Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Sopravvissuta agli abusi di un sacerdote, la donna irlandese commenta su Ncr la vicenda dell’uscita del suo collega, anch’egli vittima, dall’organismo pontificio per la prevenzione della pedofilia: mi dispiace ma la commissione per la tutela dei minori è il bersaglio sbagliato.

    Ex vittima di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins rompe il silenzio sullauscita di un suo collega, anch’egli sopravvissuto alla pedofilia del clero, Peter Saunders, dalla pontificia commissione per la tutela dei minori (ovvero per la prevenzione della pedofilia), sabato scorso, e, in una nota scritta a titolo personale per il National Catholic Reporter, nel nome della trasparenza per la quale combatte da anni nella Chiesa, dice di essere «triste» per l’epilogo della vicenda; spiega che la questione è nata attorno alla «differenza di comprensione della missione e dei poteri» della commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley; rivela di essere il commissario che si è astenuto dal voto che ha portato ad un congelamento della partecipazione di Saunders – non un «voto di sfiducia» –, ma di comprendere al contempo il motivo per il quale i suoi colleghi hanno votato in favore di questa decisione; precisa che il voto non era previsto all’inizio della riunione e che solo dopo i commissari hanno appreso della presenza a Roma di un’altra vittime di preti pedofili, il cileno Juan Carlos Cruz, e del suo desiderio di incontrare la commissione; e ribadisce la propria «fiducia» nei confronti della commissione e dei suoi membri: «Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito all’interno del Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica la nostra proposte approvate dal Papa».

    «La discussione sabato è nata a causa di una differenza nella comprensione della missione e dei poteri della pontificia commissione per la protezione dei minori. Se un membro non può impegnarsi a lavorare per lo sviluppo dei suoi programmi – che indubbiamente è laborioso, noioso e lento – mentre altri membri sono profondamente impegnati in esso, si raggiunge un impasse. Ogni aspettativa che la commissione possa attaccare o chiedere cose al Papa o inserirsi in casi particolari ignora il mandato effettivo al quale il lavoro del gruppo è sottoposto. Comprendo la frustrazione, l’emozione e la rabbia su ciò che sta ancora accadendo e non dovrebbe! Ma non può essere affrontato dalla commissione».

    Collins fa poi riferimento alla vicenda di Juan Carlos Cruz. Si tratta, come emerso nei giorni scorsi, di un uomo vittima di abusi sessuali di un sacerdote quando era bambino, che si è recato a Roma per trasmettere, per mezzo dello stesso Saunders, una petizione al Papa rivolta da un gruppo di fedeli della diocesi di Osorno, in Cile, per chiedergli di destituire il vescovo Juan Barros, contestato da anni con l’accusa di aver insabbiato le accuse indirizzate al sacerdote pedofilo Fernando Karadima. Un’agenzia di stampa, scrive Collins, «ha riferito dopo una conferenza stampa sabato che Juan Carlos Cruz, un coraggioso sopravvissuto cileno che combatte per la giustizia, ha affermato che “la commissione è una disgrazia, pensano che violentare un bambino è qualcosa che è già alle nostre spalle”. Questo non è vero. E’ proprio perché NON è alle nostre spalle che i membri della commissione stanno lavorando duramente per cambiare le cose».

    La commissione, peraltro, è guidata dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, cappuccino, che ha ereditato la diocesi statunitense dopo che nel 2002 l’allora arcivescovo, Bernard Francis Law, si dimise in seguito alle inchieste sulla pedofilia del Boston Globe al centro del film Il Caso Spotlight ora sugli schermi. Marie Collins, irlandese, una vita di impegno a favore delle vittime dei preti pedofili, ha raccontato la sua vicenda ad un convegno sul contrasto alla pedofilia ospitato nel 2012 dalla Pontificia università Gregoriana.

    «Il voto – spiega Collins – non era stato programmato prima, non aveva nulla a che fare con qualche dipartimento vaticano. La questione è stata portata all’incontro da uno dei membri laici. Il voto è emerso dopo una discussione durata quasi due ore. Ovviamente non posso citare direttamente cosa è stato detto senza rompere la riservatezza dei membri ma le questioni trattate comprendevano: la difficoltà a condividere apertamente opinioni sincere negli incontri se quello che viene detto compare poi sui media o viene condiviso con altre persone fuori dalla commissione; la difficoltà a lavorare per il Papa mentre in pubblico lo si attacca; la preoccupazione di membri che lavorano su programmi – sensibili e bisognosi di sviluppo – che essi vengano resi pubblici o condivisi prematuramente con persone fuori dalla commissione. Questo è il contesto nel quale si è parlato del fatto che non sempre si è in grado di dire alla stampa esattamente quel che si desidera. Non perché quel che si dice sia contro la Chiesa ma perché potrebbe infrangere la fiducia di altri commissari nel loro lavoro. La questione principale è stata se c’era la volontà di essere coinvolti nel lavoro programmatico della commissione o no. Quando Peter ha spiegato di non potersi impegnare o di non poter dare una indicazione di quanto tempo avrebbe bisogno per riflettere, allora un membro laico della commissione ha proposto un voto. La proposta, per quanto chiaramente io possa ricordare, è stata che prendesse un periodo di assenza per decidere come poter contribuire alla commissione. Non è stato un voto di sfiducia. Tutti i presenti tranne me hanno votato la proposta. Mi sono astenuta ma ho capito perché i miei colleghi hanno votato in quel modo. Sono stata molto triste come molti altri che la situazione sia arrivata a questo punto. I membri hanno deciso di diramare un comunicato stampa sul periodo di assenza come atto di trasparenza. Se non lo avessimo fatto, si sarebbe potuto dire che stavamo coprendo la questione. Non so con che mezzi è stato trasmesso alla stampa ma è stato scritto dalla commissione, non da qualsiasi altra entità vaticana».

