore di “Left”, racconta di come la chiesa sia da sempre impegnata a coprire il fenomeno, numericamente mostruoso, delle violenze sessuali su minori commesse dai sacerdoti. Per la chiesa, e per il suo capo Jorge Mario Bergoglio, l’abuso di un bambino è un peccato di lussuria indotto dal diavolo. Non una violenza contro un essere umano. E della responsabilità individuale dei sacerdoti (e di quella collettiva della chiesa) non c’è traccia.

    Carlotta – Sei stato il primo e unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani di pedofilia nella chiesa. Su quest’inchiesta è uscito il libro Chiesa e pedofilia. Il caso italiano(L’asino d’oro edizioni, 2014). Ora hai firmato un nuovo libro-inchiesta che racconta cosa succede agli uomini e alle donne di chiesa che il Vaticano considera “in difficoltà”, ossia pedofili, stalker, assassini. Cosa rivela il tuo ultimo lavoro?

    Federico – Questo libro, scritto con Emanuela Provera, s’intitola Giustizia divina (Chiarelettere, 2018). Si tratta di un’inchiesta sul modo in cui la chiesa esercita l’azione penale nei confronti dei sacerdoti che compiono reati, ma in realtà si tratta anche di un’inchiesta su come lo stato italiano esercita l’azione penale nei confronti dei sacerdoti.

    Siamo partiti da due domande: quanti sono i sacerdoti in carcere in questo momento in Italia e che tipo di reati hanno compiuto? Queste domande ce le siamo poste nel 2015 e l’inchiesta è durata praticamente quasi tre anni. Le domande le abbiamo rivolte al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che è l’organo del ministero di giustizia che si occupa di monitorare, anche a livello statistico, la popolazione carceraria. Ma la cosa interessante è che il DAP non ci rispondeva, nonostante avesse l’obbligo di farlo.

    Alla fine, dopo due mesi dalla nostra richiesta, la risposta è arrivata e diceva che il dipartimento non aveva quel tipo di informazione. Come se il DAP non conoscesse la professione che svolgevano i detenuti prima di entrare in prigione. Abbiamo insistito per un anno e mezzo, perché sapevamo che il dato c’era. A un certo punto abbiamo ricevuto l’autorizzazione a rivolgerci direttamente ai 190 istituti di pena da noi individuati in Italia, e in un anno e mezzo siamo riusciti a ottenere una risposta da 125 amministrazioni carcerarie. In 70 non ci hanno mai risposto sebbene fossero obbligati a fornirci questo dato, richiesto in osservanza della privacy. Avremmo potuto insistere con una diffida ma abbiamo preferito non andare oltre.

    Cosa emergeva dai dati?

    I dati che avevamo raccolto dicevano che in carcere in Italia, tra il 2016 e il 2017, c’erano cinque sacerdoti e solo uno era rinchiuso per pedofilia. Un solo sacerdote in carcere in Italia per pedofilia ci sembrava un numero assolutamente esiguo e non rispondente alla realtà. Da fonti certe, infatti, sapevamo che ce n’erano almeno otto ed era possibile che si trovassero negli istituti che avevano preferito non risponderci. Comunque abbiamo confrontato questo dato con un altro; sapevamo che negli ultimi quindici anni in Italia sono stati denunciati per pedofilia circa trecento sacerdoti, e di questi almeno centoquaranta sono stati condannati dalla magistratura civile in via definitiva per abusi su minori. La fonte di questo dato è la Rete L’Abuso. A questo punto la domanda che ci siamo fatti è stata: dove sono tutte queste persone condannate per abusi su minori, visto che non sono in carcere? Da questo interrogativo è partita la seconda parte dell’inchiesta.

    Lo stimolo ci è venuto da un film di Pablo Larrain, Il club, che si svolge interamente in una casa molto isolata dove all’interno ci sono cinque sacerdoti, uno di questi è un pedofilo, uno ha collaborato con la dittatura di Pinochet, uno ha il vizio delle scommesse, uno è cleptomane e un altro è omosessuale. Questa struttura era utilizzata dalla chiesa cilena per far espiare le pene ai sacerdoti peccatori; questi rimanevano all’interno della struttura per un tempo non definito, lontano da occhi indiscreti, non denunciati alla magistratura civile.

