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  • Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Il teologo Hans Küng in un suo recente intervento sul quotidiano la Repubblica ha accusato esplicitamente papa Ratzinger di avere imposto il silenzio sul dilagare della pedofilia nel clero cattolico e ha citato a questo proposito un ben preciso documento firmato nel 2001 dal pontefice. E’ lo stesso documento che in Germania ha fatto pubblicamente infuriare il ministro degli Interni. Hans Küng ha specificato che sui casi di pedofilia Ratzinger ha imposto il “segreto pontificio”, che però nessuno sa cosa sia. Eppure sia l’intero testo del documento firmato dall’attuale papa e sia il testo della definizione vaticana di cosa sia il segreto pontificio sono stampati e ben commentati nell’appendice del libro “Emanuela Orlandi – La Verità: dai Lupi Grigi alla banda della Magliana”, edito nel 2008 da Baldini-Castoldi-Dalai e scritto dal giornalista Pino Nicotri. Il quale per giunta ne aveva già ampiamente parlato nel suo blog www.pinonicotri.it e prima ancora sul blog che aveva sul sito del settimanale L’espresso. Stranamente però i mass media hanno continuato a far finta di niente nonostante la frequente riproposizione dei due documenti sul blog di Nicotri man mano che esplodeva il nuovo scandalo della pedofilia nel clero in Irlanda e in Germania, e nonostante le molte interviste date a radio e tv non solo private.
    Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo quindi l’intera appendice del suo libro dedicata appunto alle responsabilità di papa Ratzinger in questo brutto argomento e al cosa sia esattamente il misterioso “segreto pontificio”.

    IL MURO DEL “SEGRETO PONTIFICIO”: SILENZIO OBBLIGATORIO SUI RELIGIOSI PEDOFILI E/O ADESCATORI IN CONFESSIONALE 

    di Pino Nicotri

    Il silenzio e l’omertà della Segreteria di Stato del Vaticano possono sorprendere, ma se ne comprende meglio l’origine e il motivo se si è a conoscenza del fatto che in tutto il mondo i religiosi di professione hanno l’obbligo del “segreto pontificio” per tutto ciò che riguarda gli atti sessuali con maggiorenni adescati durante il sacramento della confessione o ai danni di minori comunque adescati e abusati. Si tratta di un ordine aggiornato nel 2001 per volontà proprio di Wojtyla e a firma degli allora monsignori Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone. Nel caso Emanuela sia stata vittima di abusi sessuali, l’obbligo di preti, sacerdoti, monaci e monache dentro e fuori il Vaticano era tenere la bocca cucita, quali che fossero le conseguenze degli ipotetici abusi. Vediamo meglio questa scivolosa faccenda raccontando qualche caso realmente accaduto e vedendo come lo stesso confessionale oggi diffuso in tutte le chiese è nato proprio per tentare di arginare gli abusi sessuali dei religiosi, da sempre fin troppo in voga.

    Al tempo del caso Orlandi il segretario dell’anticamera del papa era una persona molto particolare: il già allora noto pedofilo monsignor Julius Paetz, polacco come Wojtyla. Dopo qualche tempo è stato promosso arcivescovo di Poznan e in tale veste spedito in Polonia. Nonostante l’accumularsi di denunce – almeno 14 – per abusi sessuali ai danni di giovani seminaristi, il pedofilo Paetz stava per essere elevato, sempre da Wojtyla, alla prestigiosa carica di primate della Polonia quando il governo polacco ha deciso di rompere gli indugi ed uscire allo scoperto per evitare l’insulto e l’infamia di una tale promozione. Minacciando pubblicamente di cacciare l’arcivescovo dal Paese, Varsavia il 28 marzo 2002 riusciva a ottenerne le dimissioni. Insomma Paetz, accolto di nuovo in Vaticano e questa volta come un perseguitato – nella cattolicissima Polonia! – e un eroe era un accanito pedofilo. Così come Emanuela Orlandi era una bella minorenne. Essendo lei di sesso femminile, non è detto che Paetz volesse aggiungerla al suo carnet, ma alla luce dei molti scandali di sacerdoti stupratori di minorenni di entrambi i sessi non è una ipotesi da escludere a priori. Per esempio, la settimana della Pasqua del 2006 è esploso in Italia lo scandalo di un parroco fiorentino, don Lelio Cantini, che per l’appunto collezionava da decenni violenze sessuali ai danni di bambini e bambine.

    Una ventina di vittime di Cantini, ormai adulte, si sono rivolte con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia locale esposti e memoriali sulle violenze sessuali subite quando erano bambini dal sacerdote titolare della parrocchia Regina della Pace. A furia di insistere, hanno ottenuto qualche incontro prima con l’arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con il suo successore arcivescovo Ennio Antonelli oltre che nel frattempo con l’ausiliare Claudio Maniago. Tutto quello che sono riusciti però a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi a far data dal settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti. Il trasferimento è stato motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che il parroco pluristupratore di lungo corso venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.

    Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le venti vittime che avevano iniziato a protestare. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova missiva, nella quale a proposito dell’ex parroco parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane”. I dieci lamentano anche come a quasi due anni dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi della curia resi edotti della vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.

    Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, all’epoca numero uno della Conferenza Episcopale Italiana, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”. Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime. Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi nei loro territori, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processano pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.

    Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la Santa (!) Inquisizione e poi il Sant’Uffizio, non solo imponeva il segreto su questi poco commendevoli argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori. Compresi quello di accreditare senza motivo alcuno il “rapimento” di Emanuela Orlandi.

    Da notare che per quell’ordine scritto, diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa sia dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari con una marea di risarcimenti) che di quelli pedofili in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare un folto gruppo di preti dalle loro vittime, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.

    A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
    Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
    Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
    I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
    – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
    2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
    3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
    4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
    – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
    2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
    3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
    – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
    Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
    Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
    Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
    Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
    Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
    Joseph card. Ratzinger, prefetto.
    Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla magistratura civile e penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro. E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina. A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Tutto qui! Di denuncia alla magistratura, neppure l’ombra, e del resto il “segreto pontificio” non lascia scampo. Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni – e di 17 le più “vecchie” – senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina…. Da far felice qualunque pedofilo incallito! Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, il cardinale invita le pecorelle struprate a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

    Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano. E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del cardinale con “stupore e dolore”, hanno deciso di non fermarsi. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. I preti schierati dalla loro parte chiedono al papa – nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! – “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”. Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia “privato dello stato clericale” anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la magistratura dello Stato italiano. I panni sporchi si lavano in famiglia… Che è il modo migliore di continuare a non lavarli. Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi.

    Poiché però ai fedeli pesa sempre molto “creare scandalo alla Chiesa”, scusa con la quale si è sempre evitato che certe cose si venissero a sapere, i fiorentini che si sono rivolti al papa e al Segretario di Stato non hanno avuto la forza di non accontentarsi del silenzio d’Oltretevere e di rivolgersi quindi alla magistratura. E’ così che Ratzinger in visita negli Stati Uniti e in Australia, due enormi Paesi scossi da centinaia di casi anche giudiziari di pedofilia dei religiosi, ha incredibilmente potuto ergersi a paladino delle denunce anche penali. Le belle parole non costano niente, tanto poi tutto procede come prima, specie in Italia e in Vaticano.

    Chi difende a spada tratta Ratzinger e Bertone per il documento del 2001, arrivando a sostenere che esso semmai facilitava la giusta punizione per i preti pedofili, mente o sapendo di mentire o per eccesso di ignoranza. Già è molto grave che in quel documento la pedofilia sia definita “peccato contro la morale” anziché contro la persona. Forse che i bambini e le bambine non sono persone? Dei quali abusare senza troppi problemi, vedasi anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo condannato dal papa a “fare penitenza” anziché essere privato dell’abito talare e spedito in galera. In quel documento è stato anche ordinato di elevare da 16 a 18 anni la definizione di età minore e a 10 anni il periodo necessario per la decorrenza termini per l’eventuale processo davanti al tribunale religioso (religioso, non civile, cioè non statale, non con magistrati ordinari). Possono parere due buone misure, moralizzatrici: ma l’unico risultato è quello di sottrarre i colpevoli alla denuncia alla magistratura ordinaria per almeno 10 anni filati e di dare loro la possibilità di spassarsela anche con ragazzi tra i 16 e i 18 anni senza finire automaticamente nei guai. Saranno anche state buone le intenzioni di quelle due estensioni, ma come si sa – e in Vaticano dovrebbero saperlo meglio di tutti – di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. E infatti dover mantenere il segreto pontificio per almeno 10 anni sui “peccati” di pedofilia – che non sono considerati reati! – ha una ben precisa conseguenza: dopo 10 anni il reato di pedofilia si estingue in quasi tutti i Paesi del mondo.

