Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ucci ucci, al Gaslini spunta padre Luca Bucci – accusato di abusi sessuali

    Ucci ucci, al Gaslini spunta padre Luca Bucci – accusato di abusi sessuali

    Abusi confermati anche dalla Procura della Repubblica di Savona, che però ha dovuto archiviare per il solito problema che da anni chiediamo al Governo di risolvere. La prescrizione.

    Il caso di padre Luca Maria Bucci, fratello del Sindaco di Genova, accusato da un uomo all’epoca dei fatti dodicenne. Un caso che segnalammo anche al nuovo vescovo di Genova Marco Tasca, che però non intervenne e che malgrado le disposizioni di papa Francesco, non è intervenuto ancora oggi.

    La notizia risale a giovedì 3 giugno, quando più persone ci segnalano il fatto, che cercando di verificare online, stranamente per la prima volta in tanti anni non è stato pubblicato da nessuna testata, neppure locale e quindi per noi più complessa la doverosa verifica.

    Era proprio lui, padre Luca che presso l’ospedale Gaslini di Genova, concelebrava insieme ad altri e all’Arcivescovo di Genova, la processione del corpus domini.

    Ancora una volta tocca constare costernati, le leggerezze di arcivescovo e vescovo e il fallimento sistematico del Vaticano in materia.

    Accontentandoci solo di aggiungere l’ennesimo prete impunito alla lunga lista.

    Zanardi

  • Don Luciano Massaferro dice messa a Borghetto: il sindaco chiama il vescovo e Rete L’Abuso annuncia istanza in Procura

    Don Luciano Massaferro dice messa a Borghetto: il sindaco chiama il vescovo e Rete L’Abuso annuncia istanza in Procura

    E Zanardi accusa i parrocchiani: “Pare non solo non abbiano timore per i loro figli, ma non si sono minimamente allarmati e lo accettano tacitamente”

    Borghetto Santo Spirito. Sta diventando un caso la decisione del vescovo di Albenga, Guglielmo Borghetti, di incaricare di celebrare messa nella parrocchia di Borghetto Santo Spirito don Luciano Massaferro, il sacerdote di Alassio condannato in via definitiva il 20 luglio 2012 a 7 anni e 8 mesi per molestie su una ragazzina che, all’epoca dei fatti, aveva 11 anni.

    Scontata la pena, il sacerdote è tornato nella diocesi di Albenga e attualmente lavora nell’ufficio beni culturali della diocesi. Pur condannato dalla giustizia ordinaria, è stato assolto da quella canonica che gli ha quindi consentito di tornare a celebrare messa. Lo fa da poco più di un anno. E dopo alcune sostituzioni sporadiche in piccole parrocchie, soprattutto dell’entroterra, da qualche mese monsignor Borghetti ha iniziato a inviarlo in modo più costante a Borghetto Santo Spirito dopo che il parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova, don Francesco Zuccon, ha chiesto la collaborazione di un altro prelato per sostituirlo in alcune funzioni religiose.

    Nonostante Massaferro abbia scontato il suo debito con la giustizia, non sia parroco e non abbia ruoli che lo pongono attivamente in contatto con minorenni, la sua presenza in questi mesi a Borghetto, a quanto pare, ha lasciato perplesso almeno un fedele. Quello che, tre giorni fa, ha contattato Rete L’Abuso (l’associazione savonese che combatte in tutto il mondo la pedofilia nella Chiesa) per segnalare la cosa. A quel punto il presidente Francesco Zanardi ha deciso di rendere nota la vicenda attraverso la propria newsletter.

    Zanardi attacca Borghetti, ma anche i parrocchiani: “Al di la degli appelli di tolleranza zero di papa Francesco, è certo che Borghetti, teoricamente mandato per fare pulizia nella diocesi dello scandalo, di pulizia ne ha fatta davvero poca e anche male. A stupire sono però i parrocchiani di Borghetto Santo Spirito, che pur vedendosi un prete condannato in via definitiva in parrocchia, pare non solo non abbiano timore per i loro figli ma non si sono minimamente allarmati per questo e accettano tacitamente don Luciano”.

    “Stiamo preparando una istanza alla Procura di Savona – annuncia poi Zanardi all’Ansa – per chiedere che venga verificato il rispetto della normativa preventiva a tutela dei minori. Vogliamo sapere se è controllato nelle sue attività e da chi, perchè non può tornare a contatto con i minori”.

    E la mossa di Zanardi ha allarmato il sindaco di Borghetto, Giancarlo Canepa, che questa mattina ha annunciato attraverso il profilo Facebook ufficiale del Comune: “Ieri mattina ho avuto un lungo colloquio con il parroco Don Zuccon – scrive – e ho richiesto un appuntamento urgente con il Vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti“.

    LA VICENDA
    Don Luciano Massaferro era stato arrestato dalla polizia il 29 dicembre 2009, dopo le segnalazioni arrivate dagli psicologi dell’ospedale Giannina Gaslini di Genova e che aprlavano di abusi su una minorenne, sua parrocchiana. Erano almeno tre gli episodi di molestie che gli venivano attribuiti, in particolare nel corso dei “tour” per le benedizioni delle case, alle quali aveva partecipano anche la sua piccola accusatrice, rappresentata in giudizio dall’avvocato di parte civile Mauro Vannucci. L’intera delicata vicenda aveva sollevato un polverone di polemiche, con la divisione dell’opinione pubblica locale in colpevolisti ed innocentisti.

    Nel processo di primo grado, i pm savonesi Giovanni Battista Ferro e Alessandra Coccoli avevano ritenuto accoglibile il racconto della chierichetta. La sentenza di primo grado prevedeva non solo la condanna a sette anni e otto mesi di reclusione ma anche l’interdizione perpetua dall’esercizio dei pubblici servizi e dei servizi a fini educativi, mentre per la vittima era stato disposto un risarcimento di 180 mila euro (oltre a 10 mila euro per la madre della piccola). All’epoca il sacerdote era stato rinchiuso dapprima nel carcere di Valle Armea a Sanremo, per poi ottenere prima il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e fare infine ritorno nella “sua” Alassio, nell’alloggio dietro alla canonica della parrocchia di San Vincenzo Ferreri.

