Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Emanuela Orlandi, secretata l’audizione dell’ex poliziotto Nicola Cavaliere: l’audio delle torture e perché è una figura chiave nel caso

    Emanuela Orlandi, secretata l’audizione dell’ex poliziotto Nicola Cavaliere: l’audio delle torture e perché è una figura chiave nel caso

    È stata secretata l’audizione di Nicola Cavaliere davanti alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sul mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. A chiedere la secretazione è stato l’ex poliziotto che dirigeva la squadra omicidi di Roma, negli anni della sparizione della ragazza.

    L’audizione
    “Vi ringrazio della possibilità di venire a riferire su cose vissute – ha detto in una breve introduzione Cavaliere prima che la seduta fosse secretata -. Venni a Roma come capo della sezione omicidi e lo rimasi fino all’85, dopo divenni vice dirigente della squadra mobile di Roma con attività anti sequestro e nel ’90 capo della squadra mobile. Successivamente, sono stato questore a Imperia, Perugia, Torino poi di nuovo Roma nel 2000″. “Mi sono occupato della vicenda Orlandi anche dopo la omicidi – ha precisato Cavaliere -, sia nel periodo dell’anti-sequestro sia nel periodo della dirigenza della squadra mobile. E anche nel breve periodo in cui sono stato nella Criminalpol. Nel corso dell’incarico, non sono mai stato aggregato a un magistrato ma sono sempre stato un funzionario della questura di Roma che di volta in volta veniva incaricato di indagini oppure, se io lo ritenevo, effettuavo indagini”.

    Nicola Cavaliere e l’audio delle torture
    Cavaliere, insieme agli agenti dei servizi segreti, fu tra i primi a cercare Emanuela Orlandi, trovando prove che oggi sono ancora tra i pochi ma fondamentali pezzi dell’impenetrabile mosaico. Uno di questi è la nota cassetta delle torture. Il nastro fu fatto ritrovare a un cronista dell’Ansa il 17 luglio 1983, in via della Dataria 4, a pochi passi da lì, sulla scalinata che porta al Quirinale. Sul Lato A c’è una voce maschile con accento straniero che legge un proclama. Sul Lato B c’è la voce di una ragazza che sta subendo delle molestie a intensità crescente. Il nastro arriva a Cavaliere la sera stessa del ritrovamento e, subito il poliziotto convoca il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, per ascoltarlo insieme. Il messo papale dice che quella è la voce di sua figlia. Come sottofondo alle torture si sentono anche delle voci maschili ma nei verbali ufficiali non sono mai stati registrati dettagli su queste voci, un fatto che potrebbe indicare che siano state eliminate durante la trascrizione. Pietro Orlandi ha sempre sostenuto che il nastro originale fosse stato analizzato dal Sismi, il servizio segreto militare italiano, e che fosse stato accertato che la voce fosse quella di sua sorella. Tuttavia, all’epoca, le autorità rassicurarono la famiglia Orlandi dicendo che in realtà il nastro conteneva l’audio di un film porno. Ancora oggi, Pietro cerca la copia originale di quel nastro di cui si sono perse le tracce: ne resta solo un riversamento tagliato.

    La commissione parlamentare
    Intanto è di oggi la notizia di un nuovo consulente nella Commissione di inchiesta bicamerale che indaga sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi: si tratta dell’ex magistrato Franco Ionta, esperto di terrorismo, dal 2008 al 2012 direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al nuovo consulente è stato rivolto a nome della Commissione, il saluto di benvenuto da parte del Presidente, il senatore Andrea De Priamo, all’inizio dei lavori della seduta. Intanto il vice presidente della commissione Roberto Morassut è intervenuto sulla scomparsa di Sabrina Minardi, la donna legata al criminale romano Enrico de Pedis che secondo i magistrati ha avuto un ruolo fondamentale nel sequestro della ragazza. Le parole del deputato: “La sua morte fa mancare una figura che avrebbe potuto essere importante per il lavoro della Commissione d’inchiesta sui casi Orlandi e Gregori, vere o meno che fossero state le sue rivelazioni di anni fa. In ogni caso noi andremo avanti con scrupolo e serietà. Personalmente trovo curioso che alla vigilia di importanti decisioni che la Commissione dovrà assumere siano riprese presunte rivelazioni di ogni tipo che riguardano la sorte di Emanuela. Credo che esista ancora oggi un’attività di depistaggio artigianale che sembra voler ancora condizionare la ricerca della verità”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/13/emanuela-orlandi-secretata-laudizione-dellex-poliziotto-nicola-cavaliere-laudio-delle-torture-e-perche-e-una-figura-chiave-nel-caso/7912789/

  • ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    Strappati alle loro famiglie in giovane età, due sopravvissuti rivelano la straziante verità del sistema scolastico residenziale canadese.

    Da bambini, Lyna e Glen furono portati via dalle loro case e messi in collegi gestiti dalla chiesa.

    Il trauma di questa esperienza fu aggravato da anni di indicibili abusi fisici, sessuali ed emotivi, i cui effetti persistono nella loro vita adulta. In questo film emozionante, il profondo impatto del sistema scolastico residenziale del governo canadese viene trasmesso senza esitazione attraverso gli occhi di due bambini che sono stati costretti ad affrontare difficoltà superiori alla loro età.

    We Were Children dà voce a una tragedia nazionale e dimostra l’incredibile resilienza dello spirito umano. Diretto da Tim Wolochatiuk e scritto da Jason Sherman, We Were Children è prodotto da Kyle Irving per Eagle Vision Inc. e David Christensen per il National Film Board of Canada (NFB).

    Attenzione: questo film contiene contenuti inquietanti ed è consigliato a un pubblico di età pari o superiore a 16 anni. Si consiglia vivamente la discrezione dei genitori e/o la visione di questo film in un contesto di gruppo.

    Se hai bisogno di supporto psicologico, contatta Health Canada. Diretto da Tim Wolochatiuk – 2012 | 82 min Coprodotto da Eagle Vision Inc., Entertainment One e National Film Board of Canada.

  • “Rapito”

    “Rapito”

    È l’ultimo capolavoro di Marco Bellocchio, “Rapito”, a chiudere il primo ciclo di “Al cinema con…” con la presentazione di Maria Latella, in onda in prima visione sabato 1° febbraio alle 21.20 su Rai 3.

