Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: giornalisti

  • Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Altro che toccare il fondo, la stampa italiana (e non solo) questa volta lo ha persino bucato.

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    E quello che per i soli media italiani pare essere “l’ombelico del mondo” tanto da arrivare a titoli squallidi come quello di TGcom 24 (nella foto) che arriva persino a criticare la stampa estera per non essersi genuflessa alla pecorina come quella italiana. Ci si domanda “stando ai titoloni dei media italiani” chissà quante persone non potranno sopravvivere perché il Papa è ricoverato; quanti per lo stresso motivo non avranno lo stipendio questo mese; quanti in Italia non potranno più camminare, mangiare, fare benzina ecc. perché il Papa è stato ricoverato… E adesso chi guiderà il Vaticano durante la sua degenza?

    Parliamo della stessa stampa che, guardando l’altra faccia della medaglia, è da sempre incapace di fare una informazione vera e obbiettiva, l’unica al mondo che è stata persino incapace di fare un’inchiesta giornalistica sulla pedofilia del clero italiano. Da più di dieci anni riporta, ogni tanto qualche caso, nulla di piu.

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    Quella che oramai da anni, quando parla di pedofilia nel clero, non chiede più neppure un contradittorio alle vittime.

    La stessa che non è capace neppure di chiedere al presidente della CEI Matteo Zuppi come mai promuove a una congregazione mons. Rosario Gisana, sotto processo nel tribunale di Enna e per il quale il pubblico ministero chiede due anni di carcere senza il beneficio della condizionale, in quanto avrebbe mentito in favore dello stupratore Giuseppe Rugolo, oggi condannato a tre anni in via definitiva. Sempre a Zuppi, forse andrebbe chiesto perché la CEI non ha preso provvedimenti (come ha fatto la magistratura) verso Gisana? Eppure lo stesso Motu proprio, tanto lodato dai media, lo prevede!

    Sempre la stessa stampa che è incapace di chiedere al Papa, quando la chiesa italiana inizierà come nel resto d’Europa, anche in Italia, a riconoscere e indennizzare le vittime dei preti pedofili, anziché vantare falsamente quello che i Governi di tutta Europa hanno ottenuto per i propri cittadini, mettendo la chiesa all’angolo, e non grazie al Papa.

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    La stessa stampa che per sola imparzialità, proprio in occasione di questo ricovero papale, avrebbe potuto sollevare, almeno il problema sanitario italiano, anziché offendere ed umiliare milioni di cittadini italiani rimasti oramai senza cure e senza alcuna assistenza medica.

    Un’informazione che sarebbe meglio, a questo punto non ci fosse in quanto in Italia è pura disinformazione.

    …E chissà, a questo punto, quanti giornalisti non prenderanno lo stipendio questo mese, perché il Papa è ricoverato…

    Di seguito la “galleria foto” dei principali titoli apparsi sui media italiani…

  • ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    Lo scorso aprile il 65enne ha deciso di denunciare gli abusi al Garante per la protezione dei minori, che gli ha spiegato i passi da seguire per richiedere un risarcimento. Sempre nello stesso periodo, la segnalazione è arrivata anche all’ufficio per la tutela dei minori della diocesi di Valencia e all’ordine ospedaliero.

    Le indagini in corso

    Il 28 aprile un responsabile dell’ufficio per la tutela dei minori ha contattato Godoy, dicendo che le indagini erano in corso e che sarebbe stato ricontattato la settimana successiva. Cosa che però non è avvenuta. L’11 giugno l’uomo ha cercato di sollecitare nuovamente con una telefonata, ma gli è stato chiesto altro tempo per indagare. Adesso, a quattro mesi di distanza da quell’ultima comunicazione, non sono arrivate notizie, almeno fino all’intervento dei giornalisti spagnoli, che hanno contattato l’ordine ospedaliero dicendo che sarebbe uscito l’articolo con le dichiarazioni di Alvaro Del Cristo Godoy. Ventiquattro ore dopo, l’uomo è stato contattato per fissare un colloquio di persona e raccogliere la sua testimonianza.

