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    Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Di Massimo Mele – 29 Dicembre 2010

    Ieri l’ultima delle telefonate alla comunità incontro del discusso sacerdote. Da Roma al Vietnam, guai giudiziari di ogni genere, prima della tegola definitiva: rinvio a giudizio per abusi a minori.

    L’ultima occasione pubblica è stata ieri. A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E anche il premier, Silvio Berlusconi, per sentirsi migliore non esita a dedicare il suo natale a chi ha più bisogno: luogo prediletto per un saluto di vicinanza e di beneficienza è, da anni, la comunità Incontro di Don Piero Gelmini, ad Amelia, in Umbria. Se non di persona, almeno telefonicamente il presidente del Consiglio non rinuncia mai ad elogiare pubblicamente il lavoro dell’amico Piero.

    SIMILITUDINI – Ieri, per la seconda volta in due anni consecutivi, il Cavaliere ha scelto la comunicazione telefonica alla festa di Natale dell’associazione terapeutica che accoglie tossicodipendenti e sieropositivi nella campagna Umbria del paesino in provincia di Terni.

    Nel corso della telefonata Berlusconi non manca di divagare sul piano personale. Soprattutto, sugli attacchi che gli vengono rivolti in continuazione. «Cerco di imitarti — dice a don Gelmini — come tieni botta tu, tengo botta io. Se c’è qualcuno che è oggetto di diffamazione quotidiana sono io, mi hanno accusato di tutto, dalle stragi alla mafia». Ma è un motivo in più per non ritirarsi: «Non dobbiamo avere dubbi nell’andare avanti perchè deluderemmo tutti i nostri sostenitori, tutte le persone che hanno fiducia in noi».

    Così le parole della telefonata su Repubblica, e un parallelo davvero azzeccato: Berlusconi, come don Gelmini, “terrebbe botta” davanti ai reiterati attacchi di chi gli vorrebbe male. Di chi non avrebbe intenzione di lasciarlo in pace. E davvero, da Don Gelmini potrà trovare conforto, Berlusconi: se non altro perchè il sacerdote ha alle spalle una lunga sequela di guai con la giustizia, lunga quasi quanto quella del Premier. E’ fin dagli anni ‘70 il prete che svolge la meritoria attività di accogliere, indistintamente ed in tutto il mondo, diseredati, tossicodipendenti, sieropositivi, galeotti, ex-carcerati, per offrirgli l’occasione di una redenzione, di una nuova vita in comunità, un luogo in cui poter parlare liberamente dei propri problemi senza la paura di essere giudicati; ma accanto a tutto questo, don Gelmini è un cliente affezionato delle procure italiane. Un uomo in cui, come nell’abito talare, il bianco ed il nero si mischiano un po’.

    PADRE JAGUAR
     – E’ un vecchio articolo della Stampa, ripreso in tutte le salse dalla rete, a raccontarci l’identikit di don Piero Gelmini. Si era nei favolosi anni ‘70, ma la vita pubblica del sacerdote, allora, era appena iniziata.

    C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa. E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    Così Francesco Grignetti sul quotidiano torinese ripercorre i primi anni della vita di “Padre Jaguar”. Fratello, come abbiamo visto, di un altro sacerdote, quel padre Eligio che lo accompagnerà anche in alcune vicende giudiziarie ma che, come si apprende, era di casa nel jet-set del pallone italiano. Dalla sua casa di viale Vaticano, in cui abitava in quanto segretario di un alto cardinale, dopo l’incontro con questo tale Alfredo Nunzi, si trasferisce nella periferia residenziale di Roma, all’Infernetto.

    Mise, quindi, progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituirono l’ossatura e un’iniziale struttura organizzativa della Comunità Incontro. Si passava, così, dalla semplice attenzione al singolo all’elaborazione di un programma comunitario. Con l’apertura del Centro di Mulino Silla, il 27 settembre 1979, nasceva la prima realtà che darà l’impronta a tutti i Centri successivi. Attualmente, sono circa 200 le comunità presenti in tutte le regioni d’Italia e all’estero (Spagna, Thailandia, Canada, Bolivia, Costa Rica, Francia, Svizzera, Slovenia, Brasile, Stati Uniti).

    Così, riassuntivamente, la sua pagina di Wikipedia.

    GIRI POCO CHIARI – Ma mentre la sua attività umanitaria prendeva le prime mosse, continuava con ben altra caratura la vita pubblica e politica. Agganci importanti, referenti istituzionali, amicizie con politici e col bel mondo dei palazzi romani, affari, soldi che girano: dopo la scoperta di una Sudamerica-connection, le accuse della magistratura non tarderanno ad arrivare.

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita. I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione.

    Via di corsa dunque: destinazione, il sud-est asiatico, dove si poteva dare una mano a diseredati dalla guerra vietnamita e, quando avanzava tempo, anche truffare la famiglia presidenziale.

    Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    IN GALERA – Gelmini dunque, non riesce a stare fermo, e ovunque va finisce sulle prime pagine dei giornali per cause non sempre limpidissime. Fallita l’esperienza vietnamita, capisce che forse il gioco non vale la candela e che il suo paese lo chiama. Torna in Italia e affronta le conseguenze delle sue azioni precedenti all’espatrio.

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Insomma, fin dalla carcerazione all’inizio degli anni ‘70 si iniziano a manifestare pubblicamente alcune sue tendenze: diciamo che il prelato avrebbe avuto difficoltà a restare dentro i ranghi del voto di continenza sessuale. Il direttore del carcere, imbarazzato, ogni tanto disponeva a suo danno l’isolamento. Tornato in libertà, e scontata anche la pena ecclesiale, don Gelmini finisce di nuovo in carcere insieme al fratello, questa volta, per una storia di traffico di beni alimentari con l’Africa che poi risultò infondata. Ma il nome di Gelmini era ormai di dominio pubblico, e per il prete pensò che forse era il caso di tornare a dedicarsi all’attività umanitaria.

    INCONTRO – E’ la creazione della comunità Incontro

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Fondata la comunità, le polemiche intorno a padre Gelmini si arrestano? Neanche per sogno: nonostante la concessione quarantennale da parte del Comune, la comunità Incontro inizia ad espandersi in maniera incontrollata e non sempre legale. Abusi edilizi, la nuova grana in cui Gelmini si infila, tanto che finisce in contenzioso addirittura col comune della cittadina umbra. Il decreto che disponeva l’invio degli atti alla procura venne firmato dall’allora sindaco della cittadina umbra: Luciano Lama, il grande segretario della CGIL del 1977. Si era, al tempo dell’illecito urbanistico, all’inizio degli anni 90.

