Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Rapporti omosessuali obbligatori e disabili costretti a ingoiare il proprio vomito”: vi racconto i miei 12 anni nella “setta” del Forteto

    “Rapporti omosessuali obbligatori e disabili costretti a ingoiare il proprio vomito”: vi racconto i miei 12 anni nella “setta” del Forteto

    “È stata una scuola di orrori e di aberrazioni in cui ho trascorso ben 12 anni della mia vita. Ci ho messo troppo tempo per rendermi conto di cosa succedesse lì dentro. Tutto è accaduto sotto i miei occhi per giorni, mesi e anni. Poi, finalmente, ho trovato il coraggio di scappare, fuggire via, il più lontano possibile”.

    Sergio Pietracito è entrato nella “setta” del Forteto a febbraio del 1978, aveva 18 anni. Ne è uscito a 30 rendendosi conto che aveva consegnato la sua vita a un progetto dai contorni “criminosi”.

    Il Forteto nasce proprio nel 1978 nel Mugello, in Toscana, come una comunità strutturata in forma di cooperativa agricola. In poco tempo diventa un modello, il simbolo dell’opposizione ai valori della società borghese e della famiglia tradizionale, un’esperienza concreta di nuove relazioni tra i sessi, un riferimento ideale per politici e intellettuali.

    Da quel momento molti giovani, soprattutto provenienti da Prato, decidono di provare questa “sperimentazione sociale” e di dedicarsi alla terra.

    Il fondatore del Forteto è Luigi Rodolfo Fiesoli, poi conosciuto come il “Profeta”. Sarà lui che per anni guiderà, insieme a Luigi Goffredi, quella che Sergio ci descrive come una psico-setta.

    Sergio, entrato nella comunità a 18 anni e per sua stessa volontà, si rende conto che di quel progetto ideale resta ben poco. Altre cose accadono al Forteto, cose che fanno paura, che non fanno dormire la notte.

    “Dovevamo seguire delle regole, quelli che io chiamo ‘i dieci comandamenti del Forteto’, imposizioni che sono poi state accertate come reati su molti imputati durante i processi”, racconta Sergio. (Qui i dieci i comandamenti). 

    “Eravamo obbligati ad avere rapporti omosessuali come mezzo per la purificazione, dovevamo rifiutare la famiglia di origine, uomini e donne non potevano stare insieme, la donna era considerata come una meretrice, diventava schiava degli uomini per tutte le operazioni quotidiane”, racconta ancora Sergio. 

    “Lavoravo tutto il giorno nei campi perché mi piaceva, perché era quello che volevo fare e mi teneva lontano dagli orrori. La sera era il momento più brutto, venivamo sottoposti a una sorta di inquisizione durante la quale venivano scandagliati tutti i nostri pensieri. Eravamo costretti a raccontare i nostri sogni, specialmente quelli di natura erotica, era un’ossessione. Ogni sera avveniva questa riunione a cui dovevano partecipare tutti, anche chi era malato”.

    Sera dopo sera Sergio ha vissuto il suo incubo che andava avanti consumando le giornate. Il tempo passava senza che se ne rendesse conto, “troppa vergogna a tornare indietro, troppa paura a lasciare un posto in cui ci avevano fatto il lavaggio del cervello”, ci racconta.

    “Il mondo esterno era il male assoluto, erano stati bravi a farci credere che dovevamo stare lì, che dovevamo seguire quelle regole. Il Forteto si era posto come alternativa alla chiusura dei manicomi, avvenuta con la legge Basaglia. La comunità era diventata l’alternativa per quelle persone con problemi che venivano portate al Forteto anche da illustri psichiatri toscani”.

    E nel Forteto le aberrazioni avvenivano anche nei confronti dei disabili: “Ci mettevano di fronte a scene terribili per farci vivere una sorta di terapia, secondo loro. Ricordo che una delle scene che mi ha spinto a uscire è stata vedere un 28enne disabile psichico costretto a ingerire del mangime per mucche da una ciotola per cani. Vomitò e fu costretto a mangiare il suo vomito. I maltrattamenti servivano per terrorizzare le persone”.

