Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Giovanni Paolo II

  • L’ombra dei pedofili e le strane carriere dei porporati gay tra le mura vaticane

    L’ombra dei pedofili e le strane carriere dei porporati gay tra le mura vaticane

    Dopo il caso McCarrick Bergoglio ruimanda la resa dei conti al vertice di febbraio

    Non basterà a papa Francesco la ormai certa riduzione allo stato laicale dell’ex cardinale statunitense Theodore McCarrick per calmare le acque e gestire a suo modo il vertice sugli abusi sessuali del clero convocato in Vaticano dal 21 al 24 febbraio prossimo, con la presenza dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo.

    Come si ricorderà, la vicenda McCarrick un abusatore seriale – ha provocato un vero e proprio terremoto nella Chiesa cattolica, che dagli Stati Uniti è arrivato in Vaticano, fino a Santa Marta, residenza del Pontefice. Il problema non sono solo gli abusi sessuali, principalmente su seminaristi, che risalgono già agli anni ’80 e proseguiti per oltre venti anni. Ciò che maggiormente inquieta è come sia stato possibile che malgrado ci fossero denunce e voci insistenti sulla sua omosessualità attiva e sugli abusi, abbia potuto fare una brillantissima carriera ecclesiastica essendo stato promosso fino all’arcidiocesi di Washington e addirittura nominato cardinale, ancora al tempo di san Giovanni Paolo II. È anche il tema dell’ormai famosa lettera-dossier pubblicata nell’agosto scorso dall’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, che ha chiamato in causa diversi esponenti della Curia Romana e lo stesso papa Francesco che, pur a conoscenza dei dossier su McCarrick, gli ha dato importanti incarichi personali per conto della Santa Sede.

    Lo scorso ottobre, poi, papa Francesco ha accettato le dimissioni di McCarrick dal cardinalato ma solo dopo che era emersa la denuncia riguardo agli abusi su un minorenne. E ora, dopo un processo-lampo alla Congregazione per la Dottrina della Fede, si attende che il Papa lo riduca allo stato laicale. Ma ciò che è apparso chiaro in questi mesi è che papa Francesco vorrebbe chiudere qui il capitolo McCarrick e poi passare semplicemente a decidere le misure per evitare che simili cose accadano in futuro. Ha infatti chiuso l’archivio vaticano ai vescovi americani che volevano una inchiesta radicale, rimandando ogni eventuale iniziativa a dopo il vertice di febbraio. E anche nella lettera ai vescovi Usa dello scorso 1 gennaio proprio sul tema degli abusi sessuali, è evidente il tentativo di confinare ai soli Stati Uniti il problema McCarrick.

    Il motivo è comprensibile: ci sono vescovi e cardinali strettamente legati a McCarrick che risultano nel circolo degli amici di papa Francesco. A cominciare da Donald Wuerl, chiamato a suggerire i candidati all’episcopato negli Stati Uniti al posto del silurato cardinale Raymond Burke. Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ne ha coperto chiaramente le responsabilità in tutti questi anni e proprio nei giorni scorsi sono emerse nuove testimonianze che lo inchiodano. Ma c’è anche il cardinale Kevin Farrell, altro pupillo di McCarrick, che oltre alla porpora ha avuto in «dono» a Roma la guida del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Anche lui mantenuto al suo posto malgrado l’assoluta inattendibilità della reclamata ignoranza sul «vizietto» di McCarrick. Farrell peraltro è anche responsabile della «svolta omosessuale» all’ultimo Incontro mondiale della Famiglia a Dublino, lo scorso agosto, quando a parlare è stato invitato il gesuita americano padre James Martin, che ha lanciato una crociata per inserire l’agenda Lgbt nella Chiesa.

    Proprio la questione dell’omosessualità nel clero sta infiammando la preparazione del vertice sugli abusi. È evidente che papa Francesco non ne vuole parlare in alcun modo, e anzi ha più volte affermato che la causa degli abusi sessuali va ricercata nel clericalismo, in pratica un abuso di potere. E alcuni suoi collaboratori si sono spinti perfini a negare l’evidenza, ovvero che McCarrick abbia avuto relazioni omosessuali.

    Sicuramente una pubblica critica che leghi gli abusi sessuali del clero all’omosessualità sarebbe molto impopolare agli occhi del «mondo». Papa Francesco anche recentemente ha detto che chi ha tendenze omosessuali non dovrebbe diventare prete, ma lì si è fermato.

    C’è però il fondato timore che il vertice di febbraio sarà usato da chi vorrebbe legittimare l’omosessualità anche nel clero: «Si può essere bravi preti anche se gay», è il ritornello di moda tra le correnti più progressiste, ma sicuramente ci sono cardinali influenti, come il tedesco Reinhard Marx, l’austriaco Christoph Schömborn, lo statunitense Blaise Cupich, che non hanno nulla da obiettare. Certo, evitare di parlare di un problema omosessualità nel clero è il primo passo per una sua legittimazione.

    Per questo nelle ultime settimane ci sono stati diversi interventi di cardinali che hanno criticato l’approccio di papa Francesco al tema abusi. Tra questi i due cardinali superstiti dei Dubia, Walter Brandmüller e Raymond Burke. Il primo ha ricordato ciò che anche un dettagliato rapporto negli Stati Uniti ha messo in evidenza: l’80% degli abusi sessuali non sono commessi su bambini ma su adolescenti maschi. Vuol dire che il legame tra omosessualità e abusi sessuali è «statisticamente provato». Ciò non vuol dire che tutti i preti con tendenze omosessuali siano potenzialmente abusatori, ha sottolineato Burke, ma è un fatto che la stragrande maggioranza di questi abusi vengano da una «debolezza morale» che non c’entra nulla con il clericalismo. Ancora più chiaro l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Gerhard Müller che, in una lunga dichiarazione, ha affermato tra l’altro che «balbettare di clericalismo o di strutture della Chiesa come causa, è un insulto alle molte vittime degli abusi sessuali».

    Ad alzare ulteriormente la temperatura, in questi giorni sono scese in campo anche delle associazioni di laici, che hanno lanciato una petizione online da presentare ai vescovi che parteciperanno al vertice vaticano. Il titolo non lascia spazio ad equivoci: «Fermiamo la rete omosessuale nella Chiesa». È stata lanciata da una associazione svizzera, Pro Ecclesia, sostenuta dal sito americano LifeSiteNews, ma immediatamente rilanciata in tutte le lingue (in italiano da La Nuova Bussola Quotidiana). Chiede una serie di misure, tra cui la reintroduzione di un articolo del Codice di Diritto Canonico del 1917 che stabiliva sanzioni dure, fino alla riduzione allo stato laicale, per i chierici responsabili di atti omosessuali. Improbabile che il Papa acconsenta, ma gli sarà comunque difficile lasciare il tema omosessualità fuori dalla porta del vertice.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lombra-dei-pedofili-e-strane-carriere-dei-porporati-gay-mura-1631508.html?fbclid=IwAR07v6zRca6bQJGOhRxddqOsEdwUdcngM1ymCHIh6vzGmajJQW-9cl10QLE

  • Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi del sacerdote Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    MADRID-ADISTA. Il Vaticano sapeva dei reati di pedofilia del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, dal 1943. Non si è proceduto contro di lui perché «coloro che lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». È quello che ha detto il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata (la Congregazione per i religiosi), il card. João Braz de Aviz in un servizio del settimanale cattolico spagnolo Vida nueva pubblicato nel numero del 15 novembre 2018. Se è riemerso dalle brume della disattenzione (anche di Adista, confessiamo) è per merito del quotidiano El País che ne riferisce il 2 gennaio, trovando eco su molti media in varie parti del mondo.