    Per una buona mezz’ ora Luciano Lama, senatore della Quercia, rinuncia al conforto della pipa. E parla senza pause. Parla e spiega come, da sindaco di Amelia, poltrona che ricopre da tre anni, sia balzato in sella a una mini-crociata “mani pulite” con la determinazione militante di un vecchio leone che non depone le armi. Lo scenario è da Peppone e don Camillo, ma stavolta, nella disfida, non tira aria di ricomposizione pacifica. Dall’ altra parte della barricata, c’ è don Pierino Gelmini, che governa una specie di città dentro la città, quella che ospita ben otto comunità per tossicodipendenti nel solo comune umbro di Amelia (targate Gelmini, sono 150 in Italia, qualche decina nel mondo). Lama ha denunciato il prete per abuso edilizio e ha scelto di firmare personalmente l’ atto d’ accusa, che poteva essere siglato da un semplice funzionario. “Quell’ uomo – sentenzia – gode di tali protezioni che non ho voluto consegnare ad altri la responsabilità di spedire gli atti in procura”, dice. La vicenda, la racconta lui stesso. “A seguito di un’ indagine dell’ ufficio tecnico, abbiamo scoperto che don Gelmini ha realizzato alcune opere senza licenza edilizia: un campo sportivo, una mensa, l’ allargamento di una strada con abbattimento di alberi, lo spostamento di alcuni muri di sostegno. Il tutto in un podere, quello di Cenciolello, che tredici anni fa il comune gli affidò in comodato, quindi gratis. Poi abbiamo deciso di vendere, e si sono spulciate le carte che prima non si era tenuti a verificare. Risultato: quelle licenze potevano benissimo essere autorizzate, però il prete se n’ è ben guardato di chiederle con prassi regolare. E sa perché? Perché si sente onnipotente e intoccabile”. La denuncia era obbligatoria. Ma è stata lo show down di anni di frizioni tra Amelia e il suo “scomodo” ospite. I quasi mille ex drogati, il 70 per cento dei quali sieropositivi o già ammalati di Aids, sfiorano infatti il dieci per cento della popolazione del comune e suscitano reazioni di rigetto da parte della gente infastidita di vederli circolare liberamente. L’ anno scorso, duecento genitori insorsero perché due bambini sieropositivi furono iscritti alla scuola pubblica. Alcune famiglie minacciarono di ritirare i propri figli. “Ma la gente si irrita soprattutto per l’ invadenza del personaggio e per la sua ‘ disinvoltura’ affaristica – nota Lama, col fervore di un paladino dei deboli contro un potente che non ha mai nascosto le sue simpatie craxiane -. Don Gelmini ha soldi in quantità. Lo Stato e la Regione lo foraggiano, e ci sono i cospicui lasciti dei privati. Così apre cantieri che il bilancio del comune neppure si sogna. Prenda Silla, alle porte di Amelia. Una città “gelminiana”. Lì sorgerà il centro internazionale delle comunità ‘ Incontro’ . Un investimento immobiliare imponente. Si dice anche che il prete abbia messo gli occhi sul vecchio carcere in disuso, proprio di fronte al municipio, dove andranno i drogati col trattamento di semilibertà previsto dalla legge. E appena dieci giorni fa ha acquistato il monastero di Santa Monica (700 milioni) dove ha fatto sapere che abiteranno dieci suore. In realtà, sembra che ci finiranno alcuni suoi ex ospiti che continuano a collaborare come istruttori della comunità. Un specie di albergo di lusso. Le altre comunità, come ‘ Abele’ , funzionano benissimo senza questa frenesia del mattone. Ad Amelia rischia invece di incrinarsi la pace sociale davanti a un signore che fa quel che gli pare. E, badi, non c’ è nessuna intenzione persecutoria da parte nostra. Tant’ è che abbiamo già dato via libera a 60 mila metri quadri di cemento.

    Così raccontava la storia la Repubblica.

    LA POLITICA – Le amicizie con la politica, dunque, per la prima volta saltano fuori nel discorso pubblico che riguarda don Gelmini da Amelia. E ricordiamocele, perchè ci torneranno utili fra pochissimo: salteranno di nuovo fuori nel luogo più inimmaginabile. Intanto la segnalazione di illecito urbanistico cammina, e don Gelmini finisce sotto l’inchiesta formale che la procura apre.

    Il fondatore della comunità “Incontro” è finito sotto inchiesta perchè è vicepresidente della cooperativa “Terra nostra”, una delle tante create dai suoi ragazzi impegnati anche in varie attività per uscire dal tunnel della droga. Analogo provvedimento è stato preso anche nei confronti del presidente della società Claudio Legramante. La cooperativa, secondo la denuncia presentata dal Comune, avrebbe realizzato abusivamente un campo di calcio, un forno, costruzioni ad uso abitativo, scale e viali lastricati, una rimessa per attrezzi agricoli, alcuni muretti e, sempre in località Cenciolello, risulterebbe non in regola l’ installazione di alcuni prefabbricati destinati a cucine e refettori. Don Pierino Gelmini per queste costruzioni aveva a suo tempo presentato tutte le richieste di autorizzazione necessarie. Ma in Comune furono respinte. Venerdì il magistrato compirà un primo sopralluogo nella zona delle costruzioni abusive.

    Ma forse erano stati i ragazzi ad essersi allargati un po’ troppo, e Gelmini era responsabile solo in veste strettamente formale. D’altronde, la comunità Incontro era diventata ormai un’istituzione che accoglieva centinaia di uomini e donne in difficoltà, gli spazi iniziavano a servire, e qualcuno evidentemente per gettare il cemento non aveva aspettato tutte le autorizzazioni necessarie. Ma insomma, fosse stato solo questo il problema: le questioni serie, e serie davvero, stavano per arrivare.

    ABUSI SESSUALI – Don Gelmini è stato di recente rinviato a giudizio per casi di pedofilia e abusi sessuali all’interno della comunità Incontro. Sono oltre 12 le persone che lo accusano, alcune delle quali minorenni al tempo del fatto: secondo chi si pretende vittima, il prete avrebbe abusato del proprio carisma e della propria autorità per costringere gli ospiti della sua struttura a tribiutargli le attenzioni che lui chiedeva. Nel corso delle indagini preliminari, oltre 10 persone accettano di sottoporsi all’incidente probatorio, in modo che la loro deposizione possa essere cristallizzata e utilizzata come prova indiscutibile.

    Una decina di ragazzi sarebbero stati costretti a subire le sue attenzioni, obbligati a soddisfare i suoi desideri particolari. Tra loro, anche due giovani che all’epoca dei fatti erano minorenni. La Procura di Terni chiede il rinvio a giudizio di don Pierino Gelmini. Un anno dopo l’avvio degli accertamenti sul suo conto, sollecita il processo per il fondatore della comunità Incontro per violenza sessuale. I magistrati ritengono dunque attendibili i racconti di quegli ospiti della struttura di Amelia, in Umbria, che cercavano di uscire dalla tossicodipendenza e hanno affermato di essere stati «molestati, palpeggiati, costretti ad atti sessuali». E chiedono che vengano giudicati anche i collaboratori più stretti, Giampaolo Nicolasi e Pierluigi La Rocca. Li accusano di favoreggiamento per aver tentato di convincere i testimoni a ritrattare. «Pressioni in cambio di soldi », dice l’accusa. E per sostenere la fondatezza di questa circostanza elenca i viaggi e i contatti con le presunte parti lese. Ma chiede anche il processo per Patrizia Guarino, la madre di uno dei ragazzi che avrebbe subito le violenze. La donna avrebbe avvertito don Gelmini delle indagini in corso e avrebbe poi accettato denaro per condizionare il figlio. In particolare è stata trovata traccia di un vaglia online di 500 euro. A mettere nei guai il sacerdote sono state le testimonianze di oltre trenta persone che hanno raccontato come don Gelmini li chiamasse nella sua stanza e poi li inducesse a partecipare a giochi erotici. Ma poi si è deciso di inserire nel capo di imputazione soltanto gli episodi che, secondo l’accusa, «erano certamente provati».

    Piccoli favori, pochi spiccioli in denaro, storie ovattate di comunità di recupero, tu dai a me, io do a te: dai, su, che sarà mai.

    AIUTATI CHE DIO T’AIUTA – E invece qualcuno si risente. Anche perchè don Gelmini, per convincere i suoi ospiti a concedersi a lui, metteva sul banco da vendita utilità di ogni genere: e vista l’eterogeneità dei suoi ospiti, qualche piatto ricco che poteva convincerli c’era sempre. Come la promessa, fatta magari a qualche detenuto in attesa di giudizio affidato alla sua comunità, o qualche arrestato ai domiciliari presso Incontro, di oliare le rotelle giuste per favorirlo.

    Nelle carte depositate al termine delle indagini c’è il verbale di Michele Iacobbi, 34 anni, il principale accusatore di don Pierino, che all’epoca era agli arresti domiciliari presso la comunità. È stato lui a presentare la prima denuncia. E ha accusato il sacerdote di aver sfruttato anche le sue amicizie politiche per convincere lui e gli altri giovani tossicodipendenti a soddisfare le proprie esigenze. «Mi disse — ha messo a verbale Iacobbi — che siccome io ero accusato di mafia lui poteva parlare con Berlusconi, con Taviani e anche con l’ex senatore Imposimato per farmi avere una pena più lieve». La sua testimonianza è stata ritenuta pienamente attendibile e nel capo di imputazione a don Gelmini viene contestato di aver violentato i ragazzi «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze». Una tesi che il difensore Filippo Dinacci ha contestato nella sua memoria sottolineando la «completa infondatezza delle denunce presentate».

    Il processo per don Gelmini, rinviato a giudizio dalla procura che ha giudicato queste prove sufficienti per aprire una vicenda processuale, comincerà nel marzo prossimo. Il prete incassa la solidarietà di Silvio Berlusconi, che, assimilandolo a lui, lo considera un perseguitato dalle toghe rosse “che lo accusano di tutto”. Ad accusarlo, in verità, sono gli ospiti della sua comunità che si affermano vittime delle sue attenzioni illecite. Ma difendere un compagno di politica, per il centrodestra italiano, sembra essere prioritario.

