Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • SAVONA: abusi in parrocchia su un bimbo di 8 anni. Quando la cultura del silenzio rende le parrocchie fertile terreno di caccia per i pedofili.

    SAVONA: abusi in parrocchia su un bimbo di 8 anni. Quando la cultura del silenzio rende le parrocchie fertile terreno di caccia per i pedofili.

    Si sono concluse poche settimane fa le indagini della Polizia Giudiziaria di Savona che ha consegnato il fascicolo in Procura, titolare il Sostituto Procuratore Elisa Milocco.

    I fatti si sarebbero svolti nella parrocchia di San Dalmazio in Savona dove, già nel 2011, la Rete L’ABUSO, a seguito di una segnalazione di una presunta vittima, portò all’arresto di Franco Briano, ex postino e coadiutore parrocchiale. In quella occasione le indagini della Procura non portarono a ravvisare reati commessi dal Briano nelle sue funzioni di coadiutore all’interno della parrocchia. La fece franca anche per quanto riguarda i presunti abusi nei confronti di Alessandro Pennestri, che all’epoca lo accusava, in quanto erano intervenuti i termini di prescrizione.

    Questa volta però le cose potrebbero andare diversamente. I reati ai danni di un bimbo che all’epoca dei fatti aveva 8 anni, di cui è accusato Franco Briano e un altro collaboratore della parrocchia di S. Dalmazio, risalirebbero ai campi solari dell’estate del 2009 e, al momento, non sarebbero ancora raggiunti dalla prescrizione.

    La presunta vittima, seguita dalla Rete L’ABUSO e, per competenza territoriale, vede la sua difesa assegnata per quanto concerne la parte penale, all’avvocato Riccardo Di Rella, del Foro di Genova, Segretario dell’Associazione. Per quanto riguarda invece la parte civile, alla dottoressa Elena Peruzzini, vice Presidente dell’Associazione, che si costituirà parte civile nel procedimento.

    Questa ennesima triste vicenda, solleva una problematica nota e grave, che la Rete L’ABUSO denuncia da anni e che, grazie alla disponibilità del Senatore Savonese Matteo Mantero, era già stata sollevata in una interrogazione parlamentare del novembre 2017. Nei mesi scorsi, la Rete L’ABUSO ha ampiamente documentato anche questa lacuna al Comitato ONU per la tutela del fanciullo, che attraverso il membro del Comitato, il professor Jorge Cardona, è stata sollevata nelle sedute del 22 e 23 gennaio scorsi.

    Il problema in questo caso nasce dal certificato anti pedofilia, che il legislatore non ha applicato all’intera categoria del volontariato, quella da sempre più a rischio e, guarda caso, quella alla quale appartengono anche i sacerdoti.

    Paradossalmente, questa mancanza genera l’effetto opposto a quello che sarebbe lo scopo preventivo del certificato, ovvero indica ai predatori il terreno di caccia dove non vi sono controlli. Ora, se proviamo ad entrare nella mente di un pedofilo, la prima cosa evidente è che costui cerca ragazzini, e le parrocchie sono ben popolate. La seconda cosa, è tentare di cacciare in un terreno più sicuro possibile ed ecco qui che intervengono altri due fattori, il fatto che il certificato non è da esibire nell’ambito del volontariato, e la cultura del silenzio che la chiesa mantiene come costante, una garanzia per il pedofilo che, qualora venga scoperto, sa che il parroco non lo denuncerà per evitare lo scandalo.

    L’Ufficio di Presidenza

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2019/01/25/governo-e-preti-pedofili-le-preoccupazioni-della-rete-labuso-dopo-lesamina-allonu/

  • La mia vita è finita a 15anni! ,il resto è sopravvivere

    La mia vita è finita a 15anni! ,il resto è sopravvivere

    Quali possono essere e fino a dove possono arrivare le conseguenze di un abuso sessuale su un minore?

    Di seguito vi proporrò il racconto di un nostro assistito, un racconto non molto lungo, il titolo di questo articolo è un pensiero della vittima che non lascia molte prospettive ad un futuro, il suo breve scritto vi spiegherà il perché.