    Il prefetto si trovava a Madrid perché aveva assistito all’Assemblea generale della Confederazione dei religiosi spagnoli (13-15/11/18). Il settimanale riporta le risposte, tutte interessanti e su vari temi, del cardinal prefetto in un libero scambio con i religiosi, e certo la sua affermazione su Maciel, quella che abbiamo virgolettato all’inizio, è quella che, infine e a ragione, ha fatto maggior chiasso. Peraltro corredata da qualche breve considerazione: «Ho l’impressione – ha detto – che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Proprio «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male», «si mentiva». «A quelli della mia generazione – ha lamentato – nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione».

    È El País a ricostruire con maggiori dettagli il percorso tortuoso e inefficace (fu sotto indagine per ben due volte, nel 1956 e nel 1959) delle denunce contro Maciel, che il quotidiano descrive come «amico di vari papi e il maggiore predatore sessuale della storia recente della Chiesa», «presentato per anni da Giovanni Paolo II come apostolo della gioventù e coccolato da innumerevoli vescovi e cardinali, molti dei quali spagnoli», condannato nel 2006 sotto Benedetto XVI – «mesi dopo la morte del pontefice polacco» – a ritirarsi in Messico dedicando il resto della vita «alla penitenza e alla preghiera», e morto «senza chiedere perdono due anni più tardi, quando una commissione di indagine aveva già portato alla luce senza ombra di dubbio le sue attività delittuose e una vita di bagordi tollerata dal Vaticano» (ebbe anche vari figli da diverse donne). E tuttavia, pur togliendo a p. Maciel il diritto di esercitare il suo ministero di sacerdote, il dicastero vaticano comunicava (v. Adista Notizie n. 29/11) di aver deciso, dopo «attento studio», di «rinunciare ad un processo canonico», adducendo a motivi ufficiali l’età avanzata e la cagionevole salute di Maciel che all’epoca aveva 86 anni. Un ulteriore riguardo, insomma, dopo un annosissimo immobilismo criminale che ha permesso all’abusatore di continuare a delinquere.

    «Le denunce delle sue innumerevoli vittime [di pedofilia], alle quali si aggiunsero più tardi quelle delle donne con le quali il sacerdote Maciel aveva avuto figli», seguita El País, «gravarono sulla situazione fino a renderla insopportabile per il Vaticano», ma, «nessuno prese misure. “Non si processa un amico del papa”, argomentavano quelli che dovevano intervenire, in primo luogo il card. Joseph Ratzinger, oggi papa emerito. Maciel era anche amico suo, oltre che confessore del papa polacco in più occasioni».

    Ricorda il quotidiano che «appena una settimana prima che Ratzinger [ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede] notificasse l’apertura di un’indagine [a carico di Maciel], il celebre fondatore dei Legionari festeggiò i suoi 60 anni di sacerdozio con un atto al quale assistettero il papa [Giovanni Paolo II] e il suo segretario di Stato, cardinal Angelo Sodano». Il papa polacco, un santo. (eletta cucuzza)

    https://www.adista.it/articolo/60475?fbclid=IwAR3G-Tz-ipBbUR9v4Up5IVQHkfofgqNlvOGJbKgOKpFvM5sdqDCdhx2FHi8
     

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

    Pietro Orlandi: “Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso; dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”

    La sua richiesta di verità non si fermerà, come non si è mai fermata da 35 anni a questa parte. “Purtroppo, il muro di gomma con Papa Francesco si è alzato più di prima – ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, intervenendo a La Storia Oscura su Radio Cusano Campus -. Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso, che deve restare chiuso. Perché la verità è un peso così grande per la Chiesa e l’immagine della Chiesa che preferiscono subire tutti questi dubbi da parte dell’opinione pubblica e dei media, piuttosto che fare qualcosa per dirci come andarono le cose. E per tutto questo, dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”.“

    Nelle sue parole si percepiscono dolore e anche comprensibile rabbia: “Il problema – dice Pietro Orlandi – è che non ci danno risposte e questa è la cosa più assurda, cioè è difficile anche riuscire a fissare un appuntamento tra il nostro avvocato e il Procuratore di giustizia vaticano. Non dico che si fanno negare, ma quasi. Un muro di gomma, una situazione veramente assurda. Papa Francesco, almeno a Natale, dica una parola su Emanuela. Ma non la dirà mai. Mi disse solo ‘Emanuela è in cielo’, quindi sa che è morta? Purtroppo dopo quella volta non sono più riuscito a parlarci nonostante le mie tante richieste per incontrarlo, per spiegargli tante cose, per capire il perché di quella sua frase”.

    “Se mia sorella è morta, credo che dopo 35 anni sia ora di fare qualcosa per ritrovarla, per ritrovare almeno il suo corpo e dare relativamente pace a me e alla mia famiglia. E poi cercare di capire come è morta, chi l’ha rapita e uccisa, perché due cose sono certe: Emanuela non è scappata di casa e non si è suicidata. In occasione di questo Natale, il 35° senza Emanuela, rilancio il mio appello al Papa e al Vaticano, anche se lo faccio in continuazione e da sempre: pubblicamente e in maniera riservata” conclude Pietro Orlandi.

    Emanuela Orlandi, un mistero lungo 35 anni

    Nel 2015, a 32 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, giovane cittadina vaticana, avvenuta il 22 giugno del 1983, la procura di Roma chiese l’archiviazione delle indagini. Il procedimento dei magistrati capitolini riguardò anche Mirella Gregori, la ragazzina 15enne di cui si erano perse le tracce in circostanze molto simili il 7 maggio 1983, ovvero 45 giorni prima della Orlandi.

    In tutti questi anni la famiglia di Emanuela, soprattutto il fratello Pietro, ha rivolto numerosi appelli alle autorità ecclesiastiche per arrivare alla verità sulla fine della ragazza. Le avvocatesse Anna Maria Bernardini De Pace e Laura Sgrò hanno presentato numerose istanze dopo aver ricevuto alcune segnalazioni, sempre senza riscontri, che indicavano “la tomba di Emanuela all’interno delle Mura”. La famiglia non si è mai arresa: “E’ un sacrosanto diritto avere verità e giustizia, non ci rinunceremo mai”, aveva detto, in occasione dell’ultimo anniversario della scomparsa, il fratello Pietro.