    Al sacerdote è giunto il sostegno del centrodestra, schieramento per il quale era da tempo un punto di riferimento. “In Italia e in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di ragazzi e di famiglie ritrovano la vita e il sorriso grazie all’opera infaticabile di don Pierino Gelmini”, ha detto il deputato di An Maurizio Gasparri, la cui “devozione nei confronti di uno dei pochi eroi civili del nostro tempo è convinta e totale”. L’Udc Luca Volontè ha parlato di “furore anticattolico” e ha invitato il ministro della Giustizia Mastella a inviare degli ispettori nella procura di Terni. Vladimir Luxuria, deputata di Rifondazione Comunista, ha invece chiesto di “non fare assoluzioni preventive” e di non “assolvere una persona indagata per reati così gravi solo perché è un sacerdote”.

    Così le dichiarazioni degli esponenti politici al tempo dell’apertura delle indagini su Gelmini. Maurizio Gasparri era stato il presidente del comitato dei festeggiamenti per gli 80 anni del sacerdote. Silvio Berlusconi, lo abbiamo visto, lo chiama ogni anno per dargli solidarietà. Alle sue vittime, forse, penseranno i giudici, prima di essere investiti dall’ennesima accusa di essere toghe politicizzate che usano le loro funzioni per colpire gli avversari politici. L’assoluzione politica per il prete che ammoniva contro l’invasione dell’Islam ai danni dell’Europa nei convegni di Alleanza Nazionale è invece già stata assicurata.

    Da Giornalettismo.com

  • I gay credenti del Guado difendono don Pezzini, il prete che abusò di un minorenne

    I gay credenti del Guado difendono don Pezzini, il prete che abusò di un minorenne

    pubblicato: giovedì 23 dicembre 2010 da giovanni molaschi

    Di don Pezzini, il sacerdote condannato a 10 anni di carcere dopo aver abusato di un minorenne, continuiamo ad occuparci. Prima di farlo è necessario precisare due concetti che forse sono sfuggiti a chi ha commentato la prima notizia che abbiamo scritto sul sacerdote.

    La pedofilia è una malattia non un genere sessuale. Chi soffre di questa patologia non ne parla in pubblico. Davanti agli altri preferisce allinearsi. Don Pezzini, da quando era stato allontanato dalla diocesi di Lodi, come lui stesso racconta qui, aveva preferito frequentare gay e lesbiche. Con loro aveva creato un gruppo di preghiera: il Guado. Qui l’intervista a Gianni Geraci.

    La vicenda di don Pezzini, proprio per la sua vicinanza ad un gruppo di preghiera omosessuale, non fa bene all’emancipazione dei gay italiani. Questo dato di fatto non è un motivo valido per far archiviare ai media arcobaleno la storia. Anche di quello che non ci piace abbiamo il dovere morale di scrivere.

    Fatte queste doverose premesse, una volta e per tutte, ragioniamo su quanto è successo dopo la condanna a don Pezzini. Il Guado, l’associazione di gay credenti nata con il contributo del sacerdote, ha preso le distanze dalla sentenza di condanna:

    “Sarebbe inutile nascondere il nostro sconcerto, anche perché questa sentenza sembra incompatibile con la figura sacerdotale che abbiamo conosciuto noi: quando si occupava del Guado e quando, successivamente, ha aderito all’invito, che gli abbiamo rivolto più di una volta, di venirci a presentare i suoi libri.

    Nonostante questo sconcerto vogliamo però sottolineare il debito di riconoscenza che ci lega sempre e comunque a don Domenico, perché le iniziative che ha promosso, le cose che ci ha detto e le cose che ha scritto restano per noi ancora un punto di riferimento importante”.

    Queste dichiarazioni non sono piaciute ad Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia:

    “Cari amici de Il Guado pur condividendo il vostro sconcerto e comprendendo il fatto che la figura di Don Pezzini è sempre stata importante per la storia dell’intero movimento dei gruppi dei gay credenti, mi impressiona il fatto che in questo vostro scritto non ci sia una parola di solidarietà nei confronti della vittima, ovvero del ragazzo violentato a 13 anni.

    Trovo questo atteggiamento gravemente omissivo, e curiosamente tutto teso a difendere e proteggere la figura di don Pezzini amico, senza alcun riguardo per la parte lesa. L’assenza di parole a volte è assai più pesante di scritti roboanti, e il vostro silenzio mi fa riflettere”.

    http://www.queerblog.it/post/9861/i-gay-cr…di-un-minorenne

  • Nuove denunce per don Giovanni Usai

    Nuove denunce per don Giovanni Usai

    Nuove denunce per don Giovanni Usai, il sacerdote da due giorni agli arresti domiciliari in una comunità religiosa di Oristano, con l’accusa di violenza sessuale e favoreggiamento della prostituzione.

    I carabinieri del Nucleo antisofisticazioni (Nas) e i colleghi del Nucleo ecologico addebitano, infatti, a don Usai numerose irregolarità nella gestione della comunità di recupero dei detenuti “Il Samaritano” di Arborea, di cui il sacerdote è fondatore e responsabile, e al cui interno opera una cooperativa agricola.

    In particolare, a don Usai è stata contestata la detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione e la macellazione clandestina, per le precarie condizioni igieniche dei locali (cucina e deposito), e per la presenza di vecchi residui di lavorazione e sporcizia varia, ed anche per la macellazione di bovini e ovi-caprini in locali non autorizzati. A don Giovanni Usai, inoltre, sono state contestate alcune violazioni di natura amministrativa: la mancanza di autorizzazione sanitaria per la preparazione di alimenti del personale preposto; e la detenzione nell’allevamento di quindici suini, privi del marchio aziendale e non inseriti nel registro di carico e scarico. I carabinieri hanno,quiondi, posto sotto sequestro beni per un valore di circa sessantamila euro. Tra questi, una cella frigo, quattro congelatori, animali d’allevamento (15 maiali) e un ingente quantitativo di carne (300 chili), formaggi (50 chili) e latte (260 litri).

    www.angeloporcheddu.it/dblog/storico.asp

    Don Usai il sacerdote accusato di violenza sessuale, comparirà oggi in tribunale l’interrogatorio .
    Gexplorer.net Notizie Italiane

    Comparirà oggi in tribunale per l’interrogatorio di garanzia don Giovanni Usai, il sacerdote che gestisce la casa per ex detenuti Il Samaritano, arrestato martedì con l’accusa di violenza sessuale e favoreggiamento della prostituzione. A queste accuse si sono aggiunte anche quelle dei Nas che hanno sequestrato nella comunità merci e attrezzature per 60mila euro.

    don Giovanni Usai

    L’interrogatorio del sacerdote, inizialmente previsto per ieri , si terrà dunqueoggi, su richiesta dell’avvocato Anna Maria Uras. Il rinvio è stato motivato con la necessità di esaminare la documentazione presentata dall’accusa e nella quale si sostiene che don Usai, da più di 30 anni impegnato a favore dei detenuti, soprattutto di quelli extracomunitari, non avrebbe esercitato il necessario controllo sugli ospiti della Comunità “Il Samaritano”, in particolare sulle donne, che erano detenute in affidamento e dovevano rispettare precisi obblighi imposti dal Tribunale di sorveglianza.

    INTERROGATO IL NIGERIANO E’ durato solo pochi minuti l’interrogatorio di garanzia di Alphonsus Eze, il nigeriano di 35 anni arrestato per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione nell’ambito dell’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari il direttore della Comunità per il recupero di detenuti ed ex detenuti “Il Samaritano”, don Giovanni Usai. L’imputato, assistito d’ufficio dall’avvocato Antonello Cosseddu, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Secondo l’accusa faceva da palo fuori dalle stanze dove alcune ospiti della Comunità, tutte donne nigeriane, si prostituivano e in una di queste occasioni avrebbe intascato una percentuale sulla tariffa pagata dal cliente per la prestazione.

    L’INDAGINE – Secondo i Carabinieri il via vai di persone estranee nei locali del Samaritano era molto intenso e la cosa, che andava avanti almeno dal 2005, non sarebbe dovuta sfuggire al religioso. Don Usai deve rispondere anche di un’accusa particolarmente infamante per un sacerdote: violenza sessuale per un episodio avvenuto nel 2009.

