Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • Motu proprio – Altro che rigide regole per impedire alle gerarchie di insabbiare.

    Motu proprio – Altro che rigide regole per impedire alle gerarchie di insabbiare.

    La vicenda di don Giuseppe Rugolo finisce in un parapiglia tra Vaticano, CDF e il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che adesso scarica il barile sui superiori, che però fanno scena muta.

    Un quadro davvero inquietante quello che emerge a due anni dall’entrata in vigore (1 giugno 2019) del Motu Proprio Vos estis lux mundi, che come abbiamo scritto qualche giorno fa, vede la sua disapplicazione un po’ ovunque. Una legge vaticana che invece doveva dare un secco STOP agli insabbiamenti da parte delle gerarchie ecclesiastiche, accusate in tutto il mondo di aver insabbiato sistematicamente i casi.

    L’accusa parte proprio dal vescovo Rosario Gisana, che si sfoga sulle pagine del RESTO DEL CARLINO e accusa il quartier generale – Vaticano e Congregazione per la Dottrina della Fede – al quale imputa il fallimento.

    Stando a quanto afferma mons. Gisana, avrebbe fatto tutto ciò che prevede il Motu proprio, anche se diventa opinabile – nel contesto Gisana – il fatto che don Rugolo fosse stato trasferito dopo la denuncia e messo a contatto con minori, come lui stesso dichiara annunciando un campeggio durante la messa del 15 agosto 2019. Su questo punto sarebbe importante capire anche la posizione del vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, che al momento diffida noi della Rete l’ABUSO ma non spiega (in virtù della proclamata trasparenza) se al di la che in quel momento “non esisteva alcun impedimento canonico”, sapeva o meno di cosa fosse accusato don Rugolo a Enna.

    Sempre secondo mons. Gisana – intercettato al telefono dalla procura di Enna nel gennaio 2021 – sia la Segreteria di Stato, che la Congregazione per la Dottrina della Fede, il caso “non interessa perché il giovane è stato… quando era seminarista ha avuto questo abuso con un minore ma quando poi è diventato prete, se c’è stata una continuazione, era maggiorenne il minore…”. Risposta davvero anomala, in quanto il Vos estis lux mundi non copre solamente i minori, ma anche le persone c.d. fragili.

    In tutto ciò, ad inquietare ulteriormente sono i silenzi del papa, di fatto il promotore del Motu proprio che a fronte del problema annuncia sulle pagine de L’OSSERVATORE ROMANO di aver finalmente capito che l’abuso su un minore ha l’effetto di un omicidio psicologico.

    Peccato non abbia ancora capito che è proprio per questo che dovrebbe essere intransigente. Quattro belle parole su un foglio di carta, se poi non si applicano non servono a nulla e i silenzi cancellano anche qualunque buon proposito.

    Francesco Zanardi

  • Vos estis lux mundi – le vittime italiane diffidano il Vaticano ad adempiere

    Vos estis lux mundi – le vittime italiane diffidano il Vaticano ad adempiere

    A due anni dall’entrata in vigore del Motu proprio che avrebbe dovuto dettare l’applicazione – come spiega padre Hans Zollner, soprattutto per le gerarchie – di rigide regole affinché i casi di abuso sessuale non venissero più insabbiati, ora vediamo essere lo stesso Vaticano a non dare applicazione a quelle sue stesse norme, propinate nelle aspettative come “rivoluzionarie”.

    La prima testimonianza arriva proprio dal vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana il quale, su don Giuseppe Rugolo, dichiara al Resto del Carlino “di avere informato la Congregazione della Fede, la quale avrebbe poi rispedito tutto al mittente spiegando che non interessava”. Ma Gisana non si ferma. “Per scrupolo – prosegue – ho mandato tutto alla Segreteria di Stato e mi hanno risposto con la stessa dicitura”.

    Trasferito poi a Ferrara, ufficialmente per motivi di studio, don Giuseppe Rugolo – come lui stesso dichiara in questo video – continuava, malgrado le denunce, a lavorare a stretto contatto con minori, tanto che nel video annuncia un campo con i “ragazzi” dal 22 al 29 agosto 2020.

    Quello di Enna è solo l’ultimo dei casi presi a campione e accaduti dal 1 giugno del 2019, ovvero da quando il Motu proprio è diventato legge.