    Per evitare dubbi e minimalismi, ho recuperato dagli archivi vaticani la definizione di cosa sia il “segreto pontificio”, firmata nel 1974 dall’allora Segretario di Stato, cardinale Jean Villot, dopo opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di papa Paolo VI. Come chiunque può rendersi onestamente conto leggendo il testo – che tratta il problema del segreto in modo talmente pignolo da fare invidia a comandi militari e massonerie varie – è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a segreto pontificio possa essere portato a conoscenza di “estranei”. Cioè, per esempio, di polizia, carabinieri e magistrati o degli stessi genitori delle vittime.

    “Segreteria di Stato
    Norme sul segreto pontificio
    Quanto concordi con la natura degli uomini il rispetto dei segreti, appare evidente anzitutto dal fatto che molte cose, benché siano da trattare esternamente, traggono tuttavia origine e sono meditate nell’intimo del cuore e vengono prudentemente esposte soltanto dopo matura riflessione.
    Perciò tacere, cosa davvero assai difficile, come pure parlare pubblicamente con riflessione sono doti dell’uomo perfetto: infatti c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (cf. Eccle 3,7) ed è un uomo perfetto chi sa tenere a freno la propria lingua (cf. Gc 3,2).
    Questo avviene anche nella Chiesa, che è la comunità dei credenti, i quali, avendo ricevuto la missione di predicare e testimoniare il Vangelo di Cristo (cf. Mc 16, 15; At 10,42), hanno tuttavia il dovere di tenere nascosto il sacramento e di custodire nel loro cuore le parole, affinché le opere di Dio si manifestino in modo giusto e ampio, e la sua parola si diffonda e sia glorificata (cf. 2 Ts 3, 1).
    A buon diritto, quindi, a coloro che sono chiamati al servizio del popolo di Dio vengono confidate alcune cose da custodire sotto segreto, e cioè quelle che, se rivelate o se rivelate in tempo o modo inopportuno, nuocciono all’edificazione della Chiesa o sovvertono il bene pubblico oppure infine offendono i diritti inviolabili di privati e di comunità (cf. Communio et progressio, 121).
    Tutto questo obbliga sempre la coscienza, e anzitutto dev’essere severamente custodito il segreto per la disciplina del sacramento della penitenza, e poi il segreto d’ufficio, o segreto confidato, soprattutto il segreto pontificio, oggetto della presente istruzione. Infatti è chiaro che, trattandosi dell’ambito pubblico, che riguarda il bene di tutta la comunità, spetta non a chiunque, secondo il dettame della propria coscienza, bensì a colui che ha legittimamente la cura della comunità stabilire quando o in qual modo e gravità sia da imporre un tale segreto.
    Coloro poi che sono tenuti a tale segreto, si considerino come legati non da una legge esteriore, quanto piuttosto da un’esigenza della loro umana dignità: devono ritenere un onore l’impegno di custodire i dovuti segreti per il bene pubblico.
    Per quanto riguarda la Curia Romana, gli affari da essa trattati a servizio della Chiesa universale, sono coperti d’ufficio dal segreto ordinario, l’obbligo morale del quale dev’essere stabilito o da una prescrizione superiore o dalla natura e importanza della questione. Ma in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave.
    Circa il segreto pontificio la segreteria di stato ha emanato una istruzione in data 24 giugno 1968; ma, dopo un esame della questione da parte dell’assemblea dei cardinali preposti ai dicasteri della Curia Romana, è sembrato opportuno modificare alcune norme di quella istruzione, affinché con una più accurata definizione della materia e dell’obbligo di tale segreto, il rispetto del medesimo possa essere ottenuto in modo più conveniente.

    Ecco dunque qui di seguito le norme.

    Art. I
    Materia del segreto pontificio
    Sono coperti dal segreto pontificio:
    1) La preparazione e la composizione dei documenti pontifici per i quali tale segreto sia richiesto espressamente.
    2) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti affari che vengono trattati dalla Segreteria di stato o dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, e che devono essere trattati sotto il segreto pontificio;
    3) Le notificazioni e le denunce di dottrine e pubblicazioni fatte alla Congregazione per la dottrina della fede, come pure l’esame delle medesime, svolto per disposizione del medesimo dicastero;
    4) Le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce, fatto sempre salvo il diritto di colui che è stato denunciato all’autorità a conoscere la denuncia, se ciò fosse necessario per la sua difesa. Il nome del denunciante sarà lecito farlo conoscere solo quando all’autorità sarà parso opportuno che il denunciato e il denunciante compaiano insieme;
    5) I rapporti redatti dai legati della Santa Sede su affari coperti dal segreto pontificio;
    6) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la creazione di cardinali;
    7) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di vescovi, di amministratori apostolici e di altri ordinari rivestiti della dignità episcopale, di vicari e prefetti apostolici, di legati pontifici, come pure le indagini relative;
    8) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di prelati superiori e di officiali maggiori della Curia Romana;
    9) Tutto ciò che riguarda i cifrari e gli scritti trasmessi in cifrari.
    10) Gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio.

    Art. II
    Le persone tenute al segreto pontificio
    Hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio:
    1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio;
    2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause;
    3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari;
    4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio.

    Art. III
    Sanzioni
    1) Chi è tenuto al segreto pontificio ha sempre l’obbligo grave di rispettarlo.
    2) Se la violazione si riferisce al foro esterno, colui che è accusato di violazione del segreto sarà giudicato da una commissione speciale, che verrà costituita dal cardinale preposto al dicastero competente, o, in sua mancanza, dal presidente dell’ufficio competente; questa commissione infliggere delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato.
    3) Se colui che ha violato il segreto presta servizio presso la Curia Romana, incorre nelle sanzioni stabilite nel regolamento generale.

    Art. IV
    Giuramento
    Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente:
    “Io… alla presenza di…, toccando con la mia mano i sacrosanti vangeli di Dio, prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto. Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare dell’obbligo del predetto segreto, mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso. Parimenti sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano”.

    Il Sommo Pontefice Paolo VI, nell’udienza concessa il 4 febbraio 1974 al sottoscritto, ha approvato la seguente istruzione ed ha comandato che venga pubblicata, ordinando che entri in vigore a partire dal 14 marzo del medesimo anno, nonostante qualsiasi disposizione contraria.
    Jean card. Villot – Segretario di Stato”

    Se poi volessimo passare dalla cronaca alla Storia, diamo un’occhiata al passato.
    “Ci sono religiosi che cercano di tentare la castità delle donne virtuose perfino durante la confessione, e osano abusare di questo solenne sacramento per sedurle”. “Ma degli enormi abusi si faccia una relazione modesta, per non scoprire le nostre vergogne”. “Non si faccia nessuna menzione dei sacerdoti scellerati e degli enormi delitti”. Autorizziamo i tribunali spagnoli a perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo ai tribunali portoghesi il permesso di perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo a tutti i tribunali, non solo a quelli spagnoli e portoghesi, l’autorizzazione a perseguire in giudizio gli abusi sessuali perpetrati approfittando del sacramento delle confessione”. Sono solo alcune delle accuse e preoccupazioni emerse niente di meno che durante il Concilio di Trento, specialmente nella sessione del 1547. Le parole che invitano a parlare il meno possibile, e solo in modo riservato, del “vizietto” dei confessori sono del vescovo di Upsala e di quello di Albi. L’invito al tribunale spagnolo perché intervenisse contro il clero che abusava del sesso e della confessione è invece di papa Pio IV, emesso nel 1561. La discesa in campo anche del tribunale portoghese prima e di tutti gli altri dopo è stata decisa dai successori di Pio IV, e le norme di carattere generale sull’argomento si trovano in una “costitutio” emessa da papa Gregorio XV nel 1622.

    Come dimostrano anche gli atti del Concilio di Trento, le bolle papali citate, il Concilio di Cosenza (1579) e quello di Firenze, le sentenze dell’Inquisizione e una marea d’altri documenti, la Chiesa ha da sempre il grave problema degli abusi sessuali in particolare dei confessori, e da sempre cerca di “non rivelare le nostre vergogne”, cioè a dire cerca di non far trapelare nulla. Il comportamento scorretto a fini sessuali in confessionale finì con l’avere una sua particolare definizione: sollicitatio ad turpia, cioè sollecitazione alle cose turpi. E non è certo un caso che la direttiva “giudiziaria” emessa nel 1924 e aggiornato nel 1962, avesse un nome simile: Sollicitatio criminis.

    Sull’uso adescatorio del confessionale vale la pena leggere il volume del 1988 “Sesso e religione nel Seicento a Venezia: la sollecitazione in confessionale”, di Claudio Matricardo. Chi vuole saperne di più dal punto di vista statistico si legga in particolare le pagine da 110 a 119 e da 144 a 147 del libro “The Inquisition in Earlly Modern Europe. Studies on Sources and Method”, di John Tedeschi e Gustav Henningsen, edito nel 1986 dalla Northern Illinois University Press. Gli abusi erano tali e tanti che si dovette proibire la confessione a domicilio o nelle celle dei confessori e imporre l’uso del confessionale che vediamo oggi nelle chiese. Il primo disegno a stampa di questo attrezzo si ha a Milano, ideato a bella posta da S. Carlo Borromeo e realizzato materialmente nei prototipi da Ludovico Moneta, suo devoto funzionario di curia ed ebanista dilettante. Nelle sue Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, scritto nel 1573 – in occasione del terzo concilio provinciale, tenuto a Milano – e pubblicato a fine ’77, Borromeo raccomanda che i confessionali modello Moneta fossero dislocati in posti ben visibili nella parte pubblica delle chiese e che “la parte frontale [del confessionale] deve essere completamente aperta, senza chiusure di sorta”. Per giunta, S. Carlo ordina, subito accontentato da Moneta nei disegni del progetto, che ci sia una apposita parete divisoria per impedire il contatto fisico o anche il solo guardarsi da vicino tra confessore e penitenti.