    Secondo gli inquirenti avrebbe chiesto a una nigeriana una prestazione sessuale in cambio dell’assunzione a tempo indeterminato, poi concessa, che le avrebbe consentito di ottenere il permesso di soggiorno e restare in Italia. L’inchiesta scattata all’inizio del 2010 ha portato all’arresto anche di un nigeriano di 35 anni, Eze Alphonsus, il quale pare facesse da palo alle ragazze durante gli incontri a pagamento e, in almeno un’occasione, si sarebbe anche fatto consegnare una percentuale sul compenso. Solo di favoreggiamento deve rispondere anche un terzo ospite della Comunità, anche lui nigeriano, che però è sfuggito all’arresto e ora è ricercato. Nessuno dei collaboratori del sacerdote arrestato crede alle accuse e qualcuno parla addirittura di un complotto orchestrato per danneggiare la Comunità. Tutti sono rimasti al loro posto di lavoro, continuando le normali attività.

    LA DIOCESI – L’arcivescovo di Oristano, Ignazio Sanna, in ritiro nella comunità di Schoenstatt, in Germania, con una nota pubblicata ieri sul sito della Diocesi, si è detto “dispiaciuto e sorpreso” per quanto accaduto, comunque “vicino nella preghiera a don Giovanni e fiducioso nel corso della giustizia”. L’arcivescovo invita tutto “il presbiterio arborense a unirsi nella preghiera per un proprio confratello che in questo momento sta soffrendo”. Monsignor Sanna rientrerà a Oristano questo pomeriggio e spera di avere la possibilità di incontrare don Giovanni già venerdì 31. Nel frattempo ha già convocato il Collegio dei consultori della Diocesi in vista di una decisione sulla nomina di un commissario per la Comunità Il Samaritano e di un nuovo cappellano per la casa circondariale di Oristano.

    DENUNCIA DEI NAS – Nuovi guai giudiziari per il direttore della Comunità di recupero “Il Samaritano” don Usai. Il religioso è stato denunciato anche per detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione e macellazione clandestina. Le nuove contestazioni sono arrivate al termine di una perquisizione eseguità nella comunità dai Carabinieri della Compagnia di Oristano con la collaborazione dei colleghi del Nucleo antisofisticazioni e del Nucleo operativo ecologico. A don Usai sono state addebitate una serie di sanzioni amministrative per la preparazione di alimenti da parte di personale privo delle necessarie autorizzazioni sanitarie e per detenzione di 15 maiali privi del marchio col codice aziendale e non inseriti nel registro di carico e scarico. Durante l’operazione dei Carabinieri sono stati sequestrati alimenti e attrezzature per un valore di circa 60 mila euro.

    L’UnioneSarda

  • Ordinazione Presbiterale 08/06/1991 Compagnia di Gesù (Gesuiti) (S.I.)

    Ordinazione Presbiterale 08/06/1991 Compagnia di Gesù (Gesuiti) (S.I.)

    Usadi Giovanni Percolla
    Pedofilia, a Roma un gesuita nei guai
    pubblicato il 13 dicembre 2010

    Oggi insegna a Roma, negli anni Settanta avrebbe abusato di un bambino di 14 anni in Usa. Ma lui si difende: “Avevo 17 anni all’epoca, è impossibile che mi accusino”

    mea culpa large msg 120156036938 Pedofilia, a Roma un gesuita nei guaiUn gesuita statunitense che ora insegna liturgia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, padre Keith Pecklers, è stato accusato di molestie sessuali da una presunta vittima negli Stati Uniti.

    LA STORIA – Keith Brennan, che ora ha 48 anni, è stato ascoltato alla commissione per gli affari giurisdizionali del Senato del New Jersey nel quadro di un’indagine sui reati di pedofilia. Gli abusi sarebbero iniziati nel 1976 quando Brennan aveva 14 anni e il futuro sacerdote – all’epoca direttore musicale della parrocchia di St Paul – diciasette. Parlando delle sue esperienze in pubblico per la prima volta, Brennan ha ricordato i quattro anni di abusi sessuali che ha subito da parte del personale della Chiesa, a partire da quelli di Pecklers. Dopo gli abusi del maestro, Brennan ha preso il coraggio a quattro mani e ha confessato tutto al diacono della Chiesa, Thomas Stanford, che per tutta risposta lo ha iniziato all’abuso di alcool e droga e ha abusato a sua volta di lui. “Trentaquattro anni sono passati, ma non ho dimenticato un solo giorno, un singolo dettaglio della mia abuso”, ha detto Brennan.

    23315 125805054113099 4402 n Pedofilia, a Roma un gesuita nei guaiUN GESUITA IMPORTANTE – Pecklers, che è diventato un sacerdote, oggi è un gesuita studioso di primo piano: è professore di Liturgia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha scritto o ha partecipato alla stesura di nove libri, ed è un commentatore abituale degli affari del Vaticano per i media americani: ha affrontato anche il tema dell’abuso sessuale dei preti. Raggiunto telefonicamente dall’NJ in Italia, Pecklers non ha ammesso di aver avuto contatti sessuali con Brennan, ma ha detto che gli abusi non hanno potuto aver luogo perché anche lui all’epoca era un ragazzo. Negli anni Settanta ero studente, io stesso minorenne, per cui sarebbe impossibile essere accusato di questo tipo di cose. Avevo 17 anni, questo è tutto”. Brennan ha dichiarato in una successiva intervista che Pecklers ha iniziato a molestarlo un mese prima di compiere 18 anni, e ha continuato dopo la maggiore età. Soltanto nel 2008, dopo aver sofferto di depressione, ansia, attacchi di panico, disurbi alimentari e con la paura di aver contratto l’Aids, si è deciso a contattare un avvocato e adire le vie legali.

    http://www.giornalettismo.com/archives/103630/pedofilia-un-gesuita-nei-guai/

  • Per un cattolico il sacerdozio non è un diritto né una carica. Dovrebbe essere un servizio.

    Per un cattolico il sacerdozio non è un diritto né una carica. Dovrebbe essere un servizio.

    Infatti, per un cattolico il sacerdozio non è un diritto né una carica. Dovrebbe essere un servizio.

    Ma questo è vero solo in toria, visto che il sacerdozio è il principale strumento per fuggire dai morsi della fame e della miseria nei paesi poveri. Era così anche in Italia fuino alla fine degli anni ’60.

    Ora il sacerdozio è spesso la via di fuga da problemi esistenziali, in particolare dal disagio affettivo. Disagio per la propria omosessualità non accettata o mal vissuto o anche per l’incapacità stabilire normali relazioni affettive on l’altro sesso.

    A volte poi i sacerdoti sono gli scarti della soietà, i non buoni ad altro.

    Poi se uno è stato cacciato da 4 seminari significa che per molti reclutatori non c’era proprio speranza in questi anni di crisi di vocazioni.

    Responsabili della sua mort sono quindi quelli che lo hanno incoraggiato fino a 7 giorni dall’ordinazione.

    http://www.lanazione.it/umbria/cronaca/201…ere_fango.shtml

    “Polvere e fango
    ai piedi di questo fratello”

    Ai funerali del diacono suicida le aspre parole del vescovo Scanavino

    Orvieto, 3 dicembre 2010 – Lo ha accolto all’ingresso dalla casa del Signore per l’ultima volta come un padre affettuoso, sfidando il vento gelido, e dall’altare ha chiesto perdono a Dio per se stesso, ma anche per una “Chiesa che sta crescendo in tanti suoi esponenti di spicco, ma ha ancora bisogno di crescere nell’amore”.

    È stato uno dei passaggi salienti che il vescovo monsignor Giovanni Scanavino ha scandito a voce ritmata, ieri pomeriggio, celebrando in Duomo le esequie del diacono Luca Seidita, il ventottenne pugliese che si è tolto la vita gettandosi dalla rupe dopo che la Santa Sede si era opposta alla sua ordinazione sacerdotale, già in programma per il 7 dicembre e “benedetta” dallo stesso vescovo contro il parere del Vaticano che non lo riteneva maturo, nè adatto a fare il prete.

    Pur di consentire a don Luca di coronare l’aspirazione della vita, padre Giovanni ha sfidato la Santa Sede e ieri pomeriggio gli occhi delle centinaia di persone presenti in Duomo erano tutte concentrate su di lui per carpirne ogni minima espressione, debolezza o cenno di sfida che fosse.

