Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    E’ il caso don Mauro Galli, sacerdote accusato di aver abusato sessualmente di un minore nel 2011, a tirare in ballo, ancora una volta, l’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, all’epoca dei fatti Vescovo ausiliare della zona in cui è avvenuto il presunto abuso sessuale.

    Sono infatti ora disponibili le trascrizioni dell’udienza penale che si è svolta pochi giorni fa, il 5 Aprile 2018, nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano.

    Questa volta, a confermare le molteplici testimonianze che hanno già coinvolto l’Arcivescovo di Milano, mons. Delpini, è una voce autorevole: l’educatore di professione e capo scout del ragazzo, forse il primo ad aver ricevuto direttamente l’esplicita drammatica confessione dell’abuso.

    Mentre l’Arcivescovo, con una serie di acrobazie, ormai da tempo sta cercando in tutti i modi di “schivare” il caso – non ultimo con il tentativo da parte di alcuni giornali – non può più negare il fatto certo che lui stesso fosse, fin dai primi giorni, a conoscenza del presunto abuso. Tutto questo è emerso chiaramente nel Processo e, peraltro, anche ammesso da Delpini stesso già nel 2014, quando era stato interrogato dalla polizia: il parroco don Carlo Mantegazza nel 2011 “…mi disse al telefono che il ragazzo aveva poi segnalato presunti ABUSI SESSUALI compiuti da don Mauro”. Mons. Delpini tenta dunque, ora, di dare un significato differente al termine “abuso”.

    Il tentativo di manipolare la realtà è quindi passato dalla negazione totale della conoscenza del presunto abuso, (tuttora comunque falsamente rappresentata dal  comunicato ufficiale della diocesi di Milano la quale sostiene che nel 2011/12 “la parola «abuso» si manteneva distante dal racconto della vicenda”), al bieco tentativo di darne un diverso significato:

    “Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato”: come se questo fatto non fosse grave ma un atteggiamento normale. Atteggiamento talmente normale da non richiedere l’avvio dell’indagine canonica prevista per i casi di sospetto abuso, o atteggiamento che ragionevolmente e oggettivamente non poteva destare il minimo sospetto da indagare…

    Ed è proprio qui che a questo punto si pone il problema, perché Delpini aveva solo due cartucce da sparare:

    • O mons. Delpini sostiene che non è stato adeguatamente informato – cosa che ha tentato di fare con il comunicato della diocesi – tentativo ormai fallito perché tutte le prove processuali, le registrazioni e le testimonianze, incluso la sua deposizione giurata, lo smentiscono (deposizione che probabilmente sperava non fosse acquisita agli atti e che quindi potesse rimanere segreta nel fascicolo del PM dato che tramite l’avvocato Zanchetti era riuscito ad evitare l’interrogatorio davanti ai giudici);
    • Oppure mons. Delpini tenta di far credere che la parola “abuso” e “presunto abuso sessuale”, come lui stesso esplicita, si riferisse ad una parola utilizzata impropriamente da tanti, da tutti, da lui stesso nell’accezione “abuso sessuale” soltanto per descrivere il fatto che il don Galli avesse portato il minore nel letto tenendolo abbracciato. Nella sua stessa deposizione (come riscontrato anche da altre testimonianze e dalla deposizione stessa di don Mauro) Delpini dice di aver convocato subito il prete che ammetteva di aver portato a letto il minore “…ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…”.

    Ma anche semplicemente sostenendo questa seconda tesi, di fatto Delpini ammette che sapeva CERTAMENTE che il minore era stato portato a letto dal prete, nella casa dello stesso, nel suo lettone, nonostante avesse a disposizione la camera degli ospiti, c’era stato un contatto fisico e,  nonostante ciò, non avvia alcuna indagine previa propedeutica ad approfondire, ma sposta subito il prete, ancora a contatto con i minori, in un’altra parrocchia.

    “Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

    (2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

    “A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

    Papa Francesco precisa inoltre integrando il codice di diritto canonico in forma di “MOTU PROPRIO”:

    “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

    Un vero e proprio maldestro pasticcio, ulteriormente aggravato dall’estremo tentativo di distogliere l’attenzione dai fatti certi, quelli certificati dal Tribunale, dalle indagini e dalla polizia: solo un paio di settimane fa, il portavoce ufficiale di mons. Delpini, inviava segretamente una mail a tutti i prelati della Diocesi. In quella mail invitava i sacerdoti a muoversi segretamente, per divulgare il contenuto del Comunicato ufficiale della Diocesi di Milano, per contrastare quanto raccontato dai media presenti nelle aule di giustizia. La comunicazione segreta si concludeva con la raccomandazione firmata da don Davide Milani di non far sapere della comunicazione stessa ma solo indirizzare a leggere il comunicato della diocesi.