    I fatti in oggetto si svolgono a Verona, nella parrocchia Santa Maria Ausiliatrice ma, negli anni, padre Antenone Marangon, che oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la sua vecchiaia a Genova, presso una sede dislocata della Congregazione alla quale appartiene, quella dei Figli di Santa Maria Immacolata, negli anni ha girato parecchio. Da quanto abbiamo potuto ricostruire, ha trascorso il suo primo anno di sacerdozio nella scuola a Gavi per essere poi trasferito a Roma in aiuto ai sacerdoti in Via del Mascherone. Ha lavorato pastoralmente nell’Ospedale civile di Cagliari per 9 anni, stimato cappellano, insieme ad altri tre confratelli. E’ stato vice parroco ed assistente di gruppi e della gioventù nelle parrocchie del Sacro Cuore di Oristano, di San Bartolomeo di Cagliari, della Madonna della Grotta di Praia a Mare. Ha trascorso 2 anni nel Santuario della Madonna della Guardia di Gavi e dal 1985 a Santa Maria Ausiliatrice. Infine a Genova dove si trova tutt’ora.

    Zanardi

    “Alla tenera età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia, costretto psicologicamente, intrappolato in quella comunemente chiamata “sindrome di Stoccolma”.

    Intrappolato quindi dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo.

    Trovata la forza di liberarmi all’età di 15anni, forse data da una maturata voglia di ribellarmi da questi soprusi, successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco.

    La mia mente per salvarmi, ha rimosso gli abusi sessuali ma al contempo ha creato paure e fobie sociali, ipocondria ed ossessioni compulsive con rituali di lavaggi  di tutto il corpo e delle mani fino a rovinare la pelle  e queste non mi hanno più abbandonato limitandomi così nel tempo sempre più la vita, al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale

    Non vi è null’altro da dire, solo la mia vita è finita a 15anni!, il resto è sopravvivere.

    Firmato l’abusato”

  • Vittime italiane della pedofilia scrivono alla Cei, ma non ricevono risposta: «Vorremmo essere ascoltate»

    Vittime italiane della pedofilia scrivono alla Cei, ma non ricevono risposta: «Vorremmo essere ascoltate»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – La lettera indirizzata al cardinale Gualtiero Bassetti porta la data dal 20 dicembre 2018 e contiene la richiesta di un incontro con i vertici della Cei (proprio come ha esortato di fare Papa Francesco prima del vertice di febbraio sulla pedofilia). Alle vittime italiane però non è ancora arrivata nessuna risposta. «Scriviamo direttamente a lei, nella speranza che voglia cogliere l’invito di qualche giorno fa che Papa Francesco ha inviato ai Presidenti delle Conferenze Episcopali ad incontrare le vittime di abusi sessuali, in preparazione dell’incontro del prossimo febbraio sullo specifico tema degli abusi. Alcuni di noi le hanno già scritto più volte in copia conoscenza attraverso lettere scritte a Papa Francesco, per le quali non è stata ricevuta alcuna risposta. Ci rivolgiamo quindi a lei nella speranza di vedere accolta la nostra richiesta di essere ricevuti, ritenendo autentico e sincero il desiderio della gerarchia della chiesa di voler ascoltare le vittime».

    L’associazione L’abuso – l’unica realtà che in questi dieci anni ha cercato di portare alla luce il fenomeno italiano e scoperchiare le zone d’ombra – ritiene insufficienti le scuse sulla tolleranza zero se poi «non sono mai seguite da azioni concrete in riparazione ai gravissimi danni arrecati a tante vittime e al loro contesto familiare. Attendiamo una sua gradita risposta nella speranza che non voglia sottrarsi all’invito del Papa e alla nostra disponibilità nel fornire un contributo che riteniamo utile in preparazione dell’evento».

    Mentre in altri Paesi come Francia, Germania, Olanda, Belgio o Stati Uniti, il fenomeno dei pedofili è al centro di un monitoraggio che ha permesso alle varie conferenze episcopali di valutare con precisione l’entità numerica di questo triste capitolo, in Italia sembra ancora tutto piuttosto indietro. «Ad oggi non siamo in grado di dare alcun numero» ha ripetuto solo alcuni giorni fa monsignor Stefano Russo, segretario della Cei.

    L’associazione L’Abuso ha conteggiato – attraverso le denunce all’autorità civile italiana e i processi in corso – almeno 300 casi in 15 anni. Probabilmente si tratta di una parziale lettura del fenomeno, visto che una buona parte degli abusi non sono stati mai denunciati all’autorità civile italiana e le diocesi non hanno mai aperto i loro archivi.