    «Ho lavorato nella commissione dal suo primo inizio a maggio del 2014. Non è stata sempre una navigazione piana. Ho preoccupazioni su quello che sta accadendo nella curia vaticana relativamente al nostro lavoro. Come ho già detto ho completa fiducia nella commissione e nei suoi membri. Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito nel Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica le nostre proposte quando sono approvate dal Papa. Sento fortemente che chi critica la commissione sta scegliendo il bersaglio sbagliato. Ci sono molte persone di buona volontà nella Curia ma sfortunatamente ci sono ancora coloro che, a livello di vertice, sono più preoccupati per il proprio feudo e per la minaccia rappresentata per loro dai cambiamenti che per il lavoro che la commissione sta cercando di fare per proteggere i bambini. Se la commissione è danneggiata dal suo interno, queste forze ne saranno beneficiate – non i sopravvissuti o i bambini del futuro».

  • Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Basta chiedere scusa senza criticare chi aveva trasferito il parroco palermitano, accusato di violenza sessuale, evitando però di denunciarlo alla magistratura? Me lo chiedo mentre ascolto l’omelia che don Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, rivolge nel giorno della Candelora ai consacrati religiosi, una platea composta al novanta per cento di monache anziane. Nell’omelia il vescovo non fa cenno all’ultimo gravissimo fatto, a Palermo almeno altri due casi simili sono arrivati alle cronache. Tre casi per i quali la chiesa di Palermo, così come succede nel vituperato mondo della politica, ha atteso procura e forze dell’ordine senza fare nessun passo verso l’una o le altre. Caro don Corrado, che percorso pensa di proporre alla diocesi che guida affinché la questione possa essere affrontata, magari portando alla luce del sole altri casi adesso ignoti?

    A proposito di luce del sole (il titolo di un film che parla di Puglisi), anche per don Pino la chiesa di Palermo mostrò una netta chiusura dopo il suo omicidio nei confronti di chi indagava, non costituendosi parte civile nel processo e per questo venne pesantemente redarguita dal pubblico ministero. Del resto nel periodo in cui il parroco di Brancaccio veniva minacciato e anche aggredito fisicamente, nessuna richiesta di protezione verso gli organi preposti, partì da Via Matteo Bonello, nelle cui stanze certamente si conoscevano le angustie, via via sempre crescenti in cui don Pino era costretto a dibattersi nella sua solitaria lotta al potere mafioso. Insomma, una chiesa che si rivolge allo Stato quando ci sono da chiedere e mettere dentro finanziamenti e nel momento in cui, vedi l’intervista al Giornale di Sicilia di domenica 31 gennaio al vescovo di Monreale, c’è da difendere la cosiddetta famiglia tradizionale. Definendo, come dichiarato letteralmente dal prelato, un “grave regresso antropologico ” la legge sulle unioni civili in discussione nel parlamento della Repubblica.

    Se proprio si vogliono preservare la tranquillità e la serenità delle famiglie, e soprattutto i bambini, si guardi bene la chiesa siciliana, e non solo questa ovviamente, di non comprometterne la vita quotidiana con comportamenti che cominciano ad essere troppi per essere considerati casi isolati. Da questo punto di vista, caro don Corrado, il suo pur apprezzabile comunicato dopo l’arresto del suo confratello, sembra rimandare ad una richiesta di scuse per un’eccezione. Quando invece bisognerebbe, a nostro avviso, prendere atto che occorre formare meglio e con più oculatezza i propri ministri.

