Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Giovanni Paolo II

  • L’ipotesi di cassare la riforma di Wojtyla contro i preti pedofili

    L’ipotesi di cassare la riforma di Wojtyla contro i preti pedofili

    Nel 2001 mentre lo scandalo pedofilia scuoteva la chiesa americana, Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela

    di Matteo Matzuzzi

    Roma. Il settimanale britannico The Week ha pubblicato nei giorni scorsi un documentato articolo in cui si sostiene che è in avanzata fase di studio, in Vaticano, l’ipotesi di affidare alla congregazione per il Clero l’autorità di indagare sui casi di abuso sessuale da parte di ecclesiastici. A rimetterci, secondo tale progetto, sarebbe la congregazione per la Dottrina della fede, che si vedrebbe spogliata così delle sue attuali facoltà in materia. Un ritorno al passato, più che una novità. Era il 2001: lo scandalo pedofilia scuoteva la chiesa americana, con chiari riflessi romani. Le denunce erano all’ordine del giorno, la grancassa mediatica cingeva d’assedio San Pietro. Un anno dopo, Giovanni Paolo II accettò le dimissioni dell’allora arcivescovo, il cardinale Bernard Francis Law, che poi sarebbe stato nominato arciprete di Santa Maria Maggiore. Per arginare la marea montante, il Papa promulgò il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela: all’ex Sant’Uffizio (guidato dal cardinale Joseph Ratzinger) veniva dato pieno mandato di investigare sui casi che giungevano in Vaticano, sottraendo poteri ai vescovi locali. Pochi mesi dopo, fu promulgata dalla Dottrina della fede l’istruzione De delictis gravioribus, che chiariva le procedure da attuarsi. La linea ispiratrice della riforma era semplice: accentrare il più possibile per evitare gli insabbiamenti così diffusi a livello periferico, con le denunce di abusi da parte di sacerdoti che come conseguenza (il più delle volte) avevano il semplice trasferimento del colpevole da una parrocchia all’altra. Riforme che il Papa, scrive Michael Brendan Dougherty, sarebbe intenzionato a rivedere, riportando in gioco la congregazione per il Clero, dove il prefetto è il fidato cardinale Beniamino Stella, con il quale l’intesa è di gran lunga migliore rispetto a quella con il titolare dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Gerhard Ludwig Müller. Francesco di recente – prosegue The Week – ha richiesto un parere circa la fattibilità del piano al Pontificio consiglio per i testi legislativi, guidato dal cardinale Francesco Coccopalmerio. Il responso è stato positivo.

    Perché insceniamo questo teatro dell’assurdo di un mondo sessuato fino al midollo che quando parla di preti e sesso mette in atto la caccia alle streghe? Il sesso dei preti è un problema della chiesa, non dei giornali laici e mondani.

    Il problema è che, s’osserva oltretevere, ripristinare una situazione che ha già dimostrato tutte le sue lacune si scontrerebbe con la severità che il Pontefice va sottolineando ogniqualvolta si sofferma sulla piaga degli abusi sessuali su minori da parte di membri del clero (da ultimo, l’ha fatto nel messaggio per la festa dei Santi Innocenti, a fine dicembre). Basti considerare la decisione, del 2015, di sanzionare per “abuso d’ufficio episcopale” i vescovi che non danno seguito alle denunce di violenza a carico di ecclesiastici. Ad avvertire circa i rischi che si corrono con un ritorno al passato c’ha pensato il cardinale William Levada, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede dal 2005 al 2012. Intervistato dal National Catholic Register, il porporato – pur non entrando nel dettaglio delle indiscrezioni romane – ha sottolineato che “l’esperienza che la congregazione ha nell’implementazione del motu proprio di Giovanni Paolo II dovrebbe favorire la scelta di continuare così”, lasciando cioè le cose come stanno.

    http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/01/20/news/preti-pedofili-ipotesi-di-cassare-la-riforma-di-wojtyla-116032/

  • Pedofilia, in Vaticano i funerali del nunzio punito per aver denunciato il diabolico caso Maciel

    Pedofilia, in Vaticano i funerali del nunzio punito per aver denunciato il diabolico caso Maciel

    Città del Vaticano – Senza troppa enfasi, ieri mattina, nella cappella del Governatorato, all’interno del Vaticano, è stato celebrato il funerale ad un nunzio apostolico spagnolo messo da parte per avere avuto il coraggio di denunciare a Papa Wojtyla i crimini di padre Maciel Marcial Degollado, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, pedofilo seriale, tossicomane, doppiogiochista, bugiardo e corruttore. Una figura oscura e potentissima, amica di Giovanni Paolo II e del cardinale Dziwisz che, proprio per questo, riuscì a garantirsi per decenni l’impunità e il silenzio. Riuscì a coprire persino una doppia identità, con fiumi di denaro elargiti ovunque, persino alle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca.

    Fu l’allora nunzio apostolico in Messico, monsignor Justo Mullor Garcia, a mettere nero su bianco le accuse, e riferire all’allora segretario di stato, Sodano cosa stava accadendo dietro le quinte di uno dei più potenti ordini religiosi presenti in America Latina, fondato da padre Maciel a Città del Messico.

    Quella lettera non portò troppa fortuna a Mullor Garcia visto che, nel giro di poco tempo, fu sollevato dall’incarico e di fatto accantonato. Una decisione dell’allora segretario di Stato, Angelo Sodano, uno dei tanti cardinali sui quali padre Maciel poteva contare. Mullor Garcia ne soffrì parecchio. Solo con l’elezione di Benedetto XVI, qualche anno dopo, le accuse contro il fondatore dei Legionari di Cristo, per i diversi crimini commessi, vennero finelmente prese in considerazione e da quel momento fu aperta una istruttoria che portò, nel 2006, alla punizione di padre Maciel, ormai ottantenne e malato di cancro al pancreas. Ma persino in quella circostanza vi furono scontri tra la linea di massima fermezza di Papa Ratzinger e quella più garantista del segretario di Stato, Sodano. Alla fine la punizione per Maciel fu mite rispetto ai crimini commessi, non fu nemmeno ridotto allo stato laicale ma solo obbligato a vivere il resto della sua vita in disparte. Maciel morì due anni più tardi, in una clinica in Florida, accudito dalla sua seconda compagna clandestina e dalla figlia avuta da questa unione. Maciel ebbe anche due figli avuti da una prima unione, anch’essa segreta, a loro volta abusati, un destino che li accomunava a tanti altri seminaristi.

    Justo Mullor García dopo essersi battuto per fare conoscere al mondo le malefatte di Maciel, si ritirò in disparte. Da anni viveva in un modestissimo appartamento del vaticano. E’ scomparso venerdì scorso, 30 dicembre. A presiedere il rito nella cappella del Governatorato, è stato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

    Con lui hanno concelebrato i cardinali James Francis Stafford, Santos Abril y Castelló, Giuseppe Bertello e Beniamino Stella. Il decano del Collegio cardinalizio, il cardinale Sodano, invece, non era presente alla cerimonia funebre.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_funerali_nunzio_apostolico_maciel_marcial_degollado_mullor_garcia_sodano_pedofilia-2173719.html

  • Legionari di Cristo: Luis Garza, ex vicario di Padre Maciel, accusato di molestie

    Legionari di Cristo: Luis Garza, ex vicario di Padre Maciel, accusato di molestie

    MEXICO CITY – Un ex alto responsabile dei Legionari di Cristo, nei primi anni ’90, abusò a lungo di un adolescente: la scoperta, a seguito di una querela presentata questa settimana. Nella denuncia, in cui si chiede un risarcimento danni non specificato, si accusa un prete che servì Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione clericale.

