Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: insabbiamenti

  • Rhode Island, valanga di cause contro la diocesi: riemergono decenni di abusi e insabbiamenti

    Rhode Island, valanga di cause contro la diocesi: riemergono decenni di abusi e insabbiamenti

    La diocesi cattolica romana di Providence si trova nel pieno di una tempesta giudiziaria senza precedenti: solo nel primo giorno utile, mercoledì, sono state depositate 33 cause a livello statale e almeno una denuncia federale che accusano sacerdoti, diaconi e funzionari ecclesiastici di abusi sessuali risalenti fino al 1958. È l’effetto immediato della nuova legge approvata a giugno dall’Assemblea Generale, che ha aperto una finestra di prescrizione fino al 30 giugno 2028, consentendo alle vittime di riaprire casi da tempo bloccati. La norma modifica radicalmente il precedente limite: prima, le vittime potevano denunciare fino ai 53 anni.

    Ora, chiunque abbia subito abusi può intentare causa contro istituzioni come la diocesi, indipendentemente dall’età. Il nuovo contesto legislativo arriva dopo la pubblicazione, a marzo, del rapporto di 282 pagine del procuratore generale Peter Neronha, che documenta decenni di violenze e insabbiamenti. Secondo il rapporto, 72 sacerdoti e diaconi sono stati accusati in modo credibile; solo 14 erano ancora in vita. Tra le cause presentate mercoledì, spiccano storie che attendono giustizia da oltre mezzo secolo. Un uomo di circa 70 anni, oggi residente a Westerly, sostiene di essere stato abusato ripetutamente da Monsignor Bernard J. Lennon negli anni ’50.

    Un’altra denuncia riguarda Monsignor John Ferry, accusato di aver abusato di un quattordicenne nel 1964. La denuncia federale, presentata dallo studio Grant & Eisenhofer, riguarda invece Monsignor Roland Lepire, accusato di aver abusato di almeno sei ragazzi tra il 1975 e il 1980. Gli avvocati sottolineano che molte vittime sono cresciute come cattolici devoti e chiedono solo “piena trasparenza e responsabilità”. Secondo Mike Quinn, il suo studio ha già preparato almeno 130 denunce contro la diocesi. Durante il dibattito legislativo, alcuni parlamentari hanno sollevato dubbi sulla costituzionalità della riapertura dei termini, ma la legge è stata approvata con modifiche.

    https://ladiscussione.com/449950/esteri/diocesi-providence-abusi/

  • Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Giorgio Meletti con Federica Tourn

    Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.

    Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.

    Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.

    Il disastro spagnolo

    El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.

    E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.

    Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.

    Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.

    Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.

    Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.

    La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.

    Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.

    Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.

    Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.

    Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.

    Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.

    Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.

    Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.

    I fatti

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    Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.

    Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.

    Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.

    El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.

    Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.

    Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.

    Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.

    Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.

    Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.

    Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.

    Parlare d’altro

    La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.

    Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.

    Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).

    Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.

    Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.

    Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.

    Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.

    Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:

    “In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.

    Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.

    Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.

    L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.

    La cupola dell’omertà

    Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:

    “Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.

    Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.

    Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.

    Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.

    Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.

    Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.

    Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.

    Soltanto il re osa

    Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.

    Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:

    “Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.

    La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.

    Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.

    Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.

    Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.

    Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.

    Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.

    https://appunti.substack.com/p/leone-xiv-in-spagna-cronaca-di-un

     

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    “Ho detto che se avessi iniziato questa battaglia, l’avrei portata a termine, e così ho fatto.” Javier non ha mai cercato denaro; voleva risposte, giustizia e un risarcimento per il male che lui e il suo fratello gemello avevano subito da bambini nel Seminario Minore di La Bañeza . Dieci anni di instancabile lotta sono culminati in un accordo storico per il pieno risarcimento delle vittime. L’ombra del suo aguzzino, un sacerdote ordinario, gentile e persino stimato, parroco di Tábara , il suo ultimo incarico prima che tutto precipitasse, ha perseguitato Javier fino al punto di causargli dolore.

    Per anni si è rifugiato nel silenzio, prima con la complicità del fratello, poi da solo. Il suo fratello gemello morì in un incidente d’auto a 36 anni, e improvvisamente l’ex seminarista dovette affrontare l’incubo senza alcun sostegno, l’ insopportabile ricordo di quell’anno scolastico 1988-89 al Seminario Minore di La Bañeza, quando erano in terza media e il prete abusatore, José Manuel Ramos Gordón , si abbandonava ai suoi desideri sessuali con i due ragazzi che vivevano lì. “Passarono mesi senza che nessuno fermasse gli abusi; le notti erano diventate piene di paura”, raccontò Javier nella sua prima lettera al Papa.

    Sono trascorsi dieci lunghi e intensi anni nella ricerca della giustizia. Da quando Javier inviò una lettera scritta a mano a Papa Francesco nel novembre 2014, raccontando gli abusi subiti dal sacerdote, fino all’8 gennaio 2026, giorno in cui la Chiesa ha riconosciuto per iscritto, in un accordo firmato con il Governo in piena trasparenza, il pieno risarcimento alle vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa.

    “Ho un senso di soddisfazione, di qualcosa che culmina e che segna l’inizio della fine”, ha dichiarato Javier a La Opinión-El Correo de Zamora, il quotidiano che ha rivelato questo primo caso di pedofilia in Castiglia e León, condannato dalla Santa Sede ma mai risolto. Fino ad ora.

    Dieci anni in cui Javier non si è fermato. “La verità vi renderà liberi…” E quella verità sugli eventi accaduti quasi quarant’anni fa, riconosciuta dallo stesso aggressore e dalla Chiesa, ha dato forza all’ex seminarista per tutto questo tempo.

    Fu proprio quella verità a permettere al caso di Javier di abbattere barriere apparentemente insormontabili. Portò la diocesi di Astorga ad avviare nel 2015 un procedimento penale amministrativo senza precedenti, che culminò con la confessione dei fatti da parte del sacerdote abusante. Portò alla rimozione di Ramos Gordón dal suo incarico di parroco per un periodo “non inferiore a un anno” e all’allora vescovo (ora defunto), Juan Antonio Menéndez, che si scusò “umilmente” con la vittima, offrendo la sua “assistenza a te e alla tua famiglia in qualsiasi modo ne abbiate bisogno”.

    Tuttavia, la condanna “ridicola” di atti così gravi commessi dal “tormentatore della mia infanzia”, ​​senza conseguenze per coloro che li hanno insabbiati – sacerdoti che non hanno fatto nulla pur sapendo cosa stava succedendo – “ci ​​hanno rubato l’infanzia”, ​​ha ripetuto Javier fino alla nausea – ha incoraggiato Javier a continuare la sua instancabile battaglia per la verità, la riparazione e la giustizia. “All’inizio del processo, pensavo che le cose stessero andando per il verso giusto, poi è diventata una farsa completa”, ha dichiarato a questo giornale all’epoca.

    Dovette sopportare come, inspiegabilmente, dopo essere stato condannato dalla Chiesa e mentre già scontava la sua pena lontano dalla parrocchia di Tábara e dai paesi circostanti, il Vescovado di Astorga permise a Ramos Gordón di ricevere un tributo dai parrocchiani di Zamora i quali, ignari di tutto ciò che era accaduto, ritennero che Don José meritasse un addio con un’Eucaristia presieduta dallo stesso carnefice.

