Il nostro reportage sugli scandali sessuali nella Chiesa. Qui le storie più brutte: 130 i sacerdoti condannati, 100 sotto processo ma sono tanti quelli accusati e poi assolti
I casi di abusi sessuali compiuti da preti pedofili nel mondo, ed anche in Italia, sono raccapriccianti. Spesso i parroci sono reo confessi, a volte negano, finché non crollano e chiedono scusa e perdono a Dio. Vengono condannati al carcere e a ripagare, economicamente, il danno inflitto alle povere vittime. Spesso ci sono anche preti trattati come mostri, poi assolti o prosciolti senza uno straccio di scuse. Le storie giudiziarie passate in giudicato (oltre cento) fanno però rabbrividire. Abbiamo letto le sentenze.
Nel giugno scorso, a Brindisi, ad esempio, un chierichetto, dopo aver subito molestie dal parroco per anni, decide di denunciare il suo aguzzino. Il sacerdote, un 42enne, viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata e pluriaggravata. I fatti contestati risalgono al 2008 e al 2009, e a portarli alla luce è il pediatra del bambino che raccoglie le sue confidenze. Nel settembre scorso il prete, dai domiciliari finisce a giudizio. In attesa del processo è stato sospeso dall’arcivescovo. Sempre in Puglia, un anno prima, finisce in galera un secondo sacerdote: processato con rito abbreviato, prende tre anni e otto mesi di carcere. E nel novembre del 2015 tocca a un terzo prete dello stesso territorio, beccato in flagranza e posto ai domiciliari: 4 anni di reclusione per «atti di libidine violenta» compiuti su due ragazzine. Secondo le nostre ricerche un altro parroco viene viene ridotto allo stato laicale dopo aver risarcito cinque vittime. L’accusa a suo carico è di violenza sessuale: abusava della sua autorità, sia nell’ufficio dove teneva gli esercizi spirituali, sia negli alberghi dove portava i ragazzi per la villeggiatura estiva.
Nel marzo scorso la procura di Milano accusa ancora un sacerdote di avere avuto rapporti sessuali a pagamento per tre anni con un adolescente tossicodipendente, che usava i soldi per comprare cocaina. Il parroco avrebbe adescato il minore su una chat e avrebbe compiuto con lui «atti sessuali» tra il 2009 e il 2011, quando la vittima aveva tra i 15 e i 17 anni, in cambio di 150 o 250 euro per volta. Pochi mesi fa la condanna: un anno e dieci mesi di carcere per prostituzione minorile. L’8 febbraio scorso, invece, il gip di Palermo concede gli arresti domiciliari a un sacerdote accusato di avere molestato due fratelli minorenni quando era parroco nel capoluogo siciliano. Pochi mesi dopo lo stesso prete viene condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione. Le vittime, in aula, raccontano che tutto sarebbe cominciato durante un pellegrinaggio a Medjugorje e che le molestie sarebbero proseguite anche al ritorno in Sicilia. A scoprire gli abusi è stata la mamma dei fratellini. «Mi sono autodenunciato alla curia a novembre del 2014», dice il parroco al giudice. E la curia, dopo la confessione, lo trasferisce in una struttura per curarsi. Poi c’è la storia di un parroco che diceva messa in una parrocchia in provincia di Arezzo, viene arrestato per abusi sessuali su un ragazzino di 13 anni. Dopo pochi mesi, i genitori di molte delle sue vittime si recano dai magistrati a sporgere querela, e il prete confessa 38 misfatti commessi in 12 anni. Accusato anche di violenza sessuale viene dispensato dal sacerdozio da Papa Benedetto XVI. Due anni dopo arriva la condanna a 8 anni di carcere, confermati in appello. Nello stesso periodo ancora un caso. Stavolta è un ex seminarista di Agrigento a scrivere una lettera al vescovo per denunciare abusi sessuali subìti da parte del suo prete, il quale, poco tempo dopo, patteggia una pena a 2 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di 7 ragazzi. E che dire del parroco che esercita la funzione in provincia di Roma arrestato per molestie sessuali su alcuni ragazzi affidati alle sue cure. A denunciarlo è un altro sacerdote. Il prete «cattivo» invitava i bimbi a casa e gli prometteva cd, dvd e qualche capo d’abbigliamento. Dall’inchiesta salta fuori che i casi di cui si è reso colpevole sono tantissimi. Al processo il sacerdote respinge ogni addebito, spiegando di non essere un mostro e parlando di «accuse infamanti ed estremamente grossolane costruite abilmente». Ma nel febbraio del 2011 i magistrati chiedono 18 anni di carcere per i suoi «atti di inaudita gravità». Lo condanna arriva: 15 anni e 4 mesi di galera in primo grado e 14 anni in appello, condanna confermata in Cassazione. Diceva messa in una parrocchia vicino Firenze l’ennesimo prete accusato di pedofilia. Nell’aprile del 2007 finisce sotto inchiesta per una serie di molestie pluriaggravate e continuate su minori. Alcuni fedeli lo accusano di violenza sessuale e psicologica commessa su ragazzi fra i 12 e i 17 anni. Nel dicembre del 2007, mentre su di lui pende l’accusa di essere «responsabile di delittuosi abusi sessuali su alcune ragazze negli anni 1973-1987, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze», il parroco, malato, torna nel suo convitto. Nella richiesta di archiviazione, dovuta alla mancanza di querele, il pm parla di «abusi sessuali gravi protrattisi per circa 20 anni». Sfogliano il dossier sulla pedofilia nella Chiesa incappiamo nel sacerdote accusato di aver abusato di un ragazzino straniero di 13 anni. I giudici lo condanno a dieci anni di galera con sentenza passata in giudicato. Tutti casi autentici, provati, innegabili.
Ma accanto a questi ce ne sono tantissimi altri di preti accusati, ammanettati e poi dichiarati innocenti e addirittura prosciolti in istruttoria dopo essere stati linciati mediaticamente e indicati come orchi. Sono decine e decine, secondo fonti vaticane contattate da Il Tempo. Centinaia secondo altri riferimenti riscontrati on line difficili da verificare. Preti accusati di far parte di una «congrega di pedofili» e poi scagionati; parroci innocenti calunniati e morti d’infarto per la vergogna; sacerdoti massacrati e invece puri ma distrutti, spesso, dalla “caccia alle streghe”. Come scriveva Francesco Agnoli nel suo libro “Chiesa e Pedofilia” dietro «l’enfatizzazione degli abusi su minori compiuti da preti cattolici c’è di tutto: preti spretati, teologi eretici, lotte interne dei modernisti contro il Papa, radicali che suonano la tromba, movimenti gay o pro choice». Ci sono casi orribili, ma c’è anche tanta strumentalizzazione. La verità come sempre sta nel mezzo. Occorre saper distinguere il vero dal falso. Negare l’evidenza, così come ingigantirla, non fa bene a nessuno. Alla Chiesa e a chi vede in lei il Male assoluto.
Inchiesta sul Forteto: ecco tutti gli orrori e gli errori di un storia di cui nessuno parla
Un paio di mesi fa una giornalista russa, intervistando il presidente dell’associazione Vittime del Forteto, Sergio Pietracito, si fermò, visibilmente scossa, per fare una domanda di buon senso: chiese come mai una storia del genere non fosse conosciuta nel suo Paese.
La risposta fu indicativa: «Nemmeno fuori Firenze se ne sa nulla, per questo ci battiamo». In un Paese normale, 30 anni di presunti maltrattamenti e abusi su minorenni, perpetrati all’ombra del muro di connivenze della Toscana «rossa», non passerebbero inosservati. Ma nessuno avrà il coraggio di dire che l’Italia lo sia. E infatti sarebbe accaduto di tutto: oltre l’inimmaginabile, oltre la giustizia. E’ una vicenda orrenda quella del Forteto, e oggi, mentre si celebra il secondo grado di un processo tanto atteso, non se ne intravede la fine.
Tutto inizia nel 1977. Nel comune di Barberino nasce la comunità Il Forteto assieme all’azienda agricola, destinata a radicarsi nel territorio come baluardo del “made in tuscany” alimentare. L’iniziativa è di due uomini che vantano titoli di studio in psicologia mai posseduti: Rodolfo Fiesoli, detto il Profeta e capo indiscusso della struttura, e Luigi Goffredi, l’ideologo. Tutto ruota attorno alla teoria, ancora in fase sperimentale, della “famiglia funzionale”. Cioè all’educazione alternativa dei minori tramite gli affidi a due soggetti, uomo-donna, il cui accostamento avviene a tavolino. La conoscenza reciproca è superficiale e svincolata dalla sfera dell’affettività, ritenuta nociva. Si cresceranno ragazzi disagiati senza il «fardello della materialità sessuale». Fiesoli e Goffredi si presentano come pionieri. L’ammirazione è incondizionata. Il Tribunale dei minori comincerà presto ad affidare bambini provenienti da situazioni difficili (genitori tossicodipendenti o assenti). E nel tempo intellettuali e psichiatri loderanno quel miscuglio di Freud e Don Milani. Eppure, fin da subito, cosa fosse realmente il Forteto avrebbe dovuto essere chiaro.
Nel settembre 1978 il magistrato Carlo Casini fa arrestare i due. Ma vengono scarcerati alcuni mesi dopo. La successiva scesa in campo di Casini in politica, nella file della Dc, scatena infatti il magistrato Gian Paolo Meucci (di tutt’ altre vedute), padre del diritto minorile italiano, esperto in materia, ma anche difensore del Profeta. E convinto della strumentalizzazione politica delle accuse. Non basta allora il discorso di Rinaldo Innaco (DC), tenuto nell’ottobre 1980 in Consiglio regionale, dove si parla di costrizione e «regime di vita imposto e caratterizzato (…) dalla pratica dell’omosessualità». E non basta, nel gennaio 1985, la condanna della Corte D’Appello di Firenze al Fiesoli, pur passata in giudicato, per «maltrattamenti, atti di libidine e corruzione di minorenne». La posizione di Meucci, che all’autorevolezza personale unisce la deferenza dei colleghi, fa dimenticare il verdetto, con nessun effetto pratico. Poi, contro ogni valutazione plausibile, si affidano subito altri ragazzi. Dopo l’85, inizia il dominio incontrastato del Forteto.