    Cosa non sempre facile, ce ne rendiamo conto, vista la difficoltà nel trovare vocazioni. Allora, più che guardare alle famiglie e sentenziare, senza ben conoscere l’esperienza genitoriale, le chiese locali, e lei

    sicuramente, don Corrado, ne ha le capacità, comincino a guardare le proprie famiglie di fede e capire se non è meglio dare, più che buoni consigli, ottimi esempi di vita. E un buon esempio, don Corrado, potrebbe essere quello di annunciare la volontà di costituirsi parte civile in ogni processo, presente e futuro, che veda implicati presbiteri o religiosi della diocesi di Palermo. Sarebbe un primo concreto modo di passare dalle belle e condivisibili parole ai fatti.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/02/04/news/sui_preti_che_molestano_i_bambini_scusarsi_non_basta-132764557/

  • IL CASO SPOTLIGHT IN VATICANO PRECEDE I LAVORI DELLA COMMISSIONE ANTI-ABUSI

    IL CASO SPOTLIGHT IN VATICANO PRECEDE I LAVORI DELLA COMMISSIONE ANTI-ABUSI

    Dopo le polemiche e la presentazione del film, una visione privata che inaugura una tre giorni molto intensa.

    Istituita da Papa Francesco nel 2014, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori è attualmente impegnata in una tre giorni di lavori sul delicato tema degli abusi sessuali compiuti da membri della chiesa. Un ‘Panel’ inaugurato giovedì 4 proprio con la visione del film che ha recentemente portato all’attenzione del grande pubblico lo scottante tema: Il caso Spotlight di Tom McCarthy.

    “Il film genera grande preoccupazione sull’insabbiamento degli abusi da parte della Chiesa cattolica – ha dichiarato Peter Saunders, attivista e membro della commissione, in passato egli stesso vittima di molestie da parte di un prete a Londra. – Penso sarebbe un buon momento perché anche il Papa lo vedesse“.

    Attualmente non sembra che questo sia accaduto, non avendo Papa Francesco partecipato alla proiezione privata, tenutasi nella stessa residenza utilizzata dal Cardinal Bergoglio prima della sua elezione a Pontefice. Né ci sono stati commenti ufficiali in merito da parte del Vaticano.

    Recentemente era stato Michael Keaton – tra i protagonisti del film insieme a Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Liev Schreiber – a catalizzare l’attenzione sul film passando da Roma per la presentazione ufficiale. Ora l’impegno a tenere alto il livello di guardia spetterà alla speciale commissione guidata dal Cardinale Sean O’ Malley, subentrato a capo dell’Arcidiocesi di Boston, dopo il clamore suscitato dall’inchiesta sui preti pedofili del Boston Globe che ha ispirato il film. Ed eventualmente al tribunale Vaticano istituito dal Papa per perseguire i vescovi accusati di coprire i preti che hanno commesso abusi.

    http://www.film.it/news/film/dettaglio/art/il-caso-spotlight-in-vaticano-precede-i-lavori-della-commissione-anti-abusi-44924/

  • UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI: LA CRITICA ITALIANA ASPETTA IL CASO SPOTLIGHT

    UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI: LA CRITICA ITALIANA ASPETTA IL CASO SPOTLIGHT

    Newsweek lo ha definito “di gran lunga il miglior film dell’anno”; le sei nomination agli Oscar e i tantissimi premi ricevuti a livello internazionale hanno confermato il suo valore: adesso che Il Caso Spotlight sta per arrivare nei nostri cinema, scopriamo i primi pareri della stampa italiana.

    IL CASO SPOTLIGHT
    REGIA:  TOM MCCARTHY
    IN SALA DAL 18 FEBBRAIO 2016

    UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI

    Che si conosca o meno l’inchiesta Premio Pulitzer della quale il film racconta i retroscena, che si sia appassionati di giornalismo o no, una cosa è certa: Il Caso Spotlight non può lasciare indifferenti.

    A ricordarcelo non è solo Piera Detassis e il suo Ciak, ma anche Ansa, che avverte: questa pellicola dal ritmo incalzante e dalla sceneggiatura efficace farà discutere. E farà riflettere, aggiungiamo noi: su qual è davvero il ruolo della stampa, su quante verità ancora ci sono celate dai poteri forti, su quanto sia necessaria un’opinione pubblica informata.

    Sì, perché oggi abbiamo bisogno non di risposte facili, ma soprattutto di domande importanti. E allora, come ricorda Il Fatto Quotidiano per fortuna c’è Spotlight. Una storia esemplare che lascia addosso più sgomento che rabbia, più domande che risposte.

    IL TALENTO DI MR. KEATON

    Dopo gli applausi a Venezia (sala stampa in estasi, commentò Il Messaggero) la critica è tornata ad entusiasmarsi per Il Caso Spotlight  in occasione dell’arrivo a Roma di Michael Keaton e di Walter “Robby” Robinson, caporedattore del team Spotlight del Boston Globe, interpretato nel film proprio dal protagonista di Birdman.Michael Keaton e il reporter Premio Pulitzer Walter Robinson a Roma per presentare Il Caso Spotlight

    Vederli lì, seduti uno accanto all’altro fa un po’ effetto leggiamo su La Repubblica: non perché sia inedito vedere l’attore sfilare sul tappeto rosso accanto alla vera persona interpretata, ma perché l’affiatamento tra Keaton e Robinson riflette lo spirito di questo straordinario film corale che ha il suo cuore proprio nel lavoro di squadra.

