Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Giacomo Galeazzi

  • Olanda, è “caccia” al vescovo

    Olanda, è “caccia” al vescovo

    16/11/2011
    Manifestazione contro i preti pedofili

    L’Interpool ha chiesto alla polizia di investigare su un presule emerito per “nuove segnalazioni di abusi sessuali”

    GIACOMO GALEAZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Indagate sul vescovo». L’Interpool ha chiesto alla polizia olandese di investigare su un presule per «nuove segnalazioni di abusi sessuali». Cor.S. (queste le iniziali) è un vescovo emerito di passaporto olandese ma che ha svolto fino al 2009 il suo ministero in Africa. La richiesta di svolgere accertamenti su di lui è scaturita da un’informativa della divisione «Crimini sessuali» della polizia nazionale irlandese. In Olanda sia la polizia sia la magistratura hanno ricevuto «allarmanti» indicazioni sulla condotta del vescovo, che è uno dei sei prelati della Chiesa cattolica accusati dal seminarista del Kenya, Emmanuel Shikuku. Le dichiarazioni dell’aspirante sacerdote africano coinvolgono alcuni ecclesiastici impegnati nella «Mill Hill», una società missionaria che ha base nel Regno Unito. I sei accusati hanno detto a «Radio Netherlands» che tutte le affermazioni sono false. Già un anno fa la Conferenza episcopale olandese ha avviato un’inchiesta per accertare quanto accaduto in diverse scuole cattoliche dove sono state denunciati casi di abusi nei confronti di bambini. L’indagine sulle presunte violenze sessuali, assicura l’episcopato dei Paesi bassi, è «vasta, esterna e indipendente».

    I vescovi olandesi sono «profondamente colpiti» dalle storie sui minori emerse a partire dal gennaio 2010. Il caso è scoppiato all’interno della galassia formativa cattolica. Anche alcune suore, non solo sacerdoti, di scuole cattoliche si sarebbero rese colpevoli, negli anni ’50, di abusi. Tra le vicende che più hanno colpito l’opinione pubblica è la storia di Herman Harends, oggi 63enne, che ricorda i turbamenti subiti quando, 11enne, frequentava un collegio cattolico a Tegelen, cittadina nel sud dei Paesi Bassi. «Non ne ho parlato prima perché si tratta di accuse difficili da sostenere e provare – ha dichiarato ai mass media olandesi -.Non cerco vendetta o scuse, molte delle suore sono già morte. E non credo si trattasse di un caso isolato».

    Prima della conferenza episcopale olandese, già l’ordine dei Salesiani aveva annunciato che un’inchiesta sarebbe stata aperta per i presunti abusi sessuali commessi da membri del clero in uno studentato della regione di Arnhem negli anni ’60. Da allora, una commissione consultiva episcopale, creata nel 1995 per aiutare le vittime degli abusi sessuali commessi da membri del clero, ha ricevuto 280 testimonianze. Sugli scandali che hanno colpito la Chiesa in diversi Paesi, dalla Germania all’Irlanda, il Vaticano ha preso una netta posizione. La Chiesa ha «affrontato il manifestarsi del problema con tempestività e decisione», ha dichiarato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. In una nota per la Radio Vaticana, il portavoce papale ha spiegato anche come «concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta a falsare la prospettiva». Infatti «le principali istituzioni ecclesiastiche coinvolte» nella bufera-pedofilia «hanno affrontato il manifestarsi del problema con tempestività e con decisione,hanno dato prova di volontà di trasparenza, in certo senso hanno accelerato il manifestarsi del problema invitando le vittime a parlare anche quando si trattava di casi di molto tempo fa». Così facendo «hanno affrontato le questioni con il piede giusto, perché il punto di partenza corretto è il riconoscimento di ciò che è avvenuto, e la preoccupazione per le vittime e le conseguenze degli atti compiuti contro di loro».

    Il dibattito sulle responsabilità dello scandalo è particolarmente aspro all’interno della chiesa dei Paesi Bassi. Secondo alcuni tutto è nato dopo il Concilio Vaticano II quando la Chiesa olandese spingeva, molto più di altre chiese, per riformare in senso aperto e liberal il suo stesso Dna. Fu il cardinale Bernard Jan Alfrink, arcivescovo di Utrecht, a pubblicare con l’appoggio di diversi teologi (tra questi il domenicano Edward Schillebeeckx) un nuovo catechismo portatore di grandi aperture sui temi dell’omosessualità, dell’aborto, delle pratiche anticoncezionali, del sacerdozio delle donne, del celibato dei preti. Per altri, invece, queste posizioni, seppure non condivisibili in alcun modo, sono il segnale di una chiesa che non elude certi problemi e che di questi problemi vuole parlare. Fino a pochi mesi fa il principale interprete di questa chiesa aperta al mondo e al suo spirito era Adrianus Herman van Luyn, vescovo di Rotterdam, anch’egli salesiano. Il 18 gennaio il Papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età.