    Il ricorso al secondo grado di giudizio era stato richiesto dagli avvocati difensori del prete, Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, che avevano depositato un documento di 174 pagine nel quale veniva ricostruita nel dettaglio la vicenda giudiziaria del religioso, adducendo motivazioni di “non attendibilità” della piccola destinataria delle molestie. Ma sia in Appello che in Cassazione la sentenza era stata confermata. Massaferro è uscito dal carcere nel 2015.

    https://www.ivg.it/2020/03/don-luciano-massaferro-dice-messa-a-borghetto-il-sindaco-chiama-il-vescovo-e-rete-labuso-annuncia-istanza-in-procura/

  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

    CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

    36592. ROMA-ADISTA. Insistiamo. Dopo aver passato in rassegna i principali casi di pedofilia clericale verificatisi in Italia nel 2009 e nel 2010, proseguiamo con il 2011 e con quest’inizio di 2012. Le ragioni di questa nostra ricognizione le abbiamo già spiegate (v. Adista n. 10/12): non è né per morbosità né per alimentare «chiacchiericci» di sodaniana memoria. L’intento è, semmai, quello di fare il punto della situazione e di stimolare un dibattito. Se continuano a presentarsi casi sempre nuovi, riteniamo che la ragione non vada cercata tanto nel «disordine morale» del singolo (la cui condotta va ovviamente indagata e, se necessario, punita), quanto piuttosto nell’intero sistema che quel disordine favorisce e alimenta. Questa è l’idea che fa da sfondo al nostro dossier, di cui pubblichiamo nelle pagine che seguono la seconda ed ultima parte.

    Il prete nero Il 3 marzo del 2011, don Ruggero Conti, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida, periferia occidentale di Roma, viene condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento di 200mila euro di risarcimento per le parti civili (v. Adista nn. 53 e 65/08, 37/10 e 21/11). La sentenza di primo grado attribuisce a don Ruggero, già «garante per la famiglia e per le periferie» dell’aspirante sindaco Gianni Alemanno, «condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti». Le violenze si sarebbero consumate tra il 1998 e il 2008 ai danni di sette minori della parrocchia. Oltre che per l’alto numero di violenze perpetrate e per le amicizie influenti, il caso del “prete di An” aveva destato scalpore per via dell’atteggiamento a dir poco omertoso assunto nei suoi confronti da mons. Gino Reali, vescovo di Porto S. Rufina, la diocesi suburbicaria dalla quale dipende la parrocchia di Selva Candida. Durante un interrogatorio di fronte ad uno dei magistrati responsabili dell’inchiesta, il prelato aveva infatti ammesso di essere al corrente delle accuse nei confronti di don Conti già da due anni prima del suo arresto, avvenuto il 30 giugno del 2008. La notizia che il vescovo «sapeva», data ai media internazionali dall’Associated Press il 26 aprile del 2010, aveva avuto pochissima risonanza nel nostro Paese, e confermava del resto quanto andava sostenendo da tempo don Claudio Brichetto, il viceparroco della Natività di Maria Santissima, che già da un anno aveva denunciato ai superiori gli abusi del collega e che per questo era stato temporaneamente sospeso dall’incarico.

    Alla scuola di don Cantini Ai primi di maggio del 2011, diversi organi di informazione riportano la notizia dell’avvenuta archiviazione dell’inchiesta giudiziaria a carico di don Lelio Cantini, parroco della chiesa della Regina della Pace di Firenze dal 1973 al 2005 (v. Adista n. 29, 65 e 67/07, 37 e 75/08, 39 e 97/10). Il Pm fiorentino Paolo Canessa motiva la sua richiesta al Gip spiegando che le violenze sessuali «ci sono state e sono gravi», che si sono protratte per circa vent’anni nel silenzio assordante dei vertici della Chiesa fiorentina, ma che i reati sono da considerarsi prescritti e che in molti casi mancano le relative querele. I fatti risalgono in effetti a molti anni prima, ovvero al periodo fra il 1973 e il 1987, ma le vittime, per lo più bambine e adolescenti che all’epoca degli abusi avevano fra i 10 e i 17 anni, hanno trovato la forza di denunciare all’autorità ecclesiastica i misfatti di don Lelio solo nel 2004. Nel corso di tutta la vicenda, la Curia fiorentina, nelle persone dell’ex arcivescovo Ennio Antonelli e del suo ausiliario Claudio Maniago (quest’ultimo allievo e «pupillo» di don Cantini), ha sempre osservato un atteggiamento volto ad occultare la verità e ad evitare le ripercussioni mediatiche. Don Cantini verrà infatti ridotto allo stato laicale solo nell’ottobre del 2008, quando il caso era ormai trapelato sugli organi di informazione nazionali. Nell’inchiesta sull’ex parroco, era stato coinvolto ad un certo punto anche lo stesso Maniago, accusato di aver preso parte nel 1996 ad un festino sadomaso nel quale sarebbe stato abusato un giovane toscano. Sebbene fossero emerse nel corso dell’indagine delle conferme rispetto a quanto riferito dal testimone, la mancanza di una querela, spiegava Canessa nella richiesta di archiviazione, aveva impedito alla procura di procedere contro Maniago. Quest’ultimo è stato confermato nel suo incarico dal card. Giuseppe Betori, succeduto ad Antonelli alla guida dell’arcidiocesi di Firenze nel settembre del 2008. Don Lelio Cantini è morto il 15 febbraio del 2012.