    Il collegio San Juan de Dios appartiene all’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio e ha aperto i battenti nel settembre del 1972 per fornire “servizi educativi, assistenziali e riabilitativi a bambini con disabilità o in situazioni di bisogno sociale”. Nel 2018, El País ha avviato un’indagine sugli abusi e la pedofilia all’interno della chiesa spagnola: secondo i dati del quotidiano spagnolo, sarebbero almeno cinque i casi segnalati, tutti in strutture gestite dal medesimo ordine ospedaliero.

    I primi giorni in collegio

    Secondo quanto raccontato da Godoy, la sua “fortuna” è stata quella di trascorrere soltanto mezza giornata nel centro, per poi tornare a casa a dormire: “Ero un bambino normale con adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e un problema al ginocchio, poi rivelatosi essere osteocondrite dissecante. Ero orfano di padre da quando avevo cinque anni. Ecco perché mia madre acconsentì a iscrivermi alla scuola San Juan de Dios nel 1972”.

    Già nei primi giorni, Godoy ha raccontato di aver visto qualcosa che lo ha terrorizzato: “Mentre giocavo a nascondino, ho visto Fratel Francisco praticare sesso orale a un bambino di circa quattro anni. Non riuscivo a capire appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma mi ha spaventato. Ho cercato di evitare di andare in infermeria perché lui era il responsabile e mi diceva sempre che la procedura prevedeva un controllo. Per un po’ l’ho evitato”.

    Abusi e violenze

    Poi, un giorno, Fratel Francisco lo avrebbe sorpreso mentre entrava in classe, dalla porta accanto all’infermeria: “Sapeva che ero orfano e cercò di farmi sentire al sicuro: mi disse che era un sostituto di mio padre, che l’amore che provava per me era lo stesso che avrebbe provato se fosse stato mio padre, e che dovevo rilassarmi perché doveva esaminare il mio corpo. Mentre parlava, mi accarezzava le cosce”.

    “Quando mi resi conto di cosa stava succedendo – ha aggiunto – lui mi stava già abbassando le mutande e si stava masturbando un po’, cosa che non provocava alcuna reazione, nessuna erezione, non avevo ancora nemmeno avvertito nulla del genere. Iniziò a praticarmi sesso orale. Scoppiai in lacrime. In quel momento entrò Fratel Calixto. Cercai di approfittare dell’occasione per alzarmi e vestirmi, ma entrambi mi tenevano fermo. Non ho mai osato dirlo a nessuno: ho detto al vescovado che per fortuna non mi avevano penetrato, ma non era vero. L’ho sempre tenuto nascosto per vergogna, paura e perché mi sentivo umiliato. La verità è che Fratel Francisco mi ha penetrato. Ho urlato di lasciarmi andare, ma Fratel Calixto mi ha premuto la testa contro il lettino”.

    In quell’occasione la violenza è stata interrotta dall’allarme antincendio. “Non saprei dire se sono rimasto su quella barella per tre secondi o tre minuti, ho perso la cognizione del tempo. L’allarme mi ha salvato. Le porte delle aule hanno iniziato ad aprirsi e i bambini sono usciti. ‘Vestiti’, mi hanno detto”. Godoy ricorda la frase pronunciata da Fratel Francisco: “Questa è parte della volontà di Dio e deve rimanere tra noi. Se la riveli a qualcuno, Dio si arrabbierà con te e potrebbe accadere qualcosa di brutto alla tua famiglia. Me ne andai terrorizzato e scappai da scuola”.

    Il pestaggio davanti ai bambini

    Il giorno dopo è andata anche peggio: “Sono stato preso a calci e pugni davanti agli altri bambini – ha raccontato l’uomo -. Era Francisco. Mi ha rotto alcune costole, il naso e mi ha buttato giù da un pendio di tre metri. Usavo le stampelle e sono tornato a casa a piedi. Non ho nemmeno avuto il tempo di raccontare a mia madre cosa mi stava succedendo, perché era già stata chiamata dal centro e le era stato detto che ero un bambino cattivo, che insultavo tutti, che picchiavo gli altri bambini. Quando ho provato a spiegarle la verità, mi ha dato due schiaffi”.