    Nella diffida citiamo altri tre casi, il primo è quello dei chierichetti del papa, il cui processo si è svolto in Vaticano. Avrebbe dovuto dare un segnale forte ed esemplare e, invece, vediamo scomparire da quel processo proprio chi realmente insabbiò il caso, questo secondo l’accusa dello stesso Vicario Giudiziale Andrea Stabellini.

    C’è poi il caso genovese di don Franco Castagneto e quello di padre Luca Bucci. Il primo scomparso improvvisamente verso la metà di agosto 2019 e per il quale, la stessa Congregazione per la Dottrina revocò al Cardinale Angelo Bagnasco il mandato per celebrare il processo, trasferendolo a Torino, dove però sembra che anche lì nessuno voglia vagliare le eventuali responsabilità dell’ex Arcivescovo Presidente della CEI.

    Il secondo caso, quello di Padre Bucci solleva l’operato della diocesi guidata da Bagnasco ma anche quello neo eletto vescovo di Genova Marco Tasca che, avvisato dalla stessa associazione Rete L’ABUSO di un caso di cui omettevamo il nome del sacerdote – quello di padre Bucci – ci rispose, ma non volle nemmeno sapere chi fosse il frate in questione, neanche a titolo di prevenzione.

    Questa diffida ad adempiere (testo integrale) da parte dei sopravvissuti – ad applicare seriamente il Motu proprio – è solo un primo atto formale che avrà seguito, questa volta limitato nei confronti di uno stato estero che si è autopromosso in rappresentanza delle vittime, che però non rappresenta affatto e che, formalmente, lo ribadiscono e rinnegano con il presente atto.

    Noi sopravvissuti non intendiamo essere indiretti complici di una campagna criminale che continua a produrre vittime di un un Vaticano che dimostra, ancora oggi, di voler tutelare solo ed unicamente se stesso e come vediamo continua a mettere in secondo piano la salute psicofisica dei minori, per il 90% cattolici, ad esso affidati ingenuamente .

    Il Presidente – Francesco Zanardi

    P.S. 24 giugno 2019 – Savona

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/10/07/quanti-sono-i-preti-pedofili-in-italia-dalle-proiezioni-litalia-ha-il-potenziale-piu-alto-di-qualsiasi-paese/

  • Al Direttore del settimanale cattolico “Settegiorni” – Diritto di replica ex art. 8 l. 47/1948

    Al Direttore del settimanale cattolico “Settegiorni” – Diritto di replica ex art. 8 l. 47/1948

    In riferimento alla petizione in favore della diocesi, più precisamente in favore del vescovo di Enna, mons. Rosario Gisana, lanciata da Carmelo Cosenza sulla piattaforma Change.org , si chiede a nome della stessa presunta vittima in carico alla Rete L’ABUSO e a nome della stessa “Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”, diritto di replica.

    Premesso che non si tratta affatto di alcun blogger, ma della Rete L’ABUSO, Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, che se pur non espressamente citata nella petizione, tuttavia vede configurare ampiamente a nostro danno gli estremi per la diffamazione, teniamo a precisare che l’affermazione calunniosa nella quale, insieme alla stessa presunta vittima ci vedrebbe “tendenti a denigrare e screditare – anche attraverso calunnie – l’operato del vescovo Gisana nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo” è procedibile e per questo vi invito caldamente a querelarci presso il più vicino ufficio di polizia o carabinieri e a non limitarsi a invitare a firmare petizioni in sostegno di un vescovo che ha violato palesemente lo stesso volere di Papa Francesco, espressamente messo nero su bianco, nell’ultimo Motu proprio Vos estis lux mundi.

    Lo stesso documento papale, che ricordiamo ha valore di legge per la chiesa e le sue gerarchie dal 1 giugno 2019, recita all’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati – “ §3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”

    Contrariamente alla norma in vigore dal 1 giugno, nell’ottobre 2019  invece monsignor Rosario Gisana trasferisce “furtivamente” il sacerdote accusato a Ferrara dove viene accolto dal vescovo locale e ancora una volta, gli verranno affidati minori e adolescenti. Fatti denunciati dall’associazione alla Procura di Enna.

    Il Presidente – Francesco Zanardi

  • Don Giuseppe Rugolo; “Il Ministero dell’Istruzione faccia un’ispezione” – Si dissocia anche “Progetto 360°”

    Don Giuseppe Rugolo; “Il Ministero dell’Istruzione faccia un’ispezione” – Si dissocia anche “Progetto 360°”

    Grosso guaio a Piazza Armerina dopo l’ordinanza che ha costretto don Giuseppe Rugolo agli arresti domiciliari e che di certo ha chiarito le idee a chi aveva ancora dei dubbi sulle accusa partite da una presunta vittima, che con la sua determinazione ha dato il coraggio ad altri di farsi avanti.