    La prima idea e la prima pratica di confessionale anti abusi sessuali sono  della Verona del vescovo Gian Matteo Giberti, ed è possibile che S. Carlo gliel’abbia copiata, visto che il suo assistente e organizzatore del concilio tenuto a Milano è quel Niccolò Ormaneto che era stato stretto collaboratore di Giberti proprio a Verona. Nel 1565 gli abusi sessuali dei religiosi costrinsero le autorità civili di Chiari, nel Bresciano, a chiedere al vescovo, che acconsentì, di proibire le confessioni nelle celle dei frati. Nel 1575 papa Gregorio XIII proibì del tutto le confessioni a domicilio e nelle celle e rese obbligatorio l’uso del confessionale ordinando che “il sacerdote e il penitente siano in piena vista del popolo”.
    Leggiamo cosa scrive alla curia vaticana – ancora dieci anni dopo la decisione di papa Gregorio – lo stesso Ormaneto, diventato nel frattempo nunzio apostolico in Spagna: “Da diverse parti molte persone di buon zelo lacrimano meco la gran abominatione di molti huomini impii che violano il sacramento della penitentia, tentando nell’atto della confessione et fuori d’essa di saziar il suo sfrenato et bestial appetito con figliole spirituali; et di questo abominevole peccato ho sentito gran querele “. Ormaneto era talmente scandalizzato che suggerì di ampliare la definizione di sollecitatio ad turpia non solo all’adescamento sessuale in occasione della confessione, ma anche in quello comunque attuato mentre si è in chiesa anche solo per meditare. Addirittura propose di fare intervenire l’Inquisizione in tutte le trasgressioni sessuali dei confessori, cioè non solo in quelle avvenute in chiesa. Ma papa Gregorio XIII, che pure aveva reso prudentemente obbligatorio il confessionale come lo conosciamo oggi, non gli diede retta e in una lettera del 20 febbraio 1576 obiettò – all’esatto contrario di Ratzinger – che “li errori che direttamente non contraddicono a la fede Cattolica non debbano essere conosciuti dal Sant’Officio”, come pure veniva chiamata la terribile Inquisizione. Per evitare il più possibile le tentazioni del sesso, venne proibito esplicitamente l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul penitente al momento dell’assoluzione, gesto già reso pressoché impossibile dalla stessa struttura del confessionale “brevettato” da Moneta e S. Carlo.

    Come si vede, in particolare il momento della confessione – ma non solo quello – è sempre stato per la Chiesa anche un cruccio, perché ottima occasione di adescamento: il prete costretto al celibato – e in teoria anche alla mancanza di vita sessuale – si trova infatti solo con una donna, che parla di peccati sessuali, cioè di lussuria…. Come parlare di prosciutto, bistecche e cosce di pollo a un affamato. “La carne è debole” è una realtà che vale per tutti, specie se mancano i controlli e la sorveglianza. I soldati quando sono loro i padroni della situazione ne approfittano, quale che sia la loro nazionalità, così come i funzionari dello Stato o di partito, bianco, rosso o nero che sia, che maneggiano fondi o fette di potere e i boss delle televisioni con potere di assunzione in pianta stabile.
    Il problema che ci riguarda, nel contesto della vicenda Orlandi, è semplice: se per ipotesi Emanuela è rimasta vittima degli abusi sessuali di un religioso, specie se della gerarchia vaticana, e sempre per ipotesi qualcuno, ad esempio in Segreteria di Stato, è venuto a saperlo, questo qualcuno aveva e ha l’obbligo del segreto. L’obbligo cioè di tacere con chiunque e in specie con i laici: quelli, cioè, che si occupano di indagini, delitti, tribunali, processi, giustizia. Nel caso all’abuso sessuale sia seguita la morte accidentale o per delitto, voluto o da raptus, c’è parimenti l’obbligo al segreto: non si può infatti denunciare un omicidio per motivi sessuali o anche “solo” una morte accidentale nel contesto di abusi sessuali senza infrangere l’obbligo del segreto pontifico sugli abusi sessuali dei religiosi di professione! E’ sconvolgente, ma è così. Chiacchiere a parte, è così. E ancor più lo era prima del 2001: vale a dire, anche ai tempi di Wojtyla e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

  • ”Silenzio su abusi”, nuove accuse al Papa. Il Vaticano: ”Dal NYT mera speculazione”

    ”Silenzio su abusi”, nuove accuse al Papa. Il Vaticano: ”Dal NYT mera speculazione”

    Ma rimane da chiarire “che ruolo abbia effettivamente avuto nella decisione”
    ”Silenzio su abusi”, nuove accuse al Papa. Il Vaticano: ”Dal NYT mera speculazione”
    ultimo aggiornamento: 26 marzo, ore 16:33
    New York – (Adnkronos/Ign) – Secondo capitolo del New York Times sugli episodi di pedofilia: ”Il Pontefice, quando era arcivescovo di Monaco, fu informato di un prete che sarebbe tornato all’attività pastorale pochi giorni dopo aver iniziato la terapia psichiatrica per pedofilia”. Padre Lombardi: “Nessuna novità rispetto a ciò che ha comunicato già l’Arcidiocesi”. Il Padre Custode del Sacro Convento di Assisi Giuseppe Piemontese: “Fuoco concentrico contro i vertici, non si cada nelle trappole delle lobby”. ”Il Vaticano coprì un prete pedofilo”‎. L’Osservatore insorge: ”Accuse ignobili”
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    New York, 26 mar. (Adnkronos/Ign) – “Il cardinale Joseph Ratzinger, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco, fu informato del fatto che un prete, per il quale era stata approvata una terapia nel 1980 per pedofilia, sarebbe tornato all’attività pastorale pochi giorni dopo aver iniziato la terapia psichiatrica”. E’ quanto scrive oggi il New York Times che, all’indomani dell’articolo sugli abusi ai bambini sordomuti della scuola del Wisconsin che sarebbero stati coperti dalle gerarchie vaticane, torna, con una corrispondenza da Monaco, sullo scandalo degli abusi in Germania.

    E afferma che “il futuro Papa Benedetto XVI sarebbe stato al corrente degli abusi molto più di quanto le precedenti dichiarazioni della chiesa abbiano suggerito”. La vicenda del reverendo Peter Hullermann, che nel 1986 fu poi condannato per molestie a ragazzi in un’altra parrocchia della Baviera, era emersa nelle scorse settimane e allora l’arcidiocesi di Monaco aveva addossato l’intera responsabilità della decisione di trasferire il prete all’allora vice del cardinale Ratzinger, Gerhard Gruber. Ma ora l’informativa di cui parla il New York Times, sostenendo che la sua esistenza è stata confermata da due fonti ecclesiastiche, mostrerebbe che l’allora cardinale Ratzinger “non solo presiedette a una riunione il 15 gennaio 1980 in cui si approvò il trasferimento, ma fu anche informato del suo nuovo incarico”.

    Il quotidiano americano precisa comunque che rimane da chiarire “che ruolo abbia effettivamente avuto nella decisione, e quanto interesse abbia mostrato nel caso del prete molestatore” il futuro Papa. Ma sottolinea come il reverendo Friedrich Fahr, che gestì il caso Hullermann sin dall’inizio, “sia rimasto sempre personalmente” legato al cardinale Ratzinger. Fonti ecclesiastiche – continua ancora il il New York Times – difendono il Papa sostenendo che l’informativa era una routine e che “è improbabile che sia finita effettivamente sulla scrivania dell’arcivescovo”, secondo quanto ha detto il reverendo Lorenz Wolf, giudice vicario dell’arcidiocesi di Monaco, che non può però escludere che il Papa l’abbia letta.

    ”Mera speculazione”, secondo il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che sottolinea: “L’articolo del New York Times non contiene alcuna nuova informazione oltre a quelle che la Archidiocesi ha gia’ comunicato sulle conoscenze dell’allora Arcivescovo sulla situazione del sacerdote H. – recita il comunicato riportato da padre Lombardi e diffuso dalla Sala Stampa vaticana – L’Archidiocesi conferma quindi la sua posizione, secondo cui l’allora Arcivescovo non ha conosciuto la decisione di reinserire il sacerdote H. nell’attivita’ pastorale parrocchiale”. “Essa rifiuta ogni altra versione come mera speculazione – conclude – L’allora vicario generale, mons. Gerhard Gruber, ha assunto la piena responsabilita’ della sua propria ed errata decisione, di reinserire H. nella pastorale parrocchiale”.

