Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Padre Sauro De Luca: il gesuita che ha molestato cinque ragazze minorenni

    Padre Sauro De Luca: il gesuita che ha molestato cinque ragazze minorenni

    Padre Sauro De Luca ha molestato sessualmente almeno cinque ragazze minorenni in varie parti d’Italia. Ma il numero di vittime dei suoi abusi potrebbe essere più alto. Bolognese, dal 1967 al 1998 è stato responsabile del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile. Ovvero l’organismo della Compagnia del Gesù che si occupa della formazione dei giovani. Oggi ha 2.500 iscritti. De Luca, in quanto responsabile, ha girato l’Italia per visitarne le numerose sezioni. E qui sono cominciati gli abusi.

    Le vittime

    Le vittime avevano 14-16 anni negli Anni Novanta. «Hanno subito una grandissima ferita», dice oggi a Repubblica padre Renato Colizzi, l’attuale direttore del Meg che ha deciso di avviare un «cammino di verità» su tutta la vicenda: «Un disagio enorme che ha richiesto, dopo una fase di rimozione, anni di psicoterapia, rielaborazione, un percorso di coscientizzazione». Nel 2010 due delle vittime hanno deciso di raccontare tutto. «Il delegato ha potuto avviare indagini, padre De Luca confessò, accettò le misure restrittive, venne trasferito da Pescara all’infermeria di Gallarate, dove morì due anni dopo per tumore», racconta padre Colizzi. Il sacerdote ha vissuto i suoi ultimi due anni «recluso». A marzo 2024 altre tre sopravvissute hanno contattato i gesuiti. E hanno parlato di altri abusi. Lasciando il sospetto che possano essercene altre.

    Violenza carnale

    Nei racconti delle cinque è emerso che non c’è stata violenza carnale. Ma Colizzi spiega: «Appena abbiamo stabilito un contatto, abbiamo scelto di mettere al centro la loro sofferenza, e di aprire un canale con coloro che ancora non si erano fatte avanti. Vorrei quindi rivolgere un appello, invitando chiunque abbia subito abusi nel Meg o sia a conoscenza di fatti simili a prendere contatto con la nostra delegata, la dottoressa Grazia Villani», una persona che da anni si occupa di abusi nella Chiesa. E che sarà coadiuvata dall’associazione Meter di don Fortunato di Noto. I gesuiti prendono anche in considerazione la possibilità di risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano».

    Il report

    La Compagnia del Gesù intende pubblicare un report su padre De Luca e i suoi abusi. «Mi sono state riferite segnalazioni orali risalenti agli anni Duemila che probabilmente sono state sottovalutate. Perché non ci risulta ad oggi, da una prima indagine negli archivi, che si sia fatto qualcosa per capire meglio cosa stesse accadendo all’epoca. Un capitolo del report dovrà quindi riguardare la responsabilità della Compagnia di Gesù», spiega il gesuita. «Vogliamo vivere questa fase di ascolto come un cammino di verità, perché la verità è il primo passo di un possibile processo di guarigione e liberazione», dice. «Per le vittime, e per noi».

    Immagine copertina da: Meg-Italia

    https://www.open.online/2024/10/01/padre-sauro-de-luca-gesuita-pedofilia/

  • La confessione episodio 6 – Il prezzo della santità

    La confessione episodio 6 – Il prezzo della santità

    Il sesto episodio di La Confessione rivela che per la chiesa italiana i reati sessuali dei suoi sacerdoti si possono cancellare con il denaro. Il prezzo è 25 mila euro, una cifra ricorrente in molti casi simili.  Il denaro si prende dai fondi della Caritas, quelli che i fedeli donano per aiutare i poveri. Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è giusto usarli per offrirli ad Antonio Messina, vittima degli abusi del sacerdote Giuseppe Rugolo, in cambio del silenzio. Nel frattempo preleva 50 mila euro dai suoi fondi 8 per mille (oltre un milione di euro all’anno per la sola diocesi di Piazza Armerina) e li dà a Rugolo per fare fronte al pagamento degli avvocati, di vecchi debiti del padre e dei costi dell’esilio a Ferrara.

    E’ il punto più oscuro della storia che La Confessione racconta. Il 5 ottobre 2019, quando Antonio Messina sta già chiedendo giustizia alla Chiesa da 5 anni, Gisana annuncia ai suoi genitori che il sacerdote abusatore, “non degno di guidare la parrocchia di san Cataldo”, andrà via da Enna e non vi tornerà più, e che il vescovo lascerà un’ammonizione scritta in modo che anche i suoi successori siano informati della pericolosità di Rugolo.

    Un mese e mezzo dopo, con una inspiegabile capriola, Gisana convoca i Messina e dice loro che Rugolo tornerà in sella dopo due anni perché la parrocchia di San Cataldo senza di lui andrebbe allo sfascio, e che loro devono accontentarsi di 25 mila euro (che non hanno mai chiesto) firmando un impegno al silenzio. I genitori di Antonio rifiutano e lo mandano al diavolo, dicendogli che non si vedranno mai più. “Magari per strada”, sibila cinicamente Gisana.

    Mentre i Messina padre e madre gli dicono che a loro non interessano i soldi, Gisana (difeso a spada tratta da papa Francesco come “un uomo giusto ingiustamente accusato”) andrà in giro ad accusarli di un tentativo di estorsione. Lo farà anche con i magistrati, mentendo in interrogatorio, lo farà al telefono con il suo amico Fortunato Di Noto, altro sacerdote siciliano. Di Noto è assurto alla fama nazionale come difensore dei minori abusati, a meno che, si scopre dalle sorprendenti intercettazioni, non siano abusati da sacerdoti. In questo caso mette in guardia Gisana dalle vittime, dipinte come desiderose di arricchirsi accusando strumentalmente sacerdoti innocenti.

    Episodio sei di sette.

    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati

    Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati

  • Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    La presente inchiesta giornalistica ‘inGiustizia Vaticana’, la cui prima parte è stata pubblicata il 14 ottobre scorso (qui), prende le mosse dalla condanna, frutto come abbiamo documentato di una sentenza assurda e ingiusta, inflitta dall’autorità vaticana nell’ambito di un processo canonico a Nello Dell’Agli, teologo e psicoterapeuta, fondatore a Ragusa della fraternità di Nazareth e membro del clero diocesano.

    Cercando la spiegazione è emersa la matrice ritorsiva del provvedimento emesso per punire l’unico vero ‘delitto’ commesso dal sacerdote colpito con la pena massima, la amissio status clericalis: avere testimoniato, in sede ecclesiastica e in un procedimento penale della procura di Roma, su fatti riguardanti Giovanni Salonia, influente frate cappuccino nominato vescovo il 10 febbraio 2017 e poi non consacrato per effetto di rinuncia in seguito alle denunce su tali vicende.

    In proposito, dentro questo tassello del puzzle, nella prima parte dell’inchiesta abbiamo lasciato la cronologia dei fatti al 27 aprile 2017, data della rinuncia di Salonia ampiamente illustrata. Pertanto dovremo analizzare gli accadimenti successivi tra i quali il processo penale a carico di Salonia imputato di violenza sessuale (concluso, dopo la richiesta della procura di rinvio a giudizio, con sentenza di non luogo a procedere il 28 febbraio 2020 per tardiva presentazione della querela), le testimonianze in tale processo tra le quali quella di Dell’Agli e gli sviluppi ulteriori fino alla  sua ‘condanna’: temi oggetto delle prossime puntate dell’inchiesta.

    In questa ci soffermiamo su un altro aspetto perchè la ricostruzione documentale del travisamento della realtà operato dagli organi giudiziari vaticani pervenuti a tale condanna – dalla quale la nostra ricerca prende le mosse – nonché le vicende collegate e certe dinamiche sottostanti, ci hanno fatto conoscere, tra gli altri, il ruolo e gli atti compiuti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice e dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana.

    Il primo – abbiamo visto – a febbraio 2017 preme fortemente su papa Francesco per chiedere una commissione chiamata a giudicare la fondatezza di tali denunce, commissione che ottiene il 2 marzo quando il pontefice la istituisce; il secondo la capeggia e la guida al proscioglimento di Salonia: conclusione in palese contrasto con i dati di realtà per ammissione stessa (un anno e mezzo dopo, in sede penale) del prosciolto.

    Successivamente Dell’Agli riceve, da altro ‘tribunale ad hoc’ vaticano, la condanna, infondata e assurda quanto il ‘non luogo a procedere’ canonico sancito dall’invocata commissione a beneficio del vescovo ‘eletto’ Salonia il quale tuttavia, come abbiamo visto, rinuncia alla carica, in apparenza per libera scelta, nei fatti per diktat papale.

    Gisana, Lorefice, Salonia: relazioni, esperienze, carriere

    di tre vescovi nominati, ma solo i primi due ‘consacrati’

    Per la cronaca Gisana, Lorefice e Salonia sono nati in provincia di Ragusa, rispettivamente a Modica, Ispica e Ragusa, dove si sono anche formati, tra le diocesi di Ragusa e Noto.

    Nel tempo, dagli anni ’80 e soprattutto dall’ordinazione sacerdotale dei primi due, rispettivamente nell’86 e nell’87 (il terzo è sacerdote già nel ’71) incrociano personalmente e condividono una molteplicità di esperienze. Gisana e Lorefice per l’attività espletata nella diocesi di Noto – dove tra l’altro in un periodo il secondo è vice del primo nel rettorato del seminario vescovile – e nella chiesa di Modica che ne fa parte. Il terzo, Salonia, nella qualità, di fatto per quasi vent’anni dal ’92 al ‘10, di ministro provinciale dei frati cappuccini con base nel convento di Modica, città che è anche il centro più importante della diocesi netina. La carica di ministro, comunque preceduta e seguita nel tempo, dal ’78 e fino al momento della nomina al soglio episcopale, da incarichi di massima responsabilità nell’ordine religioso fondato sulla regola francescana, riguarda la ‘provincia cappuccina’ di Siracusa, per 448 anni dal 1574 al 2022, una delle tre di Sicilia, comprendente un vasto territorio comprendente le province (politico-istituzionali) di Ragusa, Siracusa, Catania, Enna e Caltanissetta, con una sede importante a Modica.

    Nella storia questa provincia ‘Syracusana’ (le altre due sono Messanensis e Panormitana) a lungo è la più importante al punto da inglobare per un secolo e mezzo anche l’isola di Malta, da mandare i propri frati in servizio nel mondo, da ottenere in affidamento la missione di Rio de Janeiro dove impianta l’ordine, e da elevare diversi propri membri alla carica di ministro generale, nel Seicento ben tre in meno di cinquant’anni: Clemente Di Lorenzo e Giammaria Minniti da Noto, Innocenzo Marcinò, prossimo beato, da Caltagirone. E a un passo dalla carica di ministro generale, vertice dell’ordine, giunge anche durante la sua ‘carriera’ di frate, prima della nomina episcopale, Giovanni Salonia da Ragusa, ma l’ascesa non si concretizza.

    Tornando ai fatti oggetto di quest’inchiesta, egli nel 2017 è responsabile della formazione permanente della ‘provincia cappuccina di Siracusa’, che oggi come abbiamo visto non esiste più, confluita nel 2022 nell’unica provincia siciliana.

    A questo punto dobbiamo soffermarci su Gisana, che abbiamo visto  non solo a capo della commissione che a marzo 2017 scagiona Salonia, ma anche suo vescovo co-consacrante designato, nella celebrazione che Lorefice avrebbe presieduto se il futuro braccio destro dell’arcivescovo di Palermo non si fosse visto costretto a ‘rinunciare’ a tale consacrazione la quale sarebbe dovuta avvenire perentoriamente entro il 10 maggio.