    Il caso più eclatante riguarderebbe la diocesi di Napoli dove il cardinale Crescenzio Sepe (che siede nel Consiglio permanente della Cei) avrebbe coperto un prete accusato di abusi, don Silverio Mura, spostandolo in una diocesi del Nord. Il caso era stato inizialmente archiviato dalla Congregazione per la Fede ma Papa Francesco lo ha fatto riaprire e ora si sta celebrando il processo canonico nella diocesi di Milano, anche se in totale assenza di trasparenza e informazioni per l’opinione pubblica. Di questo ingombrante caso «non se ne è minimamente parlato» all’interno dell’ultimo Consiglio Permanente, come è stato spiegato ai giornalisti alcuni giorni fa dal segretario generale della Cei, durante una conferenza stampa.

    Francesco Zanardi, ex vittima di un prete di Savona quando era adolescente, ha raccolto con l’aiuto di tanti magistrati italiani, il materiale che gli consente di avere un quadro più completo di tanti casi opachi. Nella diocesi di Genova, per esempio, in passato era stato nascosto un parroco accusato di abusi (su seminaristi) in Argentina, padre Carlos Abuela; a Firenze venne spostato di parrocchia in parrocchia don Daniele Rialti, anch’esso accusato di atti simili. A Milano il caso di don Mauro Galli ha fatto discutere molto per il ruolo che ha avuto l’arcivescovo Delpini che ha ammesso – in una deposizione rilasciata alla Questura di Milano – di averlo sostanzialmente coperto, spostandolo.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_cei_papa_francesco_abusi_vittime_italia_delpini_sepe-4239679.html?fbclid=IwAR0Rt7tcgm-yiZ8pAzo8yHvRTqaNfheXQN09ij1iw3wlD1eq3zsONWtiQuk

  • Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Si torna a parlare del caso di Luciano Massaferro, Don Lu per i suoi fedeli, e lo si fa attraverso un’inchiesta curata da “Panorama” e pubblicata anche on line lo scorso 7 gennaio 2019 “La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco”.

    Sarebbero emerse, delle testimonianze rese da una suora e da Mons. Brancaleoni trascurate dai giudici di primo grado, ma che svelerebbero ulteriori dettagli sulla vicenda.

    Panorama ha ricostruito i fatti  risalenti all’estate 2009  attraverso gli atti giudiziari e le notizie emerse in quel periodo.

    Don Lu è stato accusato – e poi condannato nei 3 gradi di giudizio – per il reato di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni per poi essere, però, riabilitato, almeno per la Chiesa, dalla sentenza emessa nell’ambito del processo canonico.

    Il focus sul quale si punta nell’inchiesta giornalistica è, da un lato quello delle testimonianze inedite emerse e dalle quali sembrerebbe che dubbi su Don Luciano fossero stati rappresentati anche da altre persone.

    Una suora, in particolare, avrebbe riferito di aver notato il parroco in atteggiamento sospetto e in posizioni anomale con un bambino.

    In secondo luogo il giornalista di Panorama ha voluto evidenziare un ulteriore aspetto, quello legato ai blasonati nomi dei difensori di Don Lu assistito da Mauro Ronco presidente dell’ordine degli avvocati di Torino prima e per il ricorso in Cassazione da Franco Coppi.

    “Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa” si legge nell’articolo.

    Proprio questo avrebbe portato, altresì l’avvocato della bambina che avrebbe subito le violenze sessuali da Don Lu, Vannucci  a chiedere un risarcimento prima al vescovo Oliveri (Vescovo all’epoca dei fatti) e poi al Vescovo Borghetti, subentrato a Olivieri per volere di Papa Francesco per mettere ordine in quella che è stata definita una delle Diocesi più discusse per questioni legate a pedofilia, omosessualità, e ruberie.

    Non solo, nell’articolo di Panorama  si legge inoltre: “Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente”.

    Naturalmente viene riportata anche la versione di Bagnasco “spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste»”

    http://www.savonanews.it/2019/01/10/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/abusi-si-parla-ancora-di-don-lu-inchiesta-di-panorama.html?