    Il sacerdote in questione è il reverendo Luis Garza, che per quasi due decenni è stato figura di secondo rango dei Legionari di Cristo a Roma e attualmente nelle Filippine come direttore regionale della congregazione. Nella denuncia, un adulto identificato come “John Doe 1“, sostiene che Padre Garza, insieme ad altri due sacerdoti tra cui Degollado, abusarono del giovane nel centro che gestivano a Città del Messico, all’inizio del 1990.

    Un portavoce dei Legionari ha riferito che “Garza nega qualsiasi tipo di accusa e coinvolgimento in questo o altri abusi e ci tiene a far sapere che collaborerà pienamente riguardo alla questione”, ha detto il portavoce Jim Fiera.

    Il ragazzo, il cui nome non è stato reso pubblico, ha raccontato di essere stato abusato da Garza, da Maciel e da un terzo prete, in un collegio dei Legionari di Città del Messico. Gli abusi sarebbero avvenuti a partire dal 1990 0 1991, quando la vittima all’epoca aveva 13 o 14 anni.

    Secondo le dichiarazioni del suo avvocato, Michael Rech, nel corso di due anni il ragazzo è stato abusato diverse volte da ciascun sacerdote; la vittima, a causa di ciò avrebbe abbandonato la scuola, attraversato il confine Usa -Messico e infine terminato il liceo nel Stati Uniti. Alcune testimonianze affermano che la vittima è cresciuta in California, insieme alla religiosissima famiglia, che aveva una certa venerazione per i preti.

    Garza, 58enne nativo del Messico, nel novembre 1992 da Maciel è stato nominato vicario generale, posizione che ha mantenuto fino al 2011. La congregazione, fondata da Maciel decenni fa in Messico, è stata chiusa dal Vaticano nel 2010 dopo un’indagine in cui emerse che Maciel, morto nel 2008, avrebbe molestato numerosi ragazzi e sarebbe padre di almeno tre figli nati fuori dal matrimonio.

    L’attuale vittima ha spiegato di aver più volte riferito gli abusi a due big dell’Arcidiocesi di Los Angeles,il cardinale Roger Mahony e l’arcivescovo Jose Gomez, ma un portavoce dell’Arcidiocesi ha affermato di non ricordare se Mahony abbia parlato con qualcuno rispetto gli abusi commessi da Garza, e non ci sono prove che indichino appuntamenti o telefonate da parte della vittima all’arcivescovo.

    Nella denuncia viene spiegato, inoltre, che nel 2014 il ragazzo aveva già fatto un tentativo di segnalazione ai Legionari di Cristo, tentativo che si rivelò inutile poiché nonostante la congregazione avesse mandato a casa sua un rappresentante per capire cosa fosse accaduto, la vicenda fu presto messa a tacere.

    Garza crebbe in una delle famiglie più ricche dell’America Latina, con tre fratelli e quattro sorelle. Le radici della famiglia sono a Monterry, la capitale industriale del Messico. Maciel, invece, è conosciuto dai propri sostenitori come “Nuestro Padre” (Nostro Padre), e ha corteggiato a lungo la famiglia Garza nel 1970, affinché diventasse uno dei maggiori donatori.

    Le accuse di a e tossicodipendenza fatte a Maciel, arrivarono nel 1997 a seguito di un’indagine condotta da Jason Berry, giornalista del Daily Beast e scrittore di numerosi libri sugli abusi dei preti (tra cui Lead Us Not Into Temptation: Catholic Priests and the Sexual Abuse of Children e Render Unto Rome: The Secret Life of Money in the Catholic Church) e Gerald Renner. Maciel negò prontamente le accuse, senza però concedere alcun colloquio, e il Vaticano rifiutò qualsiasi commento.

    All’epoca, secondo Cristopher Kunze, ex prete che ora vive nel Wisconsin, “Luis Garza viaggiò in gran parte delle case legionarie (in circa 20 paesi) obbligando ogni membro ad osservare il silenzio assoluto, pena il peccato mortale, riguardo qualsiasi informazione trapelata sulle “false accuse contro il fondatore”. “Garza fece firmare un documento in cui si affermava che nessuno di noi avrebbe intrapreso azioni legali contro i Legionari di Cristo. Al tempo, non conoscevamo l’oggetto delle accuse contro Maciel. Tutto il materiale che arrivava era altamente censurato”.

    Kunze, Garza e tutti i Legionari avevano assunto i voti privati di non parlare mai male di Maciel o superiori, e di segnalare ai superiori, qualsiasi critica al fondatore. Kunze scoprì l’articolo solo nel 1997, molti mesi dopo, mentre lavorava in Vaticano. Ha lasciato il sacerdozio nel 2000, è tornato negli Usa, è sposato e ha dei figli.

    Sebbene non si sappia cosa Garza sapesse delle vittime, ebbe un ruolo in primo piano nel 1998, quando portò avanti una campagna per attaccare gli accusatori. Nel 1998, otto vittime di Maciel (un prete spagnolo e sette adolescenti messicani) depositarono un caso giudiziario di diritto canonico presso il Vaticano, chiedendo aRaztinger di scomunicare Maciel.

    Anche Giovanni Paolo II, sebbene fosse arbitro supremo del diritto canonico, rimase passivo alle accuse di violenze nei confronti di Maciel, evitando il tentativo di confrontarsi con le accuse di abusi al clero.

    Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, era una figura molto vicina a Maciel, e ricevette addirittura donazioni da parte della congregazione; Sodano fece molta pressione affinché Ratzinger chiudesse il caso ma alla fine del 2004, quando un ormai malato Giovanni Paolo II, con pochi mesi di vita, celebrò nuovamente la figura di Maciel ad una cerimonia del Vaticano, Ratzinger decise di rompere il silenzio e ordinò un’indagine, rendendosi conto del fatto che chiunque sarebbe stato il prossimo Papa, non avrebbe dovuto permettere l’insabbiamento della vicenda.

    Appena Ratzinger diventò Benedetto XVI, nel 2005, l’avvocato canonico delegato ad indagare su Maciel fu il monsignor Charles Scicluna, il quale consegnò al Papa un rapporto che segnò per sempre la vita di Maciel.

    Nel 2006, il Vaticano approvò la decisione di bandire Maciel da Roma, per dedicarsi a “una vita riservata, fatta di preghiere e penitenza”. Scicluna aveva raccolto le testimonianze di decine di seminaristi in Europa, Usa e Messico, tutte di uomini che raccontarono di essere stati abusati da Maciel, spesso grazie ad una dose di Dolantin, una specie di morfina. La congregazione proclamò la propria fedeltà al Papa e, con grande ironia, paragonò la vita di Maciel a quella di Cristo, per aver accettato la propria punizione con la “serenità nella coscienza”.

    Maciel tornò prima nella sua città natale, Cotija, in Messico, dove si riunì con una ex amante, Norma Ilda Banos, e Normita, la figlia, nata nel 1983, tre anni dopo che la coppia si era incontrata ad Acapulco. Poco dopo, Maciel si traferì con le due a Madrid, supportato dai soldi dei Legionari. Tale sostegno è oggetto di un’altra causa contro la congregazione, in Connecticut.

    Nell’ultima settimana di gennaio 2008, la figlia 21enne di Maciel, insieme alla madre, viaggiarono da Madrid a Miami, per andare a trovarlo sul letto di morte. Le due, però, non presenziarono al funerale, che si tenne in Messico. Lo stesso fecero tre figli e la madre, che scelsero di non andare al rito funebre. Maciel fu sepolto in una cripta di famiglia a Cotija de la Paz, ben lontano dalla tomba precedentemente assegnatagli nella basilica di Nostra Signora di Guadalupe, a Roma, che aveva costruito nel 1950.