    La Chiesa fa quadrato intorno a Ratzinger. L”Avvenire’ nell’editoriale adi oggi tuona contro il quotidiano americano e parla di “un’onda mediatica” e in alcuni casi “una frenesia strana di lanciare il sasso, di sporcare, di insinuare che, in realtà, coloro che agiscono nel nome di Cristo sono poi uguali a noi, e anzi molto peggiori”. “Non è vero – sottolinea il quotidiano dei vescovi – che la Congregazione per la dottrina della fede, negli anni in cui era guidata da Joseph Ratzinger, insabbiò il procedimento canonico a carico di Lawrence Murphy, il sacerdote americano colpevole di abusi su dei bambini sordi. Chi legga i documenti pubblicati dal New York Times a sostegno di questa accusa scopre che in realtà solo i vertici della Chiesa americana insistettero a indagare su fatti, che erano stati archiviati dalla giustizia civile”.

    Parla di un “fuoco concentrico” contro la Chiesa e i suoi vertici il Padre Custode del Sacro Convento di Assisi, Giuseppe Piemontese, secondo il quale, dietro le accuse, potrebbe esserci il tentativo “di far dimettere il Papa”: “Proprio a questo si vuole arrivare – afferma all’Adnkronos – L’intervento del Papa, della Chiesa a favore della vita e tante situazioni che non si condividono hanno creato questa reazione pesante e ingiusta. Ci sono delle lobby, non dobbiamo cadere nel tranello di reagire in modo scomposto”. ”Tutto il problema del sarcerdote di Milwaukee – prosegue padre Piemontese – e’ una bolla di sapone e dai documenti stessi che ha pubblicato il New York Times si evince chiaramente che l’intervento della Congregazione per la dottrina della fede, 20 anni dopo i fatti quando era stata segnalato, e’ stato tempistico e chiaro aprendo un processo che, poi, non si e’ potuto celebrare perche’, dopo 4 mesi, il sacerdote e’ morto. Tra l’altro, come ha affermato anche il portavoce della Sala Stampa vaticana, la giustizia civile aveva gia’ archiviato il caso”.

    Il cardinale George Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia, a proposito degli articoli della stampa internazionale che ”cercano di coinvolgere” Benedetto XVI tra coloro che avrebbero insabbiato gli scandali di pedofilia tra i preti, parla all’Adnkronos di attacco “forte contro il Sommo Pontefice, il vicario di Cristo, e la Chiesa. E’ un fatto che possiamo verificare”. Creato cardinale nel 2003 da Giovanni Paolo II, il teologo domenicano svizzero Cottier, 88 anni, e’ stato a lungo uno dei piu’ stretti collaboratori di Papa Wojtyla anche nelle vesti di segretario della Commissione Teologica Internazionale.

    “Su vicende che sono sotto un’attenta analisi per fare chiarezza e riportare nel giusto alveo il ministero sacerdotale e i valori che esso deve portare, purtroppo si sono insinuate strumentalizzazioni, probabilmente frutto di ideologie avverse alla dottrina cristiana che puntano a far apparire il fenomeno piu’ grande di quello che e”’, ha dichiarato all’Adnkronos il portavoce dei frati cappuccini di San Giovanni Rotondo e direttore di Tele Radio Padre Pio, Stefano Campanella.

    Anche la politica si schiera a difesa del Papa. Il presidente del Senato Renato Schifani ha definito le polemiche “un fatto inaccettabile e indegno”. “Gia’ ieri ci siamo espressi a Roma -ha aggiunto Schifani- Lanciare attacchi contro la figura del Santo Padre e’ un fatto senza precedenti. Con il Santo Padre sono state adottate recentemente delle misure decisive contro la pedofilia: ha assunto della posizioni rigorosissime che vanno rispettate e apprezzate. Ecco perche’ non capisco e non capiamo -ha concluso Schifani- il motivo di questi attacchi che avrebbero potuto rimanere nell’ambito dei paesi dai quali sono venuti”.

    Intervenendo dalla sua pagina su Facebook, infine il ministro degli Esteri Franco Frattini ha definito “scandalosi e vergognosi” gli attacchi al Pontefice. “La ricerca di uno scandalismo a tutti i costi – scrive il ministro – oscura la verita’ e dimentica il coraggio e la trasparenza con cui il Papa, invece, ha affrontato un problema delicato e drammatico. Sono derive di tendenze estremamente pericolose che ignorano i valori religiosi e cristiani con radici in Europa, finendo per attaccare la Sante Sede, il suo messaggio universale ed il Pontefice”.

  • Pedofilia, s’è dimesso il vescovo che insabbiò gli abusi in Irlanda

    Pedofilia, s’è dimesso il vescovo che insabbiò gli abusi in Irlanda

    24/3/2010 (12:28) – FU SEGRETARIO DI PAOLO VI
    Pedofilia, s’è dimesso il vescovo che insabbiò gli abusi in Irlanda
    Benedetto XVI ha accettato le dimissioni di monsignor Magee
    + Il Papa: “La vita va difesa sempre”

    John Magee lascia: “Chiedo scusa”
    CITTA’ DEL VATICANO
    Pubblicata appena quattro giorni fa, la lettera del Papa ai fedeli d’Irlanda comincia a mostrare i suoi effetti, con l’accoglimento delle dimissioni di uno dei primi vescovi accusati di aver insabbiato gli abusi, accompagnato da un nuovo coro di scuse alle vittime da parte delle più alte autorità ecclesiastiche irlandesi.

    A farne le spese, peraltro con esplicite ammissioni di responsabilità, l’ormai ex vescovo di Cloyne, piccolo villaggio della contea sud-orientale di Cork, monsignor John Magee, personaggio ben noto in Vaticano dove è stato segretario privato di tre Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Accusato dal «Comitato nazionale per la salvaguardia dei bambini» di aver disposto semplici trasferimenti di sacerdoti pedofili senza adottare nei loro confronti alcuna sanzione ecclesiastica, aveva chiesto già un anno fa di essere sospeso dall’incarico, sollecitando la nomina di un amministratore apostolico.

    La Santa Sede aveva subito chiamato a soprintendere la diocesi il vescovo di Cashel e Emly, mons. Dermot Clifford. Intanto, Magee si è messo a disposizione dei giudici, e all’inizio di questo mese aveva formalizzato le sue dimissioni, pronto a pagare per le sue omissioni. Dimissioni di peso, visto il passato di Magee, riferite ad una realtà già all’attenzione delle massime autorità ecclesiastiche ancora prima dei rapporti Ryan e Murphy, e che, alla luce della Lettera del Papa sugli abusi, acquistano un particolare significato. Anche tenendo conto che di altre quattro dimissioni presentate, il Papa ne ha finora accettata solo una. A dimostrarlo, le numerose note della Conferenza episcopale irlandese che hanno accompagnato il secco annuncio della decisione papale da parte della sala stampa vaticana.

    Prima, l’annuncio dell’accettazione delle dimissioni, poi, subito dopo, due comunicati, rispettivamente di mons. Clifford e del primate d’Irlanda, card. Sean Brady. Entrambi decisi a sottolineare la loro prioritaria attenzione per le vittime. «Desidero ringraziare il vescovo John Magee – ha affermato mons. Clifford in una nota – per la collaborazione che mi assicurato fin dalla mia nomina ad amministratore apostolico della diocesi di Cloyne, il 7 marzo 2009. Gli auguro la benedizione di Dio durante il suo ritiro. Chiedo – ha aggiunto – continue preghiere e supporto da parte dei fedeli laici, dei sacerdoti e dei religiosi della diocesi di Cloyne per tutti quelli che hanno subito abusi». E nella nota la Conferenza episcopale precisa che «un amministratore apostolico è una persona incaricata di governare temporaneamente una diocesi quando lo richiedano circostanze speciali o molto gravi».

    Ancora più esplicito il card.Brady: «In cima ai miei pensieri in questi giorni ci sono quanti hanno sofferto abusi da parte di sacerdoti e quanti oggi provano rabbia e sconforto per la risposta inadeguata data dalle autorità ecclesiastiche». E i ringraziamenti a Magee «per il suo contributo nel campo della liturgia» finisce in secondo piano, insieme agli auguri di «un ritiro in buona salute». Rimorso e pentimento trasudano peraltro anche dalla nota diffusa dallo stesso Magee che si dice «lieto» dell’accoglimento delle sue dimissioni e chiede ancora una volta «sincere scuse ad ogni persona abusata da un sacerdote della diocesi di Cloyne durante il mio ministero, e in ogni tempo», dicendosi a totale disposizione della giustizia. Le parole che papa Ratzinger, nella sua Lettera agli irlandesi, ha detto di attendere.

