Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Giovanni Paolo II

  • Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Ombre sempre più pesanti si allungano sul Papa emerito Ratzinger. Il sospetto è sempre lo stesso: che abbia coperto casi di pedofilia quando non era ancora capo della chiesa cattolica e svolgeva il suo ministero a Monaco. Sapeva? Ha taciuto? Ha scelto di non agire? Tra dichiarazioni ufficiali, smentite e l’intervento della Santa Sede che ne difende l’operato la polemica non si spegne.

    I dubbi

    Le parole di padre Hans Zollner, teologo e psicologo presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui Papa Francesco ha affidato la prevenzione della piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa sono inequivocabili:”Nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”.

    Nelle ultime settimane i dubbi sull’operato di Ratzinger sono aumentati. Sono stati alimentati da una dichiarazione fornita in occasione della presentazione del rapporto sulla pedofilia nel clero dal 1945 al 2019 redatto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl per dare una misura del fenomeno nell’arcidiocesi di Monaco e valutare se i funzionari della chiesa abbiano gestito correttamente le accuse. Inizialmente viene riportata una frase secondo la quale il Papa emerito negava di avere partecipato alla riunione del Ordinariato il 15 gennaio del 1980 durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato alcuni ragazzi ed era andato a Monaco per una terapia. Poi la rettifica: “Ho partecipato”.

    Ratzinger spiega che l’errore “non è stato commesso in malafede” ma “il risultato di un errore nell’elaborazione editoriale della sua affermazione”. È “molto dispiaciuto” per questo e si scusa. E comunque, tiene a precisare, in quella sede non venne “presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. Piuttosto, la richiesta è stata avanzata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    “Benedetto XVI è vicino alla sua ex arcidiocesi e diocesi di origine in questi giorni – recita una nuova dichiarazione ufficiale – ed è molto vicino ad essa nei suoi sforzi per chiarire. Pensa soprattutto alle vittime che hanno subito abusi sessuali e indifferenza”. Ma il dietrofront non passa inosservato e rinfocola i sospetti.

    Preti pedofili

    Secondo il rapporto almeno 497 persone avrebbero subito danni nell’ambito di abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Vittime delle attenzioni morbose prevalentemente maschi tra gli 8 e i 14 anni. Coinvolti come presunti artefici almeno in 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone di ambito scolastico. Josef Ratzinger è accusato di comportamenti erronei in 4 casi (era arcivescovo).  Il rapporto documenta centinaia di casi di abusi commessi durante quasi otto decenni, e punta l’indice sui vertici dell’arcidiocesi che si sono succeduti in questo lungo lasso di tempo. A seconda dei casi ci si sarebbe regolati secondo una gamma di comportamenti che vanno dall’irresolutezza al vero e proprio tentativo di insabbiamento. Nel corso dei cinque anni in cui a Monaco c’era Ratzinger alcuni abusi sarebbero stati commessi da due religiosi che prestavano assistenza spirituale ai giovani e nei confronti dei quali non si presero provvedimenti.

    “Da Papa Ratzinger norme durissime contro gli abusatori”

    Dalla Santa Sede arriva la difesa di Benedetto sedicesimo. “Da parte del Papa emerito è stata sempre ribadita la condanna dei crimini (legati agli abusi ai danni di minori)”, sottolinea il direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

    “Non si può dimenticare che Ratzinger, il quale già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede aveva combattuto il fenomeno nell’ultima fase del pontificato di san Giovanni Paolo II di cui era stato stretto collaboratore, una volta diventato Papa ha promulgato norme durissime contro gli abusatori clericali, vere e proprie leggi speciali per contrastare la pedofilia – scrive Tornielli in un editoriale su Vatican News – Inoltre, Benedetto XVI ha testimoniato, con il suo esempio concreto, l’urgenza di quel cambiamento di mentalità così importante per contrastare il fenomeno degli abusi: l’ascolto e la vicinanza alle vittime a cui va sempre chiesto perdono”.

    “Per troppo tempo i bambini abusati e i loro parenti, invece di essere considerate persone ferite da accogliere e accompagnare con percorsi di guarigione, sono state tenute a distanza. Spesso purtroppo sono state allontanate e persino additate come ‘nemiche’ della Chiesa e del suo buon nome. È stato proprio Joseph Ratzinger – ricorda Tornielli – il primo Papa a incontrare più volte le vittime di abuso durante i suoi viaggi apostolici. È stato Benedetto XVI, anche contro l’opinione di tanti sedicenti ‘ratzingeriani’, a proporre, nel mezzo della bufera degli scandali in Irlanda e in Germania, il volto di una Chiesa penitenziale, che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza”.

    “Proprio in questa immagine penitenziale sta il cuore del messaggio di Benedetto. La Chiesa non è un’azienda, non si salva soltanto con le buone pratiche o con l’applicazione, seppure indispensabile, di norme severe ed efficaci. La Chiesa – osserva – ha bisogno di chiedere perdono, aiuto e salvezza all’Unico che può darli, a quel Crocifisso che è sempre stato dalla parte delle vittime e mai dei carnefici. Tornielli riferisce poi le parole pronunciate da Benedetto XVI sul volo che lo portava a Lisbona, nel maggio 2010: “con estrema lucidità riconobbe che ‘le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia’. Parole precedute e seguite da fatti concreti nella lotta alla piaga della pedofilia clericale”. “Tutto questo – ammonisce il direttore editoriale dei media vaticani – non può essere né dimenticato né cancellato. Le ricostruzioni contenute nel rapporto di Monaco, che, va ricordato, non è un’inchiesta giudiziaria né tantomeno una sentenza definitiva, aiuteranno a combattere la pedofilia nella Chiesa se non verranno ridotte alla ricerca di facili capri espiatori e di giudizi sommari. Solo evitando questi rischi potranno contribuire a una ricerca della giustizia nella verità e a un esame di coscienza collettivo sugli errori del passato”.