    Soltanto la solennità del dolore è riuscita a sopire per un’ora, e a malapena, il brusio che, da due giorni, arde come un fuoco sotto la cenere di questa immane tragedia, alimentando un rumore di sottofondo nutrito da illazioni sulla vita personale e le frequentazioni di Luca (il vescovo ha dovuto chiarire di non aver alcun elemento sulla sua presunta omsessualità), ma anche sui veleni che sarebbero sparsi da tempo all’interno della Curia orvietana, con alcuni prelati inclini a non disdegnare qualche passo falso del vescovo pur di metterlo in cattiva luce a Roma o, addirittura, disponibili a far trapelare qualche parola di sbieco e tutt’altro che benevole verso il loro pastore.

    Maldicenze, piccinerie, bassezze che il vescovo stesso ha voluto scacciare come mercanti dal tempio. “Chiediamo perdono per la polvere e il fango che sono stati gettati ai piedi di questo fratello”, ha invocato monsignor Scanavino. Ma a sentirsi in colpa per non aver saputo proteggere fino in fondo il fragile Luca è soprattutto il vescovo, che ha implorato anche “perdono a Dio per non essere stato in grado io, suo padre affettuoso, di parargli questo colpo”.

    La celebrazione in cattedrale è stata voluta fortemente da Scanavino come una sorta di compensazione di quella festa per l’ordinazione a cui il ragazzo nato in un paesino della Puglia e che aveva da poco perso il padre, non avrebbe avuto modo di vivere e gustarsi.

    E mentre il vescovo scoppia in lacrime davanti a tutti, viene in mente la semplice frase che amava ripetere madre Teresa, ma che in troppi avevano dimenticato parlando per mesi di don Luca e della sua vita: “Se giudichi gli altri, in verità non hai tempo per amarli”.

    CLAUDIO LATTANZI

    Cristianesimo e suicidio del diacono Luca Seidita Stampa E-mail

    Pontifex.RomaI giornali hanno dato ampio spazio al suicidio del diacono a cui era stata sospesa l’ordinazione sacerdotale. Ho conosciuto personalmente don Luca Seidita pochi mesi fa a Napoli, i miei amici padri Agostiniani del Vomero mi avevano invitato qualche giorno da loro perché il vescovo di Orvieto mons Giovanni Scanavino che è un agostiniano del loro ordine si recava nella loro parrocchia a fare le cresime. In quell’occasione conobbi don Luca che era segretario vescovile, cerimoniere e autista dell’alto prelato. Parlai a lungo con don Luca che mi dette anche il suo numero di cellulare invitandomi ad Orvieto alla sua ordinazione sacerdotale. Ho dei ricordi meravigliosi di quei giorni perché mons. Scanavino è una persona amabilissima e di grande intelligenza e cultura e ci fece molto ridere con le barzellette che ci raccontava in un modo molto arguto e ricordo don Luca come un giovane assai simpatico. Non sapevo che Luca avesse avuto un iter …

    … tormentato per arrivare al sacerdozio a causa di sue difficoltà nello studio ma certamente posso categoricamente escludere che avesse problemi di omosessualità come qualche cattiva lingua ha messo in giro, anche perché i “gay” si riconoscono facilmente…

    D’altro canto anche il povero mons. Martinelli ammazzato in Turchia era stato falsamente accusato di ciò…indubbiamente l’accusa di essere pedofili o omosessuali è una calunnia molto frequente nei riguardi del clero cattolico ed è quasi impossibile che un prete oggi non sia toccato da tale calunnia…. Certamente se mons. Scanavino sapeva che c’erano problemi per l’ordinazione di Luca avrebbe fatto bene prima a chiarirli con i dicasteri romani e poi a dare, una volta risolti, una data di ordinazione in modo da evitare la tragedia dell’annullamento della data di ordinazione con la conseguente vergogna..

    Comunque don Luca che si è suicidato per l’annullamento della data di ordinazione voluta dal Nunzio Apostolico in Italia ( il Papa non c’entra niente e non interviene neppure nelle ordinazioni dei vescovi…) era stato duramente provato psicologicamente per la morte del padre poche settimane fa e nella lettera ha chiesto perdono a Dio per questo gesto che il Vangelo non tollera e ha chiesto preghiere per la sua anima. Per il cristianesimo: la vita umana è preziosissima ed il suicidio è un atto gravemente malvagio; Dio non è una divinità lontana, bensì una Persona amorevole a cui chi soffre può rivolgersi, chiedere conforto, ascolto, ecc. Cristo per infinito amore ha patito le più atroci sofferenze fino alla morte in croce.

    E’ un Uomo-Dio che, per redimerci, assume su di sé liberamente la sofferenza, offre il dorso ai flagellatori, si sdraia sulla croce ed offre se stesso come modello di uomo sofferente e come compagno. Così, noi cristiani sappiamo che la nostra sofferenza è feconda e dunque possiamo sopportarla: la nostra sofferenza ci fa partecipare alla redenzione operata da Cristo in nostro favore (la redenzione da lui operata sulla croce, infatti, non giova affatto a Dio, bensì all’uomo, ha il fine di riscattarlo dal male); la sofferenza può essere da noi offerta per il bene di coloro che amiamo; in Cristo abbiamo un modello ed un compagno, che ci insegna a rendere feconda la sofferenza.

    Don Luca oggi che ti faranno i funerali ad Orvieto celebrerò qui a Campagna nella mia parrocchia di Santa Maria La Nova la santa messa in suffragio per te..

    Caro Luca Riposa in Pace!

    Don Marcello Stanzione

  • Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Dopo il servizio tv realizzato con telecamera nascosta era stato sospeso e inviato in una comunità di cura

    BERGAMO – Si è tolto la vita gettandosi sotto un treno, il sacerdote bergamasco di 51 anni, S.R., che alcuni mesi fa era finito nel mirino della trasmissione tv Le Iene con l’accusa di aver molestato due ragazzi fingendo di fornire loro un supporto spirituale. La tragedia si è consumata intorno alle 11.30 di domenica, quando il sacerdote si è gettato sotto un convoglio lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, nelle campagne tra Masano e Pagazzano, in provincia di Bergamo. L’allarme è scattato immediatamente. Sul posto sono intervenuti gli agenti delle polizia ferroviaria di Treviglio (Bergamo) e un equipaggio del 118. I soccorsi si sono però rivelati inutili perchè l’uomo è morto sul colpo. Il caso era scoppiato nell’aprile scorso quando un inviato del programma Le ienedi Italia 1, senza rivelare il luogo in cui era stato realizzato il servizio, lo aveva intervistato smascherandolo. Il prete aveva infatti tentato un approccio anche con lui. Solo un paio di mesi dopo si era appreso che si trattava di un sacerdote del santuario di Caravaggio (Bergamo) che nel frattempo era stato sospeso dalle sue funzioni e inviato in una comunità di cura. Oggi la tragedia.

    LA TRAPPOLA – La trasmissione de ‘Le Ienè che ha smascherato il sacerdote è andata in onda ad aprile: alcune immagini riprendevano il prete mentre faceva avances a un attore che si era finto omosessuale al santuario di Caravaggio, nella Bassa Bergamasca. La scusa dell’incontro, infatti, era proprio quella di potere incontrare il prete per confidarsi in merito alle inclinazioni omosessuali. E così il religioso, originario di Masano di Caravaggio, era caduto nella trappola e, dopo pochi minuti di colloquio, si era lasciato andare a comportamenti impropri che la telecamera nascosta aveva impietosamente registrato. A distanza di un paio di mesi dalla trasmissione del servizio, il prete era stato rimosso dall’incarico. A firmare il provvedimento è stato monsignor Dante Lanfranconi, vescovo di Cremona (diocesi da cui dipende il santuario di Caravaggio), al quale era stato subito segnalato il caso dopo la denuncia del caso alla televisione.

    GIOVANE ATTORE – La vicenda era cominciata quando alla redazione delle Iene è arrivata la segnalazione di un ragazzo residente nella Bassa Bergamasca che accusava il sacerdote di averlo molestato dopo che era andato da lui a cercare conforto per suoi problemi familiari. La redazione del programma di Italia 1 ha allora inviato a Caravaggio un giovane attore che, fingendosi minorenne e omosessuale, si è presentato al prete per confidargli le sue preferenze sessuali. Dal video mandato in onda, si capisce che il sacerdote abbraccia il ragazzo e tenta di baciarlo. Successivamente, un altro inviato della trasmissione tv è andato ad incontrare il prete, chiedendogli conto di ciò che aveva fatto. «Forse ho esagerato, lasciandomi andare senza accorgermene» ha ammesso il sacerdote, spiegando di aver agito per aiutare il ragazzo.