    E ciò perché, sempre per la cronaca, in questo caso ben più nota, Gisana da oltre due anni, e tuttora nella calda attualità di questi giorni, è investito dallo scandalo giudiziario della copertura data alle violenze sessuali commesse da sacerdoti della diocesi di cui da oltre nove anni è vescovo: Piazza Armerina, comprendente parte dei comuni delle province di Enna, compreso il capoluogo, e di Caltanissetta.

    Rosario Gisana di Modica, vescovo di Piazza Armerina

    insabbiatore seriale di scandali e abusi sessuali del suo clero

    Il caso eclatante è quello culminato nell’arresto, il 27 aprile 2021, del sacerdote Giuseppe Rugolo, oggi quarantaduenne, accusato di violenze sessuali su minori e sotto processo dinanzi al tribunale di Enna che il mese prossimo emetterà la sentenza dopo quindici udienze ed una fitta istruttoria dibattimentale. E’ solo uno di tanti casi simili, clamoroso perché l’unico segnalato – alla polizia giudiziaria, con gli sviluppi conseguenti, appunto eclatanti – da una vittima tenace la quale, dopo sette anni di reiterate e inutili denunce alle autorità ecclesiastiche, non si arrende al sistema clericale di menzogna e omertà che protegge i preti abusatori e sacrifica i minori abusati.

    Emerge infatti che quando il sacerdote viene arrestato, il vescovo da cinque anni è a conoscenza dei fatti oggetto d’accusa, dal 2016 quando una delle vittime finalmente può raccontargli tutto dopo averci a lungo provato invano. E’ Antonio Messina, quindicenne nel 2009 al tempo degli abusi nella chiesa di San Giovanni Battista di Enna proseguiti fino al 2013. Infatti già nel 2014, sempre con Gisana vescovo – nominato da papa Francesco il 27 febbraio e ordinato il 5 aprile di quell’anno – il giovane denuncia ad altri sacerdoti le violenze subite, ma trova un muro di gomma. Comincia con l’anziano parroco che l’ha visto crescere, Pietro Spina (vicario parrocchiale della chiesa in cui avvengono gli abusi), il quale non fa nulla. Quindi si rivolge ad un altro prete, Vincenzo Murgano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico ed anche responsabile diocesano del ‘servizio di tutela dei minori’: <<non parlarne con nessuno e dimentica>> è la risposta, scioccante se viene da un giudice canonico nonché garante delle vittime in materia. Un terzo parroco, per fortuna diverso dagli altri, informa il vescovo il quale però, dinanzi alla mancata ammissione di Rugolo, fa passare due anni prima di ascoltare la vittima. Solo in seguito Rugolo, nuovamente convocato, questa volta ammette qualcosa, proprio quando sta per insediarsi come parroco della Chiesa di San Cataldo di Enna.

    In proposito fa impressione leggere oggi le notizie e i comunicati della diocesi in quel periodo. Per esempio il 18 settembre 2018 Gisana officia la messa, in una chiesa gremita, per annunciare il nome del nuovo parroco dopo il ritiro del titolare per limiti d’età. Negli articoli che ne riferiscono e nei comunicati riportati leggiamo: << Il vescovo Rosario Gisana ha deciso che a ricoprire la veste di parroco della comunità, nominato dopo accurato discernimento, sarà padre Giuseppe Rugolo, vice parroco della chiesa madre di Enna. La solenne funzione religiosa d’insediamento, con la firma del verbale di nomina, si svolgerà nel mese di novembre>>.

    Da oltre due anni, in quel momento, il vescovo sa delle violenze e degli abusi di cui il vice parroco è accusato. Eppure, ‘dopo accurato discernimento’ (del quale sarebbe interessante conoscere l’oggetto) lo promuove e gli offre un pulpito superiore, insieme a strumenti più potenti ed efficaci di prima per la sua opera: quale che essa sia.

    Dopo quest’annuncio sale la tensione negli ambienti diocesani e la funzione d’insediamento perde la solennità annunciata. Ma Rugolo comunque diventa parroco e può agire forte di questo status. Solo per un anno però, perché, al precipitare degli eventi, Gisana, a ottobre 2019, lo trasferisce nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: è questo il suo primo e unico atto compiuto da capo della diocesi ‘contro’ gli abusi, tre anni dopo averne avuto notizia, anni durante i quali addirittura promuove e premia l’accusato rendendolo più forte ed invasivo di prima proprio nell’ambito potenziale delle sue scorribande. Neanche lo sfiora l’idea di segnalare immediatamente i fatti all’autorità giudiziaria, come sarebbe preciso dovere di ogni persona proba e responsabile, laica o clericale, ‘fedele’ o no che sia: tranne che fedele voglia esserlo al male, alla violenza, all’abuso.

    Il caso-Rugolo scopre nella diocesi un verminaio:

    25 mila euro in cambio del silenzio della vittima

    L’omissione prosegue anche dopo l’entrata in vigore, l’1 giugno 2019, del ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio di Bergoglio che cancella il segreto pontificio sugli abusi sessuali commessi da uomini del clero in danno di minori e di persone fragili.

    Anzi, non solo il vescovo non asseconda le nuove prescrizioni papali, ma da testimonianze processuali si apprende che in quel periodo offre alla vittima (versione da lui contestata) 25 mila euro in contanti, da prelevare, secondo quanto avrebbe detto ai genitori del ragazzo abusato, dai fondi della Caritas (dal 2017, in virtù di una riforma da lui disposta, egli stesso ne è direttore) purchè con falsa causale e con segretezza assoluta sull’affare transattivo in cambio del silenzio tombale. Ma, come vedremo, non se ne fa niente.

    Il vescovo quindi ‘risolve’ il caso, secondo una prassi dura a morire nonostante le nuove disposizioni del Papa, trasferendo il prete pedofilo in altra sede: Ferrara come detto, ‘per motivi di salute’ e senza alcuna inibizione sicchè, sempre secondo prassi consolidata, può tranquillamente svolgere ogni attività, comprese quelle che lo tengono in contatto con minori, tant’è che nell’estate 2020 nella parrocchia di Vigarano Mainarda organizza un campo con centinaia di ragazzi. E’ questa la sua specialità del resto, come sa bene chiunque lo abbia visto all’opera ad Enna dove, giovane prete, nel 2015 fonda un’associazione, ‘Progetto 360’, con centinaia di ragazzi.

    Dopo appena un anno a Ferrara, dove le relazioni sessuali che intrattiene – e delle quali gli inquirenti per effetto delle indagini abbiano notizia – riguardano adulti, il sacerdote, convinto di averla fatta franca, briga per tornare a Piazza Armerina, fa pressioni, vuole organizzare il Grest dell’anno successivo ma il 27 aprile 2021, in terra emiliana, per lui scattano le manette perché la vittima, dopo un settennale calvario di inutili tentativi di farsi ascoltare, finalmente si rivolge alla polizia giudiziaria. Nel seminario dell’arcidiocesi Rugolo vive la condizione di detenuto agli arresti domiciliari, disposti dal giudice delle indagini preliminari per il rischio di reiterazione del reato e <<la tendenza dell’indagato a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata>>: misura convertita dopo tredici mesi in obbligo di permanenza notturna.

    Gisana intercettato: io ho insabbiato questa storia,

    eh vabbè pazienza, vediamo come poterne uscire

    Il processo, in corso da due anni, rivela al mondo e dilata a dismisura l’entità dello scandalo, ben più ampio di quanto si potesse credere. Le vittime sono tante e la condotta di vari componenti del clero diocesano sconcertante. Peraltro Gisana, intercettato, ammette: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Ma le ‘storie’ sono numerose – di abusi sessuali e di sistematiche coperture da parte dei vertici ecclesiali – e proiettano della diocesi di piazza Armerina l’immagine di un luogo, per i preti pedofili, sicuro, ospitale, amico nonchè molto generoso verso le loro pretese di ordinaria impunità.

    In un’altra intercettazione il vicario generale della diocesi Antonino Rivoli si esercita in un turpiloquio, inimmaginabile ma reale (ne omettiamo le espressioni testuali per rispetto delle nostre lettrici e dei nostri lettori) per insultare un collega sacerdote, Giuseppe Fausciana, che apostrofa ‘bestia’ per avere ascoltato la vittima (definita ‘bastardo’) ed essersi fatto portavoce, l’unico, della sua denuncia.

    Dal processo emerge con nettezza lo spaccato di un clero e di un vertice diocesano schierati, con poche eccezioni, nettamente dalla parte dei preti pedofili, e contro le vittime degli abusi delle quali sembra non importare niente agli uomini in abito talare, con o senza zucchetto. Quando Gisana, intercettato, ammette di avere insabbiato la denuncia, neanche per un istante sembra toccato dal pensiero per la vittima, concentrato piuttosto sui rimedi per sè, sulla propria ‘salvezza’: <<eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire>>. Quale sia l’uscita, nei suoi piani, lo rivelano alcune testimonianze: 25 mila euro in contanti da sottrarre alla Caritas, merce di scambio per il silenzio e il salvacondotto giudiziario della rinuncia a denunciare.

    «Dovevano essere in contanti – racconta in udienza il ragazzo abusato, ormai adulto e valente archeologo – il vescovo disse ai miei genitori che li avrebbe presi dai fondi della Caritas. Chiesero di firmare una clausola extragiudiziale di riservatezza in cui, in cambio di questa somma, io mi impegnavo a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo. Ho avuto la sensazione di essere comprato». La diocesi nega: «Il riserbo  – dichiara il difensore della curia vescovile – era una richiesta della famiglia, non è stata fatta alcuna offerta di denaro con l’intento di comprare il silenzio della parte offesa. Anzi, la trattativa parte proprio dalla famiglia, in un primo momento come sostegno per le spese sostenute e poi a titolo risarcitorio».

    Su questa circostanza la parte civile chiama a deporre l’avvocato rotale Federico Marti indicato come persona informata dei fatti in quanto avrebbe seguito la trattativa tra la diocesi e la famiglia del minore abusato. Il teste, prima di essere comunque ammesso dal tribunale, comunica la propria indisponibilità per motivi di salute e, in ogni caso, fa presente che si sarebbe avvalso del segreto professionale. Silenzio dunque in udienza, ma il silenzio, come abbiamo visto, spesso racconta più d’ogni esercitazione verbale!

    Gisana al giornalista: a cosa si riferisce? I casi sono tanti! E c’è anche quello

    della bambina abusata in sacrestia dal prete che ha l’età del suo bisnonno

    Finora si sono tenute 15 udienze dibattimentali, alcune anche della durata di 10-12 ore, fino a tarda sera. Il processo verte sui fatti imputati a Rugolo (violenza sessuale aggravata in danno di tre minori) ma fa emergere altri abusi da parte di sacerdoti della diocesi su bambini e ragazzi sia di sesso maschile che femminile. Del resto quando, esploso il caso, il vescovo viene chiamato da un giornalista dell’Ansa che gli chiede degli abusi, non comprende a quale vicenda si riferisca: <<mi scusi, non ho capito di chi si parli, abbiamo tanti casi».>>. Tanti e di sua conoscenza!

    Infatti il lungo dibattimento smaschera una linea diocesana di difesa dei pedofili, di sostanziale allineamento ai loro interessi di impunità e di pretesa di conservazione del loro modus operandi all’interno della chiesa. Per esempio emerge che Gisana sa delle violenze su una bambina di undici anni a Gela ad opera di un anziano prete, Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019. E lo sa anche Murgano che si dice invece ignaro, nonostante il suo ruolo di responsabile del servizio di tutela dei minori, di altri casi noti al vescovo.