    Il “mea culpa”

    E solo oggi, 27 gennaio, a sette giorni dalla presentazione del rapporto arriva anche il “mea culpa” dell’attuale arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx. “Ho una responsabilità morale”, dice. E aggiunge: “La più grande colpa è l’aver trascurato le persone colpite. Questo è imperdonabile. Non avevamo alcun reale interesse per la loro sofferenza. A mio parere, questo ha anche ragioni sistemiche, e allo stesso tempo io ho una responsabilità morale per questo come arcivescovo facente funzione”. Marx chiede “personalmente e anche a nome dell’arcidiocesi” perdono alle persone colpite. E lo stesso ha fatto con i fedeli “che dubitano della Chiesa, che non possono più fidarsi dei responsabili e che si sono visti danneggiati nella loro fede”.

    Preti pedofili nelle sacrestie italiane

    In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. “Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse. Una nostra mappa segnala anche i casi attualmente in attesa di giudizio, quelli indagati all’estero e nascosti in Italia. La cifra quindi si amplia: in tutto sono circa 320. Ma pur tenendo conto solo del numero dei 160 condannati, e se pensiamo che con il caso Spotlight in 50 anni sono saltati fuori una settantina di preti pedofili, allora ci si può rendere conto della portata del fenomeno nel nostro Paese”, dice Francesco Zanardi, fondatore e presidente della “Rete l’Abuso” l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania. Un’inchiesta, spiega all’Adnkronos, che non lo sorprende più di tanto.”La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è un problema complesso, di doppia gestione: da una parte lo Stato italiano, dall’altra la Chiesa che ultimamente, riconosco, passi avanti ne ha fatti. Mentre lo Stato da più di dieci anni fa scena muta. Il Papa può fare anche la sua parte ma non ha autorità in Italia, è lo Stato che deve muoversi. Un’inchiesta nel nostro Paese andrebbe certamente avviata”, conclude Zanardi.

    https://www.today.it/cronaca/pedofilia-chiesa-papa-ratzinger-contraddizioni.html

  • Abusi, Ratzinger si corregge: presente a una riunione-chiave nel 1980

    Abusi, Ratzinger si corregge: presente a una riunione-chiave nel 1980

    Città del Vaticano, 24 gen. (askanews) – Dopo la pubblicazione, la settimana scorsa, di un rapporto sugli abusi sessuali avvenuti in passato nell’arcidiocesi di Monaco, che contestava una sua precedente dichiarazione, il papa emerito Benedetto XVI si corregge e ammette di aver partecipato, all’epoca in cui era arcivescovo della capitale bavarese, ad una riunione-chiave, avvenuta il 15 gennaio del 1980, nella quale venne discusso di un sacerdote pedofilo in arrivo a Monaco di Baviera da un’altra diocesi tedesca. Joseph Ratzinger, in una dichiarazione diramata dal suo segretario particolare, chiede scusa per l’errore della precedente dichiarazione, sottolineando che non si è trattato di malafede ma di un errore nel corso della sua redazione, e precisa che, ad ogni modo, a quella riunione venne discusso non già – come poi avvenne – l’assegnazione al prete in questione di una parrocchia, dove continuò per anni ad abusare sessualmente di minorenni, ma la sola decisione di accogliere il sacerdote per un trattamento psicoterapeutico che gli era stato raccomandato proprio per affrontare gli abusi sino ad allora commessi.
    Il caso è uno dei quattro che vengono contestati a Ratzinger nel rapporto di oltre mille pagine presentato giovedì scorso a Monaco di Baviera dalla studio legale Westpfahl Spilker Wastl, incaricata dalla stessa arcidiocesi di Monaco di svolgere, in modo indipendente, un esame degli abusi sessuali avvenuti nell’ambito della chiesa della capitale bavarese dal 1945 al 2019, dunque anche durante il ministero di Joseph Ratzinger (1977-1982).

    Il sacerdote in questione – la Sueddeutsche Zeitung ne aveva svelata l’esistenza anni fa – si chiama Peter H. era incardinato nella diocesi di Essen, dove abusò di diversi minorenni, e venne inviato a Monaco per sottoporsi ad una psicoterapia. Qui, nel 1980, l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga non solo lo assunse, ma lo impiegò in compiti pastorali: nonostante una condanna presso la giustizia penale gli fu affidata dalla Curia una parrocchia e fino al 2008 continuò ad abusare sessualmente di minorenni che gli erano affidati. Il punto dirimente è chi prese questa decisione, ignorando il palese pericolo che egli rappresentava.

    La questione del suo arrivo a Monaco venne discussa in una riunione del cosiddetto ordinariato diocesano del 15 gennaio 1980. In passato, in particolare con un primo rapporto commissionato dall’arcidiocesi già nel 2010, l’allora vicario generale Gerhard Gruber si prese tutta la responsabilità. Joseph Ratzinger dichiarò che egli “non era presente” alla riunione dell’ordinariato.

    Ma la commissione ha studiato gli archivi scoprendo che è “poco credibile” che egli fosse assente. Molti gli indizi portati a dimostrazione di questa tesi, ma l’argomento dirimente è che durante quella riunione del gennaio 1980 a un certo punto – così recita il resoconto della seduta – “il cardinale riferì” sia del funerali del cardinale Bengsh che si era svolto a Berlino e sia “circa gli ultimi tentativi del vescovo Moser e di papa Giovanni Paolo II di mettere in regola il caso del professor Kueng”, evidentemente il teologo ribelle Hans Kueng, ex collega di Joseph Ratzinger con il quale il futuro papa ebbe dissaporti teologici durati per decenni. Ratzinger era dunque presente, secondo la commissione, alla riunione che decise l’arrivo a Monaco del prete pedofilo.

    Ska/Int9

    https://www.askanews.it/cronaca/2022/01/24/abusi-ratzinger-si-corregge-presente-a-una-riunione-chiave-nel-1980-top10_20220124_120651/

  • Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    di Franca Giansoldati

    CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».

    José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.

