Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html

  • Pedofilia, 11 arresti nel Nord Italia (tra cui un prete)

    Pedofilia, 11 arresti nel Nord Italia (tra cui un prete)

    Undici persone sono state arrestate tra Lombardia ed Emilia con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. Tra di loro anche un sacerdote e un allenatore di squadre di calcio giovanili

    Ennesima retata contro la pedofilia in queste ore che ha coinvolto le provincia di Brescia, Bergamo, Milano, Monza, Pavia e Parma. I Carabinieri hanno scoperto un vero e proprio sistema in cui i ragazzi si presentavano come maggiorenni sui social network e, una volta stabilito il contatto, gli indagati avevano con loro rapporti sessuali in luoghi appartati in cambio di regali o piccole somme di denaro
    L’indagine, avviata nel mese di agosto 2015 e condotta da personale della Compagnia di Brescia nonché di quello della Sezione di polizia giudiziaria dell’Ufficio giudiziario inquirente, ha consentito di: identificare quattro minorenni, aventi età ricompresa tra i 16 ed i 17 anni, i quali, prevalentemente attraverso contatti acquisiti sul social network dedicato ad incontri online, organizzavano approcci con uomini consapevoli della minore età dei giovani, cui offrivano prestazioni sessuali dietro corrispettivo di denaro ovvero regalie di varia natura sia a bordo di autovetture presso parcheggi di centri commerciali e di luoghi di intrattenimento sia presso le abitazioni di alcuni degli indagati.

    Pedofilia, 11 arresti nel Nord Italia (tra cui un prete)

  • Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Mentre otto vittime chiedono un incontro con il Papa, la Chiesa australiana finisce in tribunale.

    CITTÀ DEL MESSICO / SYDNEY – Il mondo ecclesiastico è scosso dagli scandali dovuti ai numerosi casi di pedofilia che stanno emergendo tra i rappresentanti della chiesa cattolica. Casi che spuntano da tutte le parti del mondo.

    Un gruppo di otto vittime di abusi da parte di sacerdoti, per fare un esempio, ha chiesto di poter avere un incontro con il Papa, che fra qualche giorno sarà in visita in Messico. A chiedere formalmente l’incontro è stato Joaquin Aguilar Mendez, dirigente della “Rete di sopravvissuti agli abusi di sacerdoti” (Snap).

    Tra le otto vittime (provenienti da Oaxaca, San Luis Potosí e dalla capitale) c’è lo stesso Aguilar, che ha subito abusi da bambino da parte del sacerdote Nicolas Aguilar Rivera, dello stato di Puebla, protagonista – ricordano i media – di quello che è considerato come il caso documentato di pedofilia più grave nel paese.

    Un’altra vittima di abusi che vorrebbe avere un incontro con il Papa, aggiunge la stampa, è Jesús Romero Colín. I nomi delle altre vittime non sono stati diffusi, ha precisato il dirigente di Snap, sottolineando che l’intenzione del gruppo è quella di incontrare il Papa “come vittime” più che come rappresentanti Snap: “La nostra “rete” si è dedicata non solo a criticare ma anche ad essere propositivi. Continueremo a bussare le porte” per avere il colloquio, ha d’altro lato concluso Aguilar Mendez.

    Casi in Australia – Il cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano, deporrà invece sui fatti di pedofilia dei quali è stata accusata la Chiesa australiana. La deposizione è attesa a partire dal 29 febbraio e il cardinale potrà testimoniare per videoconferenza da Roma davanti alla Commissione d’inchiesta, perché troppo malato per recarsi in Australia e testimoniare di persona.

    Si tratta di un momento molto atteso, considerato il ruolo di primo piano di Pell in Vaticano. In passate udienze il prelato è stato nominato più volte da vittime di pedofilia, secondo cui avrebbe ignorato e anche coperto per decenni abusi commessi da sacerdoti, permettendone il trasferimento da una parrocchia all’altra. Asserzioni che Pell ha più volte respinto.

    Ma la questione pedofilia scuote anche la Commissione pontificia istituita ad hoc. Oggi in un lungo rapporto sintetizza il lavoro fatto e annuncia le possibili proposte da sottoporre al Papa, dalla richiesta di ricordare a tutte le autorità della Chiesa l’importanza di “una risposta diretta alle vittime” all’istituzione di una Giornata Universale di Preghiera, fino al sito web per “condividere le “buone norme” per la tutela dei minori nel mondo”.

    Resta però di sfondo la polemica sull’uscita del membro laico Peter Saunders, da ragazzo vittima di abusi. “Non è suo compito – ha ribadito oggi parlando della Commissione il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi – discutere e approfondire i casi singoli”. Ma parlando con il giornale “The Irish Times”, Saunders è stato molto critico con la Santa Sede e nega di aver lasciato il suo ruolo.