    Il giorno della scomparsa

    Emanuela Orlandi oggi avrebbe cinquant’anni: erano le 19 del 22 giugno 1983 quando la ragazzina, dopo essere uscita da una scuola di musica, svanì letteralmente nel nulla. La ragazza è la figlia quindicenne di un messo della prefettura della Casa pontificia ed è cittadina del Vaticano. A maggio era già scomparsa un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela e figlia dei titolari di un bar di via Volturno: i due casi vengono quasi subito collegati. Come di “una stessa cosa” ne parlò Ali Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II, ma non sono mai emersi elementi concreti: le ragazze non si conoscevano né sono mai stati trovati elementi che facessero anche solo ipotizzare un collegamento tra di loro.

    Una prima infruttuosa inchiesta terminò nel luglio 1997. Poi grande attenzione mediatica attirò il coinvolgimento nel caso della banda della Magliana, che spesso era stata tirata in ballo. Era il 2008: Sabrina Minardi, ex compagna di Enrico De Pedis, uno dei capi della banda, sostenne che Emanuela sarebbe stata uccisa dopo essere stata prigioniera nei sotterranei di un palazzo vicino all’Ospedale San Camillo: nessun riscontro fu trovato nemmeno dopo le analisi sulle ossa rinvenute nella cripta di Sant’Apollinare, a Roma, nella quale era stato seppellito De Pedis.

    http://www.today.it/cronaca/pietro-orlandi-papa-francesco.html
  • Abusi, il Papa rimuove il vescovo ausiliare di Los Angeles accusato di violenze su un minore

    Abusi, il Papa rimuove il vescovo ausiliare di Los Angeles accusato di violenze su un minore

    Il caso di monsignor Alexander Salazar esaminato nel 2005 dalla Dottrina della Fede e poi da un organismo di laici dell’arcidiocesi statunitense. Oggi le dimissioni, l’arcivescovo Gomez: «Decisione presa per la guarigione delle vittime e il bene della Chiesa»

    Un vecchio caso di abusi risalente agli anni ’90 ha portato oggi alle dimissioni del vescovo ausiliare di Los Angeles, Alexander Salazar, 69 anni. Sul presule pesa un’accusa di cattiva condotta sessuale a danno di un minorenne, che si sarebbe verificata una ventina di anni fa quando era ancora sacerdote; a riguardo era stata condotta una indagine delle forze dell’ordine nel 2002 senza che però venisse avviata un’azione legale. E senza che il tutto fosse comunicato all’arcidiocesi, che, una volta riemerso il caso, ha sottoposto il tutto prima alla Congregazione per la Dottrina della Fede che aveva imposto alcune «misure precauzionali» al vescovo e poi ad un organismo indipendente composto da laici ed esperti dell’arcidiocesi per vagliare i casi di abusi nel clero. Il comitato, il Clergy Misconduct Oversight Committee, ha attestato la veridicità dell’accusa richiedendo la sospensione del vescovo.

    Tutto questo avveniva intorno al 2005, un anno dopo l’ordinazione episcopale di Salazar, figlio di emigranti del Costa Rica, nominato ausiliare della importante diocesi californiana per volontà di Giovanni Paolo II e consacrato vescovo dal cardinale Roger Michael Mahony, all’epoca arcivescovo di Los Angeles, riconosciuto colpevole di insabbiamento di 129 casi di pedofilia da parte di sacerdoti della chiesa losangelina.

    Oggi, 19 dicembre 2018, giunge quindi la notizia della rinuncia del vescovo accettata dal Papa, come reso noto dalla Sala Stampa della Santa Sede che ha diffuso anche la lettera dell’attuale arcivescovo di L.A. Jose Gomez indirizzata ai fedeli della metropoli statunitense, in cui informa della decisione del Papa e ripercorre la vicenda del vescovo ausiliare, recentemente nominato anche vicario dell’Ufficio dei Ministeri Etnici.

    «Mi dispiace informarvi che nel 2005, un anno dopo essere stato ordinato vescovo, l’arcidiocesi è stata messa al corrente di un’accusa contro il vescovo Salazar di cattiva condotta con un minorenne, prima che fosse ordinato vescovo, quando prestava servizio come sacerdote in una parrocchia», si legge nella missiva. L’accusa, precisa Gomez, «non è mai stata riferita direttamente all’arcidiocesi», ma «è stata oggetto di indagine delle forze dell’ordine nel 2002» e «il procuratore distrettuale non ha avviato un’azione legale». Poiché Salazar era vescovo al momento dell’accusa, «l’arcidiocesi aveva deferito la questione alla Congregazione per la Dottrina della Fede presso la Santa Sede, che ha condotto un’indagine e ha imposto alcune misure precauzionali al ministero» del prelato.

    Gomez precisa che l’arcidiocesi «non ha ricevuto altre accuse che coinvolgono il vescovo Salazar». Ma che, nell’ambito di «un processo di aggiornamento» sull’elenco di casi di sacerdoti accusati di abusi, aveva chiesto al Clergy Misconduct Oversight Committee di esaminare tutte le accuse di cattiva condotta sessuale che coinvolgono minori. E quindi «nell’interesse di un giusto processo», considerando anche che lo stesso Salazar sin dal primo momento ha negato ogni addebito, «ho chiesto e ricevuto il permesso dalla Congregazione per i Vescovi di portare l’accusa davanti al Clergy Misconduct Oversight Committee», scrive il pastore nella sua lettera.

    Il board «ha ritenuto credibile l’accusa»: le conclusioni e le raccomandazioni dell’organismo sono state consegnate dallo stesso Gomez alla Santa Sede, insieme ad un suo parere. Dalla Congregazione vaticana è giunta quindi la raccomandazione all’arcidiocesi di sospendere Salazar da ogni sua funzione.

    «Sono grato per l’amorevole preoccupazione del Santo Padre per la famiglia di Dio qui nell’Arcidiocesi di Los Angeles», sottolinea l’arcivescovo nella lettera. «Queste decisioni sono state prese con profonda preoccupazione per la guarigione e la riconciliazione delle vittime di abusi e per il bene della missione della Chiesa. Continuiamo a rimanere vicini alle vittime e ai sopravvissuti attraverso le nostre preghiere e le nostre azioni».