    Il cocainomane e il rockettaro È del maggio 2011 anche l’arresto di don Riccardo Seppia, parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente. Ad incastrarlo è un’indagine sul traffico di cocaina effettuata dal Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei carabinieri. Le intercettazioni evidenziano infatti come don Riccardo fosse al centro di un giro di spaccio e di prostituzione minorile. Lo scorso 13 febbraio si è svolta la prima udienza del processo, con rito abbreviato, ma il dibattimento è stato aggiornato a fine marzo. Giugno 2011: don Jesus Vasquez, sacerdote peruviano cinquantacinquenne, ex parroco di San Nicola Manfredi in provincia di Benevento, viene condannato in primo grado a 7 anni e al pagamento di una provvisionale di 7.500 euro per ciascuna delle parti civili. Il giudice lo riconosce colpevole di aver costretto due ragazzi, uno di 13 e l’altro di 14 anni, a subire atti sessuali. Dopo che i genitori delle vittime lo avevano denunciato all’autorità giudiziaria, la curia arcivescovile lo aveva rimosso tanto dall’incarico di parroco quanto da quello di insegnante di religione in una scuola media della città. Il 23 giugno 2011, la Cassazione chiede un nuovo processo di appello per don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di Brescia, già condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi (v. Adista n. 65/08 e 58/09). Per gli avvocati della difesa, tuttavia, si tratta di una vittoria a metà: la suprema corte riconosce infatti la colpevolezza di don Marco, accusato di violenza sessuale ai danni di un suo ex allievo e di detenzione di materiale pedopornografico, per il periodo precedente il dicembre del 2004. Per i fatti successivi a quella data, i magistrati ritengono invece necessario un supplemento di inchiesta e pertanto decidono di rinviare il processo ad altra sezione della corte di appello di Brescia. Tanto dopo il primo arresto, avvenuto il 26 novembre 2007, quanto dopo le condanne in primo e secondo grado, al sacerdote non era mai mancato l’appoggio della diocesi e del gruppo degli «amici di don Baresi», convinti sostenitori dell’innocenza del religioso. Quello a carico di don Marco Baresi non è l’unico processo per pedofilia clericale che vede impegnata la Corte di Cassazione nell’estate del 2011. A metà luglio, i giudici del “palazzaccio” esaminano il caso di don Marco Dessì, ex missionario della Confraternita Gesù Divino Operaio accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua. Anche in questo caso, il reinvio del procedimento in appello ha a che fare con singoli aspetti della sentenza di secondo grado che gli alti magistrati ritengono inadeguati, ma non mette sostanzialmente in discussione l’impianto accusatorio. La lunga e complessa vicenda giudiziaria di don Dessì aveva preso le mosse, nel 2006, dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando», che avevano raccolto, con concerti e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega, gestita da don Marco. Alle due associazioni erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote, tanto che un volontario si era recato in Nicaragua e aveva raccolto su un dvd le denunce filmate di sei ragazzini. Sul computer del religioso erano state in seguito scoperte 1.440 immagini pedopornografiche. Don Dessì è stato dimesso dallo stato clericale nel febbraio del 2010.

    Cercasi referenziatissimi, preferibilmente condannati Settembre 2011, Brindisi: la stampa locale riporta la notizia secondo cui all’interno dell’ospedale «Antonio Perrino» lavora come cappellano un prete condannato per pedofilia nel 1992. All’epoca il religioso era stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e, dopo un periodo di custodia cautelare, gli era stata comminata una pena inferiore ai due anni, motivo per cui aveva in seguito potuto beneficiare della condizionale. Il sacerdote era stato assunto nel 2010 dalla Asl su indicazione della diocesi per effettuare l’assistenza spirituale ai malati. Sempre nel settembre 2011, il Pm di Lecce Stefania Mininni richiede e ottiene dal Gip l’archiviazione dell’inchiesta su don Stefano Rocca, l’ex parroco di Ugento da sempre in prima fila nel chiedere giustizia per l’assassinio del consigliere provinciale dell’Idv Peppino Basile (v. Adista n. 75/08). Don Rocca, amico ed estimatore di Basile e del suo impegno politico a favore della legalità, era stato accusato di aver avuto dei rapporti sessuali con quattro minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Nel corso di un lungo interrogatorio, aveva ammesso i fatti, sostenendo però che si era trattato di rapporti consenzienti e fra maggiorenni. La richiesta di archiviazione è motivata dal magistrato leccese con la mancanza della condizione di procedibilità: i quattro ragazzi implicati non avevano mai sporto querela. Il 19 ottobre del 2011, la quarta sezione della Corte di appello di Palermo conferma la condanna a 6 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa di Santa Lucia nel capoluogo siciliano (v. Adista nn. 63/93

    e 35/06). Il sacerdote, che per anni è stato un prete antimafia riconosciuto in città, venne accusato di molestie da due minori che frequentavano la chiesa. I fatti si sarebbero verificati fra il 2000 e il 2001, ma don Paolo, lontano parente dell’attore italoamericano John e fondatore dell’associazione «Dipingi la Pace», si è sempre dichiarato innocente. In un primo momento, il religioso era stato allontanato dalla provincia di Palermo, per poi tornare in città nel 2006 in qualità di cappellano ospedaliero. Dopo la sentenza di secondo grado, i suoi legali hanno annunciato di voler fare ricorso in Cassazione. Circa un mese dopo la condanna in appello di don Turturro, è invece il turno di don Luciano Massaferro, ex parroco di San Giovanni e San Vincenzo ad Alassio, in provincia di Savona. Anche don Luciano affronta il secondo grado di giudizio e viene riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di una sua ex chierichetta dodicenne, che aveva rivelato gli episodi durante un colloquio con gli psicologi dell’ospedale Gaslini. Quando, nell’aula della Corte di Appello del Tribunale di Genova, il presidente Giorgio Odero legge la sentenza di condanna a 7 anni e 8 mesi, gli amici e i supporter di «don Lu» scatenano il putiferio. Il religioso, del resto, aveva sempre potuto contare sul sostegno, oltre che di una parte dei parrocchiani, anche dell’allora sindaco di Alassio, il pidiellino Marco Melgrati, e della Curia savonese, che nei giorni successivi all’arresto aveva scatenato un duro attacco contro i magistrati dalle pagine locali di Avvenire.