    Era come mettere il sale sulla ferita. Javier si è assunto il rischio di sollevare il velo sulla Chiesa per svelare pratiche criminali note, accettate e insabbiate per secoli. Solo dieci anni fa, l’uomo di León decise di mettersi a nudo in una lettera dettagliata e sincera indirizzata a Papa Francesco. Quando rivelare gli abusi sessuali commessi dal clero all’interno della Chiesa era un tabù, un atto audace che comportava il rischio di distruggere l’onore di una persona e della sua famiglia.

    “Non l’ho denunciato per soldi.”
    Javier lo sapeva, ma si fece forza, convinto che sarebbe arrivato fino in fondo alla questione con la verità, e nient’altro che la verità. Ed è così che questo fragile essere umano, che così spesso si sentiva impotente, che così spesso crollava al ricordo dell’orrore, ha agito con incrollabile determinazione per salvare il suo onore e la dignità sua e di suo fratello. “Non l’ho denunciato per soldi, cercavo solo la verità e volevo riabilitare il nostro onore”, ha dichiarato a questo giornale in una lunga e sincera intervista.

    Il quotidiano La Opinión-El Correo de Zamora ha raccontato a puntate la terribile esperienza vissuta dai gemelli grazie alla storia di Javier , all’epoca noto con le iniziali FL. Egli rivelò di essersi sentito “ingannato” dallo svolgimento del processo canonico e lo espresse nuovamente in una lettera a Papa Francesco, “con il cuore in gola e spezzato dal dolore”, dopo le “false promesse” di risarcimento per l’accaduto.

    «Che prezzo darebbe alla sua infanzia?» gli chiese il giudice canonico durante il processo. «Vedendo che non sapevo cosa rispondere, il reverendo Giulio disse: “Se le offrissimo cinquantamila euro, potrebbe offendersi”. Sentendo ciò, chiesi se si riferissero a un risarcimento in denaro. La risposta di entrambi i presenti fu: “Certamente”. Non sapevo cosa dire, né quale somma proporre. Allora il reverendo Giulio aggiunse: “Si fidi di questi due sacerdoti e faccia come si fa in altre parti del mondo”. Così feci». Erano tutte bugie. «Santità, come crede che mi senta?» chiese a Francesco I in quel momento.

    La reazione tiepida e incostante della Chiesa si è scontrata con l’inaspettata e problematica battuta d’arresto della pubblicazione del caso su questo giornale, e in seguito con il sostegno degli ex compagni di classe dei gemelli che hanno corroborato la versione dei fatti di Javier. Ben 25 ex seminaristi di La Bañeza e Astorga hanno appoggiato l’accusa contro Ramos Gordón e, cosa per cui Javier si era tanto battuto, hanno chiesto che coloro che avevano insabbiato la vicenda rispondessero delle loro azioni. Si trattava di tutor e professori dei seminari, uomini identificati per nome, “che, pur sapendo cosa stava succedendo e avendo il dovere di impedirlo, non lo hanno fatto”. Non si sono mai assunti la responsabilità, né alcuno gliel’ha mai chiesta.

    “Un’immensa gratitudine”
    Quegli stessi colleghi del denunciante hanno organizzato una manifestazione insolita per le vie di Astorga, guidati da uno striscione con la scritta: “Lo abbiamo subito tutti, e loro l’hanno insabbiato. Siamo tutti vittime”. Mai prima d’ora si era verificato un evento simile presso la diocesi. “Provo un’enorme gratitudine verso quegli ex colleghi che erano al mio fianco quando ho iniziato questa battaglia; li ho sempre tenuti a mente e il sostegno che mi hanno dato è stato molto importante per me”, ha detto Javier con gratitudine.

    La sua denuncia ha incoraggiato altri ex seminaristi a seguire la stessa strada. Come Emiliano Fernández di León, che non ha esitato a scendere in piazza ad Astorga con il suo immancabile striscione per chiedere giustizia. “Siamo stati distrutti. Fermare gli abusi sessuali è un’impresa monumentale. Giustizia!” gridava al passaggio dei cortei . Emiliano è scomparso, ma avrebbe sicuramente accompagnato Javier fino alla fine nella lotta per la giustizia e avrebbe accolto con favore l’accordo tra il Governo e la Chiesa cattolica per un risarcimento completo alle vittime di abusi sessuali.

    Il percorso di Javier è stato costellato di disillusioni e delusioni, di promesse non mantenute. Ha incontrato gli ultimi tre presidenti della Conferenza Episcopale: Ricardo Blázquez, Juan José Omella e l’attuale, Luis Arguello . Ha ricevuto “conforto e parole gentili”, sebbene con Arguello abbia ammesso: “qualcosa è cambiato”.

    Spinto dalla promessa di una probabile vittoria e di un accordo potenzialmente redditizio, Javier fu avvicinato da avvocati opportunisti, alcuni dei quali sedicenti esperti di diritto canonico, convinti di aver fatto centro. E la vittima, desiderosa di giustizia e risarcimento, si lasciò convincere. Affidò il suo caso a presunti professionisti che gli assicurarono un indennizzo per i danni subiti. Tutto si rivelò inutile.

    Allo stesso modo, nel contesto del “caso Ramos Gordón” e di altri casi che hanno fatto notizia, è nata l’Associazione Nazionale per l’Infanzia Rubata, con Javier tra i fondatori e presieduta da Juan Cuatrecasas, padre di uno studente della scuola Gaztelueta, che ha ottenuto la condanna di un insegnante dell’Opus Dei che aveva abusato di suo figlio. La creazione dell’Associazione per l’Infanzia Rubata è stata un passo decisivo in quanto ha unito le vittime nella lotta per la giustizia, fornendo una piattaforma a coloro che fino ad allora avevano agito da soli nelle loro denunce.

    Grazie al suo intervento, Javier e altre vittime sono arrivati ​​a Roma, alla Conferenza Episcopale e al Consiglio d’Europa , che hanno approvato il riconoscimento e il risarcimento per le vittime europee di abusi sessuali e maltrattamenti fisici e psicologici. Si sono inoltre rivolti al Congresso dei Deputati, al Difensore civico e al Governo spagnolo.

    È il massimo organo esecutivo che ha avviato il negoziato con la Conferenza Episcopale, la quale, non senza superare ostacoli e con la spinta decisiva del Vaticano, ha forgiato uno storico accordo per la riparazione integrale delle vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa.

    “Non sarebbe mai dovuto succedere”
    L’accordo è stato firmato l’8 gennaio 2026 dal Ministro della Presidenza, della Giustizia e dei Rapporti con le Cortes, Félix Bolaños; dal Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Luis Argüello; e dal Presidente della Conferenza Spagnola dei Religiosi, Jesús Díaz Sariego . “Dopo decenni di silenzio e insabbiamenti, dopo aver incontrato un muro, oggi possiamo affermare che la democrazia spagnola sta adempiendo ai suoi obblighi nei confronti delle vittime di abusi”, ha sottolineato il Ministro della Presidenza Javier Bolaños.

