Slitta al 14 maggio l’udienza del processo, che si celebra con rito abbreviato, per falsa testimonianza al vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e Vincenzo Murgano, vicario giudiziale e parroco del duomo di Enna che era previsto per oggi.
Il rinvio a causa di un problema di salute di uno degli avvocati del vescovo, impossibilitato a stare in aula. Il 14 maggio, dunque, sono previste le discussioni degli avvocati, per Antonio Messina, che ha denunciato i fatti, unica parte civile ammessa, con l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica , e per gli imputati con gli avvocati Piefrancesco Bruno e Gabriele Cantaro legali di Gisana e Mauro Di Natale e Francesco Petralia per Murgano. A seguire la sentenza.
Il processo ai due prelati è la coda del lungo caso giudiziario che ha portato alla condanna del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in appello a 3 anni per violenza sessuale a danno di minori
il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.
L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.
Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;
1- la sola vittima;
2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;
3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.
Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.
(N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)
Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;
Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo
-QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?
2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;
Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.
Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico
-Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine
Strutturazione degli sportelli diocesani
Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.
Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.
In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).
Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.
Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.
Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.
Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.
Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…
-Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.
Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.
Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.
Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.
In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.
Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.
In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.
In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.
Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.
Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.
-Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;
“La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.
Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”
A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:
La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.
Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.
-A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.
Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.
Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.
Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.
Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;
“Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”
Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.
Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.
La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.
Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.
Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?
-Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?
Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.
Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.
Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.
Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.
Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.
Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.
-Le CONCLUSIONI
In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.
Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.
In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.
In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.
Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.
-L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.
Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.
Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente– battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.
Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.
Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.
Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.
La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.
Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.
Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.
Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.
Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.
Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.
Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.
Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.
FINE del report
Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane
(OSV News) — Una corte d’appello dell’Italia meridionale ha confermato che un ex sacerdote ha utilizzato tattiche manipolative per abusare sessualmente di diversi minori e che i membri della diocesi, tra cui il vescovo, erano a conoscenza e hanno attivamente insabbiato l’abuso.
A metà gennaio, la Corte d’appello di Caltanissetta, città dell’Italia meridionale, ha pubblicato la sua “Motivazione”, un documento di 50 pagine che spiega la condanna emessa il 1° luglio dal tribunale nei confronti di padre Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere.
OSV News ha ottenuto una copia del documento.
In esso, la corte ha affermato che gli abusi commessi da padre Rugolo su tre vittime (Antonio Messina e altre due persone) implicavano un modello di comportamento “predatorio” che è stato caratterizzato come “deviazione mascherata da missione pastorale”.
Il caso attirò l’attenzione per la diffusione al pubblico di registrazioni , tra cui alcune realizzate dal sacerdote accusato durante conversazioni private con il vescovo Rosario Gisana di Piazza Armerina.
In una registrazione, il vescovo Gisana dice all’ex sacerdote, che ha espresso preoccupazione per l’indagine sui suoi abusi, che “l’unica cosa che possiamo fare è pregare il Signore perché il problema non è solo tuo, ma anche mio, perché ho insabbiato questa storia”.
In un’intervista del 2024 al quotidiano italiano La Stampa, il vescovo Gisana ha affermato che le sue parole erano state “estrapolate dal contesto della conversazione”.
Il vescovo Gisana e il vicario giudiziale diocesano, mons. Vincenzo Murgano, sono stati incriminati lo scorso anno per dichiarazioni false rilasciate durante il processo a padre Rugolo e dovranno comparire in tribunale il 12 marzo.
Frustrazione con ‘Vos Estis’
Mentre le schiaccianti sentenze della corte civile contro Padre Rugolo danno un certo senso di giustizia, per Messina l’inazione della Chiesa cattolica in un caso comprovato di insabbiamento sistematico è scoraggiante.
In un’intervista rilasciata a OSV News il 10 febbraio, Messina ha affermato che le rassicurazioni secondo cui la Pontificia Commissione per la tutela dei minori sarebbe stata “un luogo privilegiato di ascolto” sono sembrate vane.
Ha inoltre espresso frustrazione per il fatto che le procedure della Chiesa per indagare sulle accuse di abusi sessuali o sulla loro copertura, definite “Vos Estis Lux Mundi” (“Voi siete la luce del mondo”), non abbiano portato a provvedimenti disciplinari nei confronti del vescovo Gisana, che continua a ricoprire la carica di vescovo della diocesi.