    PRASSI
    Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

    Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

    SANTITÀ
    Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_chiesa_ratzinger_sapeva_jose_barba_martin_messico_news_cosa_e_successo-6455022.html

  • Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger: ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente

    Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger: ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente

    Appelli, riforme e nuove leggi, ma a che punto è la Chiesa cattolica nel contrasto della pedofilia del suo clero? La domanda diventa sempre più pressante dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali sui minori commessi dai preti in Francia e Germania. Cifre spaventose che hanno scalfito perfino Benedetto XVI, accusato di quattro casi di negligenza quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1981. Proprio sulla scrivania di Ratzinger, chiamato dopo il breve episcopato bavarese da san Giovanni Paolo II in Vaticano come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono arrivati per decenni i dossier mondiali della pedofilia. Una pentola difficilissima, se non impossibile da scoperchiare durante gli anni del pontificato wojtyliano, nonostante la storica denuncia di Ratzinger sulla “sporcizia nella Chiesa” riferita proprio alla piaga degli abusi. Divenuto Papa, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale.

    Law – A dire il vero qualcosa si era iniziato a muovere negli ultimi anni del lungo regno di Karol Wojtyla. Nel 2002, ovvero tre anni prima della morte del Papa polacco, l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, fu letteralmente travolto da un’accurata inchiesta del The Boston Globe. Inchiesta che vinse il Premio Pulitzer nel 2003 e che fu poi oggetto del film Il caso Spotlight vincitore del Premio Oscar nel 2016. Un lavoro che ebbe, tra l’altro, il merito di sfondare il muro di gomma dell’omertà sulla pedofilia nella Chiesa cattolica con lobby potentissime che rendevano quasi impossibile la ricostruzione degli abusi. Law, che guidava l’arcidiocesi di Boston dal 1984, fu smascherato per aver coperto per decenni centinaia di casi di pedofilia, occultando le denunce delle vittime e spostando gli abusatori di parrocchia in parrocchia. Ma fu semplicemente trasferito a Roma da Wojtyla con l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Incarico che mantenne fino al compimento degli 80 anni come previsto dalle norme canoniche. Nessun processo e nessuna sanzione. Nel conclave del 2005 entrò regolarmente nella Cappella Sistina per votare il successore del Papa polacco.

    Maciel – Altrettanto inquietante è la vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado. Un prete messicano morto con tutti gli onori nel 2008, che aveva il merito di aver fondato una delle congregazioni religiose maschili con il maggior numero di vocazioni al mondo e che, invece, si era macchiato di crimini inenarrabili, costantemente coperti dai vertici della Curia romana. Le denunce arrivavano, ma venivano puntualmente occultate. Lo stesso cardinale Ratzinger, nel ruolo di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, aveva provato ad agire contro Maciel, scontrandosi, però, contro il muro di altre figure apicali della Santa Sede. Un uomo potentissimo e con una disponibilità economica talmente alta da assicurarsi l’omertà del Vaticano. Alla sua morte il suo patrimonio personale segreto fu stimato intorno ai trenta milioni di dollari. Maciel aveva abusato dei suoi seminaristi, coperto centinaia di casi di pedofilia all’interno dei Legionari di Cristo, avuto diverse donne che gli avevano dato alcuni figli e assunto numerose identità false. Uno scenario satanico più che l’immagine perfetta del fondatore di una congregazione religiosa. Eppure per decenni, nonostante tutto, il ritratto a dir poco edulcorato, per usare un eufemismo, del santo sacerdote aveva prevalso sulla realtà criminale.

    Eletto Papa, Benedetto XVI volle una radicale purificazione dei Legionari e ammise le colpe: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”. Proprio i suoi seguaci, una volta venuta alla luce la triste verità, fecero un mea culpa per i reati commessi dal loro fondatore: “Vogliamo esprimere il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali”.

    McCarrick – Uno scenario simile a quello che avveniva negli Stati Uniti dove, nonostante le gravissime accuse di pedofilia, nel 2000 l’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick fu promosso arcivescovo di Washington e l’anno successivo ricevette la porpora da san Giovanni Paolo II. Anche in questa vicenda le coperture e la rete di omertà tra gli Usa e il Vaticano avevano nascosto una realtà terrificante. Francesco ha voluto far luce con un’inchiesta che, per la prima volta, ha svelato le numerose complicità di cui McCarrick godeva presso i vertici della Santa Sede. Complicità che, però, non hanno impedito a Bergoglio, una volta appurata la condotta criminosa dell’ex porporato, di ridurlo allo stato laicale. Un provvedimento radicale mai preso prima. Ciò che è inquietante nella vicenda di McCarrick è che la promozione, prima alla guida della prestigiosa sede di Washington e poi alla porpora, avvenne nonostante le denunce dei suoi crimini di pedofilia.

    Pell – Diverso è il caso del cardinale australiano George Pell, travolto da un lungo processo per abusi nel suo Paese, che lo ha costretto a lasciare frettolosamente il ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione e costretto a 13 mesi di carcere in isolamento, è stato poi assolto con formula piena ed è ritornato a Roma. “Il mio processo – commentò Pell uscendo dal carcere – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. Aggiungendo che “l’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”.

    Benedetto XVI – Per anni l’ordine della Santa Sede era quello di insabbiare la pedofilia. Lo ammise lo stesso Benedetto XVI: “Perché in passato non si è reagito allo stesso modo di oggi? Anche la stampa prima non ha dato rilievo a queste cose, la coscienza a quel tempo era diversa. Sappiamo che le stesse vittime provavano grande vergogna e all’inizio non sempre vogliono essere messe subito sotto la luce dei riflettori. Molte sono state in grado di raccontare quello che era loro accaduto soltanto dopo decenni”. E aggiunse: “Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti. È necessaria quindi vigilanza da parte della Chiesa, che punisca chi ha mancato e soprattutto che lo escluda da qualsiasi altra possibilità di entrare in contatto con dei bambini”.