    “L’unica persona che può cacciarmi via è il Papa”, dice, ma poi critica lo stesso Bergoglio: “Avevo grandi speranze in Papa Francesco ma fino a questo momento non vedo grandi cambiamenti”. E lo stesso Saunders, insieme a Juan Carlos Cruz, un cileno ex vittima di abusi, in questi giorni ha diffuso una lettera di cattolici cileni a Papa Francesco nella quale si chiede di rimuovere il vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, colpevole, secondo le loro accuse, di aver coperto per anni i preti pedofili.

    Dall’Italia invece tuonano le parole di don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter: è “uno scandalo” – ha detto oggi a Radio Vaticana – il silenzio sulla pedofilia online da parte di stampa e istituzioni. Intanto il giudice per le indagini di Palermo Roberto Riggio ha concesso gli arresti domiciliari, presso la struttura romana in cui si stava sottoponendo a una cura, a don Roberto Elice, il sacerdote palermitano accusato di avere molestato tre minorenni quando era parroco nel capoluogo siciliano.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1069769/Pedofilia-la-Chiesa-trema-dal-Messico-all-Australia/

  • Don Conti in carcere. Parlano le vittime

    Don Conti in carcere. Parlano le vittime

    I carabinieri della compagnia di Tuscania, in esecuzione di un’ ordinanza messa dalla Corte d’ Appello di Roma, al termine della decisione della Suprema Corte di Cassazione, hanno arrestato don Ruggero Conti, ex parroco della diocesi di Porto-Santa Rufina.

    L’ uomo dovrà scontare una condanna totale di 11 anni, 10 mesi e 19 giorni nonché pagare la multa di 39.600 euro per violenza sessuale su minori e induzione alla prostituzione minorile. L’ arrestato, dopo le formalità di rito, è stato trasferito in un istituto religioso protetto in attesa di essere definitivamente tradotto in un carcere. Don Ruggero Conti, lombardo di origine, a Roma era finito in una delicata inchiesta del sostituto procuratore Francesco Scavo con l’ accusa di aver abusato, tra il 1998 e il 2008, di sette adolescenti che partecipavano o avevano partecipato ai gruppi parrocchiali nella chiesa della «Natività di Maria Santissima», nella zona di Selva Candida, dove era parroco. Li avrebbe circuiti promettendo capi d’ abbigliamento e ricariche telefoniche. La vicenda divise i fedeli. Condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi, pena poi ridotta due anni dopo, in appello, la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi perché nel frattempo erano finiti in prescrizione tre degli episodi contestati. Don Conti era stato sottoposto a divieto dell’ esercizio pubblico del ministero nel 2008 e quindi sospeso «a divinis» nel 2011.

    Si attende ora la riduzione allo stato laicale del sacerdote che ha fatto parte di Comunione e Liberazione, provvedimento  inevitabile con le attuali norme. «L’intera Chiesa diocesana – ha dichiarato la diocesi di Porto e Santa Rufina, dove il sacerdote era stato anche direttore della Caritas – è ora chiamata a un percorso di preghiera, di solidarietà fraterna e di rinnovamento per continuare a operare per la crescita dei bambini e dei ragazzi perché nessuno di loro abbia a soffrire violenza da parte di chi è chiamato ad essere per tutti punto di riferimento e padre».
    La testimonianza delle vittime
    “Ho sognato la mia vita senza questo schifo, perchè ormai è l’unico mio desiderio, il desiderio mio piu’ grande: riuscire ad andare avanti come se tutto non fosse mai successo”. È la testimonianza di uno dei ragazzi che accusa di violenza don Ruggero Conti, il parroco di Selva Candida, alla periferia della Capitale, condannato dal tribunale penale di Roma. “Che fa suo figlio, signora?, puo’ venire a pranzo da me oggi?”, chiedeva il sacerdote alla mamma ignara dell’inferno nel quale l’adolescente stava sprofondando. “Era molto cattolica. Non volevo deluderla”, spiega il giovane alla cronista Angela Camuso, che per l’editore Castelvecchi ne ha raccolto i tormenti nel libro “La preda, le confessioni di una vittima”.  “Questo non è un libro contro la Chiesa Cattolica. È piuttosto un libro dedicato soprattutto ai cattolici di tutta Italia e di tutto il mondo, alle famiglie, ai ragazzi, ai preti e alle suore, ai vescovi e ai cardinali. Se mi è permesso, al Sommo Pontefice”, confida nella premessa Angela Camusso, che con il suo scritto vuole “rendere giustizia a quei preti, la stragrande maggioranza, che i bambini li amano come figli e basta”. Il libro – peraltro – ricorda la circostanza sconcertante che “le indagini su don Ruggero Conti sono iniziate grazie alla denuncia di un sacerdote (il vicario parrocchiale, ndr.), il quale, incredibilmente, per aver osato tanto, verrà, piuttosto che premiato, punito dai suoi superiori con un decreto di allontanamento dalla parrocchia teatro dello scandalo”. A convincere “in alto” della propria innocenza era stato lo stesso don Conti, “capace di mentire per anni spudoratamente, anche di fronte all’evidenza e di accusare le sue vittime attraverso riuscite manipolazioni della realtà”. Una capacità mistificatoria che ha favorito la creazione di un vero e proprio movimento di opinione a favore di don Conti.
    Secondo la Camuso, del resto, proprio grazie a questa sua particolare abilità nel convincere gli altri, per ottenere la propria soddisfazione sessuale, “don Ruggero non ha mai usato la forza fisica”, e nonostante tutto, “pur sapendo che tornando sarebbero state violentate di nuovo, quasi tutte le sue prede sono tornate da lui”.
  • TESTIMONI DI GEOVA, LE IENE DENUNCIANO LA MANIPOLAZIONE MENTALE SHOCKANTE SUBITA DAGLI ADEPTI.