“Credo che ci sia stata una carenza nell’applicazione di ‘Vos Estis Lux Mundi’ e, più in generale, di queste norme volte a contrastare gli abusi”, ha affermato Messina. “Ogni volta che abbiamo cercato di invocare queste norme, anche tramite il mio avvocato canonico, ci è stato detto che non potevano essere applicate al mio caso perché non erano retroattive. Tuttavia, a prescindere da ciò, credo che la legge non abbia impedito, e non impedisca, alla Santa Sede di intervenire nei confronti del vescovo, soprattutto considerando che la sentenza del tribunale è molto chiara”.
Messina ha anche osservato che, nonostante le notizie secondo cui padre Rugolo sarebbe stato ridotto allo stato laicale dopo la condanna del 2025, egli risulta ancora elencato come membro attivo del clero sul sito web della diocesi.
“Non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale. La diocesi di Piazza Armerina lo elenca ancora tra i suoi sacerdoti sul suo sito web, con incarico presso l’arcidiocesi di Ferrara”, ha detto Messina a OSV News, aggiungendo che “per quanto mi riguarda, sì, rimane sacerdote”.
In una dichiarazione pubblicata il 5 luglio, la diocesi ha affermato che, “in conformità con le norme canoniche, aveva precedentemente avviato un processo canonico che si era concluso con una sentenza di condanna”.
OSV News ha contattato la diocesi di Armerina in merito allo status clericale di padre Rugolo e attende una risposta.
Comunicazione con PCPM
Dopo la condanna di Rugolo nel 2024, iniziarono i contatti tra Messina e il vescovo Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la tutela dei minori.
Messina ha condiviso con OSV News la sua corrispondenza con la commissione, nonché una lettera da lui inviata a Papa Leone XIV.
In una lettera datata 4 novembre 2024, il vescovo Alí informò Messina che papa Francesco aveva esteso un invito per un’udienza privata in Vaticano.
Tuttavia, a causa di conflitti di programmazione e della successiva malattia e morte del papa, l’incontro non ebbe mai luogo. Ciononostante, Messina rimase in contatto con il segretario della commissione, recandosi anche a Roma per incontrarlo a maggio.
Il vescovo Alí scrisse nuovamente il 15 luglio per confermare di aver informato papa Leone sul caso di Messina, nonché sulle sue preoccupazioni riguardo al fatto che il vescovo Gisana continuasse a guidare la diocesi nonostante le prove pubbliche di aver insabbiato i suoi abusi.
«Sua Santità ha chiaramente espresso che la protezione dagli abusi e la giustizia sono punti fondamentali della missione della Chiesa e del suo pontificato», ha scritto il vescovo.
“Desidero confermare la mia e la nostra volontà di mantenere un dialogo aperto con voi, come mi ha indicato Papa Leone XIV nei giorni scorsi. Egli ritiene che la sua Commissione per la Tutela dei Minori possa essere un luogo privilegiato di ascolto, creato proprio per tutti coloro che hanno subito abusi e, come voi, desiderano rivolgersi alla Santa Sede”, ha aggiunto.
A settembre, il vescovo Alí ha risposto a una lettera di Messina, che chiedeva assistenza alla commissione in merito alle presunte azioni del vescovo Gisana per screditarlo, nonché alle presunte molestie da parte di membri della diocesi di Piazza Armerina.
Nella sua lettera, il vescovo ha ribadito il mandato della commissione, che “riguarda lo sviluppo di politiche di protezione”, e che la storia di Messina “sarà tenuta in grande considerazione dalla Commissione nello svolgimento della sua missione”.
Ha inoltre assicurato al sopravvissuto la sua “volontà di mantenere un dialogo aperto con lui”.
Tuttavia, Messina ha dichiarato a OSV News che, dopo quella lettera, i molteplici tentativi di contattare il segretario della commissione, tra cui un aggiornamento su una richiesta di udienza con Papa Leone, sono rimasti senza risposta.
“È un silenzio incomprensibile”, ha detto Messina. “L’unica spiegazione che temo è che il silenzio sia stato scelto deliberatamente, lasciandomi senza risposta. È quello che è successo con i dicasteri, ai quali ho inviato le mie lettere e gli atti del processo chiedendo loro di intervenire”.
‘Limiti’ al mandato
OSV News ha contattato via email la commissione pontificia il 12 febbraio in merito alla frustrazione di Messina per il suo silenzio. Un messaggio dall’ufficio stampa della commissione ha confermato la ricezione e ha comunicato che avrebbe risposto “ma probabilmente non prima” del 16 febbraio.