  • Intransigente coi preti pedofili. Vaticano non invita vescovo di Dublino, all’incontro sul tema a febbraio 2012. Tempi biblici per affrontare il problema

    Intransigente coi preti pedofili. Vaticano non invita vescovo di Dublino, all’incontro sul tema a febbraio 2012. Tempi biblici per affrontare il problema

    7/07/2011
    Vaticano, il mancato invito all’arcivescovo di DublinoDiarmuid Martin
    L’intransigenza del presule irlandese nei confronti dello scandalo pedofilia sarebbe all’origine dell’esclusione tra i relatori al simposio di febbraio a Roma

    Giacomo Galeazzi Città del Vaticano

    Troppo radicale nei metodi usati nella lotta agli abusi sessuali del clero. L’arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, Diarmuid Martin non è stato invitato all’incontro dedicato ai preti pedofili che avrà luogo a febbraio in Vaticano. Monsignor Martin è vescovo non amato da tutti nei dicasteri della Curia romana per un eccesso di intransigenza e di visibilità pubblica sugli scandali del sesso. Un’impostazione apparsa a molti di stampo giustizialista e non adeguatamente rispettosa delle garanzie degli accusati. L’arcivescovo di Dublino non figura nella lista dei relatori convocati dalla Santa Sede per la conferenza di febbraio sugli abusi sessuali del clero.

    Nell’episcopato europeo monsignor Martin è stato uno dei principale sostenitori della «linea dura», recentemente ribadita anche in un’intervista al «New York Times» nella quale ha criticato la «lentezza» con cui il Vaticano ha portato avanti la visita apostolica nella Chiesa d’Irlanda al fine di valutare quali misure adottare per risolvere il problema della pedofilia nel clero.

    È stata la columnist Maureen Dowd a rendere nota una conversazione avvenuta tra lei e Martin nella quale il presule, mostrando il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi il problema “molto sentito” della pedofilia, ha offerto la possibilità di dire la sua in merito: «Martin, da sempre dalla parte delle vittime, è un outsider di una gerarchia» dove spiccano in negativo i nomi del cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston che a seguito del deflagrare in diocesi del problema pedofilia si trasferì a Roma per divenire arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e di Angelo Sodano, l’ex segretario di stato vaticano «che difese il noto pedofilo e padre di più figli Marcial Maciel Degollado», fondatore dei Legionari di Cristo.

    Difficile dire se Martin si senta descritto da queste parole. Di certo c’è che, come ha scritto il National Catholic Reporter, la Dowd «ha trovato in Martin il suo cavaliere nella gerarchia cattolica». E di certo c’è che, rispetto al problema della pedofilia nel clero Martin, che nella curia romana ha reso il suo lungo servizio dal 1986 al 2001 come sottosegretario e poi segretario di Giustizia e pace, è stato lo scorso anno tra i primi a fare propria con forza la linea di maggior rigore voluta da Papa Benedetto XVI. Una linea che ha avvicinato molto Joseph Ratzinger a Martin, tra i vescovi europei uno coi quali il Pontefice ha oggi maggiore confidenza. Comunque non tutti nella Chiesa apprezzano il modo sopra le righe nel quale monsignor Martin ha pubblicamente espresso il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi l’emergenza-abusi. Alle accuse di Martin, il Vaticano ha reagito a metà giugno replicandogli ufficialmente che «la visita si è conclusa in conformità alle scadenze previste». E che «lo svolgimento della visita è stato molto proficuo, grazie alla collaborazione di tutti coloro che hanno contribuito a tale scopo». Comunque, se «per diocesi e seminari non saranno necessarie altre indagini», dopo un questionario generale inviato a tutti i monasteri, saranno effettuate ispezioni «in loco ad alcune realtà religiose».

    Alle perplessità di Martin il Vaticano oppone che la visita è andata avanti con la giusta tempistica seppure non tutto è oggi concluso. Manca ancora l’ispezione nelle realtà religiose che è stata affidata all’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, il cardinale Timothy Dolan. Martin, invece, non sarà tra i relatori alla conferenza sugli abusi di febbraio. Una Chiesa, quella irlandese, che ha bisogno di “rinnovamento” e “riconciliazione”, dopo le ferite degli abusi e il “fallimento” dei credenti a “testimoniare una fede coerente”, ma in cui si intravvedono “segni di speranza”. È questa l’analisi non “pessimistica, ma “realistica” della Chiesa irlandese fatta dall’ arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda. Proprio Dublino sarà sede, nel 2012, del Congresso eucaristico internazionale (“Iec” la sigla in inglese) che ha come tema “L’Eucarestia: comunione con Cristo e dell’uno con l’altro”.