    TRASFERIMENTO – Nonostante gli accorgimenti messi in atto per non svelare l’identità del sacerdote, chi conosceva il prete ha capito subito che si trattava di lui, e ha avvisato il vescovo di Cremona, che il giorno dopo la messa in onda è andato a trovarlo al santuario e lo ha sollevato dall’incarico. Il prelato spiegò che si trattava di una sospensione provvisoria, poichè «i casi di questo genere – disse – vengono poi trattati a Roma. Dal nostro punto di vista non possiamo prendere altre decisioni, nè aggiungere alcun commento. Possiamo solo aspettare». Il sacerdote che si è ucciso stava seguendo un percorso di recupero psicologico e spirituale. (Fonte Ansa)

    http://www.corriere.it/cronache/10_novembre_28/suicida-prete-molestie-iene_95e2550c-fb1c-11df-abbf-00144f02aabc.shtml

  • Fuori dall’ombra

    Fuori dall’ombra

    È il 2006 quando gli ex allievi del Provolo di Verona, un istituto cattolico per non udenti, si rivolgono al vescovo per informarlo degli abusi sessuali subiti da parte dei religiosi per più di trent’anni. La Curia, in grande imbarazzo, prima smentisce, poi minimizza. È la più importante denuncia pubblica della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica italiana: all’estero è uno choc, ne parla anche il New York Times; da noi, la stampa sembra quasi non accorgersene.

    Secondo quanto scrivono Mary Gail Frawley-O’Dea e Virginia Goldner in Atti impuri, tra il 1950 e il 2004 negli Stati Uniti si stimano tra i 40mila e i 60mila minori abusati; l’arcivescovo Silvano Tomasi, ossevatore della Santa Sede all’Onu, ha dichiarato che «nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% ha commesso atti di questo tipo». Dal 2000 in Italia, a detta del segretario della Cei Mariano Crociata, sono emersi un centinaio di casi di molestie. Le fonti continuano a essere fangose. Il 31 ottobre scorso a Roma, convocati dalla fondazione americana Survivors Voice, sono arrivati da tutte le parti del mondo per protestare contro la reticenza del Vaticano; un grido che ancora una volta si è fermato ai margini di piazza San Pietro.

    Silvia Amodio, che da anni ritrae con sensibilità il dolore degli altri, ha voluto unirsi a questa lotta. Ne è nato un progetto fotografico senza precedenti che porterà a una mostra 
itinerante e a un libro. «Ho allestito, un po’ alla buona, il set che mi sono trasportata in treno da Milano, nella speranza che qualcuno accettasse di farsi fotografare. Non sapevo che cosa ne avrei fatto, anche perché una delle vittime mi aveva avvertita: “nessun giornale pubblicherà le foto”. Ma sono andata avanti. Ritrarli per me significava farli finalmente uscire dall’ombra.Da parte loro, voleva dire avere il coraggio di affrontare la luce».

    Per posare si sono vestiti di nero, in segno di lutto per l’infanzia negata. «Chi è uscito allo scoperto si è liberato di un peso e può finalmente riprendere in mano la propria esistenza. Mi piaceva l’idea che uno scatto segnasse queste due fasi della vita». Silvia è stata incaricata di seguire ufficialmente tutti i ritrovi di Survivors Voice: il prossimo appuntamento è per il 25 giugno 2011 a Washington. L’Italia se ne accorgerà, questa volta?

    Francesco Zanardi, Italia
    Si chiama come l’eroe negativo di Andrea Pazienza, ma è l’opposto: non sta fermo un attimo, scambia sorrisi e battute con tutti, il telefono in una mano e una tazza di caffè nell’altra. «Ho bisogno di zuccheri, altrimenti non reggo», dice, quasi scusandosi, e intanto dispensa carezze al suo fidanzato, che lo segue timido a qualche passo di distanza. Sta facendo lo sciopero della fame perché tutti i preti pedofili vengano processati e ridotti allo stato laicale; da quando ha preso coscienza del trauma subito da bambino, ha contattato altre vittime e si è messo sulle tracce dei sacerdoti responsabili: li cerca ovunque, con tenacia, senza scoraggiarsi. A Savona, la sua città, lo conoscono tutti: «Mi sono trasformato in una specie di investigatore dell’abuso», scherza. Grazie alle sue segnalazioni, è stata aperta un’inchiesta sulla diocesi. «L’ambiente lo conosco bene, dato che ho lavorato dodici anni in Curia. Anche se, quando ho denunciato alle autorità ecclesiastiche di essere stato violentato per sei anni dal mio parroco, mi hanno licenziato». Perché fai tutto questo? «Per evitare che succeda ad altri quel che ho dovuto subire io. Oggi sono contento, comincio a vedere dei risultati». Qual è il tuo più grande desiderio? «Una vita normale. L’abuso ti toglie l’innocenza anche nelle piccole cose. Quando la sorellina del mio compagno mi si siede sulle ginocchia non vedo l’ora che si alzi». La cosa più importante? «L’amore. Ho avuto relazioni complicate ma adesso sto con un ragazzo che ha bisogno di me. E sono felice».

    Margaret Kennedy, Irlanda
    «Quando vieni stuprata da un prete, è con Dio che te la prendi. La prima cosa che pensi è: perché lo ha permesso? In qualche modo è lo stesso sacerdote a suggerirti che è proprio Dio a volerlo». A Margaret Kennedy è capitato quando aveva 25 anni; alle spalle aveva già una violenza subita da bambina, da parte del fratello, e messa a tacere dalla famiglia. Ha sofferto di problemi neurologici che l’hanno costretta ad assumere farmaci per anni. Nonostante questo, si è laureata e la sua è stata una delle prime tesi in Europa sugli abusi sessuali in ambito religioso. Hai avuto giustizia? «Non mi hanno presa sul serio perché ero già adulta, quindi ai loro occhi dovevo essermela cercata. Il primo prete a cui l’ho raccontato mi ha chiesto se ero vergine. Mi sono poi rivolta a un gesuita, ero in lacrime e lui mi ha detto: sei depressa, vai da uno psicologo». Come hai reagito? «Quando ho capito che da loro non avrei avuto nessun aiuto, ho contattato altre vittime e insieme abbiamo fondato un gruppo per elaborare quello che è successo e sostenerci a vicenda». Cosa ti fa più arrabbiare? «L’atteggiamento profondamente misogino della Chiesa cattolica: non c’è un dialogo alla pari, gli uomini pretendono di imporsi e io non posso più accettare che un uomo mi dica cosa fare». Cosa pensi della posizione assunta sugli abusi? «Il papa chiede scusa ma non agisce per cambiare davvero la situazione. Ne è una prova il fatto che siamo venuti fino a Roma per incontrarlo e non ha voluto riceverci». Come vivi la sessualità oggi? «Non ho più potuto concepire di farmi toccare da un uomo. Quello che mi è successo è direttamente responsabile del fatto che sono e resterò single».


    Sue Cox, Inghilterra

    «Venivo da una famiglia molto cattolica, dove avevo paura anche di respirare» ricorda Sue, che oggi ti accoglie con un sorriso luminoso e uno sguardo tutt’altro che remissivo. La prima volta è successo durante la confessione, una bambina di dieci anni inginocchiata davanti al suo sacerdote per arrivare pura il giorno della prima comunione. Il prete cambia parrocchia, sembra la fine di un incubo: «Invece dopo quattro anni è tornato e, dato che frequentava casa nostra, un giorno me lo sono trovato in camera mia. Mi è piombato addosso e non riuscivo a fermarlo, puzzava, cercava di baciarmi, ricordo ancora l’odore tremendo del suo alito. Quando mia madre finalmente è arrivata e si è resa conto di quello che era successo, mi ha lavata e poi mi ha chiesto di pregare per lui». Pregare per il prete? «Sì. Diceva che questo era nei piani di Dio. È anche rimasto a dormire da noi e lei gli serviva tè e biscotti». Da quel giorno Sue ha smesso di mangiare e ha cominciato a bere. A 17 anni si è sposata con un uomo violento – «Affogavo nel senso di colpa, ero convinta di non meritarmi di meglio» – e, da brava cattolica, ha messo al mondo sei figli. La vita è cambiata «quando il mio bambino più piccolo aveva tre mesi: mi sono guardata intorno e ho capito che se non la smettevo avrei rovinato lui e tutti i fratelli. L’ho fatta finita con farmaci e alcol, ho ripreso a studiare. I miei figli mi hanno sempre sostenuta, mio marito invece mi ha mollata: mi preferiva prima, quando ero succube e malleabile». Sue oggi ha 63 anni e un nuovo compagno, è buddista e si occupa di medicina orientale. Solo da poco ha trovato la forza di raccontare; ha scritto una lettera all’arcivescovo di Canterbury. Risposta: perdonali, perché non sanno quello che fanno.