A far “merenda”, trasferita la sede nel paesino di Vicchio, passano in tanti: politici, giudici del Tribunale dei minori, sindacalisti, dirigenti dei servizi sociali. Di fatto, tutta la Sinistra toscana favorisce la nuova realtà. Il Forteto diventa una passerella obbligata. Fiesoli è paragonato a Don Milani. Stupisce, commuove, incanta. Scrive libri. I ragazzi intanto, all’oscuro delle condanne e allontanati dalle famiglie naturali, sarebbero stati traviati mentalmente. E fino al 2010 la comunità ne riceve circa 80. Nel frattempo, la Cooperativa, l’ altra faccia del Forteto, acquista prestigio: 130 occupati, un fatturato di quasi 20 milioni, eccellenze alimentari esportate dall’America all’Australia. Un vanto per tutta la Regione. Il 13 luglio del 2000, però, tornano i guai. La Corte europea dei diritti dell’uomo, in seguito alla denuncia di una madre a cui veniva impedito di vedere i figli, condanna l’Italia con una multa di 200 milioni di lire per danni morali. La sentenza di Strasburgo pesa eccome, ma si alzano le barricate: e non cambia nulla. Anzi, solo dal ’97 al 2010, il Forteto ottiene contributi dalla Regione per 1 milione e 254 mila euro. Si arriva poi al novembre 2011. Al TEDxFirenze (manifestazione socio-culturale), Fiesoli addirittura interviene a Palazzo Vecchio sull’educazione minorile in qualità di esperto: presenziava, e fu ringraziato, l’allora sindaco Matteo Renzi. Proprio il mese successivo, però, viene arrestato. L’accusa – violenza sessuale e maltrattamenti – è schiacciante. E nasce una commissione d’inchiesta regionale per indagare sul sistema di potere appena scoperchiato.
Dopo il tentativo dell’avvocato delProfeta di far ricusare il presidente del collegio giudicante, Marco Bouchard, così da rallentare il dibattimento, il 17 giugno 2015 la sentenza in primo grado condanna 16 dei 23 imputati. 17 anni e mezzo per Fiesoli (violenza sessuale e maltrattamenti), 8 per Goffredi (maltrattamenti) e via via a scendere per gli altri componenti (per maltrattamenti) di quella che ormai è considerata una setta. Le testimonianze delle vittime, scappate dal Forteto, sono determinanti. Nelle motivazioni della Corte si legge: «Il Forteto è stata un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale, retta da persone non equilibrate (…) Le perversioni del Fiesoli, note agli altri imputati, sono state di volta in volta avallate, tollerate, giustificate (…) Chi ha reagito, chi ha protestato, chi ha contestato è stato emarginato, isolato, escluso, denigrato e, finalmente, allontanato». Nell’estate 2015, il caso arriva a Roma. Una mozione a firma di Deborah Bergamini (FI) chiede un’inchiesta parlamentare e il commissariamento dell’azienda per il presunto intreccio con la comunità. Il PD interviene: e affossa la mozione. Si parla di responsabilità individuali e non collettive: smentendo i fatti, le vittime e la sentenza. Le opposizioni ringhiano («La decisione del Governo è sconcertante: non ha alcuna logica, alcuna sensibilità, alcun senso politico»). Invano.
A livello locale, invece, le polemiche non si sono mai spente. Un libro, Setta di Stato, scritto dai giornalisti Tronci e Pini, ha fatto rumore. Si è istituita una commissione regionale bis per indagare sulle responsabilità istituzionali, che del Forteto sarebbero state lo scudo. Ma non avendo i poteri di un’autorità giudiziaria, finora ha avuto le mani legate di fronte alle reticenze di chi è stato interpellato alle audizioni, o peggio ha scelto di tacere. Nessuno infatti ricorda, nessuno c’era o sapeva. Secondo la sentenza, negli anni, centinaia di persone – direttamente e indirettamente – sarebbero state segnate. Con intere famiglie rovinate. Otto ragazzi, una volta usciti, non ce l’hanno fatta: stroncati dalla tossicodipendenza, dall’indigenza e dai traumi passati. Spesso, ci si chiede come sia possibile che fatti di entità molto minore siano squadernati sulle pagine dei giornali e dibattuti nel talk show, quando invece del Forteto, in tutta Italia, non se ne sa niente. Malgrado un processo in corso (con sentenza in appello il 29 giugno), un’ indagine da concludere e ancora tanto da scavare, e capire. Si dà una spiegazione, l’unica sensata: il Forteto fa paura.
E Gesù disse: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo 18,6)
Emiliano Fittipaldi è un giornalista dell’Espresso, famoso per alcune inchieste sul Corriere della Sera e il Mattino, nonché autore del bestseller del 2015 “Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco”. Nel suo ultimo libro, “Lussuria. Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”, uscito nel 2016, si cimenta in una nuova impresa raccogliendo documenti, denuncie e atti degli scandali che hanno coinvolto il Vaticano, i vescovi e i sacerdoti delle chiese di tutto il mondo negli ultimi anni.
Non è il primo giornalista che tratta certe tematiche pungenti. Fittipaldi si concentra soprattutto sul papato di Bergoglio, evidenziando come sia riuscito a creare una buona immagine di sé attraverso i media, nascondendo molto spesso i segreti della curia.
Sembra assurdo ma le prove che presenta nel suo libro, sono lettere scritte da esponenti delle alte sfere ecclesiastiche che testimoniano le denuncie non effettuate a danno di minori e l’insabbiamento dei reati realizzati da altri prelati, così da tenere gli atti confidenziali e sotto controllo. Una mossa magistrale compiuta dalla Santa Sede che continua indisturbata a proclamare amore e pace, condanna l’adulterio, ma compie allo stesso tempo peccati capitali.
Nel pagine sono citati 136 tra vescovi, sacerdoti e preti che hanno commesso abusi sessuali su minori o li hanno nascosti, coprendo le tracce e spostando i sacerdoti tra le varie parrocchie. 136 sono i nomi usciti dai commissariati di polizia di persone sotto processo condannati o citati come complici. Tra questi, spiccano nomi influenti, come Papa Francesco, Papa Benedetto XVI, Tarcisio Bertone, Angelo Bagnasco, George Pell, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. Essi erano a conoscenza dei fatti, ma hanno chiuso gli occhi davanti all’evidenza, sostenendo la mancanza di prove. Tutto falso secondo i dati riportati dal giornalista che in numerosi anni ha raccolto documenti e prove schiaccianti, ha dato voce alle vittime e scoperto le indagini in corso dalla polizia locale e nazionale. Grazie alle denuncie è riuscito a raccontare le loro storie e portare alla luce i danni perpetrati.
I casi dei preti pedofili conosciuti, sono molteplici ma la negazione degli orrori commessi da parte del Vaticano è una prassi. Il reverendo Lawrence Murphy accusato di aver molestato quasi duecento adolescenti sordomuti di un istituto, viene difeso dal Cardinal Bertone che sostiene “la difficoltà di provare un tale delitto per la difficoltà dei sordomuti a fornire prove e testimonianze senza aggravare i fatti tenuto conto dei limiti della loro menomazione”.
Di seguito verranno riportati alcuni casi citati ma per un maggiore approfondimento si rimanda alla lettura del libro.
IL CASO DON KEVIN O’DONNEL
Padre Kevin O’Donnel
Negli anni Ottanta, Padre Kevin era il direttore dell’istituto scolastico di Oakleigh a Melbourne in Australia. Uomo rispettato da insegnati e tutrici che ne riconoscevano l’autorità morale, viene indagato nel 1995 dalla Polizia dello Stato di Victoria per reati su minori. Gli stessi reati verranno confermati dal prete arrestato che sosterrà di “aver abusato di 11 maschi e una femmina tra gli 8 e gli 11 anni” scontando 15 mesi di carcere e morendo subito dopo il suo rilascio. In realtà gli abusi effettuati sono maggiori e sono stati perpetrati per circa 50 anni. Durante le indagini si scopre che molti all’interno della Chiesa erano a conoscenza dell’attività di Padre Kevin, ma nessuno li ha mai denunciati alle autorità competenti. Gli atti dimostrano che le denuncie effettuate a suo carico direttamente alle alte sfere ecclesiastiche sono diverse, ma per sviare le lamentele O’Donnel è stato trasferito in varie parrocchie Australiane. Gli investigatori scopriranno che Il parroco attraverso regali e favori, minacciava i piccoli sui peccati mortali con intimidazioni e li induceva al silenzio, continuando indisturbato a perpetuare i suoi abusi e che usava sciogliere delle droghe nelle bibite per stordire le vittime. Nonostante lo scandalo, il sacerdote non venne mai spretato, ma elogiato pubblicamente dal Cardinale George Pell, allora arcivescovo di Melbourne. Le reliquie conservate nella chiesa australiana sono ancora oggi onorate. Pell gestì in prima persona i casi di pedofilia negli anni Novanta, creando il “Melbourne Response”, un protocollo di risarcimento destinato alle vittime di abusi ma secondo la ricercatrice Judy Courtin “fu in realtà un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa”. Potrebbero essere illazioni, se non fosse che il sacerdote si scoprì in prima persona, con tanto di documenti firmati, quando dovette gestire il caso delle Sorelle Foster, due minori abusate da padre O’Donnel.
