Paradossale ed inverosimile quello che pochi giorni fa è accaduto a Finale ligure. Don Nello Giraudo che nel 2012 ha patteggiato l’accusa di violenza sessuale a danno di minori, molti dei quali erano stati sotto la sua tutela, ha letteralmente sbroccato arrivando addirittura a minacciare le vittime.
A provocare le ire dell’ex sacerdote una lettera di messa in mora inviata pochi giorni prima dalla Rete L’ABUSO, che in questo momento le sta accompagnando nelle pratiche e nelle perizie medico legali che serviranno per il processo di risarcimento danni avviato non solo nei confronti di Nello Giraudo, ma anche nei confronti della Diocesi di Savona, dell’ex vescovo Dante Lafranconi e alcune altre attività legate alla Diocesi savonese.
L’aggressione verbale del Giraudo è accaduta il 12 gennaio del 2015 quando S. M. una delle vittime difese dalla Rete L’ABUSO, usciva da una farmacia di via Brunenghi a Finale Ligure.
L’uomo racconta “Io stavo tornando a piedi dalla Farmacia di Finalborgo dove avevo acquistato dei farmaci per mio figlio minore e stavo camminando con le stampelle (purtroppo ho avuto un incidente stradale il 27/12/2014) in direzione del mio negozio.
Il sig. Giraudo ha effettuato inversione di marcia, benchè la strada sia a senso unico, ed ha iniziato ad inseguirmi. Mentre attraversavo sulle strisce pedonali per cercare di evitarlo, mi ha fermato ed ha esclamato in tono minaccioso: ”Dopo tutto il bene che ho fatto a te ed hai ragazzi e con tutto il bene che ti ho voluto… mi hai fatto questo!?! Te la farò pagare!!!”.
Era esplicito che si riferisse alla Denuncia che ho presentato al Magistrato Giovanni Battista Ferro in merito agli abusi da me subiti, le cui indagini sono in corso. Imbestialito e fuori di sé ha rincarato la dose ripetendomi:” Vedrai…te la farò pagare molto presto!”.
Il tutto è avvenuto in assenza di testimoni.
A quel punto, vedendo arrivare delle persone se ne è andato ed io, per timore che potesse tornare, ho cercato di affrettare il passo verso il mio negozio senza voltarmi. Lì ho raccontato l’episodio a mia moglie M. e poi ho telefonato al Sig. Zanardi Francesco, Presidente dell’Associazione “Rete L’Abuso”, per avvertirlo del fatto.
Mi sono poi recato presso la Caserma dei Carabinieri di Finale Ligure con l’intenzione di sporgere denuncia ma, essendo visibilmente agitato, il Maresciallo Martino, dopo avermi ascoltato, mi ha suggerito di tornare a casa, parlarne con mia moglie e, se davvero intenzionato a procedere, tornare il mercoledì pomeriggio durante il suo turno per effettuare la querela.
Il mio timore è che possa ripresentarsi e magari “colpire” non solo con minacce me, la mia famiglia o il mio negozio (so per certo che è a conoscenza dell’indirizzo di quest’ultimo)”.
Immediata la reazione dell’uomo il quale si è consultato con i suoi referenti alla Rete L’ABUSO, la quale, sentendo anche i timori concreti della vittima la quale, temeva di poter essere vittima di qualche dispetto, ha deciso di formalizzare l’accaduto direttamente presso la Procura della Repubblica di Savona. (DENUNCIA Giraudo )
Don Nello Giraudo rintracciato al telefono dal giornalista Mario Molinari (AUDIO) non ha voluto rispondere.
Del caso se ne sta occupando ora il Sostituto Procuratore Giovanni Battista Ferro.
SAVONA. Un anno di carcere per pedofilia patteggiato al termine di una lunga inchiesta della procura e che ha portato don Nello Giraudo a confessare le sue deviazioni sessuali al sostituto procuratore Giovarmi Battista Ferro. Ma quella che poteva sembrare una pietra tombale su una vicenda che ha squassato la chiesa savonese, e non solo, così non si è rivelata.