    I primi a dissociarsi sono i ragazzi del Progetto 360°, fondato proprio da don Rugolo e che questa mattina, in una nota stampa fanno pesanti accuse alla chiesa ennese.

    Si legge “La nostra associazione è stata tenuta all’oscuro di tutto e solo dalla stampa abbiamo appreso delle indagini e del contesto accusatorio. 

    Ribadiamo la nostra massima e piena fiducia nella Magistratura e negli inquirenti, affinché venga fatta luce su una vicenda che ci addolora fortemente e facciamo nostri i loro appelli.”

    Proseguono poi dichiarando  “Chiediamo alla città ed alla comunità vicinanza e comprensione: il nostro dolore non è neanche lontanamente paragonabile a quello delle parti in causa ma anche noi, inconsapevolmente, indirettamente e nostro malgrado, siamo vittime di questa triste vicenda.”

    Ma i ragazzi di Progetto 360° non sono gli unici a prendere una forte posizione.

    Da questa mattina ci sono pervenute diverse segnalazioni, il cui contenuto nella sostanza è lo stesso e in tutte si lamenta l’inerzia del Ministero dell’Istruzione e dell’ufficio scolastico regionale della Sicilia, al quale sollecitano anche attraverso la Rete L’ABUSO, l’avvio di una ispezione nelle scuole statali in cui ha operato come insegnante di religione nonché, di intraprendere i provvedimenti disciplinari di rito a tutela degli stessi studenti.

    Nelle missive a noi inviate ricordano che “Solo due anni fa  la professoressa Rosa Maria Dell’Aria, fu illegittimamente sospesa dal servizio di insegnamento per una presentazione in PowerPoint realizzata autonomamente dagli studenti, nell’ambito della quale confrontavano alcuni elementi delle leggi sulla sicurezza l’immigrazione con alcune leggi razziste del fascismo. Mi senta assurdo che in questo caso non siano già intervenuti o solerti  ispettori dell’ufficio scolastico regionale della Sicilia.”

    Segnalazioni di cui la Rete L’ABUSO si farà carico, ma dato il tempo trascorso, oggi riteniamo sia importante formalizzare all’Autorità Giudiziaria, che ha tutti gli strumenti per indagare ed evitare possibili inquinamenti.

    Francesco Zanardi

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  • Enna, violenza sessuale su minori: arrestato un prete dopo la denuncia di un ragazzo

    Enna, violenza sessuale su minori: arrestato un prete dopo la denuncia di un ragazzo

    ENNA. Per farsi ascoltare aveva scritto perfino a papa Francesco, che ha chiesto chiarimenti alla diocesi di Piazza Armerina. Poi sono state le indagini della Squadra mobile di Enna a dargli ragione e una giovane vittima di abusi sessuali, oggi 28enne, con la sua denuncia ha permesso l’arresto di un sacerdote, don Giuseppe Rugolo, insegnante di religione, ex parroco a Enna e organizzatore di tante iniziative a favore dei bambini e dei ragazzi.

    Il sacerdote, che il vescovo di Piazza Armerina aveva allontanato e che era stato trasferito a Ferrara, si trova adesso agli arresti domiciliari su disposizione del gip di Enna, per i reati di «violenza sessuale ed atti sessuali con minori sia quando era ancora seminarista, sia dopo essere stato ordinato sacerdote; reati aggravati dal fatto di essere stati consumati in danno di minori a lui affidati per ragioni di istruzione ed educazione alla religione cattolica», come informano in una nota procura e questura di Enna.

    La vittima nello scorso dicembre, dopo che le sue denunce pubbliche non sortivano effetti, si è finalmente decisa a presentarsi in questura e a raccontare agli uomini della Squadra mobile diretti da Nino Ciavola cosa aveva dovuto subire. L’indagine è stata lunga e molto delicata; la procura con il capo Massimo Palmeri e i sostituti Stefania Leonte e Orazio Longo, hanno anche ascoltato il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, come persona informata dei fatti. Il sacerdote era stato già allontanato dalla diocesi nell’ottobre 2019. Nel corso della messa domenicale aveva detto che doveva lasciare Enna per andarsi a curare al Nord. Ma la scorsa estate era rientrato a Enna, partecipando ad attività nell’oratorio con bambini e adolescenti.