    Quello che ha permesso di realizzare l’inchiesta, quello che il  cast  del film (in cui spiccano Rachel McAdams e Mark Ruffalo, candidati agli Oscar come miglior attrice non protagonista e miglior attore non protagonista) ha fatto rivivere sul grande schermo, regalandoci un pathos pari alla pellicola simbolo del giornalismo d’inchiesta: Tutti gli Uomini del Presidente.

    Perché Il Caso Spotlight  è soprattutto questo: la storia di un gruppo di reporter eccezionali, che insieme sono riusciti a raggiungere l’obiettivo più ambizioso del giornalismo: raccontare al mondo la verità.

    Una storia da conoscere attraverso i pareri della critica, certo, ma soprattutto vivendo con loro tutte le fasi dell’inchiesta, al cinema dal 18 febbraio.

  • Choc a Napoli: «Quel prete mi ha molestato, voglio giustizia»

    Choc a Napoli: «Quel prete mi ha molestato, voglio giustizia»

    Diego Esposito ha iniziato uno sciopero della fame il 17 gennaio per protestare contro l’immobilità del Vaticano riguardo il suo caso. Diego si dichiara vittima di abusi sessuali, individuando il suo aguzzino nel sacerdote che gli faceva anche da insegnante di religione. Abusi iniziati quando aveva appena 13 anni e protratti «per circa cinque anni con incontri anche tre volte a settimana». È un racconto doloroso costellato da particolari agghiaccianti, con le urla dei film horror che fanno da sottofondo per coprire le sue di urla. Abusi che gli hanno lacerato l’anima al punto da nasconderli nell’angolo più remoto della sua psiche per anni.

    Ma certe ferite prima o poi squarciano il buio e così, dopo la rimozione del trauma, Diego riporta a galla i torbidi pomeriggi con don S. Un caso delicato rievocato dal 40enne che vive a Ponticelli, con la moglie e i tre figli, e non è più disposto a tacere. Sul suo profilo Facebook ha pubblicato la fotografia del suo presunto aguzzino, il nome e la diocesi di appartenenza. Questo perché a suo avviso il prelato potrebbe usare violenza su altri bambini. Violenza mai smentita da don S., come si evince da un video visibile sul sito Rete l’Abuso onlus e commentato dal presidente Francesco Zanardi: «Il sacerdote di fronte alle atroci sofferenze di Diego resta impassibile, non si scompone. Anzi prima gli consiglia di pregare, poi di farsi curare». Quel passato così sofferto riemerge cinque anni fa. Ha 35 anni, lavora come guardia giurata e la sua vita scorre tranquilla.

    Il suo corpo però inizia a ribellarsi. Soffre di dolori allo stomaco al punto, sviene spesso, ma dopo vari controlli non risultano patologie. Inizia così una psicoterapia e quel dolore prende forma di un abuso subito a 13 anni. Ricorda tutto. Le immagini del film L’esorcista che gli obbliga a guardare, la paura, gli abbracci per rassicurarlo, le carezze, i baci, la violenza sessuale, con le urla del film che coprono le sue. Ricorda ogni singolo incontro, ogni singola violenza vissuta nel terrore e nel silenzio. Solo dopo 5 anni si allontana da don S. Prova a seppellire i ricordi dolorosi con altri più belli, come l’amore pulito per la donna della sua vita che sposerà due anni dopo.Quando il passato riemerge, capisce che deve fare qualcosa per fermare quell’uomo. Consegna alla curia la sua testimonianza scritta, un video e informa con una missiva il cardinale Sepe. Non succede nulla. Torna in curia, chiedendo un sostegno spirituale, perché nonostante tutto la sua fede è immutata, e un aiuto medico per curare le crisi di panico continue. È il 2011, lui è al lavoro e alla porta di casa di presentano in due: «Dicono di venire per conto del cardinale Sepe, consegnano a mia moglie una busta con 250 euro aggiungendo che è solo per una volta». Rifiuta il denaro e continua a lottare. Il reato di pedofilia però cade in prescrizione, quindi non ci sarà nessun processo.

    Tuttavia affiancato da Rete l’Abuso continua la sua battaglia: nel 2014 scrive a Papa Francesco, che lo rassicura: farà chiarezza. Nel frattempo il video viene reso pubblico: si fanno avanti altre vittime abusate da don S.Trascorre altro tempo e Diego cerca aggiornamenti alla curia sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo canonico, ma nessuno gli dà udienza. Preso dalla disperazione invia una mail minacciando di spararsi un colpo alla testa, che la curia consegna alla Procura: gli revocano il porto d’armi. Per Diego è l’inizio di un nuovo incubo, perché senza licenza il suo posto di lavoro è a rischio. Di qui la decisione dello sciopero della fame a oltranza. «Chiedo di sapere qual è l’esito del processo canonico che mi riguarda. Chiedo che il Vaticano inizi a prendere provvedimenti seri e concreti contro i preti accusati di pedofilia» dice con voce ferma. Per anni ha provato a soffocare il suo dolore con il silenzio, ma oggi Diego è un uomo nuovo, convinto che solo denunciando si possano lenire le ferite che porta sull’anima.