Poco dopo che OSV News ha ricevuto la conferma della commissione, Messina ha dichiarato di aver ricevuto un’e-mail con allegata una lettera del vescovo Alí in cui si scusava per il ritardo nella risposta. Tuttavia, la lettera, datata 12 febbraio, riportava erroneamente l’anno “2025” invece di “2026”.
Il vescovo Alí ha assicurato che le preoccupazioni di Messina sono state inoltrate al Dicastero per la Dottrina della Fede e, pur assicurando la continua “apertura al dialogo e all’ascolto” della commissione, ha osservato che ci sono “limiti che il nostro mandato impone”.
“In effetti, la Commissione non ha alcuna competenza su singoli casi o aspetti giudiziari, soprattutto quando si tratta di procedimenti ancora pendenti”, ha affermato il vescovo. “Ciò non diminuisce in alcun modo l’attenzione e il rispetto con cui abbiamo accolto la sua testimonianza, ma non siamo nella posizione di poter richiedere informazioni su quanto da lei richiesto”, ha scritto il vescovo.
Le “informazioni” in questione erano una richiesta fatta da Messina il 1° novembre per avere risposte in merito allo status canonico di Padre Rugolo.
Ha inoltre confermato che la richiesta di Messina di un’udienza privata con Papa Leone «è stata immediatamente trasmessa all’organismo competente della Curia Romana, la Prefettura della Casa Pontificia, affinché potesse essere valutata secondo l’ordine del giorno e la disponibilità di Sua Santità».
Al momento della pubblicazione, la commissione non aveva ancora inviato la sua risposta a OSV News.
Restano domande e determinazione
Sebbene abbia apprezzato il fatto di aver ricevuto una risposta dopo cinque mesi di attesa, per Messina il messaggio del vescovo Alí solleva più domande che risposte su chi lui e i sopravvissuti come lui possano rivolgersi quando cercano aggiornamenti sui casi canonici o affrontano problemi con le diocesi locali.
Ciononostante, Messina ha affermato che, nonostante i presunti tentativi da parte dei membri della diocesi di intimidirlo o metterlo a tacere, “ho ancora un briciolo di fede e mi aggrappo ad essa”.
Nonostante la sofferenza e lo scoraggiamento, “spero di mantenere questa determinazione e che non solo ci sarà una condanna definitiva del sacerdote che ha abusato di me e di altri ragazzi, ma anche una condanna esemplare del vescovo Gisana e del suo vicario giudiziario, perché hanno insabbiato e tentato – e continuano a tentare – di insabbiare i crimini da lui commessi”.
Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto dire a Papa Leone, Messina ha risposto a OSV News che gli avrebbe chiesto di “ascoltarmi e di mettere in pratica le misure necessarie, e di non aspettare che le vittime vadano avanti da sole”.
“Non possiamo fare tutto da soli. La Chiesa non può esimersi dalla responsabilità di intervenire direttamente quando i fatti sono chiari e, soprattutto in questo caso, supportati dalla documentazione”, ha affermato.
Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale per OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.
Il giudice del Tribunale di Enna Eugenia Maria Floresta, al termine dell’udienza predibattimentale tenutasi al palazzo di giustizia, ha deciso di ammettere Antonio Messina come unica parte civile nel processo contro il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, e del vicario, Vincenzo Murgano, per falsa testimonianza. Nell’ordinanza, il giudice ha escluso le richieste presentate dai genitori di Messina e dalle associazioni Cotulevi e Rete l’Abuso, mentre l’Avvocatura dello Stato ha ritenuto non doversi costituire parte civile.
I difensori di Gisana e Murgano
Il processo, su richiesta della difesa degli imputati – gli avvocati Gabriele Cantaro e Pierfrancesco Bruno per il vescovo e gli avvocati Paolo Di Natale e Francesco Petralia per monsignor Murgano – si celebrerà con il rito abbreviato e la prossima udienza è stata fissata al 12 marzo.
L’avvocato Cantaro: “Accolte le nostre eccezioni”
“Il giudice ha accolto le nostre eccezioni: la prima riguardante l’omessa citazione del ministero della Giustizia, l’altra, che si è concretizzata nell’udienza di oggi, con l’esclusione di 4 delle 5 richieste di costituzione di parte civile” riferisce a ViviEnna l’avvocato Gabriele Cantaro.
L’avvocato di Messina
La difesa di Messina, rappresentata dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, fa sapere che il giudice ha ammesso la produzione documentale che comprende la sentenza di Appello, culminata con la condanna di Giuseppe Rugolo a 3 anni di reclusione per violenza sessuale su minori, ed il ricorso in Cassazione presentato dalla Procura generale.