    Bernie McDaid, Stati Uniti
    «Dove sono i panini? Posso avere un’aragosta?». Scherza, Bernie Mc Daid, quando si siede davanti a me per l’intervista. Energico, caloroso, si racconta volentieri: «Sono decoratore e nel tempo libero scrivo la storia della mia vita, è diventata una passione che mi mantiene sano di mente». Un libro difficile, che parla di un ragazzino timido che va bene a scuola e fa il chierichetto in parrocchia. Il prete porta i bambini in gita al mare, i genitori li pensano al sicuro. «Ci caricava in macchina e, una volta dentro, allungava le mani. Mi rivedo camminare sul vialetto, mia madre sulla soglia di casa e il prete che mi aspetta in fondo alla strada: dentro di me grido “mamma, salvami!”, ma la voce non esce. Ero inchiodato dalla vergogna». Lo stesso sacerdote è insegnante di religione e, per aiutare i ragazzi nell’età della crescita, si inventa dei particolari colloqui educativi. «Ci chiamava uno ad uno e ci assediava con domande imbarazzanti. “Ti masturbi? Quanto ce l’hai lungo?”, mi chiedeva, e intanto spingeva il ginocchio fra le mie gambe. Avevo undici anni e stavo appena cominciando a scoprire il mio corpo, quei contatti erano terribilmente umilianti. “Pensi ogni tanto ai maschi?”, insinuava. “A me piacciono le ragazze!”, mi ribellavo. E lui: “Magari un giorno cambi idea”». L’adolescenza, fra alcol e droga, è una discesa verso l’autodistruzione, ma Bernie non si arrende: si trova un lavoro e mette su famiglia. «Ma col passato ho chiuso a 46 anni, quando mi hanno chiesto di testimoniare contro padre B. Finalmente non ho più provato rabbia e mi sono sentito liberato». Dopo un divorzio, si è risposato con una brasiliana. «Andiamo a ballare, ridiamo. Non mi interessano ricchezza o successo, voglio solo riuscire a respirare lentamente e godermi ogni singolo giorno».

    Alda Franchetto, ex istituto Provolo, Italia
    «Al Provolo sono entrata che avevo solo quattro anni, mi chiamavano Marcellino pane e vino per la mia vitalità, ero la più piccola. All’inizio è stato il freddo dell’inverno a mettermi nei guai: non c’era riscaldamento e noi portavamo delle calze di lana spesse, che pungevano la pelle, e io mi grattavo sempre le gambe per il fastidio. “Che fai?” mi ha detto un giorno la suora, “non lo sai che è peccato?”. Mi ha dettato un biglietto e mi ha spedita dal prete per la confessione. “Mi sono toccata”, c’era scritto. Il prete l’ha letto e mi ha toccata lui, sotto quelle dannate calze. Da quel giorno io e le mie compagne siamo state palpeggiate regolarmente una volta alla settimana, era la nostra personale versione del sacramento. A 21 anni, quando sono finalmente potuta uscire dall’Istituto, il segretario dell’ente internazionale sordomuti di Verona, proprio quello che avrebbe dovuto darmi una mano per inserirmi nella società, mi ha violentata. Sono rimasta incinta e i miei mi hanno buttata fuori di casa; dicevano che non ero in grado di occuparmi di un bambino. Invece ho tirato su lui e anche i due figli del mio convivente, morto alcolizzato. Degli abusi non ho mai parlato. Ma mio figlio era tossicodipendente, entrava e usciva dalle comunità, non sapevo più come aiutarlo e allora poco tempo fa gli ho raccontato tutto. Lui ascoltava e mi stringeva forte il ginocchio. Ora sta bene. E io mi sono resa conto di quanto sono riuscita a dare agli altri senza pensare a me».

    Gianni Bisoli, ex istituto Provolo, Italia
    La sua determinazione l’ha portato a diventare uno dei principali accusatori nello scandalo che ha coinvolto l’Istituto Provolo per sordomuti di Verona. L’hanno minacciato per dissuaderlo, hanno provato a blandirlo, ma lui ha tenuto duro. Amabile con tutti, dinamico, ancora oggi a più di sessant’anni fa il maestro di sci, in montagna e sul lago di Garda. Una resistenza fisica e psicologica che gli ha permesso di sopravvivere: dai nove ai quindici anni, durante la sua permanenza al Provolo, viene infatti ripetutamente violentato da ben sedici fra sacerdoti e fratelli laici. Lo accompagnano anche negli appartamenti del vescovo di Verona, che a sua volta abusa di lui. Per due volte scappa dal collegio e si fa tutta la strada a piedi fino a casa sua, a Sirmione, ma è costretto a tornare dentro: alla fine degli anni Cinquanta un bambino sordomuto non ha molte scelte. Anche se i reati sono ormai caduti in prescrizione, Gianni non dimentica. Soprattutto i sette responsabili ancora in vita.

    Shelly Winemiller, Stati Uniti
    Qual era il tuo sogno da bambina? «Cantare: volevo che la mia voce arrivasse in cima alle montagne e facesse il giro del mondo». Sei riuscita a perdonare? «Ho perdonato il prete, perché forse a sua volta aveva subito violenza, ma non posso fare lo stesso con la Chiesa, che ignora il problema e non fa nulla per aiutare i pedofili e le loro vittime». Shelly ha 42 anni, è sposata e ha tre figli. Cantare le ha salvato la vita, permettendole di resistere nei momenti più duri: oggi dirige un coro di 65 ragazze. Lui chi era? «Un prete amico di famiglia. Ha abusato di me dai quattro ai quattordici anni». L’hai denunciato? «Ho parlato con tre vescovi ma nessuno mi ha dato retta». Sei ancora credente? «Sì, ma non sono più cattolica». Che cosa significa rinascere? «Ridare voce alla bambina che ero, rivendicando la verità a dispetto di quello che possono pensare gli altri». Un viaggio che vorresti fare? «Andare in Sudafrica e fare un concerto con Oprah Winfrey». Qual è la via d’uscita dal dolore? «Cercare di reprimere i ricordi negativi mi ha portato a soffrire di depressione e attacchi di panico per anni. Quando ho riconosciuto il mio dramma, sono rinata. Se la chiesa facesse lo stesso, tutti potrebbero guarire».

    *PAG*

    Ton Leerschool, Olanda
    Quando è successo? «Avevo 13 anni, ero in collegio dai preti, sono stato abusato dal mio educatore». Se ne sono accorti? «Un giorno è venuto il preside a dirmi che dovevo smetterla di adescarlo, altrimenti avrebbe avvisato la polizia». Come ti sei sentito? «Cattivo». Come hai reagito? «Non ho più accettato nessuna regola, sono andato via di casa e ho cominciato a farmi». La svolta? «A 22 anni, quando sono andato in Svezia lontano da tutto, mi sono buttato sui libri e sono diventato consulente finanziario». Come gestivi il trauma? «Non lo realizzavo nemmeno io. Solo alla morte di uno zio, quando tra le sue cose abbiamo trovato materiale pedopornografico, sono stato costretto a confrontarmi con il mio passato». Hai denunciato l’aggressore? «Non ancora. Ho intentato una causa contro la chiesa in Olanda ed è stato condannato da un tribunale civile». L’abuso influisce sulla tua vita? «Quando i miei figli erano piccoli non riuscivo a cambiarli, a fargli il bagno; mi sentivo terribilmente a disagio ad avere un contatto fisico con loro. Anche con mia moglie l’intimità a volte è ancora un problema ma il nostro rapporto è diventato molto più solido». Sei cambiato? «Le avversità mi hanno reso più forte e più furbo». Il tuo desiderio più grande? «Poter incrociare un prete per strada senza sentirmi spaventato. Un’angoscia che avrà fine solo quando la Chiesa smetterà di coprire i sacerdoti». Cos’è l’amore per te? Ton abbandona il tono sicuro con cui ha risposto fino a ora e gli vengono le lacrime agli occhi. Mi scuso, spengo il registratore.