    Francesco – Il suo successore ha fatto molti passi avanti nella tolleranza zero della pedofilia del clero. Norme severissime non solo per i colpevoli, ma anche per coloro che insabbiano gli abusi. Provvedimenti a molti indigesti all’interno della Chiesa perché mettono i vescovi con le spalle al muro davanti alle loro responsabilità e alle loro omertà, ma resi necessari da una piaga decisamente devastante all’interno del cattolicesimo. Nel febbraio 2019 Bergoglio convocò in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in un inedito summit sulla pedofilia del clero. Il Papa volle che a parlare fossero anche alcune vittime. Da quell’evento sono scaturiti provvedimenti concreti, come l’abolizione del segreto pontificio per gli abusi. Ma i passi da compiere sono ancora tanti. Nell’ultima assemblea generale straordinaria della Cei, nel novembre 2021, il vescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, che è anche presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, aveva proposto un’indagine sulla pedofilia del clero anche in Italia. La stragrande maggioranza dell’episcopato italiano si è subito opposta con il timore di uno tsunami ingestibile e richieste risarcitorie impossibili da sostenere. L’ennesimo muro che fa ben comprendere quanto l’omertà sulla pedofilia nella Chiesa sia ancora difficile da far crollare.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/21/dal-caso-spotlight-fino-al-coinvolgimento-di-ratzinger-ecco-come-gli-scandali-dei-cardinali-hanno-svelato-la-pedofilia-nella-chiesa-riscrivendone-la-storia-recente/6463029/

  • Gli ipocriti

    Gli ipocriti

    Il Parlamento italiano avvierà un’indagine pubblica sulla pedofilia. Lo ha dichiarato il primo ministro Mario Draghi in seguito all’ondata di indignazione manifestata dall’opinione pubblica per lo shock provocato da un documentario intitolato Non dirlo a nessuno in cui si dà voce alle vittime di stupri che coinvolgono il clero italiano e si punta il dito contro la pratica di spostare preti pedofili da una parrocchia all’altra. Il video, trasmesso su Youtube, in pochi giorni ha avuto oltre 20 milioni di visualizzazioni. Draghi ha annunciato la convocazione di una Commissione parlamentare ad hoc dopo una riunione del suo gabinetto, vice primi ministri compresi, con i presidenti dei due rami del Parlamento, Casellati e Fico.

    Come riporta l’agenzia Nova, la commissione «si occuperà di tutti, ovviamente senza escludere il clero, ma anche di coloro che appartengono alla comunità artistica o al corpo docente e sono in contatto con minori», ha specificato il premier. L’ambito operativo della commissione, più in dettaglio, sarà presto reso noto. L’obiettivo non è quello di «stigmatizzare qualcuno, ha sottolineato Draghi. «Si tratta di un fenomeno che purtroppo, statisticamente, si manifesta in diversi ambienti, da sradicare senza sconti per nessuno». Uno scopo collaterale ma altrettanto importante è quello di stanare i casi di insabbiamento. «Non ci saranno più concessioni al silenzio, non si può tacere su simili questioni. Sono fondamentali per la normalità della vita sociale», ha aggiunto il presidente del Consigli. Il capo dell’esecutivo ha assicurato che in Commissione saranno chiamati anche esponenti dell’opposizione.

    Ecco, avete appena letto una fake news, o meglio, una notizia fantascientifica. Per ritornare nella realtà dovete sostituire “Italia” con “Polonia”, “Mario Draghi” con “Mateusz Morawiecki” e “clero italiano” con “clero polacco”. Già perché questo è accaduto davvero diversi mesi fa nella Polonia ultra-cattolica, terra del papa santo Giovanni Paolo II – che notoriamente non fu un paladino della lotta contro la pedofilia all’interno della sua Chiesa.

    E che dire di quanto accaduto in Francia con la pubblicazione del rapporto Ciase all’inizio di ottobre? La storia è nota ma vale la pena sintetizzarla. Dopo la scoperta di una settantina di casi avvenuti nell’ultimo decennio, e lo scandalo del vescovo di Lione, Barbarin, accusato di aver protetto un prete pedofilo seriale, la Chiesa francese ha commissionato un’indagine indipendente. In 3 anni di inchiesta è stata accertata l’esistenza di circa 3mila preti pedofili ed è stata fatta una stima di circa 210mila vittime.

    Lo scandalo che ne è seguito è arrivato a mettere finalmente in discussione anche il sacramento della confessione. Già perché, come denunciamo da anni su Left è nell’ambito della confessione (ovvero in un rito dall’inizio e dalla fine indefiniti) che avvengono gran parte degli stupri e delle violenze nel clero. La segretezza che grava sul rito è lo scudo dietro cui le gerarchie ecclesiastiche hanno protetto, nel mondo, migliaia di sacerdoti pedofili. E continuano a farlo.

    A parte questo, il fatto cruciale è che in Italia, invece, nonostante siano almeno 300 i sacerdoti denunciati negli ultimi 20 anni (stando agli archivi d’agenzia e al database di Rete L’Abuso) e intere diocesi siano state coinvolte in presunti insabbiamenti – come quella di Verona (caso dei sordomuti dell’istituto Provolo), Milano (don Galli), Enna (don Rugolo) solo per citarne alcune – non c’è traccia dell’intenzione da parte delle autorità civili, men che meno di quelle ecclesiastiche, di mettere un punto e avviare un’indagine conoscitiva su scala nazionale quanto meno per mappare il fenomeno criminale della pedofilia di matrice clericale.

    Sarebbe un segnale importantissimo, sarebbe un efficace deterrente, sarebbe il primo vero mattoncino su cui costruire la prevenzione degli abusi. Lo dimostrano i risultati delle inchieste che dal Duemila in poi sono state realizzate in mezzo mondo: Stati Uniti, Irlanda, Germania, Regno Unito, Australia, Belgio, Olanda, Rep. Dominicana, Cile, Argentina, Brasile.

