Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Greg Burke

  • Il cardinale Pell, tesoriere del Vaticano, colpevole di violenza sessuale nei confronti di bambini

    Il cardinale Pell, tesoriere del Vaticano, colpevole di violenza sessuale nei confronti di bambini

    Ora che la condanna è definitiva, il Vaticano ha deciso la sua immediata sospensione. Il porporato australiano si era sempre dichiarato innocente ma il tribunale di Melbourne lo ha riconosciuto colpevole di abusi sui minori

    di ALBERTO CUSTODERO

    Il cardinale George Pell, tesoriere e numero tre del Vaticano, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale nei confronti di due tredicenni. È stato condannato per crimini sessuali contro minori in Australia, diventando il più alto funzionario della Chiesa cattolica condannato in un caso di pedofilia. Rischia 50 anni di carcere. “Per garantire il corso della giustizia il Santo Padre ha confermato le le misure cautelari già disposte nei confronti del Cardinale. Ossia il divieto in via cautelativa dell’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età”. Lo ha reso noto il portavoce Alessandro Gisotti, sottolineando che “la Santa Sede si unisce a quanto dichiarato dal Presidente della Conferenza Episcopale Australiana nel prendere atto della sentenza di condanna in primo grado nei confronti del Cardinale George Pell”. Si tratta, ha affermato il direttore ad interim della ala Stampa della Santa Sede, “di una notizia dolorosa che, siamo ben consapevoli, ha scioccato moltissime persone, non solo in Australia. Come già affermato in altre occasioni, ribadiamo il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane”. “In nome di questo rispetto – ha concluso Gisotti – attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado. In attesa del giudizio definitivo, ci uniamo ai vescovi australiani nel pregare per tutte le vittime di abuso, ribadendo il nostro impegno a fare tutto il possibile affinchè la Chiesa sia una casa sicura per tutti, specialmente per i bambini e i più vulnerabili”.

    Il vescovo Pell, 77 anni, è stato condannato a dicembre per violenza sessuale negli anni ’90 su due bambini del coro nella sacrestia della cattedrale di Saint Patrick di Melbourne. Ma il tribunale di Melbourne ha vietato fino a oggi i media di pubblicare l’esito della sentenza.

    La notizia era già filtrata a dicembre ma non era stata confermata. Ora che la condanna è ufficiale sarà inevitabile per Pell il definitivo allontanamento da Roma. A dicembre il portavoce vaticano Greg Burke aveva annunciato il suo congedo dal C9, il consiglio di nove cardinali che coadiuva Francesco nel governo della Chiesa. Immediata la reazione del Vaticano.  “Per garantire il corso della giustizia il Santo Padre ha confermatole le misure cautelari già disposte nei confronti del Cardinale George Pell dall’ordinario del luogo al rientro del Cardinale Pell in Australia. Ossia che, in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti, al Cardinale Pell sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di eta`”.

    Così il portavoce ad interim della Santa Sede, Alessandro Gisotti, commentando la condanna in primo grado di George Pell in Australia.

    Pell oggi è ancora formalmente a capo della Segreteria per l’Economia, un incarico dal quale sarà senz’altro costretto a dimettersi ora che la condanna è stata ufficializzata.

    Il veto sulla notizia era stato posto dalla legge australiana per la quale fino a che il processo a carico del porporato non si fosse del tutto concluso nulla doveva trapelare. Pell si trova a giudizio dal 2017: di fatto si tratta della più alta carica della Chiesa cattolica che sia stata mai giudicata da un tribunale di un Paese laico.

    Contro Pell si sono espresse più volte le vittime di abusi sessuali da parte del clero. Peter Saunders, inglese, da ragazzo vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti, fu il primo a fare un passo indietro, ormai due anni fa, dalla Commissione pontificia per la protezione dei minori della quale era stato chiamato a far parte.

    Se ne andò proprio per le resistenze interne di fronte alle accuse che ex vittime mossero al porporato australiano, fra i principali collaboratori del Papa nel governo della curia romana. Dopo la notizia, qualche mese fa, del rinvio a giudizio di Pell per abusi aveva dichiarato: “Se Pell è stato rinviato a giudizio è perché i pubblici ministeri australiani sentono di avere prove sufficienti in merito”.

    Pell era stato ordinato prete a Roma nel 1966, prima di tornare in Australia nel 1971. È stato nominato arcivescovo di Melbourne nel 1996, poi di Sydney nel 2001. Nel 2014 era stato scelto da Bergoglio per dare più trasparenza alle finanze del Vaticano. Pell era stato costretto a tornare in Australia due anni fa per il processo.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/02/26/news/il_cardinale_pell_ex_tesoriere_del_vaticano_colpevole_di_violenza_sessuale_nei_confronti_dei_bambini-220149546/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

  • Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Tra svolta e rottura, l’uscita di scena di Burke e Ovejero, travolti dai fatti del 2018, dai casi di pedofilia alle accuse di monsignor Viganò

    Svolta o rottura? Il fatto che il Portavoce del Papa Greg Burke e la sua vice Paloma García Ovejero abbiano lasciato in blocco non si può liquidare – come pure hanno fatto gli interessati su Twitter – con un “Nuovo Anno, nuove avventure”, o semplicemente come “una tappa” della vita.

    Al termine di un anno infernale per la Chiesa cattolica in tutto il mondo a causa della nuova crisi per gli abusi sessuali, le loro dimissioni segnano per il Papa la necessità di “rinforzare” gli ormeggi della comunicazione in vista di un 2019 che si prevede non facile, addirittura un anno della verità.

    La loro rinuncia non ha però nulla di subitaneo. Come ha voluto sottolineare lo stesso Burke in un tweet del tardo pomeriggio di ieri, la decisione dei due è arrivata al termine di “mesi” di preghiera.

    Anche se la loro scelta personale probabilmente è stata “anticipata”, mettendo così il Papa nella condizione di non poter annunciare in contemporanea il nuovo assetto definitivo della struttura, ma solo l’ interim di direttore della Sala Stampa ad Alessandro Gisotti, responsabile social media e giornalista della Radio Vaticana, per vent’ anni allievo di Padre Federico Lombardi, predecessore di Burke.

