Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Fossano

  • Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    La settimana del 18 novembre è dedicata alla preghiera per le vittime di abuso: è l’iniziativa che la Chiesa cattolica porta avanti dal 2020 e a cui aderisce anche la diocesi di Cuneo-Fossano, dove, come in 130 diocesi su 226, è attivo il centro di ascolto chiamato Servizio diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. A raccontare lo stato dell’arte in Italia è Ludovica Eugenio, torinese, responsabile del settimanale cattolico romano Adista e fra le organizzatrici di un recente convegno milanese sugli abusi nella Chiesa.

    “Manca una riflessione strutturata”

    «Nel nostro Paese manca ancora una riflessione strutturata sul tema – spiega -. Le vittime non trovano spazio adeguato per farsi ascoltare: fa eccezione la Rete L’Abuso (che dal 2000 ha ricevuto segnalazioni di 24 casi nella Granda, ndr), fondata da Francesco Zanardi – lui stesso vittima a 11 anni – che dal 2010 lavora per mappare i casi, individuare le diocesi a rischio, offrire sostegno psicologico e legale gratuito».

    La spinta a una maggiore consapevolezza è arrivata dalla Francia. Nel 2021 il Rapporto Sauvé, una vasta inchiesta indipendente sugli abusi nella Chiesa francese dal 1950 al 2020, ha rivelato cifre impressionanti: 216 mila vittime minorenni di sacerdoti, che salgono a 330 mila includendo i laici collaboratori delle istituzioni cattoliche. I preti coinvolti sarebbero tra 2.900 e 3.200, circa il 3% dei sacerdoti francesi del periodo. Una media che fa rabbrividire: 63 vittime per ogni abusatore.

    “La Cei rifiuta di avviare un’indagine indipendente”

    «In Italia, invece, la Cei si rifiuta di avviare un’indagine indipendente, sostenendo che qui non esista un problema sistemico – osserva Eugenio -. Eppure, una parte sempre più sensibile del mondo cattolico, spesso composta da gruppi e realtà femminili, chiede con forza più trasparenza e responsabilità».

    Secondo Eugenio, la radice del problema affonda nella concezione stessa del ministero ordinato: «Il prete, per tradizione tridentina (1546-1563), viene investito di un potere spirituale che lo colloca ontologicamente sopra i fedeli. L’identificazione eccessiva con il ruolo di “alter Christus” può generare derive di potere, soprattutto se accompagnata da una formazione insufficiente sul piano affettivo, psicologico e sessuale, e dai tabù che ancora gravano sul corpo e sull’altro sesso». Tre quarti degli abusi, spiega, avvengono in contesti di cura pastorale e direzione spirituale, spazi privi di regole codificate. «Sono relazioni profondamente asimmetriche, dove il rischio di abuso di potere è altissimo. Per molte religiose, ad esempio, il direttore spirituale è una figura a cui è dovuta obbedienza». Da qui la richiesta di codici chiari, simili a quelli in vigore nella psicoterapia: confini definiti, formazione adeguata, strumenti di supervisione. Senza una cornice regolativa, la relazione di aiuto rischia distorsioni pericolose.

    “Molti fedeli difendono i sacerdoti”

    Un altro nodo riguarda la reazione delle comunità. «Molti credenti tendono spontaneamente a difendere il sacerdote, percepito come figura sacra e quindi “oltre” il sospetto. Una idealizzazione che porta a mettere in dubbio la parola delle vittime» afferma Eugenio. Le dinamiche di potere, ricorda, trasformano la fiducia in ferita. «La Chiesa dovrebbe smettere di difendersi dalla sofferenza delle vittime e riconoscere la propria vulnerabilità. È l’unico modo per trasformarla in consapevolezza e guarigione, invece che in vulneranza e ulteriore danno».

    I centri di ascolto diocesani – 58 attivi su centotrenta, secondo Rete L’Abuso – sembrano mostrare segnali di indebolimento. «Report che da annuali diventano biennali, équipe spesso non specializzate, dati incompleti e l’assenza dell’obbligo di denuncia alla magistratura, con il rischio che i tempi si allunghino fino alla prescrizione. E non va dimenticata – conclude Eugenio -. La differenza fra diritto canonico e diritto penale: nel primo un prete abusante rischia la dimissione dallo stato clericale; nel secondo, fino a tredici anni di carcere».

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/11/22/news/abusi_chiesa_vittime_poco_ascoltate-15406374/

  • Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Nella giornata di ieri abbiamo parlato dello scabroso caso di don Carlo Occelli, sacerdote della Diocesi di Cuneo-Fossano che ha patteggiato una “pena di un anno e otto mesi per atti sessuali con minorenne consenziente”.

