Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Gioia Tauro

  • Bimbo violentato ogni settimana nel confessionale da un prete

    Bimbo violentato ogni settimana nel confessionale da un prete

    La Chiesa cattolica australiana ha condannato Gerald Ridsdale, prete pedofilo che nel 1982 stuprò un bambino di 9 anni. Il prelato dovrà infatti pagare oltre un milione di dollari australiani, 620 mila euro. L’accordo, che alla chiesa costerà oltre 3 milioni di dollari, è stato annunciato dai legali della vittima.

    Come riporta Notizie.it, Ridsdale si trova in carcere dal 1994, quando ha ammesso di aver aggredito sessualmente 65 minori tra gli anni 60, 70 e 80. Ora i legali delle due parti hanno raggiunto un accordo anche per quanto riguarda il risarcimento danni.

    Bimbo stuprato nel confessionale

    La vittima, un bambino di 9 anni il cui nome non è stato reso noto, aveva citato in giudizio il vescovo di Ballarat, Paul Bird, per negligenza, per conto dei due vescovi defunti superiori di Ridsdale ai tempi degli abusi.

    Uno dei legali, Judy Courtin, ha riferito che l’accordo è stato raggiunto dopo che la Chiesa australiana aveva negato a lungo di essere a conoscenza di ogni reato commesso da Ridsdale prima che il denunciante venisse stuprato dentro un confessionale. Poche settimane fa, però, gli stessi legali avevano accettato davanti alla Corte Suprema una dichiarazione di danni da parte della vittima, ammettendo dunque la responsabilità legaleper i reati dell’ex sacerdote.

    Centinaia di vittime

    Al momento le vittime accertate sono 65, numero confermato dallo stesso prete ammettendo i reati commessi. L’uomo infatti ha confermato di aver commesso abusi su decine di bambini per circa 30 anni. Gli inquirenti che stanno indagando sul caso hanno però ragione di credere che il numero reale delle vittime sia nettamente superiore, raggiungendo addirittura l’ordine delle centinaia.

    Don Felice La Rosa, l’ex parroco di Zungri, in provincia di Vibo Valentia, è finito di nuovo in arresto ai domiciliari. Il parroco, secondo gli inquirenti , lo scorso anno subì un controllo da agenti di polizia in auto.

    Era tra Rosarno e San Ferdinando, mentre abusava sessualmente, in seguito a pagamento, di un sedicenne bulgaro. Reato nuovamente commesso nel 2016 e condannato in via definitiva a 2 anni e 4 mesi di reclusione.

    Il comunicato della Questura di Reggio Calabria. Personale della Sezione Investigativa del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Gioia Tauro, con la Mobile di Vibo Valentia, ha arrestato don Felice La Rosa.

    L’intervento

    In esecuzione dell’ordinanza di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa in data 08.09.2020 dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, Dottoressa Giovanna Sergi, su richiesta del Procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri. A seguito di indagini coordinate dal Procuratore Aggiunto Gerardo Dominijanni e dal sostituto Procuratore Marco Lojodice.

    Le investigazioni hanno preso avvio da un controllo su strada, in occasione del quale gli investigatori notavano l’autovettura condotta dal sacerdote con a bordo anche tre ragazzi bulgari minorenni.

    Da siffatto controllo e dall’atteggiamento sospetto del sacerdote prendevano avvio mirate investigazioni che permettevano di comporre un quadro di gravissimi episodi di prostituzione minorile.

    Fatti posti in essere dal sacerdote nelle zone di San Ferdinando e Rosarno (ove adescava le vittime minorenni in cambio di piccole somme di danaro) in danno di altrettanti ragazzi. La loro collaborazione dei quali contribuiva a disvelare l’esistenza dei reati oggetto di odierna contestazione. Dopo le formalità di rito egli è stato riaccompagnato presso la propria abitazione e ristretto agli arresti domiciliari.

    https://www.ilroma.net/curiosita/australia/bimbo-violentato-ogni-settimana-nel-confessionale-da-un-prete

  • Atti sessuali con minori, nuovo arresto per l’ex parroco di Zungri, don Felice La Rosa

    Atti sessuali con minori, nuovo arresto per l’ex parroco di Zungri, don Felice La Rosa

    SAN CALOGERO (VIBO VALENTIA) – Era stato scarcerato appena pochi mesi fa dopo aver appena finito di scontare una pena per aver compiuto atti sessuali con un minore, ma evidentemente la sua vicenda personale con la giustizia non si era ancora chiusa visto che quest’oggi gli uomini della Squadra Mobile di Vibo Valentia, in collaborazione con gli uomini del Commissariato di Gioia Tauro, titolari dell’indagine, hanno arrestato nuovamente l’ex parroco di Zungri don Felice La Rosa.

    L’ex sacerdote 45enne sarebbe stato nuovamente coinvolto in una indagine che riguarda l’accusa di cui all’articolo 600 bis secondo comma del codice penale ossia «atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi», una accusa che se confermata in sede giudiziale comporta una condanna «alla reclusione da uno a sei anni e con la multa da 1.500 a 6.000 euro».

    I dettagli dell’operazione che ha portato all’arresto dell’ex sacerdote, oggi sospeso, saranno resi noti in una conferenza stampa prevista domani a Gioia Tauro, ma da quanto trapelato l’uomo sarebbe accusato di due distinte ipotesi di reato, una solo tentata e l’altra consumata (che tradotto vuol dire che in un caso gli atti sessuali con il minore sarebbero stati effettivamente compiuti).

    Nel frattempo, il sacerdote sarebbe stato posto al regime degli arresti domiciliari in attesa dei provvedimenti delll’autorità giudiziaria.