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53442girata.asp

  • Papa ai pedofili: “Ne risponderete davanti a Dio e ai Trbunali”

    Papa ai pedofili: “Ne risponderete davanti a Dio e ai Trbunali”

    La lettera sui casi di pedofilia nella Chiesa “aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento”

    Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi”. Inizia così la lettera di Benedetto XVI indirizzata ai cattolici irlandesi e presentata oggi dalla sala stampa della Santa Sede. Il pontefice interviene avendo considerato “la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese”.

    Alle vittime –
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    A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo
    Alle vittime degli abusi, il Papa scrive: “A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze”. Dopo aver provato simili sofferenze, “è comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto”. Il Papa esorta comunque a non perdere la speranza e affidarsi al potere risanatore di Gesù, “egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato”.

    La delusione – Maeve Lewis, direttore del gruppo “One in Four”, che rappresenta alcune dei minori abusati sostiene che le vittime sono deluse dal messaggio di Benedetto XVI, che, troppo concentrato sulle colpe dei singoli preti, non riconosce le responsabilità del Vaticano e non chiede le dimissioni del primate d’Irlanda, il cardinale Sean Brady, al centro delle polemiche per non aver denunciato gli abusi di un prete pedofilo 35 anni fa.

    Ai pedofili – Ratzinger non si rivolge solo ai fedeli, ma una pesante accusa si leva contro i preti pedofili e
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    I pedofili risponderanno degli abusi davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti
    la loro ignobile condotta morale: “Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa”. I pedofili risponderanno degli abusi “davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti”.

    Guarigione e rinnovamento – Infine un’esortazione “a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale”. Nei giorni scorsi il papa aveva chiesto ai fedeli di leggere la lettera “con cuore aperto e in spirito di fede”, nella speranza che “essa aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento”.

    Una pagina online sulla pedofilia – Sulla homepage del sito del Vaticano, è stata inserita una nuova sezione dedicata allo “scandalo pedofilia”. Sotto il titolo “Lettera ai cattolici d’Irlanda”, è presente anche un video sulla missiva e una nota del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Tra i documenti: gli interventi di Benedetto XVI sulla pedofilia (Australia, Usa), un discorso di Giovanni Paolo II sugli Stati Uniti, e recenti interventi (diocesi di Monaco di Baviera, intervista di mons. Charles J. Scicluna, di mons. Giuseppe Versaldi, del presidente dei vescovi tedeschi, mons. Robert Zollitsch), nonché il documento “Crimen sollicitationis” del 1962.

    20/03/2010

    http://www.libero-news.it/news/374247/Il_P…Trbunali.html

  • Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Il Papa Benedetto XVI – Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi e da quelli irlandesi, viene riesumata dal passato, esattamente dagli anni Novanta, una vicenda giudiziaria che lo riguarda direttamente il Papa, Benedetto XVI. Nessun giornale ne ha dato notizia, solo l’americano New York Times.

    In quegli anni, Benedetto XVI era prefetto per la Dottrina della fede, a Roma, ma, a migliaia di chilometri di distanza, in un tribunale del Texas, venne accusato di “cospirazione contro la giustizia” (da noi sarebbe favoreggiamento), per aver coperto alcuni sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali su minori.

    La posizione processuale di Ratzinger venne poi stralciata, quando fu eletto Papa, su richiesta del governo americano (il presidente era allora George Bush), in quanto, come Capo di Stato, godeva di tutte le protezioni e garanzie connesse con la carica.

    La storia ha inizio a metà degli anni Novanta a Houston, in Texas, quando tre ragazzini denunciarono di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, all’epoca insegnava loro orientamento psicopedagogico.

    All’inizio di quest’anno, 2010, il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) ha presentato alla Corte distrettuale di Harris County un documento, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per un periodo di 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta.

    Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle indagini preliminari su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali “privati”, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. «Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio», concludeva la lettera del futuro papa.

    L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. Una tesi confermata anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che affermò: «Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata».

    L’ordine impartito da Ratzinger e Bertone, che risulta ancora valido, era quindi di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: «Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea l’avvoca ex seminarista Shea – i responsabili la faranno franca».

    Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per avere posto ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli Stati Uniti. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti.

    Il Vaticano non commenta. L’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma dello Stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro delle disposizioni contestate, che di fatto hanno salvato da una condanna penale oltre 4mila sacerdoti solo in America . Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura dei crimini.

    Questi episodi però non sono affatto isolati. Basti ricordare l’insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose che «si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa».

    Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata dalla Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’imputato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici. Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico.

    Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela. I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono: – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè: 1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate: 2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima; 3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; 4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica; – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè: 1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo; 2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso; 3° la violazione diretta del sigillo sacramentale; – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione. Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione. Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

    La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età. Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede. Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto. Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati sia una sollecita cura pastorale. Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001. Joseph card. Ratzinger, prefetto. Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-benedetto-xvi-bertone-accusa-vescovi-abusi-289444/

  • Pedofilia: teologo svizzero Küng contro il Papa: faccia “mea culpa”

    Pedofilia: teologo svizzero Küng contro il Papa: faccia “mea culpa”

     17/03/10
    Pedofilia: teologo svizzero Küng, Papa faccia “mea culpa”

    Il Papa dovrebbe fare “mea culpa” sui casi di abusi sessuali su minori che stanno scuotendo la Chiesa cattolica. Ne è convinto il teologo riformista svizzero Hans Küng, che è intervenuto oggi su questo tema con un articolo pubblicato sulla “Süddeutsche Zeitung”.
    “Cinque anni di pontificato senza nulla cambiare a queste pratiche funeste”, ha sottolineato il teologo lucernese, professore emerito di teologia ecumenica all’Università di Tubingia. “La decenza richiederebbe che il principale responsabile della dissimulazione (di questi casi) da decenni, nel caso specifico Joseph Ratzinger, facesse il proprio mea culpa”.
    In relazione alla cascata di rivelazioni di abusi sessuali commessi nel corso di decenni da membri del clero, vicenda che sta scuotendo la Chiesa cattolica tedesca da metà gennaio, Küng non risparmia critiche neanche all’episcopato tedesco e al suo presidente, l’arcivescovo Robert Zollitsch. Questi dovrebbe “affermare chiaramente che in futuro nessun caso sarà trattato senza il convolgimento della giustizia”.(ats)

    http://www.bluewin.ch/it/index.php/572,257244/Pedofilia__teologo_svizzero_Kueng,_Papa_faccia_mea_culpa/it/news/diversi/sda/

    Küng contro il Papa sulla pedofilia

    Roma,
    Un dura condanna del Vaticano e del suo modo di gestire lo scandalo pedofilia appare oggi sulle pagine della Sueddeutsche Zeitung. A firma del teologo svizzero Hans
    Küng, noto per le sue critiche al pontificato di Giovanni Paolo II e anche di Benedetto XVI, uno dei teologi piu’ ‘progressisti’ del panorama cristiano.
    “Cinque anni di pontificato senza mai modificare queste pratiche funeste. La decenza esigerebbe che il principale responsabile della dissimulazione da decenni (di queste vicende), vale a dire Joseph Ratzinger, facesse un “mea culpa”, scrive il teologo
    nell’articolo, con un titolo chiarissimo: “La responsabilita’ di Ratzinger”.
    “Nessun’altra persona nella Chiesa ha visto passare sulla sua scrivania tanti casi di abusi”, continua Hans Küng, citando i 24 anni in cui il futuro papa Benedetto XVI ha guidato la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), durante i quali ha trattato tutti i casi di abusi sessuali in seno alla chiesa del mondo intero “nel piu’ assoluto segreto”.
    Hans Kueng non risparmia neppure l’attitudine dell’episcopato tedesco e del suo presidente, l’arcivescovo Robert Zollitsch, dopo l’emersione, in tutta la sua gravita’, dello scandalo negli istituti scolastici cattolici della Germania. “I Vescovi, invece
    di chiedere perdono alle vittime, non dovrebbero riconoscere di essere dei complici? (…) La protezione dei loro sacerdoti sembra aver contato di piu’, per i Vescovi, che la protezione dei bambini”, scrive ancora il teologo.
    Kueng rivolge un pressante invito affinche’ all’interno della Chiesa si apra un dibattito sul celibato dei preti, citando numerose “dichiarazioni di psicoterapeuti e psicoanalisti che individuano una relazione evidentissima” tra celibato e pedofilia.