    A seguire è necessario analizzare come la Conferenza Episcopale della Regione Ecclesiastica Piemonte e Valle d’Aosta sta affrontando il tema della “tutela dei minori”.

    Intanto va detto che il Vescovo delegato regionale per la tutela dei minori risulta essere il Vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, il quale deve attuare in tutto il Piemonte e nella Valle d’Aosta quelle che sono le direttive che provengono dal “Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana”.

    La Conferenza Episcopale Italiana – CEI, il 18 ottobre 2025, pochi giorni fa, pubblicava un testo dal titolo “Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: l’impegno delle Chiese in Italia”. Bellissimo che si facciano parole, si producano sussidi, si scrivano chilometri di documenti, ma bisogna che la CEI faccia concretamente qualcosa per arginare la piaga delle molestie e degli abusi all’interno della Chiesa Cattolica Italiana.

    Dall’Assemblea dei Vescovi tengono a precisare: “come emerge anche dalla III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che prende in esame il biennio 2023-2024, ed è basata sul metodo della participatory action research, con il coinvolgimento di 184 Diocesi (il 94,2% del totale), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi, tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito”.

    Come mai, se c’è così tanta attenzione, una così capillare presenza, un presidio di formazione che la Chiesa sponsorizza a più canali, ci sono innumerevoli casi di appartenenti al Clero che abusano e mettono in atto condotte penalmente rilevanti sul fronte sessuale?

    Eppure – a detta della CEI, che sicuramente asserisce il vero – “i Centri diocesani godono della presenza di professionalità formate e competenti quando si tratta di ascolto e accoglienza delle vittime o di familiari: sorti sul territorio, sono in un numero circoscritto proprio per poter contare su personale qualificato e costantemente aggiornato”.

    Sarà sicuramente così ma intanto i casi di abusi ci sono e sono sempre più presenti. Jorge Mario Bergoglio aveva promesso di fare una “pulizia” nella Chiesa che si sarebbe vista. Robert Francis Prevost non ha ancora avuto tempo di iniziare le azioni di nettezza interna ai Sacri Palazzi.

    Evidentemente dalle parti di Via Aurelia, sede della CEI nella Capitale, hanno chiaro che esiste un problema ed infatti specificano che “nelle prossime settimane saranno presentati due strumenti operativi destinati agli operatori ed elaborati per uniformare le procedure a livello nazionale”.

    Si doveva aspettare la fine del 2025, o più verosimilmente l’inizio del 2026, per “uniformale le procedure a livello nazionale” ed essere più solerti ed incisivi nel consegnare alla Magistratura quei soggetti che violano l’innocenza dei minori e degli adulti vulnerabili?

    Sul tema è intervenuto il Segretario Generale della CEI, Arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, che ha spiegato come “tra le collaborazioni avviate a livello nazionale, si evidenzia la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia, contribuendo alla stesura delle schede di azione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso dello sfruttamento sessuale dei minori”. Bene, ma non benissimo.

    Bisogna fare di più.

    Non basta fare riunioni, associarsi a realtà terze, creare osservatori e luoghi di confronto.

    Bisogna intervenire, ridurre allo stato laicale quei preti che compiono abusi, arrivare in tempo quando iniziano ad esserci segnalazioni, seppur anonime, per fare le opportune “indagini previe” e poi consegnare tutto alla Procura della Repubblica territorialmente competente.

    Il resto sono parole che nulla hanno di rassicurante ma, soprattutto, che offendono le vittime dei carnefici e le famiglie delle stesse.

    Non è raro assistere a trasmissioni televisive in cui le vittime raccontano, registrazioni alla mano, di Vescovi e Diocesi che cercano di giustificare il sacerdote e che riducono tutto ad una mera questione risarcitoria.

    Da Roma fanno trapelare che “la Conferenza Episcopale Italiana, il 28 ottobre 2022, ha siglato un accordo con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori per un progetto “Memorare” volto a promuovere da quel momento in poi, quindi anche nel 2023, un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Alla base c’è la condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

    Tutto bello, pregevole, aulico, … ma nel concreto?

    Concretamente non c’è nulla se non un cumulo imbarazzante di “buone intenzioni” che il Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, descrive così: “In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”.

    Intanto, a Cuneo, un sacerdote ha patteggiato una condanna di un anno e otto mesi per “atti sessuali con minorenne consenziente” e non si sa se il Vaticano lo ridurrà allo stato laicale e lo allontanerà da ambienti frequentati da minori e persone vulnerabili.

    La Diocesi di Cuneo-Fossano, in uno scarno “Comunicato”, si è limitata a dire che sarebbe in atto “un processo canonico, ancora in corso, di cui ora si attende l’esito”. In molti dicono: “speriamo non finisca come con padre Rupnik che, impunito, continua a celebrare i divini misteri, come nulla avesse fatto”.