    Ciò che ha richiamato nella mente della vittima, gli abusi subiti da ragazzino e che, a quel punto, ha deciso di denunciare. Ne ha prima parlato con altri sacerdoti, poi con il vescovo, quindi ha scritto al Papa, prima di recarsi in questura. «La mia dolorosa storia sia la testimonianza che anche dopo dodici anni dalle violenze si può denunciare – dice il giovane -. La Squadra mobile di Enna e in particolare il suo dirigente, Nino Ciavola, che ha accolto la mia denuncia hanno fatto un lavoro eccezionale riscontrando, insieme alla procura, tutte le cose che io avevo raccontato. Invito chi ha subito abusi a denunciare, un atto che impone coraggio, ma che ti rimette in pace con te stesso».

    «Il giovane – dicono gli investigatori – ha raccontato ogni dettaglio circa gli atti subiti tra il 2009 ed il 2013, ovvero da quando aveva appena compiuto 16 anni e fino ai 20». Sono stati ascoltati decine di testimoni, alcuni da anni non vivono più a Enna e sono stati raggiunti da agenti di altre Squadre mobili, e il sospetto era che il giovane non sia stata l’unica vittima di quel sacerdote. E infatti, durante le indagini sono emersi «ulteriori reati commessi ai danni di altri due minori, nei confronti dei quali l’indagato ha svolto ruolo di guida spirituale».

    La polizia postale ha poi cercato tracce degli abusi su computer e telefono cellulare del prete. «In tal modo ogni dettaglio raccontato dalla presunta vittima ha trovato riscontro all’esito dell’attività investigativa, a conferma della piena genuinità dei fatti denunciati». La procura di Enna ha lanciato un appello a tutti coloro che hanno frequentato quella parrocchia di Enna alta ai tempi in cui era parroco il sacerdote finito ora ai domiciliari: «La procura della Repubblica di Enna non esclude che possano esserci altre potenziali vittime – scrivono i pm -. L’appello dei magistrati è, quindi, rivolto a tali soggetti, che sono invitati a recarsi presso gli uffici della Polizia per denunciare quanto eventualmente subito».

    Alcuni mesi fa, don Rugolo aveva ricevuto dalla procura l’avviso delle indagini. Nel Ferrarese, il sacerdote ha fondato un’associazione che raccoglie 300 giovani. E sono state proprio alcune mamme a formare il «Comitato per don Rugolo», che definisce «indicibili ed inaccettabili» gli accertamenti e i risultati dell’inchiesta. Questa presa di posizione ha scatenato la reazione di Francesco Zanardi, presidente nazionale di «Rete l’Abuso»: «Una comunità che rema contro gli stessi appelli di Papa Francesco, che chiede trasparenza. Una trasparenza che manca. A partire dal vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana che, appena raccolta la denuncia della presunta vittima, non ha sospeso il prete, ma lo ha trasferito nel Ferrarese, dove continua ad occuparsi di giovani».

    «Le accuse contestategli, se accertate, sono certamente un fatto grave, sia sotto l’aspetto penale che morale – è il commento del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana –. Fin da subito ho prestato la mia totale disponibilità agli organi inquirenti ed ho avviato gli accertamenti in mio potere a garanzia della massima trasparenza possibile. Alle presunte vittime assicuro la mia preghiera confidando che l’opera della magistratura saprà fare luce al più presto sulla verità dei fatti».
    https://www.lastampa.it/cronaca/2021/04/27/news/enna-violenza-sessuale-su-minori-arrestato-il-parroco-a-piazza-armerina-1.40203878

  • Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Il 4 febbraio scorso la Rete L’ABUSO presentava un’istanza al Garante per la protezione dei dati personali al quale chiedeva di verificare una evidente violazione delle garanzie dei cittadini vittime di abusi sessuali da parte del clero, che a seguito della campagna mediatica portata avanti da papa Francesco, si rivolgono sempre più spesso a questi sportelli presenti in ogni diocesi italiana.

    Violazioni a danno della stessa vittima che si rivolge a questi sportelli per chiedere aiuto e che invece rischia non solo di compromettere un eventuale futuro processo in un Tribunale italiano, ma di fornire a “sua insaputa”, informazioni importanti, che potrebbero addirittura essere usate contro la stessa vittima.