    Peraltro è Gisana a settembre 2018 a nominare Iannì, che oggi ha 82 anni, vice parroco della Chiesa di Santa Lucia di Gela, in un quartiere con grave disagio sociale, e a riabilitarlo dopo che il predecessore Michele Pennisi, vescovo a Piazza Armerina da aprile 2002 ad aprile 2013, lo ha allontanato a causa dei suoi precedenti specifici. Inoltre Gisana a maggio 2017, un anno prima di mandarlo a Gela, lo nomina vice cancelliere vescovile.

    Il caso, che troviamo citato nella relazione della corte d’appello di Caltanissetta pronunciata nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario 2021, è clamoroso. Un prete, Iannì appunto, all’epoca ultrasettantenne, adesca una bambina di undici anni e l’attira in una trappola in canonica, quando non c’è nessuno, approfittando dello stato di grave indigenza della famiglia, nonché di vulnerabilità, di fragilità psicologica, di bisogno e di disperata richiesta d’aiuto della ragazzina la quale ripone fiducia in quell’anziano prete che ha l’età del proprio bisnonno.

    In dibattimento video shock e intercettazioni eloquenti:

    un parroco predatore sessuale tra i minori a lui affidati

    Nel processo-Rugolo in aula vanno in scena la proiezione di video scioccanti e l’ascolto di audio inequivocabili sull’agire quotidiano del sacerdote, anche al di là dei fatti oggetto d’imputazione: spavaldo, eccentrico, temerario, incline al turpiloquio con i ragazzi che dovrebbe educare, privo di scrupoli e mosso da pulsioni sessuali continue e incontrollabili – che ostenta regolarmente ai minori che influenza, coinvolge, irretisce e adesca – affetto da porno-dipendenza compulsiva come attestato dalle migliaia di suoi accessi ai siti web, una media di oltre sessanta al giorno: oltre venti mila in dieci mesi, il periodo marzo 2020-gennaio 2021 oggetto d’indagine.

    In aula la sua difesa fa ascoltare la registrazione di un colloquio con il vescovo Gisana il quale, ignaro di orecchie esterne, sostanzialmente lo assolve e lo ‘beatifica’ (questa almeno è la tesi dell’imputato) dicendogli addirittura: <<caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare santo>>. In una lettera ad organi di stampa i quali riportano la frase, Gisana chiede di rettificare cercando di spiegare di non avere inteso usare alcuna indulgenza né approvazione dei comportamenti sotto accusa ma solo dire che anche nella vita dei beati possono esserci stati momenti oscuri. <<Il colloquio se complessivamente ascoltato appare chiaramente volto ad esortare nel Rugolo una profonda riflessione sui fatti … ricordandogli che anche i santi hanno attraversato e superato momenti in cui hanno peccato o sono stati tentati>>: parole del vescovo il quale inoltre definisce  ‘letteralmente inventata’ l’analogia tra la vicenda di Rugolo e suoi trascorsi personali richiamati in quella conversazione. Il parroco infatti nel colloquio, che registra a propria difesa, invita più volte il vescovo a raccontare la sua vicenda personale, facendo intendere che abbia molti punti di contatto con la sua. Quali punti di contatto? Dal colloquio intercettato non si evince. Gisana comunque nella richiesta di rettifica alla stampa nega ogni analogia.

    Un vertice diocesano compatto a difesa degli abusatori,

    aggressivo contro le vittime e contro l’unico sacerdote che se ne cura

    In un altro brano del colloquio risuonato in udienza, secondo l’imputato il vescovo  dice al prete pedofilo che nella diocesi c’era un altro sacerdote <<che ha fatto cose molto peggiori delle tue, ma non viene fuori. Nessuno lo denuncia e, certo, non posso farla uscire io. Invece tu, un giovane di 38 anni stai passando tutto questo>>.

    In ogni fase della vicenda il ragazzo abusato subisce, da uomini di chiesa e dai loro entourage, una sistematica aggressione intimidatoria, persecutoria e discriminante, volta anche ad estrometterlo dalle attività parrocchiali nelle quali è impegnato. Eloquente la fitta rete di messaggi, emersa in dibattimento, tra l’imputato e Vincenzo Murgano, il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico che di fatto diventa fidato consigliere del prete abusatore nella gestione degli aspetti scabrosi dello scandalo.

    Come si apprende dalle udienze <<mons. Murgano, con cadenza quotidiana, forniva indicazioni e consigli strategici, avallando anche l’attività di controllo attraverso i social attivata da Rugolo ai danni della giovane vittima dell’abuso sessuale, colpevole, a dire dei due, di collaborare con il parroco di Sant’Anna (Fausciana, n.d.r.) nelle attività pastorali, nonché di svolgere attività professionali nel contesto della città di Enna>>. Perciò Murgano suggerisce a Rugolo: <<chiama incazzato il vescovo e fai una foto della schermata e gliela mandi, ma proprio incazzato>>. Il sacerdote posto a tutela dei minori dagli abusi commessi dai preti pedofili aizza uno di questi contro il minore-vittima che lui per primo dovrebbe difendere!

    La verità è come il ‘diavolo’ per gli uomini in abito talare:

    smemorati in udienza, balbettano, si contraddicono, mentono

    In udienza, dinanzi al materiale probatorio che l’inchioda, Murgano tenta di negare fatti documentati, si contraddice, viene più volte ammonito dal tribunale come quando risulta evidente che egli sia a conoscenza di altri casi di abuso su minori ad opera di altri sacerdoti della diocesi nella quale è responsabile del servizio per la tutela dei minori (incarico conservato fino a dicembre 2022) senza avere adottato mai alcun provvedimento.
    Il processo racconta inoltre che Rugolo <<godeva anche del pieno sostegno del monsignore Pietro Spina (il primo sacerdote cui la vittima si rivolge, n.d.r.)  disposto a dargli fiducia anche qualora fosse risultato colpevole, confidando sulla prescrizione del reato e minimizzando gli episodi di abuso>> definiti, al pari di <<ogni atto sessuale diverso dalla penetrazione, semplici, normali e innocenti affettuosità>>, leciti quindi anche se nei confronti di minori e con l’abuso d’autorità dell’abito sacerdotale: è questa la tesi, singolare e ripugnante, illustrata al tribunale con ostentata convinzione dal prete novantenne.

    Tale sostegno in favore di Rugolo e contro la vittima, a parte Fausciana, è corale: rispondendo alle domande della parte civile la quale gli chiede da chi avesse avuto il testo della denuncia ecclesiastica presentata dalla vittima alla diocesi e rinvenuta dagli investigatori nel suo pc, l’imputato spiega di averla ricevuta dalla segretaria del vescovo.

    Ne scrive ampiamente la giornalista Pierelisa Rizzo, autrice di attenti reportages sulla vicenda e sulle oltre cento ore di udienze alle quali non è consentito assistere ma che certo non è vietato raccontare: anzi è preciso dovere dei giornalisti farlo, in nome di quella verità laica e civile alla quale dovrebbero aspirare anche gli uomini di chiesa, mossi da un motivo in più, almeno nella sfera della fede e della testimonianza evangelica: la frase di Gesù, nei vangeli di Giovanni <<… et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi)>>. E invece qui dalla verità fuggono peones e graduati del clero, e quando loro malgrado essa comunque li raggiunge, la ignorano, la nascondono, la mascherano. Quanto alla libertà, l’unica che sembra loro interessare è quella dalla verità stessa, dal dovere, dalla responsabilità, dal valore del bene.

    Querele contro la verità pubblica, in difesa della menzogna e dell’omertà

    Due elementi vanno tenuti presenti in questa vicenda e in molte altre simili, a proposito di verità: lo strumento della querela e quello della petizione con migliaia di firme per modellarla, forzarla, ribaltarla se necessario, a proprio piacimento.

    Pierelisa Rizzo, giornalista di rigore etico e valore professionale, viene querelata da Rugolo per avere diffuso sul proprio profilo fb alcune chat a sfondo sessuale – materiale processuale – riguardanti il sacerdote e le sue imputazioni. La sua difesa ne domanda, e dal gip ottiene, l’oscuramento. Provvedimento cancellato dalla corte di cassazione, mentre il pubblico ministero chiede l’archiviazione del procedimento per diffamazione: a marzo prossimo sarà un giudice a decidere in seguito all’opposizione dell’imputato.

    Eloquenti le parole della giornalista, il 3 maggio ’21, una settimana dopo l’arresto e cinque mesi prima del via al processo.

    <<Leggo di una petizione ‘solidarietà al vescovo Gisana’, ma solidarietà di che? Che ha offerto 25 mila euro della Caritas alla famiglia della vittima? Che ha ammesso che sapeva delle violenze seppure quando Rugolo era seminarista e, dunque, ampiamente maggiorenne, e la vittima era certamente minorenne? Solidarietà perché ha provato ad insabbiare tutto? Solidarietà perché non avendo sospeso il parroco, come dice invano il ‘Motu proprio’ di Papa Francesco, dopo che era venuto a conoscenza del reato, non ha impedito che altri ragazzi venissero abusati? Mi chiedo perché di fronte a queste prove, che non ho certo costruito io, la Chiesa continui a coprire. Ho atteso ore per incontrare l’avvocato di Rugolo. Ho atteso perché, credo giusto sentire tutti i protagonisti. Ho atteso perché volevo raccontare l’altra faccia della medaglia. Ma mi interrogo a cosa serva raccontare una verità che sembra non incidere. Faccio la giornalista da trent’anni, da oltre trenta lavoro per l’Ansa. Mi sono occupata di tantissimi casi, brutti, pieni di orrore ma mai mi ero imbattuta in un caso in cui le evidenze dei fatti fossero negate così. Per prima cosa c’è un arresto. La procura non chiede, né un giudice dispone, un arresto così, a cuor leggero. Ci vogliono fatti gravi, che siano comprovati. E poi c’è l’inchiesta che racconta l’orrore allo stato puro. Questi i fatti che coinvolgono il vescovo della diocesi di piazza Armerina Rosario Gisana, due monsignori di Enna, e tanti e tantissimi preti ad Enna ed in tutta la diocesi. E questi sono responsabili come e quanto Rugolo. Che si sarebbe potuto fermare e forse aiutare. Dunque cari parroci, animatori parrocchiali, chierici, perpetue, monsignori e quanti altri che state condividendo anche sui gruppi privati la petizione di solidarietà a Rugolo, guardate dentro, interrogatevi sul perché venti o quarant’anni fa anni fa avete indossato quell’abito e provate a servire quel Dio che ora vi guarda con dolore. Non il vostro. Ma quello delle vittime che state sacrificando per il potere, per l’indifferenza, per l’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi>>.

    Le petizioni con migliaia di firme di solidarietà

    al sacerdote abusatore e al vescovo insabbiatore

    In quel periodo scatta una petizione sia in favore del vescovo che dello stesso parroco imputato. Firmano volentieri migliaia di fedeli, sicchè vien da chiedersi: ‘fedeli’ a cosa? Al vescovo ‘insabbiatore’ e al parroco’ abusatore’ arrestato per violenza sessuale in danno di minori? Non certo fedeli alla verità che peraltro, in relazione ai fatti contestati a Rugolo, solo chi non volesse non vedeva: almeno in riferimento ai comportamenti esibiti, al di là della sentenza di colpevolezza o meno che scaturirà dal processo penale.

    Altro che ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio pontificio entrato in vigore due anni prima dell’arresto di Rugolo e tre anni dopo che Gisana sia a conoscenza delle accuse. E che introduce precise procedure interne alle quali <<i vescovi devono attenersi rigidamente nel caso di una denuncia, anche anonima, che riguardi episodi di molestie sessuali da parte di un sacerdote>>. E qui, stando alle imputazioni, non si tratta di molestie, ma di atti reiterati di violenza sessuale.

    Al contrario Rugolo e Gisana sono impegnati a ricevere attestazioni di solidarietà per la loro condotta: di asserita violenza il primo, di insabbiamento delle denunce il secondo.