    Intanto alcuni cuneesi hanno preso la ferma decisione di non più mandare i loro figli all’oratorio perché la CEI è tanto brava a creare commissioni per la tutela dei minori ma, vista la cronaca, meglio non rischiare.

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

  • A margine di una notizia pubblicata su organi di stampa

    A margine di una notizia pubblicata su organi di stampa

    Nei giorni scorsi, alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia del patteggiamento, con pena di un anno e otto mesi, di un sacerdote già in servizio a Cuneo, accusato di atti sessuali con minorenne consenziente. Si tratta di don Carlo Occelli, 50 anni, ordinato presbitero nel 2001, incardinato nella Diocesi di Cuneo-Fossano, ora destinato ad altra attività fuori diocesi, in ambito caritativo.

    Nel rispetto del segreto istruttorio, il Vescovo diocesano di Cuneo-Fossano non si era espresso pubblicamente al riguardo, pur avendo subito adottato le procedure canoniche previste non appena informato dei fatti e del procedimento penale, e cioè un’indagine previa, trasmessa al Dicastero competente della Santa Sede, e l’avvio di un processo canonico, ancora in corso, di cui si attende l’esito.

    Comunicato

  • L’ex parroco e quei rapporti con una minorenne: “Lei consenziente”. Il giudice lo condanna a 20 mesi

    L’ex parroco e quei rapporti con una minorenne: “Lei consenziente”. Il giudice lo condanna a 20 mesi

    Ha patteggiato per l’ipotesi di reato che tutela in forma più ampia i minorenni dagli abusi sessuali: l’articolo 609 quater del codice penale. È l’ex parroco del Cuore Immacolato di Maria, don Carlo Occelli detto «don Ocio», 50 anni, attualmente trasferito ad altro servizio. Ieri, in tribunale, attraverso i suoi avvocati Andrea Cianci e Fabrizio Revelli, ha patteggiato una pena di un anno e 8 mesi (con la sospensione condizionale) per abuso sessuale su minore consenziente. Secondo quanto emerso il rapporto abusante tra il sacerdote e la ragazza che frequentava gli oratori iniziò quando lei aveva meno di 16 anni. In quella fase sino al compimento della maggiore età si sarebbero verificati i comportamenti delittuosi.

    È notizia, non confermata né smentita dai diretti protagonisti, che la frequentazione tra i due sarebbe comunque durata anni. Seppure sia stata esclusa la costrizione fisica il fatto che si trattasse di una ragazzina fa sì che la legge presuma che non ci sia stato il consenso informato. In Italia il sesso tra un maggiorenne e un’infra-sedicenne non è reato a meno che il primo non abbia funzioni particolari tra cui quella dell’educatore, ruolo che è stato riconosciuto al parroco.

    Dopo la denuncia, le indagini e il rinvio a giudizio, l’imputato, attraverso i propri difensori, ha fatto istanza di patteggiamento concordando la pena con il pm Alberto Braghin poi approvata dal giudice Alberto Boetti. Il procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti non prevede una statuizione del giudice sul risarcimento dei danni e per ottenere un indennizzo la donna – che pure aveva presentato costituzione di parte civile – dovrà rivolgersi, sentenza alla mano, al giudice civile. Sul piano organizzativo è del 19 settembre la comunicazione della diocesi di Cuneo e Fossano del provvedimento del vescovo secondo cui don Occelli è stato destinato «per un anno a un’esperienza in ambito caritativo su iniziative della Caritas Italiana». Nella guida della parrocchia gli è subentrato il vicario episcopale per la pastorale don Flavio Luciano, nominato dal vescovo amministratore parrocchiale, dal 1° ottobre 2025.

    Don Occelli, classe 1975, è stato ordinato sacerdote nel 2001, già addetto alla pastorale giovanile ha svolto, tra il resto, prima l’incarico di vice parroco e poi di parroco al Cuore Immacolato di Maria. Grande appassionato di montagna, amatissimo dai ragazzi non solo del Cuneese e apprezzato dagli adulti per i commenti al Vangelo affidati alla rete.

    Sui dettagli della vicenda c’è stretto riserbo a protezione della sfera privata. Contattata da La Stampa, l’avvocata cuneese che assiste la donna conferma il patteggiamento e il fatto che «non c’è stato un risarcimento dei danni». «Valuteremo – aggiunge – di rivolgerci al giudice civile». «Si è trattato di una scelta dettata unicamente da ragioni di opportunità processuale ed assai sofferta, atteso che il mio assistito non si riconosce nelle accuse che gli sono state mosse – dice l’avvocato del sacerdote, Andrea Cianci -. La sentenza di patteggiamento, d’altro canto, non determina un accertamento di merito sulla colpevolezza ed ha, semmai, una chiara finalità deflattiva. L’auspicio è che la narrazione venga svolta nel rispetto dei fatti e delle persone coinvolte».