    Il macroscopico è più che evidente vuoto, il solo fatto che la vittima non possa far presenziare il suo difensore di fiducia; che rilasci dichiarazioni che vengono poi fatte sottoscrivere; che non venga fornita copia al dichiarante, è già più che sufficiente per contestare la dubbia trasparenza di questi uffici e il conseguente rischio al quale la vittima NON INFORMATA si sottopone, senza sapere che uso verrà fatto delle dichiarazioni e dei dati.

    Il fatto che un’associazione con una rappresentatività di persone maggiormente fragili come quelle che si rivolgono alla Rete L’ABUSO avanzi una contestazione di questa gravità al Garante, dovrebbe attivarlo ben di più che una richiesta di rimozione di un articolo come quelle che lo stesso Garante manda a noi. Francamente ci aspettavamo che il Garante procedesse, al massimo potesse rispondere che avremmo dovuto riformulare l’istanza a un altro Ufficio più specifico e invece, a distanza di più di un mese, dopo un sollecito nel quale si chiedeva semplicemente venisse comunicato almeno il numero di protocollo del procedimento nulla, nessuna risposta dal Garante tranne le ricevute delle pec.

    Un Garante che parrebbe non voler essere Garante dei cittadini vittime del clero.

    Francesco Zanardi

  • #PARTIAMODALBASSO – L’iniziativa in tutela dei minori che potrai consegnare ai candidati del tuo comune

    #PARTIAMODALBASSO – L’iniziativa in tutela dei minori che potrai consegnare ai candidati del tuo comune

    L’Italia è uno dei pochi paesi che non ha adottato politiche concrete in tutela dei minori e questo, malgrado abbia aderito a convenzioni e trattati di vario genere in tutela dei minori e dei diritti umani.

    L’iniziativa #PARTIAMODALBASSO promossa dalla Rete L’ABUSO, che nei prossimi giorni formulerà un testo di impegno che voi stessi come elettori o cittadini (dove non si vota), potete consegnare ai vostri candidati o ai vostri Sindaci chiedendone l’applicazione.

    #PARTIAMODALBASSO è un invito indirizzato ai cittadini, alle famiglie e alle comunità dove ci sono minori che attualmente in Italia, pur avendo ratificato Convenzioni come quella per i 10 diritti dell’infanzia e quella di Lanzarote, nei fatti vedono enormi falle nei comuni italiani, scoperti da queste importanti norme preventive, lasciando i minori esposti a rischio.

    L’obbligo del certificato penale (c.d. Certificato anti pedofilia) per esempio, vale solo per i neo assunti e per rapporti di lavoro subordinato o parasubordinato. Se poi il datore di lavoro è un privato basta un’autocertificazione da parte del lavoratore. Le zone più a rischio sono il volontariato, lavoratori autonomi (baby sitter), gli occasionali e i collaboratori. Nella folle applicazione del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, le categorie sopracitate ed esonerate dall’obbligo del c.d. certificato anti pedofilia, oltre ad essere quelle più a contatto con i minori e storicamente più a rischio, indirizzano il predatore verso le stesse, che diventano una sorta di “free zone”.

    Ma non è l’unico effetto collaterale. Spesso ci contattano persone che lamentano che in scuole o asili lavorino pedofili conclamati e condannati. Oppure riferiscono di violenze denunciate ai presidi Come nel caso di Molfetta, che però a loro volta non hanno denunciato alle autorità civili, limitandosi a spostare o ammonire il pedofilo. Un pò come accade nella chiesa, anche lei esonerata dal certificato anti pedofilia in quanto appartiene alla categoria del volontariato. Un doppio problema, prima per i minori, poi per il fatto che se il predatore non viene denunciato, oltre a continuare a molestare minori, non sarà mai segnalato alla magistratura, di conseguenza risulterà pulito qualora richieda il certificato.

    #PARTIAMODALBASSO è un’iniziativa attraverso la quale la Rete L’ABUSO vuole accendere un importante faro sulla mancanza di prevenzione, problema che parte davvero dal basso e riguarda tutti e ci auguriamo che coinvolga non solo i genitori, ma l’intera comunità, a partire da sindaci e giunte comunali, che hanno il dovere di garantire la sicurezza dei più piccoli.