    TESTIMONI DI GEOVA, LE IENE DENUNCIANO LA MANIPOLAZIONE MENTALE SHOCKANTE SUBITA DAGLI ADEPTI.

    Sta sicuramente facendo discutere il servizio sui Testimoni di Geova realizzato da Luigi Pelazza è trasmesso ieri a Le Iene Show per svelare quello che succede dentro il loro Comitato Giudiziario e la manipolazione subita dagli adepti. Un video che ha sicuramente fomentato l’odio verso i seguaci di questa religione, ma che ha anche diviso il pubblico sui social, visto che non tutti si sono sentiti di condannare a priori queste persone: “Basta pensare che secondo le leggi di Geova non si può donare il proprio sangue ad un figlio/a morente. Genitori/persone/religione di m*rda!”, “Il prossimo testimone di Geova che mi viene a bussare, gli butto un bel secchio di urina dal balcone. Sono ufficialmente razzista verso queste latrine!”, “Io nn sono testimone di Geova…ma quello che scrivete voi mi fa abbastanza schifo…facile credere alle cazzate che dice la televisione..io ho alcuni amici e sono delle brave persone…conosco anche infermieri e dottori quindi nn e’ vero niente il fatto dell’Università…conosco TG con figli gay e che cmq stanno in.casa mangiano con i genitori ecc quindi TT stronzate”, “Bisogna conoscerli prima di guiducarli…vergogna. Nn sono testimone di Geova ma nn si può fare di un erba un fascio!!! Quante famiglie cattoliche coprono cose oscene e orribili?”.

    TESTIMONI DI GEOVA, LE IENE DENUNCIANO LA MANIPOLAZIONE MENTALE SHOCKANTE SUBITA DAGLI ADEPTI (OGGI, MERCOLEDI’ 27 GENNAIO 2016) – Nella scorsa puntata, Le Iene Show ha trasmesso un servizio sui Testimoni di Geova, denunciando la mancanza di libertà in cui vivrebbero gli adepti di questa religione. In Italia i membri sono 500 mila membri e da diversi anni la Cesap, l’associazione italiana di medici e psicologi, indagano sul plagio che subiscono i Testimoni di Geova. L’inviato Pellazza, come si può vedere inQUESTO video, intervista la dottoressa Lorita Tinelli, psicologa del Cesap, che afferma che i membri di questa religione subiscono costantemente “manipolazione mentale altamente nociva” da parte dei livelli ‘alti’. Uno degli aspetti del plagio parte dall’omologazione degli adepti, costretti ad indossare gli stessi vestiti, fare gli stessi gesti ed usare le stesse parole. Il servizio ci mostra anche due episodi, entrambi con al centro due maggiorenni che compaiono di fronte ad una commissione di anziani volta a giudicarne il comportamento. I due ragazzi hanno avuto rapporti sessuali consenzienti con altre due persone e le rispettive madri li hanno portati di fronte ai ‘giudici’ della setta, costringendoli a rivelare anche i dettagli più intimi. Alla fine i due ragazzi sono stati espulsi come membri e come ci spiega la dottoressa Tinelli, questo implica anche che non possono avere nessun contatto anche con i propri familiari. Anche se abitano nella stessa casa. La seconda parte del video tocca un tema molto più forte, quello della pedofilia. Un ex anziano riferisce alle telecamere di essere stato allontanato dalla setta quando ha denunciato un presunto atto di pedofilia che sarebbe stato compiuto da un membro. Il ragazzo sarebbe stato sorpreso in macchina con un bambino ed il provvedimento preso dagli anziani è stato di impedirgli di parlare pubblicamente ai confratelli durante le riunioni. La setta vieta espressamente di denunciare alle autorità qualsiasi confratello, anche se ha commesso i reati più gravi come questo. L’inviato ha anche cercato di parlare con il padre del bambino ma il plagio è tale che l’uomo, come mostra il servizio, non si rende nemmeno conto di essere manipolato. La dottoressa Tinelli ha confermato che secondo gli studi molte persone, una volta estromessi dalla setta, arrivano anche a commettere il suicidio. Sempre secondo la dottoressa, quindi, l’eventualità quindi di non poter far più parte del gruppo diventa un deterrente e dimostra fuori da ogni dubbio il soggiogamento che tali persone sono costrette a subire.