    http://ilmattino.it/napoli/cronaca/choc_napoli_quel_prete_mi_ha_molestato_voglio_giustizia-1517378.html

  • Tribunale: prete sospeso si presenta col colletto

    Tribunale: prete sospeso si presenta col colletto

    Una guardia giurata segnala l’anomalia, i Carabinieri lo denunciano per abuso della credulità popolare

    CIVITAVECCHIA – L’amore per Dio e per la chiesa che si scontra con il dovere di rispettare le leggi dello Stato. Un prete sospeso a divinis con divieto di indossare l’abito ecclesiastico, che invece segue il suo cuore e  alla maniera di Melchisedec ostenta senza limitazioni il suo essere “sacerdote in eterno”. Un po’ come ci insegna simpaticamente Don Bastiano nel film Il Marchese del Grillo, che nonostante la scomunica arrivata dal Papa, batte i pugni e afferma: “Prete sono e prete rimango”.  E  davanti al patibolo pretende di veder cadere il tricorno che gli copre il capo insieme alla sua testa. In questa storia non c’è un abito talare, né un cappello a tre punte. C’è però il classico colletto romano, di quelli che i preti utilizzano anche sul clergyman, l’elegante completo scuro che un tempo portavano i pastori protestanti e che negli anni ha raggiunto la massima diffusione anche tra i sacerdoti della chiesa cattolica. Un colletto che a quanto pare il protagonista di questa storia non avrebbe dovuto indossare per via del provvedimento emesso dalla Curia in base al codice di diritto canonico, ma che invece ha continuato a portare, incurante dei rischi.

    Siamo in Tribunale, c’è un processo e il sacerdote è stato chiamato in veste di testimone. Si presenta in clergyman e colletto romano e  le telecamere di sorveglianza del Palazzo di Giustizia lo inquadrano perfettamente. Raggiunge l’aula delle udienze e si qualifica: il pm vede che si tratta di un sacerdote e prosegue nel suo lavoro, prendendo atto della presenza di quel testimone che ora attende di essere ascoltato.

    La guardia giurata però qualche dubbio ce l’ha e ne parla con i Carabinieri della stazione di San Gordiano, in servizio di vigilanza al Tribunale. Si consultano su quell’insolita presenza e nel discorso emerge un particolare non di poco conto: il prete è stato colpito da sospensione a divinis e per questo motivo non dovrebbe indossare il colletto romano. Gli accertamenti tuttavia sono necessari e i militari del capitano Piero Orlando, coordinati dal maresciallo Gianluca Cologgi, accompagnano il sacerdote in una stanza, lontano da occhi indiscreti. Quest’ultimo, consapevole del problema sorto, si sfila il colletto nel tentativo di occultarlo. Ormai è tardi: le telecamere hanno ripreso tutto e la vigilanza ha già notato l’anomalia. Non resta che contattare la Curia che a quanto pare avrebbe confermato i sospetti degli inquirenti.

    Per questo motivo il sacerdote è stato denunciato: dovrà rispondere di abuso della credulità popolare. Ovviamente nessuno vede malafede nel gesto del prete, né nel fatto che abbia continuato a ostentare i segni distintivi che appartengono ai presbiteri della chiesa cattolica. Chi è sacerdote lo è in eterno e il legame tra un servo di Dio e la chiesa, almeno nello spirito, non è annullabile da un pezzo di carta o da una sospensione a divinis; questo per  chi crede. Ma ci sono anche e soprattutto le leggi dello Stato, che non graziano un individuo per il solo fatto di appartenere a un ordine religioso. Se  per ottenere l’assoluzione dai peccati basta il pentimento e la confessione, quando si parla di reati l’ultima parola spetta al magistrato. Il quale – per dirla alla De André – avrà sempre tempo per fare i conti con l’altissimo.

    http://www.civonline.it/articolo/tribunale-prete-sospeso-si-presenta-col-colletto

  • MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    A Roma per presentare il film sugli abusi dei preti sui minori, l’attore si dichiara ‘fan’ di Papa Francesco lasciando al reporter Walter Robinson le critiche più dure.