    Da noi niente. Come se il problema non esistesse. O come se i bambini non esistessero?
    «Troppi sacerdoti (negli Usa, ndr), tra il 4 e il 6% nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Dal momento che i vescovi americani hanno preso sul serio la lotta contro questo male, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi… Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato». Questo non lo diciamo noi di Left… L’ha detto il 21 agosto 2018 padre Hans Zollner, psicologo membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection della Pontificia università gregoriana. In pratica Zollner ha detto che sarebbe sciocco pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso ma non si fa nulla. Sono passati oltre tre anni da quella sua dichiarazione inquietante senza che chi di dovere l’abbia raccolta e trasformata in un’inchiesta concreta.

    Attualmente il clero italiano è composto da circa 52mila persone. Il 4-6% sono 2-3mila individui. In Francia a fronte di circa 3mila pedofili sono state individuate 210mila vittime. Non sono elementi sufficienti per preoccuparsi? Noi riteniamo di sì e andiamo anche oltre la “semplice” preoccupazione. Nella giornata mondiale per i diritti umani indetta dalle Nazioni unite che ricorre il 10 dicembre siamo infatti qui a pretendere – nuovamente – dal “nostro” Stato laico l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia di matrice clericale. Ora e subito.

    Come ha dimenticato di far notare Lucetta Scaraffia in un articolo sulla Stampa dell’11 novembre – in cui lei si chiede come mai nel nostro Paese non sia stata avviata alcuna inchiesta sugli abusi del clero e perché i giornali a parte il suo non indaghino (!) – è questa una battaglia che purtroppo a livello mediatico solo il nostro settimanale sta portando avanti da anni con convinzione e dati alla mano. Senza guardare in faccia nessuno.

    Left infatti tra le altre cose ha contribuito all’indagine conoscitiva che nel gennaio del 2019 ha portato il governo italiano di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia con l’accusa di fare poco o nulla per garantire l’incolumità ai bambini che frequentano chiese, parrocchie, oratori, scuole religiose etc, e per sollecitare il Vaticano e la Chiesa italiana a una maggiore responsabilità.

    Già, Scaraffia, c’eravamo noi a Ginevra, all’incontro che lei cita nel suo articolo, con le nostre inchieste a rappresentare le istanze delle vittime a fianco di Francesco Zanardi, il presidente di Rete L’Abuso. «Persona certo meritevole ma così coinvolto personalmente – lui stesso, da bambino ha subito gli abusi di un prete – da indurre molti a mettere in dubbio le sue informazioni» scrive Scaraffia.

    Davvero si pensa che Zanardi non sia credibile in quanto vittima? Evidenziamo questo perché pensiamo che l’assenza di fiducia nei confronti di chi denuncia di aver subito uno stupro sia una delle matrici “culturali” del problema da risolvere. Questa “idea” come emerge nella nostra storia di copertina ricade con violenza sia sui minori che sulle donne. E chi sostiene di averne a cuore l’incolumità non può non prenderne atto.

    Quanto ai doveri delle nostre istituzioni, l’inchiesta parlamentare sarebbe un segno concreto di adesione convinta alla Convenzione Onu del 1948, convenzione che porta con sé quella sui diritti dell’infanzia del 1989 (anche questa ratificata dall’Italia). In questa c’è scritto che ogni bambino deve poter crescere in un ambiente sano e ricevere affetto e che ha il diritto di essere protetto da qualsiasi abuso o sfruttamento.

    La “sicurezza” che tanto sta a cuore ai partiti di governo non riguarda forse anche i minori? La Lega sempre in prima linea sui “fatti” di Bibbiano perché non alza mai la voce quando c’è di mezzo un prete o un monsignore? Un bimbo di otto anni non ha forse diritto di giocare nel campetto dell’oratorio o di partecipare a un campo scout senza correre il rischio di essere violentato dall’“educatore” in tonaca o dal laico devoto che “insegna” religione?

    Come mai i diritti umani dei bambini troppo spesso finiscono nel dimenticatoio? Ad alcune di queste domande vogliamo provare a rispondere avvalendoci del contributo dello psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista di psichiatria Il sogno della farfalla. Nell’attesa che governo e Parlamento rispondano al quesito nostro e di tantissime vittime: perché in Italia non è mai stata avviata un’inchiesta sulla pedofilia nel clero? Cosa aspettate?

    https://left.it/2021/12/09/gli-ipocriti/

  • Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    CITTÀ DEL VATICANO — È una delle poche parti del Vaticano facilmente accessibili al pubblico: un piccolo ufficio, all’interno del confine della città-stato, dove i cattolici possono acquistare certificati di benedizione papale per occasioni personali speciali.

    Durante una tipica mattinata, i clienti si affollano al bancone, ordinando preghiere per battesimi e anniversari, consegnando le loro carte di credito alle suore dietro il plexiglass.

    Poi, poco prima dell’ora di pranzo, un altro operatore emerge da un retrobottega, con indosso un maglione nero e un colletto clericale.

    È monsignor Carlo Capella, unico prigioniero del Vaticano, che sta finendo il suo turno mattutino.

    Per anni, il sistema giudiziario vaticano è stato in parti uguali limitato e oscuro. La chiesa ha avuto la tendenza a enfatizzare la penitenza spirituale invece dei penitenzieri. La città-stato ha solo tre celle. Il suo tribunale ha raramente tenuto processi penali. E anche quando c’è una condanna di alto profilo – come quella di Capella, nel 2018, una condanna a cinque anni per possesso e condivisione di materiale pedopornografico – si sa poco di ciò che verrà dopo.

    Il programma diurno di dimissione dal lavoro di Capella, precedentemente non segnalato, è stato osservato dal Washington Post e confermato dal suo avvocato, che ha affermato che il lavoro d’ufficio non retribuito era finalizzato alla sua “riabilitazione”.

    “Per il resto, è come una normale situazione penitenziaria”, ha detto l’avvocato di Capella, Roberto Borgogno. “Semplicemente non c’è rischio di rivolte”.