    2012
    Cassazione mon amour Ha assunto invece contorni surreali, nel gennaio del 2012, la vicenda giudiziaria di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, in provincia di Como, riconosciuto in primo e secondo grado colpevole di aver abusato di un sedicenne con lieve disabilità mentale (v. Adista n. 35/06 e 41 e 65/08 e 46/10). La condanna a 8 anni di reclusione inflittagli dalla Prima Corte di Appello di Milano doveva essere infatti esaminata dalla Cassazione già ai primi di ottobre del 2011, ma quel giorno i giudici romani si erano trovati in agenda ben 28 cause, riuscendo ad esaminarne solo la metà. Tutto rinviato al 20 gennaio, quando però gli avvocati difensori di don Mauro hanno fatto appello ad un cavillo burocratico per ottenere un nuovo rinvio: uno di loro, Massimo Martinelli, aveva infatti ricevuto la notifica della convocazione in Cassazione con soli undici giorni di anticipo, e non un mese prima come previsto dalla legge. La nuova udienza, che stavolta dovrebbe essere definitiva, è stata fissata per il prossimo 22 maggio. In seguito all’esplosione dello scandalo, don Mauro era stato prima spostato da Laglio a Colico, e poi anche da quest’ultima località, dopo esser stato spogliato di ogni incarico pastorale. Il processo canonico contro di lui, avviato dopo la sentenza di primo grado, è stato in seguito sospeso in attesa del pronunciamento della Cassazione. Nel corso della lunga vicenda giudiziaria di Stefanoni, l’ex arcivescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini, era stato temporaneamente iscritto nel registro degli indagati dalla procura con l’accusa di favoreggiamento. La sua posizione è stata poi archiviata. Torniamo ora a Savona. Il 4 febbraio 2012, don Nello Giraudo, prete pedofilo reo confesso, più volte denunciato pubblicamente dal portavoce della Rete L’abuso Francesco Zanardi (egli stesso vittima di Giraudo, v. intervista allegata), patteggia una pena di un anno di reclusione con la condizionale per aver molestato un giovane scout nel 2005. Al sacerdote savonese vengono in realtà attribuiti diversi altri episodi di abuso, ma si tratta di fatti verificatisi tempo addietro, caduti in prescrizione. Il 9 febbraio viene notificata inoltre la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti di mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona accusato di non aver agito per evitare che don Nello reiterasse i suoi crimini (v. Adista n. 7/12). Anche in questo caso, l’archiviazione non è motivata dal merito dei fatti contestati al prelato, ma dal raggiungimento dei termini di prescrizione. Dieci giorni dopo, tuttavia, la Rete L’abuso deposita nuovi oggetti di indagine a carico di Lafranconi e un’ulteriore querela da parte di una vittima già sentita in passato come teste dai magistrati. L’udienza durante la quale il Gip Fiorenza Giorgi deciderà se accogliere o meno la richiesta di archiviazione presentata dal Pm si svolgerà probabilmente ai primi di maggio.
    «Io ti salverò» Un ulteriore caso di pedofilia esploso in questi primi mesi dell’anno è quello riportato dal mensile siciliano S (25 febbraio). Al centro dell’inchiesta di Andrea Cottone e Antonio Condorelli è un sacerdote della diocesi di Acireale, di cui ancora non si conosce l’identità. I due giornalisti, nel realizzare il servizio, si sono avvalsi della collaborazione di un uomo in passato abusato dal prete. Dopo anni, la vittima si è infatti presentata di fronte al religioso nascondendo una piccola telecamera: nel colloquio fra i due, che può essere facilmente ascoltato su internet, il prete ammette i rapporti sessuali e afferma di essersi comportato in quel modo per «liberare» il ragazzino.

    Pochi giorni dopo che la notizia era diventata di dominio pubblico, il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha ordinato al sacerdote di «allontanarsi dalla sua sede» per «riflettere e ritirarsi in meditazione», mentre la procura della Repubblica di Catania ha aperto un fascicolo sui fatti portati alla luce da S. A giorni, l’associazione La Caramella Buona e l’uomo molestato dal prete di Acireale dovrebbero tenere una conferenza stampa durante la quale sveleranno tanto l’identità della vittima, quanto quella del prete sotto accusa. L’ultimo caso ci riporta in provincia di Como, dove lo scorso 7 marzo don Marco Mangiacasale, ex parroco quarantottenne di San Giuliano, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di una ragazzina, oggi sedicenne, che frequentava il suo oratorio. I fatti risalirebbero al 2008, quando fra don Marco, in seguito diventato economo della diocesi, e la minore (aveva all’epoca 13 anni) era cominciata una vera e propria relazione sentimentale. La frequentazione fra i due era poi proseguita per tre anni a base di sms e e-mail, incontri periodici nell’abitazione del sacerdote, scambi di baci e di effusioni. A metà febbraio, tuttavia, la vittima avrebbe confidato al nuovo parroco, al momento della confessione, il proprio segreto. Don Roberto Pandolfi (questo il nome del sacerdote chiamato a sostituire Mangiacasale) avrebbe poi convinto l’adolescente a rendere partecipi della vicenda i suoi genitori, dai quali sarebbe poi partita la denuncia. Il 12 marzo scorso, nel corso di un interrogatorio di fronte al giudice per le indagini preliminari Maria Luisa Lo Gatto, don Marco ha confermato tutti i fatti che gli sono stati contestati dall’accusa. (marco zerbino)

    Marco Zerbino ADISTA

  • Bagnasco attacca i magistrati: “situazioni inverosimili, forse costruite”

    Bagnasco attacca i magistrati: “situazioni inverosimili, forse costruite”

    di GIUSEPPE FILETTO  Il cardinale e i demoni di don Seppia “Io, tradito dalla sua doppia personalità”

    È il presidente dei vescovi italiani. È l’arcivescovo di Genova, ma il cardinale Angelo Bagnasco è anche un uomo. Un uomo ferito dalla squallida e dolorosa vicenda di don Riccardo Seppia, il parroco della chiesa di Spirito Santo di Sestri Ponente, in carcere dal 15 maggio scorso perché accusato di pedofilia, di cessione di droga e di induzione alla prostituzione.

    “È una vicenda incredibile, non si crede a quanto si legge nei verbali, nessuno di noi poteva immaginare così tanto. Pensi che due anni fa, quando sono andato in visita pastorale in via Ludovico Calda, mi ha fatto trovare la chiesa piena di bambini e di bambine, di tanta gente. Nessuno di noi avrebbe potuto pensare… Tanto che una donna della parrocchia, dopo che è scoppiato lo scandalo, un giorno ha detto ai giornalisti: “Ma cosa volete capire voi di questa storia? Noi non l’abbiamo capito in 17 anni””.

    Il Cardinale, ieri, a margine della processione del Corpus Domini effettuata tra i viali dell’ospedale Gaslini, parla con il cronista. Sulla vicenda di don Seppia esce allo scoperto per la prima volta. Davanti a testimoni. Ne ha voglia. Si capisce: i suoi occhi diventano lucidi ad ogni passaggio che ha offeso la Chiesa da lui guidata. Il presidente della Cei che finora in merito ha rifiutato le interviste, sceglie Repubblica. L’Arcivescovo è un alto prelato che sa comunicare, quando vuole e come vuole. Sa che questo colloquio sarà pubblicato: “Forse è un po’ prematuro – è però il suo timore – ma spero che non siano strumentalizzati e che non escano fuori e siano messi in evidenza soltanto gli aspetti più polemici. Mi posso fidare?”.

    Al quinto piano del padiglione 17 delle Chirurgie, sul terrazzo dell’alloggio dei frati Cappuccini che guarda il mare liscio come l’olio e il cielo terso uscito da un acquerello, il Cardinale parla per 40 minuti. Più da uomo sanguigno, fatto di carne, che da freddo porporato. Parla da uomo di fede, ma provato. Tradito.