    Nato a San Jose, Costa Rica, il 28 novembre 1949, Alexander Salazar era emigrato negli Stati Uniti con la sua famiglia nel 1953 per poi stabilizzarsi Los Angeles, ottenendo la cittadinanza americana all’età di 18 anni. Dopo gli studi e alcuni impieghi da contabile, Salazar è entrato nel St. John’s Seminary di Camarillo ed è stato ordinato sacerdote a Los Angeles il 16 giugno 1984. Da prete padre Salazar ha prestato servizio in diverse parrocchie: San Gregorio Magno a Whittier, nella parrocchia dell’Assunzione della Beata Vergine Maria a Pasadena e nella Cattedrale di Santa Vibiana a Los Angeles. È stato nominato amministratore temporaneo di Santa Teresa d’Avila nel 1994 e parroco nel 1995. È in quegli anni che, secondo le accuse, dovrebbe essersi consumata la violenza. Nel 2003 Salazar aveva poi ricevuto la nomina di vice cancelliere dell’Arcidiocesi di Los Angeles e cappellano onorario di Sua Santità. L’anno dopo fu Giovanni Paolo II a nominarlo ausiliare della arcidiocesi Usa ricevendo l’ordinazione episcopale il 4 novembre 2004 dalle mani del cardinale Mahony.

  • Left, Giustizia divina, una denuncia e Rete L’Abuso

    Left, Giustizia divina, una denuncia e Rete L’Abuso

    La Rete L’Abuso ha denunciato presso la procura di Savona i cosiddetti quattro “casi Viganò” italiani. Quattro significative storie di pedofilia nella Chiesa insabbiate dalle gerarchie ecclesiastiche. Left è l’unico giornale che a livello nazionale se ne è occupato costantemente.

    Queste inchieste sono state approfondite dal redattore di Left Federico Tulli e da Emanuela Provera nel loro libro Giustizia divina (Casa Editrice Chiarelettere, 2018) Con il nostro giornalista, ne parlano in studio Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, e Mario Caligiuri, avvocato del foro di Roma * Per la legge vaticana sono prima di tutto dei peccatori, come tali devono espiare secondo i canoni della giustizia divina. Il libro Giustizia divina rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere.

    C’è una giustizia parallela che con il benestare dello Stato italiano – che a volte sfocia nella complicità come denuncia Rete L’Abuso in questo video -, opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. Una giustizia parallela che è la parte più occulta dei numerosi privilegi riconosciuti al mondo ecclesiastico in virtù del Concordato. Benefici che rendono migliaia di cittadini italiani – vescovi, cardinali, parroci, preti suore sacerdoti etc – più cittadini degli altri.

    L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli – che da anni sul settimanale Left segue con inchieste e approfondimenti queste tematiche molto scomode per il Vaticano, la Chiesa e l’Italia – hanno attraversato il Belpaese visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà” e parlando con chi li gestisce e chi vi è assistito. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici.

    C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. «La “posseduta” è una donna e madre di famiglia. È seduta alla sinistra dell’altare, indossa una felpa, un paio di jeans, scarpe da ginnastica; ha i capelli corti e un viso serio e cupo. La pelle olivastra, gli occhi marrone scuro.

    Due uomini e una donna le stanno vicino, le pongono un plaid sulle gambe perché la chiesa è piuttosto fredda e umida; la testa della “posseduta” è appoggiata al muro, dietro le mettono un cuscino nero. L’esorcista è inginocchiato, rivolto verso i fedeli, con gli occhi chiusi». Ci siamo anche noi, abbiamo avuto il permesso di assistere. E nel libro in presa diretta viene raccontato cosa (non) accade durante un esorcismo. E anche come e dove si formano i nuovi “cacciatori del demonio”. Lo sapevate che ogni anno a Roma presso l’università dei Legionari di Cristo si svolge un master per esorcisti? I due autori sono stati anche lì. Attraverso gli esorcisti da tempo la Chiesa cattolica ha lanciato la sua personale battaglia contro le sette, le pratiche esoteriche, magiche o sataniche. Non che in Italia siano particolarmente diffuse ma un esorcista in ogni diocesi era un progetto di Benedetto XVI e in Italia è stato ormai quasi del tutto realizzato.

    A Milano, per dire, nel 2012 il cardinale Angelo Scola ha nominato dodici nuovi sacerdoti, e c’è anche un call center per consentire alle persone di mettersi in contatto con loro. La «guerra contro il demonio», che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto Paolo VI e Giovanni Paolo II come esponenti di spicco, ha trovato nuovo vigore con papa Francesco. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come il pontefice argentino abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato». E da allora non si è più fermato, fino ad arrivare a una netta presa di posizione quando il 20 settembre 2016 ad Assisi, davanti a oltre cinquecento leader religiosi e politici di tutto il mondo, ha affermato: «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti». Oltre ad essere, sempre secondo la Chiesa, il responsabile della pedofilia, degli scandali finanziari, etc etc etc Seguici anche su Facebook! https://www.facebook.com/LeftAvvenime…

  • PROCESSO A DON BARONE. In aula parla una mamma: “Mia figlia soggiogata dal sacerdote. Sesso orale per liberarsi dal demonio”

    PROCESSO A DON BARONE. In aula parla una mamma: “Mia figlia soggiogata dal sacerdote. Sesso orale per liberarsi dal demonio”

    CASAPESENNA – Nell’udienza di ieri del processo a carico di don Michele Barone è stata ascoltata in aula, tra gli altri, la mamma di una ragazza, convinta di essere posseduta dal demonio. Da qui il suo completo affidarsi al religioso. La giovane percorreva ogni giorno i chilometri di distanza che separano Maddaloni e Casapesenna, pur di pregare con lui.

    Con i rituali, però, c’erano anche i rapporti sessuali.

    “Mia figlia è stata costretta ad avere rapporti orali col sacerdote – ha dichiarato la donna – Secondo Barone, tramite mia figlia parlava papa Giovanni Paolo II. Le aveva fatto un tale lavaggio del cervello che quando l’altra mia figlia ha partorito, la convinse a chiamare il figlio Karol, come il papa.”

    E ancora “Appresi dall’amica di mia figlia, che anche lei era costretta a atti sessuali della stessa natura. Io l’ho sempre saputo che era tutto finto, che mia figlia si è fatta completamente soggiogare. Tant’è che simulavo quello che faceva il prete gettandole acqua della fontana addosso, e lei sobbalzava lo stesso, come faceva con quella benedetta“.

    Sugli abusi ha detto: “Un giorno mia figlia ricevette un messaggio dalla sua amica. Poi si videro a casa mia, entrambe piangevano, le costrinsi a raccontarmi che stava succedendo e mi dissero che il prete le costringeva a rapporti orali. Il sacerdote diceva loro che era Gesù a ordinare di fare sesso orale perché da questo dipendevano la liberazione spirituale di mia figlia e del cognato della sua amica“.

    Entrambe le ragazze hanno denunciato il sacerdote per abusi sessuali avvenuti sia a Casapesenna che durante i pellegrinaggi a Medjugorje.