Sono almeno una decina le nuove vittime del prete che per armi ha gestito una comunità per minori a Feglino su incarico dei vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi di Savona e Noli.
Si tratta perlopiù di episodi di violenza datati nel tempo e quindi destinati alla prescrizione per decorrenza dei termini, ma la bufera attorno alle malefatte del prete savonese non sembra placarsi. Non è un caso che il pm Ferro abbia avviato l’ennesimo fascicolo per pedofilia a carico del sacerdote (ormai ex, secondo le comunicazioni passate della curia locale).
Sono state le stesse vittime, una in particolare, a presentarsi al magistrato per raccontare le attenzioni morbose di cui erano vittime. Un professionista genovese, distrutto da quella esperienza, è già stato sentito dal sostituto procuratore alla presenza dell’ avvocato. E proprio come in una sorta di domino le denunce (presentate anche ai vertici della rete l’Abuso di Francesco Zanardi) si sono moltiplicate. L’attività investigativa è quindi scattata per accertare se esistano altri casi di violenza sessuale a danni di minori compiuti all’interno dei termini di prescrizione. Ma il pm vuole verificare anche l’eventuale responsabilità per omessa denuncia.
Nelle scorse settimane, gli uomini della squadra mobile hanno interrogato come persone informate dei fatti anche tutte le addette della comunità per minori dove si sarebbero verificati la maggior parte degli episodi al vaglio della magistratura. Di certo la procura vuole andare a fondo della vicenda rimasta a lungo coperta dal segreto istruttorio. Non è escluso, anzi appare piuttosto probabile, che la posizione di don Nello, assistito dall’avvocato Marco Russo, finisca in un non luogo a procedere dal punto di vista giudiziario, nonostante resti la gravità del comportamento del prete e dell’intera struttura diocesana dell’epoca (i fatti risalgono agli anni ’90 per arrivare fino ai primi del duemila)
Una vicenda di cui molti erano a conoscenza, ma rimasta sepolta nel passato e nell’ omertà.
Lo stesso don Nello, infatti, ha più volte ribadito agli inquirenti di essersi confidato con i suoi superiori (ma non solo) ai quali ha raccontato le Sue devianze sessuali e soprattutto le sue malefatte. Una pagina sgradevole nella quale è rimasto invischiato anche l’allora vescovo di Savona Dante Lafranconi accusato di favoreggiamento della pedofilia e prosciolto dal reato per prescrizione.
Non resta quindi che attendere gli sviluppi dell’ ennesima inchiesta condotta dal sostituto Giovanni Battista Ferro.
SAVONA. Don Giraudo, don Pinetto, don Barbacini, don Massaferro, l’ex assistente nella parrocchia di Lavagnola Franco Briano: sono sicuramente i casi più delicati e spinosi che hanno turbato la serenità della chiesa savonese sul tema della pedofilia. Se Briano ha fatto apertamente outing sulle sue malefatte,.ma solo a prescrizione intervenuta, per altri due casi è stata la magistratura a indagare e far luce in seguito alle denunce di Francesco Zanardi.
Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro ha lavorato per anni al fenomeno pedofilia nel mondo della chiesa, con coinvolgimenti sia nella diocesi di Savona-Noli che in quella di Albenga, scoperchiando una realtà rimasta a lungo nascosta e temuta. Un lavoro che ha trovato parecchi ostacoli e impedimenti, ma che ha portato alla condanna di Nello Giraudo, l’ex parroco di Noli, per abusi sessuali nei confronti di un ragazzino in un campo scout. L’episodio, risalente al 2005, è costato caro al prete che era stato messo persino alla guida di una comunità di giovani nell’intento di sottrarlo all’eco dello scandalo. Un anno: è la condanna patteggiata da Giraudo. Ma l’inchiesta della magistratura aveva messo di mezzo anche l’allora vescovo Dante Lafranconi indagato dalla procura in concorso nella pedofilia e che il gip Fiorenza Giorgi ha bacchettato nella motivazione che aveva portato alla sua richiesta di archiviazione.