    Ovviamente non tutti i ‘fedeli’ sono uguali e tanti altri, al contrario, proprio perché prendono sul serio il provvedimento di papa Francesco, si chiedono, stupiti, perché un pontefice come lui lasci indisturbato quel vescovo al suo posto.

    Petizioni e querele le armi in campo. Delle prime abbiamo detto. Quanto alle seconde Rugolo, con i soldi dell’otto per mille come vedremo, ne scaglia una anche al presidente della rete ‘l’abuso’ ed anche in questo caso la procura (di Savona) chiede l’archiviazione ma il querelante, sempre a spese dei fedeli, si oppone: deciderà il giudice delle indagini preliminari. Presidente dell’associazione, che ha sede in Liguria ed è parte civile nel processo di Enna, è Francesco Zanardi il quale, vittima da bambino di abusi sessuali in parrocchia, da anni si batte contro le violenze compiute da membri del clero. In questa lotta pro o contro la verità c’è poi la ‘giurisdizione interna’ con i suoi tribunali ecclesiastici che dentro la Chiesa hanno sempre la prima e l’ultima parola.

    In Liguria il caso del parroco arrestato e condannato, tornato a dir messa

    proprio laddove aveva violentato una bambina: <<la Chiesa è sovrana>>

    Per esempio, per restare in Liguria, suscita ancora scalpore il caso del sacerdote Luciano Massaferro, riapparso tre anni fa a celebrare la messa in una parrocchia della stessa diocesi (Albenga, considerata refugium peccatorum di preti pedofili, uno dei tanti) in cui aveva violentato una bambina di undici anni. La condanna definitiva, a sette anni e otto mesi di reclusione inflittagli dalla giustizia penale italiana con interdizione perpetua dai pubblici uffici, una volta scontata la pena, non è bastata – vigente il Motu proprio di papa Francesco – ad impedirgli di tornare a celebrare l’eucaristia nello stesso luogo in cui aveva commesso quei turpi crimini. E ciò perché il tribunale ecclesiastico, dopo la sentenza dello Stato italiano, invece lo assolve perché ai giudici in abito talare <<non risulta che don Massaferro abbia commesso i delitti ascritti>>: cinque parole di … motivazione senza motivazioni, punto. Una sorta di aristotelico ipse dixit nelle tesi di Averroè. Con tante lodi allo stupratore, insieme al caldo invito a proseguire.

    Infatti il vescovo, pur dopo una serie infinita di scandali abbattutisi su quella diocesi, spiega: <<Don Massaferro non sarà più parroco perché è interdetto dai pubblici uffici, ma può dir messa perché la Chiesa è sovrana>>.

    L’assoluzione ecclesiastica di questo prete, che per la giustizia italiana è un pericoloso pregiudicato per avere violentato una bambina, all’interno della Chiesa cattolica è l’epilogo ‘regolare’ di vicende di questo tipo. Esiti diversi sono una rara eccezione.

    Rugolo, sentenza penale a novembre ma la ‘giustizia’ ecclesiastica

    lo ha già prosciolto. E i pessimi esempi sono sempre la regola

    Tornando al caso-Rugolo, l’imputato, per la giustizia italiana sarà giudicato dal tribunale di Enna con la sentenza prevista il 7 novembre prossimo. Tale sentenza, se anche fosse di assoluzione, sarebbe comunque la risultante di un dibattimento che, sia rispetto ad un rudimentale e laico ethos morale che soprattutto ai valori della Chiesa (se li prendiamo sul serio), lo ha già condannato con infamia senza appello. Eppure egli è già stato assolto dalla cosiddetta giustizia ecclesiastica. Con una decisione di non luogo a procedere perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque ritenuti non di pertinenza della congregazione per la dottrina della fede.  Da rilevare che, come chiariscono in proposito le norme del diritto canonico (qui), l’asseritamente esclusa pertinenza è segno di comprovata sussistenza dei fatti oggetto d’accusa: eppure quel parroco esuberante risulta canonicamente ‘prosciolto’ e rimane libero di dare sfogo alle sue pulsioni sui minori a lui affidati.

    Come chiarisce il testo di cui al link sopra richiamato, la cosiddetta ‘indagine previa’ dà il via al procedimento. Nel caso di quello riguardante Rugolo avviene anche che la sua vittima, come da essa dichiarato in dibattimento, prima di trovarsi costretta a rivolgersi alla magistratura penale italiana, <<sin dai primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa>> segnali <<un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». L’ennesima denuncia caduta nel vuoto, come tutte le altre.

    A Gela, la città più popolosa della diocesi, un carabiniere, catechista della chiesa madre – rivela l’inchiesta di Federica Tourn sul tema ‘la violenza nella chiesa’ pubblicata dal quotidiano Domani – è sotto processo per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela>>. Quell’inchiesta esce su Domani il 14 novembre 2022, quattro giorni prima che la Cei (Conferenza episcopale italiana) affronti il tema in occasione della giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Interpellato dal quotidiano nell’occasione Gisana preferisce non rispondere.

    In diocesi e parrocchie tanti nipotini-epigoni del don Gaetano di Todo modo,

    e per Gisana <<è una fortuna che la vittima non abbia denunciato>>

    Il processo-Rugolo porta alla luce una realtà che sembra popolata da tanti nipotini del don Gaetano tratteggiato da Leonardo Sciascia in Todo Modo. Realtà che non è certamente presente solo a Piazza Armerina ma che qui questo accidentale dibattimento fa emergere forse senza troppi veli. Da un’intercettazione letta in aula si apprende che un sacerdote ha abusato di un minorenne, in seguito divenuto prete. Nella telefonata Gisana dice espressamente  <<è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato (sic! n.d.r.) perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale>>: la pena massima, come quella comminata all’innocente Nello Dell’Agli il quale però non aveva fatto nulla per essere accusato, né, tanto meno, condannato. Sembra che secondo questi uomini di chiesa investiti d’alta responsabilità debbano essere condannati gli innocenti e prosciolti i colpevoli: meglio se con la minore fatica offerta in dono da una mancata denuncia. E se il dono spontaneo non c’è, pazienza, lo si acquista o lo si ottiene con ogni mezzo.

    Dinanzi al tribunale il ragazzo abusato da Rugolo aggiunge: «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza. La vittima, insomma, premiata per il suo silenzio>>. E alla richiesta di spiegazioni da parte del difensore di parte civile il vescovo si sottrae di scatto: «E questo che c’entra?». E’ l’udienza fiume del 10 ottobre 2022: Gisana esita, si confonde, non ricorda. Di fronte alle contestazioni delle sue dichiarazioni intercettate e rilette in aula si contraddice, annaspa e il procuratore lo richiama più volte ammonendolo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    E’ incredibile come tutto questo emerga unicamente perché in un caso, uno solo dei tanti (altrimenti non sapremmo niente) la vittima non si sia fermata all’uscio della ‘sua’ chiesa, dopo avere bussato per sette anni invano alla porta e abbia finalmente cambiato strada e scelto l’indirizzo giusto: la magistratura penale che in territorio italiano (dove si trovano Enna e Piazza Armerina che, come ogni canonica e sacrestia in Italia e nel mondo, non sono zone franche né repubbliche sovrane) ha competenza esclusiva nell’accertare e perseguire i reati. Da quarant’anni è così anche per il diritto canonico, da quando nel 1983 viene abolito il privilegium fori che, da Costantino in poi per oltre mille e seicento anni, ha sottratto i chierici alla giurisidizione, civile e penale, del giudice statale.

    E senza di quella denuncia all’unico giudice dimostratosi degno, non sapremmo neanche come vengano utilizzati i fondi dell’otto per mille, un miliardo di euro l’anno donati alla Chiesa cattolica dai contribuenti italiani.

    Soldi dell’otto per mille per la difesa del prete imputato di abusi sessuali

    e per l’avvocato del vescovo-testimone (che bisogno ha del legale?)

    Dal processo di Enna si apprende che Gisana <<ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta>>. Inoltre le spese legali di Rugolo e l’anticipo di quelle per l’avvocato del vescovo: altri venti mila euro, prelevati sempre dai fondi dell’otto per mille, mentre i 25 mila euro per il silenzio della vittima come abbiamo visto, se il supposto accordo fosse andato in porto, sarebbero stati prelevati dalle casse della Caritas e versati in contanti.

    Singolare anche pagare migliaia di euro per un avvocato di cui Gisana non dovrebbe avere bisogno. Egli non è indagato ma solo testimone: se avesse a cuore solo la verità e la tutela delle vittime di eventuali abusi, nonché i giusti interessi della diocesi (i quali non dovrebbero potere risiedere in nient’altro che nella verità e in tale tutela), che bisogno avrebbe di un legale per rendere testimonianza nel processo intentato dallo Stato italiano contro un prete accusato di abusi sessuali su minori?

    Lo scudo della confessione, da sacramento a strumento di omertà

    e menzogna giudiziaria: le istruzioni a Gisana dal consigliori in Vaticano

    Qualche risposta alla domanda ce la dà un altro tema scabroso emerso dal processo: lo scudo giudiziario della confessione, ‘sacramento’ ridotto a strumento di omertà e menzogna giudiziaria. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, Gisana dichiara di non avere avuto altre segnalazioni a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Antonio Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo già nel 2015 è andato da lui a denunciare abusi ad opera dello stesso don Rugolo.

    Le intercettazioni ci consegnano un vescovo preoccupato per questa sua reticenza, tanto da sentire il bisogno di parlarne con il fidato vicario Rivoli e concordare la strategia più utile per celare la verità: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Ma non si sente totalmente tranquillo e cerca, prima e dopo l’interrogatorio, ulteriori consigli e rassicurazioni. Che trova – documentano le intercettazioni –  in un tale don Paolo il quale risponde da un’utenza del Governatorato di Città del Vaticano. Il prezioso consigliere pontificio prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di quell’ulteriore denuncia del 2015, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore – ricostruisce Federica Tourn nell’inchiesta di Domani –  il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di avere parlato con il ragazzo il quale gli ha segnalato gli abusi ma, appunto, solo in confessione, ma la circostanza è smentita in udienza dall’interessato: <<no, non solo in confessione, anche in un colloquio privato, in curia>>.

    Il campione di lotta alla pedofilia don Fortunato Di Noto invita il vescovo

    a vigilare, non sull’abusatore ma sulla vittima: “traccia i colloqui”

    Le indagini degli inquirenti e l’impietoso bagno di realtà offerto dalle intercettazioni ci consegnano un campione di lotta ai crimini della pedofilia e della pedopornografia come don Fortunato Di Noto, il missionario delle periferie digitali, nella veste di ‘spalla’ del vescovo insabbiatore. Intercettato dice a Gisana <<ti voglio un bene dell’anima>> e gli consiglia << vigilanza>>. A tutela dei minori abusati e contro gli abusatori? Non proprio. E’ lui stesso a spiegare al vescovo su cosa e in che modo debba essere vigile: <<se ci riesci traccia almeno i colloqui (con Messina, la vittima di Rugolo, e la sua famiglia, n.d.r) perché questi qua come stanno montando la cosa, capisci…>>.

    I guai per Gisana sono sempre in agguato, forse al di là delle sue colpe. Ce lo dicono sempre le intercettazioni, pur nel breve periodo in cui esse sono eseguite. Apprendiamo così che un giorno gli chiede udienza, tramite il fido vicario Rivoli, un colonnello dei carabinieri, Saverio Lombardi, all’epoca al vertice del comando provinciale di Enna. Un incontro riservato al quale l’ufficiale si presenta in abiti comuni. Motivo e tema dell’incontro? Lo spiega Gisana agli inquirenti: <<Lombardi venne a suggerirmi di cambiare avvocato in quanto quello che avevo era coinvolto in un’inchiesta per associazione mafiosa>>. Parola di colonnello il quale però – apprendiamo da Gisana – non offre i suoi servigi disinteressatamente ma chiede qualcosa in cambio: i favori del vescovo per entrare nell’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro.