    Ma tutto questo, alla luce della testimonianza dell’educatore, capo scout del ragazzo, si complica ulteriormente: emerge sempre più drammaticamente lo scenario e le responsabilità inequivocabilmente consapevoli dell’attuale Arcivescovo.

    Indipendentemente da ciò che poteva immaginare mons. Delpini, rispetto alla narrazione che gli veniva offerta dai suoi collaboratori (don Alberto e don Carlo), indipendentemente dalla sua capacità di attribuire il senso corretto alle parole (d’altronde è solo un professore di Greco e Patristica), chi ha parlato con il minore ha riferito subito, in quei giorni, prima dello spostamento di don Mauro, quanto ascoltato dal minore stesso usando esplicitamente il termine “abuso”: tutti quelli che si sono espressi hanno usato il termine “abuso” e “abuso sessuale”.

    Il capo scout dichiara al Giudice che ricorda benissimo che il giorno 6 gennaio 2012, in occasione di un campo con i ragazzi nel quale era presente anche il minore, vedendo quest’ultimo visibilmente triste e silenzioso, aveva notato che stava male quindi gli ha chiesto se voleva parlare.

    “…l’ho guardato e gli ho detto: tu non stai bene, c’è qualcosa che non va?”

    Il ragazzino gli dichiara immediatamente e lo ripete esplicitamente che è stato abusato da don Mauro quindi inizia a piangere.

    “…il ragazzo guardandomi mi dice: Sono stato abusato, è successa una cosa brutta sono stato abusato e si mette a piangere subito.”

    Forse Delpini vuole farci credere che anche il ragazzo ha sbagliato ad esprimersi, non conosce il significato del termine abuso, lo ha usato impropriamente??? Forse voleva dire “…è successa una cosa brutta: ho dormito!!!”

    TUTTI SBAGLIANO AD ESPRIMERSI E A CAPIRE, SOLO DELPINI NON HA ALCUN DUBBIO!

    “…La fortuna vuole che Don Alberto sta salendo per dire messa al nostro campo e quindi parlo anche con lui di questo.”

    Il capo scout attendeva quella stessa sera l’arrivo di don Alberto Rivolta al campo dei ragazzi per celebrare la messa: una volta arrivato gli racconta subito quanto confessato dal minore ponendosi anche per primo (e forse unico) il problema della denuncia alle autorità civili ritenendo che la confessione ricevuta direttamente dal minore fosse relativa ad un fatto grave, da denunciare.

    Il capo scout invece riceve indicazioni diverse da don Alberto e rassicurazioni circa la gestione della situazione.

    Don Alberto riferisce in quella circostanza, all’educatore, che il caso è già presidiato, ne sono già a conoscenza lui stesso, i genitori, il parroco e il Vicario episcopale mons. Delpini, riferisce che lui stesso ha incontrato la neuropsichiatra del minore la quale gli ha riferito personalmente che il ragazzino non era, in quel momento, in grado di sostenere psicologicamente la denuncia.

    “…Mi è stato detto sia dei genitori che anche da Don Alberto che la psicologa riportava in questo momento troppo fragile per il minore per poter affrontare una denuncia e di aspettare un attimo che ci si stava muovendo, che erano già stati informati tutti i livelli della chiesa quindi il parroco, il vicario…”

    Don Alberto disse al capo scout che don Mauro sarebbe stato spostato a breve, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe stato ancora con i minori.

    “…Don Mauro doveva essere spostato il prima possibile dalla parrocchia di Rozzano. Questo è quanto c’era detti…”

    L’educatore in seguito si accorge, rimanendo basito, che il Galli era ancora con i minori, ancora una volta ne parla con don Alberto.

    “…poi ho visto tramite Facebook che Don Mauro era in un oratorio e ho chiamato Don Alberto per chiedergli “cos’è sta storia? Perché è ancora in un oratorio?”

    E’ poi emerso che la testimonianza rilasciata durante l’interrogatorio era coincidente con quanto in precedenza dichiarato alla polizia quando nel febbraio del 2016 veniva interrogato.

    Quindi certamente almeno il 6 gennaio 2012 arriva la notizia esplicita dell’abuso all’interno del clero, decisamente ben prima della incredibile e inopportuna decisione di Delpini di non avviare alcuna indagine canonica ma di trasferire il Galli ancora con i minori.

    Sappiamo oramai dal Processo che don Alberto si incontra in quei giorni più volte con don Carlo, mons. Delpini e mons. Tremolada, proprio per esplicitare i fatti, e quindi consentire a Delpini di prendere le decisioni.