     

  • Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

    di Gabriela Pereyra

    «Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

    Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

    Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
    Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

    L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

    Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
    Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

    Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
    Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

    Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
    Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

  • MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    A Roma per presentare il film sugli abusi dei preti sui minori, l’attore si dichiara ‘fan’ di Papa Francesco lasciando al reporter Walter Robinson le critiche più dure.

    Si parla da tempo di Il caso Spotlight, il film dedicato alla celebre indagine del 2002 dei reporter del Boston Globe che sollevò il velo sugli abusi sessuali compiuti da preti e vescovi dell’arcidiocesi della città statunitense, allargandosi poi a tutto il mondo. Candidato agli Oscar per il Miglior Film, il Miglior attore non protagonista (Mark Ruffalo), la Miglior attrice non protagonista (Rachel McAdams), la Miglior regia (Tom McCarthy), la Miglior sceneggiatura originale e il Miglior montaggio, Il caso Spotlight ci offre l’occasione di incontrare Michael Keaton e di parlare con lui di giornalismo e delle recenti polemiche legate agli Oscar, ma soprattutto di conoscere il giornalista che diede origine a tutto, quel Walter ‘Robby’ Robinson che ancora oggi non si fa scrupoli nel sottolineare gli errori del Vaticano e la necessità di un vero giornalismo d’inchiesta…

    Il caso Spotlight celebra un giornalismo che non esiste più, minacciato dalla crisi e da internet, ma che effetto le ha fatto interpretare questo ruolo, oggi?
    MICHAEL KEATON: L’ho considerato una benedizione, in un certo senso. Personalmente mi interessa molto il giornalismo: leggo i giornali, e guardo gli show televisivi di informazione più che seguire le news online magari. Così, quando si è iniziato a parlare di interpretare questo ruolo, ho trovato lo script molto interessante oltre che ben scritto. Anche il cast si annunciava notevole – prima di me era stato ingaggiato già solo Mark Ruffalo, e dopo di me han chiamato tutti gli altri – e amavo molto Tom McCarthy come regista, avendone visto tutti i film, tranne uno. Stante tutto questo, è stato poi il tema del giornalismo associato a quello degli abusi nella Chiesa cattolica a farmi decidere definitivamente.

    Un giornalismo d’inchiesta che però sembra morto, anche negli Usa? Cosa stiamo perdendo?
    WALTER ROBINSON: Negli Usa il giornalismo d’inchiesta è tenuto in vita ‘artificialmente’ potremmo dire. Internet ha strappato ai giornali i soldi necessari per realizzare certe inchieste e in molti hanno perso il loro posto di lavoro. Una follia, visto che gli stessi lettori confermano che quel che considerano più importante nei giornali sono proprio le indagini. Ma qualcuno deve pressare i poteri ufficiali e le istituzioni, come anche la Chiesa cattolica, perché si riconoscasno responsabili dei loro atti. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non lo facciamo, la democrazia morirà. Perché la gente non potrà essere informata né potrà farsi una vera opinione in merito anche a decisioni importanti.
    MICHAEL KEATON: Un esempio perfetto viene proprio dalla mia città natale, Pittsburgh, in Pennsylvania, dove la sezione di inchieste del giornale locale è di sole sei pagine, nelle quali è impossibile inserire qualsiasi tipo di indagine giornalistica. Non a caso, nella vicina Flint, in Michigan, c’è stato un caso importante di inquinamento idrico da piombo che ha causato traumi cerebrali e successive difficoltà cognitive in molti bambini. C’è stata una persona sola che ha indagato su questo, Erin Brokovich, sostenendo che le città coinvolte da questo tipo di inquinamento negli Stati Uniti sono circa un centinaio. E tra queste potrebbe esserci anche Pittsburgh. Io credo che se ci fosse stato un vero e importante giornalismo investigativo avremmo avuto meno casi di questo tipo, di queste crisi.