    Nel corso del 2016 don Felice La Rosa era già stato coinvolto, come accennato, in un’operazione, denominata “Settimo cerchio” che aveva portato inizialmente all’arresto di diverse persone accusate a vario titolo di atti sessuali con minori nell’ambito di un più ampio giro di prostituzione minorile e corruzione di minore aggravata. Le contestazioni dell’epoca riguardavano atti compresi tra gennaio al febbraio 2016, con specifici episodi di corruzione di minore e prostituzione minorile che sarebbero avvenuti a Zungri, Briatico, Mileto e Vibo Valentia.

    In particolare, l’ex parroco di Zungri, secondo l’accusa, avrebbe avuto rapporti sessuali con minorenni – reclutati da un bulgaro – dietro pagamento di 50 euro a prestazione. Venti euro sarebbero state trattenute dal bulgaro e 30 dal ragazzo minorenne.

    Nel 2018 la sentenza con cui la Corte d’Appello di Catanzaro aveva condannato l’ex prete originario di Calimera, frazione di San Calogero, alla pena di due anni e quattro mesi e 2.400 euro di multa.

    Atti sessuali con minori, nuovo arresto per l’ex parroco di Zungri, don Felice La Rosa

  • Oppido, il prete «consapevole» dei rapporti sessuali con i minori

    Oppido, il prete «consapevole» dei rapporti sessuali con i minori

    Si faceva chiamare “Nico” e si spacciava per un insegnante di educazione fisica (in alternativa per un carabiniere) don Antonello Tropea, l’ex parroco di Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, condannato a 4 anni di reclusione (processo con il rito abbreviato) per prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico e adescamento di un minorenne. Adesso sono stati resi noti i motivi per i quali il Gup di Reggio, Filippo Aragona, ha condannato il prete con il vizio della prostituzione minorile pagando 20 euro per prestazione a luci rosse.

    Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio, che hanno approfondito una segnalazione delle Volanti di Gioia Tauro quando intercettano in zona Lungomare il prete falso professore di educazione fisica che si intratteneva a bordo di una autovettura con un ragazzino (conseziente) di 17 anni a cui hanno trovato anche uno zaino zeppo di materiale pornografico.

    Il prelato, seguito, pedinato, osservato ed intercettato, è stato smascherato, così come rimarca in sentenza il Giudice dell’udienza preliminare: «Le intercettazioni eseguite in due mesi, l’analisi del cospicuo materiale sequestrato nella dimora dell’indagato, gli ulteriori controlli di polizia e le testimonianze acquisite hanno consentito di smascherare la doppia vita dell’imputato, il quale di giorno esercitava il ministero sacerdotale presso la Chiesa di San Nicola di Mira a Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, mentre la sera, sotto falsa identità si dilettava con numerosissimi rapporti sessuali, talvolta a pagamento con giovani contattati su Internet».

    Secondo il Gup di Reggio «sono emersi senza alcuna incertezza tutti gli elementi costituti del reato di prostituzione minorile», da cui la condanna a 4 anni di carcere affievolita rispetto alla più pesante richiesta di pena avanzata dal pubblico ministero (6 anni).

    Nessun dubbio, emerge dalla sentenza, sulla conoscenza e consapevolezza di intrattenersi con minori: «È stata la stessa persona offesa a riferire, prima al pm e poi in sede di incidente probatorio, che egli aveva comunicato all’imputato di essere un diciasettenne già in occasione del loro primo rapporto sessuale, con la conseguenza che la sera del 16 marzo 20015 il Tropea era ben consapevole di aver fatto sesso con un minorenne in cambio del pagamento a favore di quest’ultimo di 20 euro. Francamente non vi sono elementi sufficienti per ritenere non attendibile quanto dichiarato da Omissis nel corso del processo, ancorché questi si sia costituito parte civile, in quanto il suo racconto è apparso molto lineare e privo di contraddizioni…».

    http://www.gazzettadelsud.it/news/reggio/217985/oppido-il-prete-consapevole-dei-rapporti-sessuali-con-i-minori.html

  • OPPIDO MAMERTINA : UN RAGAZZO DENUNCIA DON ANTONELLO TROPEA. CHIESTI 6 ANNI DI RECLUSIONE.

    OPPIDO MAMERTINA : UN RAGAZZO DENUNCIA DON ANTONELLO TROPEA. CHIESTI 6 ANNI DI RECLUSIONE.

    La notizia fece scalpore non solo per i reati contestati al sacerdote ma anche per delle intercettazioni telefoniche, dove emergerebbe anche il comportamento assunto dal vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, che, consigliava a don Antonello “di evitare di parlare con i Carabinieri di queste cose e, in generale, con nessun appartenente alle forze dell’ordine.

    Inizia tutto con un controllo occasionale della Polizia di Stato che, in una zona buia dell’area industriale di Gioia Tauro, il 16 marzo scorso, trova a bordo di un’autovettura, il prete Antonio Tropea, 44enne, e un minorenne. In uno zaino, gel lubrificante, salviettine imbevute, fazzoletti e un rotolo di carta. Nel corso del controllo il minorenne racconterà di aver conosciuto il prete tramite un’applicazione del proprio smartphone, Grinder. Il sacerdote si sarebbe presentato come un ricercatore scientifico, fornendo solo un nome di battesimo, Nicola. Lo stesso ragazzo dichiarerà di aver concordato con l’uomo un incontro su What’s-app e di aver ricevuto da lui un compenso di 20 euro per un rapporto sessuale orale consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero.

    Ieri mattina nelle aule del tribunale Reggino è stata svolta l’udienza in cui gli avvocati difensori del sacerdote , i legali Andrea e Giuseppe Alvaro, sono intervenuti per la richiesta di assolvere Don Tropea da tutti i reati che gli vengono contestati. Una sentenza molto attesa in tutta la piana di Gioia Tauro scossa dalle vicende che hanno riguardato un “insospettabile” e molto amato dalle parrocchie in cui aveva prestato servizio.