    Vero o no che il legale di Gisana, prescelto pare su indicazione di Rivoli, sia coinvolto in indagini per mafia, inquieta la richiesta dell’ufficiale, poi trasferito a causa dell’improvvida missione in curia e processato per corruzione: inquieta non tanto per lui, quanto per il vescovo.

    L’ufficiale dei carabinieri, il vescovo e i cavalieri del santo sepolcro:

    ordine ridotto ad una specie di P2 con affaristi, mafiosi e uomini di chiesa

    La storia e numerosi atti d’indagine, nonché relazioni di commissioni parlamentari antimafia, dicono che, almeno in Sicilia, dagli anni ’70 del secolo scorso e fino a tempi recenti, l’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro è una specie di P2, una stanza degli scambi tra affaristi di ogni tipo, alti prelati, mafiosi, politici, uomini dello Stato: a decine colonnelli, generali, questori, prefetti. A lungo ne è luogotenente Arturo Cassina, monopolista quarantennale degli appalti pubblici a Palermo in ‘quota mafia’ ai tempi della Dc di Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, nonché pilastro a Palermo della rete stesa da Cosa nostra nelle cui trame è possibile imbattersi nel parroco mafioso Agostino Coppola o nel vescovo in odor di mafia (di Cefalù e poi di Monreale) Salvatore Cassisa il quale dei cavalieri del Santo sepolcro ne è all’epoca grand’ufficiale.

    Giovanni Falcone colloca questi improbabili ‘difensori della cristianità’ in un sistema di potere marcio che comandava più d’ogni altro a Palermo. Le sue parole, diversi anni dopo la morte, ispirano alle vedove di mafia Agnese Borsellino e Rita Bartoli Costa, nonché alla sorella Maria Falcone un accorato appello al Vaticano perché ripulisca quell’ordine, chiudendo le porte girevoli del transito interno con la mafia e ciò che rimane della P2, facendone cessare la disinvolta coabitazione: appello inascoltato.

    Non sappiamo cosa Gisana abbia risposto a quella richiesta di raccomandazione dell’ufficiale dei carabinieri, né se l’abbia assecondata, ma certo è che alcuni guai lo raggiungono senza che si possa dire che abbia fatto poi così tanto per procurarseli. Come, c’è da presumere, nella vicenda dell’arresto per corruzione, a maggio 2022, di don Giovanni Tandurella, parroco della cattedrale di Piazza Armerina sede del vescovado, che egli tre anni prima ha nominato e poi, nonostante da tempo si sappia delle indagini, mantenuto nel prestigioso incarico fino all’arresto. Quando viene indagato, quel parroco così importante nella diocesi si dimette solo dalla gestione dell’otto per mille che è nelle sue mani. L’inchiesta ruota intorno alla gestione della casa d’ospitalità ‘Antonietta Aldisio’ di Gela, l’ex Opera pia oggi istituto pubblico d’assistenza e beneficenza, e riguarda quindici indagati, con il parroco in posizione centrale a rispondere, per dei lasciti utilizzati a fini personali, anche di falso, circonvenzione d’incapace, appropriazione indebita, riciclaggio.

    E’ lecito definire relazioni sessuali quelle tra un prete e minori?

    L’inciampo di Gisana che gli costa anche l’accusa di omofobia

    In questa stessa categoria di guai  per così dire ‘preterintenzionali’ possiamo collocare l’effetto di certe dichiarazioni sul conto degli omosessuali. Le riprende Federica Tourn nella sua inchiesta dopo che esse risuonano in dibattimento.

    A differenza delle versioni ufficiali <<al telefono con sacerdoti amici – annota la giornalista – è però tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo>>

    E qui torniamo all’intercettazione: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri – dice Gisana – veniamo da Marte, sono fatti così: amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta».

    Una frase detta per minimizzare, forse, la portata del caso che però la vittima di Rugolo segnala al tribunale come discriminatoria: «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omosessuali. Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».
    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni ’80, quando era un giovane prete ordinato da poco – dà atto Federica Tourn – aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale» testimonia Carmelo Roccasalva, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non ha ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana gli mette a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del ‘Santissimo crocifisso della buona morte’ a Catania. È talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile – conclude Tourn – far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalva con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Quante tegole su Gisana: l’arresto del sacerdote, frate francescano

    che in convento nasconde soldi in contanti, armi e passamontagna

    Cinque mesi dopo l’arresto del parroco della cattedrale di Piazza Armerina Giovanni Tandurella, il 13 ottobre 2022 ecco una nuova tegola sulla testa del vescovo: l’arresto di un altro sacerdote della diocesi, Rosario Buccheri, ex carabiniere, francescano dell’ordine dei frati minori conventuali che ad inizio dell’anno Gisana nomina cappellano del carcere di Enna. Proprio in questa funzione viene sorpreso a cedere ad un detenuto un panetto di hashish. E nella sua stanza in convento gli vengono sequestrati un fucile a canne mozze con matricola abrasa, una pistola, tantissime munizioni, un taser, un passamontagna e 35 mila euro in contanti. Difficile pensare che siano il ricavato di elemosina, risorsa naturale e preziosa – fin dalla regola del 1223, esattamente ottocento anni fa – di questo ‘ordine mendicante’ fondato da Francesco d’Assisi.

    Tornando alla linea principale del percorso seguito, riprenderemo nella prossima puntata il filo, anche cronologico, dei fatti del cosiddetto affaire-Salonia. A conclusione di questa digressione dettata dalle figure in campo e – in questo caso soprattutto – dalla bufera giudiziaria del caso-Enna che investe il vescovo Gisana, è giusto ricordare che tutto ciò accade – rectius, continua ad accadere – anche dopo e nonostante i passi importanti compiuti da papa Francesco rispetto ai predecessori. Abbiamo citato il Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ che fa cadere l’obbligo del segreto sugli abusi: ‘semplicemente doveroso’ si deve osservare. Ma come è stato possibile che tale obbligo avesse legittimazione e sanzione pontificia fino al 2019, settimo anno del papato di Bergoglio che comunque ha il merito di averlo rimosso, mentre i predecessori lo hanno sempre pervicacamente mantenuto?

    Da due anni peraltro nelle chiese locali il 18 novembre si celebra la Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili: istituita nel 2021 in corrispondenza della Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.

    Nel contempo in alcune diocesi si coglie un fermento positivo di cambiamento con iniziative, centri di ascolto, l’uso aperto di parole nuove, sensibilizzazione delle vittime alla denuncia, nonchè del clero a cambiare abitudini, con l’ausilio di dati, dossier statistici, percorsi tracciati e direttive da parte di organismi vaticani in coerenza con il nuovo corso annunciato. Ma in tante altre realtà, centrali e locali, si continua a remare nella stessa direzione di sempre.

    In proposito il focus sulla diocesi di Piazza Armerina risuona impietoso, forte e chiaro, come un allarme angosciante e rivoltante: sarebbe un errore considerarlo una spiacevole eccezione e non, quale invece è, la spia di un fenomeno ordinario, capillare e diffuso in gran parte delle 226 diocesi, delle 25 mila parrocchie e delle cento mila chiese italiane. Esso ci racconta molto anche sul tema generale della vera realtà interna della Chiesa, della sua comunità, delle sue lotte interne tra certe spinte al bene e vecchie, oscure, ciniche logiche di potere capaci di piegarlo con ogni delitto. Tra i più gravi e imperdonabili figura quello delle violenze e degli abusi sessuali su minori e persone fragili, nonchè della sistematica copertura dei responsabili come regola immutabile di vita e di sopravvivenza: ecco perchè si è resa necessaria, sul tema della giustizia (inGiustizia Vaticana), questa tappa nell’inchiesta partita dall’ingiusta condanna canonica di un sacerdote e approdata a quella del giallo intorno alle vicende del ‘quasi vescovo’ costretto a rinunciare al soglio episcopale, proprio per tali vicende, affiorate anche in sede penale, sulle quali il primo testimonia.

    2 – continua

  • Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    A pochi giorni dall’aggiornamento del motu proprio del papa Vox Estis Lux Mundi, una parte della chiesa siciliana il 30 marzo torna a occuparsi di abusi, con un convegno organizzato alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni Evangelista di Palermo dal titolo “La tutela dei minori e delle persone vulnerabili: un impegno comune”.

    Una parata di nomi illustri, del calibro dell’arcivescovo della città Corrado Lorefice, a cui è affidata l’introduzione, per proseguire con padre Andrew Small, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, e con l’arcivescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Cei, che parlerà dell’impegno della chiesa cattolica a partire dal primo report sulle attività di tutela dei minori diffuso lo scorso novembre.

    Un dossier a dir poco parziale e poco rappresentativo della realtà italiana perché, come abbiamo raccontato su Domani il 17 novembre, prende in esame soltanto l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto di 158 diocesi su 226 nel biennio 2020-21.

    L’obiettivo del convegno è ambizioso: partire da una riflessione sulla chiesa universale per concentrarsi sulle azioni di quella italiana e infine dare voce alle esperienze locali.

    Un’iniziativa voluta dalle diocesi di Palermo, Monreale, Cefalù, Trapani e Mazara del Vallo con il patrocinio, fra gli altri, del Servizio nazionale per la Tutela dei minori della Cei.

    Peccato che non si sia pensato di coinvolgere altre diocesi dell’isola, come Piazza Armerina, che pure manda i suoi seminaristi a studiare nell’istituto palermitano.

    Proprio la diocesi di Piazza Armerina, in realtà, avrebbe molto da dire sull’abuso clericale, anche se non può certamente vantare una gestione esemplare del problema.

    A Enna, dal 7 ottobre 2021 è infatti in corso il processo a don Giuseppe Rugolo, un sacerdote molto popolare nella città dell’entroterra siciliano, oggi accusato di violenza sessuale su tre minori.

    Una vicenda ricca di colpi di scena che coinvolge diversi personaggi, non ultimo il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, intercettato, prima ammette di aver insabbiato gli abusi di Rugolo e poi cerca di salvare capra e cavoli (sé stesso e la diocesi), con totale indifferenza per le vittime (come riportiamo su Domani del 14 novembre).

    Una storia che svela sempre nuovi capitoli: durante l’ultima udienza del 14 marzo, infatti, si è arricchito l’elenco degli insulti del vicario generale della diocesi Nino Rivoli che, in un’intercettazione riportata in aula, apostrofa con l’epiteto di “bestia” don Giuseppe Fausciana, l’unico sacerdote che a Enna si è fatto portatore della denuncia della vittima di Rugolo, Antonio Messina.

    Don Rivoli, nel suo tormento per la spinosa situazione in cui si è venuto a trovare il vescovo, durante numerose telefonate intercettate dagli inquirenti non aveva risparmiato insulti all’imputato, definito «buttana» e «questa troia», mentre Messina – il ragazzo che ha subito violenza sessuale quando era minorenne – è addirittura un «bastardo».

    QUANTI SONO COINVOLTI?

    La novità più eclatante del processo Rugolo, però, non è certo il turpiloquio del vicario o l’incresciosa gaffe di un altro sacerdote locale, don Pietro Spina, che in aula definisce «affettuosità» ogni atto sessuale che prescinde dalla penetrazione, ma l’inquietante realtà dei pedofili alla corte di monsignor Gisana: sacerdoti e catechisti dai trascorsi non proprio immacolati, il cui numero cresce ad ogni udienza.

    Infatti, ogni volta che Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di parte civile, incalza i testimoni sui casi di abuso, in tribunale cala il gelo.

