Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Giornata nazionale contro la pedofilia e la pornografia infantile

    Giornata nazionale contro la pedofilia e la pornografia infantile

    In occasione della Giornata Nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, Telefono Azzurro, in collaborazione con il Parlamento europeo in Italia, organizza il 5 maggio alle ore 15.30, presso Esperienza Europa – David Sassoli, un momento di confronto Telefono Azzurro organizza un evento per approfondire le conseguenze dello sfruttamento sessuale a danno di bambini e adolescenti.

    Apriranno l’incontro, insieme al Presidente della Fondazione Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, il Direttore del Parlamento europeo in Italia, Carlo Corazza, e la Vice Capo Rappresentanza della Commissione europea in Italia, Elena Grech.

    Arricchiranno il dibattito i videocontributi della Vicepresidente del Parlamento europeo, On. Antonella Sberna, e dei deputati europei On. Caterina Chinnici, Co-presidente dell’Intergruppo per i Diritti dei Minori , On. Brando Benifei e On. Nicola Procaccini.

    Interverrà inoltre Filippo Bagni, Legal Officer del Digital Service Act Enforcement Team presso la Commissione europea.

    Programma completo

  • Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    In occasione dell’anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco, è andata in onda sul canale La7 la trasmissione condotta da Ezio Mauro, intitolata “Francesco – Cronache di un papato”.

    È passata quasi inosservata, persino al noto giornalista, una dichiarazione del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, come notano e riportano anche la rivista ADISTA e la giornalista Federica Tourn, secondo il quale rivolgersi alla giustizia civile dello Stato italiano significherebbe ammettere che qualcosa nella Chiesa non funziona. (min. 59 del sito de La7 )

    Ma leggiamo testualmente il passaggio partendo dalla domanda di Ezio Mauro;

    “Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti Francesco, ha proseguito la linea di denuncia di condanna di papa Benedetto ma, secondo alcuni, ha tenuto la questione all’interno della chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?”

    La risposta del cardinale Zuppi;

    “Con lui probabilmente non saprei che cosa si poteva fare di più poi, tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato perché, se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va. Direi papa Francesco su questo è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.”

    La prima critica non può non essere fatta a Ezio Mauro che tristemente parte con la peggior negazione che si possa fare, ovvero l’esistenza della giustizia civile che tranne in Italia, nel resto del mondo è stata la soluzione affinchè si potesse rendere giustizia alle vittime. Negazione GRAVE che ignora in primis la diversità fondamentale tra le due giustizie, quella civile – dove prevale il diritto e il rispetto della persona, che è la parte lesa – e quella canonica dove la persona (la vittima in questo caso) non è la parte lesa – sostituita da Dio – ma semplicemente il testimone che dimostra che il sacerdote, in base al 6° comandamento, peccando ha arrecato offesa a Dio,..

    Concetto totalmente ignorato da Ezio Mauro già nella domanda a Zuppi, che rende impossibile a chi segue comprendere le basi del problema in sè.

    Domanda irrispettosa, in quanto Ezio Mauro dice “secondo alcuni” , non riconoscendo che questi “alcuni” sono le vittime, le quali, puntualmente, dopo essersi rivolte a quella che impropriamente è definita “giustizia canonica”, ne fanno per la seconda volta le spese.

    Ma il peggio viene dopo facendo si che ci si ponga questa domanda; Ezio Mauro quale stato riconosce? Quello italiano o quello Pontificio?

    Domanda doverosa in quanto il conduttore, ignorando questa volta ciò che sta accadendo in tutta Europa e nel mondo, parla “ingaggio delle autorità civili”, quasi come se dal suo punto di vista queste fossero un “optional” della nostra società. Un chiaro disconoscimento delle Istituzioni dello Stato che lascia davvero basiti.

    Passando alla risposta del cardinale Matteo Zuppi, precedentemente servita su un piatto d’argento dallo stesso conduttore, emerge la totale negazione dei fatti che, sempre in un contesto internazionale che oggi vede in tutta Europa e non solo, vittime riconosciute da Stato e chiesa che vengono indennizzate per il danno subito, qui il cardinale tira furi dal cilindro magico la massima espressione che nel fallimento della chiesa in Italia ha a disposizione. L’ascolto delle vittime.