  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    Una sera di marzo del 2015, una volante di polizia era impegnata a pattugliare alcune strade di campagna nei dintorni di Reggio Calabria, quando i poliziotti scorsero una macchina appartata e si avvicinarono per fare un controllo. Al suo interno trovarono Don Antonello Tropea, sacerdote quarantaquattrenne di Oppido Mamertina, in compagnia di un ragazzino di 17 anni. Si erano conosciuti su Grindr, la “prima e più diffusa app per incontri tra gay e bisessuali”. Il ragazzo riferiva di aver ricevuto dal prete un compenso di 20 euro per un rapporto sessuale orale, consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero. Oltre a questo, sul pc del prete la polizia scovò materiale pedopornografico, oltre a numerose chat con richieste di incontri sessuali con soggetti minori, a pagamento e non, alcuni dei quali consumati. Nel giugno scorso, il religioso è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, per prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

    La storia di Don Tropea è il piccolo tassello di un triste mosaico italiano fatto di abusi silenziosi e storie venute a galla. Basta perdere qualche minuto su Google, impostando come parametro il 2016, per leggere del prete arrestato a Palermo per violenza sessuale su minori; del sacerdote di Vibo Valentia arrestato per aver fatto sesso con un quindicenne in cambio di cinquanta euro; del prete arrestato a Brindisi per abusi su un bimbo di dieci anni; del parroco di Solza arrestato perché coinvolto in un giro di prostituzione minorile; del sacerdote del bresciano arrestato per violenze sessuali nei confronti di un dodicenne.

    Questi sono solo alcuni esempi di articoli usciti l’anno scorso, a cui se ne aggiungono molte altre decine, che diventano in fretta centinaia se si allarga la ricerca agli anni precedenti. Gli abusi sessuali di personale religioso sono un problema, non lo si scopre ora, ma ciò che stupisce è che l’unico metodo per quantificare questi episodi è proprio quello della ricerca incrociata su Google. Nel nostro Paese, infatti, manca ogni tipo di statistica annuale, biennale, quinquennale o decennale sul tema.

    «In Italia non esiste una quantificazione del fenomeno, mentre all’estero molti Paesi hanno creato commissioni d’inchiesta sugli abusi sessuali perpetrati da preti», mi spiega Francesco Zanardi, Presidente di L’Abuso Onlus, associazione che riunisce persone abusate in giovane età da personale religioso e che si batte quotidianamente contro il fenomeno della pedofilia all’interno degli ambienti clericali. «I primi sono stati Irlanda e Belgio e a giro ci sono arrivate altre nazioni. In non tutti i Paesi i dati sono pubblici, ma comunque c’è possibilità di accesso a essi». Eclatante l’esempio dell’Australia, dove la Royal Commission, istituita ad hoc per studiare la portata del fenomeno degli abusi clericali nel paese, ha concluso che il 7% dei preti cattolici australiani è stato accusato di abusi tra il 1950 e il 2010, mentre i casi quantificabili corrispondo a 4.440 violenze tra il 1980 e il 2010. In Irlanda invece, la Child Abuse Commission istituita dall’allora primo ministro Bertie Ahern ha realizzato uno studio sul tema durato nove anni, che si è concluso con un dossier contenente  le testimonianze di 2.500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ’40 e gli anni ’80 negli istituti gestiti da preti e suore.

    Di tutto ciò in Italia non c’è traccia, e combattere il fenomeno senza statistiche in grado di quantificarlo è un’impresa ardua. Ecco perché alcune realtà hanno deciso di muoversi da sole cercando di stimare il numero di violenze sessuali commesse da preti e sacerdoti nel nostro Paese.

    L’Abuso Onlus ha creato una mappa in continuo aggiornamento che racchiude tutti i casi che è riuscita a raccogliere. La cartina è disseminata di puntini con colori diversi: il rosso rappresenta i casi di condanna in terzo grado, rei confessi o coloro che hanno patteggiato; il giallo i casi in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla; il nero gli episodi di sacerdoti indagati all’estero e rifugiatisi in Italia; il verde le comunità di recupero per preti con “problemi” di vario tipo – tra cui quelli relativi a pedofilia e abusi sessuali. La mappa si presenta come una distesa di oltre duecento spunte multicolore, questo il numero di casi di abuso raccolti dalla Onlus negli ultimi 15 anni. Oltre a questa sezione, l’associazione ha creato anche un vero e proprio elenco con tutti i dettagli relativi a ciascuno di questi casi: nome del prete, luogo di esercizio, accuse e iter del processo.