    D’ altra parte segni di difficoltà erano emersi già dopo il primo anno dalla nomina avvenuta nel luglio 2016, tanto che in loro difesa si era speso il vaticanista americano John Allen, direttore del sito Crux., dichiaratamente amico di Burke.

    Nonostante dal marzo del 2018 la struttura della comunicazione della Santa Sede abbia subito scosse e controscosse ( il ridimensionamento della Segreteria, divenuta semplice Dicastero, e del suo prefetto Dario Viganò che ha dovuto lasciare dopo l’episodio di una lettera di Benedetto XVI ” addomesticata”, la nomina di Paolo Ruffini, ed infine la nomina a direttore editoriale di Andrea Tornielli) sarebbe un errore ritenere le dimissioni dei Portavoce siano legate solo agli equilibri tra i vari comunicatori.

    La spiegazione va cercata nella gestione della crisi degli abusi in Australia, Cile e Stati Uniti, e del caso dell’attacco al Papa da parte dell’ex Nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò.

    In sostanza nell’offensiva di un ampio fronte tradizionalista, ben radicato negli Usa, che ha giocato la sua partita sui media, senza adeguata risposta o almeno un abbozzo di risposta da parte della Sala Stampa. Tanto che sul caso Viganò sono stati richiamati “in servizio” padre Lombardi e Tom Rosica per testimoniare sull’incontro di Francesco con la controversa impiegata Kim Davis e una difesa articolata sul caso del nunzio Viganò è contenuta in un libro di cui è stato coautore proprio Tornielli (“Il giorno del giudizio”).

    Certamente poi Burke ha seguito il destino della caduta del cardinale George Pell (rientrato in Australia a fine giugno 2017, sottoposto a processo per abusi sessuali, per cui è stato condannato – ed è il più alto in grado nella gerarchia cattolica – in prima istanza all’inizio dello scorso dicembre, mentre pende un secondo processo in questo inizio d’anno). Pell infatti è stato il vero sponsor di Burke, al termine del secondo processo Vatileaks. Secondo il sito d’ informazione para Vaticano “Il Sismografo” , “Greg” inoltre non sarebbe riuscito a costruire nessun tipo di rapporto con il cardinale Pietro Parolin, cioè il segretario di Stato, a lungo contraltare di Pell, fino alla sua caduta in disgrazia .

    Esponente numerario, cioè consacrato dell’Opus Dei, Burke era entrato in Vaticano come ha ricordato ieri lui stesso, durante la crisi del primo Vatileaks come consulente della segreteria di Stato, con l’Assessore americano Peter Wells, e una borsa della potente organizzazione tradizionalista americana dei Cavalieri di Colombo, che coprivano le spese del suo incarico. Ha così gestito la transizione dal Pontificato di Ratzinger a quello di Francesco, uscito da un Conclave in cui sono stati determinanti i voti dei porporati americani. Mentre ora il rapporto di Francesco con la Chiesa americana e’ altamente conflittuale.

    L’addio di Burke e Ovejero è stato salutato come quello degli unici onesti nel mondo della comunicazione vaticana che sarebbe ormai ridotta a pura propaganda secondo una parte dei commentatori della destra americana. Rod Dreher su Twitter ha scritto: “Lasciatemi indovinare. Erano troppo onesti per appoggiare la linea ufficiale più a lungo, specialmente se si pensa che l’incontro di febbraio ( sulla pedofilia, ndr) probabilmente sarà una finzione”. L’incontro cui fa riferimento è quello di tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo, ritenuto di importanza quasi pari a un Conclave. Dreher è l’autore del bestseller tra i tradizionalisti “L’opzione Benedetto” e il destinatario dell’ultima lettera dell’ex Nunzio Viganò , quella recapitata a fine settembre 2018.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/01/01/sara-un-2019-durissimo-il-vaticano-rinforza-gli-ormeggi-della-comunicazione_a_23631314/

  • Abusi, il comitato organizzatore ai vescovi: incontrate le vittime prima di febbraio

    Abusi, il comitato organizzatore ai vescovi: incontrate le vittime prima di febbraio

    Lettera di Zollner, Cupich, Scicluna e Gracias ai presidenti delle Conferenze episcopali convocati da Papa Francesco a Roma per affrontare la crisi. C’è anche un questionario preparatorio

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Il comitato organizzatore dell’incontro per la protezione dei minori nella Chiesa convocato da Papa Francesco dal 21 al 24 febbraio prossimi con i presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo ha invitato gli episcopati nazionali a svolgere nei rispettivi Paesi prima dell’appuntamento incontri con vittime di sacerdoti o religiosi abusatori «per apprendere in contatto diretto la sofferenza che hanno affrontato».

    «Cari fratelli in Cristo, “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (I Cor 12:26). Con queste parole Papa Francesco ha iniziato la sua lettera al popolo di Dio in risposta alla crisi degli abusi che sta incontrando la Chiesa, scrivono nella lettera diffusa oggi dalla Sala Stampa vaticana i quattro membri del comitato organizzatore nominato dal Papa lo scorso 23 novembre, ossia il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e presidente della Conferenza episcopale dell’India, monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e il gesuita Hans Zollner, presidente del Centro per la Protezione dei Minori della Pontificia Università Gregoriana, membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e incaricato come referente del comitato stesso.

    «Coloro che sono stati abusati da chierici sono stati anche danneggiati quando “abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”. E così “Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura”. In assenza di una risposta complessiva e comune, non solo non riusciremo a portare guarigione alle vittime sopravvissute ma la stessa credibilità della Chiesa nel portare avanti la missione di Cristo sarà messa a repentaglio in tutto il mondo. Il primo passo deve essere riconoscere la verità di quanto avvenuto».

    «Per questa ragione, facciamo urgentemente appello ad ogni presidente di conferenza episcopale di raggiungere e visitare vittime sopravvissute all’abuso sessuale del clero nei rispettivi Paesi prima dell’incontro a Roma, per apprendere in contatto diretto la sofferenza che hanno affrontato».