    Il giorno seguente, un gruppo di vittime, tra cui Javier, fu ricevuto dal Primo Ministro Pedro Sánchez al Palazzo della Moncloa.

    https://www.laopiniondezamora.es/comarcas/2026/01/11/javier-triunfo-caso-ramos-gordon-125558347.html

  • Miguel Hurtado: “La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili”

    Miguel Hurtado: “La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili”

    “La segretezza è il terreno fertile per la pedofilia nella Chiesa”. L’affermazione di Miguel Hurtado è inequivocabile. Sa di cosa parla. A 16 anni, questo giovane ha subito abusi sessuali da parte di Germá Andreu, il fondatore degli Scout dell’Abbazia di Montserrat.

    Nel Manuale del silenzio (Planeta), Hurtado racconta la sua esperienza, ma anche il suo lavoro di attivista per cambiare le leggi affinché gli abusi non cessino di esistere e affinché la Chiesa si assuma le proprie responsabilità in una crisi che, a suo avviso, «è la più grave che abbia sofferto dalla Riforma di Lutero».

    La Chiesa è un nido di insabbiamenti?

    Esiste una cultura che ha permesso ai preti pedofili di agire in totale impunità in decine di paesi nei cinque continenti per decenni. Quando partecipavo a incontri con vittime provenienti da tutto il mondo, mi rendevo conto che eravamo molto diversi, ma raccontavamo la stessa storia. E scherzavamo: “Sembra che i vescovi leggano lo stesso manuale”. E poi ho scoperto che avevamo ragione: che il Vaticano aveva progettato, implementato e perpetuato un manuale del silenzio per coprire questo tipo di crimini, e lo aveva mantenuto per un secolo sotto sette papi.

    Quali sono gli obiettivi della loro lotta?

    Mi piace molto il modello sostenuto dalle Nazioni Unite. Quando si verificano gravi violazioni dei diritti umani – violenza sessuale nella Chiesa, crimini commessi sotto la dittatura di Franco, Cuba o Pinochet – il modello da applicare è quello di garantire alle vittime l’accesso alla giustizia, alla verità, alla riparazione e alle garanzie di non recidiva. Questo è il modello che ho in mente. E ciò implica la riforma dei termini di prescrizione, il rafforzamento dei meccanismi investigativi indipendenti, l’istituzione di meccanismi di risarcimento e la riforma della legge sull’insabbiamento, in modo che la protezione dei pedofili sia un reato.

    Misure che riguardano non solo le vittime della pedofilia nella Chiesa, ma tutte le vittime…

    Siamo spesso accusati di criticare la Chiesa solo quando gli abusi si verificano in altri ambienti e istituzioni, ma chi ci critica non fa nulla per cambiare le leggi. Dopo quattro anni, il governo afferma che apporterà una riforma minima e le vittime avranno altri 12 anni per denunciare gli abusi. Questo non sarebbe stato possibile senza le nostre denunce, e ne beneficiano tutte le vittime: nelle famiglie, nelle chiese, nelle scuole, nelle associazioni sportive…

    Perché si pone così tanta attenzione sulla Chiesa e non sulle altre istituzioni?

    C’è mancanza di coerenza morale e ipocrisia, ma anche un altro elemento importante. Poche istituzioni al mondo hanno tanti strumenti per proteggere i pedofili quanto la Chiesa cattolica, per una semplice ragione: non li hanno semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, ma da un Paese all’altro. La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili; abbiamo inviato migliaia di preti pedofili in America Latina, dove hanno commesso atti veramente barbari. Quale altra istituzione può fare altrettanto? Ho un dipendente pedofilo e posso mandarlo in Cile, in Perù, in Ecuador…

    Cosa sta facendo la Chiesa per contrastare questo flagello?

    Stanno apportando i cambiamenti minimi necessari per alleviare la pressione mediatica, politica e delle vittime. Inoltre, la gerarchia reagisce a questi scandali negandoli, minimizzandoli e parlando di campagne contro la Chiesa, il tutto perpetuando la segretezza. E la segretezza è il terreno fertile per la pedofilia all’interno della Chiesa. Se non avessero difeso con fermezza il segreto pontificio per decenni, se non avessero adottato una posizione così oscurantista, questi pedofili sarebbero stati scoperti prima, incarcerati e avremmo salvato migliaia di vittime. La cosa più triste è che hanno adottato la segretezza per proteggere la Chiesa, e non hanno protetto né la Chiesa né le vittime.

    È passato un anno dal vertice anti-pedofilia. Qual è il tuo bilancio?

    È un’altra occasione persa, perché non basta creare protocolli; bisogna seguirli. E la cultura deve cambiare. Deve esserci una cultura della trasparenza, del pieno rispetto della legge e della responsabilità. Ma il Papa, a tutt’oggi, non ha ancora istituito un meccanismo snello ed efficace per garantire che chi copre le irregolarità perda il lavoro.

    È colpa del Papa, è colpa del sistema? Chi è il colpevole?

    Si possono cercare diverse spiegazioni. Credo che i colpevoli del fatto che questo fenomeno non sia stato sradicato – e questo può sembrare un po’ duro – siano i cattolici.

    Perché?

    Perché non chiedono riforme profonde nella loro Chiesa. Il fatto è che, in nome di Dio, i loro vescovi hanno protetto i predatori sessuali che hanno abusato dei loro figli. E quello che sta succedendo è che i cattolici, invece di indignarsi e chiedere riforme profonde, o cercano complotti esterni o vogliono credere di nuovo alle favole, che c’è un Papa buono che dice cose belle e che d’ora in poi tutto può andare bene.

    E c’è qualche possibilità che tutto vada bene?

    Credo che il sistema attuale sia insostenibile. È solo questione di tempo prima che crolli. Hanno rovinato la vita di così tante persone che questa situazione non può finire bene.

    https://www.eldiario.es/sociedad/miguel-hurtado-espana-exportadoras-pederastas_128_1126217.html

  • Abusi, in Spagna raggiunto un accordo storico: il Governo “costringe” la Chiesa a risarcire le vittime dei preti pedofili

    Abusi, in Spagna raggiunto un accordo storico: il Governo “costringe” la Chiesa a risarcire le vittime dei preti pedofili

    L’accordo è un passo in avanti per certi versi unico e memorabile: le vittime degli abusi che in Spagna chiedono giustizia ma si sono spesso dovute scontrare con il muro di gomma della Chiesa saranno risarcite grazie all’intervento del governo.

    La conferenza dei vescovi spagnoli ha reso noto una intesa che consentirà alle persone abusate (e che non desiderano cercare aiuto direttamente dalle strutture ecclesiastiche) di rivolgersi al Ministero della Giustizia e al Difensore Civico dello Stato spagnolo, una figura chiave che in questi anni ha assunto un ruolo di primo piano nel fare luce su tanti casi. Sarà lui che valuterà le richieste e avrà l’ultima voce sui risarcimenti.

    Il ministro della Giustizia spagnolo Félix Bolaños ha detto in una conferenza stampa a Madrid che centinaia di vittime – i cui aggressori sono nel frattempo morti o sono assai anziani – «potrebbero finalmente ricevere il riconoscimento richiesto e alla fine ricevere una equa riparazione economiche dalla chiesa».