    Per 17 lunghi anni don Seppia è stato parroco. Durante i quali da una parte ha praticato la sua omosessualità, ha avuto un amico-amante (l’ex seminarista Emanuele Alfano, in carcere anche lui per le medesime ragioni) conosciuto dentro la chiesa di Sestri Ponente, ha avuto rapporti sessuali anche con minori, ha tentato di adescare pure un chierichetto. Tanto che al suo ingresso in carcere ha dichiarato spontaneamente di essere omosessuale, tossicodipendente e sieropositivo. Nessuno si era mai accorto di nulla? Pure, certi particolari sono “diabolici”.

    “Dall’altra parte è descritto come prete inflessibile, ligio al suo dovere: solo una mente malata, un soggetto da curare poteva avere questo sdoppiamento della personalità – sottolinea il Cardinale – e aldilà degli aspetti penali che questa vicenda avrà, occorrerà ricostruire la personalità di lui”. Sua Eminenza non cita mai il nome di don Riccardo, ma confida che nelle scorse settimane ha ricevuto il papà del sacerdote (sospeso dalla Curia). Un uomo distrutto, che gli ha detto di sperare tanto che il figlio si curi interiormente.

    Sua Eminenza non nasconde il proprio rammarico e il disappunto nei confronti della stampa: “Ha fatto emergere le cose più morbose, spesso non contestualizzandole e strumentalizzandole”. A cosa si riferisce? “Ad esempio alle fantasie inventate sulla chiesa di Carignano”, risponde monsignor Angelo Bagnasco, stringendo l’anello cardinalizio tra l’indice e il pollice. Agli atti dell’inchiesta c’è un verbale dei carabinieri del Nas di Milano, dove don Pier Carlo Casassa (ex parroco di Carignano) e Bernardina Masia (Dina, sua ex perpetua volontaria) hanno dichiarato che in un locale del campanile di questa chiesa c’era un giro di ragazzini messo su da don Capurro. Incontri chiacchierati dagli stessi parrocchiani. “Ma vi sembra che queste testimonianze possano essere attendibili?”, si chiede il Cardinale. Che preferisce non parlare di don Casassa e di Dina: “Per carità, nulla tra i due, potrei mettere non solo una mano, ma due sul fuoco”.

    Non sono attendibili le intercettazioni e le dichiarazioni raccolte nella voluminosa inchiesta scattata a Milano e trasmessa per competenza al pm Stefano Puppo? “Sono cose a cui non è facile credere, difficilmente attribuibili a una persona sana di mente – ammette Bagnasco – ci sono frasi che sembrano dettate dal delirio. Qui non siamo in presenza delle debolezze dell’uomo, il che si potrebbe capire, ma ci sono situazioni inverosimili, forse costruite, probabilmente pronunciate soltanto in preda all’eccitazione”.

    Per un uomo che ha scelto il sacerdozio, non è facile credere che un prete, don Seppia, durante un’intercettazione telefonica, abbia detto ad Alfano: “Quel ragazzino me lo farei sull’altare…”. L’Arcivescovo lascia intuire di aver letto e riletto tutte le 900 pagine, che hanno violentato la sua Chiesa. “Questa storia ci fa capire e ci insegna molte cose – precisa il capo della Curia di Genova – : da una parte mi colpisce il parrocchiano che mi chiede se è valido il battesimo di suo figlio, celebrato da questo sacerdote. Gli ho risposto che i sacramenti sono impartiti da Dio. Dall’altra trovo eccezionale la risposta arrivata dalla gente di via Calda: nel giorno di Pentecoste ho trovato la chiesa piena, di fedeli che vogliono cancellare questo brutto capitolo. Questa cosa la trovo straordinaria, il segno del bene che prevale sul male. Sempre”.

    (23 giugno 2011)

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/06/23/news/il_cardinale_e_i_demoni_di_don_seppia_io_tradito_dalla_sua_doppia_personalit-18099810/

  • Don Luciano Massaferro: è attendibile racconto chierichetta

    Don Luciano Massaferro: è attendibile racconto chierichetta

    19/05/2011 07:00
    Don Luciano Massaferro: è attendibile racconto chierichetta E’ attendibile il racconto della chierichetta di 12 anni molestata da don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio condannato a 7 anni e 8 mesi di reclusione per molestie sessuali. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza, un documento di oltre 40 pagine depositato ieri al tribunale di Savona. I difensori del sacerdote, Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, hanno già annunciato che faranno ricorso in appello contro la condanna. Il sacerdote era stato arrestato dalla polizia il 29 dicembre 2009, dopo le segnalazioni arrivate dagli psicologi dell’ ospedale Giannina Gaslini di Genova. Dopo un periodo di detenzione a Chiavari, don Luciano era stato trasferito prima nel carcere di Sanremo, poi agli arresti domiciliari in un convento di suore a Diano Castello e, infine, nella sua abitazione all’interno della parrocchia di San Vincenzo.

    www.primocanale.it/news.php?id=89265

    Ricorrerà in Appello il parroco che molestò chierichetta

    Savona – Ha deciso di ricorrere in Appello, don Luciano Mazzaferro, il parroco di Alassio condannato per le molestie sessuali ad una ragazzina di 12 anni, sua chierichetta.
    La sentenza del processo ha riconosciuto attendibile la piccola vittima ed ha avvalorato la sua testimonianza di denuncia condannando il parroco alla pena di 7 anni e 8 mesi di reclusione.

    I primi ad accogliere come reali le dichiarazioni della vittima sono stati gli psicologi dell’ospedale Gaslini che hanno scoperto che la piccola aveva subito le attenzioni particolari del parroco.
    Anche il caso di don Luciano Mazzaferro, come quello più attuale di don Seppia di Sestri Ponente, ha sconcertato l’opinione pubblica e diviso i parrocchiani tra colpevolisti e innocentisti. Di certo ha rivelato, ancora una volta, quanto sia delicata la questione della “pedofilia” all’interno della Chiesa. Un problema da affrontare con la massima trasparenza e durezza e senza opporre alcun veto alle indagini nell’interesse dell’onorabilità della Chiesa stessa ma, ancor più, nell’interesse delle vittime.

    http://www.edizionioggi.it/cronaca/2011/5/…ierichetta.html

  • Don Lu condannato a 7 anni e otto mesi

    Don Lu condannato a 7 anni e otto mesi

    Sette anni e otto mesi di reclusione, 190 mila euro di risarcimento alla vittima e alla madre, interdizione perpetua dai pubblici uffici e quindi interdizione perpetua a fini educativi. È la condanna inflitta questo pomeriggio dal tribunale di Savona, dopo circa due ore di camera di Consiglio, a don Luciano Massaferro, 46 anni, parroco di San Giovanni e San Vincenzo di Alassio, accusato di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni.