    Ma a lungo criticato per aver protetto i propri, il Vaticano sta improvvisamente conducendo processi con una frequenza senza precedenti nel secolo dalla sua creazione come città-stato indipendente.

    Il suo primo processo per abusi sessuali si è concluso la scorsa settimana, assolvendo due sacerdoti, una decisione che sarà impugnata.

    Un caso molto più ampio è appena iniziato, esaminando i potenziali crimini finanziari di 10 persone, tra cui il cardinale Angelo Becciu, coinvolte in un mega investimento vaticano in una proprietà di lusso londinese. Gli avvocati in quel caso sostengono che i pubblici ministeri vaticani hanno gravemente esagerato, commettendo violazioni procedurali. Il processo probabilmente si trascinerà per mesi, se non di più.

    Ma l’esistenza stessa di quel processo e di altri parla di cambiamenti più ampi – alcuni fatti sotto pressione esterna – che hanno aumentato la possibilità di perseguimento penale all’interno della città-stato.

    Il Vaticano è stato spinto ad aderire a più accordi internazionali e, dall’adozione dell’euro, ad applicare regole finanziarie più severe, anche contro il riciclaggio di denaro. Papa Francesco ha anche emanato una serie di ordinanze sulla trasparenza e sulla gestione dei contratti pubblici, ampliando i poteri del Vaticano in materia penale e revocando alcune misure di prescrizione.

    A mesi dall’inizio del suo pontificato, Francesco decretò che anche i diplomatici della Santa Sede di stanza all’estero potessero essere processati nei tribunali della città-stato. Quella determinazione alla fine portò al processo di Capella, un prete diplomatico che era stato di stanza a Washington poco prima della sua incriminazione.

    Former Holy See diplomat Monsignor Carlo Alberto Capella, right, walks inside a Vatican tribunal courtroom during his trial, at the Vatican, Saturday, June 23, 2018. The Vatican tribunal on Saturday convicted Capella and sentenced him to five years in prison for possessing and distributing child pornography in the first such trial of its kind inside the Vatican. (Vatican Media/ANSA via AP)

    “Ora abbiamo molte norme e regole che prima non avevamo”, ha detto monsignor Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, durante un’intervista in una sala riunioni affacciata su piazza San Pietro.

    Il centro di detenzione stesso è nascosto in un angolo del territorio di 110 acri della città-stato, lontano dal traffico turistico, in un’ala della caserma appartenente alla polizia e alle forze di sicurezza del Vaticano. Secondo gli avvocati e le persone che hanno visto la zona, ogni cella ha il proprio bagno, oltre a un letto di ferro inamovibile e un tavolo ancorato al muro. Le finestre hanno le sbarre ma il vetro può essere aperto. Diverse persone hanno notato che il cibo era buono.

    La struttura può essere utilizzata sia come carcere, per la custodia cautelare, sia come carcere per detenuti. Il Vaticano è autorizzato a trasferire i criminali in Italia; infatti, dopo uno dei crimini di più alto profilo commessi in territorio vaticano, il tentato omicidio di Giovanni Paolo II nel 1981, l’assassino ha scontato la sua pena in un carcere italiano.

    Ma in altri casi, il Vaticano ha tenuto i suoi colpevoli in casa, comprese due persone condannate in incidenti separati con perdita di documenti, che la chiesa temeva potessero rappresentare un rischio per la sicurezza.

    Prima di Capella, quei divulgatori erano stati i residenti più famosi del carcere vaticano. Uno era un prete spagnolo, Lucio Vallejo Balda, condannato per aver passato documenti ai giornalisti e concesso la grazia da Francesco nel 2016, a metà di una pena detentiva di 18 mesi. L’altro era Paolo Gabriele, ex maggiordomo di papa Benedetto XVI.

    Gabriele era stato un tale appuntamento fisso che teneva persino l’ombrello per il pontefice quando pioveva. Ha detto che stava solo cercando di proteggere il suo capo, sperando di far luce sulla corruzione e altre attività nefaste, rubando documenti dal palazzo apostolico. Ma le sue fughe di notizie hanno finito per innescare un grande scandalo, bucando la reputazione del Vaticano per la segretezza ermetica, e sono state viste come una possibile componente nella decisione finale di Benedetto di dimettersi.

    Gabriele ha trascorso del tempo in una cella del Vaticano dopo il suo arresto e per due mesi di una condanna a 18 mesi, prima che Benedetto si presentasse per una visita e dicesse che lo stava perdonando. In pochi resoconti, l’ex maggiordomo ha descritto la vita di un prigioniero vaticano come dura. Ha detto che durante il processo è stato messo in una stanza così piccola da non poter allungare completamente le braccia. Ha detto che la luce era costantemente accesa. Inizialmente “mi è stato negato anche un cuscino”, ha detto.

    FILE – In this file photo taken on Wednesday, May 2, 2012, Pope Benedict XVI, right, arrives in St. Peter’s square at the Vatican for a general audience as his then-butler Paolo Gabriele, bottom, and his personal secretary Georg Gaenswein sit in the car with him. Paolo Gabriele, the Vatican butler who was convicted of stealing and leaking Pope Benedict XVI’s private papers in 2012, has died at age 54, the Vatican said.
    Vatican News, the Holy See’s media agency, said Gabriele died Tuesday after a long illness. (AP Photo/Alessandra Tarantino, File)

    Altri che conoscono la struttura raccontano una storia diversa.

    “Era una prigione di lusso“, ha detto Ambra Giovene, l’avvocato di Gianluigi Torzi, uno dei 10 accusati nel processo in corso. Ha detto che le comodità erano volute, come un modo per rendere Torzi cooperativo.

    Torzi è stato temporaneamente detenuto per 10 giorni l’anno scorso dopo essere stato interrogato e poi arrestato. (Durante la detenzione ha scambiato un saluto con Capella nel cortile della caserma.)

    Nessuno dei 10 ora sotto processo è attualmente in detenzione.

    Un altro avvocato, che rappresentava Balda, ha affermato che l’esperienza del sacerdote è stata “molto positiva”.