    «Oggi abbiamo pagato un debito alle vittime», ha affermato Bolaños. »È vero che lo Stato ha agito in ritardo, ma alla fine lo abbiamo fatto.

    Fino a ieri, le vittime non potevano fare nulla anche perché questi crimini erano caduti in prescrizione». In quasi tutti i paesi europei (escludendo l’Italia che non prevede affatto alcun risarcimento alle vittime) la Chiesa ha creato dei percorsi di giustizia riparativa. Il caso spagnolo è comunque un unicum vper via dell’insolito coinvolgimento dello Stato.

    Il percorso che ha portato a questo accordo è stato piuttosto travagliato. Negli ultimi anni  l’opinione pubblica, le coraggiose inchieste del Pais e le pressioni di alcuni politici spagnoli hanno fatto affiorare i crimini passati commessi da preti e vescovi pedofili. Nel frattempo emergevano anche gli insabbiamenti continui che erano stati fatti dalle diocesi, dagli istituti religiosi e dal Vaticano stesso. Alla fine il Parlamento è dovuto intervenire e ha incaricato il Difensore Civico di indagare e redigere un rapporto. Il documento lo ha consegnato l’anno scorso. Sono 800 pagine e conta 487 casi di abusi sessuali.

    I vescovi spagnoli hanno subito respinto i risultati di quella ricerca sostenendo che gli abusatori all’interno della Chiesa non erano migliaia e migliaia ma “solo” 728 dal 1945. E che la maggior parte dei crimini si era verificata prima del 1990. Nel 2024 il governo – di fronte all’atteggiamento poco collaborativo della Chiesa – ha annunciato che avrebbe fatto pressioni sui vescovi per garantire un risarcimento alle vittime. Intanto l’episcopato costituiva un proprio comitato speciale per ascoltare le vittime, valutare le richieste e garantire una certa riparazione “economica, spirituale e psicologica”.

    In base al nuovo accordo, le vittime possono rivolgersi al Ministero della Giustizia spagnolo attraverso una petizione. La procedura arriverà al Difensore Civico che valuterà caso per caso e proporrà una compensazione che il comitato ecclesiale a sua volta valuterà in seguito. La conferenza episcopale spagnola oggi ha anche informato che la Chiesa ha già pagato 2 milioni di euro per dei risarcimento a più di cento vittime dall’apertura del suo comitato speciale nel 2024.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_risarcimenti_chiesa_pedofilia_papa_leone_spagna_vescovi_spagnoli_vittime-9286141.html

  • I sopravvissuti agli abusi del clero sono frustrati dal prolungato fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans

    I sopravvissuti agli abusi del clero sono frustrati dal prolungato fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans

    UNL’immagine della sua bisnonna accompagnò James Adams per anni e rafforzò la sua fede: era avvizzita, quasi cieca, e gli toccava le guance quando si sedevano accanto, come se il contatto con il suo viso le avesse ridato la vista. Donna lavoratrice il cui marito, un agente di polizia, si era suicidato, crebbe quattro figli; la sua fede fu una roccia contro le difficoltà della vita. Morì a 98 anni, quando Adams ne aveva 28, in procinto di sposarsi.

    Molti anni dopo, nel 2020, Adams, un banchiere di New Orleans , era presidente della Catholic Community Foundation, il braccio di raccolta fondi dell’arcidiocesi, quando l’arcivescovo Gregory Aymond lo estromise dall’incarico, come lui stesso ha raccontato come testimone in tribunale e in numerose interviste ai media. Da un giorno all’altro, Adams divenne un nemico della Chiesa a causa di ciò che un prete gli fece da ragazzo. La sua storia rispecchia la saga legale che ha macchiato la carriera di Aymond.

    Secondo i voluminosi documenti legali e le informazioni fornite dagli avvocati delle vittime e analizzate dal National Catholic Reporter , sotto la guida di Aymond e di diversi predecessori, l’ arcidiocesi di New Orleans ha nascosto un’organizzazione criminale a sfondo sessuale che, in un momento o nell’altro, ha visto la presenza di un prete pedofilo in ogni parrocchia della città e in molte zone periferiche.

    Dal 1° maggio 2020, quando l’ arcidiocesi di New Orleans ha richiesto la protezione del capitolo 11 della legge federale sulla bancarotta, la chiesa ha dovuto affrontare una copertura mediatica snervante per le cause legali, molte delle quali riguardano abusi decennali da parte di sacerdoti, frati, operatori laici e diverse suore. L’ arcidiocesi elenca 79 chierici accusati o ammessi ad abusi sessuali su minori; pochi sono stati perseguiti. Ramon Antonio Vargas del Guardian, che ha pubblicato importanti articoli su questo tema, calcola che i predatori siano 310 tra il clero e un numero imprecisato di suore e operatori laici: una discrepanza enorme con l’elenco dell’arcidiocesi.

    Nel 1980, Adams aveva 10 anni ed era chierichetto nella chiesa di Sant’Anna, una parrocchia a misura di famiglia a Metairie, un sobborgo di belle case e prati ben curati. Padre James Collery, irlandese, prete spiritano, abusò di lui per mesi. La purezza che immaginava della sua anima si inclinò come una barca traballante nella tempesta degli ammonimenti e della lussuria di quel prete.

    “No, Padre, non lo dirò.”

    Ma un giorno, mentre era in macchina dopo la scuola, disse alla mamma: “Papà mi ha baciato”.

    Lei disse: “Che bello.”

    Lui disse: “Così”, prendendole la mano e baciandole un dito con un bacio alla francese.

    Lei si ritrasse. “È così che un uomo bacia una donna!”

    A casa, nella sua camera da letto, si tirò la coperta sopra la testa. Suo padre tornò a casa; i suoi genitori gli fecero domande. “Non gli diedi molti dettagli”, dice oggi. Gli dissero di evitare il prete. Lo fece. E i suoi genitori evitarono il confronto, perché non avevano un vocabolario per comprendere cosa significasse tutto ciò.

    Collery lasciò presto l’incarico, diventando cappellano ospedaliero in Pennsylvania. Morì nel 1987.

    Il percorso che ha portato Adams, un funzionario addetto ai prestiti a suo agio con i fogli di calcolo, a studiare i trasferimenti del suo aggressore si snoda attraverso una fede che ha portato con sé al liceo gesuita di New Orleans. L’istituto offriva un rigoroso mix di religione, studi accademici e attività sportive. “Sono riuscito a superare il liceo gesuita ascoltando le persone, senza dare troppo peso a me stesso – un meccanismo di difesa. Ma ho stretto amicizie durature”, ha detto.

    L’allenatore di baseball di Jesuit, consapevole che il fratello maggiore di Adams giocava nella squadra della scuola e che suo nonno e suo zio avevano militato tra i professionisti, gli suggerì di fare un provino. Lui rifiutò.

    “Avevo questa sensazione onnipresente. Se qualcuno avesse conosciuto il mio segreto, non avrebbe voluto avere niente a che fare con me. Portavo con me la mia vergogna, ero bravo a mascherarmi, a raccontare barzellette e storie con astuzia per distogliere l’attenzione da chiunque mi chiedesse del mio vero io”, ha detto.