    Monsignor Diarmuid Martin è stato Osservatore permanente della Santa Sede presso la sede di Ginevra delle Nazioni Unite. Nato a Dublino, è stato ordinato sacerdote nel 1969 dopo aver concluso gli studi presso l’Università nazionale d’Irlanda. Successivamente proseguì gli studi presso la Facoltà di Teologia Morale all’Università Pontificia di Roma. E’ stato membro del comitato centrale per il Giubileo del 2000 e Segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace. Per conto della Santa Sede ha partecipato al summit mondiale su progresso e ambiente a Rio de Janeiro nel 1992, alla Conferenza internazionale sullo sviluppo delle popolazioni a Il Cairo nel 1994, oltre ad essere stato capo delegazione in numerose missioni. Monsignor Martin ricopre dal 2004 la carica di arcivescovo di Dublino e ha sempre parlato chiaro sulla situazione della Chiesa irlandese anche in relazione agli scandali sulla pedofilia. “Va sottolineato senza ambiguità – ha più volte dichiarato – che lo scandalo dell’abuso sessuale di bambini da parte di sacerdoti e religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo e non un’invenzione dei media”. Una chiesa irlandese da ricostruire, un paese che “ha bisogno sia di laici e atei maturi che di cristiani maturi”.

    L’Irlanda, ammette Martin, è duramente colpita dalla secolarizzazione. “Alcuni fuori dall’Irlanda credono ancora che il Paese sia un bastione del cattolicesimo tradizionale”, spiega. “Si sorprendono scoprendo che a Dublino ci sono parrocchie in cui la presenza alla messa domenicale è del 5% della popolazione cattolica, e in alcuni casi non arriva al 2%. In qualche domenica speciale, il 18% della popolazione cattolica dell’arcidiocesi di Dublino assiste alla messa”. Fin dall’inizio del suo mandato, Martin riflette sui cambiamenti nell’economia irlandese e sulle loro conseguenze culturali, e segnala come sua principale preoccupazione una “crescente frattura tra la Chiesa e i giovani”. Precisa: “Fin da un’età relativamente tenera, si allontanano da qualsiasi contatto regolare con la Chiesa e soprattutto con la messa domenicale. E’ vero che la partecipazione alla messa domenicale non è l’unica statistica che indica un’affiliazione alla Chiesa e alla missione di Gesù Cristo, ma difficilmente è possibile continuare ad essere veramente cristiani se non si hanno per anni contatti con l’eucaristia”.

  • FONDÒ UNA COMUNE, TRE DENUNCE PER ATTI COMMESSI TRA 1985 E 1995

    FONDÒ UNA COMUNE, TRE DENUNCE PER ATTI COMMESSI TRA 1985 E 1995

    8/1/2011
    Abusi,gesuita indagato in Belgio

    FONDÒ UNA COMUNE, TRE DENUNCE PER ATTI COMMESSI TRA 1985 E 1995
    GIACOMO GALEAZZI
    Il prete gesuita fiammingo Luc Versteylen, molto noto in Belgio per il suo impegno in campo ambientalista e contro la pedofilia, è sotto inchiesta per abusi sessuali commessi tra il 1985 ed il 1995 su tre teenager tra i 15 ed i 20 anni all’epoca dei fatti. Lo riportano i media belgi. Il Tribunale di Anversa ha confermato che ieri è stata depositata una denuncia in tal senso. Versteylen ha replicato pubblicando una lettera aperta in cui ha scritto che la denuncia è scattata a causa di «un comportamento che ha passato la misura» ed ha ammesso di avere probabilmente «deluso ed anche ferito involontariamente alcune persone» ma di averlo sostanzialmente fatto «per il loro bene». Nella lettera ammette che «negli anni ’70 la ricerca di una nuova esperienza corporea aveva certi limiti, ma non ha oltrepassato quelli». «Spero che ci sia un numero sufficiente di persone – è la conclusione della lettera del sacerdote – che possa testimoniare come io abbia cercato già da molti anni di essere il contrario di un violentatore di bambini». Il prete gesuita ambientalista, 83 anni, durante la guerra mondiale partecipò alla resistenza contro il nazismo. È stato ordinato sacerdote nel 1959. Precursore dell’ecologismo negli anni ’60 e attore di primo piano nella rivoluzione culturale del ’68 e degli anni ’70, è stato il fondatore del movimento verde fiammingo Agalev (abbreviazione di ‘Anders Gaan Leven’, vai e vivi in modo diverso) dal quale nel 2003 è nato l’attuale partito ‘Groen!’. Negli anni ’70 ha anche dato vita ad un centro di accoglienza chiamato ‘Liever Leven’, una sorta di ‘comunè realizzata in una ex fabbrica di birra nella località fiamminga di Viersel, dedicata a ritiri spirituali. Nel 1995 è stato insignito del Premio per l’etica e la tolleranza in politica, nel 1998 ha vinto il Premio Humamitas. Subito dopo la diffusione della notizia sulle accuse per abusi sessuali, nate da una lettera arrivata al centro ‘Liever Leven’ il gesuita si è dimesso dal consiglio di amministrazione ed oggi ha scritto una lettera aperta per spiegare i suoi comportamenti. Secondo quanto reso noto dal portavoce del centro d’accoglienza, Walter Lever, la lettera spiega «in termini molto dettagliati» quanto avvenuto tra il 1985 ed il 1995. «In seguito alla lettera – ha detto Lever – altre due persone si sono manifestate. Esse hanno parlato di manipolazioni e di contatti corporali». Il portavoce, secondo quanto riportato dall’agenzia Belga, si è detto stupefatto che potesse essere accusata di abusi una persona come Versteylen che ha «dedicato la vita» a combattere contro qualsiasi forma di maltrattamento dell’infanzia, tanto da creare il centro ‘Witte Kinderbos’ per la lotta contro la pedofilia.