    Professore emerito di teologia ecumenica all’Universita’ di Tubinga, Hans Kueng, 81 anni, venne sollevato dall’incarico dal Vaticano nel 1979, in seguito a una disputa teologica sul dogma dell’infallibilita’ papale.

    www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=138962

    Pedofilia e Chiesa, Kung: “Il problema è il celibato”

    Prima gli Stati Uniti, poi l’Irlanda, la Germania e l’Olanda: l’ombra della pedofilia destabilizza l’equilibrio della Chiesa cattolica e pone seri interrogativi sulla castità dei suoi sacerdoti. Papa Benedetto XVI ha recentemente parlato di «crimini enormi», di una piaga da combattere. Per Hans Kung, la ferita è più profonda, non si tratta di casi isolati, ma di un problema interno al clero: il celibato. Kung, fra i maggiori teologi cattolici prima che gli venisse revocata la “missio canonica” e che chiamò proprio l’attuale pontefice alla cattedra di teologia di Tubinga, è uno dei più influenti critici delle dottrine della Chiesa di Roma.
    Per lui l’unica soluzione per fermare la deriva morale di alcuni ambienti religiosi è quella di abolire l’insostenibile obbligo del celibato. Il teologo svizzero smonta le presunte certezze, dietro le quali si rifugia spesso il popolo dei cattolici, e scrive le sue obiezioni.
    «Gli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti non hanno nulla a che fare con il celibato. Obiezione! (…) Come mai si registrano in massa proprio nella chiesa cattolica, guidata da celibatari? Chiaramente queste colpe non sono attribuibili esclusivamente al celibato. Ma quest’ultimo è la più importante espressione strutturale dell’approccio teso che i vertici ecclesiastici hanno rispetto alla sessualità». Kung, conosciuto in ambienti vaticani come “il ribelle” critica questa regola imposta «che non esisteva ancora nel primo millennio e fu imposta nell’undicesimo secolo». Se la prende con il silenzio delle gerarchie ecclesiastiche e contro quella «prassi decennale di insabbiamento dei casi di abuso».
    IRLANDA Pochi mesi fa la pentola di decenni di maltrattamenti ai ragazzini negli istituti cattolici è stata scoperchiata a Dublino, nella cattolicissima Irlanda: migliaia di testimoni hanno accusato preti e suore irlandesi di abusi e violenze nei confronti di minorenni. Due dossier del governo irlandese, il rapporto Ryan del maggio 2009 e il rapporto Murphy del novembre 2009, hanno costretto il Vaticano a esporsi su un argomento finora tabù.
    USA Negli Stati Uniti Uniti la ferita della pedofilia era stata messa a nudo nel 2004 dal «John Jay Report» confermando 6700 accuse di molestie commesse da 4392 preti americani (il 4 per cento del totale) dal 1950 al 2002. «È una grande sofferenza per la Chiesa negli Stati Uniti, per la Chiesa in generale e per me personalmente il fatto che tutto ciò sia potuto accadere» , aveva affermato Joseph Ratzinger nel 2008, dicendosi «mortificato» e assicurando: «Faremo tutto il possibile affinché questo non si ripeta in futuro. I due aspetti della giustizia – aggiunse – sono che i pedofili non possono essere sacerdoti e che bisogna aiutare le vittime in ogni modo».
    GERMANIA I vescovi cattolici tedeschi per la prima volta meno di due settimane fa hanno ammesso di aver “sottovalutato” la diffusione degli abusi sessuali da parte del clero in Germania. Hanno provato a correre ai ripari, dopo che a Monaco, la città di papa Ratzinger la Procura ha aperto le prime inchieste: il presidente della conferenza episcopale, Robert Zollitsch, ha annunciato un giro di vite condannando le violenze. Nonostante già nel 2002 i vescovi approvarono delle linee-guida rigorose per stroncare la piaga della pedofilia, chiudendo la loro assemblea generale a Friburgo hanno comunque ammesso un parziale fallimento e hanno promesso che pagherà ogni diocesi per le sue “pecore nere”. Ora spunta anche lo scandalo pedofilia nel coro di voci bianche di Ratisbona, all’epoca in cui a dirigerlo c’era Georg Ratzinger, fratello del Pontefice.
    OLANDA In Olanda, invece, nel mirino è finita una scuola di ’s-Heerenberg, con tre preti accusati di abusi. I vertici religiosi locali però hanno taciuto, preferendo non commentare i casi dei docenti dell’istituto affiliato al monastero salesiano di Don Bosco negli anni ‘60 e ‘70 che avrebbero molestato almeno tre studenti.
    «La Chiesa non dovrebbe quindi attendersi un mea culpa anche da parte del Papa, in collegialità con i vescovi?», si domanda Kung.

    http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/pedofilia-e-chiesa-kung-il-problema-e-il-celibato-271636/

  • Pedofilia, il papa predica bene e ratzola male

    Pedofilia, il papa predica bene e ratzola male

    di Vania Lucia Gaito

    Fa specie sentire il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, parlare di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi” e dello scandalo della pedofilia. Non me ne voglia, padre Lombardi, ma non c’è bisogno di tentativi, i fatti parlano da soli, basta metterli in fila. A cominciare dal principio, sgomberando il campo dalle chiacchiere.

    Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi non c’è bisogno di inventarselo, lo dice un papa, per la precisione Leone X, e lo dice in un atto ben conosciuto, la Taxa Camerae, un documento vergognoso che, ad onta del Vangelo che condanna la simonia come peccato imperdonabile, promette il perdono in cambio di denaro.
    I primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camerae riguardano proprio gli ecclesiastici e i loro “peccati”, in particolare il secondo articolo:
    “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi.”
    Correva l’anno 1517. Poco meno di cinquecento anni fa. E la Chiesa già sapeva. Solo che fa più comodo, adesso, contare sulla memoria fallace o sulla non conoscenza di chi ascolta le chiacchiere dei vari portavoce.

    Ho cominciato da troppo lontano? Veniamo ai giorni nostri, allora.
    Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis. Questo documento, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, che vuol dire “Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento”

    Il Crimen, in pratica, stabiliva una serie di norme da seguire nei casi di pedofilia clericale. Il processo canonico al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Il Crimen va analizzato e “studiato” con cura, poichè è il vademecum che hanno seguito sempre i vescovi nei casi di pedofilia clericale. E fin dal principio risulta chiaro che la stessa esistenza del documento deve essere mantenuta segreta. Perchè?

    Analizzando il testo nel dettaglio se ne comprende perfettamente il motivo. Intanto viene definito cosa intendere come peccato di provocazione: “Il crimine di provocazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione.” Insomma, praticamente sempre.

    Un’altra prerogativa del Crimen è quella di accomunare l’abusatore all’abusato: entrambi peccatori per aver “fornicato”, anche se l’abusato è stato circuito, plagiato, e, in molti casi, violentato. Nel testo, infatti, (art.73, pag.23 del documento in latino) parlando di “crimine pessimo”, intendendo l’abuso di un bambino o gli atti sessuali con un animale (perchè la Chiesa continua a paragonare, accomunare ed equiparare i bambini agli animali, come ai tempi della Taxa Camerae, a meno che il bambino non sia ancora nato e lì allora la sua vita diventa sacra e inviolabile), si legge che tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus”, cioè “con” il bambino, non “contro”. Perchè, prima di tutto, viene la condanna del sesso, anche quando è fatto contro la propria volontà; poi tutto il resto.

    Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. L’articolo 4 dice infatti che non c’è nulla che impedisca ai vescovi “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine.” Quindi, se si sa che il sacerdote è un pedofilo ma non è stato aperto un processo canonico a suo carico, non c’è nulla che impedisca al vescovo di trasferirlo.

    E se invece c’è una denuncia al vescovo? Prima di tutto, la segretezza. Viene fatto giurare a tutti (esistono formule apposite, riportate nel Crimen) di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata, ipso facto e latae sententiae. Sì, certo, anche la vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni.” (Crimen sollicitationis, art. 13, pag. 8 del testo in latino)

    “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento” recita la formula A del Crimen. Tuttavia, all’articolo 11 viene specificato che tale silenzio deve essere perpetuo: “Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione. Tutti coloro che entrino a far parte a vario titolo del tribunale giudicante o che vengano a conoscenza dei fatti per la propria posizione devono osservare il rispetto più assoluto del segreto – che dev’essere considerato come segreto del Santo Uffizio – su tutti i fatti e le persone, pena la scomunica ‘lata sententiae’ ‘ipso facto’ e senza nessuna menzione sulla motivazione della scomunica che spetta al Supremo Pontefice, e sono obbligati a mantenere l’inviolabilità del segreto senza eccezione nemmeno per la Sacrae Poenitentiariae.”

    Tutto questo si è tradotto per decenni in una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.
    Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede. In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
    Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Anche qui, il Crimen detta prescrizioni precise. Innanzitutto, a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficenti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi, secondo le norme del Canone 2307 […] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato.”
    Chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano.

    Il Crimen prescrive anche cosa fare nel caso in cui il sacerdote sia stato ammonito ma il vescovo riceve nuove denunce contro di lui: “Se, dopo la prima ammonizione, arrivano contro lo stesso soggetto altre accuse riguardanti crimini di provocazione precedenti l’ammonizione, l’Ordinario dovrebbe vedere, secondo la propria coscienza e giudizio, se la prima ammonizione può essere considerata sufficiente o se procedere a una nuova ammonizione oppure ad eventuali misure successive.”

    Con queste premesse, è ovvio che siano in pochissimi i sacerdoti condannati dai tribunali diocesani: i vescovi si limitavano ad ammonire e trasferire, molto spesso solo a trasferire. E la tutela dei bambini? Mai presa in considerazione.