    Pur da appassionato, è stato impegnativo prepararsi al ruolo?
    MICHAEL KEATON: Forse non dovrei confessarlo, per poter sembrare un attore migliore, ma la preparazione per il ruolo è stata resa molto facile dallo stesso Walter ‘Robby’ Robinson e dalla possibilità di passare del tempo con lui per assorbire le sue storie sulla propria vita, la propria carriera e tutto quanto ci fosse dietro il lavoro del Team Spotlight sul caso in questione. È stato meraviglioso per me – che sono naturalmente curioso, in particolare sul giornalismo e questo tipo di temi – potergli fare domande su tutto e assorbire quello che raccontava, dalla sua famiglia ai suoi hobby. Anche per cercare di comprendere meglio la sua persona e costruire il personaggio, al quale ovviamente ho aggiunto del mio, grazie anche alla familiarità con le redazioni e con il lavoro dei giornalisti avendone già interpretato alcuni in altre due occasioni (Cronisti d’assalto di Ron Howard, nel 1994, e la miniserie Live from Baghdad di Mick Jackson nel 2002, ndr). Oltre che per interesse personale, come appassionato appunto, purtroppo frustrato dal vedere molti orribili programmi televisivi di approfondimento. Credo sia una situazione generalizzata, che esiste anche in Italia, e vorrei poter capire l’italiano per leggere i giornali di qui per farmene una idea, ma non posso..

    L’argomento degli abusi non è nuovo, ma sicuramente il film l’ha riportato al centro delle cronache. Si aspetta che succeda anche in Italia?
    MICHAEL KEATON: Sinceramente credo che il film avrà un grande impatto. Un tema del genere non può non averlo. E ripenso quando, alla fine di una delle proiezioni con il pubblico, una delle vittime degli abusi mi ha avvicinato per dirmi di non aver mai confessato a nessuno di aver avuto questo tipo di esperienza con un sacerdote. Eppure il film non punta il dito contro la religione in generale, ma va al di là. Personalmente ho avuto una educazione cattolica e ho grande rispetto della fede e dei fedeli, anzi, una delle cose che mi ha colpito di più di questo film è proprio la perdita della fede da parte di molte vittime di questi sacerdoti. È una situazione che non riguarda solo Boston, ma interessa molti fedeli… Io sono un fan di Papa Francesco, credo stia facendo un lavoro difficile e lo ammiro per affrontarlo, ma il tema di certi abusi di potere da parte di chi dovrebbe esercitarlo in maniera diversa è una costante. Come accade per esempio con le forze dell’Onu, con i ‘Peacekeepers’ impegnati negli aiuti umanitari in molte zone dell’Africa che non sempre intervengono in casi di abusi tutelando chi ha bisogno di esser difeso, e diventando così, in un certo senso, complici essi stessi.
    Io sono solo un attore, che ha la fortuna di interpretare questo ruolo, ma sono queste persone ad essere eroi, chi ha subito questi abusi e i giornalisti che ne hanno scritto, denunciandoli. Noi godiamo solo del frutto del loro impegno e possiamo cercare di dare il nostro contributo.

    Oggi il Cardinale Law non è più a Santa Maria Maggiore, ma a Palazzo della Cancelleria, dopo una rimozione “morbida” dettata dal raggiungimento degli 80 anni. Tornerebbe a intervistarlo? E che effetto le ha fatto vedersi interpretato sullo schermo?
    WALTER ROBINSON: Il Cardinale Law è stato trasferito in Italia nel 2002 e da allora non mi risulta che abbia più parlato a dei reporter, anche se io credo che sarei l’ultimo con cui vorrebbe parlare. Detto questo, io mi sento onorato di esser qui oggi e di essere stato interpretato da Michael Keaton, uno dei migliori attori del mondo. Quando me l’hanno comunicato sono stato felice, anche perché nel 1984, mentre ero caporedattore della cronaca locale del Boston Globe, lui interpretò proprio quel ruolo nel film di Ron Howard Cronisti d’assalto. E se non l’avete visto, recuperatelo! Era stato perfetto in quella parte. Come in questo caso, prendendo ogni dettaglio della mia voce, dei miei gesti, etc per rappresentare al meglio e con uno straordinario realismo quel che ero nel film.

    E cosa pensa della Chiesa Cattolica oggi, nell’anno del Giubileo?
    WALTER ROBINSON: Come tutti, ripongo grandi speranze in questo Papa. Ho grande rispetto per quel che sta cercando di fare. Ricordo sempre che una delle prime cose fatte dopo l’investitura è stata proprio quella di togliere a vescovi e arcivescovi le loro limousine private. Una delle quali – oltre a lussuose abitazioni – era assegnata al Cardinale Law, come ad altri cardinali americani.
    Io credo che la Chiesa resti condizionata dai privilegi che certi ecclesiastici continuano ad avere e non completamente concentrata sulle questioni di fede. Io spero che possa cambiare anche in questo e che preti e vescovi possano concentrarsi sulle necessità dei bisognosi e delle loro famiglie e dei loro figli. E prego che sempre meno bambini vengano molestati. Penso inoltre, come molte delle vittime, che Papa Francesco non abbia fatto ancora niente di sostanziale per eliminare questi abusi, ma abbia solo compiuto alcuni passi. Quando è venuto negli Usa ha applaudito il coraggio degli arcivescovi statunitensi nell’affrontare questo tema, cosa che ho trovato profondamente offensiva, come molti nel mio paese, per l’opporsi della maggior parte dei vescovi ai cambiamenti, a meno di non avere una pistola alla tempia. Ancora molto, la maggior parte, rimane da fare, ma spero che questo Papa riesca a portare a termine il compito.