    Bologna, metà dell’Ottocento. Un gruppo di funzionari dello Stato Pontificio si presenta in casa dell’ebreo Salomone Mortara con l’ordine di portare via il suo sesto figlio, il piccolo Edgardo.

    A quanto pare il bambino, all’insaputa dei genitori, era stato battezzato quando aveva pochi mesi, e secondo le leggi del Vaticano non può crescere in una casa di ebrei. Il piccolo viene portato a Roma, in un collegio destinato ai figli degli ebrei convertiti.

    È l’inizio di una lunga e appassionata vicenda familiare e politica. Il film, con Fausto Russo Alessi, Paolo Pierobon, Fabrizio Gifuni, Filippo Timi, Barbara Ronchi, ha ottenuto sei Nastri d’argento (fra cui miglior film e miglior regia) e cinque David di Donatello.

    Finito il film, Maria Latella ne parlerà in studio con monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio.

  • “Hanno coperto lo stupro di minori”: come l’arcidiocesi di New Orleans ha protetto un prete che abusava dei bambini

    “Hanno coperto lo stupro di minori”: come l’arcidiocesi di New Orleans ha protetto un prete che abusava dei bambini

    Nel caso del molestatore seriale di bambini e prete cattolico in pensione Lawrence Hecker, la copertura è fallita .

    Ma non è stato per mancanza di tentativi da parte di una coalizione di alti funzionari ecclesiastici e giudici solidali, che hanno dato priorità al benessere del predatore rispetto alla giustizia per le sue innumerevoli vittime, finché le prove contro di lui non sono diventate così schiaccianti che, piuttosto che subire l’umiliazione di un processo pubblico, si è dichiarato colpevole martedì scorso.

    La decisione del 93enne non solo lo ha gravato di una condanna automatica all’ergastolo. Ha anche rivelato come i burocrati cattolici nella città natale di Hecker, New Orleans , una delle roccaforti della chiesa negli Stati Uniti, abbiano ripetuto gli stessi peccati che hanno prodotto uno scandalo inquietantemente simile a Boston due decenni prima, eventi poi immortalati nel film vincitore dell’Oscar Spotlight .

    Questa è l’unica conclusione che si può trarre da anni di resoconti e studi di archivi ecclesiastici, verbali di udienza, procedimenti legali e documenti delle forze dell’ordine che delineano la campagna di terrore a cui Hecker ha sottoposto così tanti bambini cresciuti in una delle regioni più cattoliche rimaste negli Stati Uniti.

    I fascicoli conservati dall’arcidiocesi cattolica di New Orleans stabiliscono che Hecker molestava bambini praticamente subito dopo la sua ordinazione nel 1958. Cronologicamente parlando, una delle prime vittime di Hecker fu un chierichetto preadolescente che descrisse di aver partecipato a feste in piscina nudi con il prete, incontri che sarebbero culminati in aggressioni sessuali da parte dell’aggressore.

    Hecker alla fine ordinò al ragazzo di portare una scatola contenente una piuma a un prete in particolare in un’altra scuola e chiesa cattolica nelle vicinanze. In breve tempo, il secondo prete aggredì sessualmente il ragazzo, e la vittima disse di aver capito che Hecker aveva usato la piuma per marchiarlo come vulnerabile alle molestie.

    Non sorprende che i superiori di Hecker siano diventati più che consapevoli dei suoi crimini. Le accuse contro di lui si sono accumulate in ciascuna delle principali tappe nella resa dei conti della chiesa statunitense con gli abusi sessuali del clero cattolico, iniziata negli anni ’80 quando il prete della Louisiana Gilbert Gauthe si è dichiarato colpevole in tribunale penale di aver molestato diversi ragazzi.

    In quel periodo, l’allora arcivescovo di New Orleans Philip Hannan ricevette una denuncia per molestie su minori contro Hecker. La risposta di Hannan, portata avanti in privato, fu di far volare Hecker in un anno sabbatico a New York City prima di lasciarlo tornare al lavoro una volta che le cose a casa si fossero calmate.

    Altre accuse simili contro Hecker si sono verificate negli anni Novanta, quando un altro prete della Louisiana, Robert Melancon , è stato condannato per aver violentato un chierichetto. L’indagine che ne è seguita ha spinto Hecker a confessare per iscritto ai funzionari della chiesa di aver molestato sessualmente o in altro modo molestato diversi bambini che aveva incontrato tramite il suo ministero.

    Ritirarsi sotto costrizione

    Questa volta, il successore di Hannan come arcivescovo, Francis Schulte, fu incaricato di rispondere. Schulte mandò Hecker in una struttura di assistenza psichiatrica fuori dallo stato che lo diagnosticò come un pedofilo incurabile che non avrebbe dovuto lavorare con i giovani. Al ritorno di Hecker, Schulte gli assegnò di lavorare in una chiesa con annessa una scuola di grammatica.

    Hecker si ritirò sotto costrizione nel 2002. Come Spotlight ha notoriamente raccontato, il Boston Globe aveva appena denunciato la sua arcidiocesi cattolica locale per aver insabbiato i diffusi abusi sessuali sui minori da parte dei suoi chierici, e ciò accese uno scandalo che vide la chiesa mondiale promettere riforme, come ad esempio non tollerando più persone come Hecker.

    Tuttavia, nonostante le promesse di trasparenza, l’allora arcivescovo di New Orleans, Alfred Hughes, scelse di nascondere ai fedeli il fatto che Hecker si era ritirato nella speranza di mantenere segreta la sua carriera di molestatore seriale di minori.

    Gli avvocati dell’arcidiocesi di allora inviarono un promemoria riservato alla polizia per informarli che c’era stata un’accusa che indicava Hecker come abusatore. Ma la nota menzionava solo un singolo caso e non menzionava le confessioni di Hecker del 1999. E Hughes ignorò la raccomandazione dei suoi consiglieri di estromettere completamente Hecker dal sacerdozio invece di lasciarlo semplicemente andare in pensione, una pausa che consentì al sacerdote di riscuotere lucrosi benefici pensionistici.