    Si tratta di un «modo concreto di porre le vittime in primo piano e riconoscere l’orrore di quanto accaduto», ha chiosato il direttore della Sala Stampa vaticana Greg Burke, che ricorda come il vertice di febbraio abbia tre temi principali: «Responsabilità, accountability (assunzione di responsabilità, ndr) e trasparenza».

    Nella missiva diramata oggi i membri del comitato organizzatore domandano inoltre di «rispondere ad un questionario» allegato alla lettera, ma non pubblicato dal Vaticano, che «fornisce uno strumento per tutti i partecipanti all’incontro di febbraio per esprimere la loro opinione costruttivamente e criticamente mentre procediamo, per individuare dove c’è bisogno di aiuto per promuovere riforme adesso e in futuro, e per aiutarci ad avere un quadro completo della situazione nella Chiesa. Con questo obiettivo in mente, il Santo Padre ci ha chiesto di ringraziarvi per il vostro sostegno nel completare il questionario allegato per prepararsi meglio all’incontro e di invitarvi urgentemente ad affrontare insieme questa strada».

    Il Papa «è convinto che tramite la cooperazione collegiale, le sfide che la Chiesa ha di fronte possono essere affrontate. Ma ciascuno di noi deve assumere questa sfida agendo insieme in solidarietà, umiltà e penitenza per riparare il danno fatto, condividendo l’impegno comune alla trasparenza, e tenendo responsabile ognuno nella Chiesa. Si prega di notare che saremmo grati di avere le risposte il prima possibile, ma non oltre il 15 gennaio», conclude il comitato organizzatore, invocando in chiusura benedizioni divine per il tempo di Avvento.

  • Il cardinale Pell “condannato” per abusi. La Santa Sede: rispettiamo i giudici australiani

    Il cardinale Pell “condannato” per abusi. La Santa Sede: rispettiamo i giudici australiani

    L’11 dicembre il tribunale di Melbourne ha emesso un verdetto che ritiene il “ministro dell’Economia” colpevole di cinque capi d’accusa, tra cui violenze su un minore e atti osceni. Il processo secretato dal giudice, la sentenza il 4 febbraio 2019

    Che ci sia una condanna nei confronti del cardinale George Pell, il prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia da oltre un anno in Australia per difendersi in tribunale dalle accuse di abusi sessuali su minori, sembra essere ormai chiaro, considerando anche che a confermarlo, di fatto, è stato lo stesso direttore della Sala Stampa vaticana Greg Burke parlando oggi di un «provvedimento in atto» che «impone il silenzio» e che la Santa Sede rispetta. È da capire l’entità di tale ordinanza, la cui notizia è trapelata nelle scorse ore da alcuni media ultra conservatori australiani e statunitensi che parlano di un verdetto unanime del tribunale di Melbourne nel dichiarare colpevole il cardinale di abusi sessuali.

    A quanto apprende Vatican Insider da fonti di Melbourne, il giudizio nei confronti di George Pell – che rimane per ora in carica come “ministro” dell’Economia vaticana – è giunto martedì 11 dicembre al termine di tre giorni di deliberazioni di un collegio giudicante. Lo stesso che, fino a qualche tempo fa, affermava di non poter raggiungere un verdetto per l’inconsistenza e la scarsa credibilità di alcune accuse, ma che adesso si è trovato concorde nel ritenere «colpevole» il cardinale di cinque capi d’accusa: quattro per atti osceni in luogo pubblico, uno per una violenza nei confronti di un minore negli anni ‘90.

    Il portavoce vaticano Greg Burke, interpellato a riguardo dai giornalisti durante il briefing del C9 – dove ha annunciato proprio il congedo di Pell, insieme ad Errazuriz e Monswengo, dal Consiglio dei cardinali – non è entrato nei dettagli della vicenda, limitandosi ad affermare che: «La Santa Sede ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana, siamo consapevoli che c’è un provvedimento in atto che impone il silenzio e rispettiamo tale ordinanza».

    Il giudice di Melbourne ha emesso infatti un “suppression order”, un ordine che impedisce qualsiasi tipo di copertura mediatica sul processo da parte delle testate dell’Australia, perseguibili anche a livello penale in caso di violazione. Il motivo è che, terminato questo primo processo, il cardinale dovrà affrontare un secondo procedimento l’11 marzo 2019, sempre per abusi e sempre a Melbourne, che le stesse vittime hanno chiesto si svolgesse separatamente. Quindi, da parte del giudice – seguendo anche il severo sistema legislativo australiano – c’è la volontà di non influenzare in alcun modo le decisioni della giuria. Il veto ha bloccato la fuoriuscita di informazioni certe e dettagliate sul verdetto, ma non ha impedito che circolasse comunque – anche attraverso i social network – la notizia di una presunta condanna nei confronti del cardinale.

    Contro di lui, in congedo dal suo importante ruolo in Curia dal giugno 2017 in accordo con il Papa che gli ha concesso di lasciare Roma per volare in Australia e concentrarsi nella difesa, è stata mossa in questi mesi un’accesa campagna mediatica che ha raggiunto il suo culmine con il libro della giornalista Cnn Louise Millgan – ritirato dal commercio su richiesta dei legali di Pell – che raccontava, attraverso materiale raccolto per i suoi servizi giornalistici, «l’ascesa e la caduta» dell’importante porporato posto da Papa Francesco nel febbraio 2014 a capo del neonato Dicastero che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano.

    Le accuse contro Pell, sia di insabbiamenti di casi di pedofilia, sia di aver compiuto abusi, si rincorrono da molti anni. Nel 2016, tra fine febbraio e inizio marzo, è stato messo sotto torchio dalla “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali a minori negli anni 1970 e ‘80, che lo ha interrogato per circa una settimana in video-collegamento in un hotel del centro di Roma. Il cardinale aveva rifiutato infatti di recarsi in Australia a deporre, perché a causa di problemi di ipertensione e cardiopatia non avrebbe potuto reggere un lungo viaggio oltre Oceano, come affermava un certificato medico. Tuttavia aveva deciso di non avvalersi della immunità diplomatica vaticana e di rispondere alla giustizia civile.