Emma e Katie Foster sono due bambine che in seguito al dramma subito, hanno avuto danni irreversibili. Emma dopo essere stata ricoverata in ospedale per diversi mesi per anoressia e depressione, si suicida nel 2008, a 26 anni, con una overdose di eroina; Katie è oggi costretta su una sedia a rotelle con gravi danni al cervello che richiedono cure ventiquattrore al giorno dopo aver iniziato a bere ed essere stata investita da un auto sotto gli effetti dell’alcol nel 1999.
I genitori vengono a sapere della violenza dopo l’arresto di O’Donnel. Nel 1997 decidono di aderire al “Melbourne Response” per ottenere giustizia e avere un risarcimento. Raccontano di un incontro diretto con George Pell e nei giorni successivi ricevettero una lettera che dichiarava l’offerta di 50mila dollari australiani, pari a 30mila euro.
Nel comunicato si legge chiaramente che “l’indennizzo è offerto dall’arcivescovo nella speranza che possa aiutare il recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale, nel quale altrimenti ci difenderemo strenuamente”. In breve, sintetizza perfettamente gli intenti della Chiesa Cattolica: difendere con tutte le sue forze lo scandalo, minimizzando il danno recato alle vittime con una somma ridicola.
L’arcidiocesi di Melbourne controlla due società. La Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, hanno proprietà immobiliari, appartamenti, palazzi e fanno investimenti e obbligazioni per un ammontare di 1,3 miliardi. Tra il 1996 e il 2014 sono circa trecento le vittime che hanno chiesto risarcimenti per le violenze subite da preti pedofili. Ad ognuno sono stati dati circa 32mila dollari, circa 20mila euro, proponendo alle famiglie lo 0,7% dei loro guadagni. Briciole. “Il costo di una Fiat 500 accessoriata“.
Come se non bastasse, altre indagini praticate dalla “Royal Commission” sulla Chiesa australiana, hanno portato alla luce un fondo economico di migliaia di dollari per aiutare alcuni ex preti pedofili accusati. È il caso di padre Wilfred Baker “pastore emerito” che ha molestato ventuno bambini e ha ricevuto un fondo pensionistico di 21mila dollari e di 12 mila per i prelati Desmond Gannon, David Daniel e Michael Glennon. I soldi per aiutare i preti caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo Pensione del Clero che paga lo stipendio, la pensione, l’affitto, l’assicurazione sanitaria, l’automobile e le spese legali ai sacerdoti ed è per la maggior parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Lo stesso arcivescovo Denis James Hart, sotto processo ha dichiarato che non è un gesto di cui vergognarsi, ma un “atto di pietà” e misericordia perché “ogni vescovo ha l’obbligo di fornire un sussidio minimo per tutti i preti, chiunque essi siano”.
GEORGE PELL
George Pell – Photo by Franco Origlia/Getty Images
Dopo la vicenda Foster, anche George Pell entra nel mirino della Royal Commission. Oltre ad essere incriminato per aver dato risarcimenti troppo bassi alle vittime si è opposto a collaborare con le forze dell’ordine insabbiando i casi di violenze sessuali perpetrati nei confronti dei minori da parte di religiosi cattolici della sua diocesi. Nel 2002 viene accusato di aver molestato un ragazzo dodicenne, ma viene scagionato per mancanza di prove. Nel 2013, Papa Francesco lo chiama a Roma, indicandolo come “uomo fidato” e nominandolo nel 2014, Prefetto della Segreteria per l’Economia, facendolo entrare tra i primi tre uomini più importanti della Santa Sede. La sua positività non si incrina neanche quando nel 2015 arrivano dei documenti a Santa Maria, residenza di Bergoglio, sulle svariate voci di spesa esose: voli business class, vestiti su misura, mobili di pregio, computer, affitti, arredi di lusso, per un ammontare di 501 mila euro. Nel 2016 il “Ranger” viene accusato nuovamente dalla magistratura australiana di aver abusato di minori da testimonianze dirette ma si dichiara innocente. Papa Francesco continua a difenderlo strenuamente, nonostante il processo sia ancora in corso. Qualora risultasse colpevole, sarebbe un duro colpo per la Chiesa e avrebbe effetti imprevedibili su tutta la curia.
La Congregazione per la dottrina della fede definisce atti “contra sextum” i fascicoli disciplinari sui delitti contro il sesto comandamento con minori. Infrangere questo comandamento è considerato dal Vaticano “graviora delicta” un crimine grave al pari della violazione del sigillo sacramentale, dell’Eucarestia e dello scaricamento di pornografia infantile.
Nel 2015 sono giunte ben 518 segnalazioni, di cui la maggioranza è sugli abusi verso minori. Nel 2014 vi erano 587 cause aperte, nel 2013 su 522 ponenze, 443 riguardavano minorenni. In soli tre anni dal pontificato di Papa Francesco sono circa 1200 le denunce su bambini e adolescenti. Una media di 400 segnalazioni l’anno. Da un emendamento emesso nel 1962 dal Sant’Uffizio e approvato da Giovanni XXIII negli atti ufficiali del Vaticano, il “Crimen sollicitations” indica che i preti lussuriosi devono essere processati dal tribunale diocesano, il quale obbliga un “segreto istruttorio” sulle notizie di reati. Color che sono a conoscenza dei fatti sono tenuti al segreto su ogni evento appreso e su chiunque lo abbia commesso pena la scomunica “latae sententiae” per aver violato il segreto professionale. Se alcuni sostengono che questi atti servono a occultare le prove e nascondere i delitti commessi dai sacerdoti, secondo la curia, invece, servono ad evitare i casi di giustizia-spettacolo, proteggono le vittime, la loro privacy e i preti che “fino a prova contraria” sono innocenti. In teoria, però, il Crimen non impediva di denunciare gli illeciti alle autorità civili e alla polizia. Il segreto pontificio di fatto, nega la possibilità di indagare sui sospettati, di venire a conoscenza dei reati e l’esito degli interventi da parte del Vaticano. In pratica, chi viola il sesto comandamento, avrà giustizia divina, ma non terrena.
IL CASO DI ÓSCAR RODRÍGUEZ MARADIAGA
Oscar Maradiaga
Maradiaga è cardinale e arcivescovo in Honduras ed è uno degli uomini più ascoltati da Bergoglio. Tra il 2002 e il 2003 ha ospitato in una diocesi sotto il suo controllo Enrique Vásquez, un prete incriminato di pedofilia dalla polizia di Costarica. La vittima è un giovane di 10 anni, chierichetto, di cui ha abusato per diversi mesi. Quando la madre scoprì il fatto, andò direttamente dal sacerdote, il quale si scusò, sostenendo che il ragazzo, cresciuto senza un padre era in “cerca di affetto”. Le violenze furono denunciate al vescovo della diocesi di competenza Angel San Casimiro Fernández il quale suggerì alla donna di non parlarne con nessuno, “da buona cristiana”. La madre non scoraggia, vuole giustizia e denuncia gli atti alla magistratura costaricana.
Dopo l’incriminazione ufficiale Vásquez inizia la sua latitanza. Scappa in Nicaragua, poi Stati Uniti dove viene accolto dall’arcidiocesi di New York, grazie ad una lettera di raccomandazioni dello stesso Casimiro. L’FBI nel 2002 individua le tracce del sospetto, viene preso e interrogato, ma pochi giorni dopo, sparisce nuovamente e si trasferisce in Messico fino a giungere in Honduras da Maradiaga.
Le gerarchie ecclesiastiche negano di essere a conoscenza dei fatti. Anche lo stesso Casimiro, nonostante venga scoperto ad essere il mandante di denaro al sacerdote. Si difenderà sostenendo: “il denaro inviato serviva per dargli il tempo necessario per affrontare il problema con dignità e curarsi”. Anche il decano John Allen sul settimanale “National Catholic Reporter” difende Vásquez dichiarando “Noi siamo pastori, non agenti del’Fbi o della Cia”.
La notizia è su tutti i giornali, dal New York Times, Washington Post e il Boston Globe (autore dell’inchiesta “Spotlight”, da cui è tratto il film omonimo). Maradiaga, viene chiamato in causa e rilascia varie dichiarazioni alla stampa, accusando i media locali di perpetuare una vera e propria persecuzione verso la Chiesa romana. “Dobbiamo chiederci come si comporterebbe Gesù in questi casi […] i predi pedofili sono persone malate, ma è possibile una conversione […] la Chiesa è amore e bisogna dare la possibilità a queste persone di redimersi”.
Ad oggi, non si hanno ancora notizie di Vasquez, Maradiaga è membro e coordinatore del gruppo dei cardinali a consiglio della Chiesa e Angel San Casimiro è vescovo di Alajuela.
Caso simile è quello dei vescovi Francisco Javier Errázuriz, Juan Barros Madrid e Ricardo Ezzani, protagonisti del più grande scandalo cileno, attaccati dai giornali, associazioni e magistrati per aver coperto le gesta di Fernando Karadima. Quattro denuncie dimostrano che il sacerdote è un pedofilo seriale con 15 anni di attività con tanto di documenti scritti tra Padre Fernando e Francisco. Dopo anni di indagini e insabbiamenti le accuse delle vittime sono arrivate in tribunale, che ha dovuto archiviare il caso per i termini di prescrizione. Nel 2011 il prete era già stato “condannato” dalla Congregazione della fede che aveva mandato Karadima, ormai 86anni ad una vita di “preghiera e penitenza” presso un convento. Al sacerdote è stato vietato di praticare messa in pubblico, ma nel 2014 viene fotografato mentre celebra la messa alle suore. Nessuno dei vescovi che hanno nascosto i fatti è stato dichiarato colpevole, nonostante all’arcidiocesi di Santiago vi siano richieste per ben 450 milioni di pesos.
Padre Fernando Karadima
Le voci giungono anche in Italia, ma nessun giornale si è mai occupato della vicenda, anche quando Errázuriz è stato nominato da Papa Francesco come cardinale di fiducia per la gestione della Chiesa. Durante lo scandalo, Bergoglio era l’arcivescovo di Buenos Aires. Impossibile, secondo le indagini, che non fosse a conoscenza del problema e del comportamento delle alte gerarchie. Fu proprio Bergoglio a nominare monsignor Juan Barros Madrid vescovo di Osorno e amico di Karadima.