    Nel 2010, Jose Raul Rivas Gutiérrez, ora 33enne, ha rilasciato un’intervista radiofonica a Città del Messico, identificandosi come figlio biologico di Maciel. Lui e suo fratello maggiore, Omar, accusano Maciel di aver abusato di loro se**ualmente. La madre, Blanca Lara Gutiérrez, ha rilasciato interviste in Messico dove attesta la sua lunga relazione con Maciel, che ha dato loro un sostegno finanziario.

    Nel 2008, a causa delle condizioni di salute di Maciel, Norma e Normita si trovavano in un appartamento di proprietà dei Legionari a Jacksonville, Florida. Garza testimoniò che l’abitazione era stata effettivamente acquistata dalla congregazione per Maciel, affinché avesse un luogo dove trascorrere “una vita di penitenza”.

    Garza divenne sospettoso nei confronti di Norma e Normita, che passavano le giornate a bordo piscina insieme a Maciel, che doveva invece essere in “ritiro di penitenza”. Tutti sapevano chi fossero le donne, tranne, appunto Padre Garza, che decise così di cercare il certificato di nascita di Normita. Il Vaticano venne a conoscenza della figlia di Maciel nel 2004, dal cardinale Franc Rodè, che decise però di non confrontarsi con il fondatore della congregazione, perché “non era il suo confessore”.

    Nel gennaio 2008, mentre Maciel era ormai morente nella sua casa di Jacksonville, Norma, Normita e diversi sacerdoti erano riuniti al suo capezzale. Secondo un articolo del quotidiano “El Mundo”, quando Corcuera provò a dare l’estrema unzione all’uomo, Maciel disse “Ho detto di no!”; Maciel non crede nel perdono di Dio”, scrisse in seguito il giornale.

    Il comunicato stampa dei Legionari di Cristo sulla morte del prete, annunciò che Maciel era volato in paradiso. Il Vaticano, invece, annunciò di voler indagare la congregazione. Il compito venne così affidato al cardinale Velasio De Paolis, avvocato canonico del Vaticano, che curò una riscrittura dello Statuto dell’Ordine, sbarazzandosi del “voto privato”, ma ignorando la psicodinamica corrosiva dell’ordine.

    Maciel fondò l’ordine nel 1941, in Messico, e istituì un campus a Roma, nel 1950. L’uomo era il più grande raccoglitore di fondi della Chiesa moderna: non a caso corteggiava i cattolici più benestanti, mantenendo però la propria vita se**uale più che attiva, abusando di giovani ragazzi.

    Maciel è stato celebrato da papa Giovanni II per aver ispirato giovani uomini come Garza a diventare sacerdoti. Nonostante l’ordine dei Legionari sia relativamente piccolo (conta infatti 2.400 sacerdoti, a confronto dei gesuiti che sono invece 11.900) il Wall Street Journal ha riportato che nel 2004, aveva un bilancio operativo di 650 milioni di dollari.

    Il sito internet di Legionari di Cristo mostra Maciel in compagnia di Giovanni Paolo II, che nel 1994 lo definì “una guida efficace per i giovani”. Affermazioni che cambiarono nel 2004, quando Papa Benedetto lo costrinse ad una “una vita riservata di preghiera e di penitenza” dopo un’indagine vaticana sulle accuse di a.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/legionari-di-cristo-luis-garza-ex-vicario-di-padre-maciel-accusato-di-molestie-2582656/

  • Pietro Orlandi: Wojtyla sapeva, non dovrebbe essere santo

    Pietro Orlandi: Wojtyla sapeva, non dovrebbe essere santo

    L’accusa del fratello della ragazza scomparsa nel 1983: “Purtroppo c’è chi rema contro e fa di tutto per far sì che la verità non venga fuori”

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, è intervenuto questa mattina ai microfoni di Radio Roma Capitale nel corso della trasmissione “Roma ogni giorno”.

    Il fratello della ragazza scomparsa nel 1983 ha commentato in diretta il film di Roberto Faenza “La verità sta in cielo” lanciando pesanti accuse contro la Santa Sede ed in particolare contro Papa Giovanni Paolo II: “Il film – ha spiegato Orlandi – è basato su tutti documenti che sono in procura e sui verbali delle indagini. Il regista si è soffermato sui punti che non sono stati approfonditi dall`inchiesta e avrebbero potuto portare al processo. Secondo me Papa Wojtyla era al corrente di quanto accaduto. Se Wojtyla fosse stato a conoscenza sarebbe un grande problema raccontare per la Chiesa cosa è accaduto, perché ormai è stato fatto santo”.

    “Purtroppo c’è chi rema contro e fa di tutto per far sì che la verità non venga fuori”, ha detto ancora Orlandi.

    “Io personalmente non sono stato d’accordo con la santificazione di Giovanni Paolo II. L`omertà è continuata anche con Ratzinger e Bergoglio. Dopo dieci giorni dall`inizio del suo pontificato ho incontrato papa Francesco che mi ha detto: ‘Emanuela sta in cielo’. Dal Vaticano mi aspetto una risposta, ora non possono più dire di non sapere”.

    “Questa vicenda non riguarda solo Emanuela, ma riguarda la giustizia in generale”, ha concluso Pietro Orlandi.

    http://www.today.it/cronaca/emanuela-orlandi-wojtyla-santo.html

  • La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    Le vittime degli abusi sessuali perpetrati dal sacerdote libanese maronita di Beirut Mansour Labaki attendono da anni dignità e giustizia e una riabilitazione sociale che, in Libano, può venire solo se la Chiesa maronita riconosce il prete colpevole. Ciò non sta accadendo, malgrado egli sia stato condannato da un tribunale ecclesiastico per pedofilia su ragazze minorenni e la Congregazione per la Dottrina della Fede (CdF) lo abbia già sanzionato (19 giugno 2013). Ma Labaki gode di autorevoli protettori (si è esposto per lui perfino il patriarca della Chiesa maronita, card. Béchara Boutros Raï, e non è chiaro cosa lo abbia spinto, v. Adista Notizie n. 13/16), tanto che in Libano sono le vittime ad essere sotto accusa, a rischio della loro stessa vita, e denunciate. Abbiamo chiesto a una di loro, Marilene Ghanem, di spiegare quali difficoltà incontrano nel Paese mediorientale e soprattutto perché. Potrà aiutarle il motu proprio di papa Francesco “Come una madre amorevole” (v. Adista Notizie n. 22/16) che prevede la rimozione dei vescovi “negligenti” che nulla hanno fatto per proteggere dagli abusi i piccoli e gli indifesi? Non ci crede molto Marilene, che accusa di “negligenza” anche la Chiesa di Roma.


    Ad oggi, il Libano è forse l’unico Paese in cui la pedofilia perpetrata dai preti non viene riconosciuta come crimine dalla Chiesa locale. Anzi, quest’ultima, non contenta di seguire una stretta politica di protezione del prete pedofilo, attacca le vittime sulle reti televisive e attraverso la stampa, addirittura impegnando il suo capo e guida spirituale, il patriarca di Antiochia Béchara Boutros Raï.

    Le vere motivazioni che spingono le autorità ecclesiali autoctone a reagire in questo modo sono molteplici, ma possono riassumersi in un’unica ragione: evitare lo scandalo. Mentre le ragioni che esse adducono sono ben altre, ovviamente celate dietro riflessioni di alto livello teologico oppure ammantate da scuse demagogiche tipo la salvaguardia della situazione precaria dei cristiani del Medioriente.