    «La nostra mappa mostra gli abusi degli ultimi quindici anni, che sono solo i casi noti e quelli che siamo riusciti a recuperare», mi spiega Zanardi. «Non esiste un database, se vuoi scovare un elenco dei preti pedofili o vai sul nostro sito o non li trovi. È impossibile avere dati sugli stupri o sugli abusi in altro modo, in Italia c’è un osservatorio antipedofilia che però non fornisce statistiche. In passato abbiamo fatto una grossa polemica con l’ufficio perché si sono rifiutati di darci i dati attaccandosi alla privacy. Noi però non avevamo chiesto nomi, solo numeri».

    Chi ha fatto un lavoro simile a quello de L’Abuso Onlus sono stati I Bambini di Satana, associazione atea che ha realizzato un database che racchiude tutti gli episodi di abusi sessuali clericali noti, con allegati dettagli su generalità del prete e diocesi di riferimento. Come spiega sul proprio sito l’associazione: “Riteniamo che gli individui che ricoprono un ruolo sociale delicato e approfittano di questo ruolo per porre violenza di natura sessuale sui bambini, debbano essere ben riconosciuti ed identificabili in maniera di potere tutelare l’incolumità dei ragazzi”.

    France, Paris, Roman catholic and orthodox bishops

    Dunque sono solo realtà extra-parlamentari ed extra-vaticane a cercare di quantificare il fenomeno degli abusi sessuali da parte di personale clericale, e dalle poche informazioni disponibili sembra che il trend sia in costante peggioramento. Come spiega Emiliano Fittipaldi in un recente articolo per L’Espresso, “il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi ‘verosimili’ di predatori e molestatori di minorenni. Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009”.

    Alla luce di questa situazione e delle costanti critiche rivolte dall’opinione pubblica a una Chiesa troppo spesso passiva sul tema, nel 2014 Papa Francesco ha istituito la Pontificia commissione per la tutela dei minori. In questi tre anni di lavori del nuovo organo vaticano, di numeri relativi agli abusi sessuali clericali nel nostro paese non ne sono usciti. In compenso ci sono stati dissapori interni sin dall’inizio, fino alle dimissioni nel febbraio scorso di Marie Collins, membro irlandese della Pontificia Commissione, lei stessa vittima di abusi in passato. Come motivazione principale, in un comunicato stampa, la Collins parla di “resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa”.

    A causa dell’ostruzionismo interno, l’organo vaticano non è riuscito a introdurre, tra le altre, la norma che obbliga la denuncia di abusi sessuali alla magistratura ordinaria, lasciando dunque ancora tutto nelle mani dei tribunali canonici. Secondo Francesco Zanardi de L’Abuso, sta proprio nella contrapposizione tra giustizia ordinaria e giustizia ecclesiastica il pilastro che permette agli abusi sessuali dei preti di restare un tema vago e fosco. «Le vittime di abusi sono quasi sempre cattoliche e dunque spesso vogliono presentarsi davanti ai tribunali canonici,» mi spiega Zanardi. «Spesso e volentieri la vittima è però costretta a presentarsi senza il suo avvocato, mentre l’avvocato del prete è presente e coglie tutti i punti deboli della persona, studiando la controparte e preparandosi a “farla a pezzi” durante il processo penale vero e proprio». In un articolo comparso a dicembre su Left, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega che attraverso questo iter “viene generato da un altro tribunale [quello canonico], in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante”. Oltre a questo, l’avvocato sottolinea il fatto che durante questi processi ecclesiastici “viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi”. Tutto questo procedimento, oltre a rendere difficile che venga effettivamente fatta giustizia, rischia anche di insabbiare in termini statistici i casi di abuso stessi.

    Un episodio eclatante è quello di Giada Vitale di Portocannone. Secondo quanto la stessa riferisce, la ragazza sarebbe stata abusata da Don Marino Genova per tutto il corso della sua adolescenza; decise poi di denunciare il prete all’età di diciassette anni. Nel farlo, passò prima dai tribunali ecclesiastici e secondo Zanardi de L’Abuso Onlus fu proprio questo a compromettere l’esito giudiziario del successivo procedimento penale relativo agli atti sessuali commessi quando la ragazzina aveva già compiuto 14 anni. Nel giugno 2015 il gip presso il Tribunale di Larino ha infatti disposto l’archiviazione di tale posizione perché “la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino”. Proprio il 3 ottobre è però arrivata la condanna in primo grado a sei anni di reclusione per l’altro filone del processo, quello relativo agli abusi commessi dal prete prima che Giada Vitale compisse 14 anni. Don Marino Genova era stato in realtà già sanzionato nel processo ecclesiastico per questi fatti, la pena consisteva però “nella sola sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del Tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa”.