    Il 10 ottobre era già emerso il nome di un altro prete che aveva abusato di un minorenne: entrambi, l’abusatore e la sua vittima, sono oggi parroci della diocesi.

    Il vescovo Gisana sapeva tutto, come si evince dalle intercettazioni, cosi come sapeva di un sacerdote di Gela, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza su una ragazzina.

    Nell’ultima udienza del 14 marzo Gela si conferma una piazza “calda”: non solo annovera un catechista arrestato per violenza sessuale aggravata, al momento sotto processo, ma anche un educatore di 32 anni, che avrebbe abusato per anni di un ragazzino, oggi ventiduenne.

    Come emerge dalle indagini difensive svolte anche dall’avvocata Parasiliti Molica, la vittima aveva denunciato più volte gli abusi al vescovo ma Gisana non è mai intervenuto.

    In aula, è sempre l’avvocata di Messina a chiedere conto di questo educatore a un reticente don Vincenzo Murgano: il prete, vicario giudiziale della diocesi e (cosa ancora più grave), responsabile del Servizio di tutela dei minori fino al dicembre 2022, riconosce alla fine di non aver mai preso provvedimenti per i casi di abuso di cui era a conoscenza.

    «Ha detto candidamente che sapeva da tempo di don Iannì, ben prima che fosse processato – riporta Antonio Messina – e per quanto riguarda gli altri nomi fatti in aula ha sostenuto invece di non essere mai stato informato dal vescovo, pur essendo il responsabile incaricato per la tutela dei minori».

    Monsignor Gisana, quindi, sa dei preti pedofili di casa propria ma non parla nemmeno con la persona deputata ad occuparsene.

    Se don Murgano tace sui pedofili della diocesi, in compenso parla, e molto, con Rugolo.

    In udienza emerge infatti che Murgano era il consigliere personale del giovane prete, quando già questo era sottoposto all’indagine ecclesiastica (poi conclusa con un “non luogo a procedere” perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque non ritenuti di pertinenza della Congregazione per la dottrina della fede).

    Fra messaggi e telefonate, i due si sentono ogni giorno e don Murgano incita Rugolo a controllare Antonio Messina sui social, oltre a sobillarlo contro don Fausciana, la “bestia”, colpevole di sostenere la vittima e coinvolgerla nelle attività pastorali.

    La prossima udienza in calendario il 4 aprile, con 21 nuovi testimoni chiamati a deporre, promette di scaldare ulteriormente gli animi.

    Intanto si avvicina la Pasqua e la processione del venerdì santo, particolarmente sentita in città, vedrà in testa don Murgano, in quanto parroco della Chiesa madre e assistente spirituale di ben quattro confraternite cittadine, quasi a rassicurare i fedeli che nulla è cambiato.

    L’imbarazzante quadro della curia che emerge dal processo a don Rugolo, gli opposti schieramenti pro e contro don Fausciana e soprattutto le complicità della gerarchia, monsignor Gisana in primis, cominciano però a pesare non poco sul contesto cittadino.

    Intanto a Palermo va in scena lo spettacolo delle buone intenzioni della Chiesa contro gli abusi, con il provvidenziale supporto della nuova versione di Vox Estis Lux Mundi.

    «Il timore – commenta Marida Nicolaci del coordinamento Italy Church Too e docente della stessa Facoltà che ospita il convegno – è che si punti sulla prevenzione futura lasciandosi alle spalle il passato, senza farsi carico delle esigenze di una giustizia autenticamente riparativa, che implica il riconoscimento delle cause sistemiche del danno e il risarcimento delle vittime».

    Se il convegno palermitano appare come un’operazione politica per ripulire l’immagine della chiesa siciliana e smarcarsi dai guai della diocesi di Piazza Armerina, non si può dimenticare che lo stesso don Murgano, che sta facendo clamore a Enna più per le sue reticenze che per le sue rivelazioni, è anche lui un docente della facoltà teologica.

    Così come ci sarà anche don Fortunato di Noto che, oltre ad essere il presidente dell’associazione Meter contro la pedofilia, è anche il direttore del Centro di ascolto del Servizio regionale della tutela dei minori della Cei.

    Don Di Noto non manca mai quando si tratta di far vedere il volto della chiesa che lotta contro gli abusi, ma è anche presente nelle intercettazioni agli atti del processo a Rugolo, mentre parla accorato con Gisana: «Ti voglio un bene dell’anima», dice al vescovo, e gli consiglia «vigilanza».

    «Se ci riesci, traccia almeno i colloqui», aggiunge, riferendosi agli incontri con i Messina, «perché questi qua (la vittima e la sua famiglia, ndr), come stanno montando la cosa, capisci…».

    Palermo, in fin dei conti, non è poi così lontana da Enna.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/pedofilia-le-buone-lezioni-e-i-cattivi-esempi-della-chiesa-nella-sicilia-degli-scandali-j9ensgwh

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • IL GATTO E LA VOLPE: CEI E STATO A BRACCETTO NEL “NUOVO” OSSERVATORIO SULLA PEDOFILIA

    IL GATTO E LA VOLPE: CEI E STATO A BRACCETTO NEL “NUOVO” OSSERVATORIO SULLA PEDOFILIA

    Ludovica Eugenio – 41069 ROMA-ADISTA. «La nostra partecipazione a questo tavolo per parlare insieme di prevenzione degli abusi è una pagina nuova che si apre nella prospettiva di un cammino consapevole in sinergia, volto a costruire una comunità educante e sicura»: così ha esordito mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), a un incontro dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile, organismo statale istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, il 5 maggio; incontro svoltosi alla presenza della ministra per le pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, durante il quale è stato approvato il “nuovo Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale minorile” e che ha svelato, così, con l’ingresso della Cei in un’istituzione dello Stato, la strategia dei vescovi per fare fronte alla questione improcrastinabile degli abusi nella Chiesa.

    Tutto bene? No. La netta impressione è che la Cei voglia minimizzare la suddetta questione aderendo a una operazione preventiva che non prevede, come prerequisito, una rigorosa indagine sul pregresso: «Alla Chiesa che è in Italia – afferma il segretario Cei – stanno a cuore la sicurezza e la salvaguardia dei piccoli e dei vulnerabili. Ci adoperiamo a ogni livello per una responsabilizzazione attiva, avviando una serie di misure, di prassi e di attività formative, volte a contrastare possibili abusi in ambito ecclesiastico». “Possibili”, quindi non riconosciuti come reali. La Chiesa italiana, insomma, sembra prendere le distanze dalla piaga sistemica che la abita, e non è certamente un buon segnale.

    Un ufficio fantasma

    L’Osservatorio, istituito nel 2007, non ha mai realizzato la banca dati promessa per il monitoraggio del fenomeno e le azioni di prevenzione e repressione ad esso collegate», ha scritto su Left a dicembre 2021 Federico Tulli. E nemmeno la «relazione tecnico-scientifica annuale a consuntivo delle attività svolte». Dal 2007 al 2021, riferiva Tulli, «l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia ha funzionato di fatto solo pochi mesi nel 2020 e al momento non è possibile sapere quando riprenderà l’attività dato che anche il sito è offline».

    Il 5 maggio viene rianimato. Presieduto dal Capo del Dipartimento, Ilaria Antonini, è composto da rappresentanti designati dall’Autorità politica con delega alla famiglia e alle pari opportunità, da rappresentanti delle amministrazioni centrali, delle forze dell’ordine e delle associazioni nazionali operanti nel settore. Partecipano, inoltre, come invitati permanenti, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e, ora, la Conferenza episcopale italiana.

    «La Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia – ha enfatizzato la ministra Bonetti, che ammette il non brillantissimo, fin qui, cammino dell’Osservatorio, riconoscendo di averlo ora «ricostituito» – ricorda a tutto il Paese la responsabilità urgente, per la nostra comunità nazionale, di contrastare crimini odiosi contro l’infanzia, che prosperano nella solitudine, nell’esclusione sociale e nel silenzio delle comunità e dell’opinione pubblica». E parla di «potenziare la prevenzione, investire con ancora più coraggio nell’educazione, garantire il monitoraggio e la condivisione dei dati, mettendo in campo tutte le competenze e gli strumenti necessari per intercettare abusi e violenze sin dai primi segnali e attivare subito percorsi di sostegno per le vittime».

    L’Osservatorio, «che ho ricostituito», oggi compie un «passo nuovo nel contrasto alla pedofilia, rafforzando le sinergie tra i diversi livelli istituzionali per riuscire insieme a garantire con concretezza i diritti delle bambine e dei bambini». E vengono illustrati metodi e obiettivi: l’integrazione, tramite il lavoro di 4 gruppi tematici («iniziative di sensibilizzazione e formazione; interventi in favore di vittime e autori; sicurezza nel mondo digitale; sviluppo e condivisione banche dati»), del Piano nazionale per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva predisposto dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, avvalendosi per questo della partecipazione di «un gruppo di circa 70 ragazzi e ragazze, provenienti da istituti scolastici, strutture di accoglienza per minori, associazionismo ricreativo e sportivo, che hanno formulato le proprie raccomandazioni sui temi dei gruppi di lavoro».

    E le vittime di abusi? Non pervenute. D’altronde, nell’ottobre 2016, a seguito di un’istanza nella quale si chiedeva l’inserimento della Rete di vittime L’Abuso all’interno dell’Osservatorio, l’ufficio rispondeva rigettando la richiesta, spiegando che i posti previsti per le tre associazioni di settore (Telefono Azzurro, Terre des Hommes e Save the Children) erano già tutti occupati. Tranne poi trovare una collocazione a una quarta, la METER onlus di don Fortunato Di Noto, su designazione diretta dell’allora ministra per le Pari Opportunità Maria Elena Boschi, e in deroga allo “statuto”: le associazioni che comparivano sul sito del ministero erano quattro.

    Le vittime: «Il salvagente del Governo alla Cei»

    Tanti gli “slogan” – prevenzione, protezione, promozione; educazione, equità, empowerment – ma sia nel comunicato stampa della Cei quanto in quello del Ministero è del tutto assente il termine “giustizia”. «Auspichiamo – ha concluso mons. Russo – che questo comune cammino di accompagnamento e formazione non si limiti alla sola supervisione o alla fase iniziale, ma si consolidi come esperienza formativa permanente».

    Il tutto è complessivamente indigeribile per le vittime: «Lo Stato annuncia di aver lanciato il salvagente alla Cei per uscire dal problema dei preti pedofili», commenta amaramente Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. D’altronde, «le inadempienze dello Stato sono state negli anni contestate a gran voce dai sopravvissuti che, trovando nel governo un costante muro di gomma, in quanto nonostante un’interrogazione parlamentare e la successiva diffida del 19 febbraio 2018, si videro costrette a rivolgersi agli organi sovrastatali come le Nazioni Unite.

    Queste condannarono le criticità e raccomandarono all’Italia gli adempimenti da apportare alle norme (punto 21 del testo). Ma l’Italia, che lo scorso febbraio è stata denunciata la seconda volta per inadempienza all’ONU, non ha mai messo mano negli anni a quelle raccomandazioni». Dunque, per Zanardi il governo sta «tradendo ancora una volta i cittadini vittime per salvare la Chiesa»: perché «non compaiono, in un’iniziativa apparentemente rivolta alle vittime, le stesse vittime e le associazioni che le hanno rappresentate in oltre un decennio, una “svista” che già di suo dà chiara l’immagine di mera operazione di facciata».

