Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Nella giornata di ieri il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi è stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra dove insieme ad altri rappresentanti di associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo, è stato ricevuto dai Funzionari della Commissione CRC (Children Right Connection) sollevando le problematiche del “caso italiano”.

    Nel febbraio del 2018, l’associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo Italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali, diffida che aveva inviato anche al Comitato ONU per la tutela del fanciullo.

    Nella pre sezione di ieri le Nazioni Unite confermano l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato Italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale previsto per il 18 gennaio 2019.

    Nel frattempo saranno mesi di operoso lavoro per l’associazione italiana che si è formalmente fatta carico di inviare, presso la sede ONU di Ginevra, il maggior numero possibile di report sulla situazione italiana, sconosciuta alle Nazioni Unite e mai documentata dal nostro Governo.

    Un primo deposito di materiale italiano documenta la continuità della linea omissiva della Santa Sede, linea che è stata evidenziata in un report riguardante il caso di don Mauro Galli, emblematico perchè vede documentato ai giorni nostri la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori.

    Vediamo infatti che i due protagonisti, mons. Mario Delpini ed il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia da tempo al corrente delle accuse ben documentate nei loro confronti, lo scorso luglio, anzichè essere puniti come vuole la campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco, sono stati entrambi promossi, il primo a capo della diocesi piu grande d’Europa, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.

    L’incontro di ieri con i funzionari della Nazioni Unite fa parte di un meeting internazionale iniziato nel massimo riserbo il 4 giugno a Bernex (Francia), che terminerà il giorno 8 al quale oltre alla Rete L’ABUSO (Italia) partecipano i rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero arrivati da tutto il mondo tra cui Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina.

    Ulteriori informazioni sul meeting saranno rilasciate domani in una conferenza stampa che si terrà alle ore 9 a Ginevra.

    Il Presidente Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    Il caso sarà esaminato in una conferenza a Ginevra. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia del clero. E oggi la vicenda torna in tribunale.

    I caso Galli-Delpini finisce all’Onu. La vicenda del prete milanese imputato in un processo di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni verrà portata il 7 giugno alla sede delle Nazioni unite di Ginevra, come esempio italiano all’interno di una conferenza mondiale sulle violenze nei confronti dei minori, organizzata dall’Eca (Ending clerical abuse) e destinata alla ribalta internazionale dopo il terremoto delle dimissioni in blocco dei 34 vescovi cileni accusati di omertà da papa Francesco.

    La storia ricostruita davanti al giudice di Milano risale al dicembre 2011 e la sua particolarità sta nella gestione ambigua, poco trasparente da parte dell’allora vicario episcopale Mario Delpini (futuro arcivescovo di Milano) e del responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada (attuale vescovo di Brescia).

    I due alti prelati, pur essendo a conoscenza fin da subito del comportamento di don Mauro Galli – portò nel suo letto un minore che lo accusò di aver abusato di lui – decidono di non denunciare il fatto e si limitarono a trasferire il giovane prete da Rozzano a Legnano, da due a quattro oratori, sempre a contatto con gli adolescenti. E per più di due anni promettono ai genitori della vittima un percorso di giustizia iniziato solo dopo la denuncia alla polizia di Stato.

    In un audio registrato durante una conversazione lo stesso monsignor Tremolada ammette “Lo abbiamo trasferito in un altro oratorio, siamo stati imprudenti”. In una lettera di scuse ai famigliari del ragazzo, il cardinale Angelo Scola scrive che l’intera vicenda è stata “gestita in modo maldestro” dai suoi collaboratori. Un’altra particolarità che rende indecifrabile e al tempo stesso interessante la vicenda è la consapevolezza del Vaticano in tutto ciò al momento di promuovere Delpini a responsabile della più grande diocesi d’Europa e Tremolada  nella cattolicissima Brescia. Con lettera firmata dal nunzio apostolico Adriano Bernardini, il 22 marzo 2016 la Santa Sede avverte i genitori del ragazzo di avere acquisito e protocollato tutta la documentazione sul caso.

    Quando papa Francesco ufficializza le promozioni il dossier dovrebbe essere sulla sua scrivania, a meno che una mano poco santa non lo abbia nascosto. Tutto ciò sarà ricostruito il 7 giugno a Ginevra anche grazie agli articoli pubblicati da La Verità quasi in solitudine. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia nel clero. Il congresso, che si terrà due settimane prima della visita pastorale di papa Francesco in Svizzera, arriva in un momento molto delicato per le vicende cilene, e la storia di don Galli non sembra essere lontana dai pensieri del Pontefice. A fine giugno il Papa nominerà 14 nuovi cardinali, tre dei quali italiani: Angelo De Donatis (Roma), Giovanni Angelo Becciu (Segreteria di Stato) e Giuseppe Petrocchi (L’Aquila). Nessun accenno a Delpini, anche se prima dell’esplosione del caso l’arcivescovo era considerato in pole position per un’ulteriore promozione.