    Vedendo quel film ci siamo chiesti: ma non sarà che quel tipo di struttura si trova anche in Italia ed è lì che vengono sistemati i sacerdoti che non abbiamo trovato in carcere? In estrema sintesi, la risposta è sì.

    Quindi cosa avete fatto? Vi siete messi alla ricerca delle strutture?

    Sì, con Emanuela ci siamo messi alla ricerca per tutto il paese e abbiamo realizzato il reportage che costituisce la spina dorsale del nostro libro. Anche questa, come l’inchiesta nelle carceri, è un’indagine giornalistica inedita. Abbiamo trovato diciotto strutture, ma sappiamo che ce ne sono almeno venti o ventuno. Nelle sole città di Milano e Roma ce ne sono molte.

    In questi luoghi, come nel film di Larrain, la chiesa italiana sistema quelli che il Vaticano chiama “sacerdoti in difficoltà”, è questa la dizione ufficiale.

    Si tratta di case di cura, spirituale e psicologica, in cui vengono sistemati anche i sacerdoti che hanno compiuto abusi sessuali su minori. Per quanto riguarda la pedofilia, abbiamo scoperto che in queste strutture transitano tre tipologie di sacerdoti che hanno compiuto abusi: quelli per cui la magistratura italiana autorizza misure alternative al carcere; quelli che sono lì perché la giustizia ecclesiastica li ha condannati per abusi e utilizza queste strutture per assisterli e curarli dal punto di vista spirituale – perché per la chiesa l’abuso è un peccato, un delitto contro la morale, un’offesa a dio e non un crimine violentissimo contro persone inermi – e poi dal punto di vista psichiatrico – perché la chiesa ha colto che un adulto che violenta un bambino è affetto da una grave patologia mentale; e poi ci sono quei sacerdoti che hanno compiuto abusi ma non sono stati denunciati né alla magistratura ecclesiastica né a quella italiana, perché magari hanno confessato o chiesto aiuto a un altro parroco e per questo sono stati mandati in quelle strutture, il tutto in gran segreto.

    Si tratta di veri e propri casi di insabbiamento, una pratica piuttosto diffusa in Italia; per questo una parte dell’inchiesta l’abbiamo dedicata alla ricostruzione di queste dinamiche nascoste.

    La chiesa mantiene tutto segreto perché considera l’abuso di minore un’offesa a dio e non una violenza a un essere umano, quindi ritiene di giudicarlo secondo la giustizia divina e non secondo quella terrena. Per la chiesa, la giustizia terrena viene molto dopo. Nel caso italiano non viene mai. I vescovi italiani non hanno mai collaborato e al momento continuano a non collaborare.

    Come si spiega, secondo te, l’altissima incidenza di casi di pedofilia nella chiesa, un’incidenza che sappiamo essere maggiore rispetto alla pedofilia nella società civile? È possibile che sia legata anche al modo in cui la chiesa cattolica concepisce i bambini e la violenza su di loro, ossia – come hai detto prima – un peccato commesso nei confronti di dio e non un atto violento contro degli esseri umani?

    La pedofilia ovviamente è un tipo di violenza che esiste anche nella società civile e spesso avviene in ambito famigliare. Consiste nell’annullamento della realtà umana del bambino e si fonda sull’idea che il bambino abbia una sessualità.

    I pedofili credono che l’abbraccio o l’effusione di un bambino sia un’espressione di desiderio o una richiesta di atto sessuale. Ma noi sappiamo bene che nel periodo prepubere, in cui gli organi genitali non sono ancora completamente formati, anche l’identità sessuale non è completamente formata; per questo motivo, fino a quando questo non avviene, l’adulto che si avvicina a un bambino in un certo modo, compie una violenza di carattere psicologico e fisico.