    E compare invece la Conferenza episcopale, l’istituzione che, in tutti gli altri Paesi, «era quella su cui il governo indagava e non colei che dopo decenni di fallimenti in materia che hanno costretto i Governi a un intervento, tutto a un tratto, come sta accadendo in Italia, diventa la “consulente” dello Stato, al quale invece dovrebbe rendere conto».

    https://www.adista.it/articolo/67999

  • Pedofilia: Gli abusi ad opera dei preti. La pedopornografie. Il vuoto legislativo

    Pedofilia: Gli abusi ad opera dei preti. La pedopornografie. Il vuoto legislativo

    La trasmissione di Nadia Donato in questa puntata affronta lo scottante tema della pedofilia. La Calabria non è regione virtuosa e mentre se ne discute arrivano nella trasmissione web, Pandora di Nadia Donato, messaggi di denuncia che indicano luoghi e nomi di presunti Orchi legati alla Chiesa.

    Report francese 216 mila vittime di 3000 sacerdoti, 72 bambini per ogni prete. In Italia il vuoto legislativo fa sì che le associazioni che si occupano di violenza sui minori siano unico baluardo a favore delle vittime.

    Preoccupala crescita della pedopornografia in rete e sconcerta ancora di più il reato delle pedommame.Intervista a Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, Rete Abuso, fondatore di ECA Global, presente in 42 paesi in 4 continenti riconosciuta dalle Nazioni Unite, Don Fortunato di Noto, presidente punto di riferimento in Italia ed è riconosciuta nel mondo (dalla Cina al Giappone, dagli USA all’Europa) come una delle massime autorità nella prevenzione del disagio infantile e nella progettazione di interventi mirati ad un aiuto concreto alle vittime degli abusi sessuali, l’avvocata Annalisa Gioiello di Meter Calabria ed il giornalista Vincenzo Brunelli.

  • LOMBARDIA – Preti pedofili: 47 casi in 15 anni. Ma le vittime accusano: “Troppi i silenzi”

    LOMBARDIA – Preti pedofili: 47 casi in 15 anni. Ma le vittime accusano: “Troppi i silenzi”

    Milano – «Se serve una comunità per crescere un bambino, serve una comunità per abusarne”. Queste parole non suoneranno nuove a chi ha visto “Il caso Spotlight”, il film premio Oscar nel 2016 che racconta la storia, vera, dei preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston e dell’incredibile rete di connivenze per coprire i loro abusi. “La situazione nel nostro Paese è ben peggiore – denuncia Francesco Zanardi fondatore e presidente della Rete Abuso che attraverso un blog seguitissimo denuncia gli abusi compiuti dai sacerdoti – la storia raccontata ne “Il caso Spotlight” si basa su una rete di 78 preti pedofili, in Italia negli ultimi quindici anni tra condanne passate in giudicato e procedimenti ancora aperti siamo arrivati a quota 320″. La Lombardia, dove nello stesso periodo si è raggiunta quota 47, non è esente dall’ombra di quello che Papa Francesco lo scorso 15 maggio ha definito “una sorta di omicidio psicologico e in tanti casi una cancellazione dell’infanzia”, ricevendo in Vaticano l’Associazione Meter di don Fortunato Di Noto impegnata a contrastare la piaga della pedofilia nella Chiesa. Don Emanuele Tempesta, vicario a Busto Garolfo ai domiciliari dopo essere stato arrestato mentre era in vacanza con l’oratorio a Bardonecchia, è solo l’ultimo religioso finito nei guai nella diocesi di Milano.

    «Ci sono almeno altri quattro casi oltre a quello di don Tempesta. C’è il parroco di Inzago don Alberto Lucchina che dopo essere stato accusato di abusi si è autosospeso e ha lasciato il paese mentre l’arcidiocesi ha avviato un’indagine. Poi c’è don Mauro Galli, ex vicario della parrocchia di San Pietro a Legnano, condannato anche in appello a 5 anni e mezzo per aver abusato di un ragazzo all’epoca dei fatti quindicenne. Naturalmente i protagonisti di questa rete di violenza non sono solo i sacerdoti, all’oratorio di Cuggiono è stato allontanato un ex-seminarista di 26 anni perché accusato di pesanti molestie nei confronti di una ragazzina di 15 anni. Direi che l’arcivescovo Delpini ha un serio problema”. Eppure la Chiesa attraverso il Papa si è espressa nel segno della tolleranza zero verso la pedofilia.

    «Belle parole, ma servono i fatti. La Conferenza episcopale italiana non obbliga alla denuncia dei pedofili, concede solo la facoltà di farlo. Sarà per questo che in Italia nessun vescovo a mai denunciato un prete-orco”. Così proprio come ne “Il caso Spotlight” quando i sacerdoti vengono smascherati, anziché essere isolati e soprattutto allontanati dai minori, spesso vengono solo spostati. «Per questo sul nostro sito pubblichiamo le loro fotografie, per dare modo alle persone di ricoscerli e difendersi. Abbiamo avuto il caso di preti pedofili con condanne in giudicato che vent’anni dopo sono tornati ad accuparsi di parrocchie, ma erano irriconoscibili perché nel frattempo avevano anche cambiato il nome e il cognome. Purtroppo la pedofilia è un distrurbo della sfera comportamentale da cui non si guarisce e spesso e volentieri chi viene abusato da bambino finisce per farlo a sua volta. Io stesso, come molti dei nostri associati, sono stato abusato da un sacerdote per cinque anni e ci ho messo quasi vent’anni per elaborare ciò che ho subito”.

    Un elemento determinante il fattore tempo per chi decide di denunciare gli abusi subiti. “La legge dice che ci sono cinque anni di tempo non da quando si subisce la violenza, ma da quando si ha la consapevolezza di essere stato abusato. Per questo consigliamo a chi chiede il nostro aiuto di denunciare e promuovere una causa civile, sempre da preferire al processo canonico perché le curie che direttamente o indirettamente sono parti in causa spesso prendono tempo e insabbiano i procedimenti”. Così è capitato che chi ha scelto la via del processo canonico e ci ha ripensato si sia visto eccepire, dopo essersi rivolto alla giustizia civile, che ormai il reato era prescritto perchè i cinque anni ormai erano trascorsi. “Si calcola che in Italia le vittime di abusi da parte di religiosi siano un milione e che l’8% dei preti sono pedofili. In Francia lo stato ha reso obbligatoria la denuncia in tutti i casi in cui una persona, religiosi compresi, venga a sapere di un abuso compiuto nei confronti di un minore. Da noi il Corcordato prevede che in caso di indagini su un religioso il vescovo deve essere avvertito. Per questo tanti magistrati sono costretti a scrivere nel loro fascicolo il nome del prete solo all’ultimo momento. Se l’abuso lo compie il prete, la rete che lo protegge è molto più estesa”.
  • “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa” Come METER Onlus strumentalizza ad hoc i dati

    “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa” Come METER Onlus strumentalizza ad hoc i dati

    In un articolo a firma di Gilda Tucci pubblicato ieri, 21 settembre 2020, assistiamo allo stravolgimento più totale e strumentale di dati privi di fonte consultabile e sparati a caso in modo quasi terroristico, dove la pedofilia online – neppure tanto abilmente – viene confusa da un prete con la realtà degli abusi sessuali che avvengono in famiglia, nelle attività ricreative svolte dal volontariato e negli ambienti religiosi, dove indisturbata continua a proliferare e mietere vittime.

    Lo stesso titolo è a dir poco forviante e dà a intendere che in Europa, 19 milioni di pedofili stuprino neonati e tenendo conto del numero di vittime che un pedofilo riesce a produrre nella sua vita – in media almeno una ventina – se ne deduce che nella sola Europa esistano almeno 380.000.000 di vittime tra neonati,pre adolescenti ed adolescenti.

    Un dato totalmente in contrasto con quello divulgato da Telefono Azzurro, che parla di 18 milioni di vittime in Europa e non di 19 milioni di pedofili.

    Ben differente il dato che viene omesso e riguarda invece gli ambienti religiosi, favoriti non solo dal fatto che questi siano frequentati “per natura” da un numero ben più ampio di minori, ma anche dall’immancabile tutela che le istituzioni religiose hanno nei propri confronti e che a danno dei minori e in virtù del buon nome dell’istituzione stessa, porta al sistematico insabbiamento dei casi, tanto è vero che ad oggi, non siamo in grado di documentare un solo caso in cui un religioso, abbia mai denunciato un collega pedofilo.

    A riguardo esistono due studi, condotti tra le altre cose proprio da religiosi.

    Il primo è un monaco Benedettino, Richard Sipe, secondo il quale, un religioso, nell’arco della propria vita – anche per i motivi sopra citati – riuscirebbe a produrre una media di 200 vittime. Il secondo invece è un prete cattolico, Andrew M. Greeley secondo il quale, un religioso nell’arco della propria vita, riuscirebbe a produrre un numero inferiore ma ugualmente mostruoso di vittime, in media 50.

    L’articolo è tratto da un’intervista fatta al fondatore dell’Associazione METER, don Fortunato di Noto che ad oggi, non è noto abbia mai denunciato un solo collega pedofilo, ma che da sempre collabora con la Polizia Postale, nell’ambito della pedopornografia online.

    Ed è proprio qui che l’articolo di Gilda Tucci diventa veramente forviante e propagandistico, passando dai numeroni della pedofilia online, a quelli del clero, proponendo una sorta di paragone che minimizza l’endemico e tutt’ora irrisolto problema dei preti pedofili le cui proiezioni fatte in assenza di una quantificazione ufficiale del Goveno, come riporta IL FATTO QUOTIDIANO, parlano di una stima di 4.000 preti pedofili e 1.000.000 di vittime, solo in Italia.

    Omettendo che proprio Benedetto XVI, a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede ed indagato in Texas nel 2004, con l’accusa di intralcio alla giustizia, sfuggì a una probabile condanna, invocando l’immunità diplomatica, il fondatore di METER afferma che “ grazie a papa Benedetto XVI , per la prima volta la Chiesa  ,come Stato sovrano,  è  intervenuta in maniera forte ,chiara , trasparente ,celere e determinata attraverso leggi ,  riforme  e norme  per combattere un fenomeno enorme e sconvolgente che precedentemente aveva avuto la  complicità  di molti vescovi  e sacerdoti “.

    Affermazione che non poteva essere più falsa e disonesta tant’è che il dimissionario pontefice, dopo il totale fallimento delle sue politiche, che hanno contribuito a produrre durante il suo pontificato altre vittime, il suo successore, papa Francesco ha avviato una serie di riforme in materia, che però purtroppo (sic) restano ad unica tutela dell’istituzione, lasciando le vittime tutt’ora senza alcuna giustizia.

    Oggi infatti, anche grazie all’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli ,alla quale ha contribuito anche la Rete L’ABUSO, contenuta nel libro edito da CHIARELETTERE “Giustizia divina”, emerge che a fronte delle richieste di giustizia avanzate dalle associazioni di vittime di tutto il mondo, ad oggi ancora inevase (tranne i casi dove è intervenuta l’autorità civile), malgrado le solite bugiarde dichiarazioni del prelato di turno, che spesso si giustifica dicendo che la chiesa “sbadatamente” ha sottovalutato il problema, emerge tutta la malafede e l’inaffidabilità della stessa che, sbadatamente per le vittime, ma fortunatamente ben protettiva nei confronti dei loro carnefici, proprio ai tempi di Benedetto XVI, si organizzò per sottrarre al carcere, gli eventuali preti scoperti dalla giustizia italiana.

    Vediamo infatti che a fronte di tanta disattenzione per le vittime, ha tuttavia creato sul solo suolo italiano, ben 23 centri di villeggiatura dove i preti criminali possono scontare indisturbati, una eventuale condanna. Nulla invece per chi ha subito le irreparabili violenze.

    Secondo Di Noto “solo i potenti del mondo, coloro che hanno il potere economico e gestiscono internet,  hanno la  possibilità di fare controlli a tappeto,  informare, divulgare e documentare e con denunce  contribuendo ad individuare  vittime e  carnefici arginando il fenomeno.”