    Si parla da tempo di Il caso Spotlight, il film dedicato alla celebre indagine del 2002 dei reporter del Boston Globe che sollevò il velo sugli abusi sessuali compiuti da preti e vescovi dell’arcidiocesi della città statunitense, allargandosi poi a tutto il mondo. Candidato agli Oscar per il Miglior Film, il Miglior attore non protagonista (Mark Ruffalo), la Miglior attrice non protagonista (Rachel McAdams), la Miglior regia (Tom McCarthy), la Miglior sceneggiatura originale e il Miglior montaggio, Il caso Spotlight ci offre l’occasione di incontrare Michael Keaton e di parlare con lui di giornalismo e delle recenti polemiche legate agli Oscar, ma soprattutto di conoscere il giornalista che diede origine a tutto, quel Walter ‘Robby’ Robinson che ancora oggi non si fa scrupoli nel sottolineare gli errori del Vaticano e la necessità di un vero giornalismo d’inchiesta…

    Il caso Spotlight celebra un giornalismo che non esiste più, minacciato dalla crisi e da internet, ma che effetto le ha fatto interpretare questo ruolo, oggi?
    MICHAEL KEATON: L’ho considerato una benedizione, in un certo senso. Personalmente mi interessa molto il giornalismo: leggo i giornali, e guardo gli show televisivi di informazione più che seguire le news online magari. Così, quando si è iniziato a parlare di interpretare questo ruolo, ho trovato lo script molto interessante oltre che ben scritto. Anche il cast si annunciava notevole – prima di me era stato ingaggiato già solo Mark Ruffalo, e dopo di me han chiamato tutti gli altri – e amavo molto Tom McCarthy come regista, avendone visto tutti i film, tranne uno. Stante tutto questo, è stato poi il tema del giornalismo associato a quello degli abusi nella Chiesa cattolica a farmi decidere definitivamente.

    Un giornalismo d’inchiesta che però sembra morto, anche negli Usa? Cosa stiamo perdendo?
    WALTER ROBINSON: Negli Usa il giornalismo d’inchiesta è tenuto in vita ‘artificialmente’ potremmo dire. Internet ha strappato ai giornali i soldi necessari per realizzare certe inchieste e in molti hanno perso il loro posto di lavoro. Una follia, visto che gli stessi lettori confermano che quel che considerano più importante nei giornali sono proprio le indagini. Ma qualcuno deve pressare i poteri ufficiali e le istituzioni, come anche la Chiesa cattolica, perché si riconoscasno responsabili dei loro atti. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non lo facciamo, la democrazia morirà. Perché la gente non potrà essere informata né potrà farsi una vera opinione in merito anche a decisioni importanti.
    MICHAEL KEATON: Un esempio perfetto viene proprio dalla mia città natale, Pittsburgh, in Pennsylvania, dove la sezione di inchieste del giornale locale è di sole sei pagine, nelle quali è impossibile inserire qualsiasi tipo di indagine giornalistica. Non a caso, nella vicina Flint, in Michigan, c’è stato un caso importante di inquinamento idrico da piombo che ha causato traumi cerebrali e successive difficoltà cognitive in molti bambini. C’è stata una persona sola che ha indagato su questo, Erin Brokovich, sostenendo che le città coinvolte da questo tipo di inquinamento negli Stati Uniti sono circa un centinaio. E tra queste potrebbe esserci anche Pittsburgh. Io credo che se ci fosse stato un vero e importante giornalismo investigativo avremmo avuto meno casi di questo tipo, di queste crisi.

    Pur da appassionato, è stato impegnativo prepararsi al ruolo?
    MICHAEL KEATON: Forse non dovrei confessarlo, per poter sembrare un attore migliore, ma la preparazione per il ruolo è stata resa molto facile dallo stesso Walter ‘Robby’ Robinson e dalla possibilità di passare del tempo con lui per assorbire le sue storie sulla propria vita, la propria carriera e tutto quanto ci fosse dietro il lavoro del Team Spotlight sul caso in questione. È stato meraviglioso per me – che sono naturalmente curioso, in particolare sul giornalismo e questo tipo di temi – potergli fare domande su tutto e assorbire quello che raccontava, dalla sua famiglia ai suoi hobby. Anche per cercare di comprendere meglio la sua persona e costruire il personaggio, al quale ovviamente ho aggiunto del mio, grazie anche alla familiarità con le redazioni e con il lavoro dei giornalisti avendone già interpretato alcuni in altre due occasioni (Cronisti d’assalto di Ron Howard, nel 1994, e la miniserie Live from Baghdad di Mick Jackson nel 2002, ndr). Oltre che per interesse personale, come appassionato appunto, purtroppo frustrato dal vedere molti orribili programmi televisivi di approfondimento. Credo sia una situazione generalizzata, che esiste anche in Italia, e vorrei poter capire l’italiano per leggere i giornali di qui per farmene una idea, ma non posso..