    Nel primo libro Chiesa e pedofilia (L’asino d’oro edizioni, 2010) ho parlato delle conseguenze sulla vittima di abusi sessuali, e per farlo mi sono rivolto a degli psichiatri. Quello che mi ha colpito maggiormente è stata la spiegazione che ha dato uno di loro: ciò che subisce un bambino vittima di violenza sessuale è un omicidio psichico, perché il pedofilo attacca la possibilità di realizzare la propria identità sessuale durante la pubertà e gliela distrugge. E siccome l’identità sessuale è una delle caratteristiche dell’essere umano, quando una persona se la sente distrutta, può anche arrivare al suicidio. Quindi la pedofilia, oltre ad essere omicidio psichico, può diventare anche omicidio in tutti i sensi. È come se il bambino non esistesse La pedofilia di matrice ecclesiastica ha delle sue peculiarità. Per la chiesa, infatti, l’abuso è un peccato. È un delitto contro la morale, è un’offesa a dio, è la violazione del sesto comandamento “Non commettere atti impuri”. Per cui, in sostanza, la vera vittima in un caso di abuso di minore è dio, non la persona violentata; se la violenza avviene durante la confessione, come spesso succede, è il sacramento ad essere stato violato, non l’essere umano, non il bambino. Molte violenze avvengono durante la confessione proprio perché c’è il vincolo di segretezza e tutto quello che avviene durante la confessione è sottoposto al segreto pontificio, e anche le violenze, anche gli stupri, non possono essere rivelati se non al vescovo che poi parlerà col papa. Nelle leggi vaticane e nella mentalità della chiesa è come se il bambino non esistesse. Voi l’avete scritto in uno degli scorsi numeri di “A”, che in Italia la violenza sessuale contro la donna e contro un bambino è stata considerata un delitto contro la morale fino al 1996, e quella era chiaramente una legge che veniva dal codice Rocco, che era fascista e grondava di mentalità cattolica.

    Questa mentalità la riscontriamo ancora nei tribunali, dove in caso di violenza sulla donna c’è sempre l’idea che sia la donna ad aver istigato in qualche modo la violenza dell’uomo che non ha potuto trattenersi, e questo succede anche con i bambini.

    Questa cosa però viene detta troppo poco. In ambito clericale, nei casi di stupro di minori, c’è l’idea che sia il bambino ad aver istigato il sant’uomo; c’è l’idea che in quell’atto sia subentrata l’azione del diavolo, una cosa che ha detto anche Bergoglio durante il sinodo sulla pedofilia.

    Questo famoso papa progressista è convinto, come lo era Paolo VI, che il diavolo sia una persona che agisce per distruggere la chiesa, e che la pedofilia sia uno dei modi in cui la chiesa viene attaccata.

    In questo modo di ragionare scompare completamente la lesione subita dalla vittima. Ma soprattutto c’è la giustificazione di chi ha violentato, perché ha agito spinto dall’influenza del diavolo, da una forza esterna. Così si nega ogni responsabilità personale.

    Una deresponsabilizzazione che ritroviamo in varie dichiarazioni di Bergoglio. Ad esempio, in seguito al summit sulla pedofilia, tenutosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019, il papa ha dichiarato che è giusto approfondire i casi di pedofilia, ma al contempo ha sottolineato che la pedofilia non appartiene soltanto alla chiesa. Per il momento in cui è stata fatta e per il contenuto, la dichiarazione è suonata come un tentativo della chiesa di non farsi carico di un fatto oggettivo, cioè che l’incidenza della pedofilia nella chiesa è maggiore rispetto alla pedofilia nella società civile.

    È assolutamente così. Ad agosto scorso, Hans Zollner, psicologo membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori che esiste dal 2014, ha rilasciato un’intervista all’agenzia dei vescovi (SIR) in cui dichiarava che negli Stati Uniti, dal 1950 al 2002, tra il 4 e il 6% della popolazione ecclesiastica ha compiuto almeno un abuso su minori.

    E si è rivolto poi alla chiesa italiana dicendo di non pensare che da noi la situazione sia diversa, quindi è bene correre ai ripari. Questo significa che nella santa sede, a certi livelli, si ha un’idea di quale sia la diffusione del fenomeno in Italia.

    Il 4-6% è una percentuale mostruosa. Nel libro abbiamo fatto un confronto e siamo andati a contare le persone che sono in carcere per reati di natura sessuale contro minori; si tratta di circa 1200 persone; 1200 su una popolazione adulta di circa 47 milioni significa circa lo 0,025%. Dallo 0,025% della società civile al 4-6% della chiesa cattolica significa circa 200 volte in più, uno scarto gigantesco. Comunque in Italia non esistono dati ufficiali sulla diffusione del fenomeno della pedofilia, anche nella società civile, e quindi ci si chiede come si possa fare prevenzione se non si ha nemmeno la percezione corretta del fenomeno. E questo vale per la società laica e per quella ecclesiastica. Quello che ha dichiarato Zollner mi è sembrato d’importanza fondamentale.