    Godoy ha poi rivelato un altro tentativo di costringerlo a entrare in infermeria, non andato a buon fine, prima delle violenze fisiche subite in sala mensa: “Scappavo da lì perché il cibo mi sembrava immondizia. Ma Francisco e Calixto me lo infilavano in bocca a forza, picchiandomi: usavano un cucchiaio come leva tra i miei denti e mi torcevano le braccia”.
    Nell’articolo viene citata anche la testimonianza di uno dei compagni di classe dell’epoca, che ha chiesto di rimanere anonimo: “Sono stato anche io vittima e testimone di abusi da parte di Francisco. Lo vedevo entrare nella stanza di notte e sdraiarsi sul letto del ragazzo di fronte. Io facevo finta di dormire. Un giorno mi fece sedere sulle sue ginocchia e si masturbò con la mia mano. Mi baciava sulla bocca, ma io tenevo la bocca chiusa per impedirgli di penetrarmi con la lingua. Non andò oltre quell’episodio, perché dopo mi nascondevo”.

    “Era solo affettuoso”

    Godoy continuò a frequentare il centro per alcuni mesi, senza riuscire a raccontare a nessuno delle violenze subite. Più tardi, a 16 anni, durante il ricovero in ospedale per un intervento al ginocchio, il direttore del centro andò a trovarlo: “Non sono entrato nei dettagli degli abusi sessuali perché mi sentivo intimidito e spaventato. Ma gli ho detto che Fratel Francisco mi aveva picchiato e che aveva toccato e abusato dei bambini. Mi disse di non interpretarlo in quel modo, che Fratel Francisco era semplicemente affettuoso. Mi chiese persino di tornare a San Juan de Dios. Mi rifiutai e gli dissi che avrei ucciso Fratel Francisco. Lui rispose che non era più lì, che era stato trasferito in Africa”.

    L’ordine ha confermato il trasferimento in Camerun, dove l’uomo rimase per 8-9 mesi, ma le motivazioni dello spostamento non sono mai state rese note, così come quelle che hanno portato Francisco a uscire dall’ordine nel dicembre del 1977. Godoy non sa neanche se sia ancora vivo, e anche su Calixto l’ordine afferma di “non essere autorizzato a fornire informazioni”. Difficile prevedere come procederanno le indagini, ma almeno Alvaro ha avuto modo di raccontare la sua storia e togliersi questo “peso insopportabile” prima della fine.

    https://europa.today.it/attualita/abusi-violenze-collegio-storia-alvaro-del-cristo-godoy.html

  • Esame di coscienza

    Esame di coscienza

    Nelle interviste a sopravvissuti, religiosi, giornalisti e altri esperti si affrontano le accuse di abusi sessuali all’interno delle istituzioni cattoliche spagnole.
  • Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Cinque donne lo accusano di condotta sessuale inappropriata, il Vaticano ha aperto un’indagine e il cardinale Cristobal Lopez Romero, originario della Spagna ma arcivescovo di Rabat in Marocco, ha deciso di dimettersi temporaneamente, almeno fino a quando si farà chiarezza sulla vicenda.

    Tutto è partito da una inchiesta dell’Afp ha rivelato che almeno cinque donne lo hanno accusato di condotta sessuale inappropriata.

    Il cardinale respinge ogni addebito. L’Afp ha raccolto la testimonianza di una donna e ha inoltre esaminato una dichiarazione scritta di un’altra donna, presentata alla Nunziatura Apostolica, la rappresentanza diplomatica vaticana nella capitale marocchina. Si accusa il cardinale spagnolo, salesiano, settantaquattrenne, di comportamenti “inappropriati”; un approccio da cui la donna afferma di essere riuscita a sottrarsi, seppure con difficoltà. Una fonte interna alla diocesi ha inoltre riferito di essere stata informata che almeno altre tre donne avevano denunciato di essere state vittime di “episodi analoghi”.