    PROCESSO A DON BARONE. In aula parla una mamma: “Mia figlia soggiogata dal sacerdote. Sesso orale per liberarsi dal demonio”

  • Savona SABATO 1 DICEMBRE “Giustizia divina” alla UBIK la presentazione del libro che finisce all’ONU e in un’integrazione che Rete L’ABUSO depositerà alla procura Savona

    Savona SABATO 1 DICEMBRE “Giustizia divina” alla UBIK la presentazione del libro che finisce all’ONU e in un’integrazione che Rete L’ABUSO depositerà alla procura Savona

    Per la prima volta ricostruita la mappa dei siti segreti in cui la Chiesa italiana nasconde i preti scomodi affinché espiino i loro “peccati” lontano da occhi e giornalisti indiscreti. Strutture in cui vengono assistiti e curati quelli che il Vaticano definisce sacerdoti in difficoltà: pedofili, efebofili, ludopatici, alcolisti, in crisi vocazionale, affetti da sindromi varie (burn out, depressione etc). Un’inchiesta unica nel suo genere che interseca anche il mondo dell’esorcismo. È difatti l’Italia il Paese con più esorcisti al mondo. Come mai? Lo scoprirete leggendo GIUSTIZIA DIVINA.

    «In parrocchia arrivò un sacerdote che, a mio parere, aveva un problema serio con i bambini. Mi sembrava di aver fatto una cosa giusta denunciandolo, ma sono stato percepito come un disturbatore» [Dalla testimonianza di un ex prete].
    «…Ed è stato grazie alla nostra inchiesta sul caso di Giada Vitale che l’avvocato Caligiuri e la Rete L’abuso hanno iniziato a raccogliere gli elementi per presentare un esposto contro il governo italiano reo di aver violato la convenzione di Lanzarote sui diritti dei minori e la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza». [Dall’introduzione di Giustizia divina; il libro è stato allegato alle denunce come fonte di possibili notizie di reato]
    *
    Questo libro rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere. Per la legge vaticana sono prima di tutto dei peccatori, come tali devono espiare secondo i canoni della giustizia divina. C’è una giustizia parallela che opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona.

    «La “posseduta” è una donna e madre di famiglia. È seduta alla sinistra dell’altare, indossa una felpa, un paio di jeans, scarpe da ginnastica; ha i capelli corti e un viso serio e cupo. La pelle olivastra, gli occhi marrone scuro. Due uomini e una donna le stanno vicino, le pongono un plaid sulle gambe perché la chiesa è piuttosto fredda e umida; la testa della “posseduta” è appoggiata al muro, dietro le mettono un cuscino nero. L’esorcista è inginocchiato, rivolto verso i fedeli, con gli occhi chiusi». Ci siamo anche noi, abbiamo avuto il permesso di assistere. E nel nostro libro in presa diretta raccontiamo cosa (non) accade durante un esorcismo. E anche come e dove si formano i nuovi “cacciatori del demonio”. Lo sapevate che ogni anno a Roma presso l’università dei Legionari di Cristo si svolge un master per esorcisti? Siamo stati anche lì.

    Attraverso gli esorcisti da tempo la Chiesa cattolica ha lanciato la sua personale battaglia contro le sette, le pratiche esoteriche, magiche o sataniche. Non che in Italia siano particolarmente diffuse ma un esorcista in ogni diocesi era un progetto di Benedetto XVI e in Italia è stato ormai quasi del tutto realizzato. A Milano, per dire, nel 2012 il cardinale Angelo Scola ha nominato dodici nuovi sacerdoti, e c’è anche un call center per consentire alle persone di mettersi in contatto con loro. La «guerra contro il demonio», che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto Paolo VI e Giovanni Paolo II come esponenti di spicco, ha trovato nuovo vigore con papa Francesco. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come il pontefice argentino abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato». E da allora non si è più fermato, fino ad arrivare a una netta presa di posizione quando il 20 settembre 2016 ad Assisi, davanti a oltre cinquecento leader religiosi e politici di tutto il mondo, ha affermato: «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti». Oltre ad essere, sempre secondo la Chiesa, il responsabile della pedofilia, degli scandali finanziari, etc etc etc…

    GLI AUTORI
    Emanuela Provera, cattolica, vive e lavora come libera professionista a Milano. Nel 2006 ha collaborato al libro «Opus Dei segreta» (Ferruccio Pinotti, BUR-Rizzoli) offrendo la sua testimonianza personale come ex numeraria dell’Opus Dei, istituzione di cui ha fatto parte dal 1986 al 2000. Ha scritto «Dentro l’Opus Dei» (Chiarelettere 2009).

    Federico Tulli è redattore del settimanale Left. Già condirettore di “Cronache laiche”, collabora con “MicroMega”, per cui firma anche un blog, “Critica liberale”, e “Globalist”. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: «Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro» (2010), «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» (2014) e «Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos» (2015).

  • La condanna del don abusatore svela i peccati della curia

    La condanna del don abusatore svela i peccati della curia

    Dalle motivazioni per la pena (6 anni e 4 mesi) inflitta a Galli emergono violazioni al diritto canonico da parte della diocesi

    di Giorgio Gandola

    “Il comportamento delle autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pm alcun impulso a esercitare l’azione penale”. L’assoluzione, o meglio la benedizione laica, arriva dal giudice del tribunale di Milano, Ambrogio Moccia, che nelle motivazioni (durissime) della condanna a 6 anni e 4 mesi di don Mauro Galli per abuso sessuale su un parrocchiano minorenne, tiene a distinguere e a difendere il ruolo dell’allora vicario episcopale, Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda.

    Lui che pur avendo testimoniato alla polizia “mi furono subito segnalati presunti abusi sessuali compiuti durante la notte” non aveva posto le basi per un’immediata indagine canonica; lui che da diretto superiore di don Galli si era limitato a spostarlo da Rozzano a Legnano lasciandogli la responsabilità di gestire adolescenti (circostanza vietata dalle linee guida della Cei), era il convitato di pietra di questo processo. Ai margini, ovviamente senza alcuna responsabilità penale perché, a differenza che in molti Stati esteri, in Italia non c’è obbligo di denuncia da parte dei vescovi.

    Delpini rimane coinvolto in pieno nei richiami formali di papa Francesco e dei suoi predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, all’interno della famosa – e applicata a singhiozzo – tolleranza zero nei confronti non solo dei preti pedofili, ma anche dei vescovi che compiono omissioni nel caso di sacerdoti colpevoli di abusi sessuali sui minori. Sottolinea proprio Bergoglio, nel motu proprio Come una madre amorevole, che il diritto canonico prevede la rimozione dall’ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Il Pontefice precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”.

    A sottolineare la gravità di ciò che accadde la notte del 21 dicembre 2011 nel lettone di don Mauro, dal punto di vista canonico, è lo stesso avvocato Mario Zanchetti nell’arringa processuale. Volendo difendere il suo assistito dal punto di vista penale, il legale ha spiegato in aula: “È del tutto evidente che aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere. È una cosa grave. Non è penalmente rilevante”, proseguì nell’arringa Zanchetti, “ma dal punto di vista ecclesiale è una cosa estremamente grave, che è costata a don Mauro Galli la carriera pastorale”.