    Massaferro aveva cercato in queste settimane di ricostruirsi una sorta di normalità, riprendendo gli studi, celebrando messa e cercando di vivere nel modo più simile possibile a come accadeva prima dell’arresto avvenuto nel dicembre del 2009. Una ricerca della normalità che è passata anche attraverso il semi isolamento che si era imposto di concerto con gli avvocati.

    «La verità verrà a galla»
    «La verità e la giustizia presto verranno a galla». Sono le uniche parole espresse da don Luciano Massaferro, il prete condannato oggi a sette anni e otto mesi di reclusione dai giudici del tribunale di Savona per molestie su una sua chierichetta. Il prete ha atteso la lettura della sentenza nella sua abitazione di Alassio dove si trova agli arresti domiciliari e dove resterà almeno fino al giudizio d’appello al quale presenteranno ricorso i suoi avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì. Stupore dei legali di Massaferro alla lettura della sentenza: «Ci sembra una sentenza ingiusta perché non sussistono prove certe a carico del nostro assistito e per questo motivo ricorreremo in appello credendo che i giudici di un altro ufficio possano valutare più serenamente la posizione del nostro assistito».

    Stupiti anche i numerosi parrocchiani che oggi durante il rosario e la messa delle 17 celebrata da don Mauro Marchiano hanno pregato per lui. «È una sentenza davvero ingiusta – dice Rocchina Seripanni, una fedele di San Vincenzo – Io conosco don Luciano e non credo che abbia commesso quelle cose di cui ho letto sui giornali».

    Le tappe della vicenda giudiziaria
    Don Luciano Massaferro, parroco della chiesa di San Vincenzo, è stato dieci mesi in carcere e quattro agli arresti domiciliari. Il caso è scoppiato in maniera dirompente il 29 dicembre 2009, quando gli agenti della squadra mobile lo arrestarono. Ad accusarlo le parole di una chierichetta di 12 anni, che aveva raccontato prima alla famiglia, poi agli inquirenti, di avere ricevuto “attenzioni” poco evangeliche da parte del sacerdote mentre lo assisteva durante il giro delle benedizioni delle abitazioni.

    Un’accusa da cui Massaferro si è sempre proclamato estraneo, e che ha diviso l’opinione pubblica. La maggioranza dei parrocchiani e degli amici alassini ha sempre difeso don Massaferro, credendo senza riserve nella sua innocenza ed organizzando veglie, fiaccolate, manifestazioni ed uno spazio sulla rete telematica per sostenere la causa del sacerdote. Lo striscione con la scritta “Don Lù siamo con te” che ha aperto tutti i cortei campeggia ancora sulla facciata della chiesa, e il sito internet è sempre visitatissimo e zeppo di nuovi messaggi.

    http://www.savonanews.it/2011/02/17/leggi-…a-condanna.html

    CRONACA | giovedì 17 febbraio, 18:25
    Alassio: don Lu, i fedeli increduli dopo la condanna
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    Piove sul sagrato della chiesa di San Vincenzo dove don Luciano Massaferro è stato per tanti anni parroco. Alle 16,55 arriva don Mauro Marchiano sarà lui a celebrare la messa delle 17 dopo il rosario. Viene a sapere dal cronista che don Lu è stato condannato. “No, questa è una brutta notizia, abbiamo pregato tanto per lui”. Don Mauro stringe con la mano destra ancora più forte l’ombrellone, alza gli occhi al cielo, accenna una smorfia quasi a lasciare intendere che il suo cuore ora piange e si infila in canonica pronto a celebrare la messa più triste della sua vita. Alle 17,48 la messa è finita, ma non tutti vanno col cuore in pace. Suor Giacomina delle suore salesiane si ferma sul sagrato e chiede notizie: “Come è andata? Lo hanno condannato? No, che brutta cosa. Avevo pregato tanto per lui. Io voglio bene ai preti”. Poco più in là c’è Rocchina Seripanni, una fedele habitué della San Vincenzo: “Don Luciano è una brava persona, non credo che abbia commesso quelle cose che ho letto sui giornali. Adesso sarà a pezzi, avrà l’anima in pena. Bisogna capirlo”.

    http://www.ivg.it/2011/02/condanna-don-lu-…esso-difficile/

    Articolo n° 139335 del 17 febbraio 2011 delle ore 18:30
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    Condanna Don Lu, il pm Ferro: “Soddisfazione per la bambina”. Il procuratore: “Delicatezza in un processo difficile”

    Savona. Il silenzio rotto dal coraggio delle indagini, una cortina di segreti spezzata a suon di perizie e investigazioni. L’aria che si respira in Procura, dopo la sentenza che condanna in primo grado don Luciano Massaferro, è ancora carica di tensione ma l’idea che passa è quella di un esito processuale che rende merito all’attività inquirente. La vittima degli abusi, la bambina di 12 anni che seguiva il sacerdote come chierichetta durante le benedizioni, è tornata ad avere voce: al centro della delicatissima vicenda attraverso i certificati medici del Gaslini e i dati raccolti, verificati e incrociati nel microcosmo alassino dagli agenti della polizia. La forza di questo carico documentale ha dato senso alle sue parole, per lungo tempo inascoltate.

    Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro, subito dopo la sentenza, è salomonico: “Soddisfazione per la bambina”. Il procuratore Capo Francantonio Granero non vuole entrare nel merito della pronuncia, ma dichiara: “Esprimo apprezzamento per il lavoro dei colleghi che hanno sostenuto la tesi accusatorio in un dibattimento così complesso”. In trincea per la pressione mediatica? “Nessuna pressione – afferma Granero – Ma l’ufficio avvertiva piuttosto la delicatezza e la responsabilità di affrontare un processo così difficile”.

    Per Mauro Vannucci, avvocato di parte civile, “l’atteggiamento processuale dell’imputato ha dato forte indicazioni al collegio. Il suo modo elusivo non l’ha aiutato. Ben tre pareri medici hanno confermato che la perizia psichiatrica era attendibile e che la bambina diceva la verità”.