    www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubr…ne=524&sezione=

     

  • LO SCANDALO PEDOFILIA

    LO SCANDALO PEDOFILIA

    10/4/2010 (7:54) – LO SCANDALO PEDOFILIA
    Nei palazzi vaticani l’incubo della talpa

    GIACOMO GALEAZZI
    CITTA’ DEL VATICANO
    L’incubo nei Sacri Palazzi si è materializzato ieri mattina sotto le spoglie miti e ben conosciute Oltretevere di Victor Simpson, capo della redazione romana dell’agenzia americana «Associated Press». Un foglio in mano e una sola richiesta al portavoce vaticano padre Federico Lombardi e cioè se sia di Joseph Ratzinger la firma apposta alla lettera che entro poche ore dilagherà sui mass media mondiali. Ricevuta risposta affermativa ma nessun commento ufficiale, il peggiore dei timori della Santa Sede si è realizzato e con esso l’amara impressione che tra gli ecclesiastici rimossi da Ratzinger qualcuno abbia deciso di fargliela pagare passando le carte ai mass media. Da lì inizia una frenetica corsa contro il tempo per neutralizzare l’effetto devastante della rivelazione. «Con accanimento continuano i tentativi di coinvolgere Joseph Ratzinger nello scandalo della pedofilia», reagiscono in Curia. E assicurano che l’allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede consigliò prudenza (in tutti i sensi, non tanto verso il sacerdote quanto per i bambini) al vescovo di Oakland, monsignor John Cummins, che prospettava la necessità che un sacerdote sospettato di essere pedofilo venisse ridotto allo stato laicale. Nella missiva del 1985, Ratzinger consigliava «di avere la massima cura paterna» non tanto per il prete «quanto per le vittime e per i bambini che mai più avrebbe dovuto poter avvicinare». Il cardinale Ratzinger definiva gli argomenti a favore della riduzione del sacerdote allo stato laicale di «grande significato», ma suggeriva prudenza al vescovo sottolineando di considerare «il bene della Chiesa universale» e il «danno che concedere la dispensa può provocare nella comunità dei credenti in Cristo, in particolare vista la giovane età» del religioso, poi ridotto allo stato laicale nel 1987, cioè solo due anni dopo la lettera. Quella invocata dal futuro Pontefice risulta dunque, secondo la Santa Sede, «nulla più che un normale invito alla prudenza per vedere chiaro nelle cose prospettate dalla diocesi».