  • Sos delle vittime di padre Maciel: il Papa riapra il caso più scabroso degli ultimi secoli

    Sos delle vittime di padre Maciel: il Papa riapra il caso più scabroso degli ultimi secoli

    Città del Vaticano –  Altri guai si profilano all’orizzonte per i Legionari di Cristo, l’ordine commissariato da Benedetto XVI per risanarlo dagli enormi danni provocati dal suo fondatore, padre Maciel, un criminale, tossicomane, pedofilo seriale e spergiuro, visto che mentre frequentava Giovanni Paolo II aveva contemporaneamente due famiglie, una in Spagna e l’altra in Messico, con diversi figli (a loro volta abusati). Forse il caso più terribile che abbia scosso alle fondamenta la Chiesa negli ultimi secoli, affrontato di petto solo da Papa Ratzinger. Una volta eletto il pontefice decise di agire con mano ferma, punendo il prete e commissariando la realtà religiosa presente in diversi Paesi. Infine provvedendo ad azzerare le costituzioni interne per cercare di salvare il salvabile.

    A distanza di 12 anni dalla morte di padre Maciel Marcial Degollado, il fondatore che molti hanno paragonato a una specie di demonio, un gruppo di vittime si è fatto avanti scrivendo una lettera ai nuovi vertici dell’ordine  per chiedere giustizia, esigendo scuse pubbliche ma, soprattutto, risarcimenti. Morali e materiali. Secondo l’agenzia di stampa americana Associated Press i richiedenti per ora sono otto ma non è escluso che possano, in futuro aumentare, fino a formare una sorta di class-action. Le vittime chiedono che la Chiesa apra un nuovo capitolo con una commissione incaricata di valutare i danni causati alle persone.

    Il caso Maciel è stato ampiamente sottovalutato per lungo tempo, tenendo conto che le prime accuse contro il sacerdote messicano arrivarono in Vaticano negli anni Cinquanta, e poi ancora negli anni Novanta, sempre precise e accurate. Ma furono di volta in volta accantonate e insabbiate, anche perché Maciel godeva della protezione di importanti cardinali di curia e di una rete di amici influenti. Nella lettera le vittime rammentano proprio questo quadro di riferimento, facendo affiorare una situazione omertosa che forse andrebbe rispolverata e approfondita.

    In questi giorni Papa Francesco ha riaperto il caso cileno del vescovo Barros, accusato da un gruppo di vittime cilene di avere protetto e coperto un prete pedofilo. Barros inizialmente era stato difeso dal pontefice argentino, probabilmente a causa di informazioni ricevute dall’episcopato cileno e dal nunzio apostolico a Santiago del Cile, Ivo Scapolo. Solo successivamente Bergoglio ha cambiato posizione, dopo avere ricevuto i risultati di una indagine supplementare affidata il mese scorso ad una specie di vescovo 007.  Le testimonianze raccolte da monsignor Charles Schicluna hanno provato che le vittime cilene non hanno mai mentito e che forse qualcuno aveva tratto in inganno il pontefice con informazioni di comodo. Per questo il Papa ha convocato a maggio l’intero episcopato cileno per una specie di redde rationem.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_legionari_cristo_wojtyla_ratzinger_maciel_degollado_vittime_cile_barros-3667957.html

  • Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Processo imbarazzante: monsignor Delpini confessa al pm di aver trasferito il sacerdote accusato. Ma la sua curia nega.

    di Giorgio Gandola

    Un ragazzino invitato a dormire in casa del prete. Un diacono che lo abbraccia nel lettone “per non farlo cadere”. Una famiglia disperata e due alti prelati che decidono di non denunciare, ma di allontanare il pastore che sbaglia sperando di stemperare lo scandalo. Sarebbe una grigia e deprimente storia simile a tante altre dall’Australia al Canada passando per Catania, Locri, Treviso e Solza (Bergamo), se non fosse per due dettagli: gli alti prelati dono l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada. E i loro nomi aleggeranno questa mattina nell’aula della quinta sezione penale di Palazzo di giustizia a Milano, dove di tiene il processo per violenza sessuale su minori.