    OPPIDO MAMERTINA : UN RAGAZZO DENUNCIA DON ANTONELLO TROPEA. CHIESTI 6 ANNI DI RECLUSIONE.

  • Il manifesto-choc contro il vescovo: “Vattene e lasciaci vivere in pace”

    Il manifesto-choc contro il vescovo: “Vattene e lasciaci vivere in pace”

    di Claudio Cordova – Sarebbe comparso nelle prime ore del giorno in vari luoghi della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, quella che ha competenza sul difficile territorio della Piana di Gioia Tauro, soffocata dallo strapotere delle cosche di ‘ndrangheta e dal sottosviluppo economico. Ignoti gli autori del testo e del volantino, affisso in diversi comuni, ma chiarissimo il messaggio contro il vescovo monsignor Francesco Milito.

    Anzi, (mon) sign. Francesco Milito, come recita l’incipit del testo.

    Un manifesto-choc contro il vescovo, accusato da una o più persone di fatti gravissimi. Nel testo, infatti, con l’ironica dell’anafora, viene “ringraziato” il vescovo Milito di vere e proprie nefandezze: “Grazie perché con la tua manifesta complicità nei reati contro i minori, hai dato un grande impulso al nostro senso della giustizia ormai da tempo fiaccato dalla tua omertà, dal tuo abuso di potere, dalle tue minacce segrete, dalla tua abilità e destrezza a comprarti la verità per tirarti fuori e rimanere illeso. Grazie perché con le tue scelte hai tutelato e tuteli i nostri figli, i giovani, il nostro futuro, la nostra speranza, proprio come il lupo tutela le pecore. Quanto sangue innocente ancora spargerai, prima di accorgerti del male che stai facendo alle nostre famiglie, alla nostra terra?”.

    La figura del vescovo è emersa, in maniera inquietante, nella storia che ha coinvolto e portato all’arresto di don Antonello Tropea, parroco di Messignadi (frazione di Oppido Mamertina), accusato – e attualmente a processo – di sesso con minori. Dalle carte che accusano il prete, infatti, emergerebbe la perfetta conoscenza delle condotte di don Tropea da parte del vescovo Milito che, non solo avrebbe coperto le azioni del parroco, ma, anzi, lo avrebbe incitato a non dire nulla alle forze dell’ordine che indagavano sul giro di sesso a pagamento in cui sarebbe stato coinvolto don Tropea.

    Una vicenda su cui tanti – e tra questi Il Dispaccio – hanno chiesto l’intervento di Papa Francesco. Un intervento che fin qui non c’è stato. Anzi. Il vescovo Milito ha continuato la propria opera e, recentemente, ha anche nuovamente autorizzato lo svolgimento delle processioni religiose, bloccate dopo i vari “inchini” delle varette nei confronti di alcuni boss del luogo.

    La rabbia nei confronti del vescovo Milito esplode ora in forma violenta, sebbene anonima: “Grazie perché il tuo smisurato amore per il prossimo ti ha portato a servirti di ciò che siamo, di ciò che abbiamo di più caro, per le tue manie di grandezza, di potere, di protagonismo. Quando ti renderai conto dei pesi insopportabili che hai caricato sulle spalle della povera gente e che gli altri non sono dei giardini per la tua scalata alle vette? Grazie perché in te vediamo il cives, impeccabile fautore della legalità, imparziale, dinanzi al quale ci sentiamo persone sporche, per essere incorsi in un pignoramento immobiliare o in una diffida dai gestori delle utenze domestiche, per assicurare almeno il pane sulla nostra tavola. Per quanto ancora la nostra comunità deve subire il tuo arrogante clientelismo?” si chiede la “mano” autrice del volantino.

    Monsignor Milito, tuttavia, sarà criticato anche per la “mano morbida” usata nei confronti del prete – don Scordo – che non avrebbe prestato attenzione alle denunce della giovane Anna Maria Scarfò, ragazza della Piana di Gioia Tauro violentata per anni dal branco. Quel branco che è stato riconosciuto colpevole dalla Cassazione per gli orrori perpetrati sulla giovane.

    Un vescovo accusato, quindi, di nefandezze. E, una volta verificata la paternità dello scritto e, ovviamente, la veridicità delle gravissime affermazioni contenute sul volantino, resta da capire se l’esperienza di monsignor Milito possa continuare nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi: “Grazie perché dai tuoi incontri abbiamo imparato che il Pifferaio Magico non è solo una fiaba, ma la realtà in cu viviamo, ogni volta che la tua meschina diplomazia chiede asilo alle nostre menti, celando la sua vera natura di plagio e inganno. Per quanto credi che ancora funzionerà questo tuo metodo di manipolazione delle coscienze? Grazie perché ci hai privato di tutto: dei nostri figli, della nostra dignità, del nostro onore, del nostro orgoglio, ma non della nostra libertà. Mai prima di adesso la nostra terra ha conosciuto un’epoca di così grave decadenza morale, sociale, economica, ad opera di un vescovo, che nel nome di Dio stermina il Suo popolo, domandando, con massima indifferenza, le ragioni della causa, per accertarsi della riuscita della sua spietata e malvagia impresa” si legge ancora nel volantino.

    Dopo accuse così gravi, inevitabile la chiosa dello scritto, che chiede a chiare (e cubitali) lettere al vescovo di andar via: “Ma il nostro GRAZIE sarà ancora più corale, il giorno in cui lascerai la nostra terra. Quando prenderai coscienza che qui, ormai, non è più il tuo posto! Quando deciderai di porre fine a tutto il male che ci stai facendo, prima che l’ultimo spiraglio di speranza cessi definitivamente di esistere. VATTENE E LASCIACI VIVERE IN PACE!!!”.