    Infatti, coloro che credono alla colpevolezza di Labaki incitano sordidamente i mass media a dissimulare perché, dicono, siamo in una società che convive con l’Islam, per cui non possiamo stendere il bucato sporco dei prelati alla luce del sole. L’invito è a tacere e sopportare per non indebolire la presenza cristiana: meglio, secondo loro, tenere sotto chiave il marcio sordido presente nella Chiesa che esporre la malattia di alcuni di fronte a tutti.

    Coloro che non credono alla colpevolezza di Labaki non riescono ad accettare la contraddizione tra l’immagine e la sostanza, ovvero le opere di bene che questo sacerdote ha compiuto e le gravi colpe, addirittura crimini, che gli sono stati irrevocabilmente imputati dal Vaticano. Eccoli ricorrere allora alla teoria del complotto, motivata secondo loro dall’invidia delle autorità ecclesiastiche altolocate (anche vaticane) nei confronti del successo del sacerdote (autore di libri, cantautore stimato, fondatore di due case per orfani, ecc.) e “dimostrata” dalla corrispondenza per mail intercorsa tra le vittime e le suddette autorità, ottenuta per sottrazione fraudolenta e in seguito abilmente maneggiata e consegnata, dal patriarca stesso, a papa Francesco a prova dell’innocenza del pedofilo Labaki. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe di volta in volta la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Essi non credono alla colpevolezza di Labaki perché incapaci di vedere e accettare l’altra faccia della medaglia, quella oscura. Non era stato così anche per Marcial Macial Degollado, per citarne solo uno a titolo d’esempio? Quest’ultimo era persino amico di Giovanni Paolo II, tanto che il suo caso non è affiorato che dopo il decesso del papa.

    Per screditare le vittime e salvare il “lupo”, la Chiesa maronita, tramite alcuni predicatori su Telelumière e NourSat, mantiene l’ambiguità circa la condanna definitiva di Labaki. Come? Sovrapponendo il tribunale civile a quello ecclesiastico. Il noto sacerdote libanese p. Marwan Khoury sostiene, contro l’evidenza del Diritto canonico e della prassi della Chiesa d’Occidente, che la CdF allontana qualsiasi prete dalle sue funzioni sacre appena lo si accusa di pedofilia, ma si riserva di pronunciarsi definitivamente solo alla fine dell’indagine e di fronte alla condanna da parte dei tribunali civili. Non è vero. Una domanda sorge spontanea: se la Chiesa libanese non chiarisce questo equivoco, perché Roma persiste a tenere sotto silenzio la sentenza definitiva contro Labaki pronunciata nel 2013? Eppure io ho incontrato nel 2013 il numero due della CdF, mons. Ladaria, per metterlo in guardia contro le possibili e future mosse del mostro che, purtroppo, continuano ad avverarsi a danno delle vittime libanesi. Il silenzio vaticano non fa che accrescere il dubbio sulla sincerità delle vittime e la colpevolezza del carnefice.

    E non finisce qui. In Libano, è in atto un processo contro le vittime che sono accusate di falsa testimonianza, diffusione di materiale privato e associazione a delinquere. Questa è la seconda denuncia con questa accusa, giacché quella pronunciata nel 2014 è stata ricusata dal giudice per dichiarazione di incompetenza.

    Questo è il Libano, un Paese dove aleggia una democrazia fantasmagorica ma dove in pratica vige una legge ferrea, quella del confessionalismo religioso. È la mancanza di laicità che ci impedisce di trattare persino le tematiche più gravi da un punto di vita antropologico e ci obbliga a ricorrere sempre alla religione per giustificare l’operato, anche il più becero, degli uomini di dio (sia chiaro, con la lettera minuscola).

    La mia esperienza mi porta a concludere che i discorsi del papa, come il sostegno alle vittime e la sua conclamata affermazione della tolleranza zero, persino l’ultimo suo motu proprio sulla negligenza dei vescovi, lasciano il tempo che trovano e le vittime nella loro disperazione. Ne sono prova le molteplici associazioni pro-vittime che spopolano su internet e accusano l’indifferenza e la negligenza delle alte sfere ecclesiastiche. Io stessa non ho ricevuto nessuna risposta, né dal papa né dal card. Parolin, alle mie lettere in cui espongo dettagliatamente la situazione critica delle vittime libanesi. Ne va della nostra vita, e non sto esagerando. Mansour Labaki a suo carico ne ha una settantina, quelle che hanno avuto il coraggio di sporgere denuncia. Sono sicura che ce ne sono altrettanto nascoste, fagocitate dalla paura e dalla vergogna di denunciare.

    La logica che la Chiesa persegue? Per ora è solo punitiva nei confronti dei sacerdoti pedofili, nell’intento di espellere il male dal suo interno, noncurante della formazione oscurantista dei seminari di cui questi preti sono il frutto; di certo non è riparativa nei confronti delle vittime di abuso: il telefono del Comitato dei 9 che il papa ha istituito per le vittime squilla sempre a vuoto.

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56384?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

  • Prete pedofilo, nelle lettere del bimbo le dichiarazioni d’amore: “Mi manchi”

    Prete pedofilo, nelle lettere del bimbo le dichiarazioni d’amore: “Mi manchi”

    VERSILIA – ( di Letizia Tassinari ) – Una brutta storia, quella del bambino – la cui famiglia, parte offesa, è tutelata dall’avvocato Cristiano Baroni –  e il prete indiano rinviato a giudizio, accusato di abusi sessuali nei confronti del minore – all’epoca dei fatti 12enne -, e per il quale il Gip del Tribunale di Lucca, dottoressa Silvia Mugnaini, ha chiesto, oltre alla citazione, come responsabile civile, del vescovo di Pisa, monsignor Benotto, la cui diocesi è competente territorialmente, la perizia calligrafica su alcune lettere scritte dal minore al sacerdote. Il piccolo – su delega di indagini del Pubblico Ministero dottor Antonio Mariotti – venne ascoltato dal personale specializzato del Commissariato di Polizia di Viareggio, in forma protetta e con l’ausilio del dottor Giorgio Pini, direttore del reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale “Versilia”, che era a consocenza della triste vicenda dopo una gita fatta dal minore con i boy scout, durante la quale il bimbo aveva consegnato a delle amichette sue coetanee alcune letterine, manoscritte, uguali, o quanto meno simili, a quella ritrovata per caso dalla mamma e agli atti del fascicolo di indagine, che erano poi finite, per mano dei genitori delle bambine, ai responsabili degli scout e alle assistenti sociali. Missive, tutte, che alla prossima udienza, fissata per il 12 luglio prossimo, saranno periziate da un esperto calligrafo. “Caro padre, mi manchi tanto – si legge nelle righe dei fogli di un quaderno, piene di cuoricinini  e disegni dove il bimbo e il religioso si tengono per mano -: “Non sento più i tuoi baci e abbracci”. Poi altri frasi, di sesso, che descrivono incontri sotto le coperte, parti intime e amplessi, frutto, probabilmente, di un impatto dell’abuso di un “orco” sulla fragilità di un piccolo orfano che si propone addirittura come sposa che vorrebbe dargli dei figli: “Ricordati che ti amo”.  Ora spetterà alla perizia calligrafa stabilire se davvero il minore ha scritto quei “racconti”.