    Dopo la laurea nel 1988, Adams si iscrisse all’Università dell’Alabama; frequentò per un po’ una chiesa episcopale, ma, tornato a New Orleans con una laurea in scienze politiche, Adams tornò a dedicarsi alla messa, navigando tra ricordi neri. Trovò lavoro in banca e si sposò nel 1998.

    “La prima persona a cui ho raccontato degli abusi, oltre ai miei genitori, è stato mio fratello, la sera della cena di prova”, ha detto. Ha evitato di dirlo alla moglie. Col tempo, la coppia ha avuto tre figlie femmine e un figlio maschio.

    Nel 2011, la sua figlia maggiore compì 10 anni. Divenne così iperprotettivo che gli amici scherzavano dicendo che voleva avvolgerla nella pellicola a bolle. Adams si chiuse in se stesso; sua moglie gli disse: “Hai bisogno di aiuto”. Trovò uno psicologo e si confidò con lui riguardo a Collery, dicendogli che voleva tornare indietro nel tempo e proteggere il bambino che era stato. Rendendosi conto di quanto il trauma lo avesse stravolto, Adams e sua moglie andarono da uno psicologo.

    Fedele al motto gesuita “Uomini per gli altri”, prestò servizio come volontario presso la Catholic Community Foundation. Aiutando le parrocchie a pianificare il patrimonio ereditato dalle loro proprietà, trovò un’intesa con Aymond, un geniale nativo del quartiere Gentilly di New Orleans, l’unico arcivescovo nato lì nella lunga storia della città.

    Travolto dalla depressione, Adams divenne segretario, vicepresidente e poi presidente della Catholic Community Foundation. Nel dicembre 2012, dopo aver pagato di tasca propria le spese della terapia, incontrò Aymond, rivelandogli gli abusi di Collery. Aymond si scusò e si offrì di pagare la terapia, racconta Adams, aggiungendo: “Ogni tanto mi chiamava per chiedermi come stavo. È un microgestore, ma è bravo a ricordare le persone”.

    Nel 2018, in risposta alla copertura mediatica di diversi procedimenti giudiziari contro membri del clero, la Chiesa ha pubblicato un elenco di 57 “membri del clero (sacerdoti e diaconi) rimossi dal ministero per accuse di abusi sessuali su minori”. Adams ha ricordato che nel 2002 l’arcivescovo Alfred Hughes aveva elencato solo 10 sacerdoti: un aumento di 47 uomini in 16 anni, avvenuto dopo inchieste di Associated Press, Guardian e WWL-TV. Adams si è chiesto se stessero nascondendo di più.

    Nel 2019, la sua preoccupazione maggiore era il suo matrimonio in rovina, dato che suo figlio, il più piccolo, stava per compiere 10 anni. I ricordi bui alimentavano l’iperprotettività di Adams. “Calmati, papà”, ricorda di avergli detto suo figlio.

    Il rimborso della terapia lo aveva fatto sentire sottomesso. Ha detto di aver chiesto ad Aymond un risarcimento forfettario. Poiché Adams non aveva avvocati, Aymond lo ha indirizzato al coordinatore dell’assistenza alle vittime, il Fratello Marista Stephen Synan. Volendo proteggere i suoi figli da qualsiasi pubblicità, Adams ha incontrato Synan, ma hanno raggiunto un punto morto sull’importo del risarcimento.

    Pochi giorni dopo, il responsabile delle risorse umane della sua banca gli mostrò una lettera di Dwight C. Paulsen III, avvocato dell’arcidiocesi. La lettera conteneva la frase: “Si prega di notare che, tramite copia aperta di questa lettera e dei suoi allegati, l’avvocato del signor Adams è stato informato di questa richiesta”.

    Adams non aveva un avvocato.

    La lettera richiedeva “tutti i documenti relativi all’impiego del signor Adam, compresi i fascicoli riservati del personale. Ciò dovrebbe includere, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, copie complete e leggibili di tutte le domande di assunzione presentate, tutti i registri delle buste paga e degli stipendi, comprese le ore e i giorni di lavoro e le tariffe applicabili a tale lavoro, copie delle buste paga, copie dei moduli W-2, cartelle cliniche e referti, note e corrispondenza dei medici, polizze di eventuali indennità di invalidità a breve o lungo termine e una copia della sua polizza assicurativa sanitaria, se presente”.

    La banca rifiutò la richiesta; il suo terapeuta rifiutò una lettera simile, così come la sua scuola elementare, il liceo gesuita e l’Università dell’Alabama. Adams si considerava un bersaglio.

    L’avvocato

    Il 23 dicembre 2018, un avvocato indirizzò Adams a Richard Trahant, un avvocato che assiste le vittime di abusi da parte del clero. Quando Adams arrivò, Trahant lo riconobbe. Il fratello maggiore di Adams era stato nella classe di Trahant alla scuola superiore dei Gesuiti. Trahant ricordava Adams dai primi anni a St. Ann e a Collery.

    Mentre Adams raccontava la sua storia, i due uomini cominciarono a piangere, i ricordi della loro prima innocenza si scontravano con la sofferenza causata dal prete e, per Trahant, con la profondità patologica della copertura.

    Trahant aveva seguito le orme del padre e di un prozio, diplomandosi alla scuola superiore dei Gesuiti. Da quando ha seguito i casi di tre uomini che denunciavano abusi subiti da giovani alla scuola dei Gesuiti, uno dei quali era un ragazzo del quartiere non iscritto, è diventato persona non grata presso la scuola che un tempo aveva sostenuto finanziariamente.

    Adams, alle prese con un divorzio, non voleva alcuna causa legale. Trahant accettò di cercare un accordo privato, ma avvertì: “Greg Aymond non è chi pensate che sia”.

    Trahant aveva un numero crescente di casi clericali con avvocati di altri studi: gli avvocati Soren Gisleson (un gesuita laureato come Trahant) e Johnny Denenea, un cattolico di nascita. Trahant cercò un accordo privato per Adams con l’arcidiocesi, ma invano.

    Il 7 aprile 2020, Trahant presentò la richiesta di risarcimento come “John Doe” per preservare l’anonimato di Adams. L’arcidiocesi informò il consiglio di fondazione, che lo costrinse ad andarsene; i media lo scoprirono. Adams dovette dirlo ai suoi figli. Tre settimane dopo, con Trahant pronto a raccogliere la deposizione di Aymond su un altro caso, l’arcidiocesi dichiarò bancarotta. Aymond dichiarò al quotidiano arcidiocesano che la bancarotta avrebbe consentito di stanziare maggiori fondi per le vittime. “Pagheremo le persone a cui dobbiamo dei soldi al 100% di quanto dobbiamo, perché non siamo finanziariamente in bancarotta”.

    “Allora perché hai presentato istanza di fallimento ai sensi del capitolo 11?” si chiese Adams.

    Adams sopravvisse alla copertura mediatica, disprezzato da alcuni cattolici perché considerato un nemico della Chiesa.