  • TI HANNO STUPRATA? TI ASSOLVO DEI LORO PECCATI.

    TI HANNO STUPRATA? TI ASSOLVO DEI LORO PECCATI.

    Una storia per stomaci forti, da torcere le budella quella raccontata da Graziella Proto nel suo mensile “Le Siciliane”. Ringraziamo fervidamente, Graziella, per il privilegio accordatoci, per la pubblicazione su Laspiapress, raccomandando ai nostri lettori di tenere duro se vogliano arrivare fino alle conclusioni. ID

    CARO FRANCESCO, QUANTA STRADA ANCORA DA PERCORRERE!

    Estratto editoriale delle “Siciliane”

    Apriamo questo numero con una storia forte. La storia di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazzina di tredici anni. Una storia turpe, violenta, brutale. All’interno di una piccola collettività ove tutto ruota attorno alla chiesa guidata a quell’epoca da don Antonio Scordo.Mentre chiudiamo questo numero ci giunge notizia che don Antonio Scordo,ex parroco di San Martino di Taurianova, è stato condannatoin secondo grado. La Corte d’Appello di Reggio Calabria infatti ha confermato la condanna in primo grado ad un anno di reclusione per falsa testimonianza a carico del parroco e suor Mimma Rizzo. A questi due soggetti la ragazzina di tredici anni aveva chiesto aiuto dopo aver subito violenze dal branco.

    Innanzi ad una richiesta di questo tipo sono sicura che chiunque si sarebbe prodigato, questo parroco si è rifiutato. Non solo, anni dopo al processo contro gli stupratori – suoi parrocchiani – testimonierà contro la ragazza.

    Don Abbondio insegna, certamente,ed è indiscutibile che alcuni ceffi coinvolti avessero a che fare con la ’ndrangheta,ma il nostro don Abbondio di fatto ha consegnato per tre lunghissimi anniquella ragazzina al branco di bufali imbestialiti. Ricevendone anche promozioni dal vescovo Melito, che lo ha nominato – elogiandolo – delegato per i rapporti con le organizzazioni laicali e parroco dell’importante Duomo di Gioia Tauro.

    Caro Francesco quanta strada ancora da percorrere nella tua chiesa!

    di Graziellla Proto 

    “Il 6 febbraio scorso la Cassazione ha confermato le condanne per gli stupratori di Anna Maria. Vecchi e nuovi. Adulti e minorenni. Una storia turpe, di sregolatezze, abuso e violenze su una ragazzina che aveva tredici anni e tanti sogni da inventare e realizzare. Dal marzo 1999 per ben tre anni, il branco, ha continuato a violentarla. Certo la paura, la sudditanza psicologica, l’assoggettamento con la pistola o col coltello… la minaccia che le avrebbero sparato o l’avrebbero bruciata viva. Dopo tre anni la richiesta degli aguzzini di portare agli incontri anche la sorella minore. Anna Maria non ci sta e denuncia i suoi stupratori, tra cui alcuni malavitosi. Tutto il paese – connivente – le si ritorce contro. Minacce e insulti per lei e la sua famiglia. Ma lei non si ferma. Una grande avvocata, tante associazioni a sostenerla e il 6 febbraio 2016 la Cassazione ha confermato le ultime condanne. “Adesso dovranno credermi tutti”, ha dichiarato Anna Maria, che dal 15 luglio 2010 vive sotto protezione in località segreta.

    Anna Maria nel 1999 aveva appena tredici anni.

    Tredici, semplici, ingenui, anni.

    Frequenta la terza media con buoni risultati, va regolarmente in chiesa e fa parte del coro. Gioca come qualsiasi altra ragazzina della sua età. Come qualsiasi altra adolescente coetanea aspetta di diventare una signorina. Crea i suoi primi sogni.

    È piccolina, rotondetta, ha bella carnagione e le lentiggini. Gli occhi scuri e vivaci. Capelli setosi. Li cura parecchio, uno dei suoi sogni sarebbe diventare parrucchiera. Il suo mondo è tutto lì in quel paese che l’ha vista nascere, dove sta crescendo. San Martino di Taurianova. Un puntino sulla punta dello stivale a circa 60 km da Reggio Calabria. Poche strade, parecchie manco asfaltate, case basse e poco rifinite. La chiesa, la piazza, la bottega degli alimentari. Un bel profumo di mandarini. Duemila abitanti. Si conoscono quasi tutti.

    L’11 marzo è il giorno del suo compleanno, quel giorno si fidanza con Domenico Cucinotta. Almeno lei è convinta di essersi fidanzata. Cucinotta ha circa vent’anni, sembra un bravo ragazzo, lavora alla fornace, le fa tanti complimenti, le dice “sei una bambolina”. Le attenzioni del ragazzo le fanno piacere, la fanno sentire importante. Al solo pensiero di un bacio un brivido le percorre tutta la schiena. Si incontrano quasi ogni giorno, si siedono sui gradoni della chiesa e parlano. Veramente parla lui, lei lo ascolta incantata.

    Dell’incontro con Cucinotta – a distanza di anni – Anna Maria ricorda tutto: le parole, il suono della voce, il tono accarezzante, gli occhi dietro gli occhiali scuri… il brivido lungo la schiena e le farfalle allo stomaco.

    Dopo qualche settimana il suo fidanzato la invita a fare un giro in macchina. La ragazza non ha motivo di non fidarsi, di rifiutare… Domenico Cucinotta è sempre così gentile, premuroso. Su lui ha investito in sogni, quelli di tutte le ragazzine che si affacciano all’adolescenza. Le bambine non ancora donne.