    E no don Fortunato di Noto, qui non ci siamo proprio perché tra i ricchissimi potenti del mondo, c’è anche lo Stato più ricco al mondo, quello della Città del Vaticano e papa Francesco e, se lei davvero avesse a cuore la salute psicofisica di bambini vittime della pedofilia, presserebe in quanto ministro della stessa istituzione, ed in virtù della pulizia della stessa, non solo il papa ad intervenire concretamente, ma anche il gregge di Dio, puntualmente contro le vittime ed in favore dei carnefici.

    Invece la leggiamo puntualmente, con la complicità di giornalisti senza scrupoli, fare bel viso a cattivo gioco, strumentalizzando questo dramma, con beceri specchietti per le allodole come questo.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/09/22/vi-da-fastidio-anche-meter-la-frase-shock-di-don-alessio-magoga-alle-vittime-dei-preti-pedofili/

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Gli abusi sessuali ai danni di minori sconvolgono pure la Chiesa italiana. I dati choc riportati dall’associazione Rete l’Abuso

    Duecentonovantotto consacrati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. Centoquarantaquattro sono quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Vale la pena sottolineare sin da subito come la fattispecie degli abusi possa essere estesa o considerata riferibile anche a quelli commessi – in circostanze che sembrano però essere davvero minoritarie – ai danni di quelli che la Santa Sede chiama “adulti vulnerabili”.

    In Vaticano si è parlato anche di quel genere di abusi. In specie durante l’incontro straordinario sulla protezione dei minori voluto dal vescovo di Roma, ossia il summit straordinario che si è tenuto nel febbraio del 2019. Ma il discorso, che riguarda per lo più quanto subito dai minori, non cambia: i dati, che sono stati diffusi dalla Rete l’Abuso, sono drammatici. Le stime ipotizzabili presentate dalla medesima associazione fanno riflettere con una facilità persino maggiore di quella espressa per la prima casistica: la forbice dei sacerdoti pedofili oscilla, stando a quanto si legge sul sito della realtà indicata, tra i mille, che è il numero minimo, ai quattromila, che è la cifra massima dichiarata. Sono statistiche presumibili che riguardano la nostra nazione. E il fatto che la natura di questi episodi, per ciò che concerne l’Italia, sia sporadica, rischia di essere smentito di netto.

    Il Belpaese non è stato sconvolto dal “collasso morale” – così come lo chiama Benedetto XVI – della Chiesa cattolica. Il Cile, gli Stati Uniti, l’Australia, la Francia e la Germania: sono queste le nazioni di cui abbiamo raccontato con costanza in questi anni in relazione agli abusi commessi da ecclesiastici. Per dirne una: alcune diocesi statunitensi sono fallite o quasi a causa dei risarcimenti dovuti alle vittime. Da noi non è ancora accaduto. Ma sembra appunto che l’Italia possa entrare a far parte di questo elenco: quello delle nazioni in cui la Chiesa cattolica deve affrontare, e con urgenza, la questione. Il Vaticano, anche dopo la serie di scandali che ha sollevato più di una bufera attorno a qualche alto ecclesiastico (si veda, per esempio, il caso dell’ormai ex cardinal Theodore McCarrick), non tollera più i comportamenti delittuosi degli appartenenti al clero: quando non si tratta di fumus persecutionis o di voci non confermate dalle indagini interne, ormai si tende a procedere nell’immediato con quanto previsto dal diritto canonico. Sempre che le norme siano considerate sufficienti. Ma ogni tanto si scopre di qualche sacerdote che viene “spostato” di diocesi o di parrocchia.

    La “linea della tolleranza zero” di Joseph Ratzinger, che rimane il Papa recordman per numero di consacrati “spretati”, ha avuto i suoi effetti. E Papa Francesco non è tornato indietro, anzi. Per quanto durante questo pontificato le accuse di pedofilia siano arrivate ad interessare persino il prefetto della Segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell, che ora si trova in carcere in Australia, ma che potrebbe essere giudicato in modo diverso rispetto al primo grado per il tramite dell’appello.

    Non deve stupire più di tanto, comunque sia, che l’Italia non possa definirsi estranea al “collasso morale”. Il caso del San Pio X – sul quale la Santa Sede ha indagato almeno nel corso degli ultimi due anni e per il quale è stato rinviato a processo anche Don Gabriele Martinelli, è abbastanza emblematico. Prima i libri di Gianluigi Nuzzi, poco dopo le Iene: come direbbe Jorge Mario Bergoglio, “la pentola” sembra essere stata “scoperchiata”, ma in questo caso soprattutto da fuori le mura leonine. I racconti delle presunte vittime e dei presunti testimoni sono stati fondamentali. Per quanto si debba comunque attendere gli esiti processuali. All’interno di un pre-seminario del Vaticano potrebbero essere accaduti fatti di questa tipologia e di questa gravità. Cosa potrebbe accadere, con continuità, nelle periferie, che possono non essere sottoposte a un controllo troppo serrato? Papa Francesco, in questi sei anni e mezzo di pontificato, ha ribadito qual è l’avversario da abbattere: il clericalismo. L’ex arcivescovo di Buenos Aires ritiene che siano le distorsioni dei rapporti tra i membri del clero a contribuire agli abusi sessuali.

    Il papa emerito Benedetto XVI, dal suo canto, è invece tornato sull’argomento, centrando la sua riflessione scritta sulle conseguenze dovute all’innesto dell’ideologia sessantottina all’interno della Ecclesia. Una posizione – quella del teologo tedesco – che è stata stigmatizzata dal fronte progressista. Il papa emerito ha fatto intendere come la liberalizzazione dei costumi, che ha fatto la sua comparsa in contemporanea con il 68′, abbia sconvolto l’assetto ecclesiastico. Poi c’è il cosiddetto “fronte tradizionale”, che associa il dramma della pedofilia a quella che i tradizionalisti chiamano “agenda omosessualista”. La disamina sulle cause, dinanzi certe rilevazioni numeriche, possono passare in secondo piano.

    Le stime sulle vittime: forse un milione solo in Italia

    Se è vero che di sacerdoti italiani pedofili ne esistono migliaia, allora è lecito anche parlare di migliaia di vittime L’equazione, nella sua freddezza, diviene purtroppo semplice. Citiamo tuttavia pure qualche cirfra che non può essere verificata in maniera certosina. Se non altro perché è abbastanza noto di come insabbiamenti e dubbi di natura morale – questi ultimi attribuiti spesso anche alle famiglie e non solo alle povere vittime – possano influire sia sul numero di denunce sia sulla facoltà di poter analizzare il fenomeno nella sua interezza. Il totale, insomma, è di difficile individuazione.Ma un numero di riferimento viene comunque riportato: “I minori violentati potrebbero arrivare nel nostro Paese fino al milione”, fanno presente sempre da Rete l’Abuso. Qualche Stato, come quello australiano, pensa che un modo utile a far cadere qualche muro di silenzio sia quello di legiferare sul segreto confessionale, che per certi progressisti dovrebbe venire meno. I sacerdoti, dal canto loro, segnalano come la confessione sia, in realtà, uno dei pochi strumenti tramite cui si può giungere ad avere contezza degli abusi. Quello – dicono – è il luogo in cui si trova il coraggio di parlare. Guardando bene, però, il limite vero deriva dalla mancanza di denunce, provengano queste dai sacri palazzi, dalle parrocchie, dalle vittime o dalle famiglie. Pure per questo, il Santo Padre ha deliberato sull’obbligo di segnalazione per tutti coloro che, facendo parte della Chiesa cattolica, vengono a sapere di abusi. Il Papa ha stilato Motu proprio ad hoc: Vox estis lucis mundi. Ma il sistema di prevenzione italiano funziona?

    Le zone italiane coinvolte dagli scandali legati agli abusi

    Il lavoro di Rete l’Abuso è tanto meticoloso da proporre ai lettori una vera e propria configurazione, con tanto di connotazioni e specifiche geografiche, ritraente tutti i casi per cui è corretto annotare delle certezze giudiziarie o quantomeno delle accuse in fase di accertamento. Distinguendo solo per religiosi condannati o rei confessi e per religiosi che per ora risultano essere solo indagati, si ottiene in ogni caso una conclusione choccante: tranne alcune zone, come buona parte della Basilicata, il nord della Sardegna, la striscia settentrionale dell’Emilia Romagna e una fascia consistente della Toscana, del Veneto e del Friuli, nessuna macrozona ecclesiastica italiana – su base regionale e non diocesana – può dirsi estranea a casi, presunti o no, di pedofilia. E questo, considerando quanto poco si parli degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti in Italia rispetto ad altre nazioni del mondo, raffigura già di per sé un fattore di rilievo. Un grande assembramento di sacerdoti condannati o autori di confessioni sulla pedofilia perpetrata è riconducibile al Nord Ovest: tra Lombardia, Piemonte e Liguria si conta quasi un terzo degli episodi totali. Come non far notare, poi, come la mappa si addensi proprio in prossimità del Vaticano? Uno delle ultime condanne emesse nei confronti di un sacerdote è inerente a quanto commesso da padre Pio Guidolin, che è stato condannato a 12anni di carcere. Una storia in cui c’entrerebbe pure l’utilizzo improprio dell’olio santo. Eppure, nonostante il lavoro degli inquirenti, alcune di queste storie vengono rivelate dopo anni. Francesco Zanardo, che è il presidente della Rete l’Abuso, ha reso noto come uno degli ostacoli possa derivare dai rapporti intercorrenti tra i principali enti istituzionali: “Troppo forte l’influenza vaticana, troppe le convivenze tra apparati dello Stato e gerarchie ecclesiastiche”, ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano. Come se i cosiddetti poteri forti fossero troppo legati tra di loro per poter squarciare il velo di Maya.

    L’intervento della Chiesa cattolica per la protezione dei minori

    “Dietro l’enfatizzazione degli abusi su minori compiuti da preti cattolici c’è di tutto preti spretati, teologi eretici come Hans Küng, lotte interne dei modernisti contro il papa, radicali che suonano la tromba, movimenti gay o pro choice, che vogliono far pagare alla chiesa le sue posizioni in materia etica”. A scriverlo è stato il professor Francesco Agnoli in “Chiesa e pedofilia”, un libro edito da Cantagalli e pubblicato nel 2011. La disamina di fondo è questa: la pedofilia non è affatto un unicum ecclesiastico. Una parte consistente dei cattolici non nega che la Chiesa stia attraversando un “collasso morale”, ma non accetta che “pedofilo” e “sacerdote” vengano accomunati senza pensarci troppo. I cattolici-conservatori ritengono che la distorsione della dottrina cattolica perpetrata attraverso le svolte progressiste – distorsione che avrebbe attecchito in delle correnti teologiche statunitensi durante il boom delle avanguardie degli anni 60′ e degli anni 80′ – abbia avuto un ruolo chiave nello sviluppo di atteggiamenti non conformi alla dottrina e, persino, della pedofilia. Sembra giusto, dopo aver rimarcato pure come gli ultimi due pontefici abbiano riformato la prassi – Ratzinger ha anche inasprito le norme – evidenziare come la Chiesa cattolica stessa metta in campo degli strumenti in grado di recuperare le vittime. E non solo quelle che hanno subito abusi perpetrati dagli ecclesiastici. L’esperienza guidata da Don Fortunato Di Noto, cioè la Meter Onlus, è la dimostrazione pratica di come le istituzioni ecclesiastiche siano impegnate nella protezione, ma anche nella rinascita spirituale e psicologica, delle persone abusate.

    http://www.ilgiornale.it/news/abusi-dei-preti-ecco-tutti-i-dati-choc-che-riguardano-1794416.html