    “All’epoca era l’unico detenuto, il poveretto. Qualunque cosa chiedesse, qualunque cosa avesse bisogno, [le guardie] sono state sempre d’aiuto”, ha detto l’avvocato di Balda, Emanuela Bellardini. “Non ho avuto nemmeno un problema quando avevo bisogno di incontrarlo.”

    Gli storici notano che c’è stata un’altra epoca in cui la Chiesa cattolica ha condotto la giustizia su una scala molto più ampia, allo scoperto e spesso brutalmente. Quando lo Stato Pontificio deteneva il territorio in parte dell’attuale Italia, una punizione comune era una forma di tortura in cui i criminali venivano sospesi con una corda ai polsi, a volte con pesi attaccati. Alcuni detenuti furono esiliati per remare a bordo delle navi papali. I colpevoli più nobili sarebbero stati trattenuti a Castel Sant’Angelo, ma i benefici del loro status aristocratico avevano dei limiti; potrebbero essere torturati e giustiziati sul posto.

    Il territorio della Santa Sede di oggi è molto più piccolo e inizia lungo la strada dalla fortezza ancora in piedi. È lì che Capella è ora confinata. Il suo avvocato, che ha affermato che Capella non era disposto a essere intervistato, ha affermato che al suo cliente è stato permesso di camminare su un percorso predeterminato all’interno della città-stato. Ma non poteva attraversare il confine con l’Italia.

    “[Il Vaticano] ha il vantaggio di essere molto piccolo, quindi il controllo è granulare”, ha detto Borgogno. “Tutti sanno chi va e viene. Non c’è problema a controllare che rispetti i suoi limiti».

    Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento.

    Capella, prima della sua condanna, aveva detto che il suo comportamento era stato “ripugnante” e lo aveva attribuito a un periodo di crisi dopo essersi trasferito a Washington, dove aveva poco lavoro appagante da fare.

    Il suo nuovo lavoro, nell’ufficio che vende le preghiere papali e si occupa anche di beneficenza, è stato qualcosa per cui Capella è diventato idoneo solo dopo aver scontato una “parte considerevole” della sua condanna, ha detto Borgogno. Borgogno lo definì un ruolo di “natura burocratica”.

  • Don Stanislao. L’altra faccia del cardinale Dziwisz

    Don Stanislao. L’altra faccia del cardinale Dziwisz

    Il cardinale Stanisław Dziwisz, da un lato, leggendario segretario personale e amico di Giovanni Paolo II, con il quale trascorse diverse decine di anni. D’altra parte, come dicono i nostri interlocutori – un potente gerarca, un’eminenza grigia che può curare – in modo specifico – gli interessi della Chiesa.

    Anche quando si tratta di casi che coinvolgono vittime di pedofilia. Marcin Gutowski, il cronista di “Bianco e nero” mostra il secondo, sconosciuto volto del cardinale.

    Don Stanislao. L’altro volto del cardinale Dziwisz ”- dove vedere?

    Il documentario di Marcin Gutowski “Don Stanislao. L’altra faccia del cardinale Dziwisz ”puoi guardare sul sito VOD player.pl.

  • Pedofilia, McCarrick trascinato in tribunale negli Usa: è la prima volta per un (ormai ex) cardinale

    Pedofilia, McCarrick trascinato in tribunale negli Usa: è la prima volta per un (ormai ex) cardinale

    Città del Vaticano – L’ex cardinale americano Theodore McCarrick, 91 anni, è stato trascinato in un tribunale del Massachusetts con l’accusa di aver aggredito sessualmente un adolescente negli anni ’70. Si tratta del primo cardinale degli Stati Uniti che si trova ad affrontare accuse penali in un tribunale civile. In passato altri casi erano stati affrontati diversamente dal Vaticano. Per esempio il cardinale Bernard Law (ex arcivescovo di Boston scomparso nel 2017 e fatto seppellire da Papa Francesco nella basilica di Santa Maria Maggiore) fu richiamato a Roma dalla Santa Sede nel 2004, garantendogli l’immunità, durante l’ultimo periodo di regno di Giovanni Paolo II, al fine di sottrarlo ad un processo poiché aveva spostato da una parrocchia all’altra un prete pedofilo. Da questa vicenda orribile fu tratto anche un film: Spotlight. Un altro cardinale pedofilo, l’austriaco Hans Groer, non venne punito dal Vaticano perchè protetto dall’allora segretario di Stato, Sodano anche se gli fu concesso di vivere in un convento fino alla sua morte avvenuta nel 2003.

    McCarric durante l’udienza avvenuta oggi si è dichiarato non colpevole. Ha fatto ingresso in tribunale, in abiti civili, con una mascherina e appoggiandosi ad un girello. La corte ha fissato una cauzione di 5 mila dollari intimando all’ex prelato di mantenere le distanze dalla vittima.

    https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/cardinale_mccarrick_pedofilia_tribunale_usa_papa_francesco_cosa_e_successo-6173753.html

  • In fiamme le chiese canadesi per le tombe dei bimbi nativi, padre Maggi: “Le gerarchie abbiano il coraggio di chiedere perdono”

    In fiamme le chiese canadesi per le tombe dei bimbi nativi, padre Maggi: “Le gerarchie abbiano il coraggio di chiedere perdono”

    CITTÀ DEL VATICANO. In Canada si è pericolosamente alzato il livello di agitazione e rabbia. Credo sia urgente che la Chiesa locale mandi un segnale distensivo». Non basta il «profondo dolore» espresso il mese scorso. «Serve una richiesta di scuse, perché qualche gravissimo sbaglio temo lo abbia commesso. Così potranno calmarsi un po’ gli animi e si potrà procedere con maggiore lucidità nelle indagini». Lo afferma il teologo padre Alberto Maggi dopo che altre due chiese sono state date alle fiamme nella regione della Columbia Britannica. Gli incendi sembrano legati alla scoperta dei resti di 215 bambini alunni della Kamloops Indian Residential School, «sconvolgente» l’ha definita papa Francesco in un recente Angelus. Si tratta prevalentemente di ragazzini nativi, seppelliti anonimi nei pressi degli ex collegi e delle ex residenze in molti casi gestiti dalla Chiesa.