“La sola preoccupazione dei vertici della Curia era quella di salvaguardare !’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamen-te) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli “ era stato uno dei passaggi forti della motivazione.
Molti altri episodi hanno invece goduto del salvagente della prescrizione. Intervallo di tempo che recentemente ha salvato pure don Pinetto, anche lui parroco nel ponente e da qualche anno trasferito nella chiesa di San Michele Arcangelo a Celle. L’inchiesta sollevata dall’intervista concessa al Secolo XIX da parte di una delle vittime, ha spalancato una seconda terribile finestra sul mondo degli abusi in seminario. Erano gli anni ’70 quando alcuni ragazzini vennero molestati dal prete, allora responsabile del seminario. Il pm Ferro la scorsa estate si è recato addirittura in Sardegna, in un paesino nel centro dell’isola, dove vivono ancora gli anziani genitori di una delle vittime. Sono saltati fuori, lettere, testimonianze e drammi personali immani per quelle morbose atten-zioni di don Pinetto verso i giovani seminaristi.
Tutto prescritto, ma non la calunnia. Don Pinetto aveva infatti denunciato la vittima, i giornalisti che raccolsero il suo sfogo e Francesco Zanardi per diffamazione. E non contento aveva scritto al Vescovo Lupi gridando la sua estraneità ai fatti. Le indagini hanno dimostrato l’esatto contrario e il pm Ferro ha chiesto il rinvio a giudizio del prete per calunnia.
Ma c’è anche chi, come don Giorgio Barbacini e più recentemente don Luciano Massaferro, il conto con la’ giustizialo ha pagato pesantemente: rispettivamente tre anni e sette anni, mentre don Luigi Fusta, parroco in pensione di san Nicolò a Pietra deve rispondere di favoreggiamento verso un frequentatore della parrocchia che aveva riservato attenzioni ad una dodicenne.
SAVONA. «Se si deve denunciare una mancanza lo si fa nell’ambito del presbiterio, dal vescovo o, al massimo (nel caso in cui nè presbiterio, nè vescovo ascoltino) per casi gravi alla magistratura». Sulla pedofIlia l’indicazione era stata chiarada parte del vescovo Lupi. Un invito ai preti savonesi, ormai di qualche mese fa, contenuto in una relazione interna sulle indagini con cui la chiesa savonese aveva scagionato don Pinetto dalle accuse di abusi sessuali e pedofilia.
Ieri il contenuto è tornato d’attualità dopo che monsignor Vittorio Lupi ha deciso di andare afondo e di vederci chiaro anche sull’ accusa, sempre nei confronti di don Pietro Pinetto, di calunnia verso un ex seminarista (Sandro P.) che lo aveva denunciato per fatti risalenti a 38 anni fa, in seminario.
Lupi e Pinetto si sono incontrati negli uffici della diocesi, con loro anche il vicario don Antonio Ferri e il responsabile dell’ufficio stampa diocesano Marco Gervino. Nei mesi scorsi il dossier diffuso nella giornata della Solennità del Sacro Cuore aveva scagionato don Pinetto. Con una premessa «Sul problema pedofilia prima di accusare pubblicamente un confratello occorre essere certi della sua colpevolezza» si legge nel testo della relazione rivolta ai sacerdoti, ma soprattutto bisogna rivolgersi in prima battuta all’interno della chiesa e non alla magistratura.
Un’indicazione e un invito netto, da parte di monsignor Lupi. Domenica scorsa don Pinetto, dopo la messa celebràta nella chiesa di San Michele a Celle, aveva ricevuto la telefonata di convocazione
dal vescovo in persona per avere «chiarimenti» in merito all’accusa di avere calunniato un ex seminarista che lo aveva denunciato per abusi sessuali.