    Prima hai accennato alla questione del diavolo. Hai detto che con Bergoglio c’è stato un ritorno al passato, un ritorno all’antropomorfizzazione della figura del diavolo, che si incarna per rovinare la chiesa. Voi come avete affrontato la questione del ritorno del diavolo, un argomento che sembra essere utile alla chiesa per risolvere e spiegare tutta una serie di problemi?

    Il capo dell’Associazione internazionale esorcisti, ad un certo punto, ha dichiarato che mai nessuno come papa Francesco ha nominato il diavolo nel corso del suo magistero. E in effetti, andando a rivedere i documenti ufficiali, già dalla prima settimana, Bergoglio ha cominciato a riportare, nel linguaggio comune delle sue omelie, allusioni continue all’esistenza del diavolo come persona. L’ha nominato decine e decine di volte. Quello che ci ha colpito, lo raccontiamo nel terzo capitolo del libro-inchiesta – e anche questa è un’indagine mai fatta prima da qualcuno e che abbiamo svolto sul “campo” a viso aperto, senza cioè nascondere la nostra identità e le nostre intenzioni – è che lui non l’ha fatto solo in quanto capo della chiesa cattolica; ad Assisi, davanti a una platea di cinquecento capi di stato e di presidenti del consiglio di tutto il mondo, ha parlato del diavolo come responsabile di guerre e carestie. In quell’occasione parlava nella veste di capo di stato, quindi anche da capo politico Bergoglio ha introdotto questo tipo di discorso. Questo è il modo in cui lui decifra certe questioni, che all’interno della chiesa sono molto critiche.

    È stato sempre Bergoglio a riconoscere e dare un bollino di qualità all’Associazione internazionale degli esorcisti, e questo è un altro segnale molto interessante.

    Nel 2014 l’ha riconosciuta come organo ufficiale all’interno della chiesa. Quest’associazione, a livello mondiale, si compone di circa 300-400 esorcisti, di cui 240 si trovano in Italia. In Spagna ce ne sono circa 12, in Lombardia circa 20. E in Lombardia c’è anche un numero verde per posseduti, con un call center che risponde dal lunedì al venerdì.

    Per scrivere la terza parte della nostra inchiesta, dedicata appunto al diavolo, siamo andati a frequentare un master di esorcismo che si tiene a Roma ogni primavera. Nel frattempo, da quando è uscito il libro, il MIUR ha proposto agli insegnanti un corso di esorcismo dal costo di 400 euro, per individuare e distinguere eventuali ragazzini problematici dai ragazzini posseduti.

    Qual è il senso, secondo te, di far frequentare un corso di esorcismo agli insegnanti?

    La partecipazione degli insegnanti al corso di esorcismo fa il paio con un’altra cosa inquietante che riguarda i cosiddetti bambini iperattivi. Se un bambino è particolarmente vivace, adesso si tende ad inquadrarlo all’interno di una fantomatica sindrome di iperattività che può anche comportare una cura a livello farmacologico. Il corso di esorcismo vuole mettere l’insegnante in condizione di distinguere quando c’è un sintomo di disagio psichico e quando c’è la presenza del demonio. La chiesa infatti, molto abilmente, fa una distinzione. Non parla sempre di possessione demoniaca. Fino a un certo punto parla di disagio psichico, poi se la persona presenta determinate caratteristiche, allora parla di possessione demoniaca.

    Le caratteristiche della possessione demoniaca secondo la chiesa sono proprio quelle dei film: il posseduto parla una lingua a lui sconosciuta, è in possesso di una forza sovrumana e riesce a fare cose, a livello fisico, che normalmente non potrebbe fare.

    “I bambini abusati sono strumento del demonio”

    Perché avete seguito il master di esorcismo?