    Tali manovre erano in linea con il marchio di fabbrica di Hughes, che aveva lavorato come amministratore nell’arcidiocesi di Boston negli anni ’80 e ’90 e aveva cercato di “perpetuare una pratica di massima segretezza e riservatezza rispetto al problema” degli abusi clericali in quella città, come alla fine ha scoperto un rapporto dell’ufficio del procuratore generale del Massachusetts.

    Tale intrigo fu efficace nel nascondere ulteriormente la verità su Hecker, che avrebbe trascorso decenni in libertà, mentre il successore di Hughes come arcivescovo di New Orleans, Gregory Aymond, continuava a occuparsi dei crimini del sacerdote dopo la sua nomina nel 2009.

    Ad esempio, nel 2012, Aymond autorizzò un pagamento di 37.000 dollari per risolvere in via stragiudiziale i problemi con un ex chierichetto che sosteneva di essere stato molestato da Hecker.

    Aymond, tuttavia, non avrebbe smascherato pubblicamente Hecker come molestatore di minori per anni. Infatti, nell’aprile 2018, l’arcidiocesi ha pubblicizzato l’imminente 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Hecker sul suo giornale.

    Circa sette mesi dopo quell’annuncio celebrativo, un rapporto della giuria popolare in Pennsylvania stabilì che gli abusi del clero all’interno delle istituzioni cattoliche dello Stato erano più diffusi di quanto si fosse mai pensato in precedenza. Aymond alla fine accettò di non poter più sopprimere completamente il passato di Hecker.

    L’arcivescovo lo ha inserito in un elenco di decine di ecclesiastici locali che erano stati oggetto di accuse sostanziali e credibili di abusi sessuali su minori, sebbene l’elenco non contenesse dettagli sull’enorme volume di casi di molestie a cui Hecker era stato sottoposto o su quanto fossero antecedenti.

    In teoria, la dichiarazione di fallimento avrebbe dovuto metaforicamente nascondere la verità su Hecker, perché la maggior parte delle informazioni associate al caso sono state automaticamente sottoposte a un ordine di riservatezza.

    Il giudice federale che presiedeva il fallimento della chiesa, Meredith Grabill, a un certo punto ha stabilito che il sigillo sulle informazioni relative al caso era così sacro che non poteva essere rimosso nemmeno rispetto a Hecker e ai suoi potenziali crimini. Nel giungere a quella decisione, Grabill ha affermato che intendeva “distruggere qualsiasi informazione [sigillata] che questa corte avesse ricevuto” mentre discuteva la questione se Hecker meritasse di beneficiare della segretezza del fallimento.

    Ma la verità venne a galla.

    “Hanno insabbiato lo stupro di minori”

    Un motivo: il Guardian ha ottenuto una copia delle ammissioni di Hecker del 1999 e le ha pubblicate per la prima volta nonostante la riservatezza del fallimento. Il Guardian ha poi fornito la confessione a WWL-TV Louisiana nell’agosto 2023, ed entrambe le emittenti hanno affrontato Hecker davanti alle telecamere.

    Hecker ha notevolmente sostenuto la sua confessione scritta su atti illeciti e “apertamente sessuali” con diversi ragazzi minorenni. Inoltre, gli organi di stampa hanno in seguito ottenuto una copia di una deposizione video che Hecker ha rilasciato privatamente nel 2020 durante una causa civile derivante da una delle denunce contro di lui. La deposizione ha esplorato – nelle parole dello stesso Hecker – come gli ultimi quattro arcivescovi di New Orleans lo avessero aiutato a evitare di essere ritenuto responsabile nel corso di decenni.

    Hannan e Schulte sono morti. Hughes e Aymond sono ancora vivi, anche se non hanno commentato in dettaglio la loro gestione di Hecker.

    Alla fine, la caduta del molestatore seriale è stata causata dal fatto che le forze dell’ordine hanno parlato con un uomo che ha raccontato agli investigatori di essere stato uno studente minorenne in una scuola superiore cattolica di New Orleans nel 1975, quando Hecker lo ha strangolato fino a farlo perdere i sensi in una chiesa vicina e poi lo ha violentato. La vittima ha ricordato di aver denunciato lo stupro al suo preside dell’epoca, Paul Calamari.

    Tuttavia, Calamari, in seguito nominato nell’elenco dei molestatori di clero di Aymond del 2018, non ha denunciato Hecker alla polizia, secondo la vittima. La vittima ha affermato che Calamari ha invece minacciato di espellerlo e lo ha costretto a sottoporsi a cure psichiatriche per “problemi di rabbia e storie fantastiche”.

    (Per coincidenza, Aymond entrò nel clero lo stesso anno dello stupro. E all’epoca era un giovane membro della facoltà della scuola dove Calamari era preside.)

    Le autorità sapevano che la Louisiana consentiva che i casi di stupro su minori fossero perseguiti penalmente, indipendentemente da quanto fossero vecchi. E, date le precedenti ammissioni di Hecker e il numero di accuse contro di lui, sapevano anche che costruire un caso solido era fattibile.

    Con l’aiuto dell’investigatore della polizia dello stato della Louisiana Scott Rodrigue, l’ufficio del procuratore distrettuale di New Orleans, Jason Williams, ha ottenuto un’incriminazione della giuria popolare che accusa Hecker di stupro di minore, rapimento e altri crimini nel settembre 2023. Rodrigue e i procuratori distrettuali assistenti Ned McGowan e Andre Gaudin hanno schierato quasi una dozzina di testimoni che hanno denunciato una serie di atti di violenza sessuale da parte di Hecker dagli anni ’60 agli anni ’80 e che avrebbero rafforzato la credibilità della vittima che ha mosso le accuse in questione.

    Anche allora, sembrava evidente che alcuni ingranaggi del sistema giudiziario preferissero che Hecker morisse senza incontrare giustizia. Il giudice della corte penale di New Orleans Benedict Willard ritardò il caso per più di un anno, in mezzo a dubbi sul fatto che Hecker, alla sua età avanzata, conservasse la competenza mentale richiesta per sostenere il processo.