    Fermo restando che il sacerdote non veniva riammesso al lavoro pastorale, tema che comunque non era all’epoca di competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, che divenne competente su questi casi nel 2001. I tempi intercorsi si spiegano con la lentezza delle comunicazioni in quell’epoca. E non va confusa la rimozione di un sacerdote dall’incarico (all’epoca di competenza del vescovo locale) con la riduzione allo stato laicale che deve essere autorizzata dalla Santa Sede. Il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi «non crede necessario rispondere a ogni singolo documento preso fuori dal contesto a proposito di singole situazioni legali» ma afferma che «non è strano che ci siano singoli documenti che hanno la firma del cardinale Ratzinger». Ma la lettera di Ratzinger non è l’unico caso a rimbalzare da oltre oceano ed è l’intero impianto difensivo della Santa Sede a vacillare sotto colpi tremendi. Il «New York Times» svela che il prelato che negli Anni Novanta istruì e avviò il processo canonico contro il prete accusato di aver molestato sessualmente 200 bambini sordomuti in Wisconsin, ha ammesso che gli fu ordinato di fermare il processo nel 1998, dopo una richiesta del Vaticano. E dal Canada il quotidiano «The globe and mail» lancia nuove accuse, riportando che la Santa Sede coprì padre Bernard Prince (incriminato per aver compiuto abusi sessuali tra il 1964 e il 1983) e che divenne, durante la sua permanenza a Roma, amico di papa Wojtyla. Ma non poi di Ratzinger che l’anno scorso decise la riduzione allo stato laicale di Prince, arrestato nel frattempo. A mettere sul banco degli imputati la Santa Sede, in questo caso, è una lettera scritta da monsignor Joseph Windle, vescovo di Pemroke, la diocesi di Prince. Nella missiva, inviata nel febbraio 1993 al nunzio apostolico in Canada, Carlo Curis, si fanno chiari riferimenti alla necessità di insabbiare la storia perché lo scoppio dello scandalo avrebbe potuto «avere conseguenze disastrose non solo per la Chiesa canadese ma anche per tutta la Santa Sede».

    Dall’Europa, intanto, la Chiesa scende in campo con una serie di iniziative sulla linea della «tolleranza zero» varata dalla Santa Sede: in Germania il vescovo di Erfurt ha annunciato di aver denunciato alla magistratura ordinaria un sacerdote che aveva ammesso abusi. E anche il clero italiano prepara il contrattacco: il vescovo di Bolzano segnalerà alla magistratura una serie di casi in attesa di vedere se tra questi ce ne sia qualcuno non caduto in prescrizione e quindi da perseguire. «Ora tutta la Chiesa deve stringersi attorno al Papa, altrimenti saremo tutti travolti».

  • La denuncia arriva da una delle presunte vittime di don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia “Vallini non denunciò prete”

    La denuncia arriva da una delle presunte vittime di don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia “Vallini non denunciò prete”

    8/4/2010 – La denuncia arriva da una delle presunte vittime di don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia “Vallini non denunciò prete”

    La bufera per gli abusi sessuali del clero sfiora il Vicariato di Roma
    GIACOMO GALEAZZI

    «Quando alcuni anni fa ci rivolgemmo al vescovo di Albano di allora, ora cardinale vicario Agostino Vallini, per denunciare gli atti di pedofilia di don Marco, il vescovo Vallini ci disse che ’al momento erano solo chiacchierè.

    Poi ci spiegò che avrebbe preso provvedimenti, ma don Marco non fu denunciato alla polizia nè interdetto dal sacerdozio, fu solo trasferito ad Assisi, dove vedeva altri giovani». La denuncia arriva da una delle presunte vittime di don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia (Roma) coinvolto nell’aprile 2006 in un’indagine sulla pedofilia condotta dagli agenti della squadra mobile di Roma. Don Marco, morto suicida a Roma nell’agosto 2006 mentre era agli arresti domiciliari, era stato arrestato il 5 aprile dello stesso anno dagli agenti della polizia di Roma che avevano fatto luce su una storia di violenze e soprusi che il sacerdote avrebbe inflitto a bambini e adolescenti in tutte le parrocchie dove aveva esercitato. Don Marco, appartenente alla congregazione dei padri Oblati, era finito in manette con l’accusa di pedofilia e violenze sessuali continuate e aggravate. L’arresto era stato eseguito ad Assisi, dove il parroco era stato trasferito nel 2002. «Vallini – racconta ancora la vittima – fece trasferire don Marco da Torvaianica ad Assisi, in un ostello degli Oblati dell’ordine di San Francesco di Sales, ma lì il parroco continuava a vedere i ragazzi».

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&ID_articolo=1794&ID_sezione=524&sezione=

  • “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    27/3/2010 (8:8) – COLLOQUIO “In chiesa omertà e coperture”

    “Il corpo della Claps scoperto mesi fa “Il mistero scuote la diocesi di Potenza

    Caso Claps, l’ex arcivescovo: «L’assassino non ha agito da solo, chi sa ora parli»

    GIACOMO GALEAZZI CITTA’ DEL VATICANO

    Denuncia «un’evidente omertà e un silenzio inquietante», esorta a «far chiarezza e stringere il cerchio sui pochi che avevano libertà di movimento alla Santissima Trinità», riconosce che «qualcuno ha abusato della fiducia dei sacerdoti che allora gestivano la chiesa». Quando Elisa Claps scomparve, Ennio Appignanesi era arcivescovo di Potenza e, sul ritrovamento del corpo della ragazza, le sue parole hanno un peso pari alla prudenza e saggezza che tutti in Curia gli riconoscono.