    Il caso che da tempo crea imbarazzo e sconcerto nell’arcidiocesi di Milano torna in aula questo pomeriggio per un passaggio cruciale: sarà interrogato proprio don Mauro Galli, che quella sera del 21 dicembre 2011 invitò un ragazzino di Rozzano a “dormire nel lettone” e durante la notte “lo abbracciò da dietro per impedirgli di cadere dal letto”. La vittima, che ha raccontato ben altra versione, ha dovuto affrontare l’inferno della frustrazione, della paura, dell’autodistruzione prima di rivedere sprazzi di serenità. E da sette anni chiede giustizia.

    https://www.laverita.info/i-presunti-abusi-del-prete-di-milano-arrivano-fino-alle-nazioni-unite-2570800572.html

  • C’è un’altra chiave di lettura sulle dimissioni di massa dei vescovi cileni ?

    C’è un’altra chiave di lettura sulle dimissioni di massa dei vescovi cileni ?

    Di Francesco Zanardi

    Il caso cileno, iniziato con il coinvolgimento del vescovo Barros, accusato di aver coperto il prete pedofilo Fernando Karadima, caso che poi si è ulteriormente evoluto con le dimissioni di massa dei vescovi, all’apparenza clamorose, sulle quali però al momento papa Francesco non si è ancora pronunciato.

    Più che azioni clamorose parlerei per ora di appelli clamorosi perché, nei fatti, è questo che è accaduto per il momento e forse, dietro tutto ciò si nasconde una chiave di lettura non proprio così nobile come appare.

    Va intanto detto che al momento, come da manuale, del vescovo Barros non si ha più traccia, è scomparso dalla faccia del pianeta e nessuno sa dove sia. Chissà magari tra qualche settimana riapparirà in Vaticano, come fu per Josef  Welowsky , Alberto Capella e compagni.

    Riguardo invece le dimissioni di massa dei vescovi cileni, che qualcuno ha definito “un ammutinamento”, bèh, l’ipotesi è certamente più credibile di quella che sia stato un atto di responsabilità.

    Vale la pena ricordare che, al di la dei molteplici appelli su trasparenza e tolleranza zero, è tutt’ora in vigore la norma del ‘62 nota come Crimen Sollicitationis, che papa Francesco non ha mai abrogato, anzi ha inasprito inserendo ulteriori sanzioni per le gerarchie, sanzioni di riservatezza mica di trasparenza.

    Quella norma nei fatti regolamenta la gestione criminale da parte delle gerarchie cattoliche in materia di abusi sui minori e, dietro quella norma, crollò la fake news del tribunale per processare i vescovi insabbiatori, un tribunale che non poteva esistere in quanto si proponeva di punire i vescovi che applicavano quella norma: una contraddizione assurda, un po’ come dire che le auto vanno messe dentro le strisce dei parcheggi, ma se passa un vigile ti multa perché l’auto è dentro le strisce.

    Questo è quanto sta accadendo in Cile, i vescovi che fino a prima dello scandalo hanno applicato diligentemente quella norma criminale, oggi sono accusati, da chi quella norma non l’ha mai abrogata, di averla applicata.

    Ecco perché l’ammutinamento e le dimissioni di massa dei vescovi cileni, ed ecco perché Bergoglio non si pronuncia: come potrebbe?

    Certo le aspettative alimentate nel mondo cattolico, a questo giro, sono davvero enormi e nel concreto difficile dire come, e soprattutto se, potranno essere mantenute.

    Zanardi

  • Don Mauro Galli in aula “non sapevo di essere stato accusato di molestie”

    Don Mauro Galli in aula “non sapevo di essere stato accusato di molestie”

    Nell’udienza di ieri, 22-5-18, presso il Tribunale di Milano, è stato sentito per la prima volta in aula l’imputato, don mauro Galli, accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzo di Rozzano, all’epoca dei fatti 15enne.

    Premesso che l’imputato ha tutto il diritto di mentire per difendersi, premesso che la Rete L’ABUSO segue vittima e familiari il carteggio delle deposizioni lo ha letto, le risposte di don Galli sono state alquanto improbabili.

    Dopo una iniziale serie di domande utili a descrivere il ruolo e mansioni di don Mauro, tra le altre cose al suo primo incarico, l’attenzione si sposta non solo sul suo trasferimento da Rozzano a Legnano – avvenuto dopo la denuncia della vittima – che stando a quanto documentava anche la pagina internet della parrocchia sarebbe avvenuto il primo marzo del 2012, seguito poi da un secondo trasferimento nel novembre dello stesso anno presso l’ospedale di Niguarda, a loro dire un trasferimento temporaneo questo, in attesa di un terzo trasferimento del don Mauro a Roma.

    Tutti trasferimenti che don Mauro non solo ha dichiarato in aula di non sapere fossero collegati ad una denuncia di abusi, a suo carico, risalente al 2011, ma che sarebbe venuto a conoscenza di ciò, soltanto nel settembre del 2014, dopo quasi tre anni.

    Ovvia la conseguente domanda di come, ignorando i reali motivi del trasferimento, don Mauro si spiegava allora tutti quegli spostamenti in un lasso di tempo così ristretto. La risposta è stata disarmante: non si sarebbe mai posto la domanda, ma solo limitato ad obbedire ai suoi superiori.

    Invece, su quanto accaduto la notte del 19 dicembre 2012, don Galli ha soltanto ammesso di aver dormito nello stesso letto con la presunta vittima e che, durante la notte, questa fece un brutto sogno, si mise ad urlare nel sonno e lui si limitò a trattenerla per paura cadesse dal letto.

    Qui il racconto stride ancora una volta e fa sorgere una domanda: ma se quella notte non è accaduto nulla, perché don Mauro Galli non si è difeso da quelle che, a questo punto, sarebbero state le infamanti accuse della presunta vittima? Perché allora, prima di questo procedimento giudiziario, ancora in corso, avrebbe versato 150.000€, tra indennizzo e spese legali, grazie al quale la parrocchia di Rozzano e la stessa diocesi di Milano, responsabili civili nel processo, hanno potuto tirarsene fuori e il don Mauro, in caso di condanna, potrà usufruire dello sconto di un terzo della pena?

    Un indennizzo che ha fatto parlare parecchio, si è persino detto fosse un fondo della diocesi per “comprare il silenzio” delle vittime e ieri, in aula, la difesa del sacerdote rappresentata dal professor Mario Zanchetti, ha spontaneamente ritenuto di dover documentare agli atti i vari spostamenti bancari, a prova che quei soldi provenissero dal conto dei genitori del sacerdote e non dalla diocesi.

    Lo stesso sacerdote ha dichiarato che la provenienza è riconducibile a vari parenti che lo avrebbero aiutato.

    Francesco Zanardi

  • Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede

    Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede

    Effetto domino I casi in Australia e Cile, la volontà di condanna di tribunali e Vaticano

    » ANDREA VALDAMBRINI

    Giudicato colpevole, rischia fino a 2 anni di carcere per aver coperto abusi sui minori. Fa rumore la decisione del tribunale di Newcastle in Australia contro l’attuale arcivescovo di Adelaide, il 67enne Philip Wilson, condannato per aver insabbiato le violenze commesse da un collega sacerdote negli anni ’70 nella diocesi di Maitland, 130 chilometri a nord di Sidney.

    La decisione della corte australiana è significativa, non solo perché Wilson diventa il più alto prelato al momento condannato per questo tipo di reati da un tribunale ordinario. Ma soprattutto perché per chi ha subito violenza, ottenere giustizia è tut t’altro che scontato. Per almeno due ragioni: da un lato i responsabili vengono spesso pensionati o trasferiti – come nel caso del cardinal Bernard Law di Boston nell’apripista caso Spotlight, emerso nel 2003, che fu mandato a Roma. Dall’altro perché alcune Chiese, come quella Usa, scelgono la strada del risarcimento economico nei confronti delle vittime.

    Dopo il lavoro della magistratura in Usa, l’Australia è uno dei Paesi al mondo che più è spesi per far emergere i reati di pedofilia da parte del clero cattolico. Nel 2012 l’allora primo ministro laburista Julia Gillard istituì una commissione d’inchiesta (la R oyal Commission), che avrebbe lavorato per oltre di cinque anni, raccogliendo migliaia di testimonianze. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso dicembre, documenta più di 40.000 casi di violenza, risalenti agli anni ’80e ’90, 2500 dei quali sono stati comunicati alle autorità competenti. L’attuale premier australiano Malcom Turnbull, commentando la relazione finale della commissione, l’ha definita senza mezzi termini una “tragedia nazionale”. Chiamato in causa nello scandalo, anche il cardinale George Pell, già arcivescovo di Sidney e primate della chiesa australiana, oggi responsabile del dicastero economicodellaSanta Sede–in sostanza una dei più alti in grado nella gerarchia vaticana.

    IL 1° MAGGIOUN TRIBUNALE ha rinviato a giudizio il porporato con l’accusa di abusi sessuali commessi sia durante il suo ministero a Melbourne, che prima, nella sua città natale, Ballart. Quello del 76enne Pell, cardinale già in età di pensione ma non ancora dimissionato da Papa Francesco,causa grande imbarazzo entro le mura vaticane. Un imbarazzo che almeno in un altro caso recente non ha potuto non generare conseguenze. Solo venerdì scorso, tutti i 34 vescovi cileni hanno rassegnato le dimissioni a Papa Francesco, dopo che nel Paese latinoamericano sono emersi anni di violenze e coperture. La conferenza episcopale ha invocato il “perdono per il dolore causato alle vittime per i nostri gravi errori e omissioni”. Il caso clamoroso da cui la Chiesa cilena è stata scossa è quello di padre Ferdinando Karadima, responsabile negli anni ’70 e ’80 di numerose violenze e “con dannato” a “seguire una vita di preghiere e penitenze”dal le stesse gerarchie ecclesiastiche nel 2011.

    E in Italia? “Al contrario di quello australiano, il nostro governo è inadempiente rispetto alle convezioni internazionali di protezione dei minori”, afferma Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso – associazione italiana di vittime del clero. “Lo scorso anno grazie al deputato Matteo Mantero (M5S), abbiamo depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere quella tutela per le vittime che oggi manca.

    E dal 4 all’8 giugno saremo all’Onu a Ginevra per manifestare insieme a tutte le associazioni di vittime del mondo”.

    Da Il Fatto Quotidiano del 23-5-18

  • AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    Dopo il caso di Diego Esposito, chiuso perché secondo la diocesi di Napoli non vi erano riscontri, eppure sarebbe bastato leggere la citazione in giudizio avanzata dal legale della vittima per acquisire persino la lista dei testimoni, anche ad Aversa accade la stessa cosa. Con la differenza che, a Napoli, Esposito almeno è stato convocato e ascoltato, ad Aversa, invece, la chiesa non ha convocato nessuno: neppure la presunta vittima di don Maurizio Palmieri, e ora archivia perché, secondo lei, mancano i riscontri.

    Quasi un insulto all’intelligenza umana anzi, alla stupidità: qui si offendono pure gli stupidi che comprendono con chiarezza che la favola dei tribunali canonici, delle indagini e della giustizia della chiesa che, a questo giro, anziché chiamare “tolleranza zero” è doveroso, fino a prova contraria, definire “affidabilità zero”, è solo uno squallido teatrino che offende le vittime.

    Possiamo prevedere già oggi l’esito dei prossimi casi che le vittime denunceranno alla chiesa, se prescritti la chiesa non troverà riscontri. Se invece denunciati alla magistratura e non prescritti dirà di avviare l’indagine senza dare alcun esito prima che si pronunci la giustizia civile. Se invece i brogli emergono come nel caso cileno o come nel caso dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, dalla Dottrina della Fede diranno che… faranno sapere, ma intanto il prelato resterà al suo posto.

    Insomma, comunque la giri, “quando l’acqua scarseggia, la papera non galleggia”.

    Non so se le responsabilità sono attribuibili alla Dottrina della Fede, o agli inquirenti, o al prelato di turno… nei fatti, Bergoglio continua a fare appelli dando grandi aspettative, la stampa li riporta e li esalta e non li verifica, ma tranne Bergoglio e quel gruppo di giornalisti che, di fatto, anziché favorirlo lo screditano ad ogni articolo, agli uomini di papa Francesco nulla importa… e si vede.

    Anche qui non sappiamo la scusa, se sarà stata la diocesi che ha insabbiato, se non hanno rintracciato più nemmeno la presunta vittima che ha denunciato don Palmieri, insomma, come diceva il famoso ispettore del film “La pantera rosa”, il caso anche questa volta è Clouseau.

    Da persona che si colloca tra quelli “stupidi +++”, data l’assoluzione che questa volta, forse per sbaglio, è stata notificata persino alla presunta vittima, mi aspetto dalla diocesi di Aversa e da don Palmieri una doverosa querela nei confronti del nostro associato e nei confronti della Rete LABUSO: se abbiamo sbagliato esigiamo, ripeto, esigiamo di essere portati di fronte a un giudice e pagare i nostri errori e riabilitare il sacerdote, magari in un tribunale civile, così, almeno lì la presunta vittima potrà, prima della condanna, essere ascoltata da qualcuno.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete LABUSO

  • La doppia morale della chiesa di Bergoglio; tante scuse alle vittime e collette per pagare i processi ai pedofili in sottana

    La doppia morale della chiesa di Bergoglio; tante scuse alle vittime e collette per pagare i processi ai pedofili in sottana

    La grande tolleranza zero di Bergoglio si sta trasformando in uno spettacoluccio davvero becero e di cattivo gusto, l’ennesimo schiaffo alle vittime, questa volta direi davvero raccapricciante: arriva da oltre oceano, dall’Australia dove l’arcidiocesi di Sidney ha avviato una raccolta fondi per sostenere le spese legali non delle vittime, no, quelle del cardinale Pell, accusato di abusi sessuali e di insabbiamenti in favore di sacerdoti suoi sottoposti.

    Il cardinale avrebbe difficoltà nel sostenere le spese legali perché, in virtù dell’umiltà francescana tanto acclamata nel papato di Bergoglio, il cardinale ha scelto il team legale più prestigioso, quello del penalista Robert Richter che costerebbe, secondo le indiscrezioni dei media australiani, decine di migliaia di dollari al giorno.

    La cosa irrita parecchio, perché il problema è una quotidianità per le vittime e proprio pochi giorni fa la mamma di una vittima seguita dall’associazione, lamentava le difficoltà nell’affrontare le spese legali che spesso costringono la vittima a patteggiare poche decine di migliaia di euro di risarcimento, cifre che non bastano neppure per sottoporsi a qualche ciclo di analisi.

    Quella di Pell è decisamente vergognosa ma, purtroppo, non è la prima volta che siamo costretti ad assistere e subire queste disparità, guardate il caso che coinvolge la diocesi di Milano, difesa insieme al sacerdote a ella parrocchia da un altro prestigioso studio legale, quello del Professor Mario Zanchetti, otto avvocati, la vittima si è accontentata di uno… e si è trovata costretta a patteggiare per l’impossibilità economica a proseguire il processo. Ricordiamo poi il discusso caso di don Luciano Massaferro che, in terzo grado, se pur perdendo, trovò le risorse per farsi difendere niente popò di meno che dall’avvocato Franco Coppi.

    Quella di Pell è particolarmente raccapricciante, ricordiamo che il Vaticano è lo stato più ricco al mondo (qui i costi dell’Italia) e se voleva assumersi una tale difesa per un suo ministro doveva finanziarla: una raccolta pubblica di fondi così esosa, anche se raccolti da uno studio legale ma di fatto veicolata dall’arcidiocesi, forse avrebbe avuto un senso se fosse stata per tutti gli avvocati, vittime e cardinale.

    di Francesco Zanardi

  • Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Lo scorso 19 gennaio la Rete L’ABUSO, per mano del proprio avvocato, Mario Caligiuri,  ha formalmente diffidato il Governo per una serie di gravi inadempienze in materia di tutela dei minori, tra queste anche la prevenzione che, come vedremo, parte anche dalla consapevolezza, ovvero dall’informare la collettività affinché questa possa tutelarsi.

    Ed è proprio la consapevolezza l’obbiettivo di questo articolo, cercherò di spiegare quali sono le principali falle del sistema in uno Stato come l’Italia che, malgrado abbia sottoscritto e ratificato una miriade tra protocolli, carte dei diritti, convenzioni ecc., dietro le quali dovremmo sentirci più sicuri, quando ne analizziamo l’applicazione scopriamo invece falle notevoli che, come vedremo in alcuni casi, sono addirittura riconducibili all’ingerenza del clero.

    Come si struttura una misura preventiva ?

    Esiste un primo livello, che non è più o meno importante degli altri, è semplicemente l’obbiettivo prioritario: quello di prevenire e scongiurare che si produca una vittima. Quando la vittima invece c’è, siamo già al secondo livello, ma questo lo vedremo in seguito.

    Le norme preventive, che definisco di primo livello, sono quelle che, per esempio, impediscono al medico di continuare ad operare qualora non fosse più in possesso dei requisiti psicofisici per farlo: la finalità è impedire che un soggetto potenzialmente a rischio possa nuocere al paziente. Stessa cosa accade per le norme preventive del codice della strada dove vediamo, come strumento preventivo, la sospensione o la revoca della patente in caso di deficit di vario genere, vista, diabete, uso di sostanze e via dicendo.

    Utilizzando l’esempio della patente di guida, analizziamo come interviene la norma preventiva e notiamo che lo sventurato autista, al quale hanno ritirato la patente è, di fatto, stato privato di un suo diritto (quello di guidare): questo perché le condizioni necessarie perche potesse esercitare quel suo diritto, erano tali da renderlo potenzialmente pericoloso per se stesso e per la collettività.

    Faccio ancora notare che non è detto che per vedersi ritirare la patente (con il conseguente inserimento in un elenco di soggetti a rischio) il nostro sventurato autista abbia, per forza, dato prova della sua pericolosità (ovvero abbia avuto un incidente): è stato sufficiente possedere un deficit che lo rendesse potenzialmente pericoloso per la collettività.

    In questo caso la norma preventiva funziona, è efficace, pur privando il nostro sventurato autista di un suo diritto, la norma è legittima, tiene conto della priorità (l’incolumità) e la valorizza correttamente.

    Come nel caso del medico e dell’autista, troviamo lo stesso schema anche per quanto riguarda la tutela dei minori, certo ci sono delle varianti rispetto al caso del medico o dell’autista i quali si sono visti riconoscere una potenziale pericolosità tramite un test, esami, controlli e via dicendo.

    Certo, per la pedofilia non si può rilevare la tendenza di un soggetto attraverso un esame o un test, in questo caso il dato si ottiene diversamente: a produrlo è un sistema informativo centralizzato, in sostanza un database sullo stile di quello dell’FBI o di quelli adottati in altri paesi, nel quale vengono immagazzinate, per essere rese disponibili in tempo reale alle forze dell’ordine, non solo le condanne, ma anche i procedimenti pendenti (quindi ancora privi di un giudizio) , le annotazioni fatte dalla p.s., per esempio durante un controllo, o dove c’è stata una segnalazione, con un rilievo tale, da rientrare nel medesimo meccanismo di allarme preventivo che segnala il medico o l’autista.

    Nel 2006 il Governo stanziò un fondo per realizzare un database nazionale. Purtroppo non fu mai realizzato e, ancora oggi, è praticamente impossibile avere in tempo reale la disponibilità di un dato certo, o uno storico di eventuali precedenti, segnalazioni e procedimenti pendenti.

    La prevenzione di primo livello purtroppo si esaurisce inevitabilmente qui. Senza l’elemento strutturale fondamentale, il sistema informativo centralizzato, comprenderete che le azioni preventive attuabili in un primo livello sono davvero molto limitate.

    Come accennavo all’inizio dell’articolo, restando nella prevenzione di primo livello, sono fondamentali anche le campagne di consapevolezza, per i genitori ma anche per coloro che sono, in fondo, i primi a poter dare l’allarme, i bambini che, se messi in condizione di riconoscere un pericolo, possono difendersi chiedendo aiuto. Purtroppo anche questa risorsa al momento non è valorizzata in Italia.

    Passiamo alla prevenzione di secondo livello che, come spiegavo in principio, non è meno importante di quella di primo: divido i due livelli perché lo scenario del secondo livello si configura quando oramai siamo in presenza di una vittima, ovvero quando la violenza è già stata commessa e intervengono meccanismi preventivi non più sulla base della potenziale pericolosità di un soggetto, ma sulla certezza della pericolosità di quel soggetto.

    Qui lo scenario è apparentemente più semplice, abbiamo dei dati certi sui quali lavorare, il reato si è consumato e abbiamo a disposizione le condanne. Se avessimo il nostro bel database avremmo una maggiore possibilità di accesso e una consultazione certa ed immediata per tutte le forze di p.s., tuttavia attraverso i casellari, anche se non è proprio così immediato, le procure possono accedere al dato.

    Tra le più importanti ed innovative convenzioni sottoscritte dal nostro paese c’è quella di Lanzarote, con la sua ratifica nel 2012, dietro alla quale il Governo ha dovuto successivamente implementate alcune importanti misure, come il raddoppio della prescrizione che da 10 passa a 20 anni con decorrenza a partire dal 18° anno di età, i protocolli che regolamentano l’audizione protetta della vittima, il certificato anti pedofilia ecc.

    Tranne il certificato anti pedofilia, sono tutte implementazioni dalle quali il clero non è affatto esente, tuttavia nessuno ne contesta le violazioni, per esempio quelle subite dalla vittima in una sede processuale canonica, o durante un’indagine o una perizia medica avviata dalla chiesa, tutte violano palesemente, oltre ai protocolli introdotti da Lanzarote, anche le garanzie costituzionali in quanto la vittima, per esempio, non può essere assistita dal proprio avvocato, esattamente come accadde nel processo a Nuzzi e Fittipaldi.

    Nel caso del certificato anti pedofilia invece, nell’applicazione il clero è stato esonerato per legge dall’esibirlo, grazie ad una sapiente mossa del legislatore che, per non discriminare nessuno, questa volta ha addirittura “strafatto”, esonerando l’intera categoria alla quale il clero appartiene, quella da sempre più a rischio: il volontariato (quindi allenatori, scout ecc… )

    Nel certificato anti pedofilia scopriamo una grave falla, dico grave non solo perché esonera inspiegabilmente la categoria da sempre più a rischio, ma se provate a leggere con l’occhio di un pedofilo, vi accorgerete che paradossalmente indica il terreno fertile dove cacciare, dove non è necessario esibire il certificato.

    L’introduzione del certificato anche per la categoria del volontariato al momento è fondamentale, da subito fattibile per i civili, per i sacerdoti invece sorgerebbe un altro problema legato questa volta al mancato obbligo della denuncia.

    Il certificato anti pedofilia non è altro che una dichiarazione nella quale si certifica di non aver mai avuto precedenti in materia: il dato viene fornito dall’autorità giudiziaria sulla base dei precedenti. Il problema sorge perché la chiesa, essendo lasciata libera di insabbiare internamente il caso, e di omettere sistematicamente la denuncia alle autorità civili, anche se poi procede con un processo canonico, l’esito non potrà essere comunque nella disponibilità dall’autorità giudiziaria, di conseguenza il certificato non sarebbe attendibile.

    Questa anomala esenzione per il volontariato dall’esibire il certificato anti pedofilia ha creato una falla davvero grave perché, a differenza del medico o dell’automobilista che possono riottenere i requisiti psicofisici e riabilitarsi, nel caso del pedofilo la riabilitazione non è fattibile: non stiamo parlando di una malattia che si può curare, parliamo di un grave disturbo della personalità, di un profilo che la comunità scientifica paragona a quello dei serial killer, parliamo di predatori, persone che, anche se monitorate e seguite farmacologicamente (cosa che in Italia non è prevista tranne in rari casi), non potranno mai più essere rimesse a contatto con i minori perché non in grado di gestire quell’istinto, persone potenzialmente pericolose.

    Qui assistiamo ad un vero e proprio cortocircuito della norma preventiva di secondo livello che, anziché tener conto delle peculiarità del caso, per i civili, reindirizza il predatore verso il terreno di caccia. Stessa cosa per i sacerdoti ai quali permette la ricollocazione nelle parrocchie, luoghi quotidianamente frequentati da un alto numero minori, gli stessi dove probabilmente aveva già adescato e consumato l’abuso prima della condanna.

    Il terzo livello invece riguarda la gli strumenti di soccorso per la vittima e quelli di controllo per il predatore ma si esaurisce sul nascere, non c’è nulla.

    Anche questa è una grave carenza, il monitoraggio dei soggetti noti, ovvero coloro che hanno già subìto una condanna, garantirebbe per prima cosa gli interventi necessari per aiutarli sotto il profilo medico e, al tempo stesso, permetterebbe agli operatori di cogliere eventuali campanelli di allarme per poter intervenire, prevenendo un altro crimine.

    Per le vittime la situazione è drammatica. Non esistono strutture pubbliche che le supportino nel recuperare il danno biologico derivante dagli abusi: stiamo parlando di persone che hanno subìto un grave sconvolgimento emotivo e che, se abbandonate a se stesse, impiegheranno anni per rielaborare quell’evento, chi più chi meno, condannati ad una qualità di vita penalizzante. L’unico indirizzo fornito dalla sanità pubblica è al momento il centro di igiene mentale che, però, è inadeguato alle necessità della vittima. A livello privato, con un notevole costo a carico delle vittime, vi sono dei centri specializzati per il trattamento del disturbo post-traumatico, ma non vi è una diffusione capillare di questi centri su tutto il territorio italiano.

    In Italia esiste anche l’Osservatorio per il Contrasto della Pedofilia e della Pornografia minorile, un ufficio che dipende dal Dipartimento per le pari opportunità, dovrebbe promuovere iniziative di vario genere ma l’entità è tale che, probabilmente, avete appreso solo in questo momento l’esistenza dell’ufficio stesso.

    Il quadro che emerge è forse un po’ meno rassicurante di quello che ci si aspettava, a fronte delle garanzie fornite dalla Costituzione e dalle varie Convenzioni, ora avete uno strumento in più grazie col quale potete valutare da soli quella che, in fondo, era la domanda iniziale “quale è il reale livello di tutela dei minori in Italia?”.

    Voglio rubarvi ancora pochissimo tempo, se siete arrivati fino a qui… vorrei, dopo aver espresso le drammatiche criticità, essere costruttivo valutando anche le soluzioni che il Governo potrebbe attuare concretamente. A me è piaciuto molto quello che è accaduto in Svizzera, dove il Governo, senza dover mettere mano a Concordati o altro, nella sua piena autonomia e nel più ampio rispetto per la chiesa, ha deciso di fare una mossa molto semplice, tra le altre cose da sempre fortemente richiesta dalle associazioni: quella di togliere la prescrizione su questi reati.

    Voi vi chiederete che cosa centra la prescrizione, bene questo è stato un fortissimo deterrente che ha cambiato notevolmente le cose.

    In presenza della prescrizione, il reato decade superati i termini, quindi l’interesse che si produce al fine della propria impunità, è quello di insabbiare nella speranza di arrivare alla prescrizione. Tutto questo ulteriormente incentivato dal fatto che la vittima, molto probabilmente, non farà in tempo a denunciare entro i termini della prescrizione, perché tendenzialmente la maturazione del trauma è piuttosto lunga.

    Senza la prescrizione, invece, anche se la vittima denuncia in età avanzata,  è quasi certo che prima o poi la denuncia ci sarà e l’autorità giudiziaria accerterà i fatti: e qui la reazione cambia. La chiesa, se pur continuerà a preferire la salvaguardia dell’immagine, sarà proprio in virtù di questa salvaguardia che troverà lo stimolo ad intervenire, per impedire che il crimine venga reiterato: non trasferirà più di parrocchia in parrocchia chi, questa volta, potrebbe costargli caro.

    Questo è stato infatti il risultato che una banale modifica legislativa, non invasiva e di buonsenso, è riuscita a produrre. Nell’applicare la legge, il Governo si è anche curato di dare l’opportunità, a tutti i cittadini che avevano subito abusi in precedenza, di poter denunciare, questo ha permesso di raccogliere subito i primi frutti.

    Infatti la chiesa, stimolata dal fatto che adesso per lei le prospettive si erano fortemente ridotte ovvero, “o tentiamo un accordo risarcitorio con la vittima” o, in alternativa, “attendiamo che sia un giudice a stabilire quanto dobbiamo risarcire”, ha tentato la via naturalmente più vantaggiosa proponendo accordi alle vittime.

    Anche la Conferenza Episcopale si è mossa di conseguenza e, al contrario delle Linee guida, che non prevedono l’obbligo della denuncia e nessuna sanzione per coloro che si rendono complici, quelle svizzere sono un tantino diverse, sono collaborative con l’autorità giudiziaria e sanzionanti con gli insabbiatori.

    Un vero miracolo, non c’è che dire.

    Di Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Appello del cardinale «Indagini al palo chi sa deve parlare»

    Appello del cardinale «Indagini al palo chi sa deve parlare»

    MariaChiaraAulisio

    L’ultima manifestazione di protesta organizzata per far sentire la sua voce e quella di chi denunciava di aver subito gli stessi abusi risale ai primi giorni di aprile quando Diego Esposito (nomedifantasia),con Francesco Zanardi presidente della Rete L’Abuso – che si occupa di dare sostegno e assistenza, legale e psicologica, a chi denuncia molestie e violenze da parte di sacerdoti – ha sfilato sul sagrato del Duomo di Napoli.

    E all’ingresso della cattedrale ha inscenato un sit-in per denunciare lo stallo delle inchieste – da quelle affidate agli organi ecclesiastici, ai tribunali canonici, a finire a quelle consegnate in Procura e alla magistratura civile e per chiedere le dimissioni del cardinale Crescenzio Sepe; ma, soprattutto, per invocare una parola risolutiva di Papa Francesco.

    Lo stesso Papa che lo scorso febbraio, in Vaticano, aveva deciso di riaprire il caso del prete di Ponticelli accusato di pedofilia che – secondo Esposito-avrebbe abusato anche di lui quando aveva appena tredici anni, e lo invitava a casa sua approfittando della soggezione psicologica del ragazzino.

    Poi altre testimonianze, tra cui quella di G.S.,che raccontò di aver subito le stessi sorti di Diego confermando le accuse ai danni del prete. Da qui la necessità da parte del Santo Padre di richiedere «ulteriori e immediati» accertamenti. Bergoglio intendeva capire se le indagini svolte dalla diocesi di Napoli e,in seguito, dalleautorità competenti vaticane,relative alle accuse di abusi ai danni di alcuni bambini, e terminate con un’archiviazione, erano state fatte nel rispetto della verità. Inevitabile, da parte della Congregazione della Dottrina per la Fede, l’affidamento alla diocesi di Napoli dell’incarico di «procedere ai necessari adempimenti, secondo le norme canoniche».

    In altre parole l’obbligo di riaprire un caso che per i vertici di largo Donnaregina era ormai morto e sepolto: nel 2016 infatti la Curia riteneva «non essere emersi elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico del sacerdote in questione».