    Alla fine i dottori hanno stabilito che Hecker era affetto da demenza, nello specifico, morbo di Alzheimer, ma che rientrava nei criteri per essere processato. Poi, la mattina di una data del processo provvisoriamente programmata per fine settembre, Willard si è improvvisamente astenuto dal gestire il caso, adducendo come motivazione solo uno scontro di personalità con McGowan.

    La mossa brusca ha ritardato il caso di un altro paio di mesi, il che non è stato insignificante data l’età di Hecker. Willard ha rifiutato di discutere pubblicamente della sua ricusazione con i media. Tuttavia, ha suscitato domande in alcuni ambienti sul fatto che Willard, un abitante di New Orleans da sempre e laureato in una delle influenti scuole superiori cattoliche della città, avesse fatto alla chiesa un ultimo disperato favore per vedere se un Hecker in declino sarebbe morto mentre il suo caso rimaneva irrisolto, risparmiando all’arcidiocesi il doloroso spettacolo di un processo.

    Ben presto, il giudice che ha preso in carico il caso di Hecker, Nandi Campbell, nata a Brooklyn, ha assicurato che il processo di Hecker sarebbe iniziato martedì con la selezione della giuria, a meno che non si fosse deciso diversamente. Hecker ha preferito quest’ultima opzione, dichiarandosi colpevole di crimini tra cui lo stupro di minore, garantendogli l’ergastolo in una data di condanna provvisoriamente fissata per il 18 dicembre.

    Ora tutti gli occhi sono puntati sulla possibilità che qualcuno dei complici di Hecker venga perseguito.

    Sebbene nessuno fosse stato accusato al momento della dichiarazione di colpevolezza, è risaputo che il caso Hecker ha dato vita a un’indagine più ampia e in corso per stabilire se l’arcidiocesi gestisse una rete di traffico sessuale di minori responsabile di “abusi diffusi … su minori risalenti a decenni fa” che erano stati “insabbiati e non denunciati” alle autorità, come affermato in una dichiarazione giurata da Rodrigue ad aprile.

    Alla domanda se qualcuno degli ex superiori del suo cliente avesse fatto pressioni su di lui affinché si dichiarasse colpevole ed evitasse un processo che avrebbe messo in imbarazzo la chiesa, l’avvocato di Hecker, Robert Hjortsberg, ha negato che ciò sia accaduto.

    “È stata una sua decisione, e l’ha presa di sua spontanea volontà”, ha detto Hjortsberg mentre Hecker veniva portato fuori dall’aula di tribunale di Campbell su una sedia a rotelle. Ha poi aggiunto in una conferenza stampa: “Si sta assumendo la responsabilità delle sue azioni, e tutti avranno l’opportunità di andare avanti in qualsiasi modo possibile”.

    Williams ha accennato a quanto fossero alte le probabilità di condannare Hecker. L’ultimo ecclesiastico ad essere accusato di stupro di minore presso il tribunale penale di New Orleans, il diacono George Brignac , era morto quattro anni prima dopo che la pandemia di coronavirus aveva ritardato il suo processo, segnando l’ultimo dei quattro tentativi di processarlo per accuse di molestie clericali.

    “Non dovrebbe essere così difficile investigare e perseguire uno stupratore confesso”, ha detto Williams. “E [eppure] lo è stato.

    “La stampa ha spinto su questo. La stampa ha spinto su qualcosa che sembrava che il sistema e le istituzioni volessero distogliere lo sguardo e dimenticare, e anche questo sembra criminale”.

    Sopraffatto dall’emozione per il ruolo che ha avuto nel portare Hecker alla giustizia, il testimone chiave del caso ha rifiutato di commentare. Ma il suo avvocato, Richard Trahant , ha incontrato i giornalisti che documentavano la dichiarazione di colpevolezza di Hecker e ha riassunto opportunamente l’eredità del caso.

    “Questi uomini che indossano cappelli a punta, portano bastoni, indossano tuniche, portano gioielli di lusso e calici d’oro, hanno coperto lo stupro di minori”, ha detto Trahant.

    Negli Stati Uniti, chiama o invia un SMS alla hotline per gli abusi di Childhelp al numero 800-422-4453 o visita il loro sito Web per maggiori risorse e per segnalare abusi sui minori o DM per ricevere assistenza. Per gli adulti sopravvissuti agli abusi sui minori, è disponibile assistenza su ascasupport.org . Nel Regno Unito, l’ NSPCC offre assistenza ai bambini al numero 0800 1111 e agli adulti preoccupati per un bambino al numero 0808 800 5000. La National Association for People Abused in Childhood ( Napac ) offre assistenza agli adulti sopravvissuti al numero 0808 801 0331. In Australia, bambini, giovani adulti, genitori e insegnanti possono contattare la Kids Helpline al numero 1800 55 1800 o Bravehearts al numero 1800 272 831 e gli adulti sopravvissuti possono contattare la Blue Knot Foundation al numero 1300 657 380. Altre fonti di assistenza sono disponibili su Child Helplines International

    https://www.theguardian.com/us-news/2024/dec/08/new-orleans-catholic-church-child-sex-abuse-analysis

  • La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II sta facendo i conti con la piaga degli abusi sessuali e, per la prima volta, le vittime di preti pedofili sono state ospiti di una assemblea plenaria all’interno della conferenza episcopale. Si tratta di un passaggio simbolico importante dopo decenni di scontri sotterranei tra vescovi che avrebbero preferito continuare ad ignorare la questione per salvare il buon nome dell’istituzione ecclesiastica, e altri prelati che invece avrebbero voluto agire diversamente, mossi da sentimenti di giustizia e carità, battendosi per dare ascolto alle vittime e garantire una certa trasparenza. La svolta si è avuta nel maggio scorso quando Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo polacco Andrzej Dzięga, il quale aveva dovuto sostenere l’accusa pubblica di avere insabbiato sistematicamente dei casi.

    Il prelato era alla guida di una importante diocesi.

    Nel lasciare anzitempo l’incarico, in una lettera, scriveva: «Se le mie debolezze, tra cui la comprensione parziale di circostanze specifiche, e talvolta anche la mia normale stanchezza umana, sono diventate la causa della vostra ansia, mi dispiace». Le accuse erano state sollevate a più riprese da gruppi cattolici e associazioni umanitarie. Negli anni passati l’opinione pubblica, attraverso i media, si era concentrata anche sul ruolo svolto dall’ex potentissimo cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Un cardinale influente, a suo tempo amico personale di padre Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (uno dei peggiori criminali che abbia mai avuto la Chiesa). Francesco aveva fatto condurre una inchiesta sulle presunte mancanze gestionali di Dziwisz (anch’egli accusato di aver coperto abusi) ma non era stato riscontrato nulla di grave dal cardinale Bagnasco, inviato a Cracovia per indagare.