    Francesco Zanardi

    Se vuoi candidarti per questa iniziativa come portavoce della Rete L’ABUSO presso il tuo comune di residenza, compila il questionario sottostante.

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  • ENNA – Denunciato dalla Rete L’ABUSO s.e. Rosario Gisana e altri tre monsignori per presunti reati omissivi

    ENNA – Denunciato dalla Rete L’ABUSO s.e. Rosario Gisana e altri tre monsignori per presunti reati omissivi

    Una serie di foto acquisite nel ferrarese, dove don Rugolo, malgrado le denunce, era stato furtivamente trasferito da mons. Rosario Gisana verso la fine del 2019, asserendo problemi di salute e assegnato a al vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, il quale come si evince chiaramente dal materiale acquisito, permetteva di organizzare addirittura incontri per ragazzi dai 14 ai 17 anni, come quello organizzato dal Gruppo Giovani Vigarano della parrocchia Natività della Beata Vergine Maria (foto a lato).

    Certamente ora va verificato se mons. Gian Carlo Perego fosse stato informato da mons. Rosario Gisana dei reali motivi del trasferimento, che in caso emergesse fosse informato lo vedrebbero implicato nel favoreggiamento di don Rugolo.

    Ma le accuse formalizzate oggi alla procura della Repubblica di Enna dalla Rete L’ABUSO vanno ben oltre, in quanto nei giorni scorsi sono emerse altre presunte vittime di don Rugolo, abusate dopo il 2015 che metterebbero nei guai non solo il vescovo Rosario Gisana, ma altri due monsignori ai quali la prima presunta vittima aveva denunciato nel 2014.

    Infatti, anche se pur vero che in Italia i vescovi non hanno l’obbligo della denuncia, è anche vero che non possono sottrarsi come qualunque altro cittadino, alle responsabilità di cui al 2° comma dell’art. 40 c.p. che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Ed è proprio la situazione che emergerebbe stando a quanto dichiarato dalle altre vittime, che se la curia fosse intervenuta dopo le prime segnalazioni fatte nel 2014, molto probabilmente non si sarebbero prodotte. Anche l’accusa della presunta offerta economica avanzata dalla Diocesi alla presunta vittima attraverso la Caritas Diocesana, certo vista con gli occhi della Rete L’ABUSO, che qualche caso giudiziario in materia lo ha affrontato, appare verosimile e ultimamente non isolato.

    Stessa situazione per quanto concerne la Diocesi di Ferrara, che coscientemente o meno, ha di fatto favorito don Rugolo, per la quale nella denuncia odierna l’Associazione Rete L’ABUSO chiede alla procura di identificare e sentire tutte le persone ritratte nelle varie foto acquisite, tra le quali potrebbero esserci altre vittime.

    Naturalmente l’Associazione invita tutti coloro che sia a Enna che nel ferrarese sono vittime oppure “persone informate sui fatti” , a rivolgersi a Polizia e Carabinieri o direttamente alla Rete L’ABUSO portavoce@retelabuso.org.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2021/03/04/mons-perego-sapeva-di-don-rugolo-a-ferrara-lo-conferma-lavvocato-della-diocesi-barbara-grandi/

  • Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Una sezione “speciale” che attenzioni il paese membro Italia. E’ la proposta formulata da Alberto Athie al termine del webinar di sabato 20 e votata da tutti i presenti, per la quale la stessa Sara Oviedo Fierro – ex vice presidente del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia – si è personalmente impegnata. Una richiesta alle Nazioni Unite molto forte perché ad appoggiare la Rete L’ABUSO questa volta sarà ECA Global, che rappresenta attualmente 42 paesi in quattro continenti.

    L’esposizione di Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) ha disegnato il drammatico quadro italiano di una classe dirigente amorale e totalmente connivente con il clero. Un problema che parte proprio dalle negligenze dei piani più bassi che di fatto antepongono il clero ai bambini e del problema non vogliono neppure parlare, come del resto lo stesso parlamento italiano, di fatto rendendo il paese privo di prevenzione in materia di tutela dei minori, nei fatti rappresentati anche politicamente oltre che socialmente, da nessuno.

    È seguito l’intervento dell’avvocato della Rete, Mario Caligiuri che ha formulato una proposta di legge di semplicissima attuazione, che non tocca patti lateranensi o altro, ma attuabile attraverso una banalissima modifica dell’articolo 364 c.p., tutto starà però alla volontà del Parlamento.

