l fascicolo è stato trasmesso ai magistrati di Roma.
C’è un risvolto savonese, se così si può dire, nella vicenda della «lobby gay» che secondo dichiarazioni attribuite a papa Francesco sarebbe attiva in Vaticano. La Procura di Savona ha infatti acquisito alcune registrazioni audio, prodotte dall’attivista antipedofilo Francesco Zanardi, e che conterrebbero la descrizione di presunte orge in cui alti prelati romani si intrattengono con uomini e ragazzi e perfino con minorenni.
Le telefonate registrate tra Zanardi e il manager di una multinazionale con sede a Londra che frequenta il Vaticano e, a suo dire, avrebbe introdotto negli ambienti della Curia romana giovani e giovanissimi per scopi sessuali, sono state ascoltate dal procuratore di Savona Francantonio Granero e, vista l’evidente competenza territoriale della Procura di Roma, trasmessa già da qualche tempo ai magistrati della Capitale.
Ieri sera su questa e altre vicende, compresi i casi savonesi denunciati da tempo, Zanardi è comparso su La7 nella trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro.
«Sono stato contattato circa tre anni fa da questo personaggio, che da quanto ho capito voleva servirsi di me per ricattare alti prelati a cui, a suo dire, aveva fornito e continua a fornire uomini e ragazzi per incontri a sfondo sessuale – dice Zanardi – vista la gravità di quanto mi veniva raccontato ho deciso di registrare le conversazioni che qualche mese fa ho consegnato alla magistratura. Ho anche parlato con uno dei ragazzi coinvolti. Nelle telefonate il manager mi ha anche accennato, ma io non li ho mai visti, di foto e video fatti con il telefonino durante questi incontri».
SENTENZA STORICA DELLA CASSAZIONE: STOP AI TENTATIVI DI INQUINAMENTO DELLE PROVE DA PARTE DEI MINISTRI DI CULTO DUE I CASI IN PROVINCIA DI SAVONA – DIOCESI DI ALBENGA E DI SAVONA-NOLI – CHE POTREBBERO ESSERE TOCCATI DALLA SENTENZA Maggio è il mese delle vittorie per la Procura della Repubblica di Savona. Un Ufficio che, a parere della rete nazionale a tutela dei bambini Rete L’ABUSO, sta combattendo da anni e senza timori non solo contro gli abusi sessuali a danno di minorenni, ma anche al fine di colmare un enorme vuoto legislativo di cui, in Europa, solo l’Italia è rimasta fanalino di coda anche in confronto a quei Paesi che noi definiamo del terzo mondo. La causa è da ricercarsi in una politica colma di connivenze le quali hanno spesso come obbiettivo la tutela del clero, ma che si riflettono naturalmente in tutto ciò che è materia di abusi sessuali sui minori anche da parte di laici. Lo scorso 8 maggio il Giudice Fiorenza Giorgi del tribunale di Savona ha emesso un provvedimento storico in Italia: per la prima volta ha perseguito le responsabilità di omissione da parte di Un Vescovo, Dante Lafranconi, ora a Cremona, nei delitti sessuali compiuti dal pedocriminale Nello Giraudo di cui per gli artt. 110, 40, II comma, 609 bis, 609 ter, 609 quater C.P., il Vescovo avrebbe omesso le sue responsabilità e il dovere/potere di fermare. Oggi una nuova sentenza storica della Cassazione, ottenuta ancora una volta grazie alla Procura della Repubblica di Savona la quale è riuscita a perseguire chi cerca di inquinare le prove o fare in modo che le vittime ritrattino. In sostanza fino a oggi i tribunali, qualora ci fosse stata omissione di denuncia da parte della vittima o dei familiari nel denunciare un abuso, non tenevano conto di eventuali tentativi (inquinamento delle prove) da parte di terzi nell’influenzare vittime e familiari a non denunciare. Oggi, a seguito di questo pronunciamento, la situazione sarà ben differente: si dice infatti che “Per condotta di favoreggiamento personale deve intendersi non solo quella diretta a deviare le indagini già in atto, ma anche quella diretta ad evitare che l’autorità proceda ad accertamenti in ordine al reato e alla scoperta dell’autore di esso”. Si apre a questo punto un’altra “gatta da pelare” non solo per la Diocesi di Albenga, alla quale fa riferimento il caso esaminato dalla Cassazione, F.L. , parroco di (omissis), ma anche per la Diocesi di Savona-Noli che, attraverso i suoi rappresentanti e non, sta avvicinando le vittime savonesi chiedendo senza troppi mezzi termini di “ritrattare” le deposizioni. Come portavoce nazionale di Rete L’ABUSO, a nome delle vittime, voglio esprimere la mia massima stima al Procuratore Capo Francantonio Granero non solo per il risultato ottenuto, ma soprattutto per il senso civico e per l’interessamento e il notevole contributo che dimostra in questa battaglia di civiltà, dove troppo spesso vediamo ritrarsi istituzioni, servizi sociali e amministratori locali, nonché le famiglie, che oramai troppo frequentemente omettono per prime le denunce per paura di ripercussioni. Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO
SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.