    Entra in macchina, vanno verso la campagna, ma quando la macchina si ferma scopre con stupore che lì ad aspettarli c’è qualcun altro. C’è anche Domenico Cutrupi. La guardavano, ridevano. Si abbassarono i pantaloni. La ragazzina era confusa. Non capiva “perché, il suo fidanzato che diceva di volerle bene le facesse questo”. I due uomini consumarono un rapporto orale. Ai tentativi di ribellione della ragazza il Cucinotta la schiaffeggiò minacciando di farle del male se non avesse ceduto ed inoltre di ammazzare lei e far del male alla sua famiglia se ne avesse parlato con qualcuno. Era il suo fidanzatino.

    Dopo qualche settimana, in chiesa stanno preparando i canti di Pasqua. Anna Maria è molto concentrata su questo avvenimento, inoltre avrà un momento tutto suo, canterà un pezzo da sola.

    La sera della vigilia di Pasqua – il 3 aprile del 1999 – esce da casa per andare in chiesa per le prove. Lì ad aspettarla trova Cucinotta nascosto dal buio della navata. Il ragazzo con la faccia pentita, le chiede scusa, le chiede di uscire con lui… fuori ha la macchina.  Lei tentenna, lui insiste.

    COSÌ DIVENTI GRANDE

    Tutte le donne – almeno una volta nella vita – hanno sperimentato come e quanto siano convincenti gli uomini quando insistono e lei non era ancora nemmeno una donna. Solamente una ra-ga-zzi-na. Tredicenne, ingenua, credulona…  Si fidò. Salì in macchina con lui. Il suo fidanzato. Non pensò al padre che si sarebbe arrabbiato se lo avesse scoperto. Non ricordò più le prove del coro, l’Ave Maria…

    Si pentì amaramente subito dopo. Il presunto innamorato in macchina cambiò tono ed espressione. Divenne aggressivo e lanciò la macchina a tutta velocità. Lei si spaventò, implorò, scoppiò a piangere. Supplicò di lasciarla andare ma già erano arrivati alla casa dal cancello verde. Ad attenderli gli amici. Due già conosciuti, Domenico Cutrupi e Domenico Iannello; quest’ultimo vedendo che lei non voleva scendere dalla macchina e che piangeva la prende per i capelli e la tira giù; suo fratello Michele e Cutrupi la tirano dentro e la buttano sopra il tavolo. Domenico Iannello la tiene per le braccia, suo fratello Michele per le gambe, il suo innamorato Cucinotta le tappa la bocca… forse per il troppo amore…

    L’avevano stuprata a turno. Incitandosi l’uno con l’altro. Urlando “zitta che ti piacerà”. Incazzandosi perché la ragazzina piangeva. “Così diventi grande”, le disse qualcuno.

    “Sentivo solo i dolori”, racconterà anni dopo. Il mondo si era fermato. Il suo cuore si era bloccato. Nessuno si accorgerà di nulla. Nessuno leggerà il suo sgomento. Nessuno udrà il suo dolore. Nessuno saprà. Solo lei sa che l’hanno minacciata. Mentre la stupravano, mentre lei cercava di mordere e urlare qualcuno le disse “Se racconti qualcosa a tuo padre uccidiamo te e lui e tutta la tua famiglia”.

    La sua famiglia… La madre Aurora fa i servizi, esce la mattina e ritorna la sera. Quando arriva a casa è troppo stanca per osservare, vedere, capire. Rendersi conto. Il padre è impegnato a sbarcare il lunario. Oggi carrozziere domani tuttofare.

    Adesso sarà lei che dovrà proteggerli. Ma ha solo 13 anni!

    Verrà detto negli atti: “Delicatissimi anni della prima adolescenza in cui più facile è piegare e indirizzare l’anima della persona … senza riferimenti familiari o sociali che potessero aiutarla a resistere alle pressioni e alla volontà di soggetti tanto più grandi di lei e che si ponevano come suo unico riferimento coartandola con violenze o minacce o blandendola con l’inganno”.

    Nella Pasqua del 1999, fra il pranzo della domenica, la pasquetta, la vergogna che la divorava, il terrore di ciò che potrebbe accadere, decide di rivolgersi al prete don Antonio Sconzo. Lo conosce da sempre. È là per aiutare i suoi parrocchiani. Anna si violenta ulteriormente e gli racconta tutto l’accaduto. Non vuole la confessione, vuole che lui la ascolti, la consigli, la aiuti. Forse se lui parlasse con quel branco di bestie, forse… forse… Mentre la febbre la divora, gli dice cosa le accaduto, chi è stato, fa nomi e cognomi… a San Martino si conoscono tutti o quasi tutti. Abitano tutti sulla stessa strada in via Garibaldi o al massimo nella stradina successiva. Loro e le loro famiglie sono lì.

    DON SCORDO E SUOR MIMMA

    “Ti assolvo dei tuoi peccati – le dice il parroco – ma io non ho colpa”, insiste Anna. Ripete, chiede spiegazione, nulla. “Non puoi fare uno scandalo, nemmeno tu sai cosa è successo … Ti Assolvo.

    Questo prete si chiama don Scordo e sarebbe veramente opportuno che nessuno lo scordasse.

    Tuttavia bisogna dire che don Scordo qualcosa l’ha fatta: affidò la ragazzina a suor Cosima Rizzo, per tutti suor Mimma, che dopo averle fatto il test di gravidanza tentò di metterla in una casa d’accoglienza dove venne rifiutata, perché lì, c’erano ragazze senza macchia, mentre lei…                                                                                      

    Don Scordo è stato condannato a un anno di reclusione per falsa testimonianza. In tribunale dopo il giuramento racconterà che la ragazza sotto confessione gli ha detto non di avere subito violenza ma che ha parlato di un “fastidio arrecato” di natura sessuale… d’altronde lei è sempre stata una ragazza facile e provocante… ai ragazzi gli soffiava dietro l’orecchio. Anche la suora avvalorerà questa tesi aggiungendo che era una ragazza esibizionista.