    A Pell veniva soprattutto imputata un’opera di occultamento iniziata da sacerdote e vescovo ausiliare di Ballarat, sua città natale, e proseguita come arcivescovo di Melbourne negli anni 1996-2001. Il cardinale ha sempre ribadito la propria innocenza, negando di essere a conoscenza di tali atti criminali, rifiutando ogni accusa di complicità con sacerdoti abusatori (come Gerard Ridsdale, con il quale aveva condiviso anche un appartamento nei primi anni di sacerdozio) e attribuendo le maggiori responsabilità al predecessore a Melbourne. Nel corso degli interrogatori fiume aveva ammesso tuttavia che «la Chiesa in Australia ha gestito in modo sbagliato le cose e ha fallito con le persone». «C’erano in passato – aggiungeva – ragionevoli lamentele in Australia riguardo ad abusi, ma l’uso comune era di non segnalarli alla polizia». In quei giorni di febbraio un gruppo di sopravvissuti di Ballarat era venuto nella Capitale a protestare vigorosamente contro le dichiarazioni del ministro vaticano dell’Economia con striscioni e t-shirt. Con loro il porporato aveva ristabilito, al termine degli interrogatori, una sorta di tregua con la promessa di un maggior impegno per la vigilanza e la prevenzione di tali piaghe.

    Il caso Pell è deflagrato però l’anno successivo, quando nel giugno 2017 il porporato è stato incriminato per abusi sessuali su minori dalla polizia dello Stato di Victoria. Nel dare all’epoca l’annuncio il vice commissario Shane Patton precisava che le accuse provenivano da più querelanti e che le indagini riguardavano reati commessi negli anni ‘70 a Ballarat. In particolare si parlava di un abuso a danno di un 15enne durante un campo estivo a Philipp Island, nel 1962.

    Il porporato era stato invitato, quindi, a comparire in tribunale il 18 luglio di quell’anno. Da qui il congedo da Roma, con un permesso accordato da Papa Francesco. Il processo ad un prelato di così alto grado ha generato un clima quasi di isteria nel Paese, frustrato da decenni di lotta a questa piaga nella Chiesa. Tanto che il procedimento a Pell è stato ribattezzato il “cathedral trial”, il processo alla cattedrale, quasi a voler dire che colpendo il suo più alto rappresentante viene punita l’intera Chiesa australiana per i suoi peccati.

    Fonti di Melbourne vicine al porporato rivelano a Vatican Insider che il clima di agitazione e pressioni che sta accompagnando il processo ha costretto Pell all’isolamento e ad una sorta di reclusione forzata. Nelle sue prime uscite il cardinale era investito da urla e proteste (in alcuni casi anche dal lancio di oggetti), al punto da essere obbligato nei mesi successivi ad uscire dal retro della sua abitazione, con il volto coperto, per andare dal medico, a trovare degli amici o semplicemente celebrare una messa.

    Da martedì, Pell sarebbe libero su cauzione visto che nei prossimi giorni dovrà recarsi a Sydney per subire un’operazione al ginocchio (per il giudice non c’è alcun rischio di “fuga”). Il prossimo appuntamento in tribunale per lui è il 4 febbraio 2019, quando gli avvocati – che per ora non hanno annunciato alcun ricorso al verdetto – presenteranno al giudice delle obiezioni e delle «informazioni utili» prima della sentenza che verrà emessa il giorno stesso.

  • Abusi in Cile, il Papa dimette Karadima dallo stato clericale

    Abusi in Cile, il Papa dimette Karadima dallo stato clericale

    Il sacerdote 88enne al centro dello scandalo che sta scuotendo la Chiesa cilena. Tra i suoi allievi a Santiago del Cile il vescovo Barros ora dimesso

    IACOPO SCARAMUZZI CITTÀ DEL VATICANO
    Papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima, sacerdote al centro dello scandalo degli abusi sessuali in Cile.

    Papa Francesco, si legge in una nota diramata questo pomeriggio in spagnolo dalla Sala stampa vaticana, «ha dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima Farina, dell’arcidiocesi di Santiago del Cile. Il Santo Padre ha preso questa decisione eccezionale in coscienza e per il bene della Chiesa. Il Santo Padre ha esercitato la sua “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente” (Codice del Diritto Canonico, canone 331), cosciente del suo servizio al popolo di Dio come successore di San Pietro. Il decreto, firmato dal Papa giovedì 27 settembre 2018, è entrato in vigore automaticamente a partire dallo stesso momento, e comporta altresì la dispensa da tutti gli obblighi clericali. È stato notificato a Karadima Farina venerdì 28 settembre 2018».

    Karadima, oggi 88 anni, influente sacerdote della borghesia di Santiago sin dai tempi di Pinochet, nella parrocchia del Bosque, è stato condannato per pedofilia dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in primo grado a febbraio del 2011 e in via definitiva il successivo giugno. Papa Francesco ha nominato un suo allievo, il vescovo Juan Barros, nella diocesi di Osorno, nel 2015, ed ha dapprima ignorato le proteste dei fedeli nei suoi confronti, e definito «calunnie» le denuncie delle vittime di Karadima che accusavano Barros di avere insabbiato le denuncie di Karadima. Poi, dopo le riserve espresse dai suoi stessi collaboratori, a partire dal cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, il Papa ha deciso di inviare in Cile monsignor Charles Scicluna e monsignor Jordi Bartomeu per una istruttoria sul caso. Dopo aver ricevuto il rapporto di questa visitazione, Francesco ha invitato in Vaticano tre note vittime di Karadima, ha poi scritto ai fedeli cileni per chiedere scusa ed ha convocato i vescovi cileni che, duramente ripresi, a maggio hanno rassegnato in blocco le dimissioni nelle sue mani. Tra i primi dei sette presuli dei quali il Pontefice argentino ha accettato le dimissioni, sinora, c’è monsignor Juan Barros.

    Esultano le vittime di Karadima che sono state ricevute dal Papa a Casa Santa Marta. «Il pedofilo Karadima espulso dal sacerdozio. Nessuno avrebbe pensato che sarebbe venuto questo giorno. Un uomo che ha rovinato la vita a tante persone», ha commentato su Twitter Juan Carlos Cruz. «Ringrazio Papa Francesco per avere infine preso questa decisione. Spero che molti sopravvissuti sentano oggi un lieve sollievo».