    Predatori nascosti

    Presentando istanza di fallimento, Aymond ha evitato una deposizione con Trahant, un punto di riferimento tra gli avvocati delle vittime. Il giudice Meredith Grabill ha bloccato la fase istruttoria con una clausola sui registri ecclesiastici. I giudici fallimentari sono favorevoli a prevenire contenziosi che danneggerebbero il debitore – un’azienda, un individuo o una chiesa – che cerca di riorganizzare i propri beni, negoziare il debito e rimettersi in attività.

    Le procedure fallimentari si basano sul lavoro di un comitato congiunto composto da debitori, creditori e avvocati per gestire le trattative. Trahant e i suoi colleghi Gisleson e Denenea si sono uniti al comitato per conto delle vittime. Anche Adams si è unito al comitato, insieme ad altre tre vittime di abusi da parte del clero.

    Chi accedeva ai fascicoli ecclesiastici sui pedofili doveva mantenere riservati i documenti segreti. La commissione si riuniva ogni due settimane, con un processo lento che frustrava Adams. Ma grazie al sistema informatico a uso esclusivo del tribunale, scrutò un passato di predatori nascosti. Il fascicolo Collery era “straziante”. Adams ha affermato che la lettera del defunto arcivescovo Philip Hannan, che rimuoveva Collery dopo le lamentele contro di lui da parte dei genitori di St Ann, lo aveva elogiato come un buon sacerdote.

    “Avevo pensato che Hannan fosse il migliore, ma nei documenti ho visto il suo incoraggiamento, come se si scusasse con questi predatori”, ha detto Adams.

    Verso la fine del 2021, Trahant avvertì suo cugino, preside della scuola superiore Brother Martin, che il cappellano della scuola, padre Paul Hart, aveva una grave macchia sulla sua fedina penale. Trahant disse a Ramon Antonio Vargas, allora al Times-Picayune, di mettere Hart “sul suo radar”. Il 18 gennaio 2022, Vargas riferì che Hart aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 17 anni negli anni ’90.

    Vargas ottenne i documenti di una commissione di revisione della chiesa del 2012 che votò contro la riassegnazione di Hart dopo aver scoperto che aveva abusato di una ragazza adolescente. Aymond scavalcò la decisione della commissione di revisione laica per un cavillo di diritto canonico, riguardante l’età del consenso a 17 anni. In seguito mandò Hart alla scuola superiore Brother Martin senza informare la scuola della decisione della commissione.

    Anni dopo, la scuola superiore Brother Martin inviò una lettera ai genitori spiegando che la scuola aveva chiesto ad Aymond di rimuovere Hart a causa di accuse “risalenti a un lontano passato”. Aymond lo espulse e si scusò.

    Grabill, infuriato, vide una violazione dello scudo fallimentare nei documenti interni. L’avvocato della Church, Mark Mintz, che aveva frequentato la facoltà di giurisprudenza della Tulane University negli anni in cui aveva frequentato Grabill, si era espresso a favore della punizione di Trahant. Trahant sosteneva che, in quanto funzionario del tribunale, era tenuto a denunciare un abusatore di minori e che non aveva rivelato nulla di quanto previsto dall’ordinanza di protezione.

    Grabill ordinò un’indagine su Trahant da parte del curatore fallimentare statunitense, un funzionario che ricopriva un ruolo neutrale nei confronti del tribunale. Vargas accettò un breve colloquio con il curatore, affermando di non aver ricevuto i documenti su Hart da Trahant e rifiutandosi di nominare la sua fonte – cosa che il curatore non poteva imporre in base alle tutele costituzionali sulla libertà di stampa. Vargas a quel punto era diventato redattore e reporter del Guardian, con sede a New Orleans, con una copertura sempre più approfondita del fallimento.

    Adams era entusiasta che Trahant fosse riuscito a eliminare un predatore.

    Il caso si trascinò per ore. In un incontro con Grabill nell’aprile 2022, Rick Kuebel, l’avvocato del comitato dei creditori, si lamentò del fatto che la procedura fallimentare si protraeva da due anni “e non ho ancora visto un piano di riorganizzazione [della chiesa]”.

    Nel giugno 2022, Grabill ha multato Trahant di 400.000 dollari per aver violato l’ordine di segretezza. La multa ha suscitato scalpore nella comunità legale. Un esperto specialista in bancarotte ha affermato, a margine, che la multa di Grabill dimostrava la sua “inesperienza”.

    Trahant ha presentato ricorso alla corte d’appello degli Stati Uniti per il quinto circuito, che, dopo due anni e mezzo, non si è ancora pronunciata.

    “Gli ordini di protezione in caso di bancarotta sono uno scandalo che consente agli avvocati difensori e alla Chiesa di giocare in tribunale”, ha dichiarato al National Catholic Reporter Marci Hamilton, professoressa presso l’Università della Pennsylvania, avvocato e fondatrice del think tank Child USA.

    “Alcuni giudici hanno lentamente imparato attraverso i media che le vittime hanno bisogno di voce e hanno iniziato a consentire che le dichiarazioni di impatto delle vittime siano inserite negli atti. Le sentenze del giudice Grabill mi preoccupano per l’indebita deferenza nei confronti della Chiesa. Questo accade nei tribunali statunitensi da decenni, ma la maggior parte dei giudici non si schiera più automaticamente dalla parte della Chiesa. Il fallimento di New Orleans è stato costellato di sentenze ingiuste contro le vittime e di inopportuna deferenza nei confronti dell’arcivescovo”, ha aggiunto Hamilton.

    Come scrive Lindsey Simon in Bankruptcy Grifters, un articolo pubblicato sulla Yale Law School Journal, molti fallimenti ecclesiastici hanno “privato le vittime del loro giorno in tribunale e le hanno costrette a ricorrere alla procedura di conciliazione”.

    “Ciò che distingue i casi delle diocesi… è il modo in cui incorporano alcune delle pratiche più distruttive che creano ostacoli e privano i richiedenti di tutele significative”, scrive.

    Grabill bandì Trahant, Gisleson e Denenea dal comitato dei creditori, nonostante non ci fossero prove che gli ultimi due avessero violato il suo ordine di segretezza. Grabill epurò Adams e altri tre sopravvissuti che avevano pazientemente partecipato a due anni di riunioni, poche ore prima di incontrare Aymond e leggergli le dichiarazioni. Ciò non accadde mai.

    I fascicoli del clero che Adams aveva letto sul server del comitato scomparvero dal suo desktop, dal collegamento al sistema informatico del tribunale. Sotto lo scudo della bancarotta, sapeva che rendere pubblico tutto ciò che sapeva avrebbe suscitato l’ira di Grabill.

    Kuebel ha difeso i sopravvissuti, sottolineando che “non hanno mai visto i loro aggressori consegnati a nessun tipo di giustizia”, ​​secondo una trascrizione dell’udienza disponibile al pubblico. Piuttosto, hanno scontato “due anni senza alcun risarcimento” in lunghe udienze e, senza che lui lo dicesse, hanno rispettato lo scudo fallimentare su documenti segreti. “Sono frustrati dal fatto che, a differenza di altri casi, questa arcidiocesi abbia scelto di essere opaca o non trasparente con tutti questi vari documenti. Sono molto frustrati dal fatto che questa [fuga di notizie] sia diventata il fulcro del caso invece di cercare di riorganizzare [la Chiesa] e arrivare” a una risoluzione.