La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.
Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.
Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.
Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.
Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.
Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.
Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.
È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.
La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.
Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto, siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.
La vicenda di Don Carlo Rebalgliati, economo della Diocesi di Savona, che ha denunciato i preti pedofili alla magistratura. Dopo la sua testimonianza è stato accusato e indagato per istigazione alla prostituzione. Il sacerdote, poi prosciolto, è stato screditato ed è rimasto isolato. Sieropositivo è morto in circostanze poco chiare nel gennaio del 2013. In una conversazione con Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete Abuso fa trapelare tutta la sua preoccupazione: “In dieci ore di interrogatorio ho parlato tre minuti della pedofilia, loro volevano sapere cose amministrative. C’è lo Ior dietro. Ho perso tutto, sinceramente adesso ho anche paura”
Un’altra storia di preti pedofili coperti
Don Lupino: “Adesso dicano la verità”
Una nuova vicenda di abusi su giovani riporta ai tempi del seminario. E mette sotto accusa don Piero Pinetto colpevole di aver rovinato la vita di un giovane seminarista poi morto di Hiv a 39 anni. Il parroco di Lavagnola accusa i vertici della diocesi: “Hanno sempre scelto di mettere a tacere tutto senza curarsi delle vittime. L’hanno fatto per salvarsi. Ora è tempo che chi è ancora vivo parli e chieda scusa”
Mentre esplode la vicenda dei preti pedofili e dei misteri della diocesi di Savona, nel capoluogo ligure si sparge la notizia che un’altra vittima ha denunciato un prete pedofilo consegnando una lettera a don Giovanni Lupino, parroco di San Dalmazio in Lavagnola. Nella lettera la vittima racconta le violenze subite in seminario quarant’anni fa da un prete, l’allora vice rettore don Pietro Pinetto, già segnalato come molestatore al vescovo nel 2010 per reati ormai prescritti.
Al telefono Don Lupino è un fiume in piena, le nuove accuse a don Pinetto squarciano il velo con cui le gerarchie ecclesiastiche hanno coperto decenni di abusi. La famiglia della vittima all’epoca aveva avvisato il rettore del seminario don Giusto e il vescovo Sibilla che promisero provvedimenti mai presi. Don Pinetto, ci racconta don Lupino, non è un prete qualsiasi, appartiene all’ala forte che occupava posizioni di spicco nel clero savonese, i preti eletti delle prime file che concelebravano i pontificali del vescovo. A loro venivano affidati i giovani parroci che manifestavano le prime devianze pedofile per essere redenti, come don Nello che, in crisi, fu affidato a don Pinetto.
ASCOLTA L’AUDIO DELLE RIVELAZIONI DI DON LUPINO
E don Lupino va anche oltre, descrivendo gli intrecci di potere della diocesi di Savona e delineando un quadro che vede un gruppo di potenti prelati che nasconde crimini gravissimi per coprire i propri membri, mentre intere generazioni di vittime vengono condannate all’emarginazione.
Alessandro Nicolich è stato una di queste vittime: entrò giovanissimo in seminario, i familiari erano ammirati dalla sua vocazione. Una notte Alessandro scappa dalla finestra e disperato si presenta dai genitori. Negli anni il dramma delle violenze verrà fuori, ma Alessandro è ormai un’anima persa. Incontrerà la droga, finirà in carcere, contrarrà l’Hiv e morirà a soli 39 anni. Il fratello Roberto racconta: ” Per noi è stata una sciagura dalla quale non ci siamo mai ripresi”.
Don Lupino, cosa avveniva in seminario negli anni ’70?
“In quegli anni nel seminario di Savona insegnava Don Giampiero Bof, professore di teologia dogmatica, un sacerdote molto aperto che, insieme a un gruppo di studenti, tra cui c’ero anch’io, cercava di portare aria nuova nella Chiesa mettendo in discussione questioni come il celibato e la sessualità, la formazione teologica e quella spirituale. Don Bof si scontrò con il rettore e con i professori più conservatori. Ricordo che il vescovo di allora, monsignor Sibilla, mi convocava per chiedermi cosa pensavo dell’autorità dei vescovi e del Papa, dell’obbedienza e della legge del celibato; mi vietava di avvicinarmi ai seminaristi più giovani per non contaminarli. Mi torchiava e ora scopro che intanto tracannava questi rosponi della pedofilia, è allucinante questa cosa. Esattamente come nel film “L’attimo fuggente”, il professor Boff perse l’insegnamento. Io, che ero il più giovane, mi trasferii a Fossano in Piemonte. Ero fuori da quei contesti e non sono mai stato circuito dai miei educatori”.