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/10/22/news/l_ex_parroco_e_quei_rapporti_con_una_minorenne_lei_consenziente_il_giudice_lo_condanna_a_20_mesi-15362626/

  • Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    ROMA-ADISTA. La Cei istituisca una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero in Italia. Lo chiede ai vescovi un nutrito gruppo di teologi e teologhe italiane, in un appello pubblicato su Settimana News.

    «La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente – si legge nella lettera -. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze.

    In tale complessità vi è, però, un’evidenza: la vicenda epocale rimette in discussione un modo superficiale di declinare la tensione evangelica tra il pensiero del mondo e il pensiero di Dio: quello che identifica il primo con la cultura laica e secolarizzata e il secondo con la Chiesa cattolica che, divenuta minoritaria, avrebbe con ciò il compito di ergersi a principio critico della contemporaneità e di continuare, così, la sua opera di evangelizzazione.

    Tale semplificazione ha una storia antica, ma mostra oggi tutta la sua ambiguità. Proprio attorno alla vicenda degli abusi compiuti da membri del clero su minori, emerge come sia stata la pressione esercitata dal mondo a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera.

    Il paradigma mondo/Chiesa si trova così, in qualche modo, capovolto: ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro.

    Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore, è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito.

    Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa cattolica deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù.

    Di questo sguardo di giudizio, abbiamo ancora bisogno. Proprio per questa ragione riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai «segni dei tempi». Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù.

    Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    Firmatari:

    Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore); Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Marcello Neri (Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”, Modena); Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania – Università Milano Bicocca); Antonio Sichera (Università di Catania); Ernesto Borghi (ISSR Guardini, Trento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Umberto Rosario del Giudice (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano);Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano); Enzo Biemmi (Pontificia Università Lateranense); Claudio Margaria (ISST STI, Fossano); Luca Margaria (ISST STI, Fossano); Marco Gallo (ISST STI, Fossano); Ivo Seghedoni (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Luca Palazzi (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Massimo Faggioli (Villanova University, USA); Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo); Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna); Gaia De Vecchi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano); Vittorio Berti (Università di Padova); Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Riccardo Saccenti (Università degli Studi, Bergamo); Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia); Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze); Serena Noceti (ISSR della Toscana); Antonio Autiero (Università di Münster, Germania); Donata Horak (Studio Teologico Alberoni, Piacenza); Matteo Cavani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Silvia Zanconato (Scuola di Teologia Laura Vincenzi, Ferrara); Leonardo Paris (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica del Triveneto); Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma); Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli); Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena); Gianni Criveller (Studio Teologico Missionario del PIME, Monza); Giuseppe Noberasco (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alessandro Picchiarelli (Scuola Interdiocesana di Formazione Teologica, Foligno); Riccardo Battocchio (Facoltà Teologica del Triveneto); Grazia Tagliavia (Università di Palermo); Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona); Lucia Vantini (ISSR e Studio Teologico di Verona); Simona Segoloni Ruta (Istituto Teologico di Assisi)

    https://www.adista.it/articolo/67687

  • Prete indagato per abusi. “Penso sempre a te quando dico le omelie”

    Prete indagato per abusi. “Penso sempre a te quando dico le omelie”

    Le frasi che don Giglio avrebbe detto al ragazzo vittima di abusi sessuali nella comunità. La procura chiude le indagini per due indagati

    Indagini chiuse e stralcio del procedimento per uno dei due fratelli che accusano gli ormai ex Discepoli dell’Annunciazione di aver abusato di lui. I pm Laura Canovai e Valentina Cosci hanno fatto recapitare la chiusura indagini a don Giglio Gilioli, 73 anni, fondatore della comunità religiosa che aveva sede a Prato, e a Lucio Fossanova, 37 anni, originario della Puglia, seminarista che non ha mai preso i voti. Sono loro i principali accusati da uno dei fratelli, il più grande, sentito in sede di incidente probatorio 15 giorni fa.