    «Vanno distinti i tempi e il grado di responsabilità – spiega monsignor Appignanesi -. A Potenza ho conosciuto gente straordinaria, ma un’ombra pesa sulla città. L’ambiente alla Santissima Trinità era ristretto e qualcuno può essersi infiltrato in parrocchia approfittando della libertà concessa ai gruppi parrocchiali e culturali». Un malessere condiviso anche dall’attuale responsabile della diocesi lucana, Agostino Superbo, vicepresidente Cei ed ex capo dell’Azione Cattolica, secondo il quale «alcuni aspetti meritano un approfondimento, come ho detto al questore». L’impressione è che qualcuno si sia approfittato della fiducia del parroco della Santissima Trinità, don Domenico Sabia, morto due anni fa dopo quattro decenni nei quali ha avuto la responsabilità della chiesa. Osserva Appignanesi: «Per nascondere così un cadavere non basta una persona. Sembra opera di più persone legate tra loro da un vincolo: un’omertà da manuale». E infatti non si è saputo nulla.

    Se per diciassette anni il cadavere della ragazza è rimasto nascosto alla Santissima Trinità, evidenzia, «la colpa non è certamente della vigilanza attuale». E, rispetto all’ipotesi che due addette alle pulizie avessero comunicato mesi fa al nuovo parroco la presenza dei resti, l’arcivescovo sottolinea che «se è accaduta una cosa del genere e si è taciuto, siamo di fronte ad un silenzio inquietante». E aggiunge che, però, «l’omertà parte da lontano e pesa sull’intera vicenda». Man mano che emergono dettagli, puntualizza Appignanesi, «il mio dolore aumenta», perché «quella è stata una pagina terribile nella mia vita di vescovo e la parentesi più brutta». Ricorda che era «praticamente all’inizio del mio mandato» e che «da subito percepii sicuramente un clima omertoso, di coperture».

    L’arcivescovo si augura che «adesso chi sa parli, si faccia vivo». La cerchia, avverte, si sta restringendo: «Si valuti con attenzione e scrupolo tra le persone che a quel tempo potevano avere libertà di movimento». Infatti, «non a tutti è dato di trasportare una persona o un morto sino al controsoffitto di una chiesa». Collaborare con i magistrati, risalire a eventuali coperture, fuori o dentro la Chiesa, è divenuta una priorità per le gerarchie ecclesiastiche. Nella bufera delle polemiche il caso Claps è divenuto un caso di primaria importanza anche per l’intera Chiesa. In diocesi come in Curia, la parola d’ordine è «fare giustizia e ricostruire la fiducia». Che vengano a galla eventuali complicità di esponenti della Chiesa sarebbe comunque meno dannoso piuttosto che alimentare ulteriormente e far dilagare una sensazione di connivenza e incoerenza con i continui appelli alla legalità rivolti dai vescovi soprattutto nel sud.

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53543girata.asp

    «Così il fratello di Elisa minacciò di ammazzarmi»