    Pur non essendo una struttura d’accoglienza, al Forteto vengono inviati in affidamento disabili fisici e psichici, minori con problemi d’inserimento; il modello educativo appare, ai tanti esperti, funzionale e valido.

    Ben presto alla comunità del Forteto arrivano in affido giudiziario anche minori con situazioni familiari problematiche. E per molti ragazzi, come hanno accertato le inchieste giudiziarie, quella cooperativa agricola si rivelò una comunità-setta degli orrori.

    Inizialmente composta da 33 giovani, la comunità nel corso degli anni è cresciuta fino a diventare un’importante realtà economica del Mugello. Ma, per le inchieste giudiziarie che l’hanno vista coinvolta, le cronache hanno parlato di comunità-setta e comunità-lager.

    “Non c’erano sabati o domeniche, le giornate erano tutte uguali. Passavo tanto tempo nel frutteto, lavorando gratis, ero utile a quel sistema e questo in qualche modo mi proteggeva, mi permetteva anche di dormire quando il ‘guru’ parlava. Le persone erano come congelate, avevano perso il contatto con il mondo ma io, non essendo entrato da bambino ma già da adolescente, avevo dei ricordi cui appellarmi. Quando questi ricordi hanno cominciato a ripresentarsi nella mia mente, mi sono reso conto di quello che stavo perdendo stando lì”.

    Così, dopo quasi 13 anni, Sergio decide di scappare e riprendere in mano la sua vita: “Fuggo prima in Francia, poi in Olanda. Viaggio molto e trovo la mia attuale moglie. Con lei costruisco una famiglia e torno in Italia. Non ho trovato subito il coraggio di denunciare quello che succedeva al Forteto, volevo solo dimenticare, ma dopo aver incrociato le storie di altre persone che erano scappate, capisco che devo fare il mio dovere”.

    “I fuoriusciti mi hanno raccontato molte altre cose assurde, come bambini indotti a credere che i genitori li avevano venduti a dei pedofili per soldi. In questo modo li allontanavano per sempre, perché i genitori venivano arrestati con false accuse; si trattava di famiglie deboli che potevano essere distrutte dal sistema Forteto”.

    Le vicende giudiziarie

    Nel 1978 Rodolfo Fiesoli, conosciuto come “il profeta” della comunità, viene arrestato per violenza sessuale, corruzione di minorenni e maltrattamenti. Resta in carcere per quasi tre mesi per violenza sessuale e maltrattamenti. Con lui viene processato anche Goffredi.

    Nel 1985 la condanna per Fiesoli e Goffredi diventa definitiva: due anni il primo, 10 mesi il secondo. Anche dopo la condanna Fiesoli continua a guidare la comunità. La condanna però poi passa ‘nell’oblio’, per vari motivi, ancora oggi oggetto di discussioni e polemiche, tanto che alla comunità del Forteto vengono nuovamente affidati altri minorenni.

    Nel 2000 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per l’affidamento di due minori al Forteto.

    Il 22 dicembre 2011 Fiesoli viene arrestato di nuovo con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti. L’inchiesta parte dalle denunce di decine di persone. Nelle indagini furono coinvolti molti collaboratori del “profeta”.

    Nel 2013 la Procura di Firenze chiede e ottiene il rinvio a giudizio per 23 componenti del Forteto, Fiesoli compreso. Nell’ottobre 2013 inizia il processo a Fiesoli e agli altri componenti della comunità.

    In contemporanea il Consiglio regionale della Toscana istituisce una commissione d’inchiesta (presiedente da Stefano Mugnai di Forza Italia) per far luce sui motivi degli abusi perpetrati nella comunità a cui sono stati affidati numerosi minori nel corso degli anni. Una seconda commissione regionale d’indagine (presieduta da Paolo Bambagione del Pd) ha svolto il suo lavoro nel 2016.

    Il 17 giugno 2015 il Tribunale di Firenze ha condannato Fiesoli a 17 anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti e abusi sessuali su minori.

    Il 15 luglio 2016 la Corte d’Appello di Firenze condanna Fiesoli a 15 anni e 10 mesi di reclusione, mentre Goffredi è condannato a 6 anni di reclusione. Per entrambi le pene vengono ridotte per la prescrizione delle accuse per alcuni episodi contestati. Condanne ridotte anche per gli altri 8 imputati, 6 gli assolti.

    Il 22 dicembre 2017 la Corte di Cassazione ha emesso la sentenza definitiva per Fiesoli, che è stato arrestato. Per Goffredi i reati sono andati in prescrizione.

    Sul Forteto è stata anche istituita una commissione regionale bis per indagare sulle responsabilità istituzionali, che del Forteto sarebbero state lo scudo. Ma non avendo i poteri di un’autorità giudiziaria, la commissione finora ha avuto le mani legate di fronte alle reticenze di chi è stato interpellato alle audizioni, o peggio ha scelto di tacere. Nessuno infatti ricorda, nessuno c’era o sapeva.

    E sulle responisabilità istituzionali si vuole ancora fare chiarezza, perché le pressioni sul caso, anche a livello dei media, sono state negli anni sempre molto forti.

    Il giornalista della Rai Bruno Vespa si occupò della vicenda in una puntata di ‘Porta a Porta’ nel 2001, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo.

    “È di grande conforto vedere forze politiche, con posizioni e interessi diversi, unite su un fatto così grave – sottolineò Vespa – Ma è abbastanza straordinario che solo nel 2011 si sia deciso di intervenire. Siamo in presenza di due persone condannate in via definitiva per violenze sui minori nella stessa struttura cui lo Stato andava dei bambini”.

    In quella puntata Vespa dichiarò di aver subito pressioni come mai gli era sucesso in tanti anni di trasmissione.

    Dichiarazione che ribadirà il 17 giugno 2016 nella seconda commissione di inchiesta costituita dalla Regione toscana: “Ho confermato alla commissione di aver subito pressioni, di natura prevalentemente politica, ma non solo”.

    “Non ci fu ‘una’ telefonata, ma una serie di telefonate, di avvertimenti, perché non si pronunciasse nemmeno il nome del Forteto. In tanti anni di lavoro non ho mai ricevuto così tante pressioni. Solo ora però ho capito davvero la ‘forza’ del Forteto e sono molto contento di aver fatto quella trasmissione”. 

    https://www.tpi.it/2018/04/27/forteto-orrori-setta-intervista/

  • Violenza sessuale, giudici ordinano perizia su stato salute ex prete ‘santone’

    Violenza sessuale, giudici ordinano perizia su stato salute ex prete ‘santone’

    Una perizia sullo stato di salute dell’ex prete fiorentino Mario Cioni, 73 anni, già condannato in primo grado nel 2016 a 15 anni per riduzione in schiavitù e violenza sessuale ad adepte della ”comune” da lui fondata a Montecchio di Arezzo. Lo ha deciso la corte di appello di Firenze accogliendo la difesa dell’ex sacerdote che aveva chiesto la perizia evidenziando che condizioni fisiche precarie impedirebbero l’eventuale partecipazione dell’imputato alle udienze.

    Le parti civili, difese dagli avvocati Francesco Stefani e Riccardo Piazza che tutelano cinque donne già appartenenti alla comunità di Cioni, si sono opposte ricordando che già in primo grado era stata effettuata consulenza analoga e che fu concluso che comunque, magari con l’ausilio di un trasporto in ambulanza, Mario Cioni avrebbe potuto benissimo raggiungere le aule di udienza. Il processo di appello è stato rinviato al 21 marzo.

    Mario Cioni, già sospeso a divinis nel 1985 e ridotto allo stato laicale a fine anni ’80, negli anni ’90 fondò una comunità seguita da una diverse persone, sopratutto donne, cui faceva credere che, soltanto assecondandolo in tutte le sue indicazioni, avrebbero raggiunto la “salvezza eterna”. Per l’accusa, nel porsi come ”santone”, avrebbe usato metodi violenti, inoltre avrebbe abusato sessualmente delle donne che ne seguivano i presunti insegnamenti. La vicenda venne portata allo scoperto dai familiari di alcune adepte della comunità con segnalazioni e denunce. (ANSA)

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Forteto. Le associazioni: Isolare chi non ha preso le distanze. Anche nella cooperativa

    Forteto. Le associazioni: Isolare chi non ha preso le distanze. Anche nella cooperativa

    La sentenza di Cassazione del 22 dicembre scorso ha concluso il doloroso procedimento giudiziario sulla vicenda Forteto.
    L’Associazione Artemisia, FormAzione Co&SO Network e Abitare Solidale, da due anni sono impegnati in un lavoro di riparazione a fianco delle vittime e di comunità sul territorio, insieme con la Società della Salute del Mugello e con ANCI Toscana nell’ambito del Progetto Oltre, promosso e sostenuto dalla Regione Toscana. E ora affermano:

    All’indomani della sentenza serve proseguire con fermezza, tra molte complessità, nella direzione intrapresa negli ultimi anni, affermando tutti – società civile e Istituzioni- in modo sempre più chiaro il riconoscimento di quanto è accaduto e il posizionamento a fianco delle persone uscite da Il Forteto.

    Nello stesso modo l’accertamento definitivo della verità giudiziaria rilancia la necessità di una Commissione di Inchiesta Parlamentare (già votata all’unanimità al Senato) che abbia il potere di indagare le responsabilità istituzionali e politiche, anche individuali, riconoscerle per prevenire nuovi collassi del sistema di tutela e chiedere conto a coloro che vi sono stati parte attiva e che in alcuni casi ancora occupano ruoli importanti nelle Istituzioni coinvolte.

    La sentenza di Cassazione, accanto alle responsabilità penali individuali accertate, al di là delle numerose prescrizioni, ha pienamente confermato l’impianto accusatorio ricostruito dalla Procura di Firenze, e ha definitivamente riconosciuto la dignità di verità anche giudiziaria alla voce e ai racconti dei sopravvissuti. A trovare conferma in modo netto è anche la responsabilità della Cooperativa Il Forteto, di fatto indistinta e indistinguibile dall’Associazione e dalla Fondazione Il Forteto.

    Questo definitivo pronunciamento giudiziario deve adesso essere la base per passi decisi, troppo a lungo attesi, che consentano una narrazione comune e condivisa della vicenda Forteto e segnino nella gestione della Cooperativa una netta e chiara discontinuità dal passato.

    Discontinuità che ad oggi non è e non è stata in alcun modo garantita. Occorre partire dal riconoscimento che non è possibile tenere in piedi una vita comunitaria e associativa fondata su regole e dinamiche che alimentavano continui e gravi maltrattamenti, regole e dinamiche seguite e sostenute certo non solo dai condannati o dai prescritti.

    Basti pensare a tutti coloro che hanno reso testimonianza nei processi negando l’esistenza del Sistema Forteto così come veniva descritto dalle vittime.

    Occorre oggi distinguere senza incertezza chi ha preso le distanze dalla comunità stessa, dalle sue regole, dalle sue logiche, chi chiede un aiuto per farlo e chi ancora non lo ha fatto per niente.

    Questi ultimi rappresentano ancora oggi la maggioranza nell’assemblea dei soci della Cooperativa.

    Solo in questo modo può essere garantita una discontinuità reale e sostanziale che è l’unico elemento in grado di consentire il rilancio di una realtà produttiva preziosa essenziale per il Mugello e tutelare decine di posti di lavoro, nell’interesse di tutti.

    Artemisia
    FormAzione Co&SO Network
    Abitare Solidale

    http://www.okmugello.it/mugello/forteto-associazioni-isolare-2018

  • Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

    L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

    > Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

    Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

    Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

    Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

    Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

    Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

    Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

    “Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

    Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

    Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

    “Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

    Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

    E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

    “È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

    Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

    Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

    Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

    Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

    “All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale’”.

    ———-

    Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

    “Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

    E poco più avanti:

    “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

    Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

    Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

    Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

  • Mostro di Firenze, affidamenti al Forteto nonostante i sospetti

    Mostro di Firenze, affidamenti al Forteto nonostante i sospetti

    Nuovi dubbi dei commissari: «Ennesimo corto circuito dello Stato»

    Firenze, 7 gennaio 2018 – UN CONTO il dire, un conto il vederlo nella prima pagina dell’informativa della Sam, la squadra antimostro, nella posizione numero tre. Sospetti che non ebbero ulteriori sviluppi investigativi allora (se ce ne siano stati altri, più recenti, non è noto), ma la «semplice» notizia delle indagini su Rodolfo Fiesoli ai tempi dei delitti del Mostro ed i contemporanei affidamenti del tribunale dei minori, sommati alla condanna per violenza sessuale (definitiva nel 1985), rendono ancora più assurda, buia e grottesca, l’intera storia del Forteto e del corto circuito istituzionale che ha permesso tutto ciò.

    Pensiero condiviso dal consigliere regionale di Forza Italia, Stefano Mugnai, anima delle commissioni regionale che hanno provato a far luce sugli orrori della comunità di Vicchio, recentemente giunti al suo epilogo giudiziario con la carcerazione di Fiesoli per i suoi 14 anni e passa da scontare. «Pazzesco – esordisce Mugnai –. Pazzesco che mentre un apparato dello Stato metteva Fiesoli al terzo posto nella lista dei sospettati di essere il Mostro, altri apparati delle istituzioni, dello stesso territorio, continuavano a mandargli bambini. Neanche in un horror di serie C. Un abominio!».

    Anche Jacopo Alberti, Lega Nord, membro della seconda commissione regionale d’inchiesta, trasecola. «Quanto riferito dalla Nazione – afferma – in merito a possibili intrecci fra la tragica vicenda legata ai delitti del “mostro di Firenze” e quella altrettanto disdicevole relativa ai fatti accaduti al Forteto, conferma pienamente quanto riferitoci da Michele Giuttari, noto investigatore ai tempi dei delitti seriali, nell’ambito della sua audizione da noi fortemente caldeggiata a fine 2015; un’intuizione del sottoscritto, risultata poi assolutamente fondata, anche a fronte di un’ampia documentazione».

    «In separata sede, poi – rivela il consigliere leghista – lo stesso esponente delle Forze dell’Ordine ci aveva ribadito i suoi sospetti in relazione ad ipotetici legami fra i due predetti drammi successi in Toscana, dato che lo stesso Fiesoli era stato attenzionato dalla Sam».

    «SIAMO ovviamente fiduciosi e sicuri – sottolinea il rappresentante del Carroccio – che, anche alla luce di quanto riportato dal quotidiano fiorentino, si possa aprire o riaprire un filone d’indagini, teso a verificare o sgombrare definitivamente ogni dubbio riguardo ad eventuali connessioni fra fatti efferati che hanno sconvolto, negli anni, la vita di molte persone di ogni età. Non spetta certamente a noi emettere sentenze o dare giudizi censori nei confronti di nessuno ma è doveroso che queste due tristi e nebulose vicende, vengano, finalmente, scandagliate nei minimi dettagli».

    Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze sono ancora aperte e le posizioni dei due ‘nuovi’ indagati, l’ex legionario Giampiero Vigilanti e il medico Francesco Caccamo, entrambi originari del Mugello, potrebbero essere presto valutate alla luce degli accertamenti compiuti in questi mesi.

    http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/mostro-firenze-forteto-1.3649520

  • Scandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamentiScandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamenti

    Scandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamentiScandalo Forteto, arrestato il fondatore della Comunità: abusi e maltrattamenti

    I carabinieri questa mattina a casa di Rodolfo Fiesoli che poi per un malore viene portato in ospedale. Ieri la sentenza della Cassazione

    Si sono presentati alla porta della sua casa di Pelago questa mattina presto, i carabinieri. E’ stato arrestato Rodolfo Fiesoli, 76 anni, per 34 il “profeta” della Comunità del Forteto nel Mugello al centro dell’inchiesta per abusi e maltramenti anche su minori ospiti del centro in provincia di Firenze. L’arresto avviene all’indomani nella sentenza della Cassazione che confermava in gran parte la sentenza di appello. La vita nella comunità del Forteto di Vicchio è stata “una esperienza drammatica, a tratti criminale” ha affermato la Cassazione. I carabinieri hanno portato Fiesoli alla caserma di Pontassieve, l’uomo ha avuto un malore e prima di essere traferito al carcere di Sollicciano è stato portato per una visita in ospedale a Ponte a Niccheri.

    Per gli altri nove imputati, condannati in appello per maltrattamenti a pene comprese fra 6 anni e 1 anno e 8 mesi, è intervenuta la prescrizione, che fra l’altro ha annullato interamente la condanna a 6 anni dell’ideologo e braccio destro di Fiesoli, Luigi Goffredi. Confermati i risarcimenti alle parti civili. Quanto a Fiesoli la sentenza rimanda a nuovo processo di appello limitamente a un caso di violenza sessuale.

    Quella del Forteto è una storia che sembra non volersi concludere mai. Dopo due processi di primo grado e di appello in cui – è stato scritto – sono state raccolte “prove granitiche” di abusi e maltrattamenti, dopo due sentenze di condanna in cui si afferma “con sereno giudizio” che non è mai venuto meno il rispetto del diritto di difesa degli imputati, la Corte di Cassazione ha rinviato la sua decisione finale il 23 ottobre, poi il 20 novembre, e ieri i cinque supremi giudici, dopo essere entrati in camera di consiglio alle 12, a notte inoltrata stavano ancora discutendo nel palazzo ormai deserto.

    La Cassazione è il giudice di legittimità, non deve entrare nel merito, deve verificare se la legge è stata applicata correttamente e se sono stati rispettati i diritti delle parti. Tuttavia, è difficile scacciare il dubbio che la difficoltà di decidere sia dipesa in parte dal fatto che la storia del Forteto è anche la storia di un “corto circuito istituzionale”, di una “totale rimozione e strumentalizzazione”, di una “linea di credito illimitata” di cui la comunità di Vicchio del Mugello ha beneficiato per decine di anni da parte del tribunale dei minori di Firenze, dei rossi Comuni del Mugello e della rossa Regione Toscana. Motivo per cui anche in anni recenti il Pd si è opposto a lungo alla istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla comunità di Vicchio del Mugello, fondata nel 1977 da un gruppo di giovani e quasi subito finita sotto inchiesta per atti di libidine violenti e maltrattamenti nei confronti di adolescenti disabili.

    I fondatori Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi furono arrestati nel 1978 e dopo alterne vicende furono definitivamente condannati nel 1985. Ma sul Forteto e sulla sua esperienza educativa si divisero sin dall’inizio non solo destra e sinistra, Dc e Pci, ma anche la magistratura. Il tribunale dei minori, guidato allora da Giampaolo Meucci, continuò ad affidare bambini al Forteto. Meucci morì nel 1985, non ebbe tempo per ricredersi. I suoi successori si convinsero che Fiesoli e Goffredi fossero vittime di un errore giudiziario. Così in quasi 30 anni il Forteto ha accolto cinquanta minori, si è accreditato come un rifugio sicuro e una eccellenza educativa e – grazie anche a generosi finanziamenti pubblici – è divenuto una realtà economica importante nell’agricoltura e nella produzione di formaggi.

    La “linea di credito illimitata” si è frantumata nel 2011 quando Fiesoli è stato nuovamente arrestato per violenza sessuale su minori e maltrattamenti, accusa quest’ultima estesa poi ad altri 22 membri della comunità. Con la nuova inchiesta, coordinata dai pm Giuliano Giambartolomei e Ornella Galeotti, è emerso il profilo di una “setta” governata da “regole maltrattanti, crudeli e incomprensibili”. Nelle sentenze si parla di “un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale”, di “un martellante e sistematico lavaggio del cervello”. Per venti anni al Forteto non sono nati bambini perché i rapporti fra uomo e donna erano ritenuti impuri, mentre venivano promossi quelli omosessuali. Il Forteto – hanno scritto i giudici – era il “territorio di caccia di Rodolfo Fiesoli”, che ha avuto rapporti sessuali con quasi tutti gli uomini della comunità e con molti adolescenti, sostenendo che in tal modo li “liberava la materialità”. Con la pratica dei “chiarimenti” i bambini accolti in comunità erano costretti a rievocare pubblicamente gli abusi a cui erano stati sottoposti prima di essere affidati al Forteto, anzi spesso a inventarli e ad accusare i genitori, sistematicamente denigrati. Mentre, al contrario, la finalità dell’affido, un istituto temporaneo, dovrebbe essere quella di ricomporre il rapporto fra il bambino o l’adolescente con la sua famiglia disastrata.

    Nella comunità il dissenso non era ammesso. Le regole del Forteto – hanno scritto i giudici – non miravano alla crescita e al miglioramento di ciascuno con l’aiuto degli altri “ma, esclusivamente, al controllo delle persone, alla possibilità di una loro manipolazione, attraverso il chiarimento, la punizione, l’isolamento, la denigrazione, la mortificazione”.

    “Al Forteto adulti e bambini erano in trappola”, ha detto Petra Filistrucchi di Artemisia, capofila del progetto “Oltre” finanziato dalla Regione Toscana, che ora sta cercando di porre rimedio alle sofferenze di chi ha vissuto nella comunità-setta. “Oltre” ha preso in carico 41 persone e le loro vite “sgretolate” e cerca di aiutarle a superare i traumi causati dalle “circostanze estreme” che hanno dovuto subire.
    Per evitare tutto questo bastava leggere le sentenze del primo processo, ha scritto il magistrato Vittorio Borraccetti, esponente storico di Magistratura Democratica, che ha accolto la richiesta della Associazione delle vittime e ha studiato gli atti giudiziari: “Ma chi ha letto ha detto: questo è un complotto. E la gravità è che questa tesi veniva dalle istituzioni. La vicenda del Forteto è stata una catastrofe sotto ogni punto di vista”.

    “E’ stato un percorso lungo e di grande sofferenza, ma giustizia è fatta”, ha dichiarato il presidente della prima commissione regionale di indagine sul Forteto Stefano Mugnai, capogruppo di Forza Italia nel consiglio regionale toscano: “Esprimo soddisfazione – ha proseguito – per la sentenza con cui la Suprema Corte ha confermato le condanne inflitte a Rodolfo Fiesoli, Luigi Goffredi e agli altri sottoposti a giudizio per l’orribile vicenda del Forteto. Ciò rende alle vittime giustizia nel diritto. Ora si apra la via della necessaria giustizia morale verso questi ex bambini che venivano affidati dalle istituzioni all’interno di quella comunità-setta, giustizia morale che passa per l’ammissione ciascuno del proprio segmento di responsabilità e per pubbliche scuse. Se, come durante il lavoro d’indagine effettuato in Commissione d’inchiesta è emerso, il conformismo culturale e amministrativo è stato determinante affinché le violenze e gli abusi sui minori al Forteto si protraessero per trent’anni, con questa sentenza, oggi, l’asse del conformismo si ribalta. Già altre sentenze affini, sempre sul Forteto, rimasero inascoltate. Non permetteremo che accada di nuovo”.

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/12/23/news/pelago_arresto_fiesoli_scandalo_forteto-184977959/

  • Caso Forteto, per Fiesoli nuovo processo d’appello: la sentenza della Cassazione

    Caso Forteto, per Fiesoli nuovo processo d’appello: la sentenza della Cassazione

    Il dibattimento-bis riguarda solo un caso di violenza sessuale. Sul resto delle accuse il ricorso è stato rigettato, via al risarcimento per le vittime

    Firenze, 22 dicembre 2017 – Processo d’appello bis per Rodolfo Fiesoli: è arrivata in serata, dopo le 22, la sentenza della Cassazione sul caso degli abusi nella comunità mugellana per il recupero dei minori. Nuovo dibattimento dunque per Fiesoli, ma soltanto per uno dei casi di violenza sessuale contestati. Per gli altri casi il ricorso presentato dagli avvocati dell’ex capo della comunità è stato rigettato dalla Cassazione.

    Si apre dunque la strada dei risarcimenti alle vittime. Il processo d’appello si era chiuso nel luglio 2016 con la condanna per Fiesoli a 15 anni e 10 mesi di reclusione. Una nuova sezione della Corte d’appello fiorentina dovrà ripronunciarsi anche sugli aumenti di pena inflitti all’imputato per la continuazione dei reati.

    Una vittoria a metà per Fiesoli: i suoi avvocati avevano chiesto l’annullamento dell’intero processo. Tutto finisce in prescrizione per quanto riguarda la posizione di Luigi Goffredi, braccio destro di Fiesoli, che in appello era stato condannato a 7 anni.

    http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/sentenza-fiesoli-forteto-1.3624310

  • Forteto, nuovo rinvio in Cassazione: sentenza il 22 dicembre

    Forteto, nuovo rinvio in Cassazione: sentenza il 22 dicembre

    Il nuovo rinvio per attendere una pronuncia delle sezioni unite che può influire sul processo

    Firenze, 20 novembre 2017 – Sarà emesso probabilmente il 22 dicembreprossimo il verdetto della Cassazione sui presunti abusi nella comunità di recupero del Forteto a Vicchio del Mugello. Il rinvio è stato deciso dal presidente della terza sezione penale della Cassazione, Aldo Fiale. Il motivo del nuovo rinvio è dettato dall’attesa di una pronuncia delle sezioni unite della Cassazione in merito ai “sostituti processuali”, in programma il giorno precedente, il 21 dicembre, che potrebbe influire anche sulle sorti di questo dibattimento.

    Per questo il presidente della corte Aldo Fiale ha proposto una soluzione che consenta una decisione successiva e che comunque, ha assicurato in apertura di udienza questa mattina, non andrà a modificare la decorrenza delle prescrizioni. Il presidente della terza sezione penale della Cassazione, Aldo Fiale, ha sottolineato che il 1° gennaio prossimo andrà in pensione, assicurando, però, di voler chiudere il processo prima di quella data.

    Gli imputati principali sono Rodolfo Fiesoli, che fondò la comunità nel 1977, e il suo più stretto collaboratore, Luigi Goffredi. I reati contestati partono dal 1° gennaio 1997. Il 15 luglio del 2016 la corte d’appello di Firenze li ha condannati, infliggendo a Fiesoli 15 anni e 10 mesi di reclusione e a Goffredi 6 anni. Per entrambi le pene erano state ridotte per la prescrizione delle accuse per alcuni episodi contestati. In appello gli imputati erano complessivamente 16. Tra questi vennero assolti Stefano Pezzati, ex presidente della cooperativa agricola Forteto, che in primo grado aveva invece avuto 4 anni e mezzo, l’ex presidente dell’associazione Forteto Silvano Montorsi, a cui il tribunale aveva inflitto una pena di 3 anni e mezzo, e Stefano Sarti, che aveva avuto 3 anni. Pena ridotta da 7 a 3 anni e due mesi a Daniela Tardani.

    L’inchiesta, condotta dal pubblico ministero Ornella Galeotti, ha retto nei primi due gradi di giudizio: Fiesoli ha incassato due pesantissime condanne, 17 anni e mezzo in primo grado, 15 anni e 10 mesi in appello. Nonostante i quasi 80 anni di età, se la condanna diventasse definitiva, il profeta, non più rientrato al Forteto dopo l’arresto del 2011 ma esiliato a Pelago (anche se formalmente adesso non c’e’ nessuna misura cautelare in essere) rischia di finire in carcere. Ma l’iter processuale è stato assai tortuoso. Il processo di primo grado subi’ infatti un lungo stop per la ricusazione del giudice, prima accordata dalla corte d’Appello, poi ribaltata dalla Cassazione.

    Dopo alcuni mesi di stop, il processo riprese, davanti allo stesso tribunale “riabilitato” dalla Suprema Corte. Cosi’, nel luglio del 2015, arrivo’ la prima sentenza, sostanzialmente ribadita l’estate successiva, limata soltanto da qualche prescrizione nel frattempo maturata. Per il caso Forteto si sono innescate anche due commissioni regionali d’inchiesta e delle storture della comunita’ del Mugello (e pure di certi appoggi e coperture che le hanno permesso di diventare una piccola potenza economica in Toscana), si e’ interrogato anche il Parlamento.

    http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/forteto-cassazione-1.3547516