    VARSAVIA

    In questa nuova fase il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, sta lavorando per cercare di ridare credibilità alla Chiesa e il passo compiuto di accogliere le vittime è stato giudicato positivamente durante una conferenza stampa congiunta a Częstochowa martedì. «Sono molto grato che i vescovi siano riusciti intraprendere questo cammino» ha detto Robert Fidura, una delle vittime. «Sembra che ci stiamo muovendo nella stessa direzione e stiamo iniziando a vedere certe cose in modo molto simile».

    Un’altra persona coinvolta, Jakub Pankowiak, ha definito storico l’incontro con i vescovi. Lui stesso ha l’impressione che ora sia molto più facile capirsi e camminare insieme. L’arcivescovo Polak ha ammesso, invece, che i vescovi hanno finalmente riconosciuto il grande contributo fornito dalle vittime a far emergere la verità. Agli inizi di quest’anno le vittime avevano rivolto all’episcopato una lunga lettera in cui chiedevano la sospensione di un vescovo – l’ennesimo – accusato di negligenza nel trattare casi di violenze nella sua diocesi. Il tema al centro della discussione era sempre lo stesso: la mancanza di trasparenza, di giustizia verso le vittime, di tutela verso i minori.

    La prassi che è sempre stata seguita nella Chiesa, almeno fino ai tempi di Giovanni Paolo II, era di spostare il prete abusatore   parrocchia all’altra, cercando cos’ di mantenere sotto controllo lo scandalo per non intaccare l’immagine dell’istituzione. Con il caso orribile avvenuto a Boston, a cavallo del 2000, da cui è stato tratto anche il film intitolato Spotlight, il Vaticano è stato costretto ad avviare una lenta e faticosa revisione sia giuridica che pastorale e amministrativa sugli abusi. In questo cammino ecclesiale ogni nazione mostra una situazione diversa e il quadro complessivo si presenta a macchia di leopardo. Esistono paesi dove i vescovi hanno aperto gli archivi diocesani, fino a 70 anni prima per verificare l’operato svolto, e altri paesi che fanno fatica ad adeguarsi. La Chiesa italiana, per esempio, è ancora in grave ritardo e con un livello di trasparenza sulla gestione degli abusi pari allo zero.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_polacca_vittime_giovanni_paolo_ii_wojtyla-8489812.html

  • Verso l’Oscar docu su abusi dei preti sui bambini nativi indiani

    Verso l’Oscar docu su abusi dei preti sui bambini nativi indiani

    C’è una storia poco nota, almeno in Italia, e che punta dritto all’Oscar di quest’anno per il miglior documentario avendo tutte le carte tematiche e di qualità cinematografica.

    Ha già fatto breccia al Sundance dove ha vinto per la migliore regia e ora smuove le coscienze in sedi istituzionali come il Senato americano che gli ha dedicato una proiezione speciale.

    Presentato da National Geographic si vedrà su Disney+ entro l’anno e in anteprima proiezione speciale alla Festa del cinema di Roma il 22 ottobre. E’ Sugarcane, il film di Julian Brave NoiseCat ed Emily Kassie, che racconta emozionando una storia di abusi lunga quattro generazioni nella missione cattolica di Saint Joseph, vicino Williams Lake in British Columbia, Canada.

        E’ una storia simbolo di razzismo bianco, dell’annientamento culturale dei nativi americani, a colpi di indottrinamento, divieti di tradizioni e linguaggio e sottomissioni fisiche con la cifra religiosa, cattolica, e le violenze sessuali dei sacerdoti sui bambini e le bambine che vivevano lì strappati alle famiglie per ‘educarli’. Abusi sessuali con in più il raccapriccio delle gravidanze con i feti buttati nell’inceneritore per sbarazzarsi del problema.
    Papa Bergoglio in Vaticano ha ricevuto alcuni testimoni e si è scusato ed è anche andato in “pellegrinaggio di penitenza” (parole sue) nel luglio del 2022 in quei luoghi ma ai capi delle comunita’ autoctone First Nations non basta perchè quello che sta venendo fuori di un’epoca di Chiesa colonialista e complicità governative mette i brividi.

        Ma Sugarcane è anche un film nel film. “Da reporter per The New Yorker e New York Times ho affrontato vari temi – ha detto all’ANSA a Roma il co-regista Julian Brave Noisecat – e quando la collega di giornalismo investigativo Emily Kassie mi ha proposto di realizzare un documentario sui nativi indiani in Canada ho accettato senza sapere che il film sarebbe diventato per me qualcosa di molto personale”.

        Sugarcane, prodotto dal giovane candidato all’Oscar Kellen Quinn, segue con il ritmo dell’inchiesta una sorta di auto-indagine che dal 2021 con tenacia stanno portando avanti alcuni sopravvissuti, mettendo insieme dolorose testimonianza, scavi (per trovare fosse comuni di bambini), foto, reperti, tutto quello che la stessa comunità dei nativi indiani riesce a tirare fuori per documentare che le voci su questi fatti sono verità nascoste. Uomini e donne tenaci che non vogliono dimenticare quello accaduto a loro stessi e ai loro familiari e proprio durante questa indagine è emerso che il 64enne padre di Julian che per tutta la vita ha vissuto una dipendenza dall’alcol (come moltissimi nativi) e ha avuto un rapporto assente con lui, è figlio dell’abuso di un prete con una bambina, sopravvisse all’inceneritore della missione per caso e fu adottato da una famiglia insieme ad altri 10 nativi, sette dei quali si suicidarono. “Mai mi ero interessato a quello che il mio paese aveva fatto ai suoi primi abitanti e via via che si lavorava a questo film via via emergevano pezzi della mia famiglia. La mission dove nacque mio padre Ed Archie è stata scelta su 139 presenti sul territorio. E’ stato uno choc. Ho cercato mio padre, sono tornato con lui su quei luoghi e quello che era stato scoperto ha avuto la sua devastante conferma. C’è un potere e una responsabilità in chi testimonia e in chi documenta e Sugarcane è importante perchè a queste persone che hanno vissuto la vita senza rispetto, diciamo loro che sono importanti, che al mondo importa di loro”. C’è una “sofferenza che ha bisogno di giustizia” ha dettoe ancora Julian, “Chiesa e governo canadese continuano a rifiutare di aprire gli archivi e tutto viene portato avanti dalla comunità”, ha aggiunto il regista. C’è Charlene Belleau, abusata da bimba, che da 30 anni si batte con forza, c’è Rick che da capo della comunità ha guidato la piccola delegazione in Vaticano ed a lui, morto nel frattempo, è dedicato il film, c’è il tenerissimo anziano MacGrath, il cui Dna ha confermato che per metà è di sangue nativo, per metà scozzese (figlio dell’abuso di un reverendo) che a Roma ha avuto il coraggio di andare dai missionari oblati di Maria Immacolata a chiedere ‘perchè?’.