Oggi la vittima di don Pinetto dichiara di aver denunciato all’epoca il fatto a don Giusto e al vescovo.
“Qui non abbiamo un prete qualunque che commette il crimine ma un vice rettore, mentre il rettore, il vescovo e i professori del seminario lo coprono; insomma è l’istituzione nel suo vertice che si macchia di questo delitto”.
Cosa avrebbero dovuto fare?
“Era stato violentato un giovane ragazzo, i vertici avrebbero dovuto denunciare don Pinetto alla magistratura e all’autorità ecclesiastica,
quell’uomo doveva essere scomunicato e finire in galera per abuso su minore. Un pedofilo pentito un giorno mi ha detto questo: ‘Abbiamo bisogno di essere fermati anche con la galera perché noi da soli non ci fermiamo’”.
Qual è il suo giudizio su questi fatti?
“Monsignor Sibilla ha commesso due reati, uno nei confronti del diritto penale italiano l’altro nei confronti del diritto canonico, ma ora è morto. Don Giusto invece deve rendere conto alla diocesi di quello che ha fatto. Come se non bastasse, anni dopo le nefandezze commesse da Pinetto e coperte dai vertici, è scoppiato a Savona la vicenda di Don Giorgio Barbacini, guarda caso amico di don Pinetto, di don Giusto, dei professori ai vertici del seminario e guarda caso insegnante anche lui in seminario, alle medie. Guarda caso anche lui pedofilo accertato e condannato. E’ tempo di fare i conti con questa gente e di andare al cuore del problema altrimenti i veri responsabili ci scappano. Quando ci fu il caso dell’economo di Como accusato di molestie su minori, fu il vescovo a denunciarlo, poi disse: ‘Ora che l’ho denunciato posso aiutarlo come figlio’.
La Chiesa non può proseguire su questa strada, con questo gran carnevale di cardinali e stampa al seguito. E questa sarebbe la fede cristiana? il carnevale di Rio è meno allegro. Vorrei fare un appello pubblico a don Giusto e a don Pinetto perché dicano la verità, la Chiesa di Savona ha dritto alla verità”.
Nel 2004, mentre Domenico Calcagno è vescovo della diocesi di Savona – Noli, un reporter del Dallas News fotografa in una parrochia di Albissola Marina Yusaf Dominic, un prete di origine pachistana ricercato per abusi sessuali su minori, mentre celebra la messa domenicale.Dominic era stato arrestato nel 1996 a Londra per pedofilia e successivamente rilasciato su cauzione. Una volta libero il prete scappa e dopo otto anni di latitanza viene pizzicato in Liguria. Successivamente il prete viene trasferito dal vescovo nell’abbazia benedettina di Finalpia, complesso monastico che si trova di fronte alla scuola elementare di Finale Ligure, dove rimane fino al 6 dicembre 2009, giorno della sua presunta morte.
Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo negli anni ottanta e fondatore di “Rete Abuso”, racconta il suo vissuto di abusi, e il modo in cui sono stati coperti i casi di pedofilia avvenuti nella diocesi di Savona. “In tutte le lettere dei vescovi scritte al Vaticano, nelle risposte, non c’è mai un solo accenno di come aiutare le vittime”
Superando dolore e vergogna Francesco Zanardi, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto una catena di scandali. Denunciandoli sul suo blog e anche con volantini distribuiti in piazza. Per la magistratura i vertici della Curia non hanno pensato a tutelare i minori ma solo a “salvaguardare l’immagine della diocesi”. Quella lettera a Ratzinger, prima che diventasse Papa
Marco Preve SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.
La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.
Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.
Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.
Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.
Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.
Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.
Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.
È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.
La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.
Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto, siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.
(ANSA) – CREMONA, 8 MAG – Non e’ una sentenza di condanna, ma nelle sei pagine dell’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha disposto l’archiviazione del procedimento per concorso in atti sessuali su minori, perche’ il reato e’ prescritto, emerge che il vescovo Dante Lafranconi, dal 2001 a Cremona, nei dieci anni in cui ha retto la diocesi di Savona, avrebbe ‘coperto’,pur essendone a conoscenza, le tendenze pedofile di almeno due sacerdoti della sua stessa diocesi.
Quindi non avrebbe impedito atti che avrebbe avuto il dovere di impedire, come e’ scritto nel capo di imputazione formulato dal procuratore della Repubblica, Francantonio Granero, e dal sostituto Giovanni Battista Ferro, che al gip avevano chiesto l’archiviazione,essendo appunto i reati prescritti per il decorso del tempo.