    Padre Maggi, qual è stata la sua reazione a questa triste storia?

    «Mi ha fatto orrore conoscere la vicenda. Sono rimasto letteralmente ammutolito. Le confesso che non ho avuto quasi più il coraggio di leggere gli ultimi articoli di giornale. Mi fa un male fisico. Non sembra possibile una mostruosità simile».

    Ora che cosa si aspetta?

    «Che emergano al più presto fuori la verità e le responsabilità nei dettagli. Come ha detto il Pontefice, le autorità politiche e religiose devono continuare a collaborare con forza per fare luce e “impegnarsi umilmente in un cammino di riconciliazione”».

    Basterà questo impegno?

    «Temo di no. Le gerarchie ecclesiastiche locali dovrebbero anche mandare un messaggio diverso, che segni un cambio di passo, con una maggiore apertura alla possibilità che possa avere gravemente sbagliato qualcosa nel passato. Stanno crescendo tensione e conflittualità, servirebbe un intervento pubblico di distensione. Il coraggio di chiedere scusa. La Chiesa in generale invita i fedeli a domandare perdono: che bello sarebbe lo facesse lei stessa più spesso! Sull’esempio di San Giovanni Paolo II. Così in Canada potrà mostrare di avere svoltato verso una via che, come ha indicato papa Francesco, porti lontano dal modello colonizzatore e anche delle colonizzazioni ideologiche di oggi».

    Che idea si è fatto degli errori compiuti?

    «Anche se bisogna attendere l’esito dell’inchiesta, è evidente che ci sono state parti di Chiesa che non hanno vissuto né trasmesso il Vangelo. La Parola di Gesù è vita, non menzogna, castigo, repressione, morte. E una Chiesa che ipocritamente si allontana dal Vangelo dà spazio al diavolo e diventa un’istituzione che provoca danni, anche terribili».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/06/28/news/in-fiamme-le-chiese-canadesi-padre-maggi-le-gerarchie-abbiano-il-coraggio-di-chiedere-perdono-1.40438865

  • Il Vaticano punisce vescovo polacco per aver coperto abusi, lui si candida a sindaco e viene eletto

    Il Vaticano punisce vescovo polacco per aver coperto abusi, lui si candida a sindaco e viene eletto

    Città del Vaticano – Mentre si sta avviando a conclusione l’indagine affidata dal Papa al cardinale Angelo Bagnasco per fare luce sulle supposte coperture ai preti pedofili del cardinale Dziwisz, nella cattolicissima Polonia, patria di San Giovanni Paolo II, un altro incredibile caso è spuntato fuori, dando altro filo da torcere a Roma. Si tratta dell’ex arcivescovo di Danzica, monsignor Leszek Slavoj Glodz già messo sotto indagine l’anno scorso dal Vaticano per sospette negligenze riguardo denunce di abusi fino alla richiesta di dimissioni con l’ammonizione a risiedere fuori del territorio della diocesi di Danzica e non partecipare più ad alcuna celebrazione liturgica in pubblico. 

    L’arcivescovo – che ha sempre negato con forza ogni addebito – per tutta risposta aveva presentato in obbedienza le dimissioni al Papa (subito accettate), trasferendosi subito in una altra provincia dove si è candidato a sindaco vincendo le elezioni a Piaski, un piccolo paesino situato nel nord-est della Polonia.

    Danzica, la storia di monsignor Leszek Slavoj Glodz

    Il prelato due settimane fa è stato eletto a maggioranza in barba al Codice di diritto canonico che vieta assolutamente ai vescovi di ricoprire cariche pubbliche statali che implicano la partecipazione all’esercizio del potere secolare. Una carica di fatto incompatibile con il suo status ecclesiale che apre di fatto un altro contenzioso con Roma. Le limitazioni all’attività del clero nella vita pubblica possono essere considerate solo sulla base del diritto canonico mentre per l’ordinamento polacco il clero gode degli stessi diritti e doveri dei cittadini laici, quindi può di fatto prendere parte attiva e passiva alla vita politica. Limitare i loro diritti, in pratica, sarebbe una violazione della Costituzione della Repubblica di Polonia e degli accordi internazionali ratificati. Insomma una bella grana.

    La Nunziatura in Polonia il 29 marzo scorso aveva diffuso un comunicato che annunciava di aver completato la indagine canonica sulle vicende dell’arcivescovo Głódź, agendo secondo le disposizioni del Codice e del motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi”. Ovviamente nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo del genere. L’arcivescovo punito dal Vaticano per negligenze in fatto di abusi ora si ritrova sulla poltrona di primo cittadino. 

    Il caso di Glodz fa tornare alla mente la scomunica comminata a suo tempo – 2008 – ad un altro vescovo, Fernando Lugo che in Paragyay si mise alla guida di una coalizione di centro-sinistra e venne eletto presidente sbaragliando la blindatissima candidata del partito Colorado (di centro-destra). L’ex vescovo – nel frattempo sospeso a divinis dal Vaticano – aveva ottenuto il 40,82% mentre Blanca Ovelar si era fermata al 30,72%.  

    La Congregazione dei Vescovi all’epoca era guidata dal cardinale Re dovette intervenire subito con la sospensione “a divinis”. Nella lettera ufficiale inviata al vescovo si leggeva: «Considerando la sua intenzione a non rinunciare all’incarico espressa il giorno di Natale, con sincero dolore compio il mio dovere infliggendo a Sua eccellenza, la pena della sospensione ‘a divinis’, proibendole anche di esercitare tutte le funzioni inerenti all’ufficio episcopale».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_vescovo_abusi_sindaco_polonia_chi_e_cosa_e_successo_oggi_27_giugno_2021-6047902.html