    Tornando invece al cinema, e al boicottaggio degli Oscar per la mancanza di nomination ‘black’. Ci sono ancora problemi in questo senso, secondo la sua esperienza?
    MICHAEL KEATON: Non sono bravo a dare risposte brevi su certi temi, tanto meno su uno così importante e sentito come quello che riguarda le persone di colore e la loro discriminazione, del quale sento parlare sin da quando ero bambino e che sin da allora mi dava fastidio. Si tratta di un problema talmente più grande di quel che riguarda la questione legata agli Oscar. Un discorso molto complesso, ma insieme anche incredibilmente semplice che potremmo ridurre alla domanda se sia una cosa giusta o ingiusta. Non so se in Europa la situazione sia la stessa ovunque, ma probabilmente il problema oltre che nel background dei votanti è nel sistema stesso. Un problema che assume una importanza decisamente maggiore a livello mondiale, e che nel mio Paese costituisce ancora un tema molto sentito e attuale. Forse anche per questo non mi preoccupo granché della questione ‘Oscar’; faccio quello che devo fare, ma il problema è altrove.

    http://www.film.it/film/interviste/dettaglio/art/michael-keaton-il-caso-spotlight-le-colpe-del-vaticano-e-gli-oscar-44815/

  • VITTIMA PRETE PEDOFILO IN SCIOPERO DELLA FAME, L’AVVOCATO SCRIVE AL PAPA

    VITTIMA PRETE PEDOFILO IN SCIOPERO DELLA FAME, L’AVVOCATO SCRIVE AL PAPA

    Vittima prete pedofilo in sciopero della fame, l’avvocato scrive al Papa.

    A riportare la notizia e a pubblicare la  lettera il sito della Rete L’Abuso Onlus, rete nazionale attivista contro la pedocriminalità commessa dalle confessioni religiose in Italia.

    La lettera è stata scritta da Sergio Cavaliere, l’avvocato di Diego Esposito vittima di un prete pedofilo all’età di 11 anni.

    Padre di famiglia con tre figli, Diego Esposito aveva tentato di denunciare gli abusi subiti vent’anni dopo, a 31 anni, ma una volta presentatosi alla caserma per presentare denuncia ha ricevuto una pessima notizia: il reato era ormai prescritto.

    Per questo e altri motivi l’avvocato Sergio Cavaliere, dopo 7 giorni di sciopero del suo assistito, ha deciso di scrivere una lettera al Papa, dai contenuti molto forti.

    Nella lettera l’avvocato scrive che in sciopero della fame si trova anche lui e altre vittime di pedofilia, nonchè altri sostenitori della Rete L’Abuso.

    Inoltre, dalla lettera si apprende che già due anni fa l’avvocato aveva scritto al Papa e in quell’occasione ricevette dal monsignor Becciù una risposta in cui il religioso faceva ricorso alla preghiera nell’attesa che il caso fosse sottoposto agli organi competenti.

    Nella lettera però l’avvocato scrive che “le indagini  durano da due anni senza che sappiamo nulla del suo esito, senza sapere se il prete sarà processato.”.

    Dalla missiva si viene a conoscenza del fatto che il signor Esposito, ovvero la vittima del prete pedofilo, dopo aver minacciato il suicidio, ha perso il lavoro perché la Curia di Napoli lo ha segnalato alla pubblica sicurezza.

    Infine l’avvocato scrive nel documento presentato al Papa:

    “Noi non le chiediamo niente altro che dia seguito a suoi annunci, ossia che finalmente alle vittime sia data la possibilità di sapere la verità sui peggiori crimini che possa compiere un sacerdote. Chiediamo che i loro responsabili siano giudicati, siano puniti, se responsabili, sia loro impedito di avvicinare minori. Chiediamo la riparazione delle malefatte perché non c’è perdono senza giustizia. Non basta invocare preghiere per ottenerlo.
    Durante questo sciopero della fame, nella nostra richiesta di dialogo, abbiamo anche scritto al cardinale Muller, Prefetto della Congregazione, senza aver risposta.
    Noi pratichiamo la non violenza, armati solo del nostro corpo, della nostra sofferenza, della fame di verità e giustizia, della consapevolezza che il dolore non si spegne e non sarai mai placato se chi ha il potere della verità e giustizia se ne laverà le mani, come Ponzio Pilato.”