    Il ragazzo, che oggi ha 29 anni, accusa don Giglio e Fossanova di aver abusato di lui in modo continuativo, dal 2008 al 2012 quando frequentava la comunità di don Giglio. Il racconto del giovane è stato giudicato dagli inquirenti ben strutturato e coerente.Sentito dal gip Francesca Scarlatti, ha ricostruito in modo preciso quello che sarebbe avvenuto all’interno della comunità quando, ancora minorenne, fu affidato dalla famiglia alla custodia di don Giglio e dei suoi seguaci. Restano, invece, aperte le indagini per quanto riguarda il secondo fratello, il più giovane che oggi ha 22 anni in quanto la sua posizione è più complicata. Il ragazzo è stato sottoposto a perizia per valutarne l’attendibilità. Gli inquirenti stanno attendendo la relazione dello psichiatra Renato Ariatti, lo stesso che ha eseguito la perizia sulla mamma di Cogne. Il giovane accusa una decina di religiosi di aver abusato di lui e ha parlato di vere e proprie orge e riti iniziatici.

    Sesso di gruppo e abusi di ogni tipo cominciati quando aveva nove anni. Fatti che, al momento, non avrebbero trovato riscontri. Più solide, invece, le dichiarazioni del fratello maggiore, motivo per cu i l’inchiesta è stata separata. Il ragazzo racconta di aver subito molestie da parte di don Giglio e ha parlato di toccamenti e sfregamenti. Non era un mistero per nessuno all’interno della comunità, del debole di don Giglio per il ragazzo. “Era il cocchino, il preferito”, hanno dichiarato tutti i testimoni. Ma da qui a pensare agli abusi ce ne passa. “Mi batte forte il cuore”, “Quando dico le omelie non faccio che pensare a te”, “Sei bellissimo”. Sono alcune delle frasi che don Giglio avrebbe detto al ragazzo riferite durante l’incidente probatorio al quale hanno assistito entrambi gli indagati. “I toccamenti sono cominciati quando ho confessato a don Giglio di aver avuto rapporti sessuali con Fossanova”, ha aggiunto. Il tutto va collocato nel clima che si respirava nella comunità con una predicazione fatta di punizioni e minacce. Il modo in cui era predicata la dottrina era già stata al centro di un procedimento della Santa sede perché al di fuori dei dettami e dei canoni della chiesa.

    La comunità è stata chiusa a dicembre e sicuramente l’indagine sulle presunte violenze sessuali ha accelerato la decisione. Gli indagati hanno venti giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o presentare una memoria. Poi la procura deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio.

  • Violentato a 14 anni da due preti salesiani in Val d’Aosta: Voglio che si sappia la verità

    Violentato a 14 anni da due preti salesiani in Val d’Aosta: Voglio che si sappia la verità

    “Quelle molestie in vacanza in montagna con i salesiani quarant’anni fa”

      Enrico Simone a 53 anni ha deciso di parlare: “Allora non potevo farlo: i miei genitori avevano fiducia nei loro metodi educativi”. Nella colonia estiva in montagna i due sacerdoti venivano nella mia stanza di notte. Provavo disagio, vergogna e paura”

    “Avevo solo 14 anni. Ricordo come fosse oggi tutti i particolari: i calzoni di velluto alla zuava, a coste larghe, che i due sacerdoti Salesiani portavano quelle sere, le bretelle, insieme a una camicia a scacchi larghi. La musica degli Uriah Heep, Genesis e Jethro Tull che il ‘prefettò che doveva sorvegliarci a quel piano della  ‘Bel Bosco’, come la chiamavamo, ascoltava. La casa salesiana di Fiéry, sopra Champoluc, in Valle d’Aosta, la raccolta dei minerali per il Museo Don Bosco, le partite di calcio in un bellissimo prato, le tisane la sera e la natura magnifica.

    E le mani di quei due sacerdoti che, uno alla volta, venivano nella mia stanzetta per parlarmi di quanto bene avessero conosciuto mio padre Franco ed i miei due fratelli prima di abbracciarmi e poi spingermi verso il letto tentando di infilarle nel mio pigiama e toccarmi nelle mie parti intime. Parti che io non sapevo neppure di avere. Che cosa provavo? Disagio, vergogna. Ma soprattutto puro terrore. Avrei voluto chiudermi dentro, ma era impossibile. E avevo soggezione di loro”. 

    Enrico Simone oggi ha 53 anni, e da quasi undici vive a Londra, dove un programma terapeutico che durerà per il resto della sua vita lo ha aiutato ad arrestare la sua condizione di dipendenza da stupefacenti. Racconta seduto nella hall di un grande albergo del centro di Torino: non è più un ragazzino, ma il sorriso e la disinvoltura, la camicia bianca e i mocassini da barca sono ancora quelli, con in più un’ombra negli occhi. Racconta la sua storia di ex bambino che giocava con i soldatini e non sapeva nulla del sesso, la storia di una vittima che diventa un cattivo ragazzo, e solo molto tempo dopo un uomo consapevole. Una storia di “ordinari” abusi troppo a lungo taciuti e mai dimenticati, una storia che potrebbe capitare a chiunque, e trasmette un’inquietudine sottile. 