    La torbida vicenda si sviluppa nel dicembre 2011 a Rozzano, paesone alla periferia del capoluogo lombardo, quando don Mauro Galli (che all’epoca dei fatti ha 33 anni) chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni di mandarlo a dormire a casa sua, con un gruppo di adolescenti, per due impegni ravvicinati di preghiera, la sera e la mattina successiva in preparazione del Natale. La famiglia non ha niente in contrario perché non sa che, quella notte in casa del diacono, il figlio sarà l’unico ospite. La mattina successiva il ragazzino va a scuola e gli insegnanti che lo incontrano lo definiscono “in stato di shock”. Così chiamano la madre, che ne constata le condizioni, lo ascolta e si precipita nella parrocchia di Sant’Ambrogio a denunciare il fatto al parroco, don Carlo Mantegazza, e al coadiutore responsabile degli oratori, don Alberto Rivolta. Per tre anni la famiglia chiede giustizia alla chiesa con lettere e incontri e solo nel 2014 decide di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria. Quando, come spiega l’avvocato Fulvio Gaballo del foro di Milano, “si rende conto che la gerarchia ecclesiastica, alla quale si è rivolta per tre anni, non dà nessun aiuto e nessuna garanzia di intervento”.

    Dalla ricostruzione della polizia giudiziaria contenuta negli atti del processo si scopre che immediatamente dopo la vicenda il parroco don Mantegazza e il coadiutore don Rivolta informano monsignor Delpini, allora vicario di zona, e monsignor Tremolada, ancora collaboratore per la Formazione permanente del clero. Quattro giorni dopo l’accaduto il futuro arcivescovo di Milano si precipita a Rozzano per approfondire l’imbarazzante storia. Ricostruisce così davanti agli investigatori: “Don Mantegazza mi aveva detto al telefono che un ragazzo aveva trascorso la notte a casa di don Mauro Galli. E aveva aggiunto che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte. Io sono quindi andato a Rozzano e ho convocato don Mauro per chiedergli la sua versione dei fatti. Lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari, perché quella notte non voleva dormire a casa dei genitori”. Poi aggiunge: “Ha peraltro ammesso di avere dormito con il ragazzo quella notte, di avere tenuto una condotta imprudente”.

    Per la Procura è difficile credere alla buona fede dell’allora diacono, perché nel suo appartamento ci sono altri due letti, uno in camera degli ospiti e un divano adattabile in soggiorno. Insomma, alternative al lettone ne aveva. In una dichiarazione giurata il responsabile degli oratori di zona, don Rivolta, spiega: “Ricordo che don Mauro mi confidò che nella notte il ragazzo probabilmente aveva avuto un incubo e che lui, per non farlo cadere, l’aveva preso per il pigiama cingendolo dal petto”.

    Lo scenario è ben chiaro agli occhi di monsignor Delpini, che torna da Rozzano e decide di trasferire don Mauro per questioni di opportunità. Non di stilare un rapporto perché venga avviata dalla Diocesi un’indagine previa, come previsto dal diritto canonico, da un documento specifico emanato dalla Cei e come fortemente richiesto dal Vaticano in questi anni difficili. L’indagine previa sarà aperta solo nel gennaio 2015, tre anni dopo, a scandalo scoperchiato dalla polizia. E con i due presunti controllori già nel cuore del Papa per la promozione a vescovi.

    Quel che più sorprende nel riavvolgere il filo è la destinazione di don Mauro, che stamane viene interrogato in aula dal pm e dall’avvocato della famiglia. Nel marzo 2012 il prete è nominato vicario parrocchiale in San Pietro a Legnano e incaricato della pastorale giovanile di altre tre parrocchie vicine. In pratica rimane a contatto con i minori. E non si occupa di due oratori come a Rozzano, ma di quattro. Questo dopo soli 24 giorni di accompagnamento psicologico e di colloqui spirituali. Un periodo propedeutico alla scelta, che monsignor Tremolada definisce “ben ponderata e oculata”. La destinazione viene decisa da monsignor Delpini, che durante le indagini preliminari dichiara: “Ho deciso di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Da lì, a fine 2012, l’accusato passa alla Cappellania ospedaliera di Santa Maria Annunciata in Niguarda a Milano e infine in un istituto religioso a Roma abitato solo da adulti, dove ora attende gli sviluppi del procedimento canonico per presunti abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano è nettamente più avanti e una volta aperto il fascicolo (nel 2014), don Mauro Galli viene messo sotto intercettazione telefonica. In una conversazione rivela a una terza persona che “monsignor Delpini mi ha detto che dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stare attentissimi”. In quei giorni non aveva ancora ricevuto l’avviso di garanzia.

    La diocesi di Milano ha provato a fare luce sulla complessa storia con uno scritto diffuso dopo l’udienza del 12 dicembre scorso e pubblicato in fotocopia dai media, dal titolo “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti”, che in realtà ha ottenuto il risultato di raddoppiare l’imbarazzo del mondo curiale. Secondo il comunicato – che risponde a un articolo del Giornale, unico quotidiano fin lì a seguire le vicende processuali – cinque sono le obiezioni.