Nel 2015 Barros, celebra la sua prima messa in un clima teso con circa duecento manifestanti fuori dalla Chiesa con cartelli contro il monsignore. Lo stesso anno, viene registrato attraverso un IPod un incontro tra un corista cileno e Papa Francesco in Piazza San Pietro. Il sacerdote sostiene che la Chiesa Cilena sta soffrendo per la nomina di Barros, ma Francesco ribadisce che le accuse sono una montatura da parte della politica di sinistra degli “zurdos” che non condividono la scelta vaticana del sacerdote.
Gli scandali della chiesa, continuano e si fanno sentire in tutto il mondo. Nel 2014 la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia prende in esame la politica vaticana. Kirsten Sandberg dichiara che gli abusi sessuali sui bambini e gli spostamenti da una parrocchia all’altra, sono stati dimostrati a molte commissioni di inchiesta nazionali. Una prassi abitudinaria con cui la Chiesa tenta di velare i propri crimini, permettendo a molti preti di rimanere in contatti con minori e di continuare ad effettuare abusi. Il vaticano non ha voluto consegnare alle Commissioni i dati e le informazioni sui casi, negando anche i processi finali portati avanti dalla Congregazione della dottrina della fede. Il silenzio ha permesso a molti pedofili statunitensi di fuggire alla giustizia civile.
Alla commissione vengono anche riportati casi di suore e preti mobbizzati e spretati per non aver rispettato il silenzio e altri, che per aver fatto l’opposto, hanno ricevuto congratulazioni e promozioni. Un esempio eclatante è quello del vescovo francese Bayeux et Lisieux che nel 2001, preferì essere processato e condannato a tre mesi di prigione con la condizionale, piuttosto che denunciare un sacerdote pedofilo. Il vescovo è stato acclamato pubblicamente da Castrillón Hoyos che ha affermato “mi rallegro di avere un confratello che ha preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi”.
Secondo Sandberg il problema arriva dal fatto che in molti paesi non esiste l’obbligo di denuncia alle forze dell’ordine e le varie curie sono soggette alle leggi nazionali. In questo modo, l’omertà diventa l’opzione preferita di vescovi e cardinali. L’Onu chiede che venga istituita una legge, sia per coloro che commettono crimini, sia per chi li insabbia, perché di fatto, la Santa Romana Chiesa ha violato la Convenzione sui diritti dei fanciulli.
Uno dei punti chiave di Papa Francesco è sempre stato quello di ripulire la Chiesa dalla Corruzione, dichiarando guerra ai pedofili. Molte parole ma pochi fatti.
Jósef Wesolowski è un arcivescovo polacco accusato di aver adescato bambini sulle spiagge della Repubblica Dominicana. Secondo una inchiesta portata avanti dalla giornalista Nuria Piera, il padre, non solo era solito ubriacarsi nei bar di Santo Domingo, ma amava anche frequentare bordelli, giacere con minori e possedeva materiale pornografico sul computer. Scoppia lo scandalo e anche la cura dominicana decide di intervenire, aprendo una indagine ufficiale. Wesolowski, viene richiamato a Roma. Da alcune testimonianze documentate, la Santa Sede era venuta a conoscenza delle inchieste dei media e delle accuse sul prelato. Richiamarlo a Roma, fu un gesto sottile per sottrarlo alla giustizia dominicana, ed essendo un diplomatico e un cittadino vaticano, “per legge” non può essere estradato. Alle accuse di intralcio alla giustizia, il Vaticano sostiene di aver avviato un fascicolo su di lui. Accusato formalmente dalla Santa Sede nel 2014, viene messo ai domiciliari e poi rimesso in libertà per ragione di salute solo due mesi dopo. Il processo non si è mai svolto e Wesolowski è morto di infarto nel 2015.
Contenere gli scandali sugli abusi ed evitare notizie mediatiche è uno dei principali interessi del Vaticano. Un altro esempio è quello dell’Arcivescovo Godfried Danneels, insabbiatore seriale che ha protetto sacerdoti e vescovi per non rovinare il nome della sua gerarchia ecclesiastica.
Danneels è indagato dal 1997 per aver contenuto lo scandalo del parroco André Vanderlyn, arrestato per aver molestato sette ragazzini. Un processo che si concluse nel 1998 con sei anni di carcere per il parroco e 500 mila franchi di multa per Godfried. Recentemente è apparso ancora sulla prime pagine dei giornali accusato da circa venti testimoni per aver nascosto casi di pedofilia tra il 1980 e 2009.
Nel 2010 il prete Roger Vangheluwe confesso a Danneels di aver violentato il nipote ripetutamente per tredici anni e ricevette dal Vescovo una condanna per un trattamento spirituale e psicologico. Le prove arrivano da una registrazione fatta dalla vittima ad un colloquio con Danneels, il quale sostenne apertamente “che bisognava cercare il perdono” verso il suo aguzzino. Nonostante questo, ad oggi Danneels è uno dei fedeli di Bergoglio.
I CASI ITALIANI
In Italia i casi di abusi sono poco conosciuti. Le cronache ne parlano poco, non finiscono sulle prime pagine e non c’è mai stato l’esplosione di uno scandalo nel nostro bel paese. I giornali hanno sempre raccontato le notizie singolarmente ma mai si è arrivati ad una inchiesta dal governo nazionale. Le situazioni sono dipinte come “casi isolati” e sporadici, di un sistema ecclesiastico fondamentalmente sano. In Italia, non vi è una rete di supporto come in altri paesi, i risarcimenti sono ridicoli e il vaticano non si è preoccupato di fornire ufficialmente i dati raccolti. Nel 2010 il diacono Marco Ermes Luparia, psicoterapeuta specializzato nel prendere in cura i sacerdoti, minimizza, sostenendo una percentuale dei pedofili italiani del 2%. Un dato altissimo se si pensa a quanti bambini e adolescenti siano stati vittime di abusi senza essere stati dichiarati colpevoli.
Don Mauro Inzoli
Don Mauro Inzoli è un prete influente nel clero lombardo, con una esperienza invidiabile: rettore dell’Istituto “Santa Dorotea” fino al 1992, fondatore dell’Associazione Fraternità di Crema, preside del Liceo linguistico Shakespeare a Crema, vicepresidente della Compagnia delle Opere e attivista nel gruppo di Comunione e Liberazione. È soprannominato anche “Don Mercedes” perché amante delle auto tedesche. Nel 2014 si scopre che è stato spretato anni prima da Ratzinger e condannato ad “una vita di preghiera” ma viene riammesso con tonaca, stipendio e alloggio pagato da Francesco, il quale accettò il suo ricorso sostenendo: “è necessario accompagnare i suoi figli anche quando sbagliano piuttosto che condannarli, nessun peccato è terribile perché non vi si applichi misericordia”. Lo stesso anno il procuratore Di Martino decide di aprire una inchiesta e richiede alla Santa Sede gli atti processuali del prelato, ma la risposta è negativa perché “sotto segreto pontificio”. Le indagini continuano, vengono raccolte testimonianze tra il 2004 e il 2008, i reati sono tutti prescritti, tranne otto che sono ancora reperibili. Nel 2016 il Don viene incriminato in primo grado a 4 anni e 9 mesi per palpeggiamenti su minori nelle parti intime, avvenuti all’interno della parrocchia e nei campi di villeggiatura estivi. I ragazzi molestati hanno avuto un risarcimento di 25 mila euro a testa. Escono alcuni articoli sui giornali, ma nessuno sottolinea la mancata partecipazione del Vaticano alle indagini. Un atto grave perché di fatto, ha creato intralcio nelle indagini giudiziarie.
Casi simili sono riscontrabili anche in altri preti: Vittorio Damiani, Diego Rota, Matteo Diletti, Claudio Ballerini, Marco Baresi, Francesco Caramina, Giampiero Peschiulli, Franco Legrottaglie, Antonello Tropea, Francesco Oliva, Silverio Mura, Siro Invernizzi, Alberto Paolo lesmo e Ruggero Conti. Questi sono solo alcuni dei nomi presenti sul territorio nazionale, indagati e accusati di abusi sessuali su bambini e bambine, di avere materiale pornografico sul computer e di prostituzione minorile. Tutti sono stati coperti dal Vaticano e mai denunciati alle forze dell’ordine. La Santa Sede si è premunita di proteggere gli indagati, pagargli le spese legali e farli uscire di prigione per motivi di salute o depressione, confinandoli ad una vita di preghiera e misericordia.
La fama di cui si circondano gli uomini pii al servizio del Signore, venerati dai fedeli e protetti da loro stessi sono spesso motivo per cui i sacerdoti riescono a farla franca e a risultare “puliti” agli occhi dei media e della Chiesa stessa. Come il Caso di Don Marco Baresi, che una volta incriminato per i reati suoi minori, ha visto i suoi seguaci prodigarsi con manifestazioni di sostegno, dall’apertura di un sito internet di solidarietà che accusa i “poteri forti” di infangare il nome della Chiesa, alle manifestazioni in piazza con scritto “FreeDon”.