    Oggi Enrico è sposato, lavora, attivamente coinvolto nel programma dei 12 passi che lo ha aiutato a rinascere, continua a frequentare come paziente la comunità di Charter Harley Street. Sono passati quarant’anni da quando i due sacerdoti, oggi entrambi scomparsi, avrebbero abusato di lui nella casa di vacanze estiva di Fiéry, sopra Champoluc, collegata a Valdocco, la centrale salesiana di Torino, e al liceo Valsalice ambedue frequentati da Enrico, dal padre, professore insigne di letteratura francese, e dai fratelli, mentre la madre insegnava a Maria Ausiliatrice. Enrico era uno di quei rampolli della Torino bene che amava, e ancora ama, affidare i suoi figli ai metodi educativi di don Bosco.

    Signor Simone, perché parlare dopo quarant’anni? Si aspetta un risarcimento? Una causa legale?
    “Nulla di tutto questo. Ho deciso di parlare perché, d’accordo con il mio rehab (la sua comunità, ndr), abbiamo deciso che era il momento giusto. Penso che faccia parte del mio recupero, anche se non è possibile cancellare quello che è successo. Ho imparato che se non parlo dei miei demoni li lascio crescere dentro di me. Se non sto attento questo potrebbe essere il motivo perfetto per ricadere. La squisita scusa morale. Quei fatti, come altri che mi sono capitati nell’adolescenza, hanno segnato profondamente la mia vita. Bel Bosco non fu il solo esempio di fiducia mal riposta. Negli stessi anni venivo abitualmente molestato da un collaboratore di mio padre, in casa mia in Corso Stati Uniti. Come molti bambini vittime di abusi, ho creduto che in qualche modo fosse anche colpa mia, ho immaginato che se quelle brutte cose capitavano a me, e per quel che ne sapevo soltanto a me, ci fosse un motivo: ero più stupido, più incapace… Così, ho rinunciato a essere come gli altri, ho rinunciato a studiare e ho preso la strada sbagliata. L’eroina, il più potente narcotico al mondo, fu per me la scelta più ovvia per non soffrire più. Non cerco giustificazioni, oggi una strada l’ho trovata, giorno per giorno. Ho imparato che non tutte le vittime di abusi sessuali finiscono come me. Tanti dimenticano o fan finta di aver dimenticato. Ci ridono sopra. Ma mi piacerebbe che qualcuno riflettesse ascoltando questa storia. E magari ascoltasse con più attenzione l’ansia o la paura dei propri figli senza fare spallucce. Senza dire ‘shit happens’, succede. No, non si può perdonare”

    I suoi genitori non l’hanno ascoltata?
    “Mio padre non seppe mai. Lo raccontai a mia madre anni dopo ma era talmente sconvolta dalle mie condizioni che non mi credette. Non voglio accusarli. Mio padre è morto quando avevo 16 anni, era un grande studioso, ed era totalmente innamorato dei metodi salesiani con i quali si era formato a Fossano in collegio, metodi che cercava di applicare perfino ai suoi studenti a Palazzo Nuovo ad Harvard e Yale. Mia madre ha insegnato nelle loro scuole. Credevano che quelle scuole, quelle colonie estive (io venni inviato due volte con l’oratorio di Valdocco), fossero il meglio per noi. Io dentro di me speravo solo che l’estate finisse, combattuto come ero tra la vergogna e il pensiero che avrei dovuto dire la verità a papà e mamma, che venivano a trovarmi ogni domenica e si rallegravano per l’aria buona e la bellezza della natura”.

    Oggi cerca vendetta?
    “No. Ho scritto al preside del liceo Valsalice, mi ha risposto il Superiore dei Salesiani del Piemonte, dovrei incontrarlo nei prossimi mesi quando ripasserò da Torino. Gli ho detto quello che penso: un bambino abusato da chi dovrebbe accudirlo, inseguito nella sua cameretta, crescerà esattamente come crebbi io: un infelice, danneggiato a vita, senza alcuna auto stima, spaventato di tutto e tutti. Gli ho detto che quei preti avranno trovato sprangata la porta del Paradiso e mi ha detto di si. Si è detto addolorato, è stato gentile, non dubito della sua buona fede e del resto non può sapere quello che accadeva quarant’anni fa in una sperduta casa di vacanze in montagna. Ma ho deciso di parlare pubblicamente perché spero di poter aiutare qualcun altro”. 
    In che modo?
    “Spero che leggendo la mia testimonianza altri parlino e spezzino questo muro di omertà. Se parli ti bocciamo, se punti il dito ti abbassiamo i voti. Uno resta zitto perche ha paura delle conseguenze. Roba da matti. Soltanto tra i miei amici, ho sentito parecchie storie simili alla mia. E’ importante liberarsi, squarciare il velo, ricostruire come e perché sono andate le cose. A me ha fatto bene essere aiutato a ripensare al passato, spero possa fare bene ad altri”.