    Il parroco della chiesa alassina di San Vincenzo, nel turbine della grave accusa dal 29 dicembre 2009, si è sempre proclamato estraneo e ha raccolto le testimonianze di solidarietà di numerosi parrocchiani, che si sono anche organizzati per chiederne la liberazione dopo l’ingresso in carcere. Ma il collegio giudicante oggi dopo due ore di camera di consiglio ha comminato una pena ancora più severa di quella richiesta dai pm Ferro e Coccoli. Sette anni e otto mesi di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e quindi interdizione perpetua a fini educativi. Una condanna con il massimo delle aggravanti previste dal codice, anche per il particolare ruolo pastorale del quarantaseienne Massaferro. In aggiunta, il risarcimento di 180 mila euro per la bambina e 10 mila per la madre della stessa, del quale anche la diocesi potrebbe rispondere.

    I cosiddetti fedelissimi e i parrocchiani di Don Lu non si danno per vinti (“In appello! Siamo tutti con te”), mentre il legale difensore Alessandro Chirivì commenta: “Attendiamo di conoscere le motivazioni di questa sentenza che ci sembra infondata. Prepariamo ricorso in appello”.

  • Savona: don Lu presto chiamato a deporre in aula

    Savona: don Lu presto chiamato a deporre in aula

    Sarà chiamato a deporre in aula don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio da cinque mesi in carcere con l’accusa di aver molestato una sua chierichetta di 12 anni. Ma non è ancora dato sapere quando verrà convocato a palazzo di giustizia dove oggi si è svolta, a porte chiuse, la seconda udienza (si è conclusa pochi minuti fa ndr) con la sfilata dei primi dieci testimoni: il nonno, la zia e il suo findanzato, poi cinque tra agenti e funzionari di polizia, quindi due psicologi, il primario del Gaslini Enzo Casari e la collega Giovanna Cenci. Se il sacerdote si presentera’ in aula dipenderà dall’evolversi dell’istruttoria dibattimentale. Oggi invece si è assistito ad un lungo interrogatorio per il nonno e la zia della dodicenne che ancora oggi cercano di alleviare le sofferenze della nipote. Non e’ stata ascoltata invece la madre, ma sono stati ascoltati gli inquirenti che hanno spiegato come si è dipanata l’indagine prima del clamoroso arresto di dicembre. Tutto era iniziato dalla segnalazione degli specialisti del Gaslini che avevano sentito la bambina. Secondo l’avvocato del sacerdote, Alessandro Chirivì: “Non sono emerse novità rispetto a quegli elementi di cui eravamo a conoscenza. Tutti i testi non sono stati ascoltati in ordine cronologico rispetto agli eventi”.

    Lunedì 31 Maggio 2010 ore 14:09

    www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=77485

    Don Lu chiamato a deporre
    31 maggio 2010

    Sarà chiamato a deporre in aula don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio da cinque mesi in carcere con l’accusa di aver molestato una sua chierichetta di 12 anni. La data è ancora da definirsi. Oggi a palazzo di giustizia si è svolta a porte chiuse la seconda udienza con la deposizione dei primi dieci testimoni: il nonno della ragazzina, la zia e il suo fidanzato, poi cinque tra agenti e funzionari di polizia, quindi due psicologi, il primario del Gaslini Enzo Casari e la collega Giovanna Cenci. Se il sacerdote si presenterà in aula dipenderà dall’evolversi dell’istruttoria dibattimentale.

    Oggi, invece, si è assistito ad un lungo interrogatorio per il nonno e la zia della dodicenne. Non è stata ascoltata invece la madre, ma sono stati sentiti gli inquirenti che hanno spiegato come si è dipanata l’indagine prima del clamoroso arresto di dicembre. Tutto era iniziato dalla segnalazione degli specialisti del Gaslini che avevano sentito la bambina. Secondo il legale del sacerdote, avv. Alessandro Chirivì, «non sono emerse novità rispetto a quegli elementi di cui eravamo a conoscenza. Tutti i testi non sono stati ascoltati in ordine cronologico rispetto agli eventi».

    31 maggio 2010 delle ore 15:22

    Processo “Don Lu”, secondo la parte civile “la struttura accusatoria è solida”

    Savona. Erano da poco passate le 14 quando anche l’ultimo dei testimoni chiamati a testimoniare nel processo che vede imputato Don Luciano Massaferro ha lasciato l’aula numero 4 del secondo piano del Palazzo di Giustizia di Savona. Di lì a pochi minuti è quindi calato il sipario anche sulla seconda udienza del processo al sacerdote alassino e i giudici del collegio, il sostituto procuratore Alessandra Coccoli e gli avvocati, sia della parte civile che dell’accusa, hanno abbandonato l’aula.

    “Oggi abbiamo gettato le basi per il processo e, a mio parere, la struttura accusatoria è abbastanza solida”. E’ questo il primo commento, a “caldo”, rilasciato dall’avvocato Mauro Vannucci che tutela gli interessi della piccola e della sua famiglia. “Questa mattina abbiamo sentito gli operatori della polizia giudiziaria, la famiglia della piccola, la dottoressa Lenci (psicologa del Gaslini), e il dottor Casari (primario di psicologia del nosocomio genovese), ovvero i soggetti dai quali è nata la notizia di reato, sia direttamente che indirettamente” ha aggiunto il legale della parte civile.

    “Posso dire che l’impianto è solido perché sono state confermate le risultanze delle indagini preliminari, le stesse che erano emerse anche nel corso dell’incidente probatorio” ha proseguito Vannucci che sulle deposizioni dei parenti della piccola ha commentato: “Potete immaginare per una persona che entra per la prima volta in tribunale quale possa essere la situazione psicologica. Il nonno e la zia sono due persone che hanno sempre svolto un ruolo preminente nell’ambito della famiglia e quindi hanno dovuto spiegare anche i minimi particolari e le sfumature che possono sembrare irrilevanti ma che il collegio ha voluto far emergere proprio al fine di accertare la verità”.

    “La bambina sta meglio anche perché piano piano sta uscendo fuori dalla vicenda del processo. Questo favorisce la piccola a riprendere lentamente i suoi rapporti sociali” ha spiegato l’avvocato Vannucci che alla domanda sulla futura presenza in aula dell’imputato ha risposto: “Don Luciano dovrà comparire perché la difesa ha chiesto il suo interrogatorio, adesso non si può dire ancora quando ma certamente verrà sentito”.

    Più cauto l’avvocato Mauro Ronco che con il collega Alessandro Chirivì difende Don Luciano: “Ciascuno fa le sue valutazioni, non si può adesso fare la cosa contraria perché sembrerebbe proprio il gioco della parti. Direi che mass-mediaticamente sarebbe conveniente dire questo ma dal punto di vista della mia serietà professionale penso che sia opportuno non fare nessun commento. Si tratterà di vedere nello sviluppo del processo come vanno le cose e quali sono i buchi neri nell’impianto accusatorio”.