    Il cardinale ha deciso di informare direttamente sulla situazione attraverso un comunicato che è stato rilanciato dai media vaticani: “Al termine di un anno pastorale fruttuoso, la nostra Chiesa di Rabat si trova ad affrontare un evento difficile. Sono accusato di comportamento inappropriato nei confronti di donne adulte. Questa situazione ha indotto la Chiesa ad avviare un’indagine preliminare”. L’indagine è “nelle mani della Chiesa Cattolica Romana”, spiega il porporato spagnolo, originario di Almeria, assicurando la sua collaborazione. E proprio per non ostacolare tale inchiesta, il cardinale spiega: “Mi asterrò dal presiedere celebrazioni pubbliche e dal partecipare ad attività pastorali”.

    López Romero si rivolge ai fedeli: “Confido nella vostra comprensione”. E aggiunge: “Questo evento è fonte di turbamento per tutti noi”. Come arcivescovo, si dice “pienamente consapevole delle difficoltà che sta causando e dei legittimi interrogativi che può sollevare in tutti”. Da qui la decisione che “i membri della comunità diocesana ne siano informati immediatamente”.

    L’arcivescovo di Rabat aveva accolto Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Marocco nel marzo del 2019. Nell’ottobre dello stesso anno Bergoglio aveva deciso di crearlo cardinale. A maggio 2025 era nel toto-nomi del futuro Papa, dopo la morte di Bergoglio, nel conclave in cui è stato eletto Leone XIV.

    Originario dell’Europa, con una lunga esperienza in America Latina, univa, con il suo ministero in Marocco, la Chiesa di diversi continenti. Lopez Romero in quei giorni pre-conclave scherzava con i giornalisti ricordando il proverbio “chi entra Papa esce cardinale”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/07/07/denunciato-da-5-donne-il-cardinal-lopez-romero-si-fa-da-parte_cc0ec8b5-e900-41f9-ae12-1aacb06948bc.html

  • Agli organi di informazione – Rete L’ABUSO prende le distanze da ECA Global

    Agli organi di informazione – Rete L’ABUSO prende le distanze da ECA Global

    In relazione al comunicato stampa rilasciato da ECA Global (Tutela Minorum ECA Statement on Rome Dialogues) si comunica che Rete L’ABUSO, tra i fondatori dell’organizzazione internazionale si dissocia totalmente sia dall’organizzazione americana, sia dal comunicato stampa in allegato.

    Veniamo a conoscenza dell’iniziativa solo grazie ai giornalisti che hanno contattato nella giornata di oggi l’Associazione che oltre non condividere in nessun punto quanto ECA dichiara, come molti soci dell’ECA non era stata neppure informata di tale iniziativa.

    Lo stesso comunicato non riflette minimamente la situazione italiana per cui risulta irrispettoso, tenendo peraltro conto che la Commissione Tutela minori rifiuta ad oggi qualunque contatto con le rappresentanze italiane.

    In’oltre, visitando il nuovo sito di ECA scopriamo che l’associazione ha usato il lavoro che Rete L’ABUSO ha svolto in Italia facendolo indebitamente proprio e utilizzando la causa e le vittime per finalità per nulla in linea gli obbiettivi che ECA si era preposta inizialmente e ai quali Rete L’ABUSO aveva aderito.

    Rete L’ABUSO ha richiesto a ECA Global l’immediata cancellazione di tutti i nostri contenuti pubblicati sul sito di ECA.

    Ci riserviamo eventuali altre iniziative.

  • L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.

    El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.

    Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».

    In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.

    Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.

    Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.

    Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.

    Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.

    Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.

    https://www.ilpost.it/2026/06/12/el-pais-abusi-sessuali-chiesa/

  • Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Al Presidente della Repubblica
    Sergio Mattarella
    Palazzo del Quirinale
    00187 Roma

    mi permetto di indirizzare alla Sua attenzione questa lettera aperta, in qualità di cittadino che, dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da parte di un sacerdote di Enna, ha dovuto affrontare un calvario giudiziario e personale che mi ha fatto perdere il senso di fiducia che avevo riposto nella giustizia e nelle istituzioni tutte.