    Esibizionista! Aveva compiuto 13 anni qualche settimana prima!

    Una condanna sospesa, cosa che non ha impedito al Vescovo Milito promozioni ed elogi per don Scordo. Fatto molto contestato a suo tempo dall’associazione AutonoMia con una lettera sottoscritta da una miriade di altre associazioni. È di queste ore la notizia che a don Scordo è stata riconfermata la condanna.

    Col suo grave silenzio e il suo ti assolvo dai peccati (loro), Don Scordo “ributtò” Anna Maria tra le grinfie dei suoi aguzzini, permettendo così che abusassero di lei per altri tre anni, fino alla sua denuncia. E dato che in paese tutti si conoscevano anche il prete – probabilmente – conosceva quei bravi ragazzi. Probabilmente frequentavano anche la chiesa.

    Dopo quel giorno, ripetutamente la prelevano con la macchina, la nascondono sotto i sedili o la coprono con i giubbotti per non farla vedere. Dove la portano? L’appartamento di una delle bestie o una stalla o un casolare. La danno in prestito o per ricambiare un favore. Una comitiva che aumentava sempre più. Persone conosciute o meno. “Anche tu qui?”, chiede Annamaria una volta ad uno di loro. “Tutti sì e io no?”, le rispose il tizio. Era Serafino Trinci, il papà di uno dei suoi compagni di scuola. Amico dei suoi genitori. Ma anche amici degli amici. La prendono e la lasciano, se la riprendono, a volte singolarmente altre tutti presenti, si incitano gli uni con gli altri. A volte ne approfittano per masturbarsi. Un inferno. In totale solitudine.

    Una volta Domenico Iannello – in sostanza il capo, quello che decideva tutto, gli incontri, con chi, dove, perché – organizza un incontro con Giuseppe Chirico, Fabio Piccolo, Domenico Cutrupi. Lei piange, urla e si dimena. Iannello Domenico, prende la sua cinta dei pantaloni e gliela stringe ai fianchi, più lei piange più lui stringe. Con dello spago le lega le mani. Quando si calmò la slegò. Tutti abusarono di quel corpo. Prima Iannello, poi Cutrupi, poi Chirico… buttale dell’acqua addosso, gli dicevano, lavala… pizzicotti, schiaffi… L’orrore continuò, finché Domenico Iannello prese un coltello e sempre innanzi a tutti le disse “tu sai cosa ti voglio dire”, e Anna Maria promise di non dire nulla a nessuno.

    LE BESTIE E LA COMUNITÀ CONNIVENTE

    Lei fin dall’inizio ha avuto solo paura. Paura di più violenza, paura del giudizio del paese se lo avesse scoperto. Si isola da tutto e da tutti. Alla fine, per assurdo ha solo loro, i suoi carnefici. Una situazione kafkiana!

    Gli psicologi scriveranno “accertata sudditanza psicologica nei confronti degli aguzzini”.

    Una forma di schiavitù insomma. Un asservimento che le faceva sopportare violenze di gruppo, calci, pugni, pizzicotti e a volte anche morsi. Una volta Michele Iannello le scagliò contro un pezzo di bastone e le ruppe il dito del piede. Per non parlare di quando la legavano, per vincerne la resistenza. O di quando le davano pugni al ventre perché temevano che fosse incita.

    Bestie. Bestie. Bestie.

    Nel 2002, Anna Maria ha sedici anni. Finalmente la denuncia. Perché? La richiesta – si legge negli atti – da parte degli aguzzini di portare agli incontri anche la sorella che adesso aveva tredici anni.  Inoltre, farà mettere agli atti, non sopportava più di andare con loro e fare le porcherie che le chiedevano di fare ormai troppo gravi e umilianti.

    Denuncia due volte, innanzitutto i primi quattro, Domenico Iannello, il capo, Michele Iannello, il fratello minore, che nonostante tutto sembrava il più gentile e qualche volta mentendo spudoratamente le aveva detto che l’avrebbe sposata, Domenico Crupi il più aggressivo, l’ex fidanzato Cucinotta che l’aveva iniziata, Serafino Trinci e Vincenzo La Torre. Domenico Iannello in particolare era quello che teneva il gioco, che organizzava, decideva, dava in prestito, la scambiava in cambio di favori. Ma il branco, a parte qualche variazione, era compatto. Da quel gruppo era urgente togliere la spina. Poi gli altri, quelli di cui aveva più paura. Quelli dai quali temeva le ritorsioni. Soggetti pericolosi per caratteristiche personali o perché più o meno legati  alla ’ndrangheta. Maurizio Hanaman, congiunto di un pericoloso latitante, Cianci, appartenente a famiglia mafiosa.

    Quella volta Maurizio Hanaman e Antonino Cianci la nascosero nella macchina ma restarono nelle vicinanze, a pochi metri. Andarono a casa di Maurizio Hanaman che in quel momento era vuota. Quando la lasciarono Maurizio Hanaman le disse di stare attenta a quello che faceva. Cianci successivamente si porterà anche dei cugini minorenni ma non per questo meno violenti dei grandi.

    Fin dall’inizio delle denuncie Anna Maria ha credibilità, tesi avvalorata dal CTU che scrive “memoria adeguata, dovizia di particolari nel narrato, povertà intellettuale tale da rendere poco verosimile una menzogna strutturata”.

    Una narrazione di assoluta attendibilità per i toni, per lo squallore che ne trapela, per l’assenza di coloriture. Fatti e circostanze tali da sembrare inverosimili. Una ragazzina senza particolari doti culturali o di immaginazione non li può inventare.

    Inutile dire che le difese degli accusati le hanno tentate tutte. Un esempio, Domenico Cutrupi, che dalla ragazza viene indicato come uno dei più violenti, sostiene che lui sarebbe incapace di relazioni sessuali, a prova di ciò presenta un certificato medico dal quale si desume che la moglie è ancora vergine (!).

    I giudici tengono a sottolineare che anche se Anna Maria fosse stata veramente vivace, con atteggiamento disinvolto sin da ragazzina e tale da poter indurre dei soggetti a ritenere la sua disponibilità (che può esservi stata in talune circostanze e con talune persone …), ciò non legittima certo che la stessa possa essere utilizzata come giochetto sessuale di gruppo. È reato.

    Tutti condannati.

    Tutto confermato dalla Cassazione.

    “Adesso dovranno credermi tutti”.

    Un grazie: all’avvocata Rosalba Sciarrone grande combattente; alle associazioni AutonoMia e Rita Atria che sono state vicine alla ragazza.

  • Disposto processo per Don Antonello Tropea, prete accusato di prostituzione minorile

    Disposto processo per Don Antonello Tropea, prete accusato di prostituzione minorile

    Si avvicina il processo per Don Antonello Tropea, il sacerdote di 44 anni, arrestato alla fine del 2015 dalla squadra mobile di Reggio Calabria per prostituzione minorile, sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni. Il  gip reggino ha infatti accolto la richiesta di giudizio immediato avanzata dal sostituto procuratore, Sara Amerio, per cui vi è l’evidenza della prova, e per questo si può “saltare” l’udienza preliminare”, in riferimento all’accusa di prostituzione minorile. Il gip ha quindi disposto l’ inizio del processo a carico dell’ex parroco di Messignadi Di Oppido Mamertina il 12 aprile prossimo dinnanzi al Tribunale di Reggio Calabria. Don Tropea peró, attraverso i suoi legali Andrea e Giuseppe Alvaro, potrà comunque fare istanza di rito abbreviato e quindi comparire dinnanzi al gup e non più dinnanzi al Collegio.   In riferimento comunque agli altri reati la Procura Reggina ha chiuso le indagini. Tale decisione arriva dopo lo svolgimento, avvenuto qualche settimana fa, dell’incidente probatorio in cui  si sono registrate, dinnanzi al gip Antonio Scortecci, le testimonianze delle presunte vittime di Don Antonello Tropea. Il 14 gennaio scorso infatti il pm Sara Amerio ha chiesto al gip l’audizione di tre ragazzi di giovane età . Tra questi in aula è comparso il minorenne, all’epoca dei fatti, che era stato trovato in compagnia del parroco di Messignadi di Oppido Mamertina il 16 marzo dello scorso anno quando una “volante” del Commissariato locale alle 11 di sera controllerà, nei pressi della zona industriale di Gioia Tauro, un’automobile su cui erano presenti il sacerdote e l’allora 17enne. L’incidente probatorio  è stato richiesto anche per l’audizione di un altro ragazzo a cui il parroco avrebbe offerto danaro in cambio di prestazioni sessuali e di di un altro giovane nei cui confronti il prete è accusato di un tentativo di prostituzione minorile. Don Antonello Tropea, subito dopo l’arresto, ha ottenuto la sostituzione della misura cautelare e dal carcere è passato  agli arresti domiciliari che sta scontando lontano dalla Calabria. Il caso che l’ha visto coinvolto ha molto interessato l’opinione pubblica considerata la gravità delle accuse mosse ad un uomo di Chiesa. Il quadro accusatorio nei confronti di Tropea è infatti molto grave.  «Ha come obiettivo sessuale giovani maschi, senza pretese di relazioni sentimentali, preferibilmente che abbiano compiuto 18 anni, al fine di evitare conseguenze penale. Tuttavia, nella ricerca di questo target, che sfiora il rilievo penale, incrocia più volte anche minorenni con le medesime tendenze sessuali, talvolta disponibili solo  a pagamento. In tali casi, Antonio Tropea , non si ferma ma continua, e si conserva accuratamente il materiale pedopornografico ricevuto», così il gip Scortecci definiva il comportamento del parroco. Adesso Don Tropea dovrà comparire dinnanzi ai giudici.  Angela Panzera – See more at:

  • Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    18 dicembre 2015, sacerdote arrestato in un paesino della Piana di Gioia Tauro per abusi a carico di minori. 28 gennaio 2016, prete arrestato a Brindisi e condannato a tre anni e otto mesi di reclusioneper atti sessuali su minori. 11 febbraio 2016, un sacerdote tra gli undici arrestati con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e andando a ritroso la media è di un caso al mese, quantomeno per quelli che diventano di dominio pubblico.

    Gli abusi sono talmente tanti che a raccontarli non si rende l’idea della vastità del problema, motivo per cui la onlus Rete l’Abuso ha stilato una mappa che indica caso per caso gli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, raggruppando tutti quelli noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    È in questo contesto che arriva in sala un film potente e necessario, che dimostra ancora una volta che la settima arte, così come il giornalismo, sono un bene imprescindibile per la società civile. Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale, Il Caso Spotlight racconta la storia del team di giornalisti investigativi delBoston Globe soprannominato appunto Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto il capoluogo della contea di Suffolk con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, lasciando ai posteri una lezione del miglior giornalismo possibile, a cui oggi, specialmente in Italia, non siamo più abituati.

    L’avvio dell’indagine giornalistica e, nel film, della narrazione parte dall’arrivo nell’estate del 2011 di Marty Baron, a cui presta il voltoLiev Schreiber, atterrato da Miami per prendere le redini delGlobe. Senza indugiare un giorno il neodirettore incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi a cui si espongono mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, interpretato da un immenso Michael Keaton, i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) iniziano ad andare a fondo con le indagini sul caso.