”Non avendo ancora avuto ufficialmente notizia dell’ordinanza e quindi non conoscendone l’effettivo contenuto, per il momento mi riservo qualsiasi considerazione”, ha detto oggi l’avvocato Michele Tolomini, difensore del vescovo Lafranconi.
L’opposizione alla richiesta di archiviazione era stata avanzata dall’associazione della ‘Rete L’abuso’, che tutela le vittime di sacerdoti pedofili ed e’ rappresentata da Francesco Zanardi, a sua volta vittima di abusi da parte dell’ex prete Nello Giraudo.
Carla Crosetti, avvocato di Zanardi, aveva chiesto la riapertura delle indagini, evidenziando che la prescrizione non era ancora intervenuta all’epoca della richiesta di archiviazione e sostenendo la tesi dell’aggravante per fatti commessi su minore sotto i quattordici anni d’eta’.
Secondo la procura di Savona, il vescovo Lafranconi avrebbe dunque omesso di segnalare ai suoi diretti superiori le morbose attenzioni nei confronti di ragazzini di almeno due preti,condannati per pedofilia (don Barbacini) e abusi sessuali (don Giraudo).
Gli episodi risalgono alla fine degli anni Novanta.Monsignor Domenico Calcagno, successore del vescovo Lafranconi,agi’ invece diversamente e rimosse i due sacerdoti dagli incarichi (comunita’ per minori disagiati) di cui erano diretti responsabili.
VIADANA. Monsignor Dante Lafranconi, vescovo di Cremona e di 28 parrocchie mantovane fra Oglio e Po, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Savona con l’accusa di aver coperto atti di pedofilia e abusi sessuali compiuti, negli anni Novanta, da sacerdoti della diocesi ligure, poi condannati. Secondo la definizione del codice penale si tratta di omertà, ovvero «mancata segnalazione di un comportamento illecito ai superiori affinché provvedessero».
Il procuratore della Repubblica di Savona Francantonio Granero e il sostituto Giovanni Battista Ferro hanno successivamente avanzato al giudice per le indagini preliminari la richiesta di archiviazione per prescrizione dei reati. La richiesta di archiviazione è stata però sospesa per l’opposizione presentata dal legale di una delle vittime, Francesco Zanardi. Secondo l’avvocato Carla Corsetti la richiesta di riaprire il procedimento contro Lafranconi va concessa poiché uno dei casi di abusi sarebbe avvenuto su un minore di 14 anni e, di conseguenza potrebbe essere contestata l’aggravante. Se così fosse allora la prescrizione slitterebbe al marzo 2017.
Nella giornata di ieri è stato discusso nel tribunale di Savona il caso giudiziario. Al termine dell’udienza il giudice per le indagini preliminari, Fiorenza Giorgi, si è riservata alcuni giorni per decidere se archiviare il caso per prescrizione, oppure chiedere al pubblico ministero di approfondirlo con ulteriori accertamenti. In un breve comunicato apparso sul sito online della Diocesi di Cremona, monsignor Lafranconi che non si è presentato di persona all’udienza ed è difeso dall’avvocato cremonese Michele Tolomini «attende con grande serenità e fiducia la decisione del magistrato».
«Secondo il nostro conteggio, se venisse considerata l’aggravante per un reato commesso contro un minore di 14 anni, allora la prescrizione del reato scatterebbe dopo 15 anni e non 10. Il giudice potrebbe quindi decidere anche per respingere l’archiviazione» ha spiegato ieri l’avvocato Corsetti.
L’ordinanza, anche nell’ipotesi in cui l’archiviazione venisse confermata, potrebbe comunque assumere una valenza importante per le presunte parti offese nel processo. Se fosse riconosciuta la responsabilità dell’indagato e confermata però la non procedibilità per prescrizione del reato le vittime potrebbero infatti aprire una causa in sede civile contro Lafranconi.
L’attuale vescovo della diocesi di Cremona è stato presule di Savona e Noli fra il 1991 ed il 2001. L’alto prelato, secondo l’accusa, non si sarebbe attivato, per quanto di propria competenza, riguardo a notizie su casi di abusi su minori perpetrati da sacerdoti della diocesi. L’alto prelato avrebbe in sostanza omesso di segnalare ai suoi diretti superiori le morbose attenzioni di almeno due preti nei confronti di ragazzini di cui avrebbero dovuto occuparsi e che sono stati indagati.