    L’argomento degli abusi non è nuovo, ma sicuramente il film l’ha riportato al centro delle cronache. Si aspetta che succeda anche in Italia?
    MICHAEL KEATON: Sinceramente credo che il film avrà un grande impatto. Un tema del genere non può non averlo. E ripenso quando, alla fine di una delle proiezioni con il pubblico, una delle vittime degli abusi mi ha avvicinato per dirmi di non aver mai confessato a nessuno di aver avuto questo tipo di esperienza con un sacerdote. Eppure il film non punta il dito contro la religione in generale, ma va al di là. Personalmente ho avuto una educazione cattolica e ho grande rispetto della fede e dei fedeli, anzi, una delle cose che mi ha colpito di più di questo film è proprio la perdita della fede da parte di molte vittime di questi sacerdoti. È una situazione che non riguarda solo Boston, ma interessa molti fedeli… Io sono un fan di Papa Francesco, credo stia facendo un lavoro difficile e lo ammiro per affrontarlo, ma il tema di certi abusi di potere da parte di chi dovrebbe esercitarlo in maniera diversa è una costante. Come accade per esempio con le forze dell’Onu, con i ‘Peacekeepers’ impegnati negli aiuti umanitari in molte zone dell’Africa che non sempre intervengono in casi di abusi tutelando chi ha bisogno di esser difeso, e diventando così, in un certo senso, complici essi stessi.
    Io sono solo un attore, che ha la fortuna di interpretare questo ruolo, ma sono queste persone ad essere eroi, chi ha subito questi abusi e i giornalisti che ne hanno scritto, denunciandoli. Noi godiamo solo del frutto del loro impegno e possiamo cercare di dare il nostro contributo.

    Oggi il Cardinale Law non è più a Santa Maria Maggiore, ma a Palazzo della Cancelleria, dopo una rimozione “morbida” dettata dal raggiungimento degli 80 anni. Tornerebbe a intervistarlo? E che effetto le ha fatto vedersi interpretato sullo schermo?
    WALTER ROBINSON: Il Cardinale Law è stato trasferito in Italia nel 2002 e da allora non mi risulta che abbia più parlato a dei reporter, anche se io credo che sarei l’ultimo con cui vorrebbe parlare. Detto questo, io mi sento onorato di esser qui oggi e di essere stato interpretato da Michael Keaton, uno dei migliori attori del mondo. Quando me l’hanno comunicato sono stato felice, anche perché nel 1984, mentre ero caporedattore della cronaca locale del Boston Globe, lui interpretò proprio quel ruolo nel film di Ron Howard Cronisti d’assalto. E se non l’avete visto, recuperatelo! Era stato perfetto in quella parte. Come in questo caso, prendendo ogni dettaglio della mia voce, dei miei gesti, etc per rappresentare al meglio e con uno straordinario realismo quel che ero nel film.

    E cosa pensa della Chiesa Cattolica oggi, nell’anno del Giubileo?
    WALTER ROBINSON: Come tutti, ripongo grandi speranze in questo Papa. Ho grande rispetto per quel che sta cercando di fare. Ricordo sempre che una delle prime cose fatte dopo l’investitura è stata proprio quella di togliere a vescovi e arcivescovi le loro limousine private. Una delle quali – oltre a lussuose abitazioni – era assegnata al Cardinale Law, come ad altri cardinali americani.
    Io credo che la Chiesa resti condizionata dai privilegi che certi ecclesiastici continuano ad avere e non completamente concentrata sulle questioni di fede. Io spero che possa cambiare anche in questo e che preti e vescovi possano concentrarsi sulle necessità dei bisognosi e delle loro famiglie e dei loro figli. E prego che sempre meno bambini vengano molestati. Penso inoltre, come molte delle vittime, che Papa Francesco non abbia fatto ancora niente di sostanziale per eliminare questi abusi, ma abbia solo compiuto alcuni passi. Quando è venuto negli Usa ha applaudito il coraggio degli arcivescovi statunitensi nell’affrontare questo tema, cosa che ho trovato profondamente offensiva, come molti nel mio paese, per l’opporsi della maggior parte dei vescovi ai cambiamenti, a meno di non avere una pistola alla tempia. Ancora molto, la maggior parte, rimane da fare, ma spero che questo Papa riesca a portare a termine il compito.

    Tornando invece al cinema, e al boicottaggio degli Oscar per la mancanza di nomination ‘black’. Ci sono ancora problemi in questo senso, secondo la sua esperienza?
    MICHAEL KEATON: Non sono bravo a dare risposte brevi su certi temi, tanto meno su uno così importante e sentito come quello che riguarda le persone di colore e la loro discriminazione, del quale sento parlare sin da quando ero bambino e che sin da allora mi dava fastidio. Si tratta di un problema talmente più grande di quel che riguarda la questione legata agli Oscar. Un discorso molto complesso, ma insieme anche incredibilmente semplice che potremmo ridurre alla domanda se sia una cosa giusta o ingiusta. Non so se in Europa la situazione sia la stessa ovunque, ma probabilmente il problema oltre che nel background dei votanti è nel sistema stesso. Un problema che assume una importanza decisamente maggiore a livello mondiale, e che nel mio Paese costituisce ancora un tema molto sentito e attuale. Forse anche per questo non mi preoccupo granché della questione ‘Oscar’; faccio quello che devo fare, ma il problema è altrove.

    http://www.film.it/film/interviste/dettaglio/art/michael-keaton-il-caso-spotlight-le-colpe-del-vaticano-e-gli-oscar-44815/

  • Quanti sono i preti pedofili? Il caso Spotlight

    Quanti sono i preti pedofili? Il caso Spotlight

    Uno di quei film da non perdere per alcuna ragione al mondo. Il caso Spotlight è un perfetto racconto di inchiesta giornalistica, con un cast di tutto rilievo e splendidamente diretto da Tom McCarthy.