    Si sente un militante antipedofilia?
    “No. L’unica cosa che mi interessa è il mio recupero e poi non è nella mia natura, mi va bene vivere tranquillo con mia moglie, venire a trovare la mia famiglia ogni tanto e poi tornarmene a Londra. Però una cosa voglio proporla, e spero davvero che

     i Salesiani la accettino: una procedura di whistleblowing, come si usa abitualmente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che consenta a bambini e ragazzi che subiscono abusi di denunciarli senza doversi esporre. E’ questo l’appello che lancio, ed è tutto quello che chiedo”.

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/07/08/news/quelle_molestie_in_vacanza_in_montagna_con_i_salesiani_quarant_anni_fa-90977630/

  • IL DIAVOLO A SAVONA Inchiesta Repubblica

    IL DIAVOLO A SAVONA Inchiesta Repubblica

    SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti  e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.

    La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.

    Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.

    Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.

    Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.

    Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.

    Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.

    Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.

    È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.

    La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.

    Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto,  siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.

    Don Rebagliati: ”So troppe cose, dovevo essere fatto fuori”

    La vicenda di Don Carlo Rebalgliati, economo della Diocesi di Savona, che ha denunciato i preti pedofili alla magistratura. Dopo la sua testimonianza è stato accusato e indagato per istigazione alla prostituzione. Il sacerdote, poi prosciolto, è stato screditato ed è rimasto isolato. Sieropositivo è morto in circostanze poco chiare nel gennaio del 2013. In una conversazione con Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete Abuso fa trapelare tutta la sua preoccupazione: “In dieci ore di interrogatorio ho parlato tre minuti della pedofilia, loro volevano sapere cose amministrative. C’è lo Ior dietro. Ho perso tutto, sinceramente adesso ho anche paura”
    Un’altra storia di preti pedofili coperti
    Don Lupino: “Adesso dicano la verità”

    Una nuova vicenda di abusi su giovani riporta ai tempi del seminario. E mette sotto accusa don Piero Pinetto colpevole di aver rovinato la vita di un giovane seminarista poi morto di Hiv a 39 anni. Il parroco di Lavagnola accusa i vertici della diocesi: “Hanno sempre scelto di mettere a tacere tutto senza curarsi delle vittime. L’hanno fatto per salvarsi. Ora è tempo che chi è ancora vivo parli e chieda scusa”

    Mentre esplode la vicenda dei preti pedofili e dei misteri della diocesi di Savona, nel capoluogo ligure si sparge la notizia che un’altra vittima ha denunciato un prete pedofilo consegnando una lettera a don Giovanni Lupino, parroco di San Dalmazio in Lavagnola. Nella
    lettera la vittima racconta le violenze subite in seminario quarant’anni fa da un prete, l’allora vice rettore don Pietro Pinetto, già segnalato come molestatore al vescovo nel 2010 per reati ormai prescritti.

    Al telefono Don Lupino è un fiume in piena, le nuove accuse a don Pinetto squarciano il velo con cui le gerarchie ecclesiastiche hanno coperto decenni di abusi. La famiglia della vittima all’epoca aveva avvisato il rettore del seminario don Giusto e il vescovo Sibilla che promisero provvedimenti mai presi. Don Pinetto, ci racconta don Lupino, non è un prete qualsiasi, appartiene all’ala forte che occupava posizioni di spicco nel clero savonese, i preti eletti delle prime file che concelebravano i pontificali del vescovo. A loro venivano affidati  i giovani parroci che manifestavano le prime devianze pedofile per essere redenti, come don Nello che, in crisi, fu affidato a don Pinetto.

    ASCOLTA L’AUDIO DELLE RIVELAZIONI DI DON LUPINO

    E don Lupino va anche oltre, descrivendo gli intrecci di potere della diocesi di Savona e delineando un quadro che vede un gruppo di potenti prelati che nasconde crimini gravissimi per coprire i propri membri, mentre intere generazioni di vittime vengono condannate all’emarginazione.

    Alessandro Nicolich è stato una di queste vittime: entrò giovanissimo in seminario, i familiari erano ammirati dalla sua vocazione. Una notte Alessandro scappa dalla finestra e disperato si presenta dai genitori. Negli anni il dramma delle violenze verrà fuori, ma Alessandro è ormai un’anima persa. Incontrerà la droga, finirà in carcere, contrarrà l’Hiv e morirà a soli 39 anni. Il fratello Roberto racconta: ” Per noi è stata una sciagura dalla quale non ci siamo mai ripresi”.