        I numeri di questo orrore non sono definitivi, migliaia sono le vittime, un’intera comunità di nativi continua a vivere con questo fardello ma se il tempo della riconciliazione è solo iniziato, quello dell’orgoglio dell’accettazione che forse porterà i colori orange, i cappelli con le piume e i nativi sul palco di Hollywood la notte dell’Oscar il 2 marzo 2025 è arrivato.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2024/10/06/verso-loscar-docu-su-abusi-dei-preti-sui-bambini-nativi-indiani_8a7093a3-b431-4308-af1c-d1ab6dc8a74f.html

  • Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Quando il sacerdote Abbé Pierre noto per il suo impegno verso i poveri e simbolo di religiosità e sacrificio, viene accusato da ventiquattro donne di aggressioni sessuali, l’intera comunità e le istituzioni coinvolte si trovano a fare i conti con una realtà scioccante. E uno degli aspetti più gravi è che dai documenti sembra la Chiesa fosse a conoscenza di questi episodi.

    Cosa accade quando un prete noto per la sua dedizione ai poveri e agli esclusi, che ha trascorso oltre cinquant’anni aiutando i senzatetto e gli emarginati, che per sedici anni è stato votato «personalità preferita dai francesi» e che è diventato un’icona emblematica di religiosità e sacrificio viene accusato da ventiquattro donne di abusi sessuali dopo la sua morte? L’abbé Pierre, il sacerdote esemplare scomparso nel 2007, all’età di novantaquattro anni, si trova ora al centro di due inchieste che includono testimonianze, dettagli concreti e dichiarazioni di numerose donne.

    Gli indennizzi, le scuse e il cambio di nome della nota Fondation Abbé Pierre, fondata dallo stesso sacerdote, riusciranno a risarcire i dolori, la vergogna e il silenzio accumulati in più di cinquant’anni? L’abbé Pierre, il cui vero nome è Henri Grouès, nato nel 1912 e scomparso nel 2007, ha dedicato tutta la sua vita ad aiutare i poveri, con la missione di garantire a tutti una casa. Nei suoi racconti, descrive come a sedici anni, nel 1928, abbia avuto un «colpo di fulmine per Dio» durante un pellegrinaggio a Roma, e di come poco dopo sia entrato nell’ordine dei francescani. Ordine che però ha lasciato l’ordine l’anno successivo a causa di problemi di salute. In seguito, ha ricoperto i ruoli di cappellano e viceparroco e, nel 1942, è entrato nell’esercito. Durante gli anni della guerra, ha aiutato alcuni ebrei e numerosi perseguitati politici a fuggire dalla Polonia verso la Svizzera. Ed è in questo periodo che ha adottato lo pseudonimo di abbé Pierre.

    Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, Henri Grouès decide di entrare in politica e, eletto deputato, propone una legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, ossia il diritto di rifiutare di obbedire a una legge che contrasta con principi e convinzioni personali. Successivamente, abbandona la carriera politica e dedica il resto della sua vita a dare voce ai poveri, ad aiutarli e a utilizzare varie forme di lotta non violenta per attirare l’attenzione sulle cause che intende difendere.

    Nello stesso periodo, l’abbé Pierre fonda Emmaus, inizialmente come una comunità di accoglienza e ritrovo giovanile in una grande casa abbandonata nei pressi di Parigi. Successivamente, Emmaus si trasforma in un’associazione caritatevole dedicata ad accogliere poveri, senzatetto, sfrattati e bisognosi. La notorietà di Emmaus cresce in Francia anche grazie a un appello radiofonico lanciato dallo stesso prete, in cui chiede coperte, tende e cibo per la comunità. Dal 1954, l’abbé Pierre diventa una celebrità, un «Robin Hood» religioso, conosciuto non solo in Francia, ma anche a livello internazionale.

    Nel corso della sua vita, il sacerdote viaggia, organizza raccolte fondi, incontra politici e rappresentanti di tutto il mondo, e porta la sua comunità all’estero, trasformandola in Emmaus International. Nel 1987, Henri Grouès e i suoi collaboratori fondano la Fondation Abbé-Pierre con l’obiettivo di garantire a tutti un alloggio decente e una vita dignitosa, e di combattere contro ogni forma di esclusione. L’organizzazione, molto conosciuta in Francia, si finanzia principalmente attraverso le donazioni dei cittadini.

    Il 22 gennaio 2007, l’abbé Pierre muore a novantaquattro anni a causa di un’infezione polmonare. Nel corso degli anni, diventa un’icona di reverenza nazionale e sacrificio, e dal 1988 viene eletto «personalità preferita dai Francesi» per ben diciassette anni consecutivi. Le sue azioni sociali, le frequenti apparizioni in televisione e nei media, e persino un film dedicatogli dal regista Frédéric Tellier lo consacrano come una figura centrale nella bontà sociale per molti anni.

    Fino al 17 luglio scorso, quando Emmaus International pubblica un rapporto contenente sette testimonianze di aggressioni e abusi sessuali commessi dall’abbé Pierre tra gli anni Cinquanta e il 2005. L’inchiesta, condotta dall’ufficio di esperti Egaé, specializzato in uguaglianza di genere, lotta alla discriminazione e prevenzione delle violenze sessiste e sessuali, è stata richiesta da Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e religiose di Francia, dopo aver raccolto diverse testimonianze nei mesi precedenti.