    1. Nel 2011 nessuno aveva ancora evocato la parola abuso (ma sappiamo che fu Mantegazza a pronunciarla subito con il futuro arcivescovo e fu al centro degli incontri con i genitori).
    2. In quel periodo si sapeva solo che don Mauro aveva ospitato il ragazzo (ma don Mantegazza  ha rivelato alla polizia “la sera stessa don Mauro mi disse cosa era accaduto e la sua versione coincideva con quella dei genitori del giovane”).
    3. Don Mauro viene trasferito da Rozzano con un provvedimento firmato dal vicario generale monsignor Carlo Redaelli (ma durante l’indagine preliminare monsignor Delpini spiega: “Il trasferimento fu deciso da me in persona. Sostanzialmente ho deciso io”).
    4. Si è operato nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane (ma l’indagine previa, alla quale è obbligato un vescovo – allora era Angelo Scola – deve procedere ogniqualvolta si abbia notizia, almeno probabile, di delitti. E fra questi ci sono i possibili abusi sessuali).
    5. La diocesi ha collaborato alle indagini (ma don Mauro intercettato dice di essere stato avvertito – “dobbiamo stare attentissimi” – prima della notizia dell’avviso di garanzia).

    Insomma, un pasticcio davanti al quale il lettore ha il diritto di porre il più semplice dei quesiti: avrebbe mentito l’arcidiocesi nell’intento di difendere legittimamente l’istituzione o monsignor Delpini all’autorità giudiziaria (molto improbabile)? La vicenda avrà oggi un passaggio decisivo, ma nessun alto prelato sarà in tribunale perché la famiglia del ragazzo ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti della diocesi e della parrocchia di Rozzano, a fronte d’un risarcimento di 100.000 euro più 50.000 euro di spese sostenute in questi anni. Don Mauro Galli alla questura aveva sostenuto di essere nullatenente.

    Rimane fuori dall’aula, ma dentro le coscienze di ciascuno, anche il motu proprio Come una madre amorevole: “Il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi. Ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto con la presente lettera intendo precisare che tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili, previsti dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI”. Firmato papa Francesco.

    (LaVerità 8 marzo 2018)

  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Dopo le polemiche il Papa rinnova il gruppo di lavoro Col cardinale O’Malley pure Caffo (Telefono Azzurro)

    Roma Dopo le defezioni, le accuse incrociate e le polemiche, Papa Francesco rinnova la Pontificia commissione per la tutela dei minori, il gruppo di lavoro che da anni, su mandato diretto del Pontefice lavora sui casi di pedofilia nella Chiesa, per sostenere le vittime ed evitare nuovi scandali.

    Bergoglio lo aveva promesso di ritorno dal viaggio in Cile e in Perù, soprattutto dopo l’esplosione del caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto dei casi di pedofilia nella sua diocesi (caso che aveva dato adito a polemiche e per il quale papa Francesco si era anche scusato pubblicamente per aver utilizzato parole poco consone): la Commissione per la tutela dei minori, aveva annunciato il Papa, sarà rinnovata. E così ieri è arrivata la notizia che Francesco ha confermato il cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston, alla guida del gruppo di lavoro ma allo stesso tempo ha rafforzato ancora di più il team, proprio per poter affrontare il problema con ancora più decisione.

    Oltre alla conferma di sette membri, ne arrivano altri nove provenienti da varie parti del mondo, tra cui le Isole Tonga, l’India e l’Australia. Tra i nuovi commissari papali c’è anche un italiano, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro che collaborerà a stretto contatto con il porporato statunitense e il resto della commissione, di cui fanno parte anche delle vittime di abusi. Proprio qualche giorno fa, il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, aveva confermato ai giornalisti che diverse volte al mese «il Santo Padre, incontra vittime di abusi sessuali sia individualmente sia in gruppi. Papa Francesco – e, aggiunge Burke – ascolta le vittime e cerca di aiutarle a sanare le gravi ferite causate dagli abusi subiti». Non è un caso che nella Pontificia commissione fresca di rinnovo, ci siano anche delle vittime che per questioni di privacy, come spiegato in un comunicato della Santa Sede, hanno deciso di non rivelare pubblicamente la loro storia, facendolo soltanto all’interno della Commissione. La missione del gruppo di lavoro peraltro è confermata e la nuova membership insieme allo staff, come spiegato in una nota, «inizierà il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano». La Commissione assume quindi un nuovo volto e una nuova conformazione, lasciandosi alle spalle le polemiche che negli anni erano state innescate proprio da alcuni membri che poi avevano abbandonato il gruppo di lavoro. Era successo con Marie Collins, vittima di abusi che aveva denunciato pubblicamente la scarsa collaborazione tra la Commissione e alcuni dicasteri della Curia Romana, decidendo infine di lasciare il team per dedicarsi ad altro. Ed era successo anche con Peter Saunders, attivista inglese per la lotta alla pedofilia (e anch’egli vittima di abusi) che dopo un periodo di autosospensione, nel 2017 aveva definitivamente lasciato. Nel suo caso, a far esplodere la polemica, erano state le sue affermazioni contro il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria dell’economia, oggi in Australia per difendersi proprio dalle accuse di pedofilia. In un’intervista televisiva Saunders, che aveva chiesto le dimissioni del porporato, aveva detto: «Pell si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso ma soprattutto di tutte le vittime e dei sopravvissuti».