    Don Lupino, cosa avveniva in seminario negli anni ’70?
    “In quegli anni nel seminario di Savona insegnava Don Giampiero Bof, professore di teologia dogmatica, un sacerdote molto aperto che, insieme a un gruppo di studenti, tra cui c’ero anch’io, cercava di portare aria nuova nella Chiesa mettendo in discussione questioni come il celibato e la sessualità, la formazione teologica e quella spirituale. Don Bof si scontrò con il rettore e con i professori più conservatori. Ricordo che il vescovo di allora, monsignor Sibilla, mi convocava per chiedermi cosa pensavo dell’autorità dei vescovi e del Papa, dell’obbedienza e della legge del celibato; mi vietava di avvicinarmi ai seminaristi più giovani per non contaminarli. Mi torchiava e ora scopro che intanto tracannava questi rosponi della pedofilia, è allucinante questa cosa. Esattamente come nel film “L’attimo fuggente”, il professor Boff perse l’insegnamento. Io, che ero il più giovane, mi trasferii a Fossano in Piemonte. Ero fuori da quei contesti e non sono mai stato circuito dai miei educatori”.

    Oggi la vittima di don Pinetto dichiara di aver denunciato all’epoca il fatto a don Giusto e al vescovo.

    “Qui non abbiamo un prete qualunque  che commette il crimine ma un vice rettore, mentre il rettore, il vescovo e i professori del seminario lo coprono; insomma è l’istituzione nel suo vertice che si macchia di questo delitto”.

    Cosa avrebbero dovuto fare? 

    “Era stato violentato un giovane ragazzo, i vertici avrebbero dovuto denunciare don Pinetto alla magistratura e all’autorità ecclesiastica,
    quell’uomo doveva essere scomunicato e finire in galera per abuso su minore. Un pedofilo pentito un giorno mi ha detto questo: ‘Abbiamo bisogno di essere fermati anche con la galera perché noi da soli non ci fermiamo’”.

    Qual è il suo giudizio su questi fatti?
    “Monsignor Sibilla ha commesso due reati, uno nei confronti del diritto penale italiano l’altro nei confronti del diritto canonico, ma ora è morto. Don Giusto invece deve rendere conto alla diocesi di quello che ha fatto. Come se non bastasse, anni dopo le nefandezze commesse da Pinetto e coperte dai vertici, è scoppiato a Savona la vicenda di Don Giorgio Barbacini, guarda caso amico di don Pinetto, di don Giusto, dei professori ai vertici del seminario e guarda caso insegnante anche lui in seminario, alle medie. Guarda caso anche lui pedofilo accertato e condannato. E’ tempo di fare i conti con questa gente e di andare al cuore del problema altrimenti i veri responsabili ci scappano. Quando ci fu il caso dell’economo di Como accusato di molestie su minori, fu il vescovo a denunciarlo, poi disse: ‘Ora che l’ho denunciato posso aiutarlo come figlio’.
    La Chiesa non può proseguire su questa strada, con questo gran carnevale di cardinali e stampa al seguito. E questa sarebbe la fede cristiana? il carnevale di Rio è meno allegro. Vorrei fare un appello pubblico a don Giusto e a don Pinetto perché dicano la verità, la Chiesa di Savona ha dritto alla verità”.

     

    Il prete pedofilo pakistano latitante nella diocesi di Calcagno

    Nel 2004, mentre Domenico Calcagno è vescovo della diocesi di Savona – Noli, un reporter del Dallas News fotografa in una parrochia di Albissola Marina Yusaf Dominic, un prete di origine pachistana ricercato per abusi sessuali su minori, mentre celebra la messa domenicale.Dominic era stato arrestato nel 1996 a Londra per pedofilia e successivamente rilasciato su cauzione. Una volta libero il prete scappa e dopo otto anni di latitanza viene pizzicato in Liguria. Successivamente il prete viene trasferito dal vescovo nell’abbazia benedettina di Finalpia, complesso monastico che si trova di fronte alla scuola elementare di Finale Ligure, dove rimane fino al 6 dicembre 2009, giorno della sua presunta morte.
    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI
    TUTTA L’INCHIESTA
    Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo negli anni ottanta e fondatore di “Rete Abuso”, racconta il suo vissuto di abusi, e il modo in cui sono stati coperti i casi di pedofilia avvenuti nella diocesi di Savona. “In tutte le lettere dei vescovi scritte al Vaticano, nelle risposte, non c’è mai un solo accenno di come aiutare le vittime”