    Il giornalista Federico Tulli – autore di tre libri sulla materia – ha relazionato la situazione storica del nostro paese e le problematiche relative all’informazione in Italia, paese fanalino di coda, al 77° posto per la libertà di informazione.

    Una sezione speciale divenuta indispensabile visto la drammaticità della situazione che vede l’Italia e Vaticano, non solo unite nel favorire la pedofilia, ma latitanti alle molteplici richieste dell’Associazione Rete L’ABUSO di mettere mano all’ormai dilagante problema, malgrado le stesse siano state ripetute dalle Nazioni unite nel febbraio 2019, nel febbraio 2021 non sono solo ancora inevase, ma l’Italia non ha ancora neppure calendarizzato la discussione. Il tutto mentre alla sola richiesta delle vittime tedesche di una commissione di inchiesta , subito veicolata dai mezzi d’informazione, ha fatto si che il parlamento tedesco ci stia già lavorando.

    Francesco Zanardi

  • ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    Good evening, thank you for the invitation to participate in this important event.

    A little over a year ago, on December 17, 2019, the pope finally lifted the papal secrecy on pedophilia cases handled by the Vatican involving priests. The civil magistracies of all countries affected by this criminal phenomenon can now therefore access the acts of canonical processes and the archives of the dioceses. But not only that. The elimination of pontifical secrecy probably also marks a turning point in terms of communication on “sensitive” issues concerning the internal affairs of the Holy See. I am thinking, for example, of the decision to make public the dossier on Cardinal MacCarrick, which has been much discussed in recent months. I would define this as a side effect of the elimination of papal secrecy. This elimination is undoubtedly an important signal in the direction of transparency and collaboration of the Holy See with foreign and international institutions, and may have important consequences in favor of the victims awaiting justice. But from the point of view of crime prevention, it should be said immediately that it does not change anything. Let’s go in order.

    Papal secrecy was codified in the document “Secreta continere” of Paul VI on February 4, 1974. It concerned (and I quote) “certain matters of major importance” and had to “be guarded with grave obligation”. That is to say, in case of violation there was excommunication. Among these secreted “affairs of greater importance” were several crimes, including violence against minors. This meant, for example, that the victim of a pedophile priest undergoing a canonical trial was never informed of the outcome of the judgment. But also that the names of pedophiles judged by Vatican judges could remain “unknown” to lay judges. With obvious consequences, unfortunately, on the safety of tens of thousands of minors around the world, since pedophile priests, after the period of prayer and penance provided as a penalty for their “sin”, almost always return to practice in parishes, to teach in religious schools, to attend oratories, scout camps and so on. As it has been documented by dozens of governmental and mixed State-Church investigations in the last decade in Ireland, Germany, USA, Holland, Belgium, Auystralia etc… In short, secrecy has been for decades – if not for centuries, since the Inquisition – one of the matrices of the spread of clerical pedophilia in the world. Now, with a guilty and unprecedented delay, the Holy See has at least remedied this.

    Another matrix of the spread of “ecclesiastical” pedophilia was and is the “reason of State”.

    Let me explain myself better with a quick example:

    On April 9, 2010 – the year in which news about these crimes finally began to be published regularly in Italy as well – the Washington Post discovered that in 1985 Cardinal Ratzinger (then pref. of the CDF) had advised against reducing to the lay state a California priest who had molested minors. The response of the Holy See was immediate: the then Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith “did not cover up the case”, but only asked to study it with “greater attention” for the “good of all those involved”. In the long investigation, the WP reconstructs that, in a letter written in Latin to Bishop John Cummins, of the Diocese of Oakland, Ratzinger decided not to remove the priest. A choice that the future Pope motivated by writing verbatim “for the good of the universal Church”. And what does that mean translated into more earthly terms? To avoid public scandal. Hence the “reason of State”.

    For decades, in the name of “reason of State” and protected by papal secrecy, a very violent crime against the most defenseless human beings was buried under a gigantic and widespread cloak of silence, complicity and silence impossible – humanly speaking – to accept. It must be said, however, that if papal secrecy has been eliminated, the same cannot be said of the reason of State.

    All this concerns Italy very closely and not only for geographical reasons. In the weekly magazine Left, and then in the book Giustizia divina with Emanuela Provera, we were the first and so far the only journalists, thanks to the collaboration of the L’Abuso network, to pierce the aforementioned cloak over the ecclesiastical courts scattered throughout Italy and present in each of the more than 220 dioceses. Here is an excerpt from the story of Giada Vitale, a victim at the age of 13 of a 55-year-old parish priest.