    Nel commentare la decisione, il cardinale di Santiago del Cile, Riccardo Ezzati, ha detto che il Papa ha agito «per il bene della Chiesa e nella Chiesa c’è tutto il popolo di Dio, il bene delle persone che sono state vittime e hanno sofferto gli abusi, il bene dei fedeli che sono chiamati a camminare con rettitudine di vita, il bene dei sacerdoti che sono chiamati a camminare in accordo con i grandi valori della loro vocazione e per il bene della società». I «cattolici di Santiago e le persone di buona volontà», ha proseguito il porporato italo-cileno, «siamo chiamati a accogliere questa decisione del Santo Padre» con «fede e fedeltà alla azione del Santo Padre», e a farlo «con atteggiamento di collaborazione con il compito proprio della Chiesa di riparare a ogni danno causato alle vittime e anche a tutte le persone che hanno sofferto e soffrono per questo fatto, e anche in vista di un cammino che vogliamo sia sempre più trasparente di accompagnamento delle situazioni di formazione affinché non succedano più (gli abusi, ndr.), affinché il “mai più” sia una realtà nella nostra Chiesa di Santiago». La decisione papale è stata comunicata a Karadima questa mattina in un incontro di «mezz’ora».

    Ci sono «due chiavi» per interpretare la decisione del Papa, ha commentato il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke: «La prima è che il Papa agisce in coscienza, la seconda è la motivazione, per il bene della Chiesa. Papa Francesco sta agendo come pastore, come padre, per il bene di tutto il popolo di Dio. La dimissione dallo stato clericale di Fernando Karadima è un passo in più nella linea ferrea di Papa Francesco di fronte agli abusi. Eravamo davanti a un caso molto serio di marciume che andava strappato alla radice. Si tratta di una misura eccezionale, senza dubbio, ma i delitti gravi di Karadima sono stati un danno eccezionale in Cile».

    http://www.lastampa.it/2018/09/28/vaticaninsider/abusi-nella-chiesa-del-cile-il-papa-dimette-karadima-dallo-stato-clericale-GrWwRtrkS3Gv96NgwAIpCL/pagina.html

  • Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    di Alessandro Rico

    L’annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.

    Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Padrick O’Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l’arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gòmez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.

    Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un’operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell’ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell’organo diretto dal cardinale O’Malley a mettere in rilievo che “le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione”. Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per “indagare i casi particolari”. Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.

    L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono “nel panico”, ribadendo la propria fiducia nell’onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito “inadeguata” l’evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel “giudicate da soli”, divenuto pochi giorni dopo “silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo”). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l’episcopato non avrebbe “assolutamente alcuna credibilità nell’affrontare questo argomento”. Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla,, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland,  oltre che da parte dell’ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all’abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell’ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l’ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l’inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.

    È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l’approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo – giustamente – più odioso per l’opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l’omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l’81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che “gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay”.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Abusi, i vertici dei vescovi Usa incontreranno il Papa giovedì 13 settembre

    Abusi, i vertici dei vescovi Usa incontreranno il Papa giovedì 13 settembre

    Udienza in Vaticano dopo gli scandali con il presidente della Conferenza episcopale DiNardo, il vicepresidente Gómez, il segretario Bransfield. Presente il cardinale O’Malley 

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Sulla scia dello scandalo abusi che sta scuotendo in queste settimane la Chiesa statunitense, Papa Francesco riceverà il prossimo giovedì 13 settembre, a mezzogiorno, i vertici della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Lo conferma il portavoce vaticano Greg Burke con una nota diffusa in serata, in cui spiega che nel Palazzo Apostolico saranno ricevuti dal Papa il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti d’America, insieme al cardinale Seán Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Saranno presenti anche monsignor José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles, vicepresidente della medesima Conferenza episcopale, e il segretario generale monsignor Brian Bransfield.

    Nei giorni scorsi la stampa statunitense aveva riportato che il cardinale DiNardo aveva chiesto tempo fa udienza al Papa. La Chiesa degli Stati Uniti è stata confrontata nelle scorse settimane dapprima con il rapporto del Gran Giurì della procura della Pennsylvania, che ha indagato sugli abusi compiuti in sei delle otto diocesi dello Stato negli ultimi settant’anni, poi con l’apertura delle indagini da parte della Procura nelle otto diocesi dello Stato di New York, e infine con lo scandalo del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington oggi 88enne, trovato colpevole di abusi sessuali a danno di un minore e di diversi seminaristi maggiorenni compiuti nei decenni passati, al centro del “comunicato” dell’ex nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò.

    Da oggi fino a mercoledì prossimo il Papa è riunito nella periodica riunione con i nove cardinali che lo coadiuvano nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa cattolica mondiale. Del cosiddetto C9 fa parte un altro cardinale statunitense, l’arcivescovo di Boston Sean O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori che ha svolto la sua plenaria a Roma da venerdì scorso a ieri. La riunione, che si è aperta con le testimonianze di una donna dell’America Latina che da bambina è stata abusata da un sacerdote e della madre di due vittime adulte provenienti dagli Stati Uniti.

    «Le domande che sono emerse negli ultimi mesi», è la conclusione della plenaria riportata in un comunicato diramato domenica sera, «non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione al fine di rendere il futuro diverso dal nostro passato. Il nostro punto di partenza non è indagare i casi particolari ma prevenire per il futuro».

    http://www.lastampa.it/2018/09/10/vaticaninsider/abusi-i-vertici-dei-vescovi-usa-incontreranno-il-papa-nei-prossimi-giorni-4NgFvf3AjeCRhJxmVPyqSP/pagina.html

  • Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Con un sincrono globale, in Australia rigida secretazione del processo al cardinale, a Roma Francesco incontra i vescovi cileni nel più stretto riserbo

    Anche il silenzio può far rumore. Anche il silenzio ha un suono. Bisognerà attendere per capire se si tratta della quiete prima della tempesta oppure se la consegna del silenzio servirà ancora una volta a coprire. Però un fatto è certo: quasi con un sincrono globale, il silenzio è caduto contemporaneamente su due delle vicende di pedofilia che hanno fatto tremare il trono di Pietro negli ultimi mesi.