    «Atti sessuali di penetrazione», «un contatto sessuale con una bambina», una donna «forzata a guardare l’abbé Pierre masturbarsi e performare atti sessuali in un appartamento di Parigi». E ancora un’altra donna, che a metà degli anni Settanta, all’epoca dei fatti aveva nove anni, era stata costretta a baciare il prete e a farsi toccare il seno. Ci sono altre testimonianze, alcune anonime, altre troppo crude per scriverne i dettagli.

    Sia la Fondation Abbé Pierre, sia Emmaus France e Internazionale hanno espresso profondo rammarico per le testimonianze e la gravità dei fatti emersi, sottolineando che l’intera situazione ha sconvolto tutti e tre gli enti. Il 7 settembre 2024, il cabinet Egaé ha pubblicato altre diciassette testimonianze di abusi sessuali perpetrati dal prete, in un rapporto richiesto dalla Fondation Abbé Pierre. Anche in questo caso, le vittime, al momento dei fatti, avevano tra gli otto e i quindici anni. «L’abbé Pierre era un’entità, un’aura. Nessuno mi avrebbe creduto», racconta Pascale durante la trasmissione “A l’air libre”, ricordando il suo primo incontro con il prete all’inizio degli anni Novanta. Lo stesso vale per le decine di testimonianze, molte delle quali rimangono anonime, per la paura di non essere creduti o di veder sminuito il proprio racconto.

    Il problema non riguarda solo il fatto che un’icona di reverenza nazionale, simbolo di sacrificio per il cristianesimo e per il lavoro umanitario, sia diventata un mostro nel giro di due mesi. La questione più grave è che sembra che la Chiesa (non solo quella francese, ma anche il Vaticano a Roma), fosse a conoscenza della situazione già da molto tempo. Alcuni documenti d’archivio rivelano che diversi preti e figure di spicco erano a conoscenza del comportamento anomalo del sacerdote già dagli anni Cinquanta.

    Durante una conferenza stampa al ritorno da un viaggio a Singapore, Papa Francesco ha dichiarato a  Le Monde che i comportamenti del sacerdote erano noti fin dalla sua morte nel 2007. Inoltre, è emerso che diversi abusi sessuali sono avvenuti durante i viaggi dell’abbé in Svizzera, Marocco e Stati Uniti.

    Ma è stato fatto ben poco per rimettere il prete al suo posto: qualche spostamento di diocesi e un anno di ritiro per convalescenza psichiatrica in Svizzera, tra il 1957 e il 1958. Questo anche perché l’abbé aveva già costruito una solida reputazione grazie ai suoi trascorsi di guerra, alla sua elezione a deputato e al suo impegno nell’aiutare ai senzatetto. Il clero non voleva rischiare di perdere l’immagine positiva che il sacerdote conferiva all’istituzione ecclesiastica. Ora, la Conferenza episcopale francese ha annunciato che esaminerà gli archivi e i rapporti, rivedendo tutte le accuse contro l’abbé Pierre, senza attendere i consueti 30 anni dalla morte di una persona.

    Emmaus International, che opera attraverso quattrocentoventicinque filiali in quarantuno paesi del mondo, sta prendendo le distanze dal suo fondatore e voterà nella prossima assemblea generale di dicembre per rimuovere il suo nome dal logo. La Fondation Abbé Pierre, dal canto suo, ha già cambiato nome, come confermato dal suo direttore generale all’inizio di settembre.

    Anche numerosi comuni, come Nantes e Alfortville, stanno valutando se sia opportuno rimuovere il nome Abbé Pierre da vie, piazze e altri luoghi pubblici a lui dedicati. Ma non è eliminando un nome che si cancellano le decine di abusi subiti dalle ventiquattro donne coinvolte. Al momeno, l’attenzione mediatica e sociale è focalizzata sul risarcimento morale ed economico delle vittime di un personaggio che ha avuto un impatto tanto positivo quanto negativo. Finora, la crisi è stata gestita abbastanza bene, ma bisogna mantenere questo slancio per affrontare adeguatamente la situazione.

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

  • Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Un messaggio di speranza sulla scomparsa di Emanuela Orlandi arriva dal Giffoni Film Festival, la manifestazione in corso nel piccolo borgo del salernitano in questi giorni. Il festival del cinema dedicato ai ragazzi ieri ha accolto il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana che ha risposto alle tante domande poste in sala dai giovani giurati su questioni delicate che riguardano la Chiesa tra cui la scomparsa della 15enne vaticana avvenuta nel 1983 a Roma. La platea di ragazza gli ha posto domande sferzanti sul ruolo della Chiesa a cui Zuppi ha riposto. “È interesse della Chiesa collaborare. Mi auguro che la commissione (la bicamerale di inchiesta che indaga sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, ndr) chiarisca tanti dubbi che ancora ci sono su questo caso, comprensibili perché quando non si sa la verità tutto diventa verosimile. E a maggior ragione è importante stabilire la verità“.

    Il vescovo di Bologna ha dunque ammesso il coinvolgimento della Chiesa nella vicenda. “Certe volte ci sono state anche delle illazioni che possono essere comprensibili quando una situazione è poco chiara ed è per questo che bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. Le parole di Zuppi hanno sollevato l’attenzione del fratello di Emanuela, Pietro Orlandi che ha replicato a FqMagazine: “Bene che il Cardinale Zuppi abbia detto di avere fiducia nella commissione ma ha dimenticato che c’è un’inchiesta vaticana interna portata avanti dal promotore di giustizia Alessandro Diddi?”

    Il coinvolgimento del Vaticano
    Non è la prima volta che emerge il ruolo della Chiesa nel rapimento della 15enne vaticana. La prima telefonata dei rapitori di Emanuela arrivò difatti in Vaticano e non alla famiglia della ragazza, quella stessa sera del 22 giugno del 1983, neanche due dopo che la Orlandi fu prelevata; sarebbe stata fatta due ore dopo la scomparsa, alle 21 precisamente, mentre Emanuela fu vista per l’ultima volta alle 19. Ad ammetterlo fu proprio un prelato: parliamo di monsignor Carlo Maria Viganò che oggi è stato scomunicato e condannato per scisma da Papa Francesco.