    Oggi, in Italia, mancano numeri ufficiali sul tema degli abusi di stampo clericale, ma mancano soprattutto gli sforzi da parte delle istutuzioni per far sì che questi stessi numeri possano venire a galla. Fino a ora sono stati fatti tanti proclami per debellare quello che è un problema endemico alla Chiesa, a cui però è corrisposto poco o nulla di concreto, se non procedimenti con più ombre che luci, come quelli dei tribunali canonici. «Papa Francesco ha fatto una grande campagna mediatica sui tribunali della Chiesa, per intenderci tribunali che non valutano l’abuso sessuale come reato penale quanto piuttosto come offesa a Dio», conclude Zanardi. «Per un tribunale di questo tipo la vittima e il prete sono sullo stesso piano. Anzi, la vittima appare come un peccatore che ha indotto in tentazione, mentre il prete resta, in fin dei conti, un ministro di Dio».

    https://thevision.com/attualita/abusi-preti/

  • Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Don Marino Genova è stato condannato a 6 anni di reclusione in primo appello per gli abusi sessuali a Giada Vitale.

    Gli abusi sono cominciati quando Giada aveva solo 13 anni, e si recava nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Portocannone per suonare l’organo.

    Per quasi 3 anni il prete ha abusato della ragazza, ma i giudici hanno ritenuto don Marino responsabile per i soli fatti accaduti quando Giada non aveva ancora compiuto 14 anni: da quel momento e per i due anni successivi il pubblico ministero ha considerato Giada consenziente. Giada non ci sta, e chiede giustizia.

    Il verdetto definitivo per il processo cominciato con la denuncia nel 2012, è atteso ora per il prossimo febbraio 2019.

  • Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Il famoso legale ieri ha assunto la difesa, assieme all’avvocato Intino, del parroco di Portocannone condannato per abusi su minore; la sua richiesta è stata respinta e la prossima udienza si terrà a fine febbraio. Negli anni Novanta andò nello stesso modo: parcella a parecchi zeri per difendere l’ex rettore D’Alessandro che in primo grado fu condannato. Ma chi pagherà il suo onorario per l’udienza di ieri?

    CAMPOBASSO. Si dice Carlo Taormina e si legge ‘parcella a parecchi zeri’.

    Ieri il famoso legale romano ha difeso – assieme all’avvocato Ciro Intino – don Marino Genova, parroco di un piccolo centro molisano, condannato in primo grado a sei anni di reclusione per atti sessuali su minore.

    Un caso mediatico da non farsi scappare, avrà pensato il legale famoso per le sue uscite fumantine, per la mole di personaggi pubblici che hanno voluto farsi rappresentare in giudizio da lui e per i processi di spessore che ha seguito. Del resto, il terribile caso degli abusi commessi in danno di una minorenne dal parroco di Portocannone, condannato un anno fa, ha trovato spazio, prima e dopo la sentenza di primo grado, in quasi tutte le più seguite trasmissioni televisive.

    A Campobasso, ieri mattina, ha chiesto ed ottenuto che la prima udienza del processo d’appello si celebrasse a porte chiuse, quindi in camera di consiglio.

    Riferiscono i beneinformati che, al suo ingresso in aula, avrebbe evitato di salutare il Procuratore generale della Corte d’Appello, Antonio La Rana, e che i due si sarebbero, in seguito, guardati in cagnesco. Ma sono indiscrezioni.

    Nel corso della sua arringa a porte chiuse ha avanzato richiesta di non luogo a procedere relativamente alla querela che la vittima di quegli atti orribili mise nero su bianco poco prima di compiere i 18 anni di età. Un problema di improcedibilità, ha sostenuto con il solito piglio. Ma i giudici della Corte d’Appello hanno respinto la sua richiesta, così come era avvenuto in primo grado quando fu avanzato lo stesso problema relativo al periodo in cui si sarebbero consumati gli abusi e alla tardività della denuncia, e hanno fissato la data della prossima udienza che si terrà a fine febbraio.