    Intanto, sempre ieri, è stato diffuso il contenuto di un incontro a porte chiuse tra Papa Francesco e il clero di Roma, nel corso del quale il Pontefice ha annunciato che Paolo VI diventerà santo entro l’anno. Più precisamente, da quanto risulta a Il Giornale, la cerimonia di canonizzazione del pontefice bresciano si terrà nel mese di ottobre in Vaticano. Bergoglio, parlando di un libretto contenente le frasi dei Papi, ha scherzato con i presenti, dicendo: «Nel libretto ci sono due Vescovi di Roma recenti già Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, poi Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I e infine Benedetto e io, che siamo in lista d’attesa: pregate per noi!».

  • Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

    Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

    Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

    L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

    Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

    Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

    Echi di una visita difficile  

    Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

    In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

    La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

    Il vescovo Juan Barros  

    Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

    Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

     http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html
  • Sepe supera l’ostacolo pedofilia, il Papa lo conferma all’Arcidiocesi di Napoli.

    Sepe supera l’ostacolo pedofilia, il Papa lo conferma all’Arcidiocesi di Napoli.

    Il cardinale avrebbe dovuto lasciare la diocesi a giugno, al compimento dei 75 anni. Papa Francesco, invece, gli ha chiesto di rimanere a Napoli “almeno altri due anni”.

    La decisione di papa Francesco è arrivata un po’ a sorpresa: il cardinale Crescenzio Sepe otterrà una proroga e potrà restare arcivescovo di Napoli per “almeno altri due anni”. La notizia è stata fatta trapelare dallo stesso Sepe, mentre in Vaticano come nel capoluogo partenopeo ci si preparava già alla sua successione ed era pure partito il totosostituto. Invece no: l’inscalfibile Sepe non si muoverà da Napoli nonostante il prossimo 2 giugno compirà i 75 anni, età che prevede le dimissioni obbligatorie dall’incarico.

    Papa Francesco ha lasciato tutti, ancora una volta, carichi di meraviglia. Durante un colloquio riservato, ha chiesto a Sepe di restare al suo posto. Il prelato napoletano, che mirava proprio a questo, rimasto molto soddisfatto. Nei giorni precedenti erano circolate voci che volevano la messa in pensione di Sepe come cosa praticamente scontata. Su di lui grava, tra l’altro, l’accusa di aver coperto almeno un sacerdote pedofilo. Un’accusa mai provata e al quale Francesco ha fatto capire di non credere affatto. Così, Sepe non si muoverà da largo Donnaregina almeno fino al 2020, con buona pace di tutti i suoi amici, a Roma e a Napoli.
    Sepe è figura da tempo “chiacchierata”. Noto per le sue omelie al limite del bizzarro e per la sua presenza a tutti i più importanti party cittadini, è entrato nel cuore della gente per il suo stile semplice e diretto. Tuttavia, nel corso della sua carriera ecclesiastica ha affrontato diversi scandali, l’ultimo dei quali è proprio quello legato alla presunta copertura di don Silverio Mura. Grande organizzatore del Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II lo premiò creandolo cardinale e dandogli la guida della potente e ricchissima Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. La sua gestione della Congregazione spinse Benedetto XVI ad allontanarlo da Roma, spedendolo alla guida dell’arcidiocesi partenopea.
    Nel 2010 Sepe fu iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Perugia per aver concesso all’ex ministro dei trasporti Pietro Lunari alcuni appartamenti di proprietà della Congregazione a prezzo di favore in cambio di alcuni lavori al lussuoso palazzo della Congregazione stessa in piazza di Spagna a Roma. Nel 2001 Sepe nominò il dirigente pubblico Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità, consultore della Congregazione: diverse inchieste giudiziarie hanno svelato intrecci di potere tra il burocrate ed il cardinale. Nel 2014 l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, arrestato per aver favorito la camorra casertana, svelò di aver assunto due nipoti del cardinale su richiesta dello stesso Sepe.

    http://napoli.fanpage.it/

  • Il fedelissimo di Bergoglio: “I casi di pedofilia restino segreti”

    Il fedelissimo di Bergoglio: “I casi di pedofilia restino segreti”

    Il cardinale Suarez Inda, fedelissimo di Bergoglio, ha reso pubblica una posizione che potrebbe far discutere. Ecco cosa ha detto sulla pedofilia

    Le dichiarazioni del cardinale Suarez Inda, annoverato tra i fedelissimi di Bergoglio, sono destinate a far discutere.