La vicenda
Il processo è scaturito dopo la querela di Antonio Messina a seguito delle testimonianze rese dei due imputati nel corso del processo di primo grado contro don Giuseppe Rugolo.
Non ha voluto parlarne prima, un po’ per stile, un po’ per quel modo obliquo di guardare il mondo che preferisce illuminare piuttosto che essere illuminata. Già questa è una notizia, nella realtà di oggi bulimica di informazioni, meglio se private.
Ora che la vicenda si è conclusa positivamente la giornalista Federica Tourn, collaboratrice di varie testate e conduttrice della trasmissione di Rai Tre “Protestantesimo”, ha scelto di raccontare la storia che l’ha vista coinvolta, ennesima dimostrazione di quanto in Italia abbiamo un problema con le querele che tentano di azzoppare, e spesso ci riescono, le inchieste giornalistiche.
I fatti: per il quotidiano “Domani” Tourn lavora negli anni scorsi a un’ampia inchiesta sugli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Uno dei casi trattati riguarda le violenze sessuali commesse su alcuni giovani parrocchiani da un sacerdote cattolico di Enna, don Giuseppe Rugolo, educatore del gruppo Azione Cattolica presso la Parrocchia San Giovanni, nonché di responsabile del Grest (l’oratorio estivo) nella medesima Parrocchia. Don Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado poi ridotti a 3 anni di reclusione con sentenza del 1° luglio 2025.
Una vicenda clamorosa anche perché perfettamente esemplificativa delle coperture, delle reticenze, del modus operandi oscuro che vengono messi in atto dai vertici ecclesiali in simili situazioni. Tanto che a processo per falsa testimonianza c’è anche il vescovo della diocesi siciliana di Piazza Armerina Rosario Gisana: il procedimento è ancora in corso.
Invece di concentrarsi su preghiera e penitenza don Rugolo e i suoi legali hanno querelato tutti coloro che hanno avuto il torto di divulgare la squallida vicenda di abusi e di complicità.
In primis a subire la reazione del prete sono stati dunque ovviamente i giornalisti, a partire dalla collaboratrice locale dell’Ansa Pierelisa Rizzo, querelata per ben tre volte per diffamazione e per diffusione di atti processuali. Con lei altri 6 giornalisti. Querelati anche il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta. Nonostante le querele siano state seguite da proposta di archiviazione da parte dei Pubblici Ministeri, la difesa del sacerdote ha sempre avanzato opposizione ed aveva anche chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della cronista ennese. La querela a Federica Tourn, che giunge anche questa nonostante la richiesta di archiviazione della Procura, è l’ultimo colpo di coda di questa vicenda.
La giudice del Tribunale di Torino Alessandra Salvadori, nel disporre l’archiviazione del procedimento non manca di sottolineare come “Nel trattare della inadeguata reazione delle istituzioni ecclesiastiche di fronte ad abusi sessuali compiuti da uomini del clero, la giornalista ha parlato con proprietà e continenza della vicenda processuale dell’opponente, facendo riferimento a fatti pacificamente veri (il Rugolo era stato imputato per fatti di violenza sessuale su minori) e di rilevanza pubblica. Nel corpo dell’articolo si scrive del processo per violenza sessuale su minori a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al Tribunale di Enna; si dice che egli è “accusato di aver abusato di tre ragazzi”; e che “dovrà rispondere di violenza sessuale su minori” e, mai, si parla del Rugolo come di “condannato”».
Resta il problema di fondo: tutti i giornalisti in questi devono sostenere spese processuali non indifferenti per difendersi. Nel caso specifico il querelante, nonostante le richiese di archiviazione delle varie Procure, ha sempre forzato la mano con le richieste di imputazione coattiva, il cui intento, decine e decine di casi analoghi lo dimostrano, è quasi sempre quello di arrecare per lo meno un danno economico a chi ha avuto il coraggio di raccontare le malefatte di turno. Una pessima abitudine quella delle querele temerarie o “bavaglio”, che dobbiamo continuare a condannare con forza. Per la libertà di informazione. Perché a prevalere deve essere sempre il diritto dei cittadini e delle cittadine all’informazione, e non l’omertà. Ricordiamolo, e non lasciamo soli i giornalisti e le giornaliste, mai. A partire dalla politica, impegnata troppo spesso più ad accusare i giornalisti che a difenderli.