    A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a “lavare i panni sporchi in famiglia”. Solo che, con l’andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

    Non è neppure lontanamente credibile la professione di ignoranza fatta da vescovi e prelati chiamati a rispondere nei tribunali penali, e non diocesani, del loro operato. E sono sempre i fatti a smentirli. Primo fra tutti l’esistenza di una congregazione religiosa dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli “addetti ai lavori”, la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all’assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.
    Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata anche al cofondatore della congregazione, scriveva:

    “Reverendissimo e Carissimo Arcivescovo,
    Carissimo cofondatore

    Spero che Sua Eccellenza sia d’accordo e approvi quello che io considero una decisione vitale, da parte nostra: per prevenire uno scandalo che potrebbe danneggiare il buon nome di Via Coeli, non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l’ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. E’ blasfemo lasciare che celebrino il Santo Sacrificio. Se i singoli vescovi fanno pressione su di lei, Eccellenza, può dire loro che l’esperienza ci ha insegnato che questi uomini sono troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e per il vicinato, sicchè siamo giustificati nel nostro rifiuto di accoglierli qui. Sua Eccellenza può inoltre dire, se lo desidera, che non intende interferire con la regola che l’esperienza ha dettato.
    Proprio per queste serpi ho sempre auspicato il ritiro su un’isola, ma anche un’isola è troppo per queste vipere di cui il Gentile Maestro ha detto che sarebbe stato meglio se non fossero mai nati; il che è un modo indiretto di maledirli, non crede?
    Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente.”

    Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. Un caso fra tutti può essere esemplificativo: padre James Porter arrivò a Jemez Springs nel 1967, dopo essere stato destituito da tre incarichi, ogni volta per problemi di pedofilia. Eppure, padre John B. Feit, superiore dei Servi del Paraclito, scrisse per lui accorate lettere di raccomandazione che gli fecero ottenere, alla fine del “trattamento” una diocesi nel Minnesota, dove, appena arrivato, ricominciò gli abusi.
    In realtà, Jemez Springs divenne nota come “il carcere dei preti” e funzionò come un “parcheggio” per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l’esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel ’91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

    Identica politica fu seguita dalla Chiesa ogni qualvolta fu messa di fronte alla problematica della pedofilia clericale. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come “Il manuale”, redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

    Lo scandalo, venuto a galla negli Stati Uniti, è solo l’inizio. Altrettanti scandali travolgono l’Australia, il Sudamerica, il Messico, il Canada, l’Alaska, la Polonia, l’Irlanda, la Spagna, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda e moltissimi paesi africani. Una vergogna dietro l’altra, si svelano i retroscena di sacerdoti che hanno molestato, abusato, violentato decine di bambini, alcuni piccolissimi.

    Così, nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 25 novembre 1981 fino alla sua nomina al soglio pontificio, promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori.
    Per quella lettera, il cardinale Ratzinger fu citato in giudizio dall’avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), dove fu accusato di “ostruzione alla giustizia”. Secondo l’accusa, infatti, il documento della Congregazione avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu emanato dalla corte un ordine di comparizione per il cardinale Joseph Ratzinger. Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato chiedendo l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’Amministrazione Bush acconsentì e Joseph Ratzinger fu esonerato dal processo.

    Tuttavia, anche non tenendo conto di questo “incidente di percorso”, sorgono naturali molti interrogativi sull’operato di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E, altrettanto naturali, sorgono molti dubbi sulla sua “presa di posizione” drastica e rigorosa nei confronti della pedofilia clericale.
    Che fosse ben informato di quanto fosse grave e profonda la piaga degli abusi fra il clero lo afferma lo stesso Ratzinger, nella memorabile nona stazione della Via Crucis del 2005, quando sostituì Giovanni Paolo II ormai morente: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”

    E tuttavia, pur consapevole della “sporcizia”, il Prefetto non si armò mai di ramazza per far pulizia. Anzi, in molti casi “celebri” la Congregazione fu assurdamente lenta e le vittime dovettero ricorrere ai giornali per avere almeno una parvenza di giustizia.
    Il caso più tristemente famoso è senza dubbio quello che riguarda il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Il Vaticano era a conoscenza di molte ombre sull’operato del sacerdote, fin dal 1956, quando il cardinale Valeri lo trovò nella clinica romana Salvator Mundi molto malridotto per l’abuso di morfina. Tuttavia, i procedimenti a carico del fondatore dei Legionari di Cristo non ebbero mai alcun esito, neppure quando, nel 1978 l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, accusò Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta, sebbene Ratzinger fosse già dal 1981 a capo dell’ex Santo Uffizio. A febbraio del 1997 con una denuncia pubblica, otto importanti ex Legionari accusano Maciel di aver abusato di loro negli anni Cinquanta e Sessanta.
    Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma sempre senza alcun risultato.
    Finchè, nel 2006, appena cinquant’anni dopo le prime denunce, finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una risoluzione esemplare: invita padre Maciel a ritirarsi ad una vita di preghiera e meditazione. Oggi, a distanza di pochi anni, continuano a spuntare scandali che riguardano Maciel e i Legionari, come la presenza (accertata) di una figlia in Spagna, frutto di una violenza ad una minorenne, diversi presunti figli in Messico, dei quali, tra l’altro, non si sarebbe fatto scrupolo di abusare. Insomma, il Vaticano ha aperto un’inchiesta. Molto rassicurante.

    Stessa sorte subita, più o meno, da procedimenti a carico di sacerdoti italiani. Celebre il caso di don Cantini in Toscana, per esempio. Stranamente, la Congregazione guidata da Ratzinger ha sempre impiegato decenni ad indagare sui sacerdoti pedofili, soprattutto quando si trattava di sacerdoti influenti, salvo poi scoprire che, a causa del tempo trascorso, il delitto era caduto in prescrizione. Ad onor del vero, c’è da dire che in alcuni casi sono anche state comminate condanne da far tremare i polsi: litanie alla Madonna, rosari, perfino divieto di celebrare messa in pubblico. Se non è “tolleranza zero” questa…

    Poi viene fuori che il fratello del papa distribuiva scapaccioni ai membri del coro da lui diretto e che sapeva che il rettore dell’Internat, il convitto in cui i coristi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione. E tuttavia non aveva mai fatto nè detto nulla perchè, essendo il convitto un’istituzione indipendente, non aveva il potere di denunciarlo. Certo, perchè serve “essere autorizzati” per denunciare violenze e abusi. Non basta l’amore per il prossimo, quello per cui Cristo s’è fatto mettere in croce. Non basta il senso di giustizia, non basta il desiderio di tutelare i bambini. Salvo poi scusarsi, vent’anni, trent’anni dopo, e solo dopo che si è sollevato lo scandalo. Questo desiderio di scusarsi come mai non è mai stato avvertito prima che l’ex direttore del coro finisse nell’occhio del ciclone e sulle pagine dei giornali?

    Senza parlare delle prese di posizione nettissime di papa Ratzinger. Un esempio? Il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, nel corso del quale, tra i festeggiamenti del suo compleanno con Bush alla Casa Bianca e la visita a Ground Zero, il Papa ha sostenuto l’inconciliabilità tra il sacerdozio e la pedofilia. Praticamente la scoperta dell’acqua calda.

    Senza contare che in quella visita non era stato neppure previsto un incontro con le vittime. Ratzinger fu spinto dall’opinione pubblica e dai media americani ad un incontro estemporaneo con quello che i giornali italiani hanno caritatevolmente definito “un gruppo di vittime”: cinque persone ricevute in piedi, meno di mezz’ora in tutto, nella cappella privata della nunziatura apostolica di Washington. Contemporaneamente, però, ospiti del papa durante quel viaggio sono stati tre vescovi celebri per aver coperto i preti pedofili: il cardinale Egan e il cardinale Mahony, che sono stati gli anfitrioni di

    Ratzinger durante i giorni trascorsi a New York, e il cardinale Francis George, che ha accolto il papa a Washington.
    Dunque, fuori dalle chiacchiere e dai proclami, i fatti, nudi e crudi, parlano da soli.
    E’ questa la “tolleranza zero” di cui il Vaticano fa tanto parlare?

    (17 marzo 2010)

  • Vescovo di Lecce. In Puglia 10 preti pedofili. Fuori i nomi!

    Vescovo di Lecce. In Puglia 10 preti pedofili. Fuori i nomi!

    Vescovo su preti pedofili:
    «Anche in Puglia
    una decina di casi»
    di ONOFRIO PAGONE

    La carne è debole, perciò avvengono questi casi di preti pedofili. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo emerito della diocesi di Lecce, lo ripete senza esitazione. «Tutto questo – spiega – succede per la debolezza della carne e perché il sacerdote non è consapevole della sua responsabilità e si lascia andare ad effusioni affettuose in maniera disordinata».

    Eccellenza, lei è stato vescovo in Puglia per trent’anni, ed ha anche presieduto la Conferenza episcopale pugliese: mai neanche un caso di pedofilia da noi? «Non mi sono mai occupato direttamente di pedofilia. Mi sono occupato e preoccupato di qualche prete che non si comportava molto bene e l’ho richiamato. Da noi so di pochi casi di pedofilia accertati, e parecchi casi dubbi o chiacchierati».