    In uno stralcio dell’intervista contenuta in “Tutti gli uomini di Francesco”, l’ultimo libro del vaticanista Fabio Marchese Ragona, il porporato ha affermato che i casi di pedofilia perpetrati all’interno della Chiesa non dovrebbero essere resi pubblici.

    “Il Papa ci invita alla “tolleranza zero” – ha affermato il cardinale Inda – perché la pedofilia è come un virus, un’epidemia che coinvolge il mondo, non solo la Chiesa”. E ancora:”Gli abusi su minori sono questioni molto delicate e io non sono d’accordo nel rendere pubbliche queste vicende. Se ci sono dei casi, vanno subito denunciati secondo le indicazioni della Santa Sede, perché sono dei crimini che vanno contro la dignità degli indifesi e dei più piccoli”. La pedofilia, insomma, rappresenterebbe sì un dramma, ma dovrebbe essere relegata agli affari interni del Vaticano. “In questo momento – ha premesso il porporato messicano – la Chiesa si sta concentrando nel dare una formazione ferrea e un maggiore equilibrio affettivo che garantisca, nel limite delle aspettative, che i futuri sacerdoti vivano con fedeltà la propria vocazione, impegnandosi pienamente «per amore, con amore, nell’amore », come afferma un illustre esperto, padre Amedeo Cencini. A tutta la Chiesa, i casi di abuso su minori creano un dolore e per questo è stato previsto un protocollo e una legislazione molto severa”, ha sottolineato – come riporta TgCom24 – il “fedelissimo” di papa Bergoglio.

    Il cardinale Suarez Inda è stato elevato a cardinale nel concistoro del 14 febbraio del 2015. Attualmente è un membro della Congregazione per il Clero e del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ha rinunciato al governo pastorale della diocesi di Morelia, città della regione ecclesiastica di Don Vasco, per raggiunti limiti di età. Nell’intervista concessa a Fabio Marchese Ragona, il porporato ha affrontato anche i temi del narcotraffico e del muro che Trump vorrebbe costruire (un confine murario esiste però dai tempi di Bill Clinton n.d.r.) tra Stati Uniti e Messico:”ll governo messicano sta provando a stringere accordi e relazioni con altri Paesi perché non si può rimanere isolati, da soli. Il muro che si vuole costruire è una vergogna, tutti i muri sono una vergogna, e non può essere una soluzione a lungo termine. Le cose sono fatte per cambiare. Oggi le cose stanno così e magari domani ci potranno essere soluzioni differenti. Il nostro obiettivo oggi è quello di rendere il Messico un Paese migliore con opportunità di lavoro per tutti quanti”, ha chiosato il cardinale. Bergoglio, nel frattempo, è stato sostanzialmente costretto alle scuse dopo le parole utilizzate in riferimento al caso Barros, durante il viaggio in Cile.

    L’arcivescovo di Boston Sean Patrick O’Malley, che è un cardinale francescano minore, dato per papabile ai tempi della successione a Ratzinger e che era stato nominato arcivescovo della città americana da Giovanni Paolo II in seguito al caso Spotlight, ma che soprattutto è stato posto da Bergoglio al vertice della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, aveva dichiarato che alcune parole del papa potevano essere state fonte di “dolore” per le vittime di abusi. Papa Francesco ha stemperato la polemica sostenendo che si sia trattato di un errore di traduzione. “La parola prova non era la migliore, direi piuttosto evidenza. Nel caso di Barros, ho studiato e ristudiato, non ci sono evidenze per condannarlo. E se condannassi senza evidenza o senza certezza morale, commetterei io un delitto di cattivo giudizio”, ha sottolineato il papa sul volo di ritorno dal suo viaggio in sud America. Per condannare un sacerdote, che è stato accusato di “aver assistito o di aver preso parte” a casi di abusi ai danni di minori, insomma, servono “evidenze”. Per il cardinale Suarez Inda, però, pare che questo genere di notizie debbano rimanere confinate all’interno delle mura vaticane.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/fedelissimo-bergoglio-i-casi-pedofilia-restino-segreti-1486125.html