    Ma smantellando il comitato dei creditori, Grabill diede impulso all’attenzione dei media. Le vittime si schierarono più apertamente contro diversi ecclesiastici i cui procedimenti giudiziari erano al di fuori della bancarotta. Ad esempio, alla fine degli anni ’90, la chiesa mandò Lawrence Hecker al St John Vianney, un ospedale ecclesiastico in Pennsylvania, come riportato dal Guardian e da WWL-TV. Hecker tornò a casa con una diagnosi di pedofilia.

    Ciononostante, Hecker divenne monsignore prima che l’arcidiocesi lo ritirasse dal ministero e lo facesse andare in pensione. Aveva 92 anni l’anno scorso quando fu condannato dal procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans. Morì pochi giorni dopo aver scontato la pena dell’ergastolo.

    Il tempo impiegato per perseguire Hecker ha inviato un segnale forte alle forze dell’ordine. Nel 2023, avvocati anonimi hanno fornito un documento di 48 pagine all’FBI e alla polizia statale, descrivendo dettagliatamente gli insabbiamenti commessi dalla chiesa, citando le dichiarazioni delle vittime in procedimenti penali e cause civili. Un sacerdote menzionato nel promemoria, William O’Donnell, non era nella lista della chiesa, eppure, come riportato da Vargas sul Guardian , “Aymond ha autorizzato accordi finanziari separati di 125.000 dollari e 100.000 dollari per risoluzioni extragiudiziali con due persone” che accusavano O’Donnell di abusi.

    Sulla base dei documenti legali visionati dal National Catholic Reporter, l’arcidiocesi ha pagato alle vittime circa 11,7 milioni di dollari in accordi privati ​​nell’arco di circa 10 anni prima di dichiarare bancarotta. Diverse vittime hanno successivamente dichiarato di aver firmato accordi di non divulgazione, violando la Carta per la protezione dei minori dei vescovi statunitensi del 2002, che richiede trasparenza e “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili.

    Spingere per una risoluzione

    Il fallimento, come la terapia, ha successo quando finisce.

    Gli avvocati specializzati in procedure fallimentari, che fungono da ponte tra la difesa e l’avvocato dell’attore, fatturano cifre elevate e vengono pagati con le casse della chiesa. In un servizio del 2023 per New Orleans WWL-TV, il giornalista investigativo David Hammer ha esaminato attentamente il modo in cui i giudici fallimentari di Buffalo e Rockville Centre, New York, avevano messo in discussione gli avvocati delle diocesi per le loro fatturazioni elevate e le loro tattiche dilatorie. “Grabill, d’altra parte, si è ripetutamente pronunciato a favore dell’arcidiocesi di New Orleans nelle sue controversie con i creditori”, ha riferito Hammer.

    A differenza degli specialisti in bancarotta e della difesa ecclesiastica, gli avvocati dei superstiti vengono pagati alla fine. Secondo Jeff Anderson, uno dei principali avvocati difensori di questi casi da molti anni, una strategia chiave della chiesa è quella di allungare i procedimenti, costringendo gli avvocati dei querelanti a sostenere i costi, spesso ricorrendo a prestiti su linee di credito bancarie.

    Nella primavera del 2025, con il capitolo 11 al quinto anno, Grabill capì che archiviare la procedura fallimentare avrebbe scatenato un’ondata di casi che avrebbero travolto i tribunali statali. Approvò diversi esperti di mediazione di alto profilo per promuovere una risoluzione.

    Mentre le trattative proseguivano per tutta l’estate, Grabill si trovò ad affrontare nuove problematiche. Durante un’udienza fallimentare di giugno, gli avvocati degli investitori dietro un’emissione obbligazionaria da 41 milioni di dollari che l’arcidiocesi aveva sottoscritto nel 2017 accusarono la chiesa di “frode sui titoli” per il mancato pagamento di interessi pari a 930.206,25 dollari, citando la bancarotta come una delle cause principali.

    Ma mentre proseguivano le trattative tra gli avvocati dei sopravvissuti, i mediatori e la chiesa, a settembre è emerso un pacchetto. La chiesa ha promesso 230 milioni di dollari, di cui 29 milioni da assicuratori più piccoli.

    A fine ottobre, le sopravvissute hanno votato a larga maggioranza per accettare le condizioni finanziarie proposte dall’arcidiocesi. Grabill ha poi tenuto un processo sull’equità delle condizioni e ha ascoltato le testimonianze delle sopravvissute agli abusi, tra cui Adams. L’8 dicembre ha approvato l’accordo.

    Travelers, la più grande compagnia assicurativa dell’arcidiocesi con polizze rilevanti, ha subito accettato in linea di principio di aggiungere altri 75 milioni di dollari all’accordo. Se Grabill approvasse, l’accordo porterebbe il totale a 305 milioni di dollari.

    Adams, che ha votato a favore del pacchetto, era di recente a cena con alcuni amici del liceo quando qualcuno gli ha chiesto cosa pensasse dopo aver sopportato il fallimento quinquennale della chiesa.

    Ricorda di aver detto: “Sapendo quello che so ora, vedendo quello che ho passato io e la mia famiglia, probabilmente avrei tenuto la bocca chiusa. Soffrire in silenzio sarebbe stato più tollerabile del prezzo emotivo e spirituale che tutto questo ha richiesto”.

    Aymond, dopo aver presentato le sue dimissioni al Vaticano all’età di 75 anni, sta ora gradualmente abbandonando l’incarico; l’arcivescovo coadiutore James Checchio diventerà a tempo debito arcivescovo.

    “Più si approfondiscono i reati finanziari, i crimini sessuali, i preti che infrangono i voti”, ha detto Adams al National Catholic Reporter, “più mi viene da chiedermi se sono nella chiesa giusta. Il certificato di battesimo di mio figlio è stato firmato da due preti; entrambi sono ora in prigione per reati sessuali.

    “Se credo sinceramente che la vera presenza di Cristo sia nell’Eucaristia e nei sacramenti che Gesù ci ha donato, non c’è altro posto dove andare. Questo non rende più facile andare in chiesa. La mia bisnonna si comunicava quotidianamente. Credo che le sue parole sarebbero state: ‘Abbiate fede in Cristo e nell’Eucaristia, e non nei leader della Chiesa che hanno normalizzato inganni e abusi’. Continuo a sperare che il mio amore per Dio e la sua Chiesa sia più grande del dolore e della rabbia causati dai suoi sacerdoti e vescovi”.

    Nota dell’editore: questo è il primo di una miniserie che esplora le vite di alcuni sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero durante la saga fallimentare dell’arcidiocesi di New Orleans, durata oltre cinque anni. La serie è stata sostenuta dal Fund for Investigative Journalism ed è stata pubblicata dal Guardian in collaborazione con il National Catholic Reporter .