I fatti: circa venti anni fa due preti della diocesi savonese, ai tempi retta da Lafranconi, hanno commesso abusi su alcuni minori loro affidati. Dopo il rinvio a giudizio, il primo dei due, don Nello Giraudo, ha patteggiato un anno di reclusione per un reato di violenza sessuale più recente (2005) e non ancora prescritto, mentre il secondo, don Giorgio Barbacini, è stato condannato a tre anni per pedofilia. Durante un blitz in Curia, poi, gli inquirenti avrebbero sottratto dalla cassaforte del palazzo vescovile un fascicolo riguardante il caso di don Giraudo. Documentazione che ha indotto a ritenere mons. Lafranconi al corrente delle malefatte dei suoi preti e colpevole di averli “coperti”.
I due episodi coperti.
Sono due, in particolare, gli episodi che monsignor Lafranconi avrebbe tenuto coperti. Il primo riguarda don Giorgio Barbacini che il 15 ottobre 2004 viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione «per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela». I fatti risalgono al 2000, quando don Giorgio era responsabile della comunità “Migrantes” di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento. Dopo il trasferimento in un’altra diocesi, in seguito all’intervenuta condanna penale don Giorgio si è dimesso dallo stato clericale.
L’altro prete al centro dello scandolo, questa volta per abusi sessuali è don Nello Giraudo:si tratterebbe di toccamenti nei confronti di un giovane avvenuti in un campo scout. Giraudo ha patteggiato un anno con la condizionale e ha ottenuto dalla Santa sede la dispensa dallo stato clericale. Le indagini però sono proseguite, e un blitz della Mobile in Curia a Savona, tra fine 2010 e inizio 2011, su incarico della Procura, aveva fatto ritrovare nella cassaforte del palazzo vescovile un intero fascicolo su don Giraudo, risalente agli anni Novanta, quando era vescovo monsignor Lafranconi.
Un vescovo progressista
Dante Lafranconi ha 72 anni. È nato il 10 marzo del 1940 a Mandello Lario, nel comasco. Attualmente è vescovo di Cremona, vicepresidente della Conferenza Episcopale Lombarda e membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Ordinato sacerdote il 28 giugno 1964, inizia il suo ministero nella diocesi di Como inizialmente come vicerettore del Seminario e successivamente come docente di Teologia Morale, di Storia della Chiesa e Patrologia.
Nel 1986 venne nominato delegato episcopale per la Pastorale della famiglia e nel 1991 vicario episcopale per la cura dei sacerdoti nel primo decennio di ordinazione. Alla fine del 1991 è nominato vescovo di Savona-Noli, carica che mantiene per un decennio. L’8 settembre del 2001 viene trasferito a guidare la diocesi di Cremona. Il solenne ingresso avviene il 4 novembre. È noto alle cronache nazionali per avere concesso la temporanea facoltà di amministrare l’assoluzione per chi confessava di aver commesso o aiutato a procurare un aborto, per essersi di fatto schierato a favore dei preti sposati e per dialogare anche con le comunità gay.
Scrivo questo comunicato esprimendo indignazione e vergogna cercando di contenere la rabbia e la profonda indignazione, inutile e cattiva consigliera. Appare oggi sui quotidiani locali la notizia dell’archiviazione del caso Briano, il pedofilo savonese che per 30 anni ha abusato – grazie al sostegno e all’omertà del clero – decine di vittime nelle parrocchie di Spotorno, Quiliano, Villetta, nei gruppi scout e in alcune colonie gestite da suore. Un altro clamoroso fallimento della giustizia e della (altro…)
Sette anni e otto mesi di reclusione, 190 mila euro di risarcimento alla vittima e alla madre, interdizione perpetua dai pubblici uffici e quindi interdizione perpetua a fini educativi. È la condanna inflitta questo pomeriggio dal tribunale di Savona, dopo circa due ore di camera di Consiglio, a don Luciano Massaferro, 46 anni, parroco di San Giovanni e San Vincenzo di Alassio, accusato di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni.
Massaferro aveva cercato in queste settimane di ricostruirsi una sorta di normalità, riprendendo gli studi, celebrando messa e cercando di vivere nel modo più simile possibile a come accadeva prima dell’arresto avvenuto nel dicembre del 2009. Una ricerca della normalità che è passata anche attraverso il semi isolamento che si era imposto di concerto con gli avvocati.
«La verità verrà a galla»
«La verità e la giustizia presto verranno a galla». Sono le uniche parole espresse da don Luciano Massaferro, il prete condannato oggi a sette anni e otto mesi di reclusione dai giudici del tribunale di Savona per molestie su una sua chierichetta. Il prete ha atteso la lettura della sentenza nella sua abitazione di Alassio dove si trova agli arresti domiciliari e dove resterà almeno fino al giudizio d’appello al quale presenteranno ricorso i suoi avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì. Stupore dei legali di Massaferro alla lettura della sentenza: «Ci sembra una sentenza ingiusta perché non sussistono prove certe a carico del nostro assistito e per questo motivo ricorreremo in appello credendo che i giudici di un altro ufficio possano valutare più serenamente la posizione del nostro assistito».