    Siamo a Boston, nel 2001, e Spotlight, il gruppo d’inchiesta del Globe sta indagando sul caso di un prete accusato di abusi sessuali su un minore, che sarebbe stato coperto dalla Chiesa locale.

    Sappiamo tutti come finì la faccenda perché questa è drammatica storia vera. Il Globe pubblicò nel gennaio 2002 un reportage con le prove di 70 casi di preti pedofili nella sola Boston, corredato dalle prove che il cardinale in carica sapeva tutto e per anni i preti responsabili erano stati spostati da un incarico all’altro man mano che si macchiavano di uno dei crimini peggiori. Nel corso del 2002 l’inchiesta si allargò ancora e toccò 249 preti e le più alte cariche ecclesiastiche.

    Il film è semplicemente perfetto. Racconta l’inchiesta passo per passo, con il punto di vista dei giornalisti di Spotlight. Mostra il loro stupore, l’incrdulità, il dramma delle vittime, l’omertà e le coperture della città. Tutto. Senza censure e tecnicamente in maniera perfetta.

    Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery,Brian d’Arcy James e Stanley Tucci sono il cast davvero fenomenale che riempie di sostanza la vicenda.

    Il film è semplicemente da godere dal primo all’ultimo minuto… inorridendo, se lo riterrete il caso.

    Questo articolo è stato pubblicato qui

  • Spotlight: rilasciato online il trailer italiano del film

    Spotlight: rilasciato online il trailer italiano del film

    Oggi è stato rilasciato online il primo trailer italiano di Spotlight, film drammatico nominato a tre Golden Globes, che racconta l’indagine giornalistico-investigativa condotta dal Boston Globe sullo scandalo dei preti pedofili nel 2008.

    La pellicola, presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre, è apparsa subito agli occhi dei presenti come un capolavoro. Spotlight si è aggiudicato anche il premio come miglior film 2015 ai Los Angeles Film Critics Association Award, ai New York Film Critics Online Awards e ai Boston Society of Film Critics Awards.

    E’ proprio un bel trampolino di lancio per possibili candidature agli Oscar 2016, ma per averne una conferma assoluta dovremo attendere gennaio, anche se le probabilità che Spotlight diventi il papabile vincitore dell’Academy Award si fanno sempre più concrete. Nel cast troviamo Mark Ruffalo, Michael Keaton, Stanley Tucci, Rachel McAdams, John Slattery e Liev Schreiber.

    Il film uscirà nelle sale il 18 febbraio 2016.

  • Pedofilia clericale: un incontro all’Urban Center

    Pedofilia clericale: un incontro all’Urban Center

    La Spezia – Sarà trasmesso anche in diretta streaming l’evento “Parole, opere, omissioni” promosso per domani sabato 14 novembre alle 17.00 presso l’Urban Center della Spezia da UAAR per parlare di pedofilia clericale.

    “Per i milioni di devoti cattolici nel mondo la Chiesa è un luogo di pace, di santità e di serenità; tuttavia, per alcuni bambini della parrocchia, è proprio dietro quelle alte mura che si scatena. La Chiesa cattolica ha circa 50 milioni di bambini all’interno delle sue Congregazioni sparse in tutto il mondo, eppure il Vaticano pare non abbia adottato ancora nessuna politica di protezione dei bambino. C’è, quindi, un’unica politica rivolta a mantenere le cose come profondamente sepolte in segreto il più possibile? Una storia di secoli che continua ancora oggi. Quanto conosciamo di essa? Quanto è informazione o disinformazione e quanto deve rimanere tabù?”.

    Introduce Antonio Lombatti, storico e scrittore, autore del libro “La moglie del Monsignore”, con un coinvolgente e toccante viaggio tra “celibato obbligatorio” e “pedofilia clericale”, fino agli ultimi casi giudiziari italiani ancora aperti e altri da aprire, illustrati da Francesco Zanardi, fondatore della “Rete l’abuso” di Savona, associazione impegnata in prima linea in sostegno delle vittime della pedofilia clericale. Dopo una breve testimonianza diretta di Zanardi, vittima degli abusi di don Nello Giraudo, seguirà la proiezione del film/documentario di Silvia Luzi e Luca Bellino, che parla di casi tutti italiani: “La preda. Silenzio nel nome di Dio”, presentato al Bif&st di Bari, prodotto dalla PRESS-TV e diffuso in più di 40 paesi ma ancora inedito in Italia. Una toccante testimonianza delle vittime di abusi e di una parte di Chiesa che vuole avere una voce nel contrasto alla pedofilia.

    Ingresso libero.