  • PRETI PEDOFILI; 5° giorno di sciopero della fame per Diego Esposito, altre vittime aderiscono alla sua protesta.

    PRETI PEDOFILI; 5° giorno di sciopero della fame per Diego Esposito, altre vittime aderiscono alla sua protesta.

    Continua da 5 giorni la protesta di Diego Esposito che chiede digiunando alla curia di Napoli verità e giustizia per le molestie subite da don Silverio Mura.

    Da oggi però Diego non sarà più solo nella sua protesta, infatti come annunciato qualche giorno fa altre vittime italiane si uniranno a lui, non solo per solidarietà, ma anche per denunciare le inadempienze che le diocesi hanno anche nei loro casi.

    Da questa mattina entrano in sciopero della fame altre 2 vittime, Daniele P. e Francesco Zanardi, il portavoce della Onlus Rete L’ABUSO che con la sua associazione sta seguendo da tempo Diego Esposito.

    Stando a quanto dichiara la Rete L’ABUSO, in Italia il caso di Diego non è affatto isolato. Al di la di quanto si legga sulla stampa che disegna un Vaticano impegnato nel risolvere il problema, i fatti sembrano essere parecchio differenti.

    Non si conta infatti una sola vittima risarcita spontaneamente dalla chiesa o anche solo un caso in cui una Diocesi si sia assunta le proprie responsabilità sulle vicende che la interessano. Delle 500 e più vittime che ruotano intorno l’associazione, Diego è stata l’unica di queste ad aver ricevuto una risposta scritta, per conto di Papa Francesco, a quanto pare però fatta naufragare dalla Diocesi di Napoli che continua malgrado tutto a trincerarsi dietro un muro di silenzio.

    E forse è proprio lì, che muoiono tutti i buoni propositi di Papa Francesco, nelle diocesi italiane, tutte inadempienti nei confronti delle vittime e tutte ancora troppo spesso reticenti nel voler affrontare il problema.

    Come si può vedere dal nostro blog, i casi italiani di sacerdoti condannati in terzo grado, cioè dopo aver affrontato tutti i 3 gradi di giudizio, negli ultimi 15 anni sono quasi 120, quelli noti naturalmente, mentre ci sono decine di casi anonimi sparsi per l’Italia.

    Sono quasi 60 invece, quelli noti che hanno procedimenti aperti o di cui non se ne è saputo più nulla.

    Se poi andiamo a vedere scheda per scheda scopriamo che moltissimi di questi sacerdoti non sono mai stati ridotti allo stato laicale, molti altri invece li ritroviamo in altre parti d’Italia senza che sia mai stato preso nei loro confronti alcun provvedimento, nei casi più gravi, missionari all’estero.

    Scopriamo anche che delle loro vittime nessuno si è più interessato, che le diocesi, come denuncia anche il caso di Diego, non vedono l’ora che la vittima smetta di lamentarsi e che l’opinione pubblica si dimentichi della vicenda. Se poi i giornali evitassero di scrivere, questo sarebbe perfetto.

    Ecco a che cosa serve la protesta di Diego e perché è importante che venga appoggiata in ogni modo, dalle vittime ma anche dai cittadini, perché si possa avere giustizia, almeno quella è dovuta, non gliela si può negare trincerandosi dietro a un muro di omertà.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

    Di seguito la lista delle persone attualmente in sciopero della fame che puoi consultare in qualunque momento ache al seguente indirizzo http://retelabuso.org/scioperodellafame-vittimepretipedofili/

    Per informazioni e adesioni;  info@retelabuso.org

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  • Abusi sui minori e Chiesa Cattolica

    Abusi sui minori e Chiesa Cattolica

    di Matteo Cresti

    Ciclicamente spuntano nuovi casi di abusi su minori da parte di sacerdoti e consacrati della Chiesa Cattolica. Fenomeno a macchia di leopardo, che per decenni è stato coperto dalle autorità ecclesiastiche, per opportunismo, lassismo o alle volte accondiscendenza, e che negli ultimi trent’anni è emerso sempre di più alla luce del sole, grazie alle voci delle vittime, alla pressione mediatica, e alle conseguenti spinte riformatrici di Ratzinger e Bergoglio.

    Questa volta a tornare alla ribalta su alcuni quotidiani è il caso di abusi nella diocesi di Ratisbona, in Germania. Diocesi famosa per uno sfortunato quanto mal interpretato discorso di papa Benedetto XVI, e per essere stata la “sede operativa” del meno famoso di lui fratello Georg, che vi avrebbe diretto il coro delle voci bianche, “Il Coro dei Passeri” come è chiamato, dal 1964 al 1994.