Stupiti anche i numerosi parrocchiani che oggi durante il rosario e la messa delle 17 celebrata da don Mauro Marchiano hanno pregato per lui. «È una sentenza davvero ingiusta – dice Rocchina Seripanni, una fedele di San Vincenzo – Io conosco don Luciano e non credo che abbia commesso quelle cose di cui ho letto sui giornali».
Le tappe della vicenda giudiziaria
Don Luciano Massaferro, parroco della chiesa di San Vincenzo, è stato dieci mesi in carcere e quattro agli arresti domiciliari. Il caso è scoppiato in maniera dirompente il 29 dicembre 2009, quando gli agenti della squadra mobile lo arrestarono. Ad accusarlo le parole di una chierichetta di 12 anni, che aveva raccontato prima alla famiglia, poi agli inquirenti, di avere ricevuto “attenzioni” poco evangeliche da parte del sacerdote mentre lo assisteva durante il giro delle benedizioni delle abitazioni.
Un’accusa da cui Massaferro si è sempre proclamato estraneo, e che ha diviso l’opinione pubblica. La maggioranza dei parrocchiani e degli amici alassini ha sempre difeso don Massaferro, credendo senza riserve nella sua innocenza ed organizzando veglie, fiaccolate, manifestazioni ed uno spazio sulla rete telematica per sostenere la causa del sacerdote. Lo striscione con la scritta “Don Lù siamo con te” che ha aperto tutti i cortei campeggia ancora sulla facciata della chiesa, e il sito internet è sempre visitatissimo e zeppo di nuovi messaggi.
CRONACA | giovedì 17 febbraio, 18:25
Alassio: don Lu, i fedeli increduli dopo la condanna
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Piove sul sagrato della chiesa di San Vincenzo dove don Luciano Massaferro è stato per tanti anni parroco. Alle 16,55 arriva don Mauro Marchiano sarà lui a celebrare la messa delle 17 dopo il rosario. Viene a sapere dal cronista che don Lu è stato condannato. “No, questa è una brutta notizia, abbiamo pregato tanto per lui”. Don Mauro stringe con la mano destra ancora più forte l’ombrellone, alza gli occhi al cielo, accenna una smorfia quasi a lasciare intendere che il suo cuore ora piange e si infila in canonica pronto a celebrare la messa più triste della sua vita. Alle 17,48 la messa è finita, ma non tutti vanno col cuore in pace. Suor Giacomina delle suore salesiane si ferma sul sagrato e chiede notizie: “Come è andata? Lo hanno condannato? No, che brutta cosa. Avevo pregato tanto per lui. Io voglio bene ai preti”. Poco più in là c’è Rocchina Seripanni, una fedele habitué della San Vincenzo: “Don Luciano è una brava persona, non credo che abbia commesso quelle cose che ho letto sui giornali. Adesso sarà a pezzi, avrà l’anima in pena. Bisogna capirlo”.
Articolo n° 139335 del 17 febbraio 2011 delle ore 18:30
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Condanna Don Lu, il pm Ferro: “Soddisfazione per la bambina”. Il procuratore: “Delicatezza in un processo difficile”
Savona. Il silenzio rotto dal coraggio delle indagini, una cortina di segreti spezzata a suon di perizie e investigazioni. L’aria che si respira in Procura, dopo la sentenza che condanna in primo grado don Luciano Massaferro, è ancora carica di tensione ma l’idea che passa è quella di un esito processuale che rende merito all’attività inquirente. La vittima degli abusi, la bambina di 12 anni che seguiva il sacerdote come chierichetta durante le benedizioni, è tornata ad avere voce: al centro della delicatissima vicenda attraverso i certificati medici del Gaslini e i dati raccolti, verificati e incrociati nel microcosmo alassino dagli agenti della polizia. La forza di questo carico documentale ha dato senso alle sue parole, per lungo tempo inascoltate.
Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro, subito dopo la sentenza, è salomonico: “Soddisfazione per la bambina”. Il procuratore Capo Francantonio Granero non vuole entrare nel merito della pronuncia, ma dichiara: “Esprimo apprezzamento per il lavoro dei colleghi che hanno sostenuto la tesi accusatorio in un dibattimento così complesso”. In trincea per la pressione mediatica? “Nessuna pressione – afferma Granero – Ma l’ufficio avvertiva piuttosto la delicatezza e la responsabilità di affrontare un processo così difficile”.
