Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Parlare di pedofilia nella Chiesa rimane difficile e complesso. Lo è anche quando a farlo è una scrittrice e teologa che conosce all’interno quel mondo, ne condivide la dimensione spirituale e decide di affrontarlo non con pamphlet, ma attraverso la letteratura. Mariapia Veladiano lo ha sperimentato presentando in questi mesi “Dio della polvere” (Guanda editore).

    Ormai è trascorso un anno dalla sua uscita: s’immaginava che sarebbe stato così complicato parlare di pedofilia, nelle parrocchie, nelle librerie, soprattutto al Sud dove non è mai stata invitata?

    Lo sospettavo sì, ma speravo di no perché oggi il tema della violenza del clero sui minori è fondamentale per la credibilità della chiesa. Ci sono teologi come Massimo Faggioli e Hans Zollner convinti che la risposta della chiesa cattolica alla pedofilia dei suoi preti rappresenti un punto di svolta decisivo in questo momento. Nel mondo sono state realizzate indagini indipendenti, sono state adottate procedure di giustizia e verità nei confronti delle vittime di violenza del clero. In Italia ancora no e non è consapevolezza comune quanto tutto questo sia grave. Ma la storia della pedofilia nella chiesa è una storia di potere e abuso che deve convertirsi in storia d’amore per le vittime e lo si può fare se davvero si passa attraverso la giustizia, cioè il riconoscimento dei fatti e la condanna del colpevole.
    In alcuni video denuncia il cortocircuito che si è venuto a creare: la signora che la insulta pesantemente, che dice che vuole stare tranquilla quando manda i nipoti a catechismo.

    Come se non si volesse parlare di quest’argomento. Oppure il libraio che le ha detto che con romanzi così si va solo in mezzo a grane…

    Non so se sia un insulto, ma la signora ha detto, in pubblico, che mi chiamo Mariapia ma di pio non ho niente e che raccontando storie così distruggo la chiesa che lei vuole pensare sicura. Ha concentrato una serie di osservazioni che poi ho incontrato spesso: meglio non sapere; bisogna preservare la chiesa; chi parla di pedofilia del clero oscura il bene che la chiesa fa. Non ci sono le vittime nei pensieri di queste persone e ci si chiede come sia possibile. Ma le vittime sono vite distrutte, famiglie che quando scoprono di non aver saputo proteggere un figlio implodono, si consumano nei sensi di colpa.

    Alcuni sacerdoti hanno sostenuto di essere loro le vittime perché se cercano di essere affettuosi con un bambino vengono subito additati come possibili pedofili. Insomma tanta confusione, giusto?

    Sì. Anche questo è capitato pubblicamente. È una bella capriola logica, vero? I fatti sono preti che usano violenza ai bambini e alle bambine e questa interpretazione ecclesiastica dice invece che le vittime sono i preti buoni. Un altro tipo di autocommiserazione è uscito quando un prete ha detto: ce l’hanno tutti con noi, mancava anche il fuoco amico. Sono posture vittimistiche che non vedono il dolore delle persone ferite. Vien da dire che manca proprio amore. In realtà non c’è innocenza se si fa parte di un sistema che è colpevole di silenzi, coperture e omissioni. Lo mostrano le indagini, ad esempio quella recente realizzata in Francia proprio dalla Conferenza episcopale francese, il Rapporto CIASE. Lo si può leggere online. Il problema non è che ci sono preti pedofili, purtroppo il male esiste ovunque. È che la chiesa li sposta di parrocchia in parrocchia. In Italia, al contrario di quanto accade in Francia, non c’è obbligo di denuncia del prete pedofilo da parte del vescovo. Ma la chiesa avrebbe strumenti giuridici interni per esercitare una forma di giustizia.

    Perché ancora oggi la parola pedofilia associata alla Chiesa suscita reazioni così forti, fino al rifiuto stesso di parlarne?

    Per il clericalismo, che Papa Francesco diceva il grande male della chiesa. Clericalismo vuol dire pensare che i preti per il fatto di essere preti sono superiori rispetto ai laici. C’è la dottrina dell’elezione, che alimenta questo pensiero e atteggiamento. E del resto, una decina di canoni del codice di diritto canonico ci definisce “sudditi”, dei Vescovi. C’è da dire che a volte i laici sono più clericali dei preti. Perché sono stati educati così. Il buon cattolico come persona moderata, accomodante, che non denuncia per il bene della chiesa.

    Ha incontrato resistenze anche in ambienti in cui non si aspettava accadesse e, al contrario, qualcuno o qualcosa l’ha sorpresa per la capacità di ascolto?

    Fra i primi inviti c’è stato quello con la Diocesi di Bolzano-Bressanone dove il vescovo Ivo Muser ha commissionato, unico in Italia, un’indagine scientifica sui casi di abuso e violenza dall’anno della fondazione della Diocesi. Un’indagine esemplare. Poi c’è stata Senigallia e ancora Pinerolo, con il vescovo Derio Olivero che ha voluto dialogare in prima persona. Uno splendido incontro. Resistenze? Sì. Tanti silenzi inattesi.

    Dove finisce la responsabilità individuale di chi commette un abuso e dove inizia quella di un’istituzione che per anni può averlo taciuto e minimizzato?

    La violenza o l’abuso sono sempre opera di una persona e questa è la responsabile. Ma le indagini mostrano che per uno che fa, dieci vedono, o sospettano e tacciono. L’istituzione è responsabile se non lo ferma una volta che i fatti vengono alla luce, se favorisce un clima che non incoraggia la denuncia. A fine 2025 il Pontificio servizio tutela dei minori – che si occupa di abusi in tutto il mondo – ha scritto nel suo rapporto che «in Italia c’è una notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi». Questa è una responsabilità dell’istituzione chiesa.

    Quanto pesa ancora oggi il pregiudizio quando si parla di abusi nella Chiesa e quanto rischia paradossalmente di impedire una discussione seria?

    Il teologo Zollner ha scritto che è tutto molto difficile nelle culture che coltivano “il fare bella figura” come valore, potremmo dire le apparenze. E l’Italia così è.

    Sostiene che ci può essere un futuro per la Chiesa se smette di insabbiare e nascondere. Se permette indagini indipendenti. Nessuna istituzione può riformarsi da sola. Ci sono stati cambiamenti al riguardo?

    In Italia? A parte l’iniziativa del vescovo Muser, no. So che si alzeranno persone a dire che esiste nelle diocesi il Servizio tutela minori per l’ascolto delle vittime e la prevenzione, ma prima di tutto deve venire la giustizia per chi ha subito violenza. Il mio è un romanzo e sono andata soprattutto nelle librerie dove in questi mesi ho incontrato alle presentazioni tante vittime e altrettante mi hanno scritto usando il sito dopo aver letto il libro. Quanto dolore. Non hanno ottenuto giustizia e questo non dà pace alle loro vite. Sempre chiedo alla fine: dov’è il prete colpevole? Le risposte si ripetono: in un’altra parrocchia, in missione nel sud del mondo.

    Affronta quest’argomento anche nell’ultimo libro del Post di Luca Sofri che verrà pubblicato a settembre,dedicato alla Chiesa dove lei parlerà di pedofilia. Servirà per raggiungere un pubblico più ampio e per affrontare un tema non solo in termini letterari ma saggistici e giornalistici di approfondimento?

    Sì. Il libro fa parte della collana “Cose spiegate bene”. Il titolo è “La più grande organizzazione del mondo”. Il saggio sulla pedofilia è parte di un’indagine molto più ampia che mette a tema le caratteristiche di struttura, potere e servizio della chiesa cattolica.

    https://www.ilgiornaledivicenza.it/argomenti/cultura/cultura/veladiano-abusi-nella-chiesa-per-uno-che-agisce-dieci-vedono-o-sospettano-e-tacciono-1.13109765

  • Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

    Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

    I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.

    Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    I “personaggi” del film

    “Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.

    Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.

    Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».

    Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».

    Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».

    Il papa: «Misericordia ai predatori»

    E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».

    Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.

    Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.

    https://www.adista.it/articolo/75517

  • Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    L’appello di Papa Leone ai vescovi ai quali raccomanda essere; “fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni“.

    Fantastico nelle parole che però stridono con i fatti, soprattutto quelli che riguardano direttamente proprio colui che fa l’appello e che prima di diventare Papa, era a capo del Dicastero dei vescovi, che si occupa della loro condotta.

    Proprio l’Ufficio al quale nel marzo del 2024 Antonio Messina (vittima di don Giuseppe Rugolo condannato in 1° grado a quattro anni e sei mesi) consegnò il fascicolo sulle presunte coperture che il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe fornito al Rugolo. Coperture che lo stesso Gisana – intercettato al telefono dagli inquirenti – ammette in una telefonata.

    Accuse che all’indomani della condanna in 1° grado di don Rugolo vedono lo stesso vescovo Gisana imputato dalla giustizia italiana per aver mentito in aula durante il processo.

    Questo è quanto sta facendo la giustizia italiana!

    Ma quella tanto acclamata dalla chiesa, che ha visto proprio Robert Prevost – colui che oggi è diventato il Papa – che, da capo del dicastero dei vescovi già avrebbe dovuto intervenire nel 2024 sul caso, che tutt’ora invece ancora vede il vescovo Rosario Gisana al suo posto, dichiarare stile “influencer” quanto riportato dai media, non solo sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma visto dai sopravvissuti, in questo particolare caso dalla stessa vittima Antonio Messina che, malgrado la delusione del mancato intervento di Prevost alla DDF, diventato Papa leone gli ha comunque rinnovato fiducia sollecitando ulteriormente un suo intervento, certo non da una grande immagine di serietà, ancor meno di coerenza.

    Messaggio che alla luce dei fatti va doverosamente preso per mera e disonesta propaganda alla quale si aggiungono le critiche di Hans Zollner che proprio ieri ha commentato così l’operato della chiesa; ‘no alle indagini-elemosina’.

    Propaganda contro la quale si era già scontrato Papa Francesco, anche lui sul caso di monsignor Rosario Gisana, che proprio alla vigilia della requisitoria su don Rugolo definì in un contesto totalmente fuori dalla realtà con la frase; “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo”.

    Frase che oggi pare quasi ripetersi nelle parole di Papa Leone XIV.

  • Abusi: padre Zollner, ‘no alle indagini-elemosina’

    Abusi: padre Zollner, ‘no alle indagini-elemosina’

    (ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO, 24 GIU – Le vittime di abusi da parte di uomini di Chiesa hanno diritto alla giustizia e dunque le indagini non devono essere una “elemosina”. Lo sottolineano Peter Beer e padre Hans Zollner, che da anni si occupano della lotta alla pedofilia, in un articolo pubblicato sul nuovo numero de ‘Il Regno’.

    I due docenti della Gregoriana parlano di “indagini e rapporti-elemosina” che spesso l’”istituzione ecclesiastica” elargisce alle vittime di abusi e violenze nella Chiesa.

    Spesso ciò avviene come “nobile segno di magnanimità” e non per via del “diritto” che le vittime hanno maturato, di fatto, con le sofferenze patite e con i silenzi ricevuti. Un diritto che si concretizza nel fatto che un’indagine o un rapporto storico danno parola agli abusi subiti e liberano dalla prigione del silenzio che li ha circondati. Dal groviglio di sofferenze spesso non riconosciute come reali dai propri interlocutori ecclesiastici.

    Ci sono tanti casi di indagini-elemosina nella Chiesa: Beer e Zollner non puntano l’indice su una in particolare ma è facile capire – anche sfogliando altri articoli presenti nella rivista – a chi potrebbero anche riferirsi. Il Regno pubblica un articolo anche su quanto fatto dalla Chiesa italiana.

    Inoltre i due esperti indicano alcune costanti che caratterizzano le indagini-elemosina e che, decisamente, sarebbero da evitare: ambito d’applicazione vago; lasso di tempo arbitrario; prospettiva di analisi solo dal punto di vista degli autori delle violenze; metodo di lavoro privo di scientificità critica; recezione del rapporto limitata; oggetto di studio puramente autoreferenziale.

    Insomma le indagini-elemosina sono piene di tanta buona volontà, ma non sono “un segno credibile di conversione e di pentimento” su ciò che di sbagliato è avvenuto.
    (ANSA).

  • COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    📅 27 febbraio 2025 | Ore 16:00
    📍 Sala Nassirya, Senato della Repubblica, Roma

    Roma ospiterà un evento di rilevanza europea sulla lotta contro gli abusi sui minori: la presentazione del volume “Shame – European Stories”, realizzato da Simone Padovani, promosso dalla Svizzera Guido Fluri Foundation, con il patrocinio del Consiglio d’Europa, e parte del progetto Europeo Justice Initiative.

    L’opera raccoglie le testimonianze di vittime di abusi minorili in tutta Europa e ha dato vita a un’omonima mostra fotografica, esposta nelle principali capitali europee, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riforme concrete.

    L’incontro, promosso dal Senatore Francesco Verducci, offrirà un’analisi approfondita sulla situazione italiana ed europea, mettendo in evidenza la necessità di una maggiore tutela per le vittime e un rafforzamento delle politiche di prevenzione.

    Interverranno:

    • Guido Fluri– Fondatore della Fluri Foundation
    • Pierre-Alain Fridez– Eurodeputato per la Svizzera, promotore della mozione del Consiglio d’Europa su prevenzione e risarcimento delle vittime di abuso
    • Francesco Verducci– Senatore della Repubblica Italiana
    • Francesco Zanardi– ECA Global, Rete L’Abuso, vittima di abuso minorile
    • Yasmin Abo Loha– Direttrice di Ecpat Italia
    • Irene Cane e Andrea Giacoletto– Vittima di abuso e fratello di Alessandro Giacoletto
    • Hans Zollner– Direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana
    • Simone Padovani– ECA Global, Justice Initiative, autore di Shame

    Giornalisti e operatori dell’informazione sono invitati a partecipare per approfondire una tematica di cruciale importanza per l’Europa e raccogliere le testimonianze dirette dei protagonisti.

    Per accrediti stampa: giuseppe.ceglia@senato.it

    L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su webtv.senato.it e sul canale YouTube del Senato Italiano.

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221

  • “Chiara era sensibile, intelligente e bella”: quando papà Alessandro Giacoletto ricordava la figlia, abusata a 5 anni e morta suicida

    “Chiara era sensibile, intelligente e bella”: quando papà Alessandro Giacoletto ricordava la figlia, abusata a 5 anni e morta suicida

    Milano, 27 dicembre 2024 – Alessandro Giacoletto, 64 anni, medico di famiglia, e Cristina Masera, 59 anni, farmacista, di Orbassano (Torino) si sono tolti la vita nei giorni scorsi dopo aver invano cercato di superare il suicidio della figlia Chiara, la sera del 4 febbraio 2022. La giovane, 28 anni, si era impiccata affermando di non riuscire più a sostenere il peso delle violenze patite da un parente quando era piccola. Vi riproponiamo l’intervista che papà Alessandro aveva rilasciato nel marzo 2023 a Milano in occasione del lancio della petizione europea per chiedere maggiori tutele per i minori nell’Ue.

    I dati, illustrati a Milano dalla rappresentante del Consiglio d’Europa Luisella Pavan-Woolfe, sono impressionanti: un bambino su cinque è vittima di abusi sessuali, nel 65% dei casi commessi da persone a lui conosciute. E, nella maggior parte dei casi, le violenze restano impunite perché gli episodi emergono dopo anni, quando i reati sono ormai prescritti. Su internet la diffusione di materiale pedopornografico sta crescendo in maniera esponenziale: da un milione di segnalazioni nel 2010 a 32 milioni nel 2022, che corrispondono a 88 milioni di immagini e video in circolazione sulla rete.

    Parte da queste basi la petizione europea lanciata ieri in Italia, nella sede milanese di Emergency (dove è stata inaugurata anche la mostra fotografica di Simone Padovani, con i ritratti di 60 vittime di abusi), per chiedere maggiori tutele per i minori nell’Ue. Un’iniziativa lanciata da ‘Justice Initiative-European Response to Child Abuses’, progetto della fondazione svizzera Guido Fluri, dal 1981 impegnata per la protezione dell’infanzia, appoggiata tra gli altri da Emma Bonino, dal teologo tedesco Hans Zollner, e dall’associazione Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi per proteggere le vittime di violenze in ambiente ecclesiastico. Petizione che punta a “rendere giustizia ai sopravvissuti”, consentendo di processare gli autori anche a distanza di anni dagli episodi, e a fissare regole più stringenti per i colossi del web.

    La storia di Chiara Giacoletto

    Chiara Giacoletto, il 4 febbraio dell’anno scorso, “ha deciso di non tollerare più il suo dolore, e si è tolta la vita” all’età di 28 anni. Gli abusi sessuali che aveva subito da bambina, commessi in casa da un parente “insospettabile” che negli anni successivi è morto, sono stati per lei “un cancro dell’anima”. I genitori, il medico Alessandro Giacoletto e la farmacista Cristina Masera, hanno deciso di impegnarsi per la petizione per proteggere i minori. “Chiara era una splendida persona – racconta il padre, 62 anni – amava la letteratura, la fotografia, lo sci alpinismo e l’arrampicata. Era sensibile, intelligente e bella”.

    Gli abusi, avvenuti quando Chiara aveva 5 anni, sono emersi, con tutto in loro orrore, solo in età adulta. La ragazza stava frequentando la facoltà di Medicina a Torino quando sono iniziati i problemi, che l’hanno portata a seguire un percorso di psicoterapia. “Con noi non si era mai confidata – racconta il padre – ed eravamo convinti che avesse vissuto un’infanzia serena, in un ambiente protetto. Ha parlato degli abusi solo con lo psichiatra. A un certo punto è partita per l’Etiopia, per volontariato, e noi abbiamo letto di nascosto il suo diario. Aveva scritto tutto, ci è crollato il mondo addosso”.

    L’autore delle violenze, un parente stretto che rimaneva spesso solo in casa con la bambina, è deceduto da tempo per un tumore al polmone. “Era un insospettabile – prosegue Alessandro Giacoletto – se fosse in vita non sarebbe perseguibile, a causa di una legge che fa cadere in prescrizione i reati di abuso dopo 10 anni”. Chiara non ce l’ha fatta. Si è tolta la vita la sera del 4 febbraio 2022, lasciando una lettera. Alessandro e Cristina, distrutti dal dolore, hanno deciso di vendere la farmacia di famiglia nel Torinese e di devolvere il ricavato in beneficenza, anche per aiutare i bambini in Etiopia. “Chiara era la nostra unica figlia – conclude il padre – il 4 febbraio siamo morti anche noi”. Desiderano ricordarla con una frase dello scrittore Mauro Corona: “Quando a una farfalla si toccano le ali smette di volare”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/chiara-giacoletto-abusi-tbgotzu5

  • Abusi nella Chiesa, una questione strutturale. Intervista a p. Hans Zollner

    Abusi nella Chiesa, una questione strutturale. Intervista a p. Hans Zollner

    ROMA-ADISTA. Ha sempre messo l’accento sulla dimensione sistemica degli abusi nella Chiesa p. Hans Zollner, gesuita, preside dell’Istituto di Antropologia e Studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili della Pontificia Università Gregoriana, già membro della prima ora della Commissione vaticana Tutela Minorum, dalla quale ha dato le dimissioni nel marzo 2023 criticandone la mancanza di trasparenza (v. Adista Notizie nn.).

    E lo scorso giugno, per la prima volta, ha stretto un’alleanza con la rete globale di sopravvissuti ad abusi del clero ECA (Ending Clergy Abuse), finalizzata alla creazione di una proposta di radicali cambiamenti per nuove politiche e leggi, compresa la rimozione permanente dal ministero dei chierici abusatori e la creazione di un’agenzia indipendente con l’autorità di condurre indagini ed emettere raccomandazioni e rapporti pubblici, in un contesto di trasparenza obbligatoria durante tutto il processo; e severe sanzioni per qualsiasi vescovo o funzionario della Chiesa cattolica che non si attenga a questa politica. Tutto questo, in linea con le principali raccomandazioni rivolte alla Santa Sede dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (CRC) del 2014, con indagini promosse dagli Stati sugli abusi sessuali del clero e da organizzazioni internazionali per i diritti umani.

    Ma p. Zollner insiste spesso sul fatto che «non è che non esistano norme o leggi adeguate. Il nostro problema è che il management non è disposto o non è in grado di implementare i propri standard e garantirne la sostenibilità» (intervista a Feinschwarz.com, 16/5/24). È sempre molto realista: «si stanno ancora affrontando casi singoli e non si traggono conseguenze sistemiche», sottolineava nella stessa intervista. Insomma, «non è ancora chiaro a molti nella Chiesa – non solo ai ministri – che alcune correzioni marginali non sono sufficienti. Credo che l’aspettativa di molti all’interno e all’esterno della Chiesa che le radici degli abusi e degli insabbiamenti vengano analizzate, discusse e cambiate non sia stata soddisfatta. La mentalità, gli atteggiamenti e le strutture che promuovono o cementano il desiderio di prestigio, un’eccessiva identificazione con l’istituzione, un rapporto acritico con l’autorità e il potere e una sessualità immatura sono ancora individuabili ovunque». E dirimente poi, nell’affrontare gli abusi, è l’incontro concreto con le vittime di abusi, ancora vissuto nella Chiesa a diversi livelli come inquietante, spiazzante, e dunque spesso evitato.

    Di seguito pubblichiamo una intervista che p. Zollner ha rilasciato per Adista a Monique Van Heynsbergen e Cecilia Sgaravatto di Oref (Organizzazione ex Focolari), in cui torna a sottolineare l’importanza di questi temi.

    https://www.adista.it/articolo/72743

  • Una conferenza internazionale fa luce sugli abusi clericali sui disabili

    Una conferenza internazionale fa luce sugli abusi clericali sui disabili

    Esperti di tutela e sopravvissuti agli abusi si sono incontrati questa settimana presso l’Università Gregoriana per affrontare il problema degli abusi clericali su individui disabili, facendo luce sulla portata e sulle sfide di questa realtà spesso ignorata.

    Le persone che vivono con disabilità psicologiche e fisiche hanno una probabilità sproporzionatamente maggiore di diventare vittime di abusi fisici, psicologici e sessuali. I bambini disabili hanno 3,1 volte più probabilità di essere vittime di abusi sessuali e 3,9 volte più probabilità di essere vittime di abusi emotivi, secondo The Safeguarding Company.

    I bambini con disabilità psicologiche o intellettive e le persone sorde, cieche o autistiche hanno fino a 5 volte più probabilità di subire abusi.

    Un team di 350 esperti in tutela e prevenzione degli abusi provenienti da 55 paesi si è riunito dal 18 al 21 giugno per la conferenza annuale internazionale sulla tutela organizzata dall’Istituto di antropologia (o IADC) presso l’Università Gregoriana per discutere di politiche, sfide e rischi a cui sono esposti i disabili.

    “C’è la necessità di osservare davvero da vicino il modo in cui le persone trattano le persone disabili, soprattutto quando sono in cura, come vengono aiutate a capire cosa sia, come si presenti e come si senta l’abuso, e poi dare loro l’opportunità di utilizzare canali di segnalazione adattati alle loro esigenze. e capacità”, ha affermato p. Hans Zollner, direttore dell’IADC, in un’intervista a RNS venerdì (21 giugno).

    All’interno della chiesa, casi di alto profilo di abusi contro persone disabili o adulti vulnerabili hanno fatto luce sulla mancanza di protezioni per i disabili. Nel 2019 un tribunale argentino ha dichiarato due preti colpevoli di aver abusato sessualmente di 10 persone disabili presso l’Istituto Antonio Provolo per bambini sordi e ipoudenti tra il 2004 e il 2016. Un rapporto di 900 pagine pubblicato a gennaio ha approfondito il caso del teologo e attivista francese Jean Vanier, fondatore di l’Arche, l’organizzazione benefica per le persone con disabilità intellettive, che ha abusato di sei donne non disabili tra il 1970 e il 2005.

    “Ha fatto luce sulla necessità di supervisionare davvero opere di carità così stimate”, ha detto Zollner, aggiungendo che le autorità ecclesiastiche non dovrebbero diventare compiacenti solo perché un leader carismatico sembra esemplare. “Non dovrebbe impedirci di essere davvero vigili sulle trappole e sulla probabilità che le persone disabili siano abusate”, ha aggiunto.

    Papa Francesco ha convocato in Vaticano un vertice di esperti e vittime di prevenzione degli abusi nel febbraio 2019 per affrontare la crisi degli abusi clericali e attuare una politica di “tolleranza zero” all’interno dell’istituzione. In seguito all’evento, il papa ha emesso un decreto, Vos Estis Lux Mundi (“Tu sei la luce del mondo” in inglese), in cui ha ordinato riforme radicali in materia di responsabilità e denuncia obbligatoria degli abusi per sacerdoti e religiosi. Nel documento ha esteso anche le tutele canoniche per gli adulti vulnerabili.

    Zollner ha elogiato l’attuale sforzo della Chiesa cattolica per far rispettare la responsabilità e la tutela nelle diocesi di tutto il mondo oggi e ha suggerito che l’istituzione potrebbe diventare leader in alcune parti del mondo nella sua difesa della protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dagli abusi.

    “Quando si tratta di responsabilità per l’insabbiamento e nell’area della gestione dei crimini del passato, la Chiesa ha molto da fare e, onestamente, siamo in ritardo”, ha ammesso Zollner.

    Applicare misure di salvaguardia in migliaia di enti di beneficenza, istituzioni, scuole e organizzazioni cattoliche è un compito difficile, ha ammesso, soprattutto perché la Chiesa cattolica non è una struttura monolitica ed esiste in realtà culturali, etniche e geografiche molto diverse.

    Francesco Zanardi, a capo di Rete L’ABUSO, il più grande gruppo di difesa dei diritti delle vittime di abusi clericali in Italia, ha affermato di essersi spesso imbattuto nel suo Paese in casi in cui persone affette da disabilità intellettive e fisiche sono diventate vittime di abusi.

    “Ecco perché poniamo l’accento sugli adulti vulnerabili”, ha detto Zanardi a RNS venerdì. Ha aggiunto che la comprensione culturale della disabilità e di ciò che si qualifica come abuso gioca un ruolo importante nel modo in cui questi casi vengono gestiti in Vaticano e nei tribunali statali.

    La dichiarazione firmata dai partecipanti alla conferenza dell’IADC si è impegnata a promuovere la consapevolezza e un’attenzione particolare alle esigenze delle persone disabili, ma ha anche invitato le istituzioni religiose e non religiose ad ascoltare direttamente le persone disabili.

    “Si sentono invisibili e trascurati”, ha detto Zollner, aggiungendo che dovrebbero avere voce in capitolo su come possono essere protetti e su quali meccanismi dovrebbero essere messi in atto per adattarsi alle loro specifiche esigenze di prevenzione e denuncia degli abusi.

    La prossima conferenza sulla tutela avrà luogo nel giugno 2025, si concentrerà sul tema “Donne di fede, donne di forza” e affronterà il tema degli abusi all’interno delle istituzioni religiose femminili.

    https://religionnews.com/2024/06/21/international-conference-sheds-light-on-the-clerical-abuse-of-disabled-individuals/