    Salvatore Domolo, Italia
    Cosa ti ha salvato? «La mia testardaggine, non ho mai accettato la sofferenza in modo passivo». Come si affronta il dolore? «La ferita di un abuso è insanabile, ma si può imparare a conviverci, superando la vergogna e consolando il bimbo che è in noi». Cos’è la fede? «Una ricerca di sé, della propria interiorità». Il peggior difetto di un uomo? «La vigliaccheria». Il tuo concetto di coppia? «Donarsi, cercare valori comuni. Io ho incontrato una persona che crede in un progetto di condivisione totale». Con chi vorresti andare a cena? «Margherita Hack». Con chi non andresti mai? «Berlusconi e papa Ratzinger». Cosa ti fa più paura? «L’attacco alla mia integrità. Ora che l’ho raggiunta non sono più disposto a metterla in discussione». Fino al 2005 Salvatore era prete; oggi è floral designer. Si è fatto sbattezzare.

    scritto da Federica Tourn
  • Primo incontro dei sopravvissuti in Italia – RSI Svizzera

    Primo incontro dei sopravvissuti in Italia – RSI Svizzera

    Primo incontro dei sopravvissuti in Italia nella sede del Partito Radicale

  • Preti pedofili, sit-in contro il Vaticano

    Preti pedofili, sit-in contro il Vaticano

    Nel corso della manifestazione contestato padre Lombardi. Ma lui minimizza: non è successo nulla

    ROMA – Sono arrivati da tredici Paesi per manifestare, a Roma, contro la pedofilia nella Chiesa. I rappresentanti delle organizzazioni delle vittime di pedofilia, guidati dagli americani di Survivors Voice, hanno dato vita a un sit-in davanti a Castel Sant’Angelo e poi intendono procedere in fila indiana in direzione di San Pietro anche se la loro manifestazione non è autorizzata. Nel corso della manifestazione hanno contestato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, che si era avvicinato ai manifestanti. Lombardi ha poi detto alle agenzie di stampa di essere passato per esprimere solidarietà e ha precisato che «non c’è stato nessun problema e nessun incidente con i partecipanti alla manifestazione».

    DA OGNI PARTE DEL MONDO – Sono venuti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi e Australia. Presenti anche alcuni italiani, di Verona e Francesco Zanardi, di Savona, in sciopero della fame da 11 giorni contro il vescovo della sua città, monsignor Vittorio Lupi, perché «provveda a denunciare i preti pedofili». Nel sit-in alcuni cartelli con scritto: «Giù le mani dai bambini», «Chiesa senza abusi», «Il Papa protegge i preti pedofili». «E’ venuto il momento di agire pubblicamente – spiegano gli organizzatoriu della manifestazione -. Vogliamo aiutare i ragazzi che ancora possono essere vittime di abusi nel mondo», aggiunge Bernie McDaid, cofondatore di Survivors Voice e lui stesso vittima di abusi da parte di un sacerdote quando era bambino. «Il nostro non è un attacco alla fede o alla religione, chiediamo solo più trasparenza, questa è una questione di condotta morale», ha spiegato Marco Lodo Rizzini, portavoce dell’associazione delle vittime dell’istituto Antonio Provolo, di Verona. E ancora: «Troppi bambini di troppi Paesi sono stati violentati. Oggi siamo qui per portare un messaggio di speranza e per chiedere al mondo di sposare la nostra causa», dice Gary Bergeron cofondatore di Survivors Voice.
    «PROTEGGERE I BAMBINI»- In mattinata i fondatori di Survivors Voice avevano incontrato alcuni alunni dell’istituto per sordi veronese Provolo, investito da uno dei principali casi scoppiati in Italia nel campo della pedofilia nella Chiesa. «Quello che è capitato a noi – ha aggiunto Bergeron – potrebbe capitare anche ad altri bambini. Siamo qui per chiedere aiuto al mondo, per chiedere al mondo di sposare la nostra causa». «La nostra presenza qui – ha sottolineato McDaid – è più potente di quanto si possa credere. Dobbiamo dire a tutti di proteggere i bambini. Anche da quello che potrebbe capitare loro navigando su internet».

    Paolo Brogi

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    http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_31/manifestazione-anti-preti-pedofili-contestato-lombardo_579ef0ae-e517-11df-8ccb-00144f02aabc.shtml

  • Pedofilia, le vittime in piazza “Basta abusi, la Chiesa faccia di più”

    Pedofilia, le vittime in piazza “Basta abusi, la Chiesa faccia di più”

    Chiedono giustizia, una volta ancora, e pretendono che le violenze non accadano più. E’ l’appello rivolto alla Chiesa dalle vittime di abusi che partecipano al raduno internazionale organizzato oggi a Roma, “per chiedere al Papa di agire seriamente e di ordinare ai vescovi di denunciare i preti pedofili”.

    Il sit-in è cominciato nel pomeriggio, quando diverse di persone, provenienti da tutto il mondo, si sono trovate per inaugurare l’”Anno del sopravvissuto”, mostrando cartelli con su scritto: “Giù le mani dai bambini”; “Chiesa senza abusi”; “Il Papa protegge i preti pedofili”. Un presidio di raccoglimento, con le testimonianze di chi ha vissuto l’orrore e l’intenzione di marciare silenziosamente verso San Pietro “singolarmente e non in corteo – commentano alcuni dei partecipanti – perché non siamo stati autorizzati”.

    Durante l’incontro, non mancano però le contestazioni. A farne le spese è padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, duramente contestato dai manifestanti. Il sit-in era cominciato da qualche minuto, quando padre Lombardi è passato – ha detto lui stesso ai presenti – per “esprimere la sua solidarietà”. Il portavoce del Vaticano, raggiunto da insulti in diverse lingue, si è allontanato senza lasciare alcun commento ai cronisti.

    Alla protesta ha partecipato un gruppo di ex allievi sordomuti dell’istituto Antonio Provolo di Verona e una vittima di Savona, Francesco Zanardi, 40 anni, in sciopero della fame da 11 giorni contro il vescovo di Savona, Vittorio Lupi, perché “provveda a denunciare i preti pedofili”.

    “Troppi bambini di troppi Paesi sono stati violentati. Oggi siamo qui per portare un messaggio di speranza e per chiedere al mondo di sposare la nostra causa”. Gary Bergeron, 47 anni, ha fondato assieme a Bernie McDaid, 54, l’associazione Survivor’s Voice. Entrambi da ragazzini sono stati vittime delle ‘attenzioni’ sessuali di un prete della diocesi di Boston. Per questo oggi sono venuti a Roma con la speranza che ciò che hanno vissuto non accada mai più, a nessuno.

    “In generale, nel mondo, tre bambini su dieci subiscono abusi sessuali – ha detto Bergeron, a margine di un incontro con la stampa – non sappiamo però quanti bambini siano abusati dagli uomini di Chiesa, perché la Chiesa non ha mai fatto studi, non ci ha mai dato i dati”.

    All’invito di Bernie e Gary hanno risposto dall’Olanda, dall’Irlanda, dall’Inghilterra, ma anche dall’Italia. Questa mattina i fondatori di Survivor’s Voice hanno incontrato alcuni ex alunni dell’istituto per sordi veronese Provolo, investito da uno dei principali casi scoppiati in Italia nel campo della pedofilia nella Chiesa. “Quello che è capitato a noi – ha aggiunto Bergeron – potrebbe capitare anche ad altri bambini.
    Siamo qui per chiedere aiuto al mondo, per chiedere al mondo di sposare la nostra causa”. “La nostra presenza qui – ha sottolineato McDaid – è più potente di quanto si possa credere. Dobbiamo dire a tutti di proteggere i bambini. Anche da quello che potrebbe capitare loro navigando su internet”.

    (31 ottobre 2010)

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/10/31/foto/sit-in_contro_i_preti_pedofili-8617744/1/