    Sta riprendendo una brutta piega il caso Claps. Esattamente come all’indomani di quel 12 settembre 1993 di 17 anni fa, quando di Elisa si perse ogni traccia. All’epoca una sfilza di errori (che la famiglia Claps non esita a definire «depistaggi») allontanò la verità, tanto da non poterla più raggiungere. Oggi, purtroppo, la storia sembra ripetersi. Dal 17 marzo – giorno del ritrovamento «ufficiale» del cadavere di Elisa nel sottotetto della Santissima Trinità di Potenza – stiamo assistendo infatti a un repertorio imbarazzante di ingenuità che non risparmia nessuno: investigatori, religiosi, gerarchie ecclesiastiche e mezzi di informazione.
    L’ultima dichiarazione choc l’ha fatta ieri il vescovo di Potenza, Agostino Superbo. Alla domanda: «Perché il viceparroco della Santissima Trinità dopo aver saputo, fin da gennaio, da due donne delle pulizie che nel sottotetto della chiesa giacevano i resti di un cadavere non avvertì nessuno?», monsignor Superbo ha risposto: «Forse aveva pensato che si trattasse di uno scherzo…».
    Uno «scherzo»? Ma come, due donne trovano un corpo umano rannicchiato nel buio, avvertono il prete e quest’ultimo, invece di chiamare immediatamente il 113, pensa a uno «scherzo»? E continua a pensarlo per oltre due mesi, decidendo di parlare col vescovo (e non con la polizia) solamente all’indomani del rinvenimento dello scheletro mummificato di Elisa da parte di un operaio incaricato di riparare le infiltrazioni del tetto.
    Idee confuse anche nella questura di Potenza, dove la strategia comunicativa del «dico e non dico…» e del «non smentisco e non confermo…» sta creando più di un equivoco. 
    Segnali contraddittori pure dalla Procura di Salerno e dai periti tecnici di Bari. Un caso emblematico? La fuga di notizie sulla «violenza sessuale» subìta da Elisa: una circostanza che è stata data per «certa» anche se i risultati dell’autopsia si avranno solo tra una quindicina di giorni. Una corsa allo «scoop» piuttosto discutibile. Ma si sa che quello mediatico è un meccanismo ad altissimo rischio.
    Un altro esempio viene dal quotidiano Il Riformista che – forte di una documentata inchiesta dedicate nell’estate scorsa proprio al caso Claps – ieri ha ripubblicato una vecchia email inviata al giornale da Danilo Restivo, al momento l’unico indagato per il delitto di Elisa. Titolo dell’email: «Suo fratello mi minacciò. E se lo denuncio, sarà arrestato». Chiariamo. «Suo fratello» sarebbe il fratello di Elisa, Gildo Claps, che avrebbe addirittura «minacciato di morte» Danilo, tendendogli un agguato davanti al suo appartamento in Inghilterra. Siamo alla follia: Restivo che cerca di accreditarsi come una «vittima» della «violenza» della famiglia Claps, indicata come mittente di «una busta contenente due proiettili» spedita a casa Restivo.
    Ma la delirante ricostruzione di Restivo non si ferma qui: «(…) Qualora decida di muovere accuse contro il Signor Claps, lo stesso Claps si troverebbe ad essere arrestato con un mandato di cattura internazionale. Il motivo per cui non ho voluto parlare con il Claps è perché Claps poteva essere armato di pistola. Le minacce verbali di morte che Claps ha lanciato sono state registrate telefonicamente al 999 e archiviate con numero di incidente 02/281 (…)». Il testo della lettera è molto più lungo, ma ci fermiamo qui perché sarebbe avvilente dare ulteriore spazio a simili farneticazioni.

    Fatti e non farneticazioni sono invece gli svariati tentativi di depistaggio messi in atto negli anni da Restivo, un atteggiamento così penalmente rilevante da essere stato cristallizzato dalla magistratura potentina in due sentenze di condanna per falsa testimonianza: 9 mesi in primo grado; 2 anni e 8 mesi in appello. Ora, dopo il ritrovamento del cadavere di Elisa, dovrà aprirsi un nuovo processo: questa volta con un’accusa ben più grave, omicidio volontario.

  • Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi

    Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi

    Preti pedofili, il segreto di Stanislao

    Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi
    GIACOMO GALEAZZI

    CITTA’ DEL VATICANO

    Il cardinale Stanislao Dziwisz, per quarant’anni segretario di Karol Wojtyla (ventisette dei quali in Vaticano) e attuale arcivescovo di Cracovia, è accusato di aver coperto casi di abusi e molestie perpetrati da prelati polacchi e alte personalità ecclesiastiche. Nel mirino, il mancato intervento del braccio destro di Giovanni Paolo II in alcune vicende particolarmente scabrose, nonostante le circostanziate denunce coinvolgessero influenti personalità della gerarchia ecclesiastica.

    Tra questi, un arcivescovo connazionale e amico di don Stanislao e il fondatore dell’ordine religioso in maggior crescita oggi al mondo: i Legionari di Cristo. Fin dal 2000 l’«angelo custode» del Pontefice sarebbe stato informato di gravi casi di molestie che vedevano coinvolti prelati celebri, ma avrebbe «insabbiato» il dossier che proveniva dal clero polacco e da un tribunale ecclesiastico sudamericano. L’accusa è pesante, simile a quella che ha costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston nominato arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma. In primo luogo risulterebbe che il cardinale Dziwisz avrebbe ignorato le rivelazioni di esponenti della Chiesa polacca che avevano per oggetto un suo sodale. Invece di attivarsi per verificare le gravissime accuse contenute nelle informative, don Stanislao avrebbe tenuto prudentemente in un cassetto gli allarmanti documenti che gli aveva inviato, sette anni fa, un gruppo di sacerdoti per avvertirlo degli abusi di monsignor Juliusz Paetz, allora arcivescovo di Poznan, a danno di seminaristi. I preti che avevano indirizzato l’informativa riservata a don Stanislao si aspettavano una pronta reazione da parte del segretario del Papa e avrebbero scoperto, invece, con grande stupore, che Karol Wojtyla era stato completamente lasciato all’oscuro della vicenda.