    “I vescovi che sono stati negligenti riguardo ad abusi sessuali compiuti su minori saranno rimossi dal loro incarico” La battaglia contro la pedofilia, di Papa Francesco prosegue. E’ di pochi giorni fa il  Motu proprio “Come una madre amorevole” del pontefice – riportato da TGvaticano.it –  che rafforza l’impegno della Chiesa a tutela dei minori in materia di pedofilia Il Pontefice stabilisce che, tra le “cause gravi” che il Diritto Canonico già prevede per la rimozione dall’ufficio ecclesiastico va compresa anche la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. Nel testo, composto di 5 articoli, si prevede che – qualora gli indizi appaiano seri – la competente Congregazione della Curia può iniziare un’indagine che può concludersi con il decreto di rimozione. La decisione deve comunque sempre essere sottomessa all’approvazione del Pontefice. Il “compito di protezione e di cura spetta alla Chiesa tutta, ma è specialmente attraverso i suoi Pastori che esso deve essere esercitato”. E’ quanto scrive il sommo pontefice, sottolineando la responsabilità dei Vescovi diocesani. “Occorre impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. Il Pontefice ricorda che il Diritto Canonico già prevede “la possibilità della rimozione dell’ufficio ecclesiastico per cause gravi”. Con il Motu Proprio, afferma il Papa, “intendo precisare che tra tali cause rientra anche la negligenza dei Vescovi  relativamente “ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili”, come previsto dal Motu Propro di San Giovanni Paolo II, Sacramentorum Sanctitatis Tutela, aggiornato da Benedetto XVI. Con il documento firmato da Francesco, si stabilisce fin dal primo dei 5 articoli che il vescovo diocesano (o l’eparca o colui che ha una responsabilità temporanea di una Chiesa particolare) può essere “legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri”, sia persone che comunità. Si specifica inoltre che questo danno può essere “fisico, morale, spirituale o patrimoniale”. Il vescovo (al quale sono equiparati i Superiori Maggiori), prosegue l’articolo 1, può essere rimoso solo se “abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua”. Tuttavia, in caso di abusi su minori, “è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave”. Qualora gli indizi siano “seri”, prosegue l’articolo 2 del Motu Proprio, la competente Congregazione della Curia Romana può “iniziare un’indagine in merito” dando notizia all’interessato che ha “la possibilità di difendersi” con i “mezzi previsti dal diritto”. In seguito agli argomenti presentati dal vescovo, la Congregazione può “decidere un’indagine supplementare”. Negli articoli 3, 4 e 5 il Motu Proprio norma dunque la procedura con la quale si decide l’eventuale rimozione dall’incarico. La Congregazione che assume tale decisione, in Sessione ordinaria, può stabilire se dare “nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione” o esortare il vescovo “a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni”, concluso il quale il Dicastero potrà “emettere il decreto”. Nell’ultimo articolo si stabilisce che la decisione finale dovrà essere “sottomessa all’approvazione specifica del Romano Pontefice” che, “prima di assumere una decisione definitiva si farà assistere da un apposito Collegio di giuristi”.

    http://www.tgregione.it/cronaca-versilia/prete-pedofilo-nelle-lettere-del-bimbo-le-dichiarazioni-damore-mi-manchi/

  • Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    38578 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chissà quanti sono i vescovi che, alle prese con casi di pedofilia dei sacerdoti nelle loro diocesi, da qualche giorno si sentiranno malfermi sulle loro sedie episcopali. Si potrebbe supporre non siano pochi, dato che il fenomeno degli abusi sembra non aver risparmiato un lembo del globo terracqueo. A segare le gambe delle loro cattedre è intervenuto, com’è ormai noto, un decreto di papa Francesco, con data 4 giugno 2016, un motu proprio dal titolo di velluto, Come una madre amorevole, per un contenuto di ferro: la rimozione forzata dei vescovi che, di fronte agli abusi sessuali dei loro preti, siano o siano stati negligenti nell’intraprendere misure atte a bloccarne la reiterazione e a punire il colpevole.

    «Il Diritto canonico – premette il papa in apertura di decreto (di soli cinque articoli) – già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto» (ovvero i superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio). Tutto già codificato nel can. 193 §1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 975 §1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, ma non basta: «Con la presente Lettera – motiva con fermezza il pontefice – intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili». E, di nuovo, non basta: rammentando che il «vescovo diocesano o l’eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua», prescrive che «nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave».

    In caso «appaiano seri indizi» di tali manchevolezze, «la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze». E «qualora ritenga opportuna la rimozione del vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso», se «dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione» o «esortare fraternamente il vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione», la quale tuttavia sarà sottoposta «all’approvazione specifica» del pontefice, assistito da «un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati».

    Cardinali e vescovi sotto indizio di negligenza

    Avrà un bel da fare la «competente Congregazione della Curia» (non specificata; Radio Vaticana la cita aggiungendo fra parentesi «vescovi, Evangelizzazione dei Popoli, Chiese orientali, Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica»), perché «seri indizi» necessari per iniziare un’indagine sono emersi per non pochi prelati, che, se innocenti, è bene primario siano “assolti” da sospetti di negligenza o altro. Qualche nome, fra i casi di cui si è parlato recentemente, anche su Adista, relativamente ad episodi di presunta copertura di reati commessi anni addietro e da tempo riferiti dalla stampa.

    L’australiano card. George Pell ha ammesso davanti alla Royal Commission australiana, nell’inchiesta riguardante fra l’altro il suo ruolo e le sue responsabilità di copertura di casi di pedofilia tra gli anni ‘70 e ‘80, di non aver dato seguito alla denuncia di uno studente che accusava p. Edward Dowlan, prete insegnante in una scuola cattolica, di «comportarsi male con i bambini». «Ne parlò di sfuggita durante la conversazione – ha minimizzato il cardinale – non mi ha chiesto di fare nulla». Dowlan è stato poi condannato per aver abusato di 20 bambini in sei diverse scuole, a partire dal 1971. Ma Pell non pare sentirsi in colpa e ha contestualizzato il suo comportamento: «Con l’esperienza di quarant’anni dopo – ha detto – sono certamente d’accordo che avrei dovuto fare di più». «Non ne feci nulla» (v. Adista Notizie n. 12/16).

    Il patriarca maronita del Libano Béchara Raï ha difeso in pubblico, come peraltro davanti al papa, il sacerdote della diocesi di Beirut, Mansour Labaki (che gode del titolo onorifico di “monsignore”), già condannato il 23 aprile del 2012 per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su ragazze minorenni. La condanna fu confermata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno 2013, rigettando il ricorso presentato dall’“orco” abusatore. Il patriarca libanese ha fra l’altro affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo». Labaki sarebbe vittima, secondo il patriarca, di una «campagna diffamatoria» (v. Adista Notizie n. 13/16). All’inizio di maggio, è stato emesso contro il sacerdote libanese un mandato di cattura internazionale, perché, adducendo motivi di salute, non si è presentato al processo per crimini sessuali commessi in Francia (v. Adista Notizie n. 17/16). L’indagine potrebbe o dovrebbe riguardare anche il vescovo di Beirut, mons. Paul Matar. Il quale per esempio non ha mai pubblicato sul bollettino della diocesi le sentenze ecclesiali contro Labaki.

    Il card. Bernard Francis Law è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002, quando è stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. In una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, il card. Law manifestò la speranza che il suo allontanamento potesse «aiutare l’archidiocesi di Boston a trovare la cura, la riconciliazione e l’unità, di cui ha così disperatamente bisogno. A tutti quelli che hanno sofferto per le mie mancanze ed errori, domando scusa e imploro il loro perdono» (v. Adista n. 91/02). Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.

    Contro l’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin è stata recentemente depositata una denuncia con l’accusa di aver coperto due preti pedofili. Il cardinale ha negato qualsiasi addebito: «Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia», ha affermato per mezzo di un comunicato stampa della diocesi. «Pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili perché commessi da un prete», ha spiegato di non poter «non manifestare la sua profonda incomprensione» di fronte alla denuncia sporta contro di lui, chiedendo «solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità» (v. Adista Notizie nn. 8 e 12/16). Il 25 aprile, parlando al clero lionese, ha riconosciuto «errori della gestione e nomina di certi preti», chiedendo comunque perdono alle vittime. L’8 giugno è stato ascoltato per 10 ore nel quadro dell’inchiesta giudiziaria preliminare.