    E ancora “Sono 15 anni che seguo la diocesi di Milano e sono 15 anni che a tutti i sacerdoti diventati sacerdoti anche in seminario dico che queste cose sono di una gravità inaudita. Un sacerdote non deve pensare di dormire nella stessa stanza con un ragazzo, figurarsi nello stesso letto”.

    Pesanti imbarazzi restano in vista del processo d’Appello. E deve averne avuti anche papa Francesco quando nel maggio scorso ha evitato di inserire monsignor Delpini, pur da lui molto stimato, fra i candidati per la nomina di 14 cardinali. Nessuna incertezza invece sulla sorte di don Galli, il comportamento del quale è stato definito “abominevole” nelle 21 pagine di motivazione della sentenza giudiziaria, che parla di atti di libidine, palpeggiamenti, tentativi di penetrazione come emerso dal dibattimento. Proprio la lunga elaborazione del ricordo di quei fatti da parte della vittima, per il tribunale è la prova della “sofferta spontaneità delle accuse”; la conferma di una “concupiscenza già sollecitata da un unilaterale impulso di attrazione fisica” sulla quale si pone l’aggravante dell’abuso “in qualità di ministro del culto cattolico”. Il procedimento canonico di questo “abominio” ha un solo accusato e si perde nelle nebbie.

    (trascrizione da La Verità del 22 novembre 2018)

  • Lettera aperta ai Vescovi cattolici statunitensi: è finita. Open letter to the US Catholic bishops: It’s over

    Lettera aperta ai Vescovi cattolici statunitensi: è finita. Open letter to the US Catholic bishops: It’s over

    Cari fratelli in Cristo, pastori, compagni di pellegrini,

    Ci rivolgiamo a voi mentre vi avvicinate all’incontro nazionale di quest’anno a Baltimora perché sappiamo che non c’è nulla da nascondere.

    È finita.

    Tutte le manipolazioni e le contorsioni degli ultimi 33 anni, tutti i tentativi di deviare e equivocare – tutto ciò ha portato la chiesa, ma soprattutto voi, a questo momento.

    È finita.

    Anche i federali sono ora sulla pista. Hanno ordinato di non distruggere alcun documento. Il Dipartimento di Giustizia sta conducendo un’indagine penale nazionale su come avete gestito lo scandalo degli abusi sessuali del clero. È un punto della nostra storia senza precedenti. Vogliamo che voi sappiate che non siete soli in questo momento, non siete stati abbandonato. Ma questa volta deve essere diverso. Questa volta non sarà facile.

    Dalla favola al testo sacro, sappiamo come va. Il punto è raggiunto dove tutti capiscono che il re è nudo, i giusti accusatori leggono la scritta sulla sabbia e svaniscono, le autorità religiose ricevono i rimproveri più pungenti del Maestro. Come classe di governanti religiosi, i più forti tra voi sono diventati piuttosto bravi nell’applicare la legge e rivendicare l’autorità divina nell’emarginare coloro che trasgrediscono la legge. Lo scandalo di abusi prolungati suggerirebbe, tuttavia, che non avete fatto molto bene a giudicare voi stessi.

    Non abbiamo una visione particolare del perché ora – il rapporto del gran Giurì della Pennsylvania, il crollo di Theodore McCarrick – abbia catturato così l’opinione pubblica e spinto la chiesa verso questo limite esterno di esposizione e vulnerabilità. Ci sono teorie, non ultima delle quali è che gli opportunisti tra di noi stanno tentando di usare questo momento per far cadere l’unico Papa che ha detronizzato i vescovi e un cardinale per i loro crimini e imprudenze.

    Ma questo è un problema per un’altra volta.

    La realtà, lo sappiamo tutti, è che è andata avanti da molto tempo. La prima storia nazionale è stata pubblicata su quattro pagine di questa pubblicazione nell’estate del 1985 . Il peggio è accaduto durante il pontificato del frettoloso santo Giovanni Paolo II, un gigante sul palcoscenico mondiale, ma un pastore che ha lasciato vagare i lupi nel proprio gregge. Il suo concetto idealizzato di sacerdozio eroico apparentemente lo ha lasciato incapace di ascoltare la verità da testimoni credibili, compresi i pochi vescovi che hanno osato turbare quel mondo idealizzato con notizie preoccupanti. Promosse fino alla fine Marciel Maciel Degollado, fondatore della Legione di Cristo, e un personaggio che è venuto a rappresentare il peggiore degli scandali di abuso. Maciel, un abile adulatore, ha tenuto a bada l’esame minuzioso con la sua capacità di distribuire un sacco di giovani preti e un sacco di soldi in giro per il Vaticano.

    Si tratta di un marciume nel cuore della cultura affidata alla leadership della comunità cattolica.

    Il punto oltre ogni disputa è che siamo in un momento nella storia della Chiesa degli Stati Uniti – e forse nella storia della chiesa globale – senza precedenti. Non si tratta di questioni discutibili – il celibato o la clausola filiale, o il primato delle Scritture o se la Terra è il centro dell’universo o se le donne dovrebbero essere autorizzate all’ordinazione sacerdotale o qualcuno dei temi caldi che hanno mantenuto un clima turbolento negli ultimi decenni. Questo, invece, riguarda un marciume nel cuore della cultura affidata alla leadership della comunità cattolica. Una marea così pervasiva che ha toccato ogni aspetto della vita della comunità, sconvolgendo tutte le certezze e le presunzioni su chi siamo e chi siete che ha aiutato a tenere insieme questa comunità.

    Coloro che hanno lavorato così ardentemente in passato per rendervi capaci – i fedeli, così traditi, che non potevano credere che vi sareste impegnati in una copertura così deliberata; personaggi del calibro di George Weigel e la sua agiografia acritica e cieca di Papa Giovanni Paolo II; La dottoressa Mary Ann Glendon e il defunto p. Richard John Neuhaus e la loro ingenua celebrazione e difesa di Maciel; il resto del coro di First Things e pubblicazioni simili; il tacito silenzio di tanti altri punti di vista cattolici; l’assurdità del ciarlatano William Donohue e della sua sciocca lega “cattolica” – hanno aiutato a sostenere il vostro scarso racconto, poiché molti di loro hanno denigrato quelli che hanno sollevato le domande difficili e hanno perseguito la verità.

    È finita.

    Nessuno di loro ha più di un caso convincente da produrre. Alcuni di loro ora cercano di incolpare la crisi dei preti gay. Potreste essere tentati di aggrapparvi a quel diversivo, ma non farete altro che prolungare l’agonia già intollerabilmente lunga.

    I preti e i vescovi gay sono certamente tra noi – probabilmente una percentuale maggiore di gay nel clero cattolico, se si vuole credere alle prove aneddotiche e alle chiacchiere private dei Parroci e dei Rettori dei Seminari, di quanto si possa trovare nella popolazione generale.