    Negli Stati Uniti, chiama o invia un messaggio alla hotline Childhelp per gli abusi al numero 800-422-4453 o visita il sito web per ulteriori risorse e per segnalare abusi su minori o inviare un messaggio privato per ricevere assistenza. Per gli adulti sopravvissuti ad abusi su minori, è possibile contattare ascasupport.org. Nel Regno Unito, l’NSPCC offre supporto ai minori al numero 0800 1111 e agli adulti preoccupati per un minore al numero 0808 800 5000. La National Association for People Abused in Childhood (Napac) offre supporto agli adulti sopravvissuti al numero 0808 801 0331. In Australia, bambini, giovani adulti, genitori e insegnanti possono contattare la Kids Helpline al numero 1800 55 1800 o Bravehearts al numero 1800 272 831, mentre gli adulti sopravvissuti possono contattare la Blue Knot Foundation al numero 1300 657 380. Altre fonti di aiuto sono disponibili su Child Helplines International.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/28/new-orleans-archdiocese-bankruptcy-abuse-settlement

  • Scandalo abusi scuote la Chiesa Anglicana, la neo arcivescovo Mullally sotto accusa

    Scandalo abusi scuote la Chiesa Anglicana, la neo arcivescovo Mullally sotto accusa

    Sarah Mullally, prima donna eletta alla guida della Chiesa anglicana con la carica di arcivescovo di Canterbury in risposta agli scandali sessuali di pedofilia e di accuse d’insabbiamenti che hanno investito nel Regno Unito non pochi presuli uomini, è finita sotto accusa per aver gestito in modo improprio un caso di abusi.

    La neo primate della Chiesa d’Inghilterra, che assumerà formalmente il suo nuovo incarico il 28 gennaio, deve rispondere di come ha affrontato una denuncia di abusi rivolta in passato da una vittima, definita solo come “Sopravvissuto N”, a un sacerdote di Londra, diocesi dove Mullally è stata vescovo dal 2018.

    La vicenda riguarda in particolare una possibile violazione del codice di condotta del Clergy Discipline Measure in quanto Mullally avrebbe inviato un’e-mail riservata sulle accuse di abusi direttamente al sacerdote interessato, al di fuori del procedimento disciplinare.

    In un comunicato la leader religiosa ha dichiarato che al Sopravvissuto N – il quale aveva rivolto un reclamo formale contro di lei nel 2020 senza ricevere risposta – non è stata garantita l’adeguata assistenza da parte della Chiesa d’Inghilterra.

    Il caso solleva imbarazzo rispetto all’istituzione che sta cercando di superare gli scandali delle molestie e degli insabbiamenti interni, a partire da quello che nel 2024 aveva costretto a dimettersi il precedente arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, per le coperture date a un avvocato legato alla Chiesa, John Smyth, promotore per anni di campi giovanili in Africa, svelato infine nei panni di predatore sessuale di almeno 130 ragazzi.

    https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Scandalo-abusi-scuote-la-Chiesa-Anglicana-la-neo-arcivescovo-Mullally-sotto-accusa–3349811.html

  • Nuova Zelanda – Domande per Papa Leone XIV

    Nuova Zelanda – Domande per Papa Leone XIV

    Caro Papa Leone XIV
    Perché hai imbiancato le accuse di violenza sessuale su minori contro il cardinale John Dew quando eri prefetto del Dicastero per i Bishop nel 2024? Perché non avete parlato con le vittime e come questo tipo di risposta è “centrata sulle vittime” come dite pubblicamente devono essere le risposte?
    Perché non tratterrete i vostri vescovi ad Aotearoa Nuova Zelanda per rendere conto di aver negato denunce per abuso di clero attraverso un processo segreto che ostacola le indagini?
    Perché non avete sanzionato i vostri vescovi ad Aotearoa Nuova Zelanda per aver usato avvocati civili nel loro processo di ricorso pastorale per minacciare i sopravvissuti e respingere ingiustamente le loro denunce?
    Perché permetti ai tuoi vescovi non solo di ignorare i sopravvissuti, ma di ordinare che il loro intero presbiterato ignora anche i sopravvissuti?
    Perché predicate la ‘tolleranza zero’ in pubblico ma permettete comunque insabbiamenti in privato?
    Perché non hai chiesto scusa pubblicamente per gli abusi nelle cure della tua Chiesa ad Aotearoa, Nuova Zelanda, come riscontrato dalla Commissione reale neozelandese di inchiesta sugli abusi in cura? Perché non avete riconosciuto i risultati dell’inchiesta?
    I sopravvissuti non meritano di meglio?
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  • Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Il silenzio resta la barriera più alta. In Sicilia, secondo il nuovo report di “Rete L’Abuso”, sono 103 i casi documentati di violenze sessuali in ambito ecclesiastico dal 2000 a oggi, con 270 vittime accertate. Si tratta di un quadro drammatico che, a livello nazionale, si allarga fino a 4.396 persone coinvolte, come evidenziato dal presidente Francesco Zanardi durante la conferenza stampa di presentazione.

    Nel dettaglio, la mappa dell’isola mostra 10 casi ad Agrigento, 9 a Caltanissetta, 14 a Catania, 7 a Enna, 16 a Messina, 20 a Palermo, 6 a Ragusa, 11 a Trapani e 10 a Siracusa. Tuttavia, secondo quanto risulta a questo giornale, nella diocesi Siracusana i casi effettivamente accertati sono tre: due sacerdoti già condannati con sentenze definitive e un terzo attualmente sotto processo.

    Il report nazionale sottolinea come in 86 episodi l’abusante sia un sacerdote, in 4 casi un catechista, in 16 un laico e in uno un educatore scout. Le vittime, nella quasi totalità dei casi, sono minorenni (256 su 270) e maschi (242), mentre 28 sono donne e 12 adulti, tra cui anche una persona con disabilità. «Sono dati sottostimati – ha spiegato Zanardi – perché moltissimi episodi non vengono denunciati per paura o per il clima di isolamento che circonda chi trova il coraggio di parlare».

    Alla presentazione del dossier hanno preso parte anche l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio legale di ‘Rete L’Abuso’ e Tiziana Siletti, garante per i diritti delle vittime di reato della Regione Basilicata. Tutti i casi raccolti derivano da denunce dirette o da riscontri documentati nelle cronache giudiziarie.

    Secondo l’associazione, in Italia sono 1.106 i religiosi collocabili tra i ‘sex offender’. Zanardi ha ricordato che non sono ancora stati conteggiati i vescovi eventualmente responsabili di omissioni o insabbiamenti, «perché i casi formalmente riconosciuti sono ancora pochi». Resta attesa per l’evoluzione del processo per falsa testimonianza che vede imputato il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, legato al noto caso Rugolo, il cui iter entrerà in fase pre-dibattimentale il 29 ottobre.

    A Siracusa, dove i numeri ufficiali dell’associazione indicano dieci episodi ma le verifiche giornalistiche ne confermano tre, il tema resta estremamente delicato. Due sacerdoti sono stati già condannati e uno affronta ora un procedimento in corso. Vicende diverse, ma accomunate da un’unica richiesta di verità e di giustizia da parte delle vittime. «Il problema non è solo giudiziario – ha concluso Zanardi – ma culturale e morale: finché il silenzio prevarrà sulla trasparenza, la ferita non potrà mai rimarginarsi».

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi