Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per danni conseguenti ad abusi sessuali. Un ex insegnante di religione chiede un milione di euro di risarcimento per le violenze sessuali, che dichiara di aver subito quando era ancora minorenne, ai due ecclesiastici e alla diocesi di Ugento, dove si sono verificati i fatti alla fine degli anni Ottanta. La prima udienza si è tenuta il 22 ottobre davanti alla giudice del Tribunale di Lecce Silvia Saracino.

    Avete letto bene: un vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di un risarcimento milionario per abusi sessuali ripetuti su un minorenne. I presunti reati sono ormai prescritti, ma resta aperta la possibilità di ottenere un risarcimento in sede civile, anche a quasi quarant’anni dai fatti denunciati. Tutti e tre i convenuti – don Stefano Rocca, monsignor Gerardo Antonazzo e la diocesi di Ugento – hanno contestato le accuse e, nelle rispettive memorie difensive, eccepito la prescrizione del diritto al risarcimento.

    La palla ora passa alla giudice, che si è riservata di decidere sulle eccezioni della controparte, ma la notizia di per sé è enorme, a prescindere dall’esito del procedimento, perché illumina con chiarezza un mondo di preti e vescovi che vive nel terrore della denuncia ed è disposto a fare qualsiasi cosa per evitare che la verità venga alla luce. Un sottobosco di ricatti, pentimenti, confessioni, promesse e segreti per nascondere un reato orribile – l’abuso su minori – che avevamo già incontrato a Enna, nella storia processuale di don Giuseppe Rugolo e del suo protettore, il vescovo Rosario Gisana, e che ora vediamo riprodotta in un’altra diocesi. Una storia che vale la pena ricostruire nei minimi dettagli, proprio come abbiamo fatto con Gisana e Rugolo, perché è l’unico modo per descrivere compiutamente l’abisso in cui la Chiesa rischia di essere trascinata dal silenzio e dall’omertà sugli abusi clericali.

    Vedremo anche come il vescovo si attardi a discutere dei propri peccati con la stessa persona che è andata da lui a chiedergliene conto, e cosa si inventerà per tenerla buona.

    Ma andiamo con ordine.

    In Italia non ci sono vescovi indagati o tantomeno condannati per abusi sessuali. Ci sono vescovi accusati di aver insabbiato e coperto casi di sacerdoti accusati di pedofilia e, certo, c’è almeno un caso di vescovo indagato per falsa testimonianza nell’ambito di un processo per violenza su minori – il già citato vescovo di Piazza Armerina, che deve rispondere davanti a un tribunale dello Stato (la sentenza è attesa per l’11 dicembre) di menzogne e omissioni su Rugolo, già condannato a tre anni in Cassazione.

    Per il resto, le più che scarne cronache del nostro paese restituiscono qualche nome di vescovo interpellato come testimone (Oscar Cantoni, Diego Coletti della diocesi di Como, nell’ambito dell’intricata faccenda del Preseminario San Pio X) e un caso più unico che raro: un vescovo che ammette di aver sbagliato e di non aver vigilato a sufficienza su quello che accadeva in diocesi (Ivo Muser, vescovo di Bolzano, a capo dell’unica diocesi ad aver richiesto un’indagine indipendente sugli abusi, resa pubblica nel gennaio 2025).

    Quindi tutti buoni in Italia?

    Certo che no: nel nostro paese, semplicemente, pesa molto di più la cappa di omertà sulle responsabilità (anche penali) delle autorità ecclesiastiche e, per il malvezzo nostrano di non cercarsi guai, delle rogne della Chiesa non si parla. Di quel che avviene nei tribunali vaticani non val nemmeno la pena dare conto perché niente si dice – non siamo tenuti a sapere, neanche le vittime che denunciano una violenza ne hanno il diritto – e i pochissimi casi di denuncia nei confronti di personaggi di rilievo arrivati davanti a un giudice dello Stato sono finiti con un’archiviazione per denuncia tardiva o prescritti. Uno per tutti, il mancato vescovo ausiliario di Palermo, il frate cappuccino Giovanni Salonia; ma lo stesso si potrebbe dire del “mendicante d’amore”, missionario e predicatore carismatico della diocesi di Bergamo Valentino Salvoldi. Un caso a parte è quello della suora che osò denunciare per stupro il cosentino padre Fedele, un’ordalia giudiziaria durata dieci anni e che si è conclusa con l’assoluzione del francescano.

    In Italia non ci sono vescovi indagati per abusi sessuali o citati in sede civile in seguito ad abusi sessuali su minorenni, o almeno non c’erano fino ad oggi, ma ancora una volta la stampa sembra lenta (diciamo così) nel darne conto. Repubblica il 9 dicembre 2025 dà la notizia che due sacerdoti sono stati chiamati in giudizio da un ex insegnante di religione, che chiede un mega risarcimento per i danni conseguenti alle violenze subite dai due quando era un seminarista minorenne: 300mila euro per la perdita di qualsiasi prospettiva lavorativa e altri 700mila per il danno psico-fisico. Un milione tondo.

    Il giornale non fa i nomi degli accusati ma non dice nemmeno che uno dei due non è un semplice prete ma addirittura un vescovo; non fa nemmeno il nome della vittima, salvo poi lasciarselo sfuggire alla fine:

    «In aula verranno raccolte le deposizioni di altri sette seminaristi citati da Schiavano che chiede anche di disporre una consulenza medica per accertare le lesioni fisiche e psichiche causate dai presunti abusi».

    In ogni caso, la notizia passa sostanzialmente sotto silenzio (altre due mele marce, secondo la narrazione della Chiesa, niente di particolarmente rilevante) e non se ne sa più nulla. In realtà quella cronaca frettolosa come abbiamo visto contiene una bomba: uno dei due preti accusati di abusi su un adolescente è un vescovo.

    I fatti, con nomi e cognomi, sono questi: Antonio Schiavano, un ex insegnante di religione di Taurisano, in provincia di Lecce, ha citato in giudizio davanti al giudice civile con la richiesta di risarcimento per danni derivati da abusi sessuali don Stefano Rocca, all’epoca seminarista e oggi sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e l’allora rettore del Seminario minore di Ugento, monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, in provincia di Frosinone. Don Stefano Rocca (che ha già affrontato un’indagine per abusi nell’oratorio di Ugento nel 2011, poi archiviata per mancanza di querela) e monsignor Gerardo Antonazzo, anche lui come vedremo non nuovo a guai giudiziari, sono stati chiamati davanti alla giudice civile di Lecce il 22 ottobre.

    Le accuse sono pesantissime. In seminario Antonio Schiavano dichiara di aver subito insieme ad altri ragazzi reiterate aggressioni sessuali da parte di un altro seminarista, Stefano Rocca. Il rettore don Gerardo Antonazzo sa tutto e ci aggiunge del suo, come si legge nell’atto di citazione nella prosa ispirata dell’avvocato Vito Nicola Ciullo:

    «diffuse violenze sessuali perpetrate in danno dell’attore e di altri adolescenti del seminario minore della Diocesi di Ugento avvenivano con allarmante frequenza nella piena consapevolezza – o, forse, è meglio dire accondiscendenza – dell’allora Rettore del Seminario, Don Gerardo Antonazzo, anch’egli, purtroppo, già noto alle cronache di Sora e anch’egli autore di morbose attenzioni nei confronti dell’adolescente e ingenuo Antonio, inconsapevole vittima di palpeggiamenti dei genitali, masturbazioni, maliziosi baci e tentate penetrazioni consumate nella camera da letto, (…) dove il sacerdote si recava con il pretesto di un raccoglimento individuale di preghiera; inducendolo, in un crescendo di attenzioni e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute».

    Insomma il rettore, stando a questa ricostruzione, invece di fermare il seminarista abusatore approfitta della sua posizione e violenta a sua volta Antonio, che all’epoca ha soltanto quattordici anni. Chi dovrebbe proteggerlo è colui che gli fa violenza: a chi potrebbe chiedere aiuto il ragazzo?

    È una storia terribile ma illuminante perché, se dovesse essere confermata, descriverebbe nel dettaglio come si mette in moto la macchina omertosa della Chiesa quando si verifica un caso di abuso. Una vicenda ricca di colpi di scena e che vale davvero la pena ricostruire dall’inizio.

    Nella sua ormai lunga carriera ecclesiastica (Antonazzo è del 1956), il vescovo del Frusinate oggi citato in giudizio ha avuto anche diversi incarichi importanti – è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, cappellano di Sua Santità – ma è stato soprattutto in mezzo ai ragazzi. Lo troviamo educatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, delegato per la pastorale giovanile e soprattutto rettore del Seminario minore di Ugento dal 1987 al 1995. Ed è proprio qui che incontra Antonio Schiavano che, appena quattordicenne, è entrato in seminario con la vocazione di farsi prete.

    Antonio, che all’epoca è chierichetto e frequenta la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di Taurisano, un piccolo centro a un’ora di distanza da Lecce, comincia a sentire una tensione verso il sacerdozio, alimentata proprio da don Antonazzo, impegnato nella pastorale vocazionale – il prete di fatto va a caccia di seminaristi – nelle parrocchie della diocesi di Ugento.

    «Don Gerardo era molto bravo nella pastorale vocazionale – ricorda oggi Antonio Schiavano – il seminario di Ugento si era svuotato e il suo incarico era proprio di suscitare nuove vocazioni. Era molto coinvolgente e io che ero già chierichetto avevo spesso occasione di stargli vicino. A dodici anni ho cominciato ad andare d’estate a Tricase Porto, dove ci trovavamo tutti insieme: chi era già seminarista e chi era interessato a diventarlo, come me. L’ambiente era amichevole, si giocava a calcio, ci si confrontava; l’atteggiamento di don Gerardo era affettuoso e particolarmente attraente per un ragazzino bisognoso d’affetto come me».

    Antonio vuole entrare in seminario ma i genitori, in particolare la madre, non sono d’accordo. Il ragazzino è ancora piccolo e la retta costa, ma don Gerardo, che nel frattempo è diventato rettore, li convince che il ragazzo e la sua vocazione sono in buone mani. Così nel 1988, appena quattordicenne, Antonio entra nel Seminario minore di Ugento. In un primo tempo, tutto funziona regolarmente: Antonio segue le lezioni, si fa degli amici, fra cui Stefano Rocca, di qualche anno più grande di lui. Rocca ha l’incarico di assistere i seminaristi più giovani nelle attività educative e sportive e questo gli dà l’occasione di avvicinarsi ad Antonio. D’estate, come abbiamo visto, i seminaristi si trasferiscono al mare, a Tricase Porto, ed è qui che cominciano le molestie e gli approcci sessuali da parte di Rocca, che dai baci si spinge alla masturbazione e al tentato stupro nei confronti di Antonio. Ecco cosa si legge nell’atto di citazione:

    «Don Stefano Rocca (…) nei confronti dell’incolpevole e ingenuo attore (Schiavano, ndr), che mai avrebbe pensato che proprio in quei luoghi sacri, oltre al latino, al greco e alle consuetudini formative proprie di un seminario, avrebbe scoperto, altresì, quelle ripugnanti prassi che albergavano serenamente nelle stanze della Diocesi di Ugento, senza alcuna vigilanza dei prelati e dell’allora Vescovo Monsignor Mario Miglietta».

    Come abbiamo anticipato, anche il rettore Antonazzo è accusato di aver costretto Antonio con le minacce «a subire violenze sessuali ripetute». Il ragazzo reagisce alle violenze con il terrore e, come spesso accade alle vittime di abusi, con «una reazione emotiva di congelamento e di involontaria e temporanea paralisi e impotenza che gli inibiva il movimento e la parola e che lo isolava in un profondo stato di sottomissione».

    «Per me don Gerardo era una guida spirituale, nella mia innocenza mi affidavo totalmente a lui ed ero sempre disponibile ad aiutare», racconta Antonio. Nel 1988 mi chiese di dargli una mano a organizzare il seminario estivo a Tricase Porto, così siamo rimasti qualche giorno da soli prima che arrivassero gli altri. Lui cercava ogni occasione buona per avere dei momenti di intimità con me e mi baciava dappertutto, mi toccava. Io non rispondevo, non sapevo nominare quel che succedeva. “È un modo per volersi bene”, mi diceva, o anche “il Signore vuole cementare la nostra amicizia e mettere alla prova la tua vocazione” e “la nostra amicizia durerà per sempre, anche quando sarai prete”. Ovviamente non dovevo parlarne con nessuno e tenere per me “questa amicizia particolare”».

    Antonio sostiene di non essere stato l’unico a subire le attenzioni del rettore: «Nel dormitorio non c’era la possibilità di accendere una lampada vicino al letto – ricorda Antonio – il rettore spegneva la luce e chiudeva la porta e lo stanzone piombava nel buio. A volte, di notte lo sentivo accanto al mio letto con un altro ragazzo, sentivo la sua voce e il suo ansimare. L’ho anche sorpreso a baciare altri seminaristi e una volta ho visto un ragazzo, poi diventato prete, fare la doccia nel suo bagno privato».

    E qui si mette in moto la catena del silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo dell’epoca Mario Miglietta (morto nel 1996) viene avvertito della situazione (da un ragazzo che oggi è stato chiamato come testimone da Schiavano) ma non prende provvedimenti, anzi, secondo l’atto di citazione liquida le segnalazioni attribuendo ai ragazzi un’eccessiva fantasia, consentendo di fatto agli abusatori di continuare a fare violenza sui ragazzini. «Miglietta d’altronde non disdegnava nemmeno lui di allungare le mani, come ho potuto verificare di persona», ricorda Schiavano.

    Lo stesso fa il vescovo Vito De Grisantis, che regge la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca dal 2000 al 2010, e che affida proprio a Stefano Rocca, nel frattempo diventato prete, la gestione dei ragazzi dell’oratorio:

    «il successivo Vescovo Monsignor Vito De Grisantis – anch’egli esaustivamente edotto delle abitudini pedofile che albergavano nel clero diocesano di Ugento- affidava paradossalmente a Don Stefano Rocca la guida spirituale dell’oratorio di Ugento».

    La difesa della diocesi contesta espressamente il linguaggio dell’atto di citazione, compreso il passaggio su monsignor Miglietta, e ne chiede la cancellazione ai sensi dell’articolo 89 del codice di procedura civile. Vedremo che cosa deciderà di fare la giudice.

    Intanto Antonio è stato “prudentemente” mandato ad Alba, in provincia di Cuneo, a frequentare il seminario maggiore, probabilmente nella speranza che il cambiamento d’aria gli faccia dimenticare le brutte esperienze subite. Per qualche anno tutto sembra proseguire tranquillamente, finché nel 1998 viene dichiarato non idoneo al ministero.

    «Non me ne capacitavo, l’espulsione dal seminario dopo dieci anni è stato un altro trauma – dice Schiavano – Ho chiesto a tutti cos’era successo: al vescovo di Ugento Caliandro, al rettore del Seminario di Alba, ma nessuno mi ha dato una spiegazione. Oggi, dopo 28 anni, la diocesi di Ugento ha prodotto per la causa civile un documento dell’epoca in cui si dice che mi avevano espulso per problemi psicologici, utilizzando tra l’altro un documento coperto da privacy».

    Costretto a cercarsi un lavoro, Schiavano si arrangia con diverse occupazioni finché nel 2009 ottiene un posto come insegnante di religione a Torino. Due anni dopo ottiene il sospirato trasferimento in Puglia, vicino a casa, al liceo Stampacchia di Tricase. Non ha più contatti con il suo ex compagno di seminario e il suo vecchio rettore, che intanto hanno fatto, a modo loro, carriera.

    Nel 2010 la Procura di Lecce iscrive infatti don Rocca nel registro degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di giovani che frequentano l’oratorio parrocchiale. Secondo le cronache dell’epoca, durante gli interrogatori il sacerdote ammette di aver avuto rapporti sessuali con quattro giovani ma sostiene che si trattava di rapporti consenzienti con maggiorenni.

    Nel settembre 2011 il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura con la motivazione che la querela non è stata presentata nei termini di legge e quindi non si può procedere. Don Stefano, rimpianto dai suoi parrocchiani e con gravi crisi personali, viene trasferito in Umbria.

    In quel periodo Antonazzo è per breve tempo amministratore diocesano di Ugento ma nel 2013 arriva la svolta con la nomina a vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. I guai però arrivano anche per lui: il 3 aprile 2016 si apprende dai giornali che Antonazzo sarebbe accusato di abusi nei confronti di addirittura otto giovani. La procura della Repubblica di Cassino apre un’inchiesta, poi chiusa ancora una volta per difetto di querela:

    «Con decreto emesso il 17 agosto 2016, il Giudice per le indagini preliminari di Cassino, dott.ssa Donatella Perna, ha archiviato il procedimento penale iscritto a carico del Monsignor Gerardo Antonazzo, in quanto difettava una valida querela, necessaria per la procedibilità dell’azione penale».

    Passano pochi anni e in Antonio il trauma degli abusi torna a galla. A scuola gli hanno ridotto le ore di insegnamento e comincia a soffrire di depressione e disturbi psicosomatici. A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali: vuole dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.

    È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono nella villa del vescovo per chiarire la situazione. Schiavano chiede ad Antonazzo se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati.

    Nella prossima puntata vedremo come risponde il vescovo e cosa propone al suo ex allievo venuto a chiedere ragione dei turbolenti anni passati in seminario. Vedremo anche come reagisce don Rocca alle stesse richieste e la risposta della diocesi di Ugento, chiamata a risarcire Schiavano in solido con i due preti.

    (Continua. La foto di copertina è di Jomarc Nicolai Cala su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/chiesto-un-milione-di-euro-di-risarcimento?r=95a78w

  • Presunti abusi su minore, frate a processo: la vittima in aula come parte civile

    Presunti abusi su minore, frate a processo: la vittima in aula come parte civile

    A Reggio Calabria si è svolta l’udienza preliminare del procedimento a carico di un frate accusato di presunti abusi su un minore, come riporta l’Ansa. Il gup ha ammesso la costituzione di parte civile sia della persona offesa sia dell’associazione “La Caramella Buona”, entrambe assistite dall’avvocata Sara Polito.

    “Si tratta-spiega la legale in una nota- di un passaggio significativo in un procedimento particolarmente delicato, che richiama ancora una volta l’attenzione sulla necessità di garantire la massima tutela ai minori”.
    Nel corso della stessa udienza, la difesa ha chiesto di procedere con rito abbreviato condizionato all’audizione della persona offesa. Il giudice si è riservato sulla richiesta, rinviando all’udienza del 9 giugno la decisione sull’eventuale accoglimento o, in alternativa, sulla prosecuzione del processo nelle forme del dibattimento.

    Soddisfazione per l’ammissione delle parti civili è stata espressa dal presidente dell’associazione, Roberto Mirabile, e dalla vicepresidente Anna Maria Pilozzi, che ha evidenziato come “il giovane che ha denunciato fosse oggi presente in aula”. Luigi Grisi

    https://www.reggiotoday.it/cronaca/reggio-calabria-pedofilia-frate-accusato-abusi-minore-udienza.html

  • Il sistema Orbán collassa su un caso di pedofilia

    Il sistema Orbán collassa su un caso di pedofilia

    János Vásárhelyi, l’uomo che ha fatto assaggiare a Viktor Orbán l’aspro sapore della sconfitta, uscirà di prigione a breve, forse già domani, dopo aver scontato una condanna a otto anni per aver abusato sessualmente di almeno dieci ragazzi minorenni tra il 2004 e il 2016. Il tribunale di Budapest ha confermato che la sua scarcerazione è prevista infatti per la seconda metà di aprile.

    Ironia della sorte, a pochi giorni dalla disfatta di Fidesz alle elezioni torna dunque in libertà l’ex direttore dell’orfanotrofio Kossuth Zsuzsa di Bicske che ne ha provocato l’inarrestabile caduta. Anche Orbán, infatti, è scivolato fatalmente su un caso di abusi sessuali, trascinandosi dietro il suo partito e tutta la retorica da “padre della patria” che aveva costruito in vent’anni di governo del paese.

    Il caso di Vásárhelyi è al centro dello scandalo della grazia (kegyelmi ügy in ungherese) che nel febbraio 2024 ha sorpreso alcuni fedelissimi di Orbán nell’atto di aiutarsi a vicenda dopo aver coperto un pedofilo. Fra questi, tre nomi di assoluto rilievo: l’allora presidente della repubblica Katalin Novák, pupilla di Orbán, che l’aveva spinta a candidarsi alla presidenza nel 2022; la ministra della giustizia Judit Varga, ex moglie dell’attuale premier ungherese Peter Magyar; e il vescovo della Chiesa riformata ungherese Zoltàn Balog, figura chiave di questa vicenda e dell’intero periodo orbaniano.

    Ma andiamo con ordine. Il 2 febbraio 2024 è emerso che il 27 aprile 2023, il giorno antecedente la visita apostolica in Ungheria di papa Francesco, la presidente della Repubblica Katalin Novák aveva concesso la grazia a 25 persone, fra cui Endre Kònya, ex vicedirettore dell’orfanotrofio Kossuth Zsuzsa di Bicske, una cittadina a una trentina di chilometri dalla capitale. Kònya era stato condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver aiutato a coprire le violenze sessuali compiute dal suo superiore Vàsarhely: aveva tentato infatti di persuadere uno dei bambini abusati a non raccontare quello che aveva subito dal direttore e a non testimoniare contro di lui. Un atto di complicità gravissimo, che unisce l’insabbiamento di un pedofilo alla manipolazione di un bambino vittima di abuso, ma che non aveva dissuaso la presidente della Repubblica dal concedergli la grazia (quando peraltro Kònya era già ai domiciliari e non gli restavano da scontare che pochi mesi). Cosa ancora più grave, Novák nell’occasione aveva anche revocato all’ex vicedirettore il divieto di esercitare la sua professione. Via libera, quindi, come se non fosse successo nulla.

    E nulla avremmo saputo, se non fosse stato per un’intervista pubblicata su HVG, uno dei principali giornali economici del paese, in cui un avvocato rivela come è arrivato a ricostruire l’intera vicenda. L’indignazione popolare in reazione alla notizia è fortissima e in pochi giorni costringe alle dimissioni la presidente della Repubblica Novák e l’ex ministra della giustizia Judit Varga, che aveva controfirmato la grazia, annuncia il suo completo ritiro dalla vita politica. Fidesz sacrifica le sue due politiche più note ma non è sufficiente a placare la furia dei cittadini contro il sistema Orban di corruzione e favoritismi: il 16 febbraio decine di migliaia di manifestanti si riuniscono in piazza degli Eroi a Budapest per chiedere al premier, fino a quel momento intoccabile, di farsi da parte. È l’inizio del declino dell’impero ventennale di Orbán.

    Katalin Novák l’ho sentita con le mie orecchie al Congresso mondiale delle famiglie di Verona del 2019, quando era ministra della famiglia, attaccare con veemenza la cosiddetta “ideologia gender”, che minava a suo dire il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Raccoglieva gli applausi di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, oltre ovviamente alle ovazioni della truppa dei pasdaràn di Pro Vita, quando si ergeva a paladina dei più piccoli: «Sono madre di tre bambini, partorire è un privilegio – diceva – la vita è sacra e va protetta sin dal concepimento». Passano pochi anni, meno delle dita di una mano, e il suo slancio verso l’infanzia da proteggere si attenua fino a portarla, una volta diventata presidente, a concedere la grazia addirittura a un protettore di pedofili.

    Come ministra Novák ha preso misure ostili alla comunità Lgbtq, che spesso definisce una minaccia alla sicurezza dei bambini ungheresi ed è in questo clima che, nel giugno 2021, il Parlamento approva con 157 voti a favore e un solo contrario una legge che vieta la condivisione con i minori di qualsiasi contenuto che ritragga o promuova l’omosessualità o il cambio di sesso. Nato come provvedimento “anti pedofilia”, la norma è chiaramente discriminatoria delle persone omosessuali.

    Novák, nonostante sostenga le lobby ultracattoliche antiabortiste del Congresso mondiale delle famiglie, è protestante convinta: dal settembre 2021 è anche ambasciatrice di buona volontà dell’Associazione Ungherese di Aiuto alla Chiesa Riformata (HRCA). In un’intervista a Reformatus, il sito della Chiesa riformata ungherese, definisce la sua identità con una formula che non ci è nuova:

    «Io sono una cristiana ungherese riformata, una figlia, una madre, una moglie, una sorella».

    Chissà se si è fatta ispirare da Meloni proprio durante i giorni veronesi della comune lotta in difesa della famiglia naturale. Quel che è certo è che i suoi tre figli frequentano una scuola confessionale e lei stessa non manca un culto domenicale:

    «Sono una persona che cerca costantemente di approfondire la propria fede. La mia famiglia appartiene alla congregazione di via Hold a Budapest (la congregazione riformata di lingua tedesca), dove frequento anche un gruppo che si riunisce ogni due settimane con l’obiettivo di approfondire la fede».

    Ma resta una domanda: perché la presidente della Repubblica si dà tanta (deleteria) premura per un insegnante di provincia responsabile di un reato così orribile? Chi è Endre Kònya?

    Secondo quanto rivela Valasz, la famiglia Kónya è un’antica famiglia protestante molto nota nella zona di Bickse, tanto che la palestra della città porta il nome del padre di Endre. Sia lui che il padre erano presbiteri, cioè anziani di chiesa, membri laici che partecipano al governo della comunità riformata locale. La grazia ricevuta si inserisce in una prassi di favori da clan, nell’ambito della gestione del potere di una casta di intoccabili:

    «La decisione della grazia ha offerto uno spaccato delle profondità morali non solo del regime di Orbán, ma anche della leadership della Chiesa riformata. Il fatto che entrambi gli attori siano stati coinvolti in uno scandalo non è una coincidenza. Il governo lavora da quindici anni per trasformare le chiese in armi politiche. Questo obiettivo viene perseguito attraverso la pseudo-ideologia cristiana con cui giustifica ogni provvedimento, nonché attraverso l’opaco e malsano intreccio
    finanziario e istituzionale che caratterizza il rapporto tra lo Stato e le chiese cattolica e riformata (…). Questo è dimostrato dall’aumento dei sussidi statali, generalmente assegnati caso per caso tramite decisioni individuali, dal significativo patrimonio immobiliare trasferito alle chiese, dall’importanza della chiesa nell’istruzione (la percentuale di studenti delle scuole primarie che frequentano scuole gestite dalla chiesa è aumentata dal 7,4 al 17,3% tra il 2010 e il 2022, e la percentuale di studenti delle scuole secondarie dal 6,7 al 17,5% ).

    Naturalmente, anche prima del cambio di regime, le chiese venivano strumentalizzate a fini politici, e ciò avveniva attraverso il reclutamento di figure ecclesiastiche nel partito-stato. Il mezzo utilizzato era la minaccia di rivelare relazioni sessuali. Visti gli scandali ecclesiastici venuti alla luce di recente, è lecito supporre che la situazione non sia diversa sotto il regime di Orbán. Fidesz ha adottato i precedenti metodi del partito-stato e li sta applicando con successo, dal punto di vista della propria logica di potere».

    E non è tutto. Sentite ancora quel che riporta Valasz:

    “János Vásárhelyi, il direttore che ha violentato i bambini, è difeso dall’avvocato della famiglia Orbán nel processo di Bicskei. In precedenza aveva ricevuto numerosi riconoscimenti statali ed era stato candidato per un’organizzazione sostenuta da Fidesz alle elezioni amministrative del 2002, per la quale Viktor Orbán aveva personalmente fatto campagna elettorale”.

    Tutti protestanti e tutti di Fidesz. E qui dobbiamo presentare un altro personaggio chiave di questa storia e dell’intero periodo orbaniano, potentissimo ma poco noto ai giornali italiani. Si tratta di Zoltán Balog, vescovo della Chiesa riformata ungherese e pastore della stessa famiglia dell’ex premier. Dal 2012 al 2018 Balog è stato l’influente ministro delle Risorse umane dei governi Orbán, un “super ministero” il cui portafoglio copriva istruzione, cultura, sanità, politica familiare e integrazione dei rom. A capo per quasi due decenni della fondazione di Fidesz, la Polgari Magyarorszagert Alapitvany (Fondazione per un’Ungheria civica), ha contribuito a cementare l’alleanza fra chiesa riformata e governo. Nel 2020, lasciati gli incarichi di governo, diventa vescovo della diocesi di Dunamelléki (Budapest) e un anno dopo viene eletto presidente del Sinodo della Chiesa riformata.

    Amico intimo di Orban, Balog, che a Budapest è stato a lungo pastore della comunità di lingua tedesca, è anche il mentore politico e religioso di Katalin Novák ed è proprio lui che la convince a concedere la grazia allo scomodo fratello in fede Endre Kónya. Il cerchio si chiude: siamo in un contesto protestante in cui i vertici politici e religiosi del paese si sostengono a vicenda, anche a costo di chiudere gli occhi di fronte a un crimine di pedofilia.

    Stretto confidente di Viktor Orban sin dagli anni ‘80, Balog non è mai diventato membro di Fidesz ma questo non gli ha impedito di giocare un ruolo determinante nel consolidare la nuova immagine conservatrice del partito al potere, basato su un uso strumentale della religione. Sebbene la Chiesa riformata abbia a lungo goduto di uno stretto rapporto con Fidesz, sotto l’influenza di Balog ha goduto di privilegi e finanziamenti pubblici mai visti prima: in cambio, ovviamente, della completa adesione alla politica reazionaria, omofoba, antidemocratica e razzista di Orbán.

    Balog non si è mai scusato con le vittime di Vásárhelyi ma alla fine è stato costretto anche lui a dimettersi dalla guida della chiesa riformata ungherese a causa dello scandalo della grazia. Secondo molti osservatori, è stata però più che altro un’operazione di facciata: infatti, non solo non ha lasciato l’incarico di vescovo di Dunamelléki (nonostante le proteste anche all’interno della chiesa riformata) ma ha fatto anche ampiamente capire ai fedeli che dal suo ruolo dipendeva l’afflusso di denaro alla chiesa. Ora però il vento è cambiato ed è probabile che Peter Magyar voglia fare piazza pulita del cerchio magico che sosteneva il suo predecessore. Tanto più che Magyar, cattolico educato dai Padri Scolopi a Budapest, non è sensibile all’ambiente riformato di Orbán. In campagna elettorale ha già detto che continuerà a finanziare le chiese con fondi statali ma tutto il sistema andrà comunque riformato nell’interesse di una maggiore (e necessaria) trasparenza. Non sarà in ogni caso un’impresa facile, come sottolinea Péter Techet dell’Institut für den Donauraum und Mitteleuropa di Vienna, citato da The Tablet:

    «mentre il cambiamento dalla posizione nazionalista cristiana di Fidesz potrebbe essere relativamente rapido a livello istituzionale, quello della scietà civile è più complicato, perché la popolazione è stata “bombardata per anni dalla propaganda nazionalista cristiana, xenofoba, antieuropea e antioccidentale”. In questo contesto, secondo Techet, potrebbe essere necessario un lavoro di rieducazione, probabilmente della durata di decenni».

    (foto Giacomo Dalmas)

  • La lettera segreta e inedita di Prevost scritta a Benedetto XVI nel giorno della rinuncia: ‘Grazie per il suo coraggio’

    La lettera segreta e inedita di Prevost scritta a Benedetto XVI nel giorno della rinuncia: ‘Grazie per il suo coraggio’

    Rivedere un Papa sotto attacco, come in questi giorni, ha rievocato in chi ha buona memoria le continue critiche indirizzate a Benedetto XVI negli anni del suo pontificato. Tra le accuse spesso ingenerose e talvolta anche calunniose rivolte a Ratzinger c’è stata persino quella di aver coperto un prete pedofilo in Germania. Una menzogna rispolverata pure pochi mesi prima della morte, provocando all’ormai anziano e fragilissimo Papa emerito un dolore profondo. In realtà, Benedetto XVI – di cui oggi ricorre il novantanovesimo anniversario della nascita celebrato con una messa a San Pietro presieduta dal cardinale Kurt Koch – è stato il Papa che ha fatto di più contro la piaga degli abusi nella Chiesa. Un riconoscimento che gli è stato tributato dal suo futuro successore, Robert Prevost in una lettera del 22 febbraio 2013 rimasta sconosciuta al grande pubblico.

    All’indomani della notizia della rinuncia al papato, l’allora superiore degli agostiniani prese carta e penna per esprimere “gratitudine, lealtà, ammirazione e sostegno” al Papa teologo “per tutto quello che ha fatto per la Chiesa durante gli anni del Suo servizio e per il grande coraggio che ha dimostrato nel prendere la decisione di rinunciare al Ministero Petrino”. Il futuro Leone XIV elogiò il suo predecessore per “l’insegnamento chiaro e la promozione della fede fino alla ricerca della verità” così come per la sua “visione della Chiesa” e gli “sforzi per promuoverne l’unità”. Parole che, rileggendole oggi, suonano come un’anticipazione delle linee guida dell’attuale pontificato. Ma il passaggio più significativo è senz’altro quello sul capitolo abusi. Prevost espresse a Benedetto la sua riconoscenza per la sua “guida costante sulla questione tragica e dolorosa degli abusi sessuali” ritenendolo “un altro contributo molto importante” del suo pontificato e riconoscendogli “determinazione nell’affrontarla”. L’allora superiore degli agostiniani lodò “il senso pastorale esemplare e l’umiltà che ha spinto Vostra Santità a chiedere perdono alle vittime” sostenendo che la “Sua azione ha fatto bene ai membri della Chiesa, per non parlare di quanto è stato fatto agli altri al di fuori della Chiesa che guardano sempre con attenzione a come siamo capaci di rispondere a un argomento tanto doloroso e complesso”.

    Parole non formali che denotano la grande stima di Leone XIV per il Papa tedesco e per la sua opera interna di pulizia a tutela dei minori che concretizzò la denuncia fatta da cardinale nella Via Crucis del 2005 contro la “sporcizia che c’è nella Chiesa”.

    Nella sua lettera Prevost fece cenno all’”amore per sant’Agostino”, espresso così frequentemente” durante il pontificato ratzingeriano e anche la sollecitudine dimostrata nei confronti del suo ordine con la creazione a cardinale del confratello Prosper Grech, primo agostiniano nel sacro collegio dopo 111 anni. Parlando a Il Giornale, lo storico segretario di Benedetto XVI monsignor Georg Gänswein l’ha definita una lettera scritta “col cuore”, spiegando che i due Papi sono “entrambi agostiniani e parlano lo stesso linguaggio”. Secondo l’attuale nunzio in Lituania, sant’Agostino è stato “la stella polare” della vita di Ratzinger e hanno avuto “biografie comuni: il santo di Ippona voleva fare solo il teologo ma ha dovuto fare il vescovo, così anche Benedetto non voleva fare il Papa ma l’ha dovuto fare”. Gänswein ha svelato a Il Giornale che Ratzinger rimase colpito dal futuro Leone XIV già nel 2007, durante la visita alla tomba di sant’Agostino nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia. “L’allora padre Prevost – ha raccontato Gänswein – fece un discorso di saluto e più tardi Benedetto commentò dicendomi che era stato bellissimo”.

    Padre Francesco Maria Giuliani, agostiniano amico di vecchia data di Prevost e presente quel giorno a Pavia, ha ricordato a Il Giornale che in basilica un confratello “rimproverò” scherzosamente il Papa dicendogli che si sarebbe dovuto chiamare Agostino I e non Benedetto XVI. Una battuta che fece scoppiare a ridere sia Ratzinger che Prevost. Padre Giuliani non ha dimenticato il momento in cui ringraziò il Papa tedesco per il tanto bene che aveva fatto alla figura di sant’Agostino: “Mi rispose prontamente: È lui che ha fatto bene a me.

    Per noi agostiniani Benedetto era una sorta di primo Papa agostiniano della storia”. Ora c’è Leone XIV, un Papa agostiniano di nome e di fatto ma che ha tante affinità con quel suo predecessore così stimato e rimpianto nella lettera dopo la rinuncia.https://www.ilgiornale.it/news/politica/lettera-segreta-prevost-scritta-benedetto-xvi-nel-giorno-2651930.html

  • Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Scavi alla Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Basterebbe un minimo di coraggio per sapere la verità. Il rapimento di mia sorella? Il Vaticano complice della criminalità organizzata”

    La verità verrà fuori. Perché una verità c’è sempre, in tutte le cose, e non può nascondersi. Ne è convinto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, della quale non si hanno più notizie dal22 giugno del 1983. Gli scavi alla Casa del Jazz, iniziati lo scorso novembre e che si avviano ora verso la fase conclusiva, sembrano aver dato un nuovo barlume di speranza, la stessa che, in Pietro, è sempre accesa e non accenna ad affievolirsi.

    “Ogni tipo di indagine e ricerca fatta in questo senso, per la mia famiglia, è sempre interessante. I personaggi legati alla vicenda del Giudice Adinolfi, sparito nel nulla il 2 luglio 1994 e mai ritrovato, sono quelli che hanno sempre ruotato intorno alla vicenda di Emanuela, come il cardinal Ugo Poletti. Perché non pensare che possa esserci qualcosa anche su Emanuela?”, racconta Pietro ad Affaritaliani.

    “Anche se, al momento, dalle operazioni di scavo non sono emersi i risultati sperati, il prefetto D’Angelo, che aveva indagato sulla scomparsa di mia sorella, è stato chiaro: non vuole lasciare dubbi e credo sia quello che sta facendo. Ma di dubbi, purtroppo, su questa triste vicenda ce ne sono sempre stati. Ho sperato che potesse essere trovato qualcosa, non certo un possibile ritrovamento delle ossa: quelle spero di non trovarle, perché il giorno in cui le troverò sarà il giorno in cui Emanuela sarà morta”, dice Pietro.

    I misteri intorno alla Casa del Jazz

    L’uomo si dice certo di un collegamento esistente tra la vicenda di Emanuela e i misteri che avvolgono la Casa del Jazz, l’ex villa appartenuta a Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana: “La villa in questione fu venduta a Nicoletti nel marzo dell’83, ma sappiamo che non vi si trasferì immediatamente e, di fatto, non vi abitò mai. Originariamente era una proprietà nelle disponibilità del boss Enrico De Pedis, che aveva un peso ben maggiore di Nicoletti. Sappiamo anche che c’era un legame di conoscenza tra De Pedis e il Cardinal Poletti e che il Vicariato di Roma insistette più volte affinché quella villa fosse ceduta proprio al cassiere, nonostante ci fossero tanti acquirenti onesti e che avrebbero pagato anche di più. Facendo due conti, non è difficile pensare a un ruolo di De Pedis nell’orientare la vendita”, dice Pietro.

    L’uomo si dice convinto del ruolo attivo di De Pedis nel rapimento della sorella: “Ma non fu lui a ideare l’intero piano. Svolse un ruolo di manovalanza, probabilmente non per soldi, quanto per eventuali benefici futuri. Era un criminale, ma non uno stupido, e non è detto che, pur limitandosi a compiti di manovalanza, non si sia tenuto qualcosa per sé, magari qualche documento, qualche prova. Eravamo nel 1983, un periodo in cui le armi della Banda della Magliana erano nascoste anche sotto l’ospedale. Un luogo come quella villa, con i suoi sotterranei naturali, poteva facilmente essere sfruttato da personaggi come De Pedis per creare spazi di occultamento di armi o denaro”.

    I presunti legami con il Vaticano

    E infatti, una delle ipotesi più accreditate che ha spinto a proseguire gli scavi nella villa è che, nei tunnel, possano essere stati nascosti documenti riservati collegati alla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, altro caso irrisolto. “Sono certo, ora come allora, che all’epoca ci sia stato un ricattato e un ricattatore. E credo che, tra i ricattatori, ci sia stata una parte interna al Vaticano e una parte esterna. Hanno usato personaggi della criminalità romana per organizzare il sequestro. Magari De Pedis non sapeva neanche i motivi, ma è certo che fosse legato ad ambienti vaticani. Conosceva anche il Cardinale Casaroli, che lo aveva aiutato quando era in carcere. Allo IOR, poi, c’era monsignor De Bonis, una persona che aveva molti contatti…”, dice Pietro.

    “Per ricattare quello che ho sempre considerato lo Stato più potente e influente al mondo, non può bastare una semplice banda di criminali. Doveva esserci qualcuno dentro il Vaticano, qualcuno intenzionato a voler gestire quello Stato, al di là della questione economica, che certo non è da sottovalutare, perché il denaro smuove le montagne”, prosegue.

    “Io ho la certezza, e non la speranza, che si possa arrivare alla verità, che esiste da qualche parte e non può rimanere occultata per sempre. Prima o poi, emergerà. Ci sono più persone che sanno cosa è successo, e la situazione si può sbloccare in un attimo. Basterebbe un minimo di coraggio”, dice il fratello di Emanuela, da sempre critico verso l’atteggiamento del Vaticano.

    “Anche se non hanno avuto un ruolo diretto, il semplice fatto di essere a conoscenza dei fatti li rende complici. Loro nascondono la verità. Dietro questo rapimento c’è qualcosa di grande, e dopo tutto questo tempo continuano a fare di tutto per impedire che la verità venga alla luce. Qualcuno sa come sono andate le cose, qualcuno oggi conosce la verità. Anche quando faccio accuse, non arrivano neanche smentite: questo aumenta la rabbia, e le domande”, prosegue.

    L’ultimo ricordo di Emanuela

    Pietro torna poi indietro nel tempo, all’ultimo ricordo della sorella: “E’ uscita di casa e da allora non l’ho più vista. Dopo poco mia sorella Federica mi raccontò dell’offerta di lavoro che aveva ricevuto Emanuela, e io risposi, ingenuamente, ‘Tutte queste fortune capitano a lei, a me mai’. Chissà dov’era. Nessuno di noi poteva immaginare ciò che poi sarebbe accaduto”.

    Da anni, Pietro lotta senza sosta per far emergere la verità: un impegno che attraversa decenni, perché dietro la scomparsa di Emanuela c’è molto di più di quanto appare: “Ne sono certo io e anche tutte le persone che in questi anni mi sono stati vicino. La solidarietà delle persone è davvero enorme”, conclude.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/casa-del-jazz-pietro-orlandi-il-vaticano-si-e-servito-della-criminalita-per-organizzare-il-sequestro-di-emanuela-ho-prova-dei-legami-del-boss-nicoletti-con-i-cardinali-poletti-e-casaroli.html

  • Chiesa e abusi, padre Paolo Contini in tivù: Dopo la prima condanna ora si smascherino i complici

    Chiesa e abusi, padre Paolo Contini in tivù: Dopo la prima condanna ora si smascherino i complici

    “Se fosse condannato solo l’abusatore, per me sarebbe una giustizia a metà. La vera giustizia, quella che farebbe onore alla Chiesa, consiste nel capire chi, dopo la mia denuncia, ha cercato di coprire tutto”. Non usa mezzi termini padre Paolo Contini, il sacerdote di Oristano, già frate francescano, ora parroco della comunità  Ghilarza – Abbasanta – Norbello,  tornato  sotto i riflettori nazionali come ospite di Mario Giordano nella trasmissione Fuori dal Coro su Rete4.

    Al centro del servizio curato dalla giornalista Marianna Canè, la drammatica vicenda degli abusi subiti per quattro anni da padre Paolo quando aveva solo 14 anni da parte di don Valerio Manca, all’epoca direttore del collegio francescano, recentemente condannato e dimesso dallo stato clericale. Ma per padre Paolo, la chiusura del “caso Manca” è solo il primo passo di una battaglia più ampia contro quella che definisce “l’omertà di sistema”.

    “Non sono fragilità, ma reati che vanno perseguiti”

    Durante l’intervista, padre Paolo ha scardinato il linguaggio spesso utilizzato negli ambienti ecclesiastici per minimizzare gli abusi: “Nella Chiesa la pedofilia non è considerata reato da tutti. Si sentono termini come quel sacerdote ha un vizietto o ha avuto una fragilità. No, abusare di un bambino non è una fragilità, è un reato commesso da criminali che vanno perseguiti”.

    Il religioso ha ripercorso il dolore di quegli anni: “L’innocenza di un ragazzino è stata usata per desideri moralmente inaccettabili. Mi ha rubato la serenità, e in quel momento non capivo neppure la gravità di ciò che mi accadeva”.

    Contestato il religioso  presidente del Tribunale ecclesiastico: accusa e replica

    Il punto più critico dell’intervento ha riguardato la gestione della denuncia interna. Il sacerdote oristanese ha puntato il dito contro don Mauro Bucero, all’epoca presidente del Tribunale ecclesiastico. Secondo il racconto del religioso, nonostante esistesse una lettera di piena confessione dell’abusatore, il processo avrebbe subito ostacoli sistematici: “La cosa incredibile è che Bucero prese il processo come giudice, affidandoselo da solo. Qualsiasi prova o testimone presentato dal mio avvocato, Camedda, veniva respinto”.

    Solo dopo la sostituzione di Bucero con un collegio di cinque giudici si è arrivati alla condanna unanime. “Tutto questo non sarebbe successo se non fossimo riusciti a scalzarlo”, ha ribadito padre Paolo, stigmatizzando il fatto che, nonostante le ombre sulla gestione del caso, don Bucero sia stato successivamente promosso a vicario della diocesi.

    Intercettato dalla giornalista di Rete4, don Mauro Bucero ha respinto ogni accusa: “Ho agito nella piena legalità finché sono rimasto. Non ho nulla da rimproverarmi”. Sugli abusi verso padre Paolo Contini, ha liquidato la questione spiegando di “non sapere nulla di quello”.

    “Protocollo alternativo dentro la Chiesa”

    Parole che non hanno convinto padre Paolo, che ha denunciato l’esistenza di un “protocollo alternativo” dentro la Chiesa, applicato per silenziare gli scandali: “Alcuni pensano che il danno alla Chiesa lo facciano le denunce. In realtà, l’unico danno lo fa chi abusa dei bambini. Tutelare la Chiesa significa mettere fuori gioco un prete pedofilo, non silenziare chi accusa”.

    https://www.facebook.com/watch/?v=1377025034183037

    https://www.linkoristano.it/2026/03/24/chiesa-e-abusi-padre-paolo-contini-in-tivu-dopo-la-prima-condanna-ora-si-smascherino-i-complici/

  • 3. FASCICOLI CHE COPRONO ABUSI: UN CASO NASCOSTO PER DECENNI IN PORTOGALLO

    3. FASCICOLI CHE COPRONO ABUSI: UN CASO NASCOSTO PER DECENNI IN PORTOGALLO

    I documenti trovati sono solo pochi pezzi di un mosaico in cui sono scomparsi migliaia di persone, ma delineano un quadro generale di come la Chiesa ha agito per decenni. Lo stesso Vaticano ammette di essere stato un management pieno di errori. Nel 2010, quando emerse il caso Ratzinger, pubblicò un’Introduzione Storica al Problema in cui sottolinea: “Il periodo tra il 1965 e il 1983 (l’anno di pubblicazione del nuovo codice di Diritto Canonico) fu segnato dalla divergenza di opinioni tra i canonisti (…). Si preferiva un atteggiamento pastorale verso condotte inappropriate; alcuni consideravano le sentenze canoniche anacronistiche. Il modello terapeutico prevaleva spesso nel trattamento dei casi (…). Si prevedeva che il vescovo fosse in grado di guarire piuttosto che punire, … a volte senza considerare adeguatamente la possibilità di (altro…)

  • BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    Il Vaticano ha sempre avuto informazioni sui casi di pedofilia nel mondo, sa molto più di quanto ammetta e non ha mai detto ciò che sa. Questo è dimostrato dai documenti trovati da un’indagine internazionale del quotidiano tedesco Correctiv, in collaborazione con EL PAÍS, insieme a The Boston Globe degli Stati Uniti, Observador del Portogallo e Casa Macondo della Colombia.

    Gettano nuova luce sugli archivi vaticani del Dicastero per la Dottrina della Fede e dell’ex Santo Ufficio, ancora chiuso ai ricercatori e accessibile a pochissime persone. “Entrare lì è impossibile,” conferma un sacerdote canonico che ci ha provato più volte. Inoltre, varie fonti sottolineano che esiste un archivio ancora più segreto che protegge i casi più gravi e delicati. Il quadro che emerge indica che il Vaticano ha sempre avuto più informazioni sugli abusi in ogni paese di quante ne ammetta, anche se ha sostenuto che per decenni quasi nessun caso sia arrivato a Roma e abbia iniziato a riceverli solo dal 2001. Fu l’anno in cui, di fronte alla portata dello scandalo, nuove normative vaticane costrinsero le diocesi di tutto il mondo a inviarle. Ma questa ricerca mostra che alcuni sono arrivati, nascosti sotto questioni che parlavano di altro, come dispense e divieti di confessione. I documenti più antichi che ora sono stati rivelati esclusivamente risalgono agli anni Trenta in Germania.

    Di fronte al rischio che i fascicoli dei preti pedofili finissero nelle mani dei nazisti, nemici della Chiesa cattolica, l’ordine era chiaro: “Bruciate tutto.” I documenti più rilevanti provengono dal caso Ratzinger, scoperto nel 2010 dal New York Times, perché dimostrano che è ben lontano dall’essere stato chiarito: una misteriosa lettera del futuro Benedetto XVI, datata 1986, quando era prefetto della Dottrina della Fede, rivela che già allora aveva informazioni secondo cui un sacerdote della sua ex diocesi,  Monaco, era un pedofilo pericoloso. Inoltre, lo ha elaborato in modo confidenziale al di fuori del protocollo. Questo sacerdote continuò nelle parrocchie e aggrediva 23 minorenni, fino a quando il caso venne alla luce nel 2010. Questo caso apre altre domande che attendono una risposta.

    Nell’agosto 2025, Correctiv inviò a Leone XIV una serie di domande, insieme ai documenti trovati. Il papa li inoltrò alla Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori, che li rimpatriò al Dicastero per la Comunicazione, che non rispose. Anche la Dottrina della Fede rimase in silenzio dopo 20 consultazioni. Il 27 gennaio, le domande furono nuovamente rivolte al papa, questa volta di persona, mentre stava lasciando Castel Gandolfo. Non ha ancora risposto. In definitiva, l’arrivo del nuovo pontefice offre l’opportunità di un cambiamento di atteggiamento da parte del Vaticano, per compiere il passo verso un’autentica trasparenza su tutto ciò che sa e su ciò che si trova nei suoi archivi. Leone XIV ha mostrato sensibilità verso le vittime della pederastia e ha sostenuto il lavoro dei giornalisti.

    In diversi paesi, per il bene della verità, la Chiesa ha intrapreso audit interni, ma il Vaticano no, essendo il più grande centro di informazione sullo scandalo. Aprire gli archivi, rivelarne il contenuto, o intraprendere uno studio personale e offrire dati, sarebbe un gesto decisivo per mostrare la vera volontà di Leone XIV che tutta la verità sullo scandalo fosse conosciuta. “Ogni passo avanti su questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica,” ha detto lunedì alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Le storie raccontate da questi giornali rintracciati in vari paesi sono di occultamento, lentezza e negligenza. Alcuni sono inediti e altri erano già pubblici, ma erano dispersi in ricerche condotte a livello locale. Metterli insieme offre una panoramica. Ad esempio, rivelano come il caso di un frate denunciato nel 1972 e che negli anni Novanta era ancora attivo fosse nascosto in Portogallo.

    Lo stesso vale per quelli più recenti, già sotto Benedetto XVI. In Colombia, un vescovo e il Vaticano hanno insabbiato un caso noto nel 2004 fino all’arresto del sacerdote nel 2010. In Italia, un altro caso è rimasto nascosto per decenni fino al 2010. Ci sono anche casi evidenti in due diocesi statunitensi, Oakland e Springfield, e in Australia. Sono solo la punta dell’iceberg di documenti ancora nascosti negli archivi vaticani. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato nel gennaio 2002 negli Stati Uniti con l’indagine del Boston Globe. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato, nel gennaio 2002 negli Stati Uniti, con l’indagine sul Boston Globe. Da allora, è emerso in tutti i paesi cattolici. In Spagna, con l’indagine su EL PAÍS dal 2018. Il Vaticano e gli ultimi papi, ovviamente, sono sempre stati al centro dello scandalo, ma la richiesta di trasparenza da parte della Chiesa su migliaia di casi è stata una battaglia giornalistica combattuta in ogni paese. Il risultato è che oggi il Vaticano non ha mai rivelato le informazioni di cui dispone. Le fonti e gli storici vaticani ammettono che in realtà negli archivi del Santo Ufficio si trovano tutti i casi noti a Roma almeno per quasi tutto il diciannovesimo e ventesimo secolo. Va ricordato che nel 1810 Napoleone prese gli archivi e solo una parte di essi fu restituita.

    Tuttavia, il Vaticano non ha mai fornito dati. In una storica apparizione di due rappresentanti vaticani nel 2014, il Comitato ONU sulla Convenzione sui Diritti del Bambino ha richiesto informazioni dettagliate alla Santa Sede e poi nessun altro lo ha fatto. Nel 2010, il promotore della giustizia (procuratore) della Dottrina della Fede, Charles Scicluna, stimò che a Roma fossero arrivati circa 3.000 casi. Quella cifra è stata aggiornata in poche dichiarazioni, sporadiche e confuse. Nel 2014, come riportato all’ONU, ci sono stati 3.420 casi dal 2004 al 2013. Nel 2021, l’ultima stima nota della Dottrina della Fede indicava 9.000 dal 2001. Ma è una cifra inaffidabile se si considera che solo in Spagna EL PAÍS ha finora contato 1.572 imputati, con quasi 3.000 vittime. Ciò che è chiaro è che nessuno parla dei decenni precedenti al 2001, è un mistero ancora più grande. In realtà, il Vaticano possiede probabilmente il più grande archivio di pedofili impuniti al mondo.

    Questa ricerca fa luce su questo.

    Continua…

    https://elpais.com/sociedad/2026-03-19/quemad-todo-los-secretos-de-los-archivos-de-pederastia-del-vaticano-de-la-epoca-nazi-al-caso-ratzinger.html

  • Cappellano dell’ospedale civile abusa di una donna: ripreso da Le Iene e sospeso

    Cappellano dell’ospedale civile abusa di una donna: ripreso da Le Iene e sospeso

    GORIZIA- Fra Valentino Weldemariam, il frate protagonista di un servizio della trasmissione televisiva «Le Iene», andata in onda ieri sera, sorpreso in un video mentre abusava di una donna in difficoltà, è stato sospeso dall’incarico con effetto immediato.

    «Presa visione della trasmissione de “Le Iene” andata in onda in data 17 ottobre 2018 – si legge in una nota diffusa stamani – l’Arcidiocesi di Gorizia ha deciso di sospendere in via cautelativa fra Valentino Weldemariam dall’incarico di Cappellano dell’ospedale civile di Gorizia, in accordo con i superiori del religioso». Nel servizio televisivo, si vedeva una donna che si era rivolta al frate chiedendo aiuto per trovare lavoro, e che invece ha subito gravi molestie.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/udine/frate_abusa_donna_gorizia_valentino_weldemariam-4048191.html?next_page=1

  • Palermo, abusi sessuali sulle fedeli: ex frate lascia il carcere

    Palermo, abusi sessuali sulle fedeli: ex frate lascia il carcere

    Il rosario delle presunte violenze sessuali sulle fedeli è ancora lungo da sgranare. Il processo all’ex sacerdote (è stato già cacciato dalla Diocesi ) cominciato a luglio scorso è ancora in corso e intanto il collegio della seconda sezione penale del Tribunale ha deciso la sua scarcerazione. Adesso fra Bernardino, 67 anni, è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico in una residenza segreta.

    L’ordinanza è stata firmata alla vigilia di Natale, poi il trasferimento dalla cella di Castelvetrano. Sarebbero cominciati nel 2015 le violenze contestate al prete colombiano appartenente all’Ordine dei frati minori rinnovati. Cinque le vittime, sia maschi che femmine, tutte sotto i 14 anni all’epoca dei fatti (solo una era già maggiorenne), che si sono costituite parte civile insieme ai familiari, assistiti dagli avvocati Federica Prestidonato e Marcello Drago. Oltre alla stessa Diocesi, due le associazioni che hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile: la Cotulevi e Insieme a Marianna.

    Secondo l’accusa, gli abusi si sarebbero verificati durante le confessioni e in alcuni ritiri spirituali, momenti nei quali il frate avrebbe avvicinato i ragazzini per carpire la loro fiducia e consumare gli approcci intimi.

    https://palermo.gds.it/articoli/cronaca/2026/03/03/palermo-abusi-sessuali-sulle-fedeli-ex-frate-lascia-il-carcere-aecb9f51-d4a1-4823-925a-70f8a62a2fe0/