Come ha ben scritto Tonio Dell’Olio «Si chiamano “querele temerarie”. Di fatto sono una forma di minaccia, la possibilità offerta ai potenti di imbavagliare l’informazione chiedendo risarcimenti milionari. Il più delle volte a giornalisti precari che guadagnano 3 euro a pezzo e non hanno alcuna forma di garanzia da parte di una testata cui non sono legati da un contratto che li tuteli. Comportano – tra l’altro – delegittimazione e perdite di tempo. Si tratta di un fenomeno che si è esteso negli ultimi tempi producendo l’autocensura degli operatori dell’informazione. La minaccia pertanto non è contro i cronisti ma piuttosto contro il diritto dei cittadini ad essere informati, a conoscere, a crearsi un’opinione».
Dopo il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana anche il vicario giudiziale e parroco della chiesa Madre , Vincenzo Murgano entrambi a processo per falsa testimonianza ha fatto richiesta, in sede pre dibattimentale, di essere processato con rito abbreviato.
Il processo inizierà il prossimo 12 marzo. giudice del Tribunale di Enna Eugenia Maria Floresta, al termine dell’udienza predibattimentale che si è tenuta al tribunale di Enna, ha deciso di ammettere come parte civile solo Antonio Messina, il giovane archeologo che con la sua denuncia ha dato vita all’inchiesta che ha portato alla condanna per violenza sessuale su minori del sacerdote Giuseppe Rugolo.
Escluse le richieste di costituzione presentate dai genitori di Messina e dalle associazioni Cotulevi e Rete l’Abuso, mentre l’avvocatura dello Stato non si è costituita parte civile. Ammessa invece la produzione documentale presentata dall’avvocata Eleanna Parasiliti Molica , che rappresenta Messina, che comprende la sentenza di appello, con la condanna di Giuseppe Rugolo a 3 anni di reclusione ed il ricorso per Cassazione presentato dalla procura generale di Caltanissetta che chiede di fatto di rivedere la pena ritenuta esigua.
Il processo, su richiesta della difesa degli imputati – gli avvocati avvocati Gabriele Cantaro e Pierfrancesco Bruno per il vescovo e gli avvocati Paolo Di Natale e Francesco Petralia per monsignor Murgano – si celebrerà dunque con il rito abbreviato
Giustizia piena per le vittime di abusi clericali sui minori. Dai tribunali ordinari, dove la procura generale di Caltanissetta ha appena impugnato la sentenza che riduce a tre anni di reclusione la condanna per violenza sessuale su minori per don Giuseppe Rugolo, a quelli ecclesiastici.
Antonio Messina, il giovane archeologo ennese che ha denunciato gli abusi subiti quando era ancora adolescente dal sacerdote ennese, torna a chiedere ascolto al Pontefice dopo le parole in cui riconosce la profondità della ferita creata nei sopravvissuti alle violenze ed il tema pesante del mancato ascolto da parte dei vescovi ribandendo: «Papa Leone XIV ha a disposizione quanto a lui necessario per intervenire in maniera concreta e fattiva nella Diocesi di Piazza Armerina e liberarla da chi di autentico non ha nulla: continuo nell’attesa di risposte chiare, senza fermarmi».
Mentre l’attesa per una risposta dal Vaticano continua, la Procura generale di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza d’appello che ha condannato il sacerdote ennese per violenza sessuale su minori a tre anni di reclusione, riducendo la pena dai quattro anni e sei mesi inflitti in primo grado. Le motivazioni della richiesta di annullamento riguardano la «lieve entità dei fatti» riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente «la circostanza attenuante della minore gravità » per le condotte del sacerdote e avere diminuito così la pena dai quattro anni e mezzo del primo grado ai tre dell’appello.
Di questo avviso non è però la procura generale che sostiene ci sia stata, invece, una applicazione erronea oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Il giudizio passa adesso alla Cassazione che dovrà decidere sul ricorso della Pg, dopo avere esaminato il contenuto del ricorso e stabilire la sussistenza degli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice.
La Procura generale di Caltanissetta ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza d’appello che ha condannato Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere per violenza sessuale su minori. Sulla base delle motivazioni della sentenza depositate il 12 gennaio, infatti, la Procura chiede l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado, che ha diminuito la pena per Rugolo dai quattro anni e mezzo del primo grado ai tre dell’appello.