    Il card. Juan Luis Cipriani, arcivescovo di Lima dell’Opus Dei, all’inizio dello scorso aprile, è stato citato in giudizio da un Tribunale provinciale penale peruviano per non aver denunciato gli abusi sessuali sui minori commessi da Fernando Figari, fondatore nel 1971 della Società di vita apostolica Sodalitium Cristianae Vitae, e da altre persone della stessa istituzione. Risultano indagati ancheVíctor Huapaya Quispe, vicario giudiziale e presidente del Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, e Enrique Elías Dupuy, procuratore di Sodalitium. Secondo una denuncia presentata dall’Istituto per la Difesa dei diritti del Minore, il cardinale, in qualità di moderatore del Tribunale ecclesiastico, era a conoscenza, fin dal 2011 (v. Adista Notizie nn. 11, 12 e 71/11), delle violenze sessuali e psicologiche subite da quattro persone e non avrebbe fatto nulla né per investigare né per prevenire che il delitto si ripetesse (v. Adista Notizie n. 15/16).

    Il card. Angelo Sodano ha svolto il ruolo di Segretario di Stato, su nomina di Giovanni Paolo II, dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006. È stato un sostenitore di Marcial Maciel, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dalla Santa Sede nel 2006 per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica latae sententiae. Destinatario, negli anni, di donazioni milionarie da parte di Maciel, che cercava protezione a Roma, Sodano, ancora nel novembre 2008, dunque due anni dopo la condanna vaticana, e dopo la morte di Maciel, invitava seminaristi e sacerdoti della Legione, nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo a Roma – in occasione del 64° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Marcial Maciel – a mantenere viva la devozione per il loro fondatore: «Dobbiamo avere grande venerazione per il nostro fondatore, se siamo tutti peccatori… Si può affermare: guarda com’è infangato l’anello del cardinale, ma è stato un momento; un diamante è sempre un diamante, quindi posso concludere che mi pare che il piano di Dio per la Legione è che essa continui». A quell’incontro prese parte, fra gli altri, il card. Franc Rodé, anch’egli estimatore di Maciel. Queste alcune sue frasi: «Non dovete giudicare padre Marcial, verrebbe frainteso, lasciate il giudizio al Signore, spetta a Lui. Un fondatore può avere debolezze, anche difetti sul piano psicologico, intellettuale e persino morale, e in questo caso se vivono debolezze sul piano morale, ciò che si impone è la misericordia, la comprensione».

    E veniamo ad uno dei vescovi più invisi agli stessi suoi fedeli: mons. Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, in Cile, accusato di complicità con il prete Fernando Karadima (condannato in sede di giustizia civile e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi sui minori), o quanto meno di averlo coperto (ma, da taluno, anche di aver partecipato ad atti di abuso sessuale su minori; v. Adista Notizie nn. 4, 10, 13, 14, 26 e 35/15). Il papa è però convinto dell’innocenza di Barros: lo ha nominato malgrado la contrarietà di laici e preti della sua diocesi e di cileni di altre diocesi (compresi 51 parlamentari nazionali). In un audio “carpito” a Bergoglio mentre parlava con fedeli sostenitori di Barros, lo si sente dire: «L’unica accusa contro il vescovo è stata screditata giudizialmente, perciò non perdano la serenità». «Io sono il primo a castigare e giudicare qualcuno che ha ricevuto accuse di questo tipo, ma in questo caso non c’è prova, al contrario; ve lo dico di cuore». «Osorno soffre, ma per una sciocchezza, perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle frottole che tutta questa gente dice». E ancora: «La Chiesa ha perso la libertà facendosi riempire la testa da politici, giudicando un vescovo senza alcuna prova, dopo 20 anni che è vescovo».

    * Fotografia di Frang2823, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

  • Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Dal 5 settembre prossimo i vescovi negligenti in tema di protezione dei minori potranno essere rimossi dalla diocesi loro affidata. Ed a cacciarli potranno essere le Congregazioni della Curia Romana, investite di un apposito potere d’indagine. Queste, in sintesi, sono le due innovazioni portate dal motu proprio “Come una madre amorevole”, emanato giorni fa da Papa Francesco ma che entrerà in vigore, come detto, fra 90 giorni.

    A CHI SI RIVOLGE

    Il testo voluto dal Papa chiarisce che “la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, quindi i primi ad occuparsene e assumersene la responsabilità sono: “I Vescovi diocesani, gli Eparchi (i ‘vescovi’ delle Eparchie, cioè le ‘diocesi’ che in Italia sono di rito greco-cattolico e ammettono i preti sposati, parliamo di Piana degli Albanesi in Sicilia e Lungro in Calabria) e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare”, che vengono chiamati ad “impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”.

    SI AMPLIANO LE “CAUSE GRAVI”

    Già oggi il Codice di Diritto Canonico, voluto da Giovanni Paolo II nel 1983 (quello precedente risaliva al 1917), stabilisce che si può perdere un ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Un esempio? Il canone 696, rifacendosi ai religiosi (i frati), parla di cause “gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente” come ad esempio: “l’ostinato appoggio o la propaganda di dottrine condannate dal magistero della Chiesa”. È come se – per fare un esempio banale, ma chiaro – Padre Raniero Cantalamessa, il noto religioso che per anni ha telepredicato il Vangelo agli italiani e oggi è Predicatore della Casa Pontificia, improvvisamente si iscrivesse all’UAAR (Unione Atei, Agnostici Razionalisti) ed entrasse nelle Brigate Rosse. In questo caso potrebbe essere rimosso.

    LA NEGLIGENZA E LA DENUNCIA

    Naturalmente il motu proprio del Papa allarga adesso le gravi cause. E parla espressamente di “negligenza dei Vescovi nel loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili”. Possiamo fare molti esempi di possibile negligenza: il vescovo che trasferisce di parrocchia in parrocchia il prete pedofilo non dando corso alle denunce dei fedeli; oppure il vescovo che omette di denunciare il sacerdote all’autorità civile (e quindi alla magistratura). Questo punto ci sembra suggerito dal testo del documento, e potrebbe anche chiudere le polemiche sulla decisione – quantomeno discutibile – presa dalla Conferenza Episcopale Italiana di non obbligare i vescovi alla denuncia dei preti pedofili alla magistratura italiana. Era il marzo 2014 e il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, si giustificò dicendo che tale norma fosse “a tutela delle vittime” e che un obbligo “morale” fosse più pesante di uno “giuridico”. Posizione quantomeno opinabile.

    COME AVVIENE LA CACCIATA DEL VESCOVO

    La rimozione del vescovo può avvenire se “per negligenza” abbia “posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri” che può essere “fisico, morale, spirituale o patrimoniale”. Nel caso di abuso su minori o adulti vulnerabili basta che “la mancanza di diligenza sia grave” (art. 1, §3). In questo caso “la competente congregazione della Curia Romana” (che nei casi di pedofilia è quella per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio) può agire d’ufficio, iniziando un’indagine e (art. 4) cacciare il vescovo con il decreto di rimozione, o invitarlo a dimettersi entro 15 giorni pena la cacciata d’ufficio. Sempreché (art. 5) il Papa, sentito un collegio di giuristi, approvi la decisione della Congregazione competente.

    Il motu proprio di Francesco segue la linea – prima di Giovanni Paolo II, poi di Benedetto XVI – di massima severità nella gestione dei casi di pedofilia del clero; e richiama infatti il motu proprio emanato da Karol Wojtyla e poi emendato da Joseph Ratzinger Sacramentorum Sanctitatis tutela. Un testo che non ha mancato di suscitare apprezzamento negli ambienti ecclesiastici.