Per Mauro Vannucci, avvocato di parte civile, “l’atteggiamento processuale dell’imputato ha dato forte indicazioni al collegio. Il suo modo elusivo non l’ha aiutato. Ben tre pareri medici hanno confermato che la perizia psichiatrica era attendibile e che la bambina diceva la verità”.
Il parroco della chiesa alassina di San Vincenzo, nel turbine della grave accusa dal 29 dicembre 2009, si è sempre proclamato estraneo e ha raccolto le testimonianze di solidarietà di numerosi parrocchiani, che si sono anche organizzati per chiederne la liberazione dopo l’ingresso in carcere. Ma il collegio giudicante oggi dopo due ore di camera di consiglio ha comminato una pena ancora più severa di quella richiesta dai pm Ferro e Coccoli. Sette anni e otto mesi di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e quindi interdizione perpetua a fini educativi. Una condanna con il massimo delle aggravanti previste dal codice, anche per il particolare ruolo pastorale del quarantaseienne Massaferro. In aggiunta, il risarcimento di 180 mila euro per la bambina e 10 mila per la madre della stessa, del quale anche la diocesi potrebbe rispondere.
I cosiddetti fedelissimi e i parrocchiani di Don Lu non si danno per vinti (“In appello! Siamo tutti con te”), mentre il legale difensore Alessandro Chirivì commenta: “Attendiamo di conoscere le motivazioni di questa sentenza che ci sembra infondata. Prepariamo ricorso in appello”.
Savona. Per ora dalla Curia savonese nessun commento, tuttavia l’inchiesta su presunti abusi sessuali che coinvolgerebbe un prete savonese non è certo passata inosservata nelle stanze della Diocesi. “Aspettiamo l’evoluzione dell’inchiesta della Procura e di verificare bene quanto trapelato sull’indagine in corso” si limitano ad affermare dalla Curia savonese.
Un primo chiarimento arriva però sull’anno sabbatico preso dal sacerdote che risulterebbe indagato per episodi di violenza compiuti venti anni fa, e solo ora denunciate dai diretti interessati, allora minorenni.
“Possiamo confermare che il sacerdote ha chiesto al Vescovo una pausa in quanto mostrava evidenti segni di difficoltà relativamente al suo Ministero sacerdotale, ma questa sua richiesta non è legata alla presunta inchiesta aperta dalla Procura savonese” sottolineano dalla Diocesi.
E in attesa di conferme ufficiali da parte del procuratore capo Francantonio Granero viene da chiedersi come mai certi abusi siano stati denunciati solo poco tempo fa, avviando gli accertamenti da parte degli organi inquirenti, e non all’epoca dei fatti in questione.
16 mar 2010
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Savona – Nuova indagine su presunto prete pedofilo
Savona – Nuova indagine per una serie di violenze sessuali su un sacerdote della diocesi di Savona. Gli inquirenti sarebbero sulle tracce di un parroco di 50 anni, recentemente messo a riposo su sua richiesta. L’uomo si sarebbe reso responsabile, diversi anni fa, di violenze sessuali ai danni di persone all’epoca dei fatti ancora minorenni.
Episodi che interessano persone che oggi avrebbero tra i 30 e i 40 anni e che avrebbero deciso di “denunciare” quanto avvenuto solo ora.
L’indagine è comprensibilmente molto delicata. Alcuni testimoni sarebbero già stati ascoltati dagli inquirenti e avrebbero portato “a prova” anche alcune registrazioni di conversazioni intrattenute con il sacerdore.
Nomi e luoghi non sono ancora stati resi noti anche perchè alcune delle presunte vittime sono state protagoniste, nel corso del tempo, di episodi di cronaca che potrebbero “indebolire” la loro testimonianza.
Avrebbe avuto un unico attimo di esitazione al momento di riconoscere l’orto di proprietà del prete da una foto scattata in notturna. La presunta vittima di attenzioni morbose da parte di don Luciano Massaferro ha invece rievocato puntualmente, e secondo un racconto già fornito alla psicologa del Gaslini e alle compagne della parrocchia, i tre contatti sessuali avuti con il sacerdote alcuni mesi fa. Ha finito stremata, stanchissima, il suo interrogatorio, ma ora è fuori dai giochi, almeno sotto il profilo processuale.
È stato eseguito ieri l’incidente probatorio nell’ambito della vicenda su presunte violenze sessuali subite dalla parrocchiana e per le quali don Lu è in carcere da un mese e la testimonianza della giovane è ormai prova dibattimentale. La situazione è stata quindi cristallizzata.
La ragazzina, assistita dall’avvocato Mauro Vannucci, che proprio ieri ha depositato la nomina di difensore della parte offesa, in veste della mamma della minore, ha ribadito la sequenza e le modalità dei tre episodi di cui sarebbe rimasta vittima.