    Perché tra i docenti di quel corso ci sono magistrati, docenti universitari, avvocati, anche una poliziotta della squadra anti-sette sataniche. Siamo andati a quel corso proprio per capire come mai tra i docenti ci fossero magistrati, avvocati e poliziotti, e più di tutti ci hanno colpito due persone. Uno è un magistrato, che un paio di mesi fa è stato arrestato per corruzione, e che al corso ha esordito dicendo di sentirsi uno strumento della giustizia nelle mani di dio. La sua presenza al master, ha dichiarato, aveva lo scopo di aiutare i futuri esorcisti a evitare denunce da parte delle persone esorcizzate. Lo stesso faceva un’avvocatessa che aveva preparato una manleva per gli esorcisti da far firmare alla persona posseduta prima dell’esorcismo, praticamente per sollevare da qualunque responsabilità l’esorcista e i suoi aiutanti in caso di denunce per violenze e costrizioni fisiche.

    Nella nostra inchiesta ci siamo occupati di esorcismo anche per un altro motivo, per l’idea e la mentalità della chiesa di ritenere il bambino abusato come strumento del demonio; quindi, se il sacerdote compie quello che per la chiesa è un atto sessuale e non una violenza, quella violenza viene considerata un peccato di lussuria determinato dall’azione del demonio attraverso il bambino.

    Frequentando il master di esorcismo abbiamo anche scoperto che la stragrande maggioranza delle persone esorcizzate sono donne. Un dato scontato se si considera che tipo di società sia quella ecclesiastica.

    La ripresa del diavolo serve chiaramente a sollevare i sacerdoti da ogni responsabilità. Inoltre, da quello che racconti – cioè dal fatto che siano le donne ad essere maggiormente vittime di esorcismi e dal fatto che, per la chiesa, i bambini necessitino di essere controllati perché è possibile che siano posseduti – si capisce come il diavolo venga utilizzato anche come mezzo di repressione e punizione.

    Nel documentario Liberami c’è una scena in cui due genitori portano il figlio dall’esorcista perché a scuola fa casino, è troppo agitato e non è bravo. Il sacerdote mette la mano sulla testa del bambino, poi si gira di scatto verso la madre e dice: è colpa tua, non sei una donna di fede e in chiesa non ci vai. In un secondo il sacerdote ha distrutto al bambino l’immagine della madre e ha detto alla donna che il diavolo è dentro di lei. E questa è proprio l’idea che la chiesa ha della donna.

    La stampa e lo stato sono complici

    Alla luce di tutto questo, com’è possibile che Bergoglio riesca comunque a essere considerato un papa progressista?

    La stampa italiana riporta in maniera assolutamente acritica quello che esce dai bollettini Vaticani.

    Non c’è mai una verifica di quello che dice il papa. E così non si scoprirà mai che Bergoglio parla di “tolleranza zero” per i pedofili, ma in realtà ritiene che il sacerdote pedofilo abbia solo compiuto un peccato; che se il peccato è grave e non c’è possibilità di espiazione, allora quel sacerdote viene espulso dalla chiesa, ma siccome tutto avviene in gran segreto, la chiesa espelle dal proprio organismo una metastasi che viene immessa nella società civile senza che si sappia che quel signore lì è un pedofilo. La chiesa lo sa, ma non lo dice a nessuno. E quel signore lì, che ora non è più sacerdote, rimane comunque pedofilo anche dopo essere uscito dalla chiesa e ora si aggira per la società.

    In questo c’è proprio la complicità dello stato, perché il Concordato tutela tutto questo, questa modalità di agire. L’articolo 4 del Concordato dice che l’autorità ecclesiastica non è tenuta a informare quella civile quando viene a sapere di eventuali reati compiuti da sacerdoti.

    Quindi lo stato è complice della chiesa. Idem la stampa italiana, che si accontenta di sentir dire da Bergoglio “tolleranza zero” senza farsi domande e presentandolo come paladino della lotta contro la pedofilia. Ma per essere paladini, si deve anche fare qualcosa e Bergoglio non lo sta facendo.

    Federico Tulli è redattore del settimanale “Left”. Già condirettore di “Cronache laiche”, collabora con “MicroMega”, per cui firma anche un blog, con “Critica liberale” e con “Globalist”. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: Chiesa e pedofilia (2010), Chiesa e pedofilia, il caso italiano (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015). Nel 2018 per Chiarelettere, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato Giustizia divina.

    Di Federico Tulli abbiamo pubblicato un’intervista fatta da Francesca Palazzi Arduini (“A” 409, estate 2016) e un articolo sulla comunicazione vaticana (“A” 416, maggio 2017).

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2019/05/31/abusi-cioe-stupri/