    MA NON C’E’ SOLO L’ABUSO

    Con una precisazione. Il motu proprio parla di danno anche patrimoniale non solo verso il singolo, ma anche verso una comunità. Non è difficile ripensare ai casi di cronaca recente a proposito di presunte malversazioni economiche compiute in alcune diocesi italiane. Come quello di monsignor Francesco Micciché, vescovo emerito di Trapani, rimosso nel 2012 dalla Santa Sede e sotto inchiesta dal 2015 della Procura della Repubblica di Trapani per malversazione (spariti 2 milioni di euro destinati alla diocesi) in relazione ai soldi dell’8 per mille. Dal 5 settembre prossimo, insomma, uno strumento in più in mano alla Santa Sede.

    http://formiche.net/2016/06/06/denunce-abusi-e-cacciate-dei-vescovi-ecco-le-novita-del-motu-proprio-di-bergoglio/

  • Pedofilia. Per i vaticanisti Wojtyla fu tradito dai suoi collaboratori

    Pedofilia. Per i vaticanisti Wojtyla fu tradito dai suoi collaboratori

    A distanza di undici anni dalla scomparsa, e a due dalla canonizzazione, una parte del sistema mediatico internazionale ritiene che Papa Giovanni Paolo II abbia riservato “mano leggera” alla piaga della pedofilia interna agli ambienti della Chiesa. In questi giorni, due casi fra tutti hanno focalizzato l’attenzione della pubblica opinione sui “crimini abnormi” (come ebbe a definire gli abusi sessuali Benedetto XVI) commessi da sacerdoti e da religiosi su minorenni. I cardinali George Pell e Philippe Barbarin sono gli ultimi due capitoli del grande dossier targato “pedofilia” presente sulle scrivanie dei Papi già dagli anni ’90, quando a Giovanni Paolo II vennero comunicati casi di sacerdoti pedofili americani. In relazione a questo, alcuni vaticanisti italiani, intervistati dal FarodiRoma.it, hanno spiegato cosa resta oggi della reazione che Papa Wojtyla riservò al fenomeno e se la sua memoria sia stata danneggiata.

    Gian Franco Svidercoschi ha subito desiderato evidenziare la collaborazione tra Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, già da quando quest’ultimo era cardinale. “Vorrei ricordare – ha commentato il vaticanista di origini polacche – che Wojtyla nel 2001 ha fatto una cosa d’accordo con Ratzinger: si è accorto che mentre scoppiava in America la storia della pedofilia non bastava solo attenersi al codice del diritto canonico per i vescovi perché questi erano abituati a pensare che fosse più importante salvare il nome dell’istituzione e non delle vittime. Dal 2001, considerata l’incapacità dei vescovi – ha spiegato Svidercoschi – il Pontefice decise che del problema si sarebbe occupato la Congregazione per la Dottrina della Fede alla cui guida fu posto il cardinale Joseph Ratzinger”. “Un papa non può fare tutto: la storia di padre Marcial Maciel Degollado, scosse la Chiesa, e quando ho chiesto al cardinale Dziwisz se il Papa sapesse lui mi rispose di no. In Vaticano vige la politica del silenzio: sono stato per due anni vice direttore dell’“Osservatore Romano”: e quando me ne sono andato al Papa non è mai stata comunicata la mia decisione. Non è pertanto responsabilità del Papa ma del sistema di corte vaticana che non veicola le informazioni al Pontefice. Io credo che chi abbia seguito il magistero wojtyliano conosca le decisioni riflettute dal Papa già a partire dallo scandalo scoppiato negli Stati Uniti e la sua linea di tolleranza zero davanti allo scandalo della pedofilia.

    In accordo con Svidercoschi, Valentina Alazraki, diventata vaticanista nel 1974 con Paolo VI, sostiene che i due Pontefici abbiano collaborato tra loro per il bene della Chiesa: “Francesco ha voluto ringraziare Giovanni Paolo II per aver garantito al cardinale Ratzinger di indagare su padre Maciel. E poi si è detto grato anche a Benedetto XVI per essere arrivato fino in fondo da solo”.
    Per il giornalista Marco Tosatti, invece, la storia di abusi che coinvolge padre Maciel ha danneggiato Giovanni Paolo II perché fu il Papa per primo a essere ingannato dal religioso che fondò la Congregazione clericale dei Legionari di Cristo. “La presa d’atto del problema fu pensata immediatamente dal Papa che incaricó Ratzinger affinché indagasse il caso. “Per chi commette queste cose nella Chiesa non c’è posto”, disse Wojtyla”.

    “La questione della pedofilia resta uno dei grandi enormi buchi neri della figura di Giovanni Paolo II. Maciel è stato il caso più aberrante che ci sia stato nella chiesa moderna. Ancora oggi ci si chiede se il Papa sapesse oppure no”. Queste le dichiarazioni di Franca Giansoldati, la quale assieme a Marco Tosatti è autrice del libro “Il demonio in Vaticano. I Legionari di Cristo e il caso Maciel”. “Le prime denunce – spiega la vaticanista del Messaggero – arrivarono in Vaticano nel 1997. Nel 2005 Benedetto XVI in una totale solitudine ha fatto emergere la piaga. San Giovanni Paolo II (l’unica ombra che c’è su questa grandissima figura di Papa) è rimasto vittima dei suoi collaboratori che lo hanno mantenuto lontano dalla verità”.

    D’accordo con Franca Giansoldati si dice anche Raffaele Luise, vaticanista Rai: “la figura del Papa polacco è stata danneggiata da chi doveva servirlo. A Wojtyla non hanno fatto sapere questa realtà fino in fondo e proprio per questa ragione il Papa non ha preso coscienza della vastità del fenomeno. Se si fa il paragone tra il coraggio di Benedetto XVI che ha affrontato per primo il dramma della pedofilia con forza e trasparenza e Giovanni Paolo II certamente quest’ultimo si troverà in difficoltà”.
    Anche Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa e coordinatore di Vatican Insider, ritiene che la responsabilità della “mano leggera” della Chiesa sotto il pontificato di Giovanni Paolo II non sia da addebitare al Papa ma ai suoi collaboratori più stretti. “Sono sorte delle domande relative a quanto Giovanni Paolo II sapesse – ha detto Andrea Tornielli – soprattutto nell’ultima fase del suo pontificato, quando avevano un potere sempre più maggiore alcuni suoi collaboratori. Un altro aspetto fondamentale è che Wojtyla, memore dei dossieraggi costruiti nella Polonia sovietica, nutriva un naturale sospetto verso le accuse sessuali che interessavano alcuni sacerdoti. Questo ha potuto influire nell’approccio che egli ha riservato a questi temi”.

    Alessandro Notarnicola

  • Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

    Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

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    La questione della pedofilia rischia di diventare una spina nel pontificato di Francesco. Bergoglio nei primi anni del suo papato ha imboccato una linea dura nei confronti degli abusi sessuali. Pochi mesi dopo la sua elezione (nel luglio 2013) ha inserito nel codice penale dello Stato vaticano i delitti contro i minori, sottoponendo alla giurisdizione penale tutti i membri della Curia romana e dell’amministrazione della Santa Sede.

    Appena informato delle accuse circostanziate rivolte al nunzio (ambasciatore) vaticano Jozef Wesolowski a Santo Domingo, lo ha richiamato a Roma e lo ha sottoposto ad un processo canonico, al termine del quale Wesolowski è stato spogliato del suo rango di arcivescovo e ridotto allo stato laicale. Di più: il pontefice ha ordinato l’arresto del prelato degradato e ha ordinato che fosse istruito contro di lui anche un processo penale con la partecipazione di una rappresentanza della stampa internazionale.