    Secondo quanto dichiarato dal Ulrich Weber l’avvocato della diocesi e del coro, che è stato incaricato di seguire i fatti, sarebbero ben 231 le vittime di abusi, da collocarsi tra il 1953 e il 1992, di cui una cinquantina sarebbero di natura sessuale, dalla semplice molestia fino allo stupro. Gli abusi sarebbero avvenuti sia all’interno del coro, che in due scuole primarie ad esso collegate.

    Anche il fratello del papa emerito, come già si supponeva, è coinvolto in questa storia di abusi, che però non sarebbero di natura sessuale. Egli si difende, ammette di aver picchiato con degli schiaffi i cantori che facevano delle cattive performance, ma poi sottolinea che questo era un costume dell’epoca, comune e condiviso nelle famiglie e nelle scuole.

    Weber però sostiene che non si sarebbe trattato solo di una qualche botticella occasionale, quanto piuttosto di un metodo impiegato su larga scala, e che anche grazie alla severità del monsignore e alla sua autoritarietà, avrebbe instaurato un clima di terrore e subordinazione.
    In ogni caso anche se ci fosse davvero un reato, ormai esso risulta prescritto. Altra cosa sono invece gli abusi sessuali, del quale mons. Georg Ratzinger dice di non aver mai saputo e sospettato nulla.

    Ancora troppo spesso emergono casi si questo genere, nugoli di vittime che reclamano giustizia per i comportamenti dissennati di un sacerdote, e la compiacenza dei suoi superiori. Ma è normale che sia così, perché la chiesa ha favorito un clima omertoso, che ha nascosto questi carnefici per decenni. Purtroppo per tanto tempo l’aura di sacralità che avvolgeva gli istituti religiosi, il potere che essi rivestivano, e il senso di vergogna che hanno contribuito a diffondere hanno fatto sì che solo oggi le vittime abbiano trovato il coraggio di raccontare ciò di cui erano state vittime.

    Il caso di Ratzinger, dunque non è di per sé né nuovo né presenta degli aspetti eccezionali, se ne continua a parlare solo perché coinvolge il fratello del pontefice non più regnante. Altrimenti, come tanti altri casi, sarebbe già finito nel dimenticatoio. Sfortunatamente, perché le vittime avrebbero tutto il diritto di essere ricordate, e noi dovremmo ricordare il fenomeno, perché ci rammentiamo di sorvegliare, sempre. Per ora, infatti, in Italia mancano grandi inchieste collettive, come questa della diocesi di Ratisbona o quelle delle diocesi statunitensi. Non che non ci siano mai stati violenze sessuali ai danni di bambini e giovani, magari, quanto piuttosto perché permane il clima di vergogna e di sudditanza. Né sono mai nate commissioni d’inchiesta ad hoc, come in altri paesi.

    Ed è proprio su questo che dovremmo riflettere. La pedofilia è orribile tanto che la commetta un prete o un elettricista. Le percosse certo non sono un bell’atto, ma ricordiamo che in alcuni di questi casi esse risalgono agli inizi degli anni ’50, da parte di sacerdoti che ad occhio e croce saranno nati nei primi del ‘900, che hanno visto la crudeltà delle due guerre mondiali e del nazismo, e che i metodi educativi dell’epoca erano quelli che erano.

    Non che si debba relativizzare a tutti i costi, un atto non può cambiare la sua natura a seconda del tempo e del luogo in cui è commesso, però è anche vero che fino a qualche decennio fa anche i nostri maestri elementari entravano in classe con la bacchetta (per la quale qualche vecchio docente prova ancora nostalgia). Un’altra cosa ancora è istaurare un clima di terrore o di sottomissione psicologica, ma anche questo è stata (e talvolta è) pratica corrente.

    Insomma bisognerebbe chiederci perché talune cose fanno notizia e altre no. Perché alcuni fatti, altrettanto gravi o interessanti, finiscono nel dimenticatoio, e alcuni non ricevono nemmeno l’onore di essere menzionati, ed altri invece sono sempre sulla cresta dell’onda. Se i giornalisti, come ama definirli la nostra direttora, devono essere i “cani da guardia del potere” non indagano anche se questo, vengono meno alla loro professione.

    Il giornalismo ha avuto un grande merito nel portare a galla tanti abusi, nel dare la voce alle vittime, che non hanno mai avuto uno spazio per poter raccontare la loro vicenda, ha contribuito a creare un clima di accusa e inchiesta, che ha costretto la Chiesa Cattolica a correre ai ripari e a prendere la situazione sul serio.

    Ma il giornalismo italiano dove è? Perché si riduce a raccontare una vicenda, che ha poco di nuovo, solo perché uno dei coinvolti è il fratello del papa emerito? Perché il giornalismo italiano non indaga sui crimini della chiesa italiana? Forse che la vicenda di Nuzzi e Fittipaldi, sebbene in modo diverso, ci continua a dire, che in Italia non siamo ancora pronti per fare “i mastini” contro la chiesa?