    La cultura del clero ha un profondo bisogno di una conversazione seria e di un’educazione su questo argomento e molto altro riguardo alla sessualità. Questa discussione è improbabile su scala significativa perché troppi vescovi e troppi preti, se fossero onesti, dovrebbero ammettere un orientamento che la chiesa chiama ancora “disordinato”. A meno che la preponderanza di esperti credibili abbia improvvisamente ribaltato la sua comprensione delle cose, tuttavia, l’orientamento sessuale non è uno degli argomenti che si abbinano agli abusi sessuali.

    L’orientamento sessuale non è un fattore determinante nell’abuso di bambini. Se lo fosse, dovremmo investigare sull’orientamento eterosessuale come causa perché un sacco di abusi sono perpetrati da uomini eterosessuali su ragazzi e ragazze. Quindi, prendete quella strada se volete, ma siate pronti a perdere credibilità per ciò che potrà essere trovato in serbo.

    È finita.

    Vi siete nascosti in una cultura che vi ha protetto per troppo tempo dalle conseguenze dei vostri peggiori istinti. I confini che un tempo proteggevano la vostra cultura dal controllo sono diventati oggi irrilevanti come i fossati e le mura dei secoli precedenti. Non c’è più alcun nascondiglio. Siete stati in grado di assorbire gli eccessi di potere, autorità e privilegi che si sono accumulati nei secoli e, come il tossicodipendente che tocca il fondo, una decisione fondamentale per il recupero è essenziale per la vostra sopravvivenza.

    È finita.

    Avete toccato il fondo non perché l’ultimo sprizzo di cattive notizie è il risultato di una decisione di ripulire e dire la verità. È il risultato di un’altra inchiesta. In breve, siete stati spinti a parole di contrizione perché ancora una volta siete stati costretti. Sì, la maggior parte sono vecchie notizie. Sì, il meccanismo di insabbiamento è stato progettato principalmente da vescovi che non sono più in carica o sono morti. Le organizzazioni giornalistiche, una volta riluttanti a prendervi in giro per paura di essere etichettate anticattoliche, non sono più reticenti.

    Siete diventati certo “clickbait”, cliccati. E continuerete ad essere sotto i riflettori, di diocesi in diocesi, più documenti vengono pubblicati e rivelati e più Tribunali esaminano il funzionamento interno di questa istituzione negli ultimi 50 anni circa. È un dolore auto-inflitto.

    Vescovi, siete stati abbastanza sicuri di ciò che stava succedendo e delle sue potenziali conseguenze che avete impiegato legioni di avvocati individuali e studi associati.

    E per favore smettete di affermare che non sapevate cosa stava succedendo prima del 2002. Se lo scandalo è esploso nel 2002, è stato perché una lunga miccia aveva già scatenato esplosioni in città dopo città e Stato dopo Stato ed è stata ampiamente descritta 17 anni prima della scintilla che colpì Boston. All’indomani di quelle esplosioni, eravate abbastanza sicuri di ciò che stava succedendo e delle sue potenziali conseguenze che avete impiegato legioni di avvocati individuali e studi associati. Sapevate abbastanza per tenere i file segreti sotto chiave. Sapevate che era abbastanza malvagio da doverlo nascondere.

    È finita.

    Non si può negare che avete apportato molte modifiche alle cattive notizie. Avete prodotto un documento per proteggere i giovani. (Giusto notare che ci sono voluti 16 anni per prendere in considerazione l’idea di includere voi stessi tra coloro che devono essere ritenuti responsabili). Avete istituito un ufficio nazionale, avete pagato studi legali specializzati, istituito commissioni di revisione nazionali e locali, avete organizzato servizi di riconciliazione e avete richiesto la formazione per la protezione dei minori e controlli sui precedenti, e pagato miliardi negli accordi. La chiesa è indiscutibilmente un posto più sicuro per i bambini per tutto questo. Ma era stato fatto tutto come reazione alle spinte esterne alla chiesa.

    L’unica cosa che non si può essere costretti a fare è rivelare quello che si viene a sapere attraverso la nostra tradizione sui sacramenti: un esame personale approfondito, dicendo la verità, implorando il perdono e una decisione di riparare.

    La verifica inizia con la domanda alla quale solo voi potete rispondere, individualmente e come gruppo: come mai noi e i nostri fratelli in passato, come leader di questa cultura clericale, raggiungemmo il punto in cui potemmo razionalizzare voltando le spalle ai bambini che erano stati sessualmente abusati dai nostri sacerdoti per proteggere quei preti e la nostra cultura? Uno dei vostri fratelli, il cardinale di Chicago Blase Cupich, ha già illustrato alcune misure appropriate. I vescovi devono “cedere l’autorità”, ha detto, per consentire una maggiore responsabilità verso l’autorità esterna. Ha anche detto che “il privilegio, il potere e la protezione di una cultura clericale” devono essere “sradicati dalla vita della chiesa” o “tutto il resto è un evento secondario”.

    Questi sono punti degni da considerare. L’ incontro che avete programmato per gennaio sarebbe il posto perfetto per farlo proprio tutti insieme. Un consiglio: partecipate in abito civile e lasciate a casa tutti i crismi, i colletti e i completi neri, tutta la seta, i merletti e le croci pettorali. Dio vi riconoscerà. Fate quel piccolo passo in umiltà come si incontrano effettivamente i fratelli. Cercate quelli tra voi che hanno sofferto, che hanno saputo cosa significa passare attraverso il dolore, la dipendenza o la malattia. Chiedete loro di aiutarvi ad uscire da questo momento buio. Loro sapranno indicarvi la via.

    Quando sarà finita, e qui diamo un suggerimento che va contro l’interesse giornalistico: state zitti. Nessuna dichiarazione grandiosa.

    Nei mesi a seguire, dato che l’indagine federale probabilmente comprenderà ancor più documenti e che la miccia accesa continua a scatenare esplosioni, alcuni di voi potrebbero pagare caro per ciò che si è o non si è fatto in passato. Sapremo come è andato il vostro incontro da come vi comporterete in quei momenti.

    Sapremo se avete davvero toccato il fondo e siete in via di guarigione, se avete a cuore il miglior interesse della comunità, o se siete ancora alla ricerca di grazia a buon mercato e via d’uscita facile.

    È finita.

    Nel nome delle vittime minorenni, le famiglie distrutte, i genitori che non conoscono la fine della loro agonia, il corpo di Cristo sottoposto a inesorabile umiliazione da decenni, deve essere finita. Questa volta deve essere diverso.

    Preghiamo per te,

    Tue sorelle e fratelli, i vostri compagni di pellegrini, la chiesa.