    Lo scandalo dell’arcivescovo Paetz venne poi alla luce indipendentemente dalla denuncia fatta giungere a monsignor Dziwisz e portò alle clamorose dimissioni del presule polacco nel 2002. Le accuse aleggiavano da diverso tempo attorno all’arcivescovo Paetz, al punto che la Conferenza episcopale polacca aveva messo segretamente al lavoro una commissione d´inchiesta. I testimoni d’accusa (giovani vittime di molestie sessuali) sono più di una dozzina e incombeva la minaccia che la vicenda potesse allargarsi a prelati vicini a monsignor Paetz negli anni del suo soggiorno in Vaticano come assistente alla Camera pontificia.

    Segnalazioni tutt’altro che rassicuranti erano giunte sul suo conto anche dal giudice polacco della Rota Romana, monsignor Antoni Stankiewicz e da un’amica di gioventù di Karol Wojtyla, la psichiatra Wanda Poltawska, guarita da un tumore terminale, nel 1962, per l’asserita intercessione di padre Pio. Malgrado il silenzio di don Stanislao, dopo un paio di anni, monsignor Paetz, chiacchierato dai suoi stessi sacerdoti per i rapporti con alcuni studenti e chierici del seminario, fu allontanato dalla prestigiosa carica. Ma ciò solo in seguito a un articolo pubblicato dell’autorevole quotidiano «Reczpospolita». Fino all’ultimo il presule ha negato le accuse, sostenendo di aver rassegnato le dimissioni «per il bene della chiesa di Poznan».

    Nelle vicende di abusi compiuti da prelati, le omissioni attribuite a don Stanislao, oggi depositario di quel ricchissimo archivio personale che Giovanni Paolo II aveva chiesto fosse dato alle fiamme dopo la sua morte, non si limitano alla Polonia ma coinvolgono anche il leder dei Legionari, un corpo scelto e superpreparato di sacerdoti e laici di tutto il mondo, in rapidissima espansione.

    Nel 2002, sempre nel ruolo delicatissimo di segretario personale del Pontefice, monsignor Dziwisz avrebbe ricevuto la lettera di don Antonio Ornelas, un sacerdote messicano, membro del tribunale ecclesiastico diocesano, che portava alla luce gli abusi e le molestie di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Anche in questo caso, la risposta di don Stanislao sarebbe stata il silenzio. Del resto un processo canonico avrebbe inevitabilmente costretto il Vaticano ad affrontare spinosissime questioni. Nel caso Maciel, infatti, i capi d’accusa fanno riferimento al canone 977 (assoluzione di un complice nel peccato contro il sesto comandamento, ossia «non commettere atti impuri»). Nella legislazione ecclesiastica l’abuso sessuale di un sacerdote, sia pure sui minori, è meno grave del cosiddetto delitto di «complicità», quando, cioè, il sacerdote confessore assolve colui o colei con cui ha avuto rapporti sessuali. Nel primo caso è prevista la sospensione o al massimo la dimissione del sacerdote, nel secondo, è prevista la scomunica «latae sententiae» riservata alla Sede Apostolica. Ed è proprio questo il delitto di cui si sarebbe macchiato padre Maciel e sul quale le autorità vaticane si sarebbero dovute pronunciare. Anche lui, però, fu allontanato dal suo posto molto tempo dopo la denuncia rivolta a don Stanislao, e cioè solo nel 2005, per iniziativa di papa Ratzinger, nel frattempo succeduto a Karol Wojtyla. Ad aver colto i limiti del provvedimento vaticano, è il canonista messicano padre Antonio Roqueñi, per otto anni cappellano universitario dell’Opus Dei, e poi, per vent’anni, canonista al Tribunale ecclesiastico di Città del Messico, che ha deciso di offrire la propria opera di canonista agli accusatori di padre Maciel. Dopo «attento studio e investigazione», Benedetto XVI gli ha inflitto come pena «una vita riservata di preghiera e penitenza».

    L’accusa di aver tentato di coprire gli scandali sessuali nella Chiesa raggiunge il cardinale Dziwisz mentre è ancora aperta nella conferenza episcopale polacca la ferita delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus. Un’onda lunga che ha raggiungo anche l’arcidiocesi di Cracovia. Anche monsignor Janusz Bielanski, stretto collaboratore del cardinale Dziwisz, è stato costretto a dimettersi da rettore della cattedrale di Cracovia per le accuse di collaborazionismo con i servizi segreti polacchi. In questo, caso come per i silenzi addebitati a don Stanislao nello scandalo dei prelati molestatori, la risposta di padre Robert Necek, portavoce del cardinale di Cracovia, è categorica: «Sua Eminenza non ha insabbiato nulla, non c’è alcuna testimonianza, si tratta di accuse assolutamente ingiuste».

     

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…18364girata.asp

    /2/2007 (8:12) – IL CASO