  • Le vittime degli abusi attaccano il Vaticano: Ancora troppa omertà”

    Le vittime degli abusi attaccano il Vaticano: Ancora troppa omertà”

    Il tweet di Marie Collins, la donna irlandese abusata da un prete quando aveva tredici anni, che si dimise dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, riapre le polemiche sul suo rinnovo. E fonti dalla Santa Sede anticipano che Francesco nominerà i nuovi membri durante il viaggio in Cile e Perù

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO – “Chiunque si preoccupi del lavoro della Commissione dovrebbe chiedersi perché nessuno, che abbia l’autorità di farlo, abbia rilasciato una dichiarazione sul suo stato attuale e su quello dei suoi membri. Tutto ciò che abbiamo avuto è una ‘fonte’ vaticana anonima che parla alla stampa”.

    Il tweet, pubblicato ieri sera, mercoledì 10 gennaio, non è di una persona qualsiasi. Bensì di Marie Collins, la donna irlandese abusata da un prete quando aveva tredici anni, che si dimise dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori per le troppe omissioni presenti sul tema della pedofilia all’interno della Santa Sede.

    Collins imputa al Vaticano di non aver risposto a un suo precedente tweet, nel quale chiedeva conto direttamente a Papa Francesco del perché abbia fatto scadere la Commissione, da lui istituita nel 2013, senza avere ancora provveduto a rinnovarla e a nominare nuovi membri.

    “Al momento la Commissione è solo sulla carta, un nome vuoto, perché di fatto non è stato ancora nominato nessun membro”, ha scritto sul suo profilo social qualche giorno fa, augurandosi una qualche risposta dal Vaticano, che invece non è arrivata. Fino a oggi, silenzio assoluto, se non per alcune dichiarazioni rese però da fonti anonime.

    In ogni caso, secondo quanto apprende Repubblica, la nomina dei nuovi membri non dovrebbe essere lontana. Con ogni probabilità avverrà durante la permanenza del Papa in Cile e Perù, un viaggio nel quale il tema dell’abuso sui minori non sarà secondario. Il Sudamerica, infatti, in queste ore è scosso dalla notizia che Francesco ha commissariato la Società di vita apostolica Sodalizio di vita cristiana dopo le pesanti accuse di abusi sessuali su minori rivolte al fondatore, il laico peruviano Luis Fernando Figari. Un personaggio discusso che dal 2010, proprio a motivo degli scandali, ha lasciato l’America latina e vive a Roma. Figari ha fondato nel 1971 in Perù il Sodalizio di vita cristiana la cui approvazione è arrivata nel 1997 da parte di san Giovanni Paolo II.

    Anche se la nomina dei nuovi membri arriverà a breve, l’uscita della Collins testimonia come la voce resti dissonante con la Santa Sede. Recentemente, in seguito alla decisione di dare sepoltura in Santa Maria Maggiore al cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston accusato di aver coperto per anni abusi commessi da preti e poi raccontati nel celebre film “Il caso Spotlight”, le vittime della pedofilia del clero americane, e con loro Peter Saunders, altra vittima che lasciò da subito la Commissione per la tutela dei minori nella quale era stato fatto membro, hanno protestato veementemente senza ottenere alcuna risposta.

    “Questa sepoltura è una mancanza di rispetto assoluta per noi vittime ”, hanno detto a Repubblica. E ancora: “Seppellire nel cuore della cristianità il cardinale Law con tutto quello che rappresenta, dopo averlo addirittura portato a Roma come arciprete, è un affronto che ferisce tutti noi vittime”.

    In merito alla notizia della non ancora avvenuta riconferma della Commissione vaticana ha reagito anche una vittima italiana, Francesco Zanardi, che ha dato vita alla associazione Rete l’Abuso. Zanardi giudica la Commissione utile soltanto “ad alleggerire quello che nel 2014 sarebbe stato il pesantissimo rapporto della Commissione Onu per la tutela del fanciullo, alla quale la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere lo scorso primo settembre”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2018/01/11/news/il_papa_rinnova_la_commissione_vaticana_anti_pedofilia-186264450/

  • Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Creata nel 1971 in Perù dal laico peruviano Luis Fernando Figari, l’organizzazione è composta da appena 238 membri, dei quali 23 sacerdoti, ma negli ultimi decenni ha conquistato un potere enorme. “Il Papa ha mostrato di essere particolarmente attento alla gravità delle informazioni che riguardano il regime interno”, si legge nel comunicato del Vaticano