    Il contenuto di questa telefonata fu svelata da Viganò in un’intervista sul sito di Aldo Maria Valli. Viganò lavorava nella segreteria di Stato Vaticana all’epoca della scomparsa di Emanuela. Di questa telefonata fu messa al corrente anche l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgro’ che nel 2019 dichiarò alla stampa: “Parlai con Viganò un anno e mezzo fa, lo dico solo oggi perché a seguito della sua intervista mi ha autorizzato a dire che c’era stato un incontro tra noi in cui lui mi riferì esattamente quello che oggi (nel 2019, ndr) è stato reso pubblico”.

    Ecco la dichiarazione del monsignore: “Quella sera mi trovavo in ufficio in segreteria di Stato alla terza loggia insieme con monsignor Sandri, mentre il sostituto era assente”, ha raccontato Viganò. “Erano circa le 20, o forse più tardi, quando ricevetti una telefonata da padre Romeo Panciroli, allora direttore della sala stampa vaticana, il quale mi annunciò che era giunta, appunto alla sala stampa, una telefonata anonima che annunciava che Emanuela Orlandi era stata rapita. Padre Panciroli mi disse che mi avrebbe inviato immediatamente via fax un testo con il contenuto della telefonata. In quel testo, si affermava che Emanuela Orlandi era detenuta da loro e che la sua liberazione era collegata a una richiesta, il cui adempimento non necessariamente dipendeva dalla volontà della Santa Sede. Si trattava di un messaggio formulato in termini precisi e ben costruito. Esso è indubbiamente reperibile nell’archivio della segreteria di Stato“.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/24/emanuela-orlandi-il-cardinale-zuppi-ammette-il-coinvolgimento-della-chiesa-bisogna-cercare-di-arrivare-quanto-prima-alla-verita-la-replica-di-pietro-orlandi/7634481

  • Shellac lancia le vendite globali del documentario sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica “The Deposition” a Locarno (ESCLUSIVO)

    Shellac lancia le vendite globali del documentario sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica “The Deposition” a Locarno (ESCLUSIVO)

    La società francese di vendita e distribuzione Shellac lancerà le vendite internazionali per il prossimo documentario sugli abusi sessuali della Chiesa cattolica ” The Deposition ” a Locarno prima di distribuire il film in Francia questo ottobre. In concomitanza con l’annuncio, Variety ha avuto accesso esclusivo al trailer del film, visibile sopra.

    “The Deposition” è la storia di un ragazzino di nome Emmanuel che, nel 1993, raccontò ai genitori di essere stato molestato da un nuovo prete popolare del villaggio di nome Hubert. All’epoca, i genitori decisero di tenere segrete le accuse del ragazzo.

    Trent’anni dopo, il padre di Emmanuel, Robert, non riesce più a sopportare il senso di colpa e affronta Hubert, che nega tutto. Diversi mesi dopo, dopo aver parlato con un rapporto commissionato dal governo sulla violenza sessuale all’interno della Chiesa cattolica, Emmanuel viene incoraggiato a condividere la sua storia con le autorità.

  • Morto Bruno Zanin, il Titta di Amarcord di Federico Fellini

    Morto Bruno Zanin, il Titta di Amarcord di Federico Fellini

    Addio a Bruno Zanin, il celebre Titta Biondi protagonista del film Amarcord di Federico Fellini. Aveva 73 anni. Attore, reporter di guerra e attivista umanitario, da più di dieci anni viveva in una baita tra i boschi a Vanzone con San Carlo, nella provincia piemontese del Verbanio-Cusio-Ossola. A dare la notizia della scomparsa è stato il Comune di Vigonovo, in provincia di Venezia, dove Zanin era nato il 9 aprile 1951. “Ricordiamo Bruno Zanin, un artista vigonovese che ha declinato la sua sensibilità in diverse arti comunicative con passione e singolare spontaneità. Espressivo e profondo sia nel ruolo di attore che di conduttore”, ha dichiarato Luca Martello, sindaco della città. “Desideriamo sottolineare il suo impegno umanitario come tratto di una vita vissuta nella ricerca di una soddisfazione umana che non si è esaurita nell’ambizione della fama”.

     

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    ATTORE PER CASO E CORRISPONDENTE DI GUERRA

    Capitato per caso a Cinecittà nel 1973 per accompagnare un amico che doveva fare la comparsa, Bruno Zanin era stato notato e scelto da Federico Fellini per interpretare Titta Biondi, il protagonista di Amarcord, che nel 1975 avrebbe vinto il premio Oscar per il Miglior film straniero.

    In seguito, prima Luca Ronconi e poi Giorgio Strehler l’hanno scelto per interpretare opere di Carlo Goldoni, e da allora in teatro ha lavorato anche con Marco Sciaccaluga, Gianfrando De Bosio, Sandro Sequi e Alfredo Arias. Al cinema ha invece recitato nei film Un uomo, una città (1974) di Romolo Guerrieri, La prova d’amore (1974) di Tiziano Longo, La prima volta, sull’erba (1975) di Gianluigi Calderone, La polizia ha le mani legate (1975) di Luciano Ercoli, La padrona è servita (1976) di Mario Lanfranchi, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo, La borgata dei sogni (1978) di Daniele Pettinari e Il buon soldato (1982) di Franco Brusati.

    Ha poi preso parte a diversi sceneggiati televisivi della Rai, ma nel 1992 Zanin ha abbandonato il mondo dello spettacolo. È stato per tre anni in Bosnia ed Erzegovina come corrispondente di guerra per Radio Vaticana, e contemporaneamente responsabile della ong Emmaus Internazionale dell’Abbé Pierre. Ha scritto anche articoli e reportage per il Corriere della Sera, Famiglia cristiana e Der Spiegel. Ritornato in Italia al termine della guerra civile nella ex Jugoslavia, si è invece dedicato alla scrittura e nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo a carattere autobiografico, Nessuno dovrà saperlo.

    https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2024/07/09/morto-bruno-zanin-amarcord