Nella sentenza ci sarebbe infatti un errore di applicazione della legge penale e una conseguente formulazione contraddittoria della sentenza. Se la Cassazione accoglierà il ricorso e rinvierà ad altro giudice, per Rugolo si prospetta un nuovo processo e un possibile incremento di pena.
Intanto monsignor Gisana, a processo per falsa testimonianza, visita e benedice scuole pubbliche alla faccia della decenza e della laicità dello Stato, mentre dalla Chiesa tutto tace e papa Leone continua sulla strada del non interventismo, anche nei casi più clamorosi e nonostante l’imbarazzo dei fedeli. Ne ho parlato con Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il suo abusatore e che continua a battersi per avere giustizia.
Enna. Una comunicazione formale indirizzata all’Ufficio scolastico territoriale di Caltanissetta ed Enna e al Ministero dell’Istruzione e del Merito apre un nuovo fronte sul caso della visita pastorale del vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, prevista in questi giorni anche in alcune scuole di Aidone.
A scrivere è Antonio Messina, vittima di abusi da parte dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, nella diocesi di Piazza Armerina, che il 15 gennaio scorso ha trasmesso una nota ufficiale al dirigente dell’Ufficio V – Ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna e alla dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”. Nel documento Messina manifesta la propria contrarietà alla presenza del vescovo nelle scuole dell’obbligo, definendo l’iniziativa «inopportuna sotto il profilo educativo e istituzionale».
«La scuola è un’istituzione dello Stato e ha il dovere di tutelare i minori e trasmettere valori di legalità e responsabilità», scrive Messina, spiegando che la presenza del vescovo «rischia di veicolare un messaggio distorto agli studenti, soprattutto alla luce di quanto emerso in sede giudiziaria».
La posizione espressa richiama quanto accertato nel procedimento penale a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo. In particolare, viene citata la sentenza del Tribunale penale di Enna del 5 marzo 2024, che individua profili di responsabilità omissiva dell’ordinario diocesano in relazione alla tutela dei minori. «Non si tratta di fede o di appartenenza religiosa – precisa Messina – ma di atti giudiziari che pongono un problema di coerenza istituzionale».
Nella comunicazione viene inoltre ricordato che monsignor Gisana risulta imputato per il reato di falsa testimonianza, contestato in relazione alle dichiarazioni rese durante lo stesso procedimento, conclusosi con la condanna in appello di Rugolo. «Nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – sottolinea Messina – ritengo comunque necessario interrogarsi sull’opportunità di offrire una tribuna istituzionale a chi è coinvolto in procedimenti di questo tipo».
Il documento pone l’accento sul ruolo della scuola come presidio di legalità e tutela dei minori e segnala come, secondo quanto riferito, negli istituti coinvolti non risultino promossi momenti di informazione o prevenzione sul tema degli abusi. «Non risultano iniziative che diano spazio alle vittime o che affrontino apertamente il tema della protezione dei minori», si legge nella nota.
Nella parte finale Messina chiede di conoscere le motivazioni che hanno portato le istituzioni scolastiche a consentire la visita pastorale e indica l’opportunità di informare il Ministero dell’Istruzione e del Merito. «Ho ritenuto doveroso rivolgermi anche al ministro Valditara – afferma – perché qui è in gioco il ruolo della scuola pubblica e la credibilità delle istituzioni».
Il richiamo conclusivo riguarda il significato simbolico dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”, intitolato a Giovanni Falcone. «Quel nome richiama un impegno preciso per la legalità e la verità – scrive Messina – valori che dovrebbero guidare ogni scelta educativa».
Secondo quanto riferito, alla comunicazione inviata il 15 gennaio non sarebbe pervenuta alcuna risposta da parte degli uffici competenti. La vicenda risulta ora all’attenzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Dopo il deposito delle motivazioni di sentenza a carico dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, la procura generale nissena ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio. Rugolo, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori, ha avuto in appello la riduzione della pena a 3 anni.
La sentenza della corte d’appello di Caltanissetta era stata pronunciata lo scorso luglio e nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni, sulla cui base la procura generale della corte di appello di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio.
La Procura motiva l’impugnazione chiedendo l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente “la circostanza attenuante della minore gravità ” per le condotte del sacerdote e avere diminuito cosi’ la pena dai 4 anni e mezzo del primo grado ai 3 dell’appello.
Per il Pg, nella sentenza ci sarebbe una applicazione erronea della legge penale, oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Spetterà adesso alla cassazione valutare se sussistono gli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice e, quindi, se accogliere il ricorso della procura generale nissena.