    “There were three of us in the room: me, the judge and the notary of the Curia of Termoli. I already knew the notary, because before the hearing he told me that the ecclesiastical judge wanted a copy of my complaint to the Italian prosecutor’s office. This shows the way in which ecclesiastical justice works with the presumed victims. Moreover, Giada faced the interrogation alone, that is without a lawyer, because in these processes only the one chosen by the curia can be present, even for the witness. And she rightly refused him. “The judge was trying to get me to say that I felt affection for my rapist but I only wanted to point out that when the abuse began I was thirteen years old.” About five years have passed since the hearing and Giada has never heard anything on the record. “I was never notified of the outcome of the trial nor do I know how my statements were used.”

    Thanks to the abolition of papal secrecy, will other victims, unlike Giada, from now on know the outcome of the canonical judgment? According to the declarations of the Holy See, the answer is yes, and this would already be something in favor of the victims, because certain information could be useful to them during the Italian criminal and civil process. But what should perhaps be of most interest to us is the possibility of collaboration between the ecclesiastical authorities and the Italian civil authorities. From this point of view, however, Bergoglio’s “turning point” moves nothing. I might say, not because of the pope. In fact, the Italian law – unlike the French one, for example – for crimes of this type provides the obligation to report only for public officials, and bishops who are not public officials continue to do what they have always done: that is, not to report suspected priests to the civil authorities. This issue was also reiterated by the Italian Episcopal Conference when it explained why it did not include the obligation to report in the anti-pedophilia guidelines.

    If we add to this the fact that also the New Concordat of 1985 between the Italian State and the Holy See, in its article 4, relieves the bishops from the obligation to collaborate with the civil authority, all the nodes that have always strongly limited the investigations of the Italian judiciary when there are priests involved, with the risk of interfering with the exercise of criminal prosecution against those suspected of pedophilia and the “superiors” who transfer them from parish to parish allowing them to remain in contact with minors and repeat the abuse, remain unresolved.

    The elimination of art. 4 from the Concordat would not be a small matter. This is also stated by the cases surveyed by Rete L’Abuso and the statistics that Francesco Zanardi communicated during his speech. Personally, I have dedicated an entire book to Italy reconstructing the history of pedophilia in the Italian Church from 1870 to 2014.

    Since I wrote my first book for L’Asino d’oro on these issues in 2010, I have had the opportunity to speak with hundreds of victims. The lives of many of them continue as a function of obtaining justice for what they have suffered. There are those who – like those present – have founded an association, transforming their personal vicissitudes into a collective battle for civilization. One of the strengths of their civil commitment – perhaps the most important because it is unassailable – in my opinion lies in having understood that the real “enemy” to be fought lies in the thinking that still denies the violence suffered by the child. That is, the thought that confuses a crime (very violent against a person) with sin. In fact, we know from the psychiatrist Fagioli that pedophilia is the annulment of the human reality of the child, a sort of psychic murder.

    However, even in the Church of Pope Francis, abuse, that is, “the sexual act of a cleric with a minor,” is still treated only as a crime against morality, an offense against God, a violation of the sixth commandment. Consequently, the sinner must answer only to those who represent the Most High on Earth (the Pope), and not to the laws of the civil society to which he belongs. Well, all this is not taken into account by my fellow Italian journalists when they have to report news about alleged crimes against minors committed in the ecclesiastical sphere; and neither does the Italian State take it into account by keeping the Concordat alive, although since 1996 the legislation on crimes of a “sexual” nature against children (and women) has made enormous progress. What consequences this blindness of our institutions has on the safety of children who attend parishes, oratories, minor seminaries and Catholic schools is not only easy to imagine but has been – unfortunately – documented.

    Therefore, in conclusion, the abolition of the pontifical secret is a good thing – because in some way it can facilitate the action of the civil judiciary – but it is not enough. At least in Italy it is not enough. It would take a cultural paradigm shift that would lead the Vatican, the men of the Church, the Italian institutions and the great organs of the press to “see” rape for what it is: a violent crime that destroys the life of those who suffer it. But this would mean for believers to deny the Sixth Commandment, one of the cornerstones of religious and political power of the Catholic and Roman Apostolic Church. A temporal power that the Italian State and the Italian media still struggle to disavow.

    Federico Tulli