    “I familiari della bambina hanno ricordato quello che la piccola ha detto loro e quindi è stato piuttosto laborioso, tenendo presente che si tratta del nucleo dell’accusa. Non mi pare ci sia però nulla di nuovo” ha aggiunto Ronco che sulla presenza dei giornalisti ha detto: “Preferirei che non ci fossero le telecamere a seguire questo processo sia per il sacerdote, che ha un grande bisogno di essere sereno e tranquillo, e lo sta dimostrando nella sua vita carceraria, ma anche per la bambina”.

    “In definitiva tutta questa pubblicità finisce per gravare sulla bimba e ad aumentare le aspettative di accusa da un lato. Perché come si fa poi ad assolvere quando una bambina è stata messa in gioco così pesantemente? Credo che effettivamente meriti di essere protetta in modo migliore. Quindi da due punti di vista vorrei che non ci fosse così tanta attenzione dei media. Ormai Don Luciano è stato messo in croce e quindi lui offre questo sacrificio a Dio, accettando questa ingiustizia. Ma tutta questa attenzione dilatata davvero mi spiace per la bambina. Più si diffonde questa notizia più la bimba viene messa in gioco e poi perché, lo ribadisco, più si coltiva la tendenza pubblica a dire ‘condanniamo’ e più si danneggia il nostro assistito” conlcude l’avvocato del sacerdote alassino.

    Prossimo passaggio del processo il 14 giugno quando, nell’aula savonese, saranno sentiti altri quindici testimoni chiamati dall’accusa

    www.ivg.it/2010/05/31/processo-don-…toria-e-solida/

     

  • Don Luciano Massaferro verso il processo: è accusato di aver abusato di una chierichetta

    Don Luciano Massaferro verso il processo: è accusato di aver abusato di una chierichetta

    Don Luciano Massaferro verso il processo: è accusato di aver abusato di una chierichetta
    *Ida Artiaco

    È stata fissata per il prossimo ventiquattro luglio la prima udienza in Tribunale a Savona del processo contro Don Luciano Massaferro, il parroco arrestato lo scorso dicembre con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di una chierichetta undicenne.

    La procura della Repubblica ha chiuso l’inchiesta sul sacerdote quarantacinquenne e avanzato l’istanza di giudizio immediato al giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Savona, Emilio Flois, che ha fissato l’udienza davanti al collegio.

    Don Luciano Massaferro, 45 anni

    Don Luciano, che si dichiara innocente, attualmente è detenuto nel carcere di Villa Armea a Sanremo. Tre sarebbero gli episodi descritti dalla vittima, per i quali il reggente delle parrocchie di San Vincenzo e San Giovanni Battista, nonché responsabile dell’ufficio scolastico della Diocesi, è stato indagato.

    Episodi avvenuti sullo scooter del prete, nella biblioteca dell’ufficio parrocchiale e nella baracca dell’orto gestita da Don Lu, come è chiamato dai suoi fedeli, dove avrebbe fatto giurare alla ragazzina in un momento di intimità di non raccontare nulla di quegli incontri proibiti.

    Ma, secondo i legali del prete, la ragazzina si sarebbe contraddetta più volte e le relazioni effettuate dagli psicologi del Gaslini di Genova sarebbero contraddittorie. “Ovviamente per un sacerdote il regime carcerario è pesante- ha detto Alessandro Chirivì, legale di Don Luciano- e vive in una cella insieme ad altri sette detenuti a seconda delle esigenze del carcere”. Intanto è stata depositata anche la perizia psichiatrica ordinata dalla Procura su Don Massaferro, dalla quale si evince, secondo l’avvocato, che il prete era capace di intendere e di volere.

    Potrebbe essere aperto anche un processo canonico nei confronti del sacerdote di Alassio. A decidere sarà il vescovo della Diocesi di Albenga e Imperia, Mario Oliveri, che già al tempo dell’arresto, aveva inviato una segnalazione alla Congregazione dei Vescovi in Vaticano. In caso di eventuale avvio del processo canonico, e in caso di condanna, il massimo della pena che rischia don Luciano sarebbe la riduzione allo stato laicale. Intanto l’intera Diocesi e le parrocchie di Alassio si mobilitano per il parroco, organizzando una fiaccolata per il prossimo ventisei aprile.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/don-luciano-massaferro-verso-il-processo-e-accusato-di-aver-abusato-di-una-chierichetta-335176/

  • Savona, Don Luciano: la ragazzina conferma la violenza

    Savona, Don Luciano: la ragazzina conferma la violenza

    Don Luciano è in carcere da un mese accusato di violenza sessuale; la testimonianza della giovane è ormai prova dibattimentale

    La presunta vittima di attenzioni morbose da parte di don Luciano Massaferro, parroco di Alassio (Savona) ha rievocato puntualmente, secondo un racconto già fornito alla psicologa del Gaslini di Genova e alle compagne della parrocchia, i tre contatti sessuali avuti con il sacerdote alcuni mesi fa.

    Avrebbe avuto un unico attimo di esitazione al momento di riconoscere l’orto di proprietà del prete da una foto scattata in notturna.

    Ha finito stremata, stanchissima, il suo interrogatorio, ma ora è fuori dai giochi, almeno sotto il profilo processuale.

    È stato eseguito ieri l’incidente probatorio nell’ambito della vicenda su presunte violenze sessuali subite dalla parrocchiana e per le quali don Luciano è in carcere da un mese e la testimonianza della giovane è ormai prova dibattimentale. La situazione è stata quindi cristallizzata.

    La ragazzina, assistita dall’avvocato Mauro Vannucci, che proprio ieri ha depositato la nomina di difensore della parte offesa, in veste della mamma della minore, ha ribadito la sequenza e le modalità dei tre episodi di cui sarebbe rimasta vittima.

    Episodi avvenuti sullo scooter del prete, in canonica e nella baracca di collina e durante i quali don Luciano Massaferro avrebbe costretto la ragazzina a toccargli le parti intime. «Dall’incidente probatorio – commentano gli avvocati Mauro Ronco ed Alessandro Chirivì che difendono il sacerdote -sono emerse palesi, stridenti, numerose ed insanabili contraddizioni».

    31 gennaio 2010 | 09:49

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/savona-don-luciano-la-ragazzina-conferma-la-violenza-225755/