    La prima in Australia. Nella udienza del 15 maggio del processo penale contro il cardinale George Pell (uno dei membri del C9 di Francesco), per abusi sessuali su minori che avrebbe personalmente commesso – ma il cardinale ha sempre negato con veemenza le accuse – la procura stessa ha chiesto il completo silenzio stampa e la non pubblicità delle udienze, persino la non pubblicità dell’inizio del processo vero e proprio, o meglio dei due processi distinti cui dovrà essere sottoposto Pell. Tra gli altri lo hanno annunciato l’AFP, la EFE, e il New York Times. E così è avvenuto.

    Il divieto riguarda “ogni resoconto di tutto o di parte di questo procedimento e qualsiasi informazione che derivi da questo procedimento e ogni documento giudiziario associato al procedimento”. Lo scopo è “prevenire un rischio reale e sostanziale di pregiudizio a una corretta amministrazione della giustizia”. I giornalisti che più di tutti hanno seguito il caso hanno dovuto avvertire i loro lettori del cambio di fronte quanto all’informazione, e hanno quindi avvisato che “per motivi legali” non possono più fornire alcun dettaglio. All’uscita dell’udienza del 15 maggio, il cardinale Pell, il più alto in grado nella gerarchia cattolica a finire sotto processo per un reato del genere, non aveva una faccia soddisfatta nonostante il fatto che il regime di non pubblicità lo aiuti a tenerlo lontano dall’accanimento mediatico. C’è infatti un risvolto della medaglia nella non pubblicità delle udienze: lascerà mano libera all’accusa di portare in giudizio tutte le testimonianze e le prove, anche le più scabrose.

    Che la Corte di Melbourne sia determinata a garantire la segretezza è dimostrato dal licenziamento in tronco appena avvenuto di un dipendente amministrativo degli uffici giudiziari che si era intromesso senza aver nessun titolo nel sistema informatico per conoscere quali siano le accuse precise contro Pell. Il sistema informatico infatti è protetto da un sofisticato sistema antintrusione che segnala con immediatezza chi consulta i file elettronici relativi al processo, senza esserne autorizzato.

    La seconda vicenda di pedofilia su cui, almeno temporaneamente, è caduto il silenzio è quella cilena, dove invece è sul banco degli imputati (anche in Tribunale, perché pende un processo civile d’appello da parte di tre vittime) la copertura data dai vertici della Chiesa a un prete pedofilo, Fernando Karadima, già condannato nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, al tempo di Papa Ratzinger. Un caso le cui conseguenze hanno fatto inciampare lo stesso Papa Francesco che, dopo aver difeso strenuamente il vescovo Juan Barros di Osorno (un discepolo di Karadima) dall’accusa di complicità, di ritorno dal suo viaggio in Sudamerica a fine gennaio, è dovuto tornare rapidamente sui suoi passi, inviare un “inquisitore vaticano” sul posto (l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna), convocare a Roma tutto l’episcopato del Paese (36 prelati, tra cui Barros e il cardinale membro del C9 di Francesco, Francisco Errazuriz Ossa) che da due giorni è in Vaticano, quasi in ritiro. Per una sorta di esercizi spirituali penitenziali, cui il Papa ha fornito persino un testo di meditazione e confronto.

    Il papa ha dovuto ammettere pubblicamente di aver compiuto dei gravi errori di valutazione sul caso Barros, indotti da informazioni non corrette che gli erano state fornite. Ha anche ricevuto tre vittime di Karadima che hanno accusato Barros di complicità. Dopo che il Papa aveva ricevuto le vittime, il Vaticano ha tenuto un profilo mediatico basso, anche perché le vittime hanno chiaramente detto che non volevano far parte di un’occasione di Pr, di pubbliche relazioni, per la Santa Sede. Lo stesso portavoce della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, ha reiteratamente sostenuto nei giorni scorsi che gli incontri del Papa con i vescovi cileni (che finisco la sera di venerdì 18 maggio) devono essere considerati come strettamente privati.

    In una lettera al termine dell’incontro il Papa ha ringraziato i vescovi cileni. “Voglio ringraziarvi per aver accettato l’invito affinché, insieme, abbiamo potuto esprimere un franco discernimento sui gravi eventi che hanno danneggiato la comunione ecclesiale e indebolito il lavoro della Chiesa del Cile negli ultimi anni. Alla luce di questi dolorosi eventi riguardanti gli abusi – di minori, di potere e di coscienza – abbiamo approfondito la gravità degli stessi e le tragiche conseguenze che hanno avuto in particolare per le vittime. Ad alcuni di loro ho chiesto perdono di cuore e vi siete uniti in una sola volontà e con la ferma intenzione di riparare i danni causati”.

    Intanto in Cile, alcuni organi di stampa sostengono che 11 vescovi, a partire da Barros, dovranno dimettersi. E che lo stesso accadrà per il Nunzio, cioè l’ambasciatore vaticano, Ivan Scapolo. Vengono tutti accusati di non aver fornito adeguate informazioni al Papa.

    Insomma, una situazione quasi sospesa. Bisognerà attendere per capire se la consegna del silenzio, impedirà, oppure no, a questo silenzio, alla fine, di emettere un suono.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/17/il-rumore-del-silenzio-sulla-pedofilia-nella-chiesa-tra-il-processo-pell-e-il-caso-cileno_a_23436998/

  • Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

    Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

    Finalmente la parola a chi la merita, ma senza far troppo rumore. Si prega di non creare clamore attorno alla vicenda e di rispettare in religioso silenzio il dolore delle vittime. È il papa a chiederlo. In effetti parlare di apertura sarebbe decisamente eccessivo: sono passati 8 anni da quando il tribunale penale ha condannato per reati di pedofilia – ormai caduti in prescrizione – padre Karadima, ma solo adesso le sue vittime vengono ascoltate dal pontefice.

    Venerdì 27 aprile, Bergoglio ha dischiuso le porte di Casa Santa Marta, concedendo i tanto attesi incontri ‘a tu per tu’ alle vittime di abusi sessuali perpetrati dal clero cileno. A tendere il ramoscello d’ulivo è un papa completamente travolto dagli scandali di pedofilia registrati all’interno della Chiesa cattolica. Ma come chiedere perdono per questi ritardi? Non è affatto semplice, a maggior ragione se si pensa che solo qualche mese fa, a gennaio, sempre in Cile assistevamo ad un papa seccato, irritato e insofferente verso le domande di una giornalista che chiedeva spiegazioni in merito alla nomina a vescovo di Barros, accusato di aver coperto le violenze perpetrate da padre Karadima, protagonista indiscusso degli abusi raccolti nel dossier cileno.

    Gli incontri si sono susseguiti anche nelle giornate di sabato e domenica, ma probabilmente non ci sarà nessun comunicato in merito, per volontà del pontefice. Il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke, ha infatti precisato che «non è previsto il rilascio di alcun comunicato ufficiale sul contenuto di questi incontri, per espresso desiderio del papa: la sua priorità è ascoltare le vittime, chiedere il loro perdono e rispettare la riservatezza di questi colloqui». Appunto, rispettare la riservatezza, più che i testimoni.

    Le vittime non vogliono il silenzio

    Ad infrangerlo è, come volevasi dimostrare, una delle vittime che ha interloquito con il pontefice, José Andres Murillo, sintetizzando su Twitter il loro confronto. «Ho parlato per due ore con il Papa. In modo molto rispettoso e franco, ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come abuso di potere, e della necessità di assumersi la responsabilità, l’attenzione e non solo il perdono. Spero solo che sia utile, che aiuti a cambiare ciò che è necessario affinché il mondo sia un luogo dove si possa occuparsi degli altri, accompagnare e non maltrattare. E che la Chiesa cattolica in ciò sia alleata e non tra chi abusa».

    Ad incontrare il Santo Padre finora sono stati i tre testimoni chiave e principali dell’inchiesta sulla Chiesa cilena, vittime di Karadima. Hanno incontrato il pontefice, infatti, anche Juan Carlos Cruz e James Hamilton. Ma le vittime di abusi sessuali perpetrati all’interno degli istituti dei Fratelli Maristi cileni considerano, per ora, questi incontri un semplice “gesto”, aspettano di vedere fatti concreti e rivoluzionari da parte del papa, prima di sbilanciarsi e parlare di un effettivo cambio di rotta. «Bisogna vedere quali saranno le conseguenze, se ci sarà un segnale forte nella Chiesa cattolica che ci porti giustizia» ha commentato Gonzalo Dezegera, ex alunno di una scuola marista, nella quale ha subito abusi sessuali dall’età di 10 anni.

    A questo proposito, una volta terminati i colloqui con le vittime, Bergoglio ha in programma di incontrare anche i vescovi cileni prima di prendere qualunque decisione. Presumibilmente l’incontro si terrà a metà maggio.

    Il perdono non basta

    Del resto era stato lo stesso Bergoglio a stabilirlo, nel momento in cui proclamava la negazione della grazia ai ‘preti pedofili’. Figurarsi se il perdono possa bastare a chi ha direttamente subito quegli orribili abusi. Nessuno ha il diritto di imporre il dovere al perdono, tanto meno quando si tratta di vittime di violenze sessuali, ma se Murillo ha sentito la necessità di ribadirlo al pontefice evidentemente la percezione prevalente è che quelle di Bergoglio siano soltanto parole.

    A ben guardare, salta subito all’occhio che l’unica condanna prevista dalla Chiesa per Karadima, dopo l’accertamento della sua colpevolezza, sia stata il ritiro ad una «vita di preghiera». Ed è scontato che una simile decisione non riesca minimamente a soddisfare l’esigenza di giustizia e riscatto provata dalle vittime.

    Per quanto possa essere paradossale e fallace nei termini teologici la negazione della grazia da parte del pontefice e dunque della Chiesa, il cui ruolo dovrebbe essere quello di accogliere gli ultimi, i miserabili e gli emarginati, nei fatti non esistono condanne o allontanamenti di pedofili, per volontà esplicita della Chiesa e gli articoli precedenti lo dimostrano.

    C’è ben poco di cristiano in tutto questo: dal rifiuto del perdono dei colpevoli alla presa in giro dei fedeli e delle vittime. La linea di intervento di Bergoglio rimane confusa e contraddittoria, lenta e inefficace, ma forse la dis-chiusura delle porte di Città del Vaticano porteranno una ventata di giustizia terrena anche tra le vesti del clero.

    Bergoglio dischiude la porta alle vittime del clero cileno (parte 6)

  • Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Oggi l’ultimo appuntamento a Santa Marta. L’episcopato del Cile pubblica una nota: «Non è piacevole ricevere un invito del Pontefice perché come Chiesa non stiamo agendo bene»

    Ieri mattina due di loro erano affacciati da una terrazza del Palazzo Apostolico vaticano a seguire il Regina Coeli di Papa Francesco, sorridendo e salutando i fotografi. Già questo un segno che il muro ha iniziato a sgretolarsi, che quella Santa Sede considerata per decenni come un riflesso in scala più ampia di una Chiesa che non ha saputo e voluto ascoltare il loro dolore può essere da oggi una “casa” anche per loro. Juan Carlos Cruz e James Hamilton, due delle tre vittime cilene di padre Fernando Karadima invitate a Roma dal Papa (il terzo, José Andrés Murillo era ieri assente), sembravano a loro agio insieme a padre Jordi Bertomeu, officiale catalano della Congregazione per la Dottrina della fede e “braccio destro” dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna durante la missione speciale di febbraio in Cile.

    Merito dei recenti colloqui con Francesco a Santa Marta, voluti dallo stesso Pontefice che, dopo la lettera “penitenziale” all’episcopato cileno in cui ha chiesto nuovamente perdono e ribadito la sua vergogna per i casi di abuso, ha convocato tutti in Vaticano per provare a chiudere questo drammatico capitolo della Chiesa in Cile, deflagrato a livello internazionale con il viaggio di gennaio.

    Colloqui «positivi», «intensi», «costruttivi», «rispettosi», «sinceri», quelli avvenuti da venerdì sera a domenica tra il Papa e i tre principali accusatori di Karadima e delle gerarchie ecclesiastiche cilene, colpevoli – a loro dire – di aver insabbiato le violenze, a cominciare dal vescovo di Osorno Juan Barros. Almeno in questi termini gli stessi Cruz, Hamilton e Murillo hanno definito i dialoghi con il Papa in dei post (peraltro molto simili fra loro) pubblicati sui profili social.

    Attualmente sono solo questi tweet ad offrire uno scorcio di quanto avvenuto in queste tre giornate. Come informava infatti una nota del portavoce vaticano Greg Burke, non c’è e non ci sarà una versione o un resoconto ufficiale. Le conversazioni sono state private e così resteranno per sempre. Per volontà del Papa, anzitutto, che ha voluto dare ai colloqui un carattere di immediatezza, sincerità, spontaneità, senza alcuna scaletta prestabilita né pressioni esterne. Qualche dettaglio o contenuto, forse, sarà rivelato pubblicamente il prossimo 2 maggio durante la conferenza che si prevede affollatissima nella sede della Stampa Estera a Roma. I tre cileni parleranno allora con i giornalisti; da quando sono giunti nella capitale, nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni e interviste mantenendo un rapporto anche molto cauto con i giornalisti. Soprattutto Cruz, che giornalista è anche lui negli Stati Uniti dove vive da decenni e dove ha pubblicato il libro “La fine dell’innocenza” sulla esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha mostrato grande riserbo.

    Probabilmente il più conosciuto fra le vittime considerando il suo impegno per far emergere la verità da oltre otto anni, Cruz era finora l’elemento maggiormente critico nei confronti di Francesco e del suo pontificato, specie dopo il viaggio in Cile e le dichiarazioni del Papa sulle responsabilità di Barros. L’iniziale freddezza con il Pontefice si è tuttavia dissolta già dalla prima stretta di mano. «È durato più di due ore e mezza il mio incontro oggi con il Papa. Sono commosso. Mi ha ascoltato con grande rispetto, affetto e vicinanza, come un padre. Abbiamo approfondito molti argomenti», ha twittato ieri pomeriggio, pochi minuti dopo l’incontro nella Domus vaticana. «Oggi ho più speranza nel futuro per la nostra Chiesa anche se il compito è enorme».

    «È terminato il colloquio con il Santo Padre abbiamo parlato per più di due ore in una conversazione sincera, accogliente ed enormemente costruttiva», scriveva invece Hamilton, apprezzato medico gastroenterologo, la sera di sabato 28, poco dopo un primo stringato cinguettio post udienza: «Molto contento e soddisfatto». Quasi ventiquattr’ore prima c’era stato il tweet di Murillo del venerdì 27 : «Oggi ho parlato per due ore con il Papa in modo molto rispettoso e franco gli ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come un abuso di potere. Della necessità di assumersi le responsabilità, la cura e non solo il perdono».

    Le vittime, che fino a qualche tempo fa dimostravano una certa ritrosia alla mano tesa da Bergoglio anche dopo la succitata lettera, tanto da mettere in dubbio la loro eventuale partenza per Roma, tornano oggi tutti insieme a Santa Marta. Con loro probabilmente ci sarà anche monsignor Scicluna che, durante la sua missione di febbraio, li ha incontrati a lungo per dialogare e farsi riportare elementi, dettagli, ricordi, documenti. Tutto materiale che, insieme a quello fornito dalle 60 persone ascoltate durante i circa quindici giorni di indagine, è andato a compilare buona parte del corposo dossier di oltre duemila cartelleconsegnato al Papa una volta tornato a Roma. È probabile pure che all’incontro possano esserci – ma solo per un saluto al Papa – alcuni parenti delle vittime: il figlio di Andrés Murillo, la seconda moglie di James Hamilton e altri amici e familiari.

    Alcuni interlocutori hanno osservato in queste ore che Papa Francesco è apparso sempre molto sereno e rilassato ma al tempo stesso attentissimo e concentrato, e in numerosi momenti dei colloqui ha preso appunti. Affabile, a volte scherzoso, disponibile, Bergoglio si è interessato anche alla vita attuale dei tre uomini, alle loro famiglie, al loro lavoro e alle proposte su come agire di fronte ai casi di abuso e come prevenirli.

    Intanto, mentre le vittime sono a Roma, giunge dal Cile un documento dal titolo “Verso un cammino di rinnovamento ecclesiale”. È una nota dalla Conferenza episcopale cilena, firmata dal presidente dei vescovi, monsignor Santiago Silva Retamales, e pubblicata sul sito dell’episcopato cileno che si prepara anch’esso al viaggio per Roma. «Non è affatto piacevole ricevere un invito del Papa perché come Chiesa in Cile non stiamo facendo bene», si legge nel testo. «Come Vicario di Cristo – osservano i presuli – ci aiuterà a discernere come accompagnare le vittime, come riparare al male causato e le misure da adottare per aiutare a ricostruire la comunione ecclesiale».

    Comunione minata dalla grave «manipolazione delle coscienze», dagli ancor più gravi crimini di pedofilia e gli abusi di potere. «La soluzione non passa attraverso decisioni superficiali o solo con misure a breve termine», scrivono i vescovi, senza nascondere però che la strada verso il rinnovamento sarà lunga ed «una sfida per tutto il popolo di Dio». «Le vittime ci stanno mostrando con la loro testimonianza la sofferenza profonda a causa di questi atti deplorevoli, difficili da curare», affermano. E ribadiscono che, di base, c’è però una nuova consapevolezza: «Che gli abusi di potere e gli abusi sessuali nella Chiesa non possono mai più accadere».

    http://www.lastampa.it/2018/04/30/vaticaninsider/il-papa-termina-i-colloqui-con-le-vittime-cilene-commossi-e-soddisfatti-incontri-costruttivi-WhBAYmdfzgemagm4INBRUL/pagina.html