    Non appena i giornalisti del team di Robinson iniziarono a parlare con l’avvocato delle vittime,Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, a intervistare gli adulti molestati da piccoli e a cercare di accedere agli atti giudiziari secretati, iniziò a emergere con sempre maggiore chiarezza che l’insabbiamento dei casi di abuso era ben più ampio e sistematico di quanto si potesse immaginare e che il fenomeno era molto più grave ed esteso.

    I più alti funzionari del clero, tra cui il Cardinale Law, arcivescovo di Boston, tentarono in tutti i modi di ostacolare il loro lavoro con svariate intimidazioni. Un disperato tentativo per non far pubblicare il dossier che, nonostante tutto, venne reso pubblico dal Globe nel 2002 e che scoperchiò letteralmente un vaso di Pandora, aprendo finalmente la strada a tante analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

    Presentato fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film diretto da Tom McCarthy è arrivato fino alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che l’ha visionato in una proiezione privata. La Commissione è quella istituita da Papa Francesco nel 2014, la stessa attorno cui i giorni scorsi si erano scatenate le polemiche per l’allontanamento di uno dei suoi componenti, Peter Saunders, a fronte delle durissime critiche al cardinale George Pell e perfino al Papa stesso, sulle politiche messe in campo per contrastare i reati di pedofilia. Ovviamente il Vaticano non ha rilasciato alcun commento ufficiale sul film, un motivo in più per andarlo a vedere, dal 18 febbraio al cinema.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/15/spotilight/2464642/

  • Arresto sacerdote: 7 ore davanti al gip

    Arresto sacerdote: 7 ore davanti al gip

    E’ durato sette ore l’interrogatorio di garanzia cui è stato sottoposto don Antonello Tropea, il sacerdote di 44 anni arrestato nei giorni scorsi dalla squadra mobile di Reggio Calabria

    E’ durato sette ore l’interrogatorio di garanzia cui è stato sottoposto don Antonello Tropea, il sacerdote di 44 anni arrestato nei giorni scorsi dalla squadra mobile di Reggio Calabria per prostituzione minorile, sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni. Sull’esito dell’interrogatorio vige il massimo riserbo. Il sacerdote, assistito dagli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro, ha risposto a tutte le domande del gip e del pm.

    Il prete, parroco in una frazione di Oppido Mamertina, comune della piana di Gioia Tauro, è accusato di avere dato 20 euro ad un minorenne per avere un rapporto sessuale consumato in auto, di avere posseduto video amatoriali di rapporti omosessuali anche con persone adulte e di avere tenuto diversi contatti in chat alla ricerca di incontri.

    Le indagini sono iniziate nel marzo scorso quando gli agenti hanno sorpreso casualmente il sacerdote a bordo della sua auto in compagnia di un minorenne con il quale aveva consumato un rapporto sessuale pagando venti euro. Il ragazzo è stato sentito dagli investigatori della Squadra mobile e dai magistrati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria ed ha raccontato una serie di particolari che hanno fatto partire l’inchiesta.

    http://www.gazzettadelsud.it/news/calabria/176290/Arresto-sacerdote—-7.html

  • “Se te lo fai leccare ti regalo 50 euro… 100 per tutto il resto”….

    “Se te lo fai leccare ti regalo 50 euro… 100 per tutto il resto”….

    Don Antonello Tropea è un sacerdote poco più che quarantenne che risiede a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria.

    Don Antonello Tropea “offriva” 50 euro per rapporti orali e 100 euro per rapporti anali. La sua fantasia sessuale preferita era quella di farsi “leccare il pene” da bambini di età non superiore ai 14 anni.

    Tutto ha inizio dopo un controllo occasionale della Polizia di Stato che, in una zona buia dell’area industriale di Gioia Tauro, trova a bordo di un’autovettura, il prete Antonio Tropea, 44enne, e un minorenne. In uno zaino, gel lubrificante, salviettine imbevute, fazzoletti e un rotolo di carta. 

    Il contesto appare chiaro e non lascia interpretazioni alcune… Il minorenne racconterà di aver ricevuto da lui un compenso di 50 euro per un rapporto sessuale orale consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero.

    A questo punto, la Polizia di Reggio Calabria che, durante la perquisizione nella canonica del religioso, ha sequestrato numerosi file con immagini e video pedopornografici, 16 grammi di marijuana, lubrificanti, un vibratore, manette, cerotti afrodisiaci. Ma anche uno strumento per l’aumento delle dimensioni del pene.

    Successivamente si apprenderà che anche il vescovo Francesco Milito sapeva del comportamento del suo sacerdote… tanto da consigliare a quest’ultimo di evitare di parlare o rispondere alle tante voci “indiscrete” dei suoi fedeli.

    Un’altra squallida storia consumata fra le mura di una canonica. L’ennesimo sacerdote-pedofilo che approfitta dell’omertà della Chiesa per abusare e stuprare bambini innocenti.

    Il problema della pedofilia non riguarda sicuramente solo i preti, però la Chiesta ha una cattiva abitudine… quella di NON denunciare i sacerdoti- pedofili.

    Difatti, nella grande maggioranza dei casi, per non dire la totalità, i “sacerdoti-pedofili” verranno spostati di parrocchia in parrocchia, dove nessuno li conosce… Anche questa mancanza è stata una costante che, fino ad oggi, ha permesso la reiterazione dei reati… come nel caso di Don Antonello Tropea.

    Personalmente credo che le Chiese continueranno a prosperare fin quando al mondo ci saranno abbastanza pecore d’avere ancora bisogno d’un pastore.

    Andrea Mavilla

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