    Carlo Taormina conosce il Molise: nel 2012, ad esempio, si registra un suo autorevole endorsement al candidato sindaco di Isernia Gianni D’Uva (non eletto) ma la sua ‘prima volta’ avvenne sul finire degli anni Novanta quando scoppiò lo scandalo dell’ex rettore dell’Università del Molise, Lucio D’Alessandro. Costosi Rolex in cambio di una assunzione all’Unimol del figlio di un noto medico campobassano: questa in sintesi la vicenda che coinvolse, anzi travolse, l’allora Rettore che decise di affidarsi all’avvocato Taormina per difendere l’onore, la reputazione e la carriera.

    In primo grado D’Alessandro fu condannato, nonostante la parcella da 150 milioni di lire che pare abbia dovuto versare al suo famoso legale. Cambiò avvocato e fu assolto. Nel corso delle udienze, un giovane pm di nome Nicola D’Angelo ebbe l’ardire di salutarlo e ricordargli, sottolineando l’onore di averlo di fronte in quel momento, di aver sostenuto un esame con lui.

    Taormina, mostrando il solito garbo, risposte: “Sarà stato un onore per lei”. Erano gli anni in cui Tangentopoli e i magistrati non godevano di enorme apprezzamento fra alcuni avvocati che difendevano importanti personaggi pubblici finiti in “Mani Pulite”. Di lì a poco Carlo Taormina si convertì al berlusconismo, pur provenendo dalla sinistra extraparlamentare (ora le cronache lo danno vicino alle posizioni del Movimento 5 Stelle).

    Campobasso non gli porta bene, anche ieri non ha avuto il riscontro che sperava, ma al cronista resta una domanda: come può don Marino Genova permettersi di pagare la parcella di un legale come Carlo Taormina?

    ellesse

  • Atti sessuali con 13enne, l’avvocato Taormina prova a smontare il processo a don Marino. Richiesta respinta

    Atti sessuali con 13enne, l’avvocato Taormina prova a smontare il processo a don Marino. Richiesta respinta

    Un avvocato di grido per don Marino Genova, il parroco accusato di atti sessuali con Giada Vitale, ragazza di Portocannone che all’epoca dei fatti aveva appena 13 anni. Si tratta del legale Carlo Taormina, noto per essersi occupato di casi eclatanti della cronaca italiana e internazionale, che ha provato a stoppare sul nascere il processo d’appello, senza riuscirci.

    Si è svolta questa mattina, giovedì 11 ottobre, in Corte d’Appello a Campobasso, l’udienza di secondo grado del processo che vede coinvolti l’ex parroco di Portocannone Don Marino Genova e Giada Vitale. A richiedere una revisione della sentenza del processo sono stati i legali dell’ex parroco, il quale in primo grado era stato condannato a 6 anni di reclusione per atti sessuali su minore dai giudici Russo, Di Nino e Testa del Tribunale di Larino.

    La difesa, questa mattina, si è avvalsa anche dell’esperienza dell’avvocato Carlo Taormina che ha affiancato l’avvocato Ciro Intino. Carlo Taormina è famoso per essersi occupato, tra gli altri, della difesa di Anna Maria Franzoni nel delitto di Cogne, del caso Ustica e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. In passato è stato anche deputato e sottosegretario con Forza Italia.

    I legali di Marino Genova puntavano di ottenere il non luogo a procedere in merito alla querela fatta dalla Vitale nel 2013.  Denuncia, secondo gli avvocati, fatta in ritardo rispetto al periodo nel quale si sono stati consumati i presunti rapporti sessuali, dal 2009 al 2012, quando la vittima non aveva ancora compiuto 14 anni.

    Una relazione accorata e puntuale nella quale Taormina ha sollevato un problema di improcedibilità facendo riferimento al fascicolo relativo alla precedente archiviazione. Ma, così come già successo al Tribunale di Larino durante il processo di primo grado, la richiesta della difesa è stata respinta al termine della camera di consiglio.

    “Fondamentalmente i giudici – afferma l’avvocato Giuseppe D’Urbano, legale della Vitale – hanno ritenuto valida la denuncia perché unica nonostante il filone processuale fosse stato diviso in due tronconi”. Il filone relativo agli atti sessuali dai 14 ai 17 anni è stato archiviato, come aveva chiesto l’ex Pubblico Ministero del caso Luca Venturi e come aveva disposto con ordinanza il giudice Daniele Colucci.

    Se questa mattina i giudici avessero ritenuto valido il non luogo a procedere come richiesto dall’avvocato Taormina, l’udienza di secondo grado si sarebbe conclusa oggi. “Siamo soddisfatti di quanto deciso oggi”, conclude D’Urbano. Prossima tappa il 28 febbraio 2019 quando tornerà a parlare Giada Vitale, e molto probabilmente sarà emessa anche la sentenza.