Molti sono riusciti a sfuggire alla giustizia per la prescrizione dei reati o per inconsistenza di prove, nonostante esse siano state rese note attraverso le testimonianze delle vittime. Un esempio è dato da Don Lelio Cantini che ha stuprato decine di bambini e bambine tra gli anni Settanta e Novanta, costringendoli a violenze psicologiche e fisiche consumate attraverso il plagio delle vittime, grazie anche alla complicità della perpetua Rosanna Severi che lo ha coperto e sostenuto. Don Cantini riuscì a far credere di essere il “Signore” mentre la collaboratrice domestica si dichiarava la “Madonna”. Le vittime designate erano convinte di essere le “elette” e i rapporti sessuali dovevano aiutarle nel loro processo di crescita e avvicinamento a Dio, dichiara il gip nel 2011. Ci sono voluti molti anni prima che le ragazze riuscissero a superare il senso di vergogna impostogli dal prete che le obbligava al silenzio, pena “il castigo divino”. Nel 2005 la Chiesa, dopo aver saputo dei reati, decide di trasferire il pedofilo in un’altra parrocchia, giustificando ai fedeli “motivi di salute”. Da Firenze arriva a Viareggio, ma quando nel 2007 lo scandalo scoppia sui media con inchieste e articoli sulla stampa, Don Cantini viene privato della facoltà di confessare e celebrare la messa in pubblico, con l’obbligo di recitare un salmo ogni giorno per chiedere perdono a Dio. “La Chiesa deve essere misericordiosa e mirare al ravvedimento dei peccatori cercando di vincere il male con la forza della mitezza” dichiara il Cardinale Antonelli. Ad un giornalista dell’Unità sosterrà di essere venuto a conoscenza di un caso di abuso da parte di Don Cantini, ma “pareva solo uno sbaglio, un singolo errore”. Anche Don Claudio Maniago, vicario di Antonelli, conosceva i fatti, ma non mosse mai un dito a favore delle vittime. Maniago fu Indagato per festini sadomaso, grazie alla testimonianza diretta di un ragazzo che vi partecipò e ricevette un bonifico di quattro milioni di lire provenienti dalla parrocchia, attestato dalla Banca di Jesi, oggi Banca delle Marche.
Don Cantini è morto nel 2012. Non ha mai scontato la prigione. Don Maniago è stato promosso dal Papa nel 2014 e trasferito dalla Toscana in Puglia come Vescovo di una parrocchia.
In Italia, la legge permette ai prelati, anche grazie a norme concordate dai Patti Lateranensi del 1929, tra Repubblica italiana e Santa Sede, di esonerare “i vescovi dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto”, di tacere, insomma. Il Vescovo della Cei, Gerhard Ludwig Muller, ricorda come il magistrato non può chiedere atti di un procedimento canonico perché facente parte dell’archivio segreto. Angelo Bagnasco ribadisce che i divieti sono per tutelare la privacy delle vittime e proteggere i loro drammi esistenziali e che la Chiesa non può condannare chi commette il crimine, in quanto tale compito spetta a Dio.
L’OMOSESSUALITÀ IN VATICANO
La Santa Sede ha sempre dichiarato battaglia verso le persone omosessuali, condannando gli “atti libidinosi” non finalizzati alla procreazione e promuovendo la “castità” verso coloro che hanno certi “atteggiamenti”. Al contrario però, tacciono sul passatempo di molti preti che fanno del sesso tra uomini una norma, violando di fatto, ciò che essi stessi proibiscono.
Nel libro ufficiale dell’istruzione religiosa è scritto: “Gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati […] precludono il dono della vita, […] in nessun caso possono essere approvati”. Nei paragrafi del Sesto comandamento vengono citati passi della Genesi, da Sodoma alla lettera di San Paolo ai Romani, fino ai Corinzi. Lo stesso Ratzinger nel Levitico stilò una nuova lettera considerando l’omosessualità come “un comportamento cattivo e moralmente inaccettabile” facendo una personale lotta contro le Unioni Civili e condannando lo Stato Italiano a fare una scelta morale per non far passare una legge che tutelasse le coppie omosessuali. Nel 2005 firmò addirittura un decreto che vietava di entrare in seminario coloro che avessero “tendenze omosessuali”. Dal 2008, infatti, i nuovi adepti possono essere esaminati da una commissione di professionisti e psicologi in modo da bloccare eventuali fornicatori. Non vi sono però test sulle tendenze pedofile.
L’omosessualità è stata dichiarata “una variante naturale del comportamento umano” dall’American Psychiatic Association nel 1973 e depennata come malattia mentale nel 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre la pedofiliaè considerata a livello mondialeuna malattia che ha come pena il carcere. In breve, la Santa Sede vuole discriminare e condannare uomini e donne in base al loro orientamento sessuale, facendo passare un diritto umano come un peccato capitale, ma non si preoccupa del male causato sui minori da parte dei preti pedofili. Un problema di coerenza molto forte da parte di chi sostiene a spada tratta “l’amore verso il prossimo”, dimenticando troppo spesso il Sesto Comandamento: “Non commettere adulterio”.
Il sesso tra due persone adulte è legale a prescindere dall’orientamento sessuale, mentre gli abusi verso i minori, non solo sono atti di pedofilia condannabili, ma scaturiscono in violenza fisica verso soggetti non consenzienti, creando spesso danni psicologici permanenti nelle vittime. Il vaticano non fa differenza tra omosessualità e pedofilia, condannandoli entrambi, ma allo stesso tempo viola quello che lui stesso definisce “peccato capitale”.
Altre inchieste giornalistiche, dimostrano la presenza di numerosi sacerdoti frequentanti chat e siti online per incontri, sesso e orge sfrenate con “preti giovani e dotati”, foto osé, locali e saune gay, di cui la più grossa si trova a Roma nel palazzo della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Tutte prove redatte da documenti, interviste e registrazioni di cui la Santa Sede non commenta.
Don Tony Anatrella
Il Caso di Don Tony Anatrella è plateale di chi predica bene ma razzola male. Autore sul Lexicon di “Omosessualità e Omofobia” (che dichiara come la prima sia “un intrigo psichico che la società non può istituzionalizzare” e il secondo una parola inventata “per stigmatizzare chi si interroga sull’omosessualità”) è uno dei massimi esponenti sulla “teoria gender”. Nel 2016, alcune vittime dichiarano che il monsignore per “guarire” dall’omosessualità, chiedeva di immaginare situazioni scabrose con gli uomini, per poi compiere terapie corporali che si trasformavano in atti sessuali. Secondo padre Tony, sono tutte calunnie e su di lui, non è mai stata aperta un’inchiesta canonica.
Il Cardinale Domenico Calcagno, amante delle armi da fuoco, soprannominato “Rambo” per la sua passione e collezione di fucili Remington, pistole Smith&Wesson e carabine di fabbricazione turca, si rifiutò di denunciare i diversi abusi compiuti da Don Nello Giraudo all’interno della sua comunità per minori “La Lanterna”. Le accuse maggiori arrivano dalla vittima Francesco Zanardi, attuale presidente della Onlus Rete L’abuso, seguita da altre testimonianze, aventi al tempo tra i tredici e quattordici anni. Le dichiarazioni rilasciate da Zanardi ai media sono molteplici e anche il programma tv “Le Iene” tratterà il caso. In una lettera indirizza a Ratzinger, Calcagno informerà l’ex Papa del comportamento di Don Nello ma il prete verrà spostato in altre parrocchie, aprirà centri scout e continuerà ad essere a contatto con giovani ragazzini, fino a quando nel 2012, verrà incastrato dalla Polizia e patteggerà un anno con la condizionale. Durante gli anni, nessuno dei sacerdoti a conoscenza dei fatti denunciò i reati alle forze dell’ordine. Attualmente Calcagno è sotto inchiesta per reati sulla gestione di alcuni immobili del clero di Savona, ma sulle inchieste a suo carico nei casi di pedofilia non si fa cenno.
LA LOBBY GAY
Per ammissione dello stesso Joseph Ratzinger pubblicata nel 2016, ma passata nel silenzio, all’interno del vaticano i casi di omosessualità sono frequenti. Alcune indagini avviate già nel 2013 vedono la presenza di una lobby gay molto forte all’interno delle mura leonine con ricatti, minacce e favoritismi nelle carriere ecclesiastiche basati su segreti inconfessabili. Il Vaticano ha subito preso le difese sostenendo “un complotto ordito da forze oscure” per indebolire la Chiesa.
Qualche mese prima le stesse ammissioni erano state fatte dal teologo polacco Dariusz Oko che sosteneva come i legami “deviati” e gli interessi sessuali comuni portassero a nomine e promozioni interne. Secondo Oko, in alcuni studi pubblicati sulla rivista “Theologisches”, le cause, sono da ricercare già negli anni della rivoluzione sessuale americana del Sessantotto, dopo Il Concilio Vaticano II, quando una parte della teologia cattolica cominciò ad accettare l’apertura mentale verso gli omosessuali e insinuando le teorie in seminari e monasteri di tutto il mondo. Oko però crea un nesso tra omosessualità e pedofilia criminale come un tutt’uno di dannoso e pericoloso. A sostegno della lobby gay arrivano altre dichiarazioni dalla guardia svizzera Elmar Mäder che sostiene la presenza di una vera e propria “società segreta” di fedeli che si sostiene e copre a vicenda.
Cardinale Domenico Calcagno
Vi è il caso di monsignor Battista Ricca nominato nel 2013 prelato ad interim dello Ior. Attraverso l’inchiesta di Sandro Magister de L’Espresso, si pensa che Ricca abbia ottenuto favori grazie ad una lobby gay e che i suoi precedenti siano stati cancellati per un avanzamento di carriera. Già in passato si era ritrovato in situazioni scomode, come l’essere picchiato all’interno di un locale gay, rimanere bloccato in ascensore con un ragazzo nel mezzo della notte o la sua relazione con il capitano dell’esercito svizzero, Patrick Haari scoperta dal ritrovamento di alcuni pacchi di preservativi e materiale pornografico. Nel 2005 viene richiamato a Roma e inizia la scalata al successo: prima entra negli Uffici degli Affari della segreteria di Stato Santa Sede, poi consigliere di nunziatura di prima classe e infine prelato della banca vaticana.