    Pochi che vuol dire? Quanti sono? «Non più di una decina di casi su milleottocento preti in Puglia, una percentuale minima rispetto al fenomeno esistente in altre categorie diverse dai sacerdoti».

    E voi vescovi cosa avete fatto, come siete intervenuti? «Siamo stati molto severi. Quei preti sono stati ridotti allo stato laicale o sono stati avviati alle case di redenzione o trasformazione, sono tre-quattro strutture che abbiamo in Italia dove vengono inseriti i sacerdoti in difficoltà: o si redimono o sono fuori dal sacerdozio. La pedofilia è incompatibile col sacerdozio».

    E i preti pedofili pugliesi si sono redenti? «Non posso dire più di tanto. Ci sono stati casi di recupero, ed altri in cui il sacerdote ha chiesto la dispensa».

    Insomma avete applicato la linea dura, giusto? «È la linea della Chiesa, dura ma anche paterna. Il buon padre rimprovera il proprio figlio e lo punisce, e però deve occuparsi non solo dei minori oltraggiati ma anche di colui che ha sbagliato».

    Eccellenza, il celibato imposto ai sacerdoti c’entra con queste storie di pedofilia? «Non c’entra per niente con la pedofilia. Tanto è vero che questa abitudine, questo reato esiste anche fuori dal presbiterio, anche tra coloro che svolgono altre attività. Questo avviene anche nelle scuole, nelle residenze universitarie, in altri luoghi della vita. I giornali sono pieni di storie analoghe».

    E questo riduce la responsabilità della Chiesa? «La Chiesa è sempre stata molto ferma. Sia Benedetto XVI sia Giovanni Paolo II sono stati sempre molto duri per i reati sui minori: hanno sempre criticato quelle conferenze episcopali che non avevano esercitato l’opportuna vigilanza sul clero. Proprio Papa Wojtyla aveva utilizzato l’espressione “tolleranza zero” a proposito degli scandali negli Stati Uniti. E Benedetto XVI è stato sempre molto deciso e ha chiesto ai vescovi di essere più vigilanti sulla vita del prete e sulla sua formazione».

    Ma adesso il fenomeno è aumentato o semplicemente se ne parla di più? «Credo che se ne parli, ora, in un momento in cui si vuole aggredire la Chiesa mettendo in luce questa debolezza. Benedetto XVI ha precisato che c’è un clima di ostilità nei confronti della Chiesa cattolica, e questa ostilità nei confronti dei presbiteri ne è la conseguenza. Però bisogna anche sottolineare un altro aspetto: insieme con i preti che sbagliano e che vanno puniti con fermezza, bisogna guardare a quelli che non sbagliano e si dedicano alla carità. Nel mondo ci sono 400mila presbiteri e alcune migliaia di religiosi: quelli che sbagliano sono la minoranza».

    E non è un bene guardare a questa minoranza? «Certo che lo è! Lo aveva già detto l’allora cardinale Ratzinger che nella Chiesa ci sono sporcizie, ma anche santità e sacrifici di una moltitudine di preti che lavorano nel nascondimento».

    Da cosa nasce l’ostilità verso la Chiesa? «La Chiesa è forte, ha parecchio da dire e si vorrebbero tagliare le ali alla Chiesa per ridurne la credibilità. Invece la Chiesa che reprime questi difetti, questi errori, questi peccati, merita maggiore rispetto e amore. Benedetto XVI e i vescovi si stanno impegnando molto per riportare la santità del clero al disegno del Signore. In questo “anno sacerdotale”, perché il Papa ha voluto indirlo per il 150° anniversario di San Giovanni Maria Vianney, sta avvenendo questo “scoppiettìo” di infamia contro la Chiesa, ma sono profondamente convinto che questo momento è salutare e provvido perché la Chiesa e il prete riacquistino la meta della santità».

    Eccellenza, ma da chi è creato questo clima di ostilità? «Soprattutto dalla forza del male, il demonio, e dalla situazione della storia. Ma la forza della Chiesa dipende dallo Spirito Santo, non dagli uomini». Non è anche questione di formazione del clero? «Il clero di oggi è migliore di quello di cento o 200 anni fa, che era meno colto e molto dedito alla caccia, alle opere terrene e a molti peccati morali. Oggi, nonostante i preti cattivi, la maggior parte risponde al disegno di Dio e alla volontà della Chiesa. E i vescovi scelgono con oculatezza i formatori».

  • PAPA: DOMANI CON VESCOVI IRLANDA VERIFICA SU TOLLERANZA ZERO

    PAPA: DOMANI CON VESCOVI IRLANDA VERIFICA SU TOLLERANZA ZERO

    PAPA: DOMANI CON VESCOVI IRLANDA VERIFICA SU TOLLERANZA ZERO

    (AGI) – CdV, 10 dic. – Per Benedetto XVI, come ha detto proprio ai vescovi dell’Irlanda, questo e’ un “tempo di purificazione” da quella “sporcizia” da lui denunciata nella drammatica “Via Crucis” del venerdi’ santo 2005, e che e’ fatta dai “molti casi, che feriscono il cuore, di abusi sessuali sui minori, particolarmente tragici quando colui che abusa e’ un prete”.

    Su questo terreno il Papa tedesco e’ molto severo ed esigente, piu’ del suo predecessore Giovanni Paolo II, tanto che non ha esitato a calare la scure anche su potenti uomini di Chiesa fin qui ritenuti intoccabili. Ed e’ stato proprio Ratzinger, da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, a codificare la linea della “tolleranza zero” in pieno accordo con il vertice dei vescovi americani riunito a Roma da Papa Wojtyla. Ai vescovi il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede “De Delictis Gravioribus”, che definiva le linee guida del motu proprio con cui Giovanni Paolo II rafforzo’ l’ex Sant’Uffizio nel giudicare i casi di violenze e molestie, chiese infatti “non solo di contribuire a evitare un crimine cosi’ grave, ma anche di proteggere con le necessarie sanzioni la santita’ del sacerdozio”. (AGI) Siz

  • Don Carli . Certe segnalazioni non sono state raccolte

    Don Carli . Certe segnalazioni non sono state raccolte

    Quanta tristezza e sdegno nel leggere la presa di posizione della Curia, a totale favore di don Giorgio Carli, che dichiara di non avere alcun dubbio riguardo la sua innocenza.

    Come fa la Curia a fare tali affermazioni quando so per certo di aver informato io stessa alcuni sacerdoti e loro superiori di un fatto accaduto nella mia famiglia, una cosa non grave come quella della ragazza protagonista della vicenda giudiziaria, ma che ha turbato molto la persona a me cara che l’ha subita in età adolescenziale.
    Posso capire gran parte della gente che apprezza don Giorgio Carli, che ha indubbiamente dei grandi carismi, ma vicino a questi non potrebbero esserci, purtroppo, dei problemi? Molti lo sanno, ma preferiscono tacere, io non ce la faccio più!

    Troppa omertà e menzogna, la Chiesa nella figura dei suoi sacerdoti e superiori deve essere coerente con la parola di Dio; se vuole che il suo gregge creda e li segua, deve avere il coraggio della verità, soprattutto nei confronti dei giovani, i quali sono molto sensibili e attenti alla coerenza tra ciò che viene detto di fare e ciò che viene fatto.

    (Ricordiamo le parole dei Santo padre Giovanni Paolo II, il quale chiedeva verità a qualsiasi costo; perché, come dice il Vangelo: “la verità vi farà liberi!!!”)

    Nella mia famiglia il fatto accaduto, ma soprattutto constatare poi di non essere presi in seria considerazione, ha portato molto dolore, anche perché tutto ciò ha allontanato dalla Chiesa i miei figli, e ogni volta che si legge della totale fiducia di cui gode don Giorgio Carli, è una pugnalata dentro ad una ferita sempre aperta! Lui viene creduto e noi no, e tutto ciò fa molto male.

    Cerchiamo di farci venire un ragionevole dubbio, e nel dubbio evitiamo affermazioni categoriche ed evitiamo di dare incarichi di cui un giorno ci si potrebbe pentire!
    Grazia T. BOLZANO

    Don Carli 2/ Come nonna
    sono seriamente preoccupata

    Come fa la Curia a proclamare innocente don Carli? La sentenza non dice così e il fatto che deve pagare la dice lunga. Come nonna terrei ben lontana la mia nipotina da lui, non mi è mai sembrato innocente, neanche nel modo di porsi, direi “subdolo”, occhi bassi…

    Io avrei gridato al mondo la mia innocenza, sono fermamente convinta della sua colpevolezza, voi siete convinti sia innocente, lascereste le vostre nipoti o figlie tranquillamente con lui?
    Solo la sua coscienza sa la verità, spero tanto in una giustizia divina, ma chissà… se è come in Italia dove non c’è più giustizia!
    Liliana Vedovelli BOLZANO