Una denuncia, quest’ultima, poi archiviata per prescrizione. I presunti episodi infatti risalivano a 38 ani fa Ieri mattina negli uffici della diocesi c’è stato il faccia a faccia tra Lupi e don Pietro Pinetto, che gestisce la parrocchia di Celle dopo aver diretto la parrocchia di Noli e ancor prima il seminario di via Ponzone a Savona. A1termine don Pinetto ha soltanto voluto ribadire «di aver avuto conferma della solidarietà e vicinanza del· vescovo». Sulla questione dell’indagine a suo carico per la calunnia nei confronti di Sandro P., il sacerdote cellese si è limitato a dire: «Non mi risulta. Personalmente non ho ricevuto nessun atto o avviso che mi comunicasse di essere indagato. E il mio awocato (Marco Altamura) mi ha confermato sino a questa mattina (ieri) di non aver ricevuto nessuna comunicazione dalla Procura».
Il parroco di Celle, ex direttore del seminario, ha riferito al vescovo che nel pomeriggio di ieri ha chiesto al suo legale di recarsi in Procura per un colloquio con il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro che conduce le indagini su di lui «e chiedere di questa storia della calunnia.
Nella relazione del vescovo di mesi fa, ripresa a margine dell’incontro di ieri in diocesi, è ritornata d’attualità la parte riservata proprio a don Pinetto. «Per entrare nel merito delle ultime accuse rivolte à don Pinetto si legge nel testo una prima accusa su comportamenti che risalgono a cinquant’anni fa, poco chiari, non facilmente e univocamente decifrabili, e comunque davvero di non grande rilevanza. La successiva lettera poi che lo accusava di presunti fatti che sarebbero awenuti quasi cinquant’anni fa, contiene molti riferimenti a persone, luoghi, ecc. Ciò ha consentito una verifica di quanto esposto. Fatte tutte le indagini in maniera scrupolosa, nessuno di questi riferimenti ha avuto un riscontro positivo, non c’è alcun spunto che possa determinare una colpevolezza. Lupi aveva concluso la sua relazione con «voglio riconfermare la mia fiducia e la partecipazione alla sofferenza soprattutto a don Pinetto».
SAVONA. Don Giuseppe Pinetto, attuale parroco di San Michele a Celle, è indagato per calunnia nei confronti di Sandro P., 51 anni, nel 1974 seminarista a Savona Il sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Battista Ferro dopo quasi un anno di indagini ha chiuso l’inchiesta inviando al prete e al suo legale (Marco Altamura) l’avviso di conclusione delle indagini e chiedendo al gip il rinvio a giudizio.
L’accusa è circostanziata. Don Pinetto è accusato di aver ingiustamente denunciato per diffamazione a mezzo stampa Sandro P: «pur sapendolo innocente visto che dalle indagini compiute sono risultate fon-date le accusa di abusi sessuali su minore perpetrate agli inizi degli anni’ settanta in seminario» ..
Abusi sessuali su almeno quattro dodicenni (uno solo di fronte al pm e agli agenti della squadra mobile ha negato) per i quali il prelato è stato iscritto nel registro degli indagati ed ha già incassato la pronuncia del giudice delle indagini preliminari Fiorenza Giorgi di non doversi procedere per prescrizione del reato.
Restano invece ancora aperti i fascicoli nei confronti di Francesco Zanardi e di Silvia Campese che avevano raccolto la drammatica intervista di Sandra P. sulle terribili esperienze vissute nel 1974 all’interno del seminario vescovile, e denunciati da don Pinetto. Vicende che la difesa ha cercato di smontare con una serie di attività investigative che alla luce dei risultati della magistratura non sembra aver dato i frutti sperati.
Il quadro giudiziario che risulta dagli atti appare infatti totalmente opposto ai toni espressi nel comuni-cato diramato ieri mattina dall’ufficio stampa della Diocesi per il quale «a seguito delle note vicende riguardanti le accuse a don Pinetto, sono state condotte indagini sia da parte della difesa sia dalla magistratura a seguito delle quali non hanno trovato riscontro i fatti denunciati”. E proprio di fronte a queste conclusio¬ni “il vescovo Vittorio Lupi ritiene opportuno portare a conoscenza della comunità diocesana e della cittadinanza questa notizia che, di fatto, pone fine alla vicenda e restituisce la dignità a un sacerdote».
Sandro P., ma anche altri due compagni di seminario dell’ epoca, infatti avrebbe ribadito davanti al giudice i toccamenti nelle parti intime («Ma io gli insegnavo a lavarsi» si sarebbe giustificato il prete) subiti dall’ ex direttore spirituale del Seminario per i quali nella remissione di querela don Pinetto ammette possa essere stato frainteso, senza scusarsi però.
Una scelta concordata tra accusa e difesa per un tentativo di ammorbidire i toni della vicenda e con il lavoro
di convincimento nei confronti della vittima a chiudere la storia dopo 38 anni accogliendo la remissione.
Ma è proprio da quella querela che nasce la necessità della procura di andare a fondo sugli articoli di giornale e sulle quelle accuse che a molti sono parse invenzioni. Una posizione,che si è trasformata in un autentico boomerang per don Pinetto, per il quale la curia aveva preannunciato il processo canonico «per cui il reato non viene estinto dal tempo come accade per la giustizia italiana».
Invece il lavoro della squadra mobile ha portato a ben altri risultati. E così sono iniziate le deposizioni delle vittime, la ricerca di conferme, di prove. E’ comparsa una lettera scritta nel 1974 alla madre in cui Sandro P. segnalava quegli atteggiamenti notturni a cui lui non voleva più sottostare. Una missiva rimasta fino a pochi mesi fa chiusa in un cassetto della casa della donna, in un paesino della Sardegna, dove il sostituto procuratore Ferro si è recato la scorsa estate insieme ad un agente della polizia giudiziaria per raccoglierne la testimonianza. Parole ed accuse nei confronti di quello che avrebbe dovuto essere il suo educatore e che hanno fruttato botte, tante botte all’ ex seminarista da parte del padre «che pensava non fossero vere». Una vicenda che ha quindi segnato profondamente la famiglia e in particolare la madre che ha raccontato con estrema dignità quei terribili anni al pm Ferro: «Sandro doveva essere ascoltato, invece nessuno gli ha creduto. Mio marito in primis, ma noi pensavamo che il seminario fosse un posto sicuro. Aveva fatto quella scelta per studiare ed invece il suo sogno gli è stato rubato» sono state in sostanza le parole pronunciate dalla donna.
Ma se Sandro P. non è stato creduto dai genitori, la stessa sorte ha avuto la missione dell’intera famiglia dal . vescovo di allora, Franco Sibilla, appena insediato e che non ha adottato alcun provvedimento nei confronti di quel prelato accusato di abusi sessuali su un dodicenne. Fatti del quale sarebbe stato a conoscenza anche un altro prete Eugenio I. che contattato dalla madre di Sandro, avrebbe sostenuto che «sono cose che possono accadere».
«Ma la nostra vita è stata rovinata» ha ammesso la mamma dell’ex seminarista agli inquirenti.
Pietra Ligure. Don Luigi Fusta è stato rinviato oggi a giudizio dal gip Fiorenza Giorgi: il sacerdote, da pochi giorni in pensione dalla parrocchia pietrese di San Nicolò, dovrà rispondere del favoreggiamento di un pedofilo.
La Corte di Cassazione ha rinviato gli atti al tribunale di Savona ed il gip ha decretato il rinvio a giudizio del religioso. Il processo è stato fissato per il 6 dicembre davanti al giudice monocratico Francesco Meloni.
A don Fusta viene principalmente contestato il fatto di aver consigliato alla madre della giovane vittima di non sporgere denuncia alle autorità. I fatti presi in esame risalgono al 2006.
Al centro dell’episodio c’era una ragazzina dodicenne che venne palpeggiata da un sessantenne loanese, amico della famiglia che si era detto disponibile a far compagnia alla piccola a letto con l’influenza.
La sentenza di assoluzione del gup Emilio Fois è finita in Cassazione e di lì il fascicolo è tornato a Savona, dove sarà oggetto del confronto che si prevede serrato fra la difesa del sacerdote, sostenuta dall’avvocato Andrea Frascherelli, e il pm Giovanni Battista Ferro.
SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.
La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.
Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.
Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.
Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.
Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.
Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.
Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.
È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.
La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.
Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto, siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.
La vicenda di Don Carlo Rebalgliati, economo della Diocesi di Savona, che ha denunciato i preti pedofili alla magistratura. Dopo la sua testimonianza è stato accusato e indagato per istigazione alla prostituzione. Il sacerdote, poi prosciolto, è stato screditato ed è rimasto isolato. Sieropositivo è morto in circostanze poco chiare nel gennaio del 2013. In una conversazione con Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete Abuso fa trapelare tutta la sua preoccupazione: “In dieci ore di interrogatorio ho parlato tre minuti della pedofilia, loro volevano sapere cose amministrative. C’è lo Ior dietro. Ho perso tutto, sinceramente adesso ho anche paura”
Un’altra storia di preti pedofili coperti
Don Lupino: “Adesso dicano la verità”
Una nuova vicenda di abusi su giovani riporta ai tempi del seminario. E mette sotto accusa don Piero Pinetto colpevole di aver rovinato la vita di un giovane seminarista poi morto di Hiv a 39 anni. Il parroco di Lavagnola accusa i vertici della diocesi: “Hanno sempre scelto di mettere a tacere tutto senza curarsi delle vittime. L’hanno fatto per salvarsi. Ora è tempo che chi è ancora vivo parli e chieda scusa”
Mentre esplode la vicenda dei preti pedofili e dei misteri della diocesi di Savona, nel capoluogo ligure si sparge la notizia che un’altra vittima ha denunciato un prete pedofilo consegnando una lettera a don Giovanni Lupino, parroco di San Dalmazio in Lavagnola. Nella lettera la vittima racconta le violenze subite in seminario quarant’anni fa da un prete, l’allora vice rettore don Pietro Pinetto, già segnalato come molestatore al vescovo nel 2010 per reati ormai prescritti.
Al telefono Don Lupino è un fiume in piena, le nuove accuse a don Pinetto squarciano il velo con cui le gerarchie ecclesiastiche hanno coperto decenni di abusi. La famiglia della vittima all’epoca aveva avvisato il rettore del seminario don Giusto e il vescovo Sibilla che promisero provvedimenti mai presi. Don Pinetto, ci racconta don Lupino, non è un prete qualsiasi, appartiene all’ala forte che occupava posizioni di spicco nel clero savonese, i preti eletti delle prime file che concelebravano i pontificali del vescovo. A loro venivano affidati i giovani parroci che manifestavano le prime devianze pedofile per essere redenti, come don Nello che, in crisi, fu affidato a don Pinetto.
ASCOLTA L’AUDIO DELLE RIVELAZIONI DI DON LUPINO
E don Lupino va anche oltre, descrivendo gli intrecci di potere della diocesi di Savona e delineando un quadro che vede un gruppo di potenti prelati che nasconde crimini gravissimi per coprire i propri membri, mentre intere generazioni di vittime vengono condannate all’emarginazione.
Alessandro Nicolich è stato una di queste vittime: entrò giovanissimo in seminario, i familiari erano ammirati dalla sua vocazione. Una notte Alessandro scappa dalla finestra e disperato si presenta dai genitori. Negli anni il dramma delle violenze verrà fuori, ma Alessandro è ormai un’anima persa. Incontrerà la droga, finirà in carcere, contrarrà l’Hiv e morirà a soli 39 anni. Il fratello Roberto racconta: ” Per noi è stata una sciagura dalla quale non ci siamo mai ripresi”.
Don Lupino, cosa avveniva in seminario negli anni ’70?
“In quegli anni nel seminario di Savona insegnava Don Giampiero Bof, professore di teologia dogmatica, un sacerdote molto aperto che, insieme a un gruppo di studenti, tra cui c’ero anch’io, cercava di portare aria nuova nella Chiesa mettendo in discussione questioni come il celibato e la sessualità, la formazione teologica e quella spirituale. Don Bof si scontrò con il rettore e con i professori più conservatori. Ricordo che il vescovo di allora, monsignor Sibilla, mi convocava per chiedermi cosa pensavo dell’autorità dei vescovi e del Papa, dell’obbedienza e della legge del celibato; mi vietava di avvicinarmi ai seminaristi più giovani per non contaminarli. Mi torchiava e ora scopro che intanto tracannava questi rosponi della pedofilia, è allucinante questa cosa. Esattamente come nel film “L’attimo fuggente”, il professor Boff perse l’insegnamento. Io, che ero il più giovane, mi trasferii a Fossano in Piemonte. Ero fuori da quei contesti e non sono mai stato circuito dai miei educatori”.
Oggi la vittima di don Pinetto dichiara di aver denunciato all’epoca il fatto a don Giusto e al vescovo.
“Qui non abbiamo un prete qualunque che commette il crimine ma un vice rettore, mentre il rettore, il vescovo e i professori del seminario lo coprono; insomma è l’istituzione nel suo vertice che si macchia di questo delitto”.
Cosa avrebbero dovuto fare?
“Era stato violentato un giovane ragazzo, i vertici avrebbero dovuto denunciare don Pinetto alla magistratura e all’autorità ecclesiastica,
quell’uomo doveva essere scomunicato e finire in galera per abuso su minore. Un pedofilo pentito un giorno mi ha detto questo: ‘Abbiamo bisogno di essere fermati anche con la galera perché noi da soli non ci fermiamo’”.
Qual è il suo giudizio su questi fatti?
“Monsignor Sibilla ha commesso due reati, uno nei confronti del diritto penale italiano l’altro nei confronti del diritto canonico, ma ora è morto. Don Giusto invece deve rendere conto alla diocesi di quello che ha fatto. Come se non bastasse, anni dopo le nefandezze commesse da Pinetto e coperte dai vertici, è scoppiato a Savona la vicenda di Don Giorgio Barbacini, guarda caso amico di don Pinetto, di don Giusto, dei professori ai vertici del seminario e guarda caso insegnante anche lui in seminario, alle medie. Guarda caso anche lui pedofilo accertato e condannato. E’ tempo di fare i conti con questa gente e di andare al cuore del problema altrimenti i veri responsabili ci scappano. Quando ci fu il caso dell’economo di Como accusato di molestie su minori, fu il vescovo a denunciarlo, poi disse: ‘Ora che l’ho denunciato posso aiutarlo come figlio’.
La Chiesa non può proseguire su questa strada, con questo gran carnevale di cardinali e stampa al seguito. E questa sarebbe la fede cristiana? il carnevale di Rio è meno allegro. Vorrei fare un appello pubblico a don Giusto e a don Pinetto perché dicano la verità, la Chiesa di Savona ha dritto alla verità”.
Nel 2004, mentre Domenico Calcagno è vescovo della diocesi di Savona – Noli, un reporter del Dallas News fotografa in una parrochia di Albissola Marina Yusaf Dominic, un prete di origine pachistana ricercato per abusi sessuali su minori, mentre celebra la messa domenicale.Dominic era stato arrestato nel 1996 a Londra per pedofilia e successivamente rilasciato su cauzione. Una volta libero il prete scappa e dopo otto anni di latitanza viene pizzicato in Liguria. Successivamente il prete viene trasferito dal vescovo nell’abbazia benedettina di Finalpia, complesso monastico che si trova di fronte alla scuola elementare di Finale Ligure, dove rimane fino al 6 dicembre 2009, giorno della sua presunta morte.
Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo negli anni ottanta e fondatore di “Rete Abuso”, racconta il suo vissuto di abusi, e il modo in cui sono stati coperti i casi di pedofilia avvenuti nella diocesi di Savona. “In tutte le lettere dei vescovi scritte al Vaticano, nelle risposte, non c’è mai un solo accenno di come aiutare le vittime”
Superando dolore e vergogna Francesco Zanardi, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto una catena di scandali. Denunciandoli sul suo blog e anche con volantini distribuiti in piazza. Per la magistratura i vertici della Curia non hanno pensato a tutelare i minori ma solo a “salvaguardare l’immagine della diocesi”. Quella lettera a Ratzinger, prima che diventasse Papa
Marco Preve SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.