    La sentenza di primo grado era arrivata il 3 ottobre del 2017 secondo la Pm Ilaria Toncini, la quale aveva chiesto e ottenuto 6 anni di reclusione ai sensi di quanto previsto dal codice penale per il 609 quater, ovvero il reato di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante che in quel frangente il parroco era anche il tutore di Giada Vitale, che aveva perso il padre e stava attraversando un momento particolarmente difficile della sua esistenza. “Ha compiuto in occasioni – hanno motivato i giudici in primo grado – atti sessuali con Giada Vitale da quando la stessa aveva 13 anni e 10 mesi fino a quando la medesima, il 20 giugno del 2009, compiva 14 anni”.

    La relazione tra Giada Vitale e il Genova si sarebbe protratta dal 2009 fino al 2012, anno in cui la ragazzina, non ancora diciottenne, ha sporto querela. Ma il processo penale di primo grado è stato incentrato solo sui rapporti sessuali tra il sacerdote e la giovanissima parrocchiana in un mese e mezzo precedente il compimento del quattordicesimo anno di età di Giada. Il filone relativo agli atti sessuali dai 14 ai 17 anni è stato infatti archiviato, come aveva chiesto l’ex Pubblico Ministero del caso Luca Venturi e come aveva disposto con ordinanza il giudice Daniele Colucci.

    https://www.primonumero.it/2018/10/sesso-con-13enne-respinte-le-richieste-della-difesa-si-torna-in-aula-il-prossimo-28-febbraio/1530529577/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  • Quegli abusi in sagrestia dopo la scuola: “Ma per i giudici a 14 anni ero consenziente”

    Quegli abusi in sagrestia dopo la scuola: “Ma per i giudici a 14 anni ero consenziente”

    di Angela Marino

    È cominciato tutto un pomeriggio di aprile, quando lui l’ha portata in sagrestia e le ha stampato un bacio sulla bocca. Lei è rimata impietrita, come se guardasse quella scena fuori dal suo corpo, se ne è stata ferma come un vegetale finché lui ha non ha finito e le ha dato la benedizione. La storia di Giada Vitale, abusata a 13 anni da don Marino Genova, ex parroco di Portocannone oggi condannato in primo grado dal tribunale di Larino a sei anni di reclusione, è tragicamente identica a tutte le storie di pedofilia, tranne che per un particolare snodo della vicenda giudiziaria che ha segnato il suo caso. Lo racconta la stessa Giada, a Fanpage.it.

    Raccontaci di quel giorno

    G. “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo. Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare”.

    Tu lo hai seguito?

    G. “Ovviamente sì, non ci vedevo nulla di male. Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare”.

    Come ti sei sentita?

    G. “Come in un sogno, una bolla, sembrava non fosse reale, quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. .

    Quell’episodio si è ripetuto?

    “Altroché, don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione”.

    Che impatto hanno avuto gli abusi sulla tua vita di adolescente?

    G. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui (don Marino, ndr) mi lasciasse stare. La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose”.

    Hai chiesto aiuto a qualcuno?

    G. “Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) una notte mi chiese cosa avessi, perché non smettevo di piangere. Quando le dissi la verità non mi credette, così rinunciai a parlargliene ancora. Più in là, però, una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca”.

    Il vescovo ha preso provvedimenti?

    G. “Ha allontanato don Marino dalla chiesa di Portocannone. A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia”.

    L’hai avuta?

    G. “Non direi proprio. Il pubblico ministero ha diviso il fascicolo in due parti: una riguardante gli abusi subiti quando avevo 13 anni, l’altra, quelli avvenuti dai 14 ai 16 e per questo secondo fascicolo ha chiesto l’archiviazione”.

    Perché?

    G. “Perché dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’, in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni”.

    Don Marino è stato condannato?

    G. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione”.

    Dove si trova oggi?

    G. “Non so dove sia, so sole che è stato fotografato dai giornalisti di Pomeriggio Cinque, mentre, nonostante l’interdizione, celebrava messa”.

    Come ti fa sentire il fatto di essere stata considerata consenziente?

    G. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale”.

    https://www.fanpage.it/quegli-abusi-in-sagrestia-dopo-la-scuola-ma-per-i-giudici-a-14-anni-ero-consenziente/