    Il 17 dicembre 2020 sporgevo denuncia-querela negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Enna, dove esponevo i fatti gravi commessi da don Giuseppe Rugolo, sacerdote di Enna, appartenente alla Diocesi di Piazza Armerina. Dalla mia denuncia-querela scaturiva un’indagine articolata e complessa, che consentiva di accertare la consumazione di reati a sfondo sessuale commessi dal sacerdote anche ai danni di altri minori.

    Eppure, a fronte di una mia condotta lineare, sostenuta dalle forze dell’Ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, sono stato oggetto di attacchi personali, vessazioni e tentativi di isolamento, anche in sede istituzionale.

    Cosa ancor più grave, ho dovuto assistere a condotte poste in essere, in ambito giudiziario, che facevano supporre una relazione stretta fra la magistratura ed i vertici ecclesiastici, in spregio quantomeno al senso di opportunità che dovrebbe sorreggere l’agire di chi ricopre ruoli di responsabilità e che, pertanto, non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale.

    Durante il processo di primo grado io ed i miei genitori abbiamo dovuto sopportare che il Presidente del Collegio Giudicante mangiasse dei dolci, da lui offerti, insieme all’imputato ed al suo collegio difensivo. Ancora, il 16 febbraio 2024, quindici giorni prima della sentenza di primo grado, lo stesso Presidente del Collegio Giudicante partecipava all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico di Ragusa, alla presenza del Segretario generale della CEI, Mons. Giuseppe

    Baturi. Ed ancora, in occasione dell’udienza del 4 marzo 2024, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, malgrado il processo fosse celebrato a porte chiuse, veniva consentita la presenza in aula della moglie del Presidente del Collegio, quale giornalista, mentre durante tutte le precedenti udienze era stato vietato l’accesso ai giornalisti, in un’occasione finanche ai locali del Tribunale di Enna.

    Dal procedimento penale a carico del sacerdote, condannato a tre anni di reclusione, ormai con sentenza passata in giudicato in data 14.05.2026, è scaturito il procedimento penale a carico del Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e del Vicario Giudiziale, nonché parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, oggi imputati per il reato di falsa testimonianza resa proprio al fine di coprire l’operato del sacerdote.

    All’uopo, devo segnalare che nel corso del processo è maturata la prescrizione dei reati commessi ai miei danni dal 2009 al 2011, cosicché la sentenza di condanna è stata pronunciata per un episodio di tentativo di violenza sessuale, commesso ai miei danni, e altri episodi commessi di altri due giovani, minori all’epoca dei fatti.

    Invero, già nella sentenza di primo grado stesa dal Tribunale di Enna, l’operato del Vescovo di Piazza Armerina veniva così descritto “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”

    Eppure, nella giornata del 2 giugno 2026, in occasione delle celebrazioni pubbliche per la festa della Repubblica, organizzate dalla Prefettura di Enna, ho dovuto assistere alla presenza del Vescovo Rosario Gisana, evidentemente invitato dalla Prefettura, stare accanto all’attuale Presidente del Tribunale di Enna.

    Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto.

    A tale riguardo devo evidenziare che ormai da diversi anni, pur non avendo contezza diretta della circostanza, ho potuto apprezzare un contegno rispettoso del senso dell’opportunità da parte del precedente Prefetto, Maria Carolina Ippolito, e talvolta da parte di altre istituzioni militari che hanno celebrato particolari ricorrenze di natura religiosa alla presenza del Vescovo di Nicosia, Diocesi comunque ricadente nel territorio della Provincia di Enna, conservando così i rapporti con l’autorità ecclesiastica e, al contempo, avendo rispetto dello svolgersi dei procedimenti penali a carico dei predetti prelati della Diocesi di Piazza Armerina.

    La circostanza esposta mi ha profondamento ferito ed indignato tanto più che in occasione della mia recente candidatura alle Elezioni amministrative della mia Città, ho dovuto subire quello che sento di poter ritenere un vero e proprio accanimento processuale della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna, che hanno dato incarico all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del TAR di Catania che mi aveva riammesso alle elezioni amministrative, da cui ero stato escluso per un vizio formale, consistente nella mancanza dell’autentica di una firma, a seguito di una mera svista. Al contrario, il Ministero della Giustizia, benché chiamato come persona offesa nel procedimento penale per falsa testimonianza del Vescovo di Piazza Armerina, ha scelto di non essere presente al mio fianco, lasciandomi da solo ancora una volta e non concedendo mandato all’Avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile.

    Il messaggio del mio totale isolamento da parte delle istituzioni appartiene ormai al sentire comune della mia Città.

    Ill.mo Signor Presidente, mi chiedo e Le chiedo se ha avuto un senso la mia denuncia, se è giusto che un cittadino che si è rivolto alle istituzioni debba pagare un prezzo così alto e se, ancora, la presenza di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali non debba farmi ritenere che c’è già una sentenza scritta, tanto da consentire al Vescovo Rosario Gisana, ormai riabilitato anzitempo, di sedere a cuor leggero fra le figure che dovrebbero essere un esempio per i cittadini e per le nuove generazioni, pure presenti alla manifestazione del 2 giugno. I giovani dovrebbero guardare con fiducia alle istituzioni, dalle quali dovrebbero ricevere protezione e sostegno, piuttosto che assistere alla presenza di chi ha contribuito alla perpetuazione degli abusi sui minori.

    Le scrivo, signor Presidente, al fine di chiederLe, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le Istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro Paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello Stato.

         Con ossequi
    Enna, lì 4 giugno 2026

    Lettera al presidente della Repubblica

  • Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Mentre il film biografico “Michael”, dedicato alla vita del Re del Pop, continua a richiamare spettatori nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, Netflix ci parla di uno dei capitoli più controversi della sua esistenza. “Michael Jackson: il verdetto” è una docuserie in tre episodi che ripercorre il processo penale del 2005, uno degli eventi giudiziari e mediatici più seguiti del nuovo millennio.

    L’obiettivo del progetto non è raccontare la carriera dell’artista né celebrare i suoi successi musicali, ma concentrarsi esclusivamente sulle settimane che portarono Michael Jackson davanti a un tribunale della California. Un caso che per mesi monopolizzò giornali e televisioni, dividendo l’opinione pubblica e lasciando un dibattito che continua ancora oggi.

    La storia vera e cosa racconta la docuserie
    “Michael Jackson: il verdetto” ci riporta al 2005, quando il cantante affrontò un processo durato circa dodici settimane e seguito quotidianamente dai media internazionali. Le accuse all’artista scatenarono una straordinaria attenzione pubblica, facendo di ogni udienza un evento globale.

    La serie ricostruisce passo dopo passo quel procedimento giudiziario, culminato il 13 giugno 2005 con l’assoluzione dell’artista da tutte le imputazioni. Per farlo, gli autori hanno raccolto testimonianze dirette di persone che vissero il processo dall’interno o da pochi metri di distanza. A parlare davanti alle telecamere sono alcuni membri della giuria che parteciparono al verdetto finale, giornalisti che seguirono quotidianamente le udienze, testimoni presenti durante il procedimento e figure vicine sia all’accusa sia alla difesa. Mediante i loro ricordi emergono dettagli sul clima che si respirava dentro e fuori dall’aula, sulle strategie adottate dalle parti e sulle impressioni suscitate dalle prove presentate nel corso delle settimane.

    Un elemento centrale della docuserie è proprio il confronto tra punti di vista differenti. Le testimonianze non si limitano alla cronaca dei fatti, ma offrono anche riflessioni personali sul processo e sulla decisione finale della giuria, restituendo in tal modo la complessità di una vicenda che continua a generare discussioni a oltre vent’anni di distanza.

    Quante puntate sono e quando escono su Netflix

    La docuserie è composta da tre episodi e debutta su Netflix mercoledì 3 giugno 2026.

    Diretta da Nick Green e prodotta da Candle True Stories, la serie è stata sviluppata con l’intento di rileggere gli eventi da una prospettiva storica. Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’assenza di immagini girate all’interno dell’aula: durante il processo, infatti, le telecamere non erano autorizzate a entrare in tribunale. Per questo motivo la narrazione si affida a filmati d’archivio, servizi televisivi dell’epoca, immagini relative alle indagini e alle vicende di Neverland Ranch, oltre alle nuove interviste realizzate appositamente per il progetto.

    https://www.today.it/film-serie-tv/netflix/michael-jackson-il-verdetto-quando-esce.html

  • Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale su minori e la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione. Inammissibili i ricorsi sia della difesa che della Procura, che aveva contestato la riduzione della pena, scesa in appello da 4 anni e mezzo a tre anni. In Appello, i giudici avevano applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi. Il 14 luglio 2025 Rugolo è stato dimesso dallo stato clericale.

    L’indagine nei confronti del prete si era aperta grazie alla denuncia di Antonio Messina, che ha riferito alla squadra mobile di Enna le violenze subite dal 2009 al 2013: gli accertamenti hanno consentito di ricostruire violenze commesse nei confronti di altri giovani. Messina era è stato denunciato per diffamazione dall’imputato insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso – la onlus che assiste le vittime di abusi del clero – Francesco Zanardi.

    La vittima, dopo la condanna in primo grado di Rugolo, ha scritto a marzo 2024 una lettera a Papa Francesco e a tre dicasteri: quello per la dottrina della Fede, quello per il clero e infine a quello per i Vescovi, che dal 30 gennaio 2023 è stato retto dal cardinale Robert Francis Prevost, poi diventato Papa Leone XIV. Il caso aveva suscitato anche un botta e risposta tra i vertici del clero di Piazza Armerina. Il vescovo della diocesi Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, sono indagati per falsa testimonianza, accusati di avere mentito in aula durante il processo al sacerdote.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/14/rugolo-prete-condanna-abusi-minori-notizie/8386781

  • Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    L’inchiesta di EL PAÍS sull’impatto della pedofilia sulla Chiesa spagnola è, come tutte le grandi storie in questo campo, un mix di ossessione e grande ambizione. Quando la giornalista Soledad Gallego-Díaz assunse la direzione del quotidiano nel 2018, chiese un’indagine sugli abusi. Il pluripremiato film Spotlight , due anni prima, si era concentrato sul lavoro del Boston Globe nel portare alla luce la portata dello scandalo nella città americana. Altri articoli giornalistici avevano trattato casi di massa in Irlanda, Germania e Francia. La Spagna faceva eccezione?

    In prima linea in questo sforzo collettivo fin dall’inizio ci sono stati Íñigo Domínguez, attuale corrispondente da Roma per EL PAÍS, e il giornalista Julio Núñez, nato 36 anni fa a Casar de Cáceres e autore del libro Padre Pica , sulla scoperta del diario di un prete pedofilo. Quando hanno iniziato, erano venuti alla luce solo pochi casi isolati. E Gallego-Díaz ha incluso un aspetto chiave nella sua decisione: bisognava concentrarsi non solo sull’abuso in sé, ma anche sull’insabbiamento. Questa domenica, Domínguez e Núñez hanno ricordato gli inizi di questo lavoro durante l’incontro “Il coraggio di denunciare “, in una delle sale del Matadero di Madrid, dove il giornale sta organizzando un festival per celebrare il suo 50° anniversario . “Sol ci ha detto che EL PAÍS doveva farlo perché, come abbiamo visto in seguito, nessun altro lo avrebbe fatto”, aggiunge Domínguez, un cinquantatreenne di Avilés.

    L’incontro, che avrebbe dovuto essere condotto dalla stessa Gallego-Díaz questa domenica, non ha potuto partecipare a causa di una malattia, come spiegato dai relatori. “Senza di lei, questa ricerca non sarebbe stata possibile”, ha osservato Núñez, prima di chiedere al pubblico di applaudire una professionista che ha ricoperto ogni ruolo presso EL PAÍS : corrispondente parlamentare, corrispondente a Bruxelles, Londra, Buenos Aires e New York, difensore dei lettori, vicedirettrice, direttrice e editorialista di punta.

    Quando l’indagine ebbe inizio, Julio Núñez si incontrò in un piccolo ufficio con l’allora vicedirettore, José Manuel Romero. Riuscirono a trovare solo 34 condanne esaminando le statistiche giudiziarie. Contattò una vittima, Javier Paz, il motivo per cui Domínguez entrò nella storia. “Uno dei miei migliori amici d’infanzia lavora a EL PAÍS, si chiama Íñigo”, gli disse.

    Il primo articolo era intitolato “La Chiesa spagnola ha messo a tacere i casi di pedofilia per decenni “. Una decisione dell’allora vicedirettrice, Mónica Ceberio, cambiò il corso degli eventi. Insieme al reportage, allegarono un indirizzo email ( abusos@elpais.es ) aperto alle vittime. Il primo giorno arrivarono cento email, 500 entro una settimana. “Una valanga”, ricordano i due giornalisti. Per gestire ogni singolo caso, stabilirono un protocollo che hanno perfezionato nel corso degli anni. Fu il compito più delicato, perché in molti casi i giornalisti furono le prime persone con cui le vittime si rivolsero, coloro che ruppero il silenzio e chiesero giustizia.

    Erano ossessionati dal rispondere a tutte quelle email, a volte anche nel loro tempo libero, dopo aver terminato altri compiti. “Per le vittime, eravamo la loro ultima speranza”, afferma Domínguez. Man mano che l’indagine procedeva, decisero di creare un foglio di calcolo Excel per confrontare i dati. Questo rivelò degli schemi: quando la Chiesa veniva a conoscenza di uno di questi casi, trasferiva il sacerdote accusato… e rimaneva in silenzio.

    Ascoltarono le storie, le verificarono, le pubblicarono… ma non accadde nulla, raccontarono a un pubblico completamente silenzioso. Né la Chiesa né i partiti politici, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con la questione, intrapresero alcuna azione. E così ebbe inizio la battaglia dei numeri. Ogni grande storia si basa sui dati. E poiché non ne esistevano, iniziarono a compilarli da soli: un database che attualmente comprende più di 3.000 vittime e 1.600 persone accusate.

    Decisero quindi che, per rompere il silenzio, dovevano aggirare la Chiesa spagnola e rivolgersi direttamente a Papa Francesco. Nel 2021 gli inviarono un dossier con 251 casi. Il Papa aveva ordinato un’indagine su ogni caso giunto alla Chiesa attraverso qualsiasi canale. E riuscirono a ottenere l’approvazione del Congresso, a maggioranza, per l’incarico affidato al Difensore civico. Solo due settimane fa, il 15 aprile, la Spagna ha istituito il primo ufficio statale per il risarcimento delle vittime, che fino ad allora potevano rivolgersi solo alla Chiesa per ottenere giustizia.

    «Continuiamo le nostre indagini», spiega Núñez. «Le vittime vogliono la verità e hanno fiducia nel loro giornale». Nel loro sesto rapporto , appena consegnato alla Chiesa spagnola e al Vaticano, includono 21 testimonianze di vittime provenienti dall’America Latina. Questo apre una nuova strada per portare avanti il ​​compito principale affidato loro dal direttore: smascherare coloro che hanno coperto gli aggressori trasferendoli ad altri incarichi. «Dobbiamo far sì che si assumano le proprie responsabilità», afferma Domínguez. «Continueremo a lavorare», promettono.

    https://elpais.com/aniversario/2026-05-03/el-germen-de-la-investigacion-sobre-el-escandalo-de-la-pederastia-en-la-iglesia-eramos-la-ultima-esperanza-para-las-victimas.html