    Ed ecco le novità delle ultime ore: «Nelle scorse settimane – si legge in un comunicato inviato dalla Curia arcivescovile di Napoli – sono state avviate le procedure relative all’indagine previa, riascoltando il sacerdote accusato». E fin qui tutto regolare. Peccato però che «tale indagine prosegue la nota di Crescenzio Sepe – presenta qualche difficoltà». Quale? «Non risulta pervenuta alla Cancelleria della nostra Diocesi alcuna nuova denuncia di persona diversa dal primo accusatore. Si sa soltanto di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però,vennero indicate soltanto le iniziali G.S.».

    Da qui l’appello dell’arcivescovo «a tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria della Curia di Napoli, entro e non oltre trenta giorni dalla data del presente comunicato stampa.

    Solo così – conclude la nota –si avrà modo di proseguire e concludere l’indagine che, una volta ultimata, sarà inviata alla Congregazione della Dottrina per la Fede per le competenti valutazioni e determinazioni». Immediata la replica di Francesco Zanardi: «La cosa sfugge solo al Cardinale Sepe, ma è piuttosto evidente che le vittime siano rimaste parecchio intimidite dopo aver visto il trattamento riservato a Esposito.

    In seguito alla denuncia di otto anni fa alla curia napoletana Diego è stato prima umiliato con un risarcimento di 250 euro e poi ha perso anche il lavoro grazie a una segnalazione della stessa diocesi in questura: gli hanno ritirato il porto d’armi e, facendo di mestiere la guardia giurata, è rimasto anche senza lavoro. In quella occasione – aggiunge Zanardi –la diocesi si giustificò sottolineando che la segnalazione fu fatta per il suo bene.

    Peccato non abbiano avuto lo stesso buonsenso e la stessa tutela quando hanno mandato don Silverio Mura, sotto falso nome, a Montù Beccaria…insegnava religione a 40 minori».

    Il Mattino del 29-4-18

  • NAPOLI; la diocesi di Sepe snobba le vittime che protestano davanti al duomo – poi finge di cercarle con un comunicato stampa

    NAPOLI; la diocesi di Sepe snobba le vittime che protestano davanti al duomo – poi finge di cercarle con un comunicato stampa

    Di oggi la notizia diramata tramite un comunicato stampa, che gli “007” della diocesi di Napoli starebbero indagando su presunti abusi commessi da un sacerdote, non si sa quale dei due noti, tuttavia invitano, “tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria della Curia di Napoli, entro e non oltre trenta giorni dalla data del presente comunicato stampa“.

    Nel comunicato, la diocesi lamenta che “tale indagine presenta qualche difficoltà perché non risulta pervenuta alla Cancelleria della nostra Diocesi alcuna nuova denuncia di persona diversa dal primo accusatore. Si sa soltanto di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però, vennero indicate soltanto le iniziali G.S.”.

    La cosa sfugge solo al cardinale Sepe, ma è piuttosto evidente che le vittime siano rimaste parecchio intimidite. Dopo aver visto il trattamento riservato a Diego Esposito, che dopo la denuncia di otto anni fa alla curia napoletana si è visto prima umiliare con un risarcimento di 250€, poi, segnalato dalla diocesi stessa alla questura, si è visto ritirare il porto d’armi e oggi è senza lavoro. In quella occasione la diocesi si giustificò, sottolineando che la segnalazione fu fatta per il bene di Esposito. Peccato che non abbiano avuto lo stesso buonsenso e la stessa tutela quando hanno mandato don Silverio Mura sotto falso nome a Montù Beccaria… insegnava religione a 40 minori.

    Da non dimenticare poi, quel comunicato della diocesi (per il quale è in corso un procedimento penale) nel quale appariva ben otto volte – titolo compreso – il reale nome di Diego. Un comunicato che costò carissimo alla sua famiglia, soprattutto ai figli ancora minorenni, che furono additati e derisi per settimane.

    Povero Diego Esposito, non lo hanno considerato neppure dopo due giorni di Sit-in (7 e 8 aprile scorso) davanti al Duomo di Napoli dove era in compagnia proprio di Giuseppe Scognamiglio, l’altra vittima, quella che oggi disperatamente fanno finta di cercare tramite un comunicato stampa. Se si fossero degnati di un minimo di attenzione per le vittime avrebbero potuto incontrarle di persona, erano al sit-in apposta.

    Adesso invece cadono dal pero e si chiedono perché le vittime non hanno denunciato alla Cancelleria della diocesi.

    Certo il teatrino messo su dal cardinale Sepe convince davvero poco, nello scorso comunicato, quello rilasciato dalla diocesi proprio nei giorni del sit-in, si leggeva che il caso di Diego Esposito era stato chiuso nel 2016 per mancanza di elementi – dicono loro – ma “all’inizio di quest’anno, dopo denuncia fatta da altra persona direttamente alla Santa Sede, il Santo Padre ha deciso la riapertura del caso”.

    Nel comunicato di oggi invece dichiarano che “si sa soltanto di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però, vennero indicate soltanto le iniziali G.S.”.

    Cardinale Sepe, mettiamoci d’accordo, ma quante sono queste vittime? Da quanto dichiarate pare almeno tre, Diego Esposito, Giuseppe Scognamilio (G.S.) e un’altra che avrebbe denunciato direttamente alla Santa Sede.

    A proposito cardinale, a che punto è la denuncia per insabbiamento fatta al Pontefice da Diego Esposito nei suoi confronti ?

    Mi raccomando, ci faccia sapere…

    Francesco Zanardi