Episodi avvenuti sullo scooter del prete, in canonica e nella baracca di collina e durante i quali don Luciano Massaferro avrebbe costretto la ragazzina a toccargli le parti intime.
«Dall’incidente probatorio – commentano gli avvocati Mauro Ronco ed Alessandro Chirivì che difendono il sacerdote -sono emerse palesi, stridenti, numerose ed insanabili contraddizioni».
sabato 30 gennaio 2010
IERI POMERIGGIO L’INCIDENTE PROBATORIO SUL CASO DEL PARROCO DI ALASSIO ACCUSATO DI VIOLENZA SESSUALE
Don Luciano Massaferro parroco di Alassio
In una stanza la verità della bambina
Nessun commento dalla Procura. I difensori di don Lu:
emerse molte contraddizioni
Nei suoi undici anni mai è stata adulta come ieri pomeriggio, nemmeno quando avvenivano, o lei immaginava, i fatti che hanno portato in carcere a Chiavari don Luigi Massaferro, il parroco quarantacinquenne di Alassio. In una stanza asettica, ripresa da una telecamera, la bambina ha ripetuto a uno specialista il racconto che già aveva fatto alla psicologa del Gaslini. E oltre la telecamera – come dietro uno specchio magico – c’erano il giudice per le indagini preliminari, Emilio Fois, il pm Alessandra Coccoli, i difensori del sacerdote Mauro Ronco e Alessandro Chirivì con il loro consulente.
Piccola e forse stupefatta dell’attenzione che la circonda e la preme da dicembre, la bambina sapeva che il suo racconto in qualche modo era valutato, giudicato – giudicata lei stessa – dal mondo degli adulti.
Non era affannata, non spaventata. Con lo sforzo dei semplici di fronte a un’impresa della memoria o la quiete dei candidi di fronte a ricordi sentiti per certi, si è ancora una volta inoltrata sui sentieri sfociati in pagine giudiziarie: «Lo toccavo… », «Mi diceva…». Un pomeriggio al rallentatore, senza pressioni, senza metterle fretta, misurando la sua aderenza alla realtà del momento e a quella del ricordo.
A fine giornata gli avvocati Ronco e Chirivì hanno rilasciato una dichiarazione lapidaria come una parola fine: «Sono emerse palesi, stridenti, numerose e insanabili contraddizioni nei racconti della presunta persona offesa, tali da minarne definitivamente ed irrimediabilmente la sua credibilità e attendibilità».
Il capo della Procura savonese, Francantonio Granero, abito grigio e sorriso appena accennatodietro la scrivania del suo ufficio, non ha commentato, si è limitato a un’osservazione più di stile che di contenuti:
«Mi pare palese una scelta di processo condotto rapidamente attraverso le dichiarazioni ai media più che con gli strumenti che la legge fornisce per dibattere il caso dentro questi uffici e aule». Nulla da dire sull’esito
dell’incidente probatorio con la bambina protagonista: «Ho parlato con la collega Coccoli, che ha seguito il pomeriggio e mi ha riferito molto serena».
Per la gente di Alassio, per i parrocchiani fedelissimi difensori di don Luciano la giornata di ieri è una sorta di anticipo di sentenza di proscioglimento.
Non è così veloce. Mentre il parroco aspetta l’ok per la visita almeno del suo vescovo, la Procura e il Gip devono ancora mettere in fila molti pezzi della vicenda.
C’è il computer con i file dell’hard disk cancellati. Di per sé non è determinante, accende interesse se inserita tra le deposizioni di don Lu, tra quelle che le accuse considerano non soltanto contraddizioni ma anche dichiarazioni spontanee («a una parrocchiana psicologa chiesi di seguire la piccola», «i vicini mi dissero che era una famiglia litigiosa e aggressiva») smentite agli uomini della Squadra Mobile dalle stesse persone chiamate in causa.
E per la bambina c’è ancora un passaggio tra occhi, registratori, voci degli specialisti. Come disposto dal gip Fois ci sarà quella che sbrigativamente viene definita «perizia psichiatrica ». Più o meno: non è un’imputata per la quale stabilire se capace o no di intendere o volere. E’ una presunta parte lesa, in un’età in formazione.
Se ieri si è misurato, con tatto, il suo narrare, il nuovo appuntamento sarà una sorta di «diagnosi» generale della sua «attitudine a testimoniare». La credibilità. Dato oggettivo, non giudizio fra angelo violato o spudorata mentitrice. Vuol dire un altro passo in una inevitabile, progressiva solitudine nel mondo adulto. Un nuovo passo, difficile più per la sua inconsapevolezza giudiziaria che per tutti gli altri.