Se la Lobby gay ha il potere di far avanzare carriere ed è una vera e proria società segreta, può anche essere usata come macchina del fango per insinuare maldicenze, screditare gli avversari e renderli ricattabili. È il caso dell’ex direttore del giornale ecclesiastico Avvenire, Dino Boffo che venne additato come omosessuale e avente una relazione con un ragazzo. Sulla vicenda venne creata una campagna mediatica da Vittorio Feltri, allora direttore de “Il Giornale”. Il quotidiano era gestito dalla famiglia di Silvio Berlusconi, allora premier, di cui Boffo aveva avviato delle critiche sullo scandalo del Cavaliere con la escort Patrizia D’Addario. Solo tempo dopo lo stesso Feltri avrebbe fatto retromarcia ammettendo di aver creato uno scandalo senza prove certificate. La soffiata sul caso Boffo gli arrivò da Alessandro Sallusti che la ricevette da Tarcisio Bertone, “una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare”. A pagare per lo scandalo e la diffamazione di Boffo furono due cancellieri, colpevoli di essere entrati illegalmente nelle email di Boffo. Vittorio Feltri è attualmente direttore di “Libero”, Sallusti guida “il Giornale” e il Cardinal Bertone vive nel suo attico di 300 mq.
Non si capisce come mai all’interno del Vaticano vi sia una lobby gay molto potente, conosciuta da tutti gli ecclesiasti, ma segreta al di fuori delle Santa Sede. Allo stesso tempo non è chiaro come mai, tale condanna non sia applicata per i preti pedofili e contro i criminali beccati con le mani nel sacco che ogni anno abusano di minori portando danni permanenti alle vittime.
Anche il Settimo comandamento viene spesso infranto: “Non rubare”. Nel 2015 Pietro Vigorelli vescovo di Montecassino fu travolto dall’inchiesta che lo accusava di essersi appropriato di circa mezzo milione dell’8 per mille destinato ai bisognosi e alle opere caritatevoli per una vita sfrenata nel lusso tra case e viaggi: il sesso omosessuale, i narcotici, soggiorni in Hotel a cinque stelle, abiti di lusso. Riuscì a soggiornare all’Hotel Capital a Londra a 524 euro a notte, al lussuoso albergo Corinthia per 7314 euro, pagò una cena con ostriche e champagne a 690 euro e spese un totale di 4500 euro per vestiti e accessori di Prada e Gucci.
Il libro di Fittipaldi mette in luce i casi di pedofilia degli ultimi anni, denuncia la presenza di una lobby gay potente e scopre gli intrighi del vaticano. Mostra un mondo corrotto, ipocrita, che non solo pecca di vizi e lusso, ma fa del sesso e della pedofilia una questione ordinaria. Il Vaticano cambia le regole a proprio favore, giustifica i propri comportamenti o li incrimina a seconda delle proprie esigenze, creando un clima di silenzio e omertà a suo piacimento.
Quelli narrati sono solo alcuni dei casi scoperti, ma molti sono rimasti nascosti o fermi per mancanza di prove o l’eliminazione delle stesse. Viene da chiedersi fino a che punto la verità sia uscita fuori e quanti altri reati siano stati commessi da un organo di fatto autonomo, fuori dalle leggi statali come la Chiesa.
È necessario cambiare il sistema, obbligare alla denuncia, per il bene dei minori incriminare sia i pedofili che coloro che li proteggono. Bisogna creare leggi che superino gli ostacoli del “segreto pontifico” e permettano alla magistratura di indagare su ogni caso sospetto. Oltre a questo è giusto ribadire la netta differenza tra pedofilia e omosessualità, senza confonderle perché la prima è un crimine verso minori che va condannato con la prigione, la seconda, un tipo di amore tra due persone consenzienti, che non obbliga o costringe nessuno a compiere un atto contro la propria volontà.
C’è ancora molto lavoro da fare, molte inchieste e denunce da portare avanti. È necessario, investigare, parlare e raccontare, affinché ogni criminale paghi per i suoi peccati. Nessuno escluso.
Signora non sarà mica di primo pelo lei? Queste sono le parole che un giudice ha rivolto a una donna, vittima di stupro, colta da un attacco di panico mentre testimoniava. Eppoi ci sono quei magistrati che giudicano “seduttivi” i comportamenti di bambine, anche di 4 anni, vittime di stupro.
Nel luogo che dovrebbe restituire dignità alle vittime di violenza spesso si consuma il tradimento della fiducia nella giustizia. Vergognose sentenze girano le spalle alla ragione e alla legge, lasciando impunito chi si macchia di stupri, perchè sono fondate su stereotipi e pregiudizi che appannano la libertà di giudizio di magistrati non adeguatamente formati e, loro malgrado, portatori sani di sessismo.
Il 15 febbraio scorso a Firenze, durante il convegno La legge contro la violenza sessuale vent’anni dopo organizzato da D.i.Re donne in rete contro la violenza, in collaborazione con Artemisia e il Cismai, si è fatto il punto della situazione attuale nei tribunali italiani e non c’è da essere molto ottimisti. Avvocate, magistrate, psicologhe, ginecologhe, operatrici dei Centri Antiviolenza, docenti universitarie, assistenti sociali si sono incontrate per riflettere sul rispetto dei diritti delle donne, delle bambine e dei bambini all’interno dei percorsi giudiziari e per domandarsi perché si è tornati indietro.
Nel 1979 la Rai trasmise Processo per stupro, documentario seguito da 9 milioni di spettatori che assistettero alla colpevolizzazione della vittima (difesa dall’avvocata Tina Lagostena Bassi). Oggi quel filmato è conservato al MoMA di New York ed appartiene ad un passato che, in un eterno ritorno, abita ancora i tribunali e le sentenze. Trascorsero quasi vent’anni dalla trasmissione di quel filmato perché nel 1996, finalmente, la legge fortemente voluta dal movimento delle donne (la n. 66), sancisse che lo stupro non fosse più un reato contro la morale ma un reato contro la persona. Ci si illuse che finalmente si potesse porre fine al processo alle vittime. Non è andata così.
L’apertura del convegno è stata dedicata ai bambini e alle bambine con la presentazione di alcuni dati: su 100mila bambini seguiti dai servizi sociali con problemi di maltrattamento, il 4% ha subito abusi sessuali. Il fatto che l’analogo dato internazionale si aggiri intorno al 7% fa pensare che il fenomeno sia ancora in gran parte sommerso. Per i minori la legge 66 rappresentò una riforma importantissima nelle aule di tribunale, perché, al diritto di tutela nell’ascolto della testimonianza, si aggiunse il diritto all’accompagnamento psicologico. A questa legge seguì la Convenzione di Lanzarote, un altro strumento di difesa dei minorenni dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale. Eppure, ancora oggi, il trauma del bambino e il suo essere testimone della violenza viene messo continuamente in discussione e Gloria Soavi, presidente del Cismai, ha detto che, a volte, viene considerata un’attenuante la presenza della bambina in rete con profili che sono giudicati seduttivi dagli inquirenti e dai giudici.
Se ci sono pregiudizi sulla violenza sui minori con le donne non va meglio. Le vittime finiscono per essere colpevolizzate perché indagate con lo sguardo della cultura moralista e misogina del sospetto “perché lei ci stava”, “perché lei era uscita la sera”, “perché lei era ubriaca”, “perché era disinibita”. La situazione è problematica anche per il maltrattamento familiare. Fabio Roia, magistrato, ha affermato che ancora oggi nei tribunali non si conoscono le dinamiche e le caratteristiche della violenza domestica ed è emerso un dato inquietante da una ricerca condotta dalla Seconda Università degli Studi di Napoli: il 70% delle donne uccise da uomini, aveva sporto denuncia. E allora cosa non funziona nel sistema?
La giudice Paola Di Nicola ha detto che le donne non sono credute e sono vittime di pregiudizi di genere mentre Fabio Roia ha stigmatizzato la cultura sessista che ancora impera tra i magistrati: “La forza dello stereotipo è una profezia che si autoavvera. La narrazione fondata sul pregiudizio è quella ritenuta più attendibile perché ilpregiudizio è diffuso. In molti casi la vittima è anche unico testimone di quanto avvenuto e dunque è molto importante il modo in cui viene raccolta questa testimonianza, e anche che la sua testimonianza sia tienuta affidabile. Invece spesso viene richiesto che la vittima si discolpi da attteggiamenti considerati troppo disinvolti, o da una vita libera, prima di essere creduta. Questo è un paradosso perché mentre la vittima testimonia sotto giuramento, l’imputato non giura e ha diritto di costruirsi una strategia difensiva volta a screditare la vittima”.
L’approccio alla testimonianza della parte lesa continua ad essere la ripetizione di un racconto dettagliatissimo fin nei minimi particolari delle violenze subite, esponendo le vittime ad una sorta di prova ordalica (può accadere anche a bambine o bambini) e a ciò si aggiunge l’esperienza terribile di sentire stravolgere nel processo la narrazione di ciò che in prima persona si è vissuto. Eppure ci sono gli strumenti per modificare il modo di condurre le indagini e di valutare la testimonianza delle vittime. Le ricerche scientifiche, per esempio, hanno da tempo scoperto che il trauma impedisce la capacità di memorizzare in maniera lineare gli eventi, e quei “punti oscuri” che vengono usati contro la credibilità delle donne dovrebbero essere letti, invece, come un indizio che il trauma c’è stato.
Spesso la libertà di giudizio dei magistrati è anche limitata da illazioni o cattive interpretazioni di fatti scollegati dal reato o da aspettative irrealistiche sui comportamenti che dovrebbe avere una vittima dopo la violenza: come il caso della donna che non venne creduta perché il giorno seguente lo stupro aveva avuto un rapporto sessuale col proprio compagno. La lancetta del tempo ci ha riportato indietro anche nella società. Molte donne non sanno riconoscere la violenza anche se avvertono disagio e sofferenza e molti uomini, soprattutto giovani, non sanno nemmeno che ciò che hanno commesso sia un reato e sono stupiti di dover affrontare un processo. Se i comportamenti sessuali delle donne sono cambiati rispetto a trent’anni fa, non è cambiato il modo di guardare alla sessualità femminile e ai corpi delle donne percepite non come soggetti desideranti che hanno diritto di scegliere come vivere la loro sessualità ma come oggetti che si rendono disponibili e che quindi devono accettare lo stupro come conseguenza dei loro comportamenti.
Quando le porte del tribunale si chiudono davanti alla richiesta di giustizia delle donne restano fuori le loro parole: “Non mi riconosco più, non sarò più la stessa persona che ero, non mi fido nemmeno di chi amo, a volte ho paura anche di loro. In certi momenti non riesco a sentirmi, a provare un sentimento, mi sento sola come in un deserto piatto senza fine. Mi è stato tolto qualcosa che non potrò più riavere, chi me l’ha tolto nega di averlo fatto, o forse nemmeno lo sa. Ho paura che nessuno mi creda, mi sento sporca indegna nessuno potrà più amarmi, a volte io stessa non riesco a credere a quanto è successo, penso di impazzire”.
Chi subisce violenza, ha spiegato Teresa Bruno, psicologa dell’associazione Artemisia, “si percepisce privo di senso e di valore e, spesso, se ne assume la colpa. E’ un attacco maligno al senso d’identità e ai legami che permettono un pensiero coerente su se stessi e il mondo. L’impunità dei persecutori è garantita dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni. Studi e ricerche individuano il sostegno socialecome primo fattore di guarigione dal trauma, sia esso collettivo o individuale”.
La comprensione e la solidarietà degli esterni, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime medicine.
Questo è ciò che dovrebbero trovare le vittime di violenza nei tribunali.
Il Governo Renzi, impegnato nell’autocelebrazione del contributo alla presunta crescita del Paese, che a dire il vero nessun cittadino sano di mente ha mai notato, ad oggi non ha ottemperato ad un obbligo normativo assai stringente relativo alla preoccupante impennata della pedofilia.
Questo nonostante la legge 3 agosto 1998, numero 269, all’articolo 17, comma 1, stabilisca che il Primo Ministro debba presentare ogni anno al parlamento una relazione sull’applicazione della legge contro il triste fenomeno.
Si tratta di una svista, di una priorità ritenuta marginale o cos’altro?
Nonostante siano finiti a processo 22 componenti della banda, Renzi infatti non ha mai commissariato la cooperativa, garantendo copertura politica e legittimità istituzionale a quel che resta di una realtà ormai da tutti riconosciuta come criminale.
La risposta del Governo per evitare il commissariamento si è basata sulla mera burocrazia, ovvero sul fatto che le violenze sessuali non erano importanti quanto non consegnare il CUD ai propri dipendenti.
Oltre a ciò, Renzi tace ancora sulla sorte degli oltre 6 mila minori non accompagnati, definiti “irreperibili” in quanto spariti dai cosiddetti centri di accoglienza italiani nel 2015.
Una risposta, insoddisfacente per altro, è arrivata il 17 luglio 2014 dal sottosegretario di Stato al lavoro e alle politiche sociali, Franca Biondelli, che si è limitata a riferire in pubblica audizione che “la concentrazione territoriale dei flussi e l’incremento numerico ha portato alla collocazione di un significativo numero di migranti stranieri non accompagnati in strutture di accoglienza non accreditate/autorizzate”.
Dulcis in fundo, tanto per far capire quale direzione stia prendendo il Governo a tutela dei minori, sottolineano che l’esecutivo Renzi sta procedendo allo smantellamento di numerosi presidi della Polizia Postale impegnati nel contrasto del fenomeno “pedofilia”. Il tutto in nome della razionalizzazione delle risorse umane.
Insomma, la posizione del Governo risulta ambigua, non fosse altro che i minori spesso foraggiano l’industria del crimine ad ogni latitudine: dallo sfruttamento del lavoro, alla prostituzione, dalla pedofilia, fino al traffico di organi.
In ogni modo, questi dati vengono taciuti e non sembra che l’opinione pubblica sia abbastanza attenta al fenomeno, complice il silenzio dei media di regime.
La pedofilia è forse un male minore?
Analizzando i dati si direbbe proprio di no!
Secondo Telefono Azzurro, l’industria dell’abuso sessuale on-line genera 50.000 nuove immagini di abusi sessuali sui bambini ogni anno e in tutta Europa, un bambino su cinque ha subito violenza.
Una ricerca Istat del 2012, in Italia le denunce sono state: 558 per atti sessuali con minorenne; 120 per corruzione di minorenne; 380 per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico.
Perché solo un bambino sano può creare un futuro giusto.
Pedofili smascherati quando le vittime diventano grandi
C’è il giovane prete accusato dalle sue piccole vittime e c’è il parroco anziano che per decenni, circondato da silenzio e omertà, ha commesso i suoi abusi sui minori; c’è il sacerdote finito in carcere a scontare la sua condanna per pedofilia e il preposto che ha patteggiato per poter tornare in curia. I precedenti italiani di preti travolti da scandali sessuali e perseguiti per avere sfogato i propri vizi su bambini o bambine, sono molti, anche se spesso dimenticati. Uno dei casi più gravi riguarda don Pierangelo Bertagna, parroco dell’abbazia di Farneta (Arezzo). Quando viene arrestato, nel luglio del 2005, per il caso di pedofilia su un ragazzino di 13 anni, il vescovo, monsignor Gualtiero Bassetti, esprime sbalordimento e incredulità, così come i parrocchiani. Ma in realtà le colpe del prete sono più di quante si pensi. Dopo pochi mesi, infatti, i genitori di molte altre vittime si recano in caserma a sporgere denuncia e don Bertagna, 44 anni, confessa tutti i suoi 38 misfatti commessi nell’arco di 12 anni. Nel settembre del 2006, il parroco, accusato anche di violenza sessuale, viene dispensato dal sacerdozio da Papa Benedetto XVI. Due anni dopo arriva la condanna a 8 anni di carcere, confermati in appello nel 2010. Nel 2004 ancora un caso. Un ex seminarista di Agrigento scrive una lettera al vescovo per denunciare gli abusi sessuali da lui subìti da parte di don Bruno Puleo. Poco tempo dopo il sacerdote patteggia una pena a 2 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di 7 ragazzi. È il 2008 quando don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida (Roma), viene arrestato per molestie sessuali su alcuni ragazzi affidati alle sue cure. A denunciarlo è un altro sacerdote. Don Ruggero, per abusare dei ragazzi, approfitta della loro fragilità e li invita a casa promettendogli in regalo cd, dvd e qualche capo d’abbigliamento. Dall’inchiesta emerge che il numero di casi di cui il prete si è reso colpevole sono moltissimi. Al processo, che vede costituirsi come parte civile anche i Radicali, il sacerdote respinge gli addebiti, afferma di non essere “un mostro”, parla di “accuse infamanti ed estremamente grossolane costruite abilmente” contro di lui. Nel febbraio del 2011 i magistrati chiedono 18 anni di carcere per i suoi “atti di inaudita gravità” e di “una serialità e una spiccata propensione all’abuso e al compimento di azioni con dolo”. La decisione del giudice è esemplare: 15 anni e 4 mesi di galera in primo grado e 14 anni in appello. Nella tormenta degli abusi sessuali cade anche don Lelio Cantini, ex priore della parrocchia Regina della Pace di Firenze (morto nel 2012). È l’aprile del 2007 quando la procura del capoluogo toscano lo mette sotto inchiesta per una serie di molestie pluriaggravate e continuate su minori. Alcuni fedeli lo accusano di violenza sessuale e psicologica commesse in passato su ragazzi fra i 12 e i 17 anni. Nel dicembre del 2007, mentre su di lui pende l’accusa di essere «responsabile di delittuosi abusi sessuali su alcune ragazze negli anni 1973-1987, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze», don Lelio, a causa dei suoi problemi di salute, torna nel convitto ecclesiastico di Firenze. Un anno più tardi Papa Ratzinger lo riduce allo stato laicale. Nella richiesta di archiviazione, conseguenza della prescrizione e della mancanza di querele, il pm parla di «abusi sessuali gravi protrattisi per circa 20 anni» e di «comportamento apparentemente omissivo» e «lunga inerzia» da parte della autorità religiose. Il giudice, nell’accogliere la richiesta dei magistrati, scrive che don Lelio è riuscito a «carpire la buona fede e l’innocenza dei giovani fedeli» anche recitando il Cantico dei cantici.
Nel 2010, con l’accusa di aver abusato di un ragazzino straniero di 13 anni, viene arrestato anche don Domenico Pezzini, sacerdote 75enne della diocesi di Lodi. I giudici lo condannano a dieci anni di galera con sentenza passata in giudicato. Pena di due anni e mezzo per violenza sessuale su una bambina di 7 anni anche per don Marco Redaelli, sacerdote salesiano, ora deceduto, della parrocchia S.S. Pietro e Paolo di Arese (Milano). Infine, solo pochi mesi fa, per gli abusi sessuali su una tredicenne che frequentava la parrocchia di Aliminusa (Palermo), anche don Paolino Marchese fa i conti con la giustizia subendo un processo e vedendosi comminati sei anni di carcere.
Il gup di Firenze Alessandro Moneti ha rinviato a giudizio un frate 85enne di un convento nel Fiorentino per una violenza sessuale che avrebbe consumato in sagrestia, dopo una messa, ai danni di una fedele di 28 anni. Secondo la denuncia presentata ai carabinieri dalla giovane donna nel settembre 2013, e i racconti resi alla polizia giudiziaria, lei stessa era andata a chiedere una benedizione dopo aver subito un incidente stradale il giorno precedente: non era rimasta ferita ma comunque era sotto choc, in particolare per una forte discussione avuta con l’automobilista dell’altra vettura con cui si era scontrata. Ancora scossa, aveva deciso di andare a messa e di aspettare alla fine il frate, che la ricevette nella sagrestia. Qui, sempre secondo il racconto della donna, il religioso, dopo averle fatto il segno della croce e averle chiuso un occhio con le mani, l’avrebbe sottoposta a violenza aiutato da uno sconosciuto – per ora non identificato – che l’avrebbe trattenuta alle spalle. Tornata a casa, non avrebbe detto nulla ai familiari. Ma il giorno dopo andò in ospedale a farsi visitare e poi si recò anche dal medico curante. Successive indagini della procura hanno ricostruito i fatti e poi condotto all’udienza preliminare per chiedere il processo del religioso. “Ci riserviamo di sviluppare indagini difensive e di chiedere una perizia psichiatrica per la donna – ha detto l’avvocato Paolo Ghetti, difensore del frate – Al momento ci sono tre racconti che riteniamo diversi, tra querela presentata ai carabinieri della stazione, sommarie informazioni rese alla pg e incidente probatorio. Ravvisiamo elementi contradditori e lacunosi, e, per certi tratti, irreali”. Secondo quanto appreso nella denuncia la 28enne ha anche chiesto un risarcimento di un milione di euro perché non più in grado, dopo quel fatto, di frequentare luoghi di culto. Il processo comincerà l’8 gennaio 2016 davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Firenze. Fonte: ANSA
Impressionante segno dei tempi. Proprio nei giorni in cui ferveva la preparazione del “Family Day” di sabato 20 giugno nella piazza romana di San Giovanni, a Firenze il tribunale ha emesso condanne severe contro i protagonisti di quella nefasta esaltazione della pratica e dell’ideologia omosessuale, con programmatica distruzione della famiglia naturale, che ha avuto come teatro, per decenni, l’azienda agricola del Forteto.
Degli orrori compiuti in quella che era una delle comunità più riverite e sostenute dall’opinione progressista cattolica e non, religiosa e politica, fiorentina e nazionale, oggetto di dotti studi dell’editrice il Mulino, è trapelata sostanziosa notizia solo alla fine del 2012.
Ma la vicenda comincia negli anni Settanta. E la sua agghiacciante cronistoria è in questo post di Settimo Cielo, eloquente già nel titolo:
> Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto
La sentenza giudiziaria è del 17 giugno. E così l’ha riferita il giorno dopo il “Corriere della Sera”:
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ABUSI SU MINORI. 17 ANNI E MEZZO AL “PROFETA” DEL FORTETO
Lo chiamavano il Profeta e per decenni Rodolfo Fiesoli è stato acclamato come uomo della provvidenza, educatore sopraffino e leader indiscusso del Forteto, comunità fiorentina alla quale erano affidati (anche da strutture pubbliche e dal tribunale) minori in difficoltà. Ieri è stato condannato a 17 anni e mezzo di carcere per abusi e violenze.
Pene severe anche per l’ideologo della comunità Luigi Goffredi (8 anni) e la collaboratrice Daniela Tardani (7 anni). Condanne minori per altri tredici imputati.
Il pm Ornella Galeotti aveva chiesto per Fiesoli 21 anni. E si era battuta affinché Goffredi e Tardani fossero condannati a 15 anni. Galeotti aveva descritto la comunità come un organismo nel quale le leggi dello Stato erano sospese. In quel luogo, dove la pedagogia e il riscatto sarebbero dovuti essere l’alfa e l’omega, trionfavano abusi sessuali, “praticati e professati per liberare i ragazzi dal male”. E ancora punizioni corporali e un credo che incentivava pratiche sessuali come “fonte di liberazione”.
Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.
Gli ultimi tre servizi di “www.chiesa”:
18.6.2015 > Sorella terra. L’enciclica “verde” di papa Francesco
Pagine scelte della lettera “Laudato si’” rivolta dal papa “a ogni persona che abita questo pianeta”. Nelle parentesi i numeri dei paragrafi da cui i brani sono ricavati
15.6.2015 > Sinodo. L’ora dell’Africa
Si sono riuniti ad Accra i presidenti delle conferenze episcopali del continente. Con Robert Sarah e altri quattro cardinali. Tutti concordi nel contrastare “la strategia del Nemico del genere umano” su divorzio e unioni omosessuali
12.6.2015 > Sinodo. Il doppio grido d’allarme del cardinale Antonelli
Ha presieduto per cinque anni il pontificio consiglio per la famiglia. La comunione ai divorziati risposati, avverte, segnerebbe non solo lo svilimento dell’eucaristia ma anche la fine del sacramento del matrimonio
Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento i pedofili spretati dal Vaticano? Se ne parla con Federico Tulli il 20 febbraio alla Libreria Lovat di Trieste.
I casi di Don Maks Suard a Trieste, Don Mauro Inzoli a Crema e del vescovo polacco Józef Wesolowski in Repubblica Dominicana sono solo gli ultimi di una lunga serie di scandali dalle radici antiche. E dimostrano come ancora oggi, nonostante i proclami di Papa Francesco, il Vaticano sia ben lontano dal comprendere cosa sia l’abuso su un bambino, come si affronta, come si previene e come ci si “occupa” di chi ne è riconosciuto responsabile.
Quattro anni dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, Federico Tulli getta nuova luce sull’orrore della pedofilia all’interno del clero cattolico, concentrandosi questa volta sul caso italiano. Un’inchiesta che legandosi alle durissime accuse rivolte dall’Onu alla Santa Sede nel 2014, i cui atti nel libro sono per la prima volta tradotti integralmente, chiama ancora di più in causa le responsabilità dei Papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla nella gestione di un crimine dalle conseguenze devastanti diffuso in maniera capillare anche nel nostro Paese.
Sebbene siano circa 150 i sacerdoti finiti sotto processo negli ultimi anni, l’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? “Perché non ce n’è bisogno”, si è sentito rispondere Tulli da mons. Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: secondo la Santa Sede si tratta di episodi sporadici, non esiste un caso Italia.
È davvero così? Nel 2014 Trieste è stata scossa dal suicidio di Don Maks Suard che aveva ammesso un abuso compiuto 17 anni prima. Si tratta di una vicenda isolata? Si direbbe di no pensando a Don Andrea Agostini (Bologna), Don Turturro (Palermo), Don Cantini (Firenze), Don Ruggero Conti (Roma), agli stupri accertati all’istituto per sordomuti del Provolo (Verona), solo per citare le storie più note e più recenti. Dunque, cosa intende nascondere la Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti è la più “popolosa” al mondo? A questo e ad altri quesiti di stretta attualità risponde il libro di Tulli. Fino a che punto pesano le ambiguità di decine di vescovi mai collaborativi con la autorità “civili”? Perché la Conferenza episcopale – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal Papa – non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana? E ancora, quanto incide l’accondiscendenza dei media verso i gerarchi della Chiesa sulla possibilità di continuare a negare le reali dimensioni di questo fenomeno criminale? E cosa comporta l’assenza di spirito critico dei giornalisti italiani nei confronti di qualsiasi dichiarazione sul tema rilasciata da Papa Bergoglio? Siamo sicuri che la “tolleranza zero” invocata dal Pontefice corrisponda a fatti concreti? Perché la Santa Sede rifiuta di fornire all’Onu i nomi dei sacerdoti dimessi dallo stato clericale dopo essere stati giudicati colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede? Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento?
Riannodando i fili con la storia dell’Inquisizione per indagare sulla matrice culturale e “politica” dell’atteggiamento complice mostrato dai vertici della Chiesa, con l’aiuto di esperti e studiosi, documenti alla mano l’autore riporta fuori da un inquietante cono d’ombra gli efferati crimini di pedofilia clericale commessi in Italia dal 1860 fino ai nostri giorni senza soluzione di continuità. E con l’aiuto di alcuni psichiatri traccia l’identikit del pedofilo, molto simile a quello di un serial killer, evidenziando le particolarità che contraddistinguono la pedofilia di matrice clericale.
“I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali”, afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.
Pistoia, 13 novembre 2014 – IL PRETE che volle farsi santone a Montespertoli e poi a Montecchio (Arezzo) sarà processato per violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Il giudice per l’udienza preliminare Angelo Antonio Pezzuti ha deciso ieri che Mauro Cioni, 69enne empolese ex sacerdote della diocesi di Firenze, dovrà essere giudicato dalla corte d’assise d’Arezzodal 16 gennaio. Il gup ha rinviato a giudizio per gli stessi reati anche Carlo Carli, 35 anni, che si allontanò dalla comunità del ‘maestro’ per crearne una propria, dove si praticavano gli stessi abusi. Una sentenza di non luogo a procedere è stata emessa per altri due imputati — Franco Bigazzi, 57enne di Certaldo, eGiorgio Bigozzi, 63enne di Foiano della Chiana — accusati di ricettazione.
I RIFLETTORI giudiziari su Mauro Cioni, prete spretato nel 1985 e sposato dal 1987 con moglie e un figlio, sono accesi da quasi vent’anni e le accuse nei suoi confronti si sono moltiplicate, aggravandosi, fino ad arrivare alle ultime contestazioni di riduzione in schiavitù e violenza sessuale nei confronti di dieci persone, nove donne e un uomo. Cioni, secondo le accuse avanzate dal pm antimafia Angela Pietroiusti, avrebbe esercitato sui componenti della sua comunità religiosa «poteri tali da porli in condizioni di totale sudditanza psicologica, facendo falsamente credere che, per conseguire la salvezza eterna e liberarli dalle presenze maligne, dovevano assecondarlo in ogni sua decisione». Così facendo, non solo si faceva dare denaro ma pretendeva prestazioni sessuali di ogni tipo. L’ex prete ha sempre negato ogni addebito, ma i rapporti della polizia su di lui sono durissimi: «assoggettamento schiavistico», «influsso sconcertante sulle donne». Infine, la frase più inquietante: «Nelle parrocchie dove aveva officiato il proprio ministero, numerose erano le segnalazioni di un continuo viavai di ragazzi e ragazze che lo stesso intratteneva singolarmente nella propria camera da letto». Ma nessuno, per anni, ha parlato.