La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.
Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.
Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.
Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.
Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.
Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.
Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.
È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.
La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.
Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto, siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.
Savona. Il sostituto procuratore di Savona Giovanni Battista Ferro fatto ricorso in Cassazione contro il proscioglimento di don Fusta dall’accusa di favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta su un presunto caso di pedofilia a Pietra Ligure, che vede un loanese P.P., 60enne, rinviato a giudizio per le molestie su una bambina di 10 anni.
Per la Procura di Savona resta valido l’impianto accusatorio a carico del prete, contestando quindi la decisione del Gup del Tribunale di Savona che aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste”. Don Fusta si è sempre difeso dicendo che l’uomo accusato delle molestie non ha mai frequentato la parrocchia di San Nicolò, dimostrando nel corso dell’udienza preliminare di essere estraneo alla conoscenza della vicenda. Non così per gli organi inquirenti, che ritengono don Fusta responsabile di aver coperto i fatti, avvenuti nel 2006, consigliando alla madre della bambina di non fare denuncia.
Ora spetterà alla Suprema Corte decidere se riaprire o meno il caso giudiziario del prete pietrese. Intanto l’inizio del processo a carico del sessantenne loanese è stato fissato per il 6 febbraio prossimo. L’uomo, assistito dagli avvocati Nazareno Siccardi e Roberta Gabei, continua a respingere le accuse a suo carico.
(ANSA) – CREMONA, 8 MAG – Non e’ una sentenza di condanna, ma nelle sei pagine dell’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha disposto l’archiviazione del procedimento per concorso in atti sessuali su minori, perche’ il reato e’ prescritto, emerge che il vescovo Dante Lafranconi, dal 2001 a Cremona, nei dieci anni in cui ha retto la diocesi di Savona, avrebbe ‘coperto’,pur essendone a conoscenza, le tendenze pedofile di almeno due sacerdoti della sua stessa diocesi.
Quindi non avrebbe impedito atti che avrebbe avuto il dovere di impedire, come e’ scritto nel capo di imputazione formulato dal procuratore della Repubblica, Francantonio Granero, e dal sostituto Giovanni Battista Ferro, che al gip avevano chiesto l’archiviazione,essendo appunto i reati prescritti per il decorso del tempo.
”Non avendo ancora avuto ufficialmente notizia dell’ordinanza e quindi non conoscendone l’effettivo contenuto, per il momento mi riservo qualsiasi considerazione”, ha detto oggi l’avvocato Michele Tolomini, difensore del vescovo Lafranconi.
L’opposizione alla richiesta di archiviazione era stata avanzata dall’associazione della ‘Rete L’abuso’, che tutela le vittime di sacerdoti pedofili ed e’ rappresentata da Francesco Zanardi, a sua volta vittima di abusi da parte dell’ex prete Nello Giraudo.
Carla Crosetti, avvocato di Zanardi, aveva chiesto la riapertura delle indagini, evidenziando che la prescrizione non era ancora intervenuta all’epoca della richiesta di archiviazione e sostenendo la tesi dell’aggravante per fatti commessi su minore sotto i quattordici anni d’eta’.
Secondo la procura di Savona, il vescovo Lafranconi avrebbe dunque omesso di segnalare ai suoi diretti superiori le morbose attenzioni nei confronti di ragazzini di almeno due preti,condannati per pedofilia (don Barbacini) e abusi sessuali (don Giraudo).
Gli episodi risalgono alla fine degli anni Novanta.Monsignor Domenico Calcagno, successore del vescovo Lafranconi,agi’ invece diversamente e rimosse i due sacerdoti dagli incarichi (comunita’ per minori disagiati) di cui erano diretti responsabili.