    (Traduzione con Google)

    https://www.ncronline.org/news/opinion/open-letter-us-catholic-bishops-its-over

  • Orlandi, ossa di donna scoperte sotto un pavimento rifatto negli anni 80

    Orlandi, ossa di donna scoperte sotto un pavimento rifatto negli anni 80

    Una donna, forse morta tra venti e trenta anni fa. E il mistero di questo nuovo ritrovamento di ossa in una dependance della Nunziatura Apostolica di via Po, diventa ancora più fitto. Soprattutto perché il pavimento dove sono stati recuperati i reperti sembra che sia stato ristrutturato proprio negli anni ’80, se non addirittura nell’83, quando la ragazza è scomparsa. A volerci credere potrebbe trattarsi veramente del cadavere di Emanuela Orlandi, anche se il sigillo della verità è ancora lontano ed è fatto di esami del Dna, di scansioni, di comparazioni.

    Bisognerà aspettare almeno una settimana per sapere qualcosa in più di questa nuova puntata del giallo. Nel frattempo, sono frammenti di informazioni quelli che filtrano, con un’unica certezza, che si tratti di una donna, probabilmente giovane. Mistero nel mistero: accanto allo scheletro trovato in condizioni parzialmente buone (con il cranio composto e due molari), la polizia Scientifica ha recuperato altre ossa, quasi che i corpi siano due. E allora, si capisce perché la procura di Roma sta indagando per omicidio volontario e vuole comparare il Dna con quello della famiglia di Mirella Gregori, l’altra giovanissima sparita nel nulla. Perché la fine della sedicenne figlia del titolare di un bar di via Volturno, è stata da sempre accomunata a quella della Orlandi, in quanto vicina nei tempi e nelle modalità.

    LA DINAMICA
    Nelle prossime ore gli esperti della Scientifica cominceranno ad analizzare i reperti, mentre la Squadra mobile procederà con il resto delle indagini. Diversi gli interrogatori effettuati. Tanti gli aspetti da chiarire, a cominciare dalla dinamica del ritrovamento. «Stavamo scavando, avevamo tolto il pavimento, poi abbiamo visto le ossa e abbiamo dato subito l’allarme», hanno raccontato al pm gli operai che lavoravano alla ristrutturazione di una parte del palazzo della Nunziatura. Ufficialmente il ritrovamento risalirebbe a lunedì scorso, ma potrebbe essere avvenuto anche precedentemente. I primi ad arrivare sul posto sono stati la Gendarmeria e il consulente nominato dal Vaticano, professor Giovanni Arcudi. E in un secondo momento è stato deciso di coinvolgere la magistratura italiana. Perché, a prescindere dal fatto che possa trattarsi di Emanuela Orlandi o di Mirella Gregori, resta un dato importante, e cioè che due corpi sono stati seppelliti sotto il massello di un palazzo ceduto nel 1920 a San Pietro. E che si tratta di persone che non sono certamente decedute per cause naturali, altrimenti avrebbero avuto una sepoltura più degna.

    NUOVO SOPRALLUOGO
    Al momento, nessuno ipotizza ufficialmente che possano essere i resti delle due giovanissime. E però, ci si chiede se il ritrovamento sia stato veramente casuale, e anche se accanto ai corpi sia stato recuperato qualcosa che possa ricondurre inequivocabilmente a Emanuela Orlandi: un indumento, un oggetto, una catenina, un anello. Per questa ragione, l’altra sera la polizia ha effettuato un nuovo sopralluogo a Villa Giorgina, per verificare se ci sia altro da analizzare. Gli esami permetteranno di stabilire con certezza sesso, età, causa ed eventuale data del decesso. E questa prima tranche di analisi richiederà alcuni giorni. Solo dopo gli investigatori proseguiranno con il resto degli accertamenti, sperando che i frammenti ossei siano in buone condizioni e permettano al codice genetico di parlare.

    Intanto, dagli uffici di piazzale Clodio invitano alla calma: «Bisogna attendere con fiducia e non azzardare premature conclusioni», affermano. Ieri hanno ricevuto Pietro Orlandi e il suo avvocato Laura Sgrò. «All’interno del Vaticano non sono mai state fatte delle indagini – dichiara il fratello di Emanuela durante la trasmissione Porta a porta – Il fatto più importante e poco valutato è che pochi anni fa il magistrato Capaldo ha incontrato in Vaticano una persona di spicco in una sorta di trattativa. Il Vaticano voleva una soluzione parziale, di comodo. Due giorni dopo Pignatone ha tolto il caso a Capaldo. Ora mi dicano se mia sorella stava in quel palazzo, del perché ci stava e chi ce l’ha portata».

    Ma dopo 35 anni, quale verità sarà possibile? Quella di un rapimento da parte dei Lupi grigi, che firmarono l’attentato a Giovanni Paolo II? O la versione più accreditata, sebbene non provata fino in fondo, di un sequestro a opera della Banda della Magliana? Di interessi legati a denaro custodito nei conti dello Ior, la Banca vaticana, e in quelli del Banco Ambrosiano. «Non voglio illudermi – dice Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella – ma in cuor mio spero che quelle ossa siano sue, così avrei un luogo dove andare a piangere e portare un fiore a mia sorella. Voglio anche capire perché si è pensato subito a mia sorella ed a Emanuela Orlandi nelle ore successive al ritrovamento».

    Erano già stati cercati nella Basilica di Sant’Apollinare i corpi delle due ragazze. Proprio accanto alla bara di Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana, tumulato in quelle sacre mura per chissà quale ragione reale. «Una grossa donazione», giustificò allora don Pietro Vergari, rettore della chiesa, finito sotto accusa nell’indagine avviata dalla procura dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi, l’ex amante di Renatino. «È stato lui a organizzare il sequestro della Orlandi», raccontò la donna ai magistrati. Poi le sue rivelazioni coinvolsero monsignor Marcinkus, per anni ai vertici dello Ior, la banca vaticana. Lo tacciarono di pedofilia, di volere avere ragazze giovani, che De Pedis, puntualmente gli forniva.

    LO 007 E LA BMW
    E altre storie finirono sul tavolo dei magistrati, altre presunte verità. A cominciare da quella raccontata da Giulio Gangi, ex agente del Sisde, allontanato dai Servizi segreti, per via dell’eccessivo interesse nei confronti dell’inchiesta Orlandi. «Sono stato esautorato perché cercavo di risolvere il caso – si è sempre giustificato lo 007 – Mi recai a casa Orlandi per sapere se era possibile una eventuale fuga volontaria della ragazza, ma Pietro mi raccontò un’altra versione dei fatti: un uomo con una Bmw aveva proposto alla sorella di pubblicizzare dei prodotti dell’Avon durante una sfilata delle sorelle Fontana», proprio nel giorno della scomparsa. Qualche anno più tardi la stessa auto venne recuperata in un parcheggio di Villa Borghese: era appartenuta a Flavio Carboni, un faccendiere coinvolto nei misteri di mezza Italia. Primo tra tutti quello della morte misteriosa del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri.

    https://www.ilmessaggero.it/italia/orlandi_ossa_pavimento_rifatto_anni_80-4077320.html