    La morte per infarto dell’ex nunzio polacco (nella notte fra il 27 e il 28 agosto 2015) gli ha evitato questa vergogna. Ma la svolta di Francesco a riguardo è stata radicale. Mai un arcivescovo, membro del corpo diplomatico della Santa Sede, era stato oggetto di una punizione così esemplare e pubblica. Per fare un paragone basti ricordare che in presenza dei crimini sessuali di Marcial Maciel, fondatore e capo dei Legionari di Cristo, Benedetto XVI lo aveva allontanato dalla guida del movimento e gli aveva imposto una vita appartata, ma non aveva avuto il coraggio di sottoporlo a processo.

    Francesco ha proseguito la sua opera di contrasto agli abusi, creando una commissione pontificia incaricata di elaborare nuove linee guida per la protezione dei minori. La commissione è presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, che nella sua diocesi funestata per decenni da preti predatori (come racconta con precisione il film Il caso Spotlight) aveva fatto una grande operazione di pulizia. A far parte della commissione – anche questa un’assoluta novità – sono state chiamate due vittime: l’irlandese Marie Collins, abusata a tredici anni da un prete, e l’inglese Peter Saunders che ha fondato nel suo paese la National Association for People Abused in Childhood, un’organizzazione di sopravvissuti all’abuso.
    Infine il papa argentino ha creato recentemente un tribunale speciale presso la Congregazione per la Dottrina della fede per giudicare l’“abuso di ufficio” di quei vescovi che non hanno dato seguito alle denunce di pedofilia loro pervenute. Un nuovo organismo, che in linea di principio dovrebbe permettere a ogni fedele in qualsiasi parte del mondo di portare in giudizio i vescovi insabbiatori o che rimangono inerti a fronte di segnalazioni di abusi.

    Inutile dire che tutta questa strategia in molta parte dell’apparato ecclesiastico, abituato da secoli all’omertà, non ha incontrato entusiastica approvazione né un concreto appoggio. Le difficoltà sono cominciate proprio con la commissione per la tutela dei minori. Nel marzo 2014 il pontefice aveva creato un organismo snello composto di otto persone: quattro donne e quattro maschi, quattro laici e quattro chierici. Il primo segno di resistenza da parte dell’apparato ecclesiastico a Roma e nel mondo è venuto dalle critiche che la commissione sarebbe stata troppo ristretta e non rispecchierebbe l’universalità della Chiesa. Così è stato perso un anno alla fine del quale la commissione è stata ampliata a 17 membri. Ma la battaglia più forte è divampata sul ruolo della commissione stessa. Tra quanti considerano l’organismo uno strumento per fare pulizia all’interno della Chiesa dei preti predatori ancora esistenti e dell’omertà episcopale e per portare alla luce crimini tuttora rimossi e quanti invece puntano a fare unicamente lavoro di prevenzione per il futuro, lasciando di fatto gli scheletri negli armadi.

    Simbolo e vittima di questa battaglia è Peter Saunders, che ha espresso forti critiche per l’inerzia della commissione oltre che su casi specifici come le accuse rivolte in Australia al cardinale George Pell di avere coperto preti pedofili quando era vescovo di Melbourne e Sidney, e per questo a febbraio scorso è stato estromesso dalla commissione con la singolare motivazione che “si prenderò un periodo di aspettativa per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro (del gruppo)”. Al fondo c’è una questione cruciale, che costituisce la cartina di tornasole per giudicare la serietà o meno delle gerarchie ecclesiastiche nell’opera di contrasto agli abusi del clero: il problema delle denuncia alla magistratura. Marie Collins, membro della commissione e vittima, ha sempre dichiarato che si tratta di un “passo decisivo” (se la vittima è d’accordo).

    Ma su questo punto la resistenza di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo è stata strenua e a tutt’oggi vincente. Tranne nei casi dove lo impone la legge del paese, la maggioranza degli episcopati mondiali non vuole sentire parlare di obbligo di denuncia. Tipico il caso della Conferenza episcopale italiana, che scantona affermando che il “vescovo non è pubblico ufficiale”.

    Il cardinale O’ Malley dinanzi a questo atteggiamento di sabotaggio radicato nell’apparato ecclesiastico è stato costretto a dichiarare che la denuncia alle autorità civili è un “obbligo morale”. Ma è troppo poco.
    L’atteggiamento di resistenza passiva alla strategia di tolleranza zero, che Francesco vorrebbe perseguire, si manifesta inoltre nella realizzazione pratica delle Linee-guida, che già Benedetto XVI aveva chiesto ad ogni conferenza episcopale di elaborare per contrastare efficacemente il fenomeno degli abusi.

    Ci sono paesi dove ogni anno si presentano rapporti che informano sullo stato della questione. Stati Uniti e Svizzera, per citarne alcuni. Ci sono paesi in cui c’è un vescovo incaricato dalla conferenza episcopale di seguire tutto il dossier-abusi a livello nazionale: per esempio in Germania. Ci sono paesi dove è stata creata una commissione di indagine indipendente: vedi l’Austria, dove agisce il cardinale Christoph Schoenborn. E dove sono stati elaborati criteri per i risarcimenti.

    C’è una massa di conferenze episcopali, al contrario, dove regna una voluta passività. L’Italia è in testa a questo esercito di inerti. La Cei non ha impegnato i vescovi a istituire in ogni diocesi centri di ascolto per le vittime. Non si pubblica nessun rapporto su quanto avviene (e molti casi di negligenza vengono segnalati costantemente dalle organizzazioni italiane di contrasto alla pedofilia). Non c’è nessun rappresentante ecclesiastico diocesano né nazionale a cui chiedere conto. Non c’è nessuna direttiva sui risarcimenti. Non c’è nessuna indagine sui crimini del passato ancora nascosti.

    La lotta su un aspetto essenziale del riformismo di papa Bergoglio si svolge su questo terreno. Ed è, dietro le quinte, una lotta accanita. Non a caso la lettera che un gruppo di vittime australiane ha inviato a Francesco, chiedendogli un incontro, accenna alla necessità di un “impegno in favore dei bambini del passato e dei bambini del futuro per attuare misure affinchè ciò non si ripeta mai più”. In altre parole, non è possibile parlare di prevenzione se non si indaga attivamente e non si scoperchiano i crimini del passato.

    E a proposito di passato, resta una ferita aperta il mancato incontro di Francesco in Messico con le vittime di Marcial Maciel, capo dei Legionari di Cristo. Papa Bergoglio ha già incontrato altre vittime in Vaticano e negli Stati Uniti. Tutte le vittime sono eguali, ma non tutte le vicende sono identiche. Il caso messicano è particolare, perché la denuncia degli episodi criminosi era arrivata direttamente in Vaticano ed aveva assunto la forma di un regolare procedimento di fronte alla Congregazione della Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. E lì, in spregio alla legge canonica, si era arenata. Per quanto si è potuto ricostruire Raztinger ha incontrato ostacoli a suo tempo nella Segreteria di Stato e nella segreteria personale di Giovanni Paolo II. Non si voleva toccare l’immagine di una organizzazione potente e influente come i Legionari di Cristo.

    Benedetto XVI, recandosi in Messico nel 2012, rifuggì dall’incontro che le vittime gli avevano chiesto. La loro richiesta di un colloquio con Francesco a Città del Messico nel febbraio scorso non ha avuto seguito. Ma il loro diritto ad un faccia a faccia con il pontefice resta. Perché si tratta di un insabbiamento avvenuto ai massimi livelli del Vaticano.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/03/pedofilia-una-spina-nel-fianco-per-papa-francesco/2514943/