    Quasi come se ascoltare chi ha subito negandogli un qualunque tipo di riconoscimento, possa essere positivamente “terapeutico e riparativo” anziché un ulteriore trauma.

    Il tutto si conclude con una esternazione di Zuppi che di fatto è la domanda che la chiesa non si pone e ribadisce con questa affermazione di non sapersi porre; “Se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va”.

    Il fatto che nella trasmissione ci fosse la puntuale e totale assenza di un contraddittorio, rende il tutto davvero grave e al limite della decenza.

  • Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Nel corso di una puntata di Fuori dal Coro un prete, don Angelo, ha denunciato di aver subito abusi sessuali in seminario da minorenne da parte di un rettore che oggi è diventato vescovo. Il sacerdote riferisce di essere stato ignorato per trent’anni dalle gerarchie ecclesiastiche, mentre il suo presunto abusatore faceva carriera.

    La denuncia di don Angelo

    Don Angelo ha affidato alle telecamere di Fuori dal Coro un racconto di violenze e silenzi che dura da trent’anni. I fatti risalgono al periodo in cui il sacerdote frequentava il seminario minore e aveva solo 13 o 14 anni.

    Secondo la sua testimonianza, gli abusi sessuali sarebbero avvenuti per mano del rettore della struttura, un uomo che oggi, nonostante le ripetute denunce, ricopre la carica di vescovo in una diocesi del Centro Italia. Don Angelo stima che il numero delle vittime possa superare i trenta ragazzi, tutti minorenni al momento dei fatti, rimasti per decenni nell’ombra.

    “Dalla prima denuncia sono passati già circa trent’anni. Ho denunciato sempre, ma non è cambiato nulla. Sempre inascoltato. Ultimamente ho mandato delle denunce alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Nessuno mi ha mai risposto, nessuno mi ha mai chiamato” ha poi aggiunto don Angelo.

    Il prete diventato vescovo

    Don Angelo descrive nel dettaglio gli abusi subiti: “Il rettore prendeva la mia mano sinistra, la portava sulla sua coscia e me la portava sempre di più verso il suo membro. Io sentivo che era… comunque eccitato. Però, sai, non le pensavo queste cose perché veramente ero innocente in quel periodo“.

    La violenza si consumava negli spazi comuni dell’istituto, trasformati in luoghi di agguato: “Ci portava nei corridoi bui del seminario, ci palpeggiava, ci baciava, ci spingeva contro il muro e ci toccava nelle parti intime. Addirittura con le sue mani scendeva proprio dietro, nelle parti posteriori. E quindi ci toccava e ci abusava in modo molto forte. Mi hanno rovinato la vita”.

    L’amarezza del sacerdote esplode nel constatare la disparità di trattamento tra vittima e carnefice. “Lui, che era il carnefice, invece è stato premiato: è diventato vescovo di una diocesi del Centro Italia. E adesso è felicemente regnante come vescovo di questa diocesi. Lui sta lì tranquillamente, sicuramente senza nessun rimorso”

    Il desiderio del sacerdote è che la sua testimonianza porti a conseguenze concrete: “Io spero di ottenere solo giustizia, voglio che ci sia una giustizia perché la misericordia va di pari passo con la giustizia. È giusto che chi ha sbagliato deve pagare a livello canonico, a livello penale, a livello civile”.

    I numeri della pedofilia nella Chiesa: i dati della Rete L’Abuso

    I numeri raccolti dall’associazione Rete L’Abuso confermano la gravità sistemica del problema denunciato da don Angelo. Secondo l’ultimo Rapporto nazionale 2025, in Italia si contano oltre 1.250 casi complessivi di violenze sessuali all’interno della Chiesa, con il coinvolgimento di 1.106 sacerdoti dal 2000 a oggi.

    L’incidenza dei preti coinvolti è stimata al 3,57% del clero totale, un numero definito “molto alto” considerando che si basa su censimenti non ufficiali.

    Uno dei problemi più critici evidenziati è il “sommerso”: oltre il 75% dei sacerdoti segnalati non è mai stato denunciato alla magistratura italiana, con 839 casi su 1.106 che non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o della gestione tramite procedimenti interni segreti, come previsto dalla storica direttiva Crimen sollicitationis.

    Recenti inchieste, come quella sull’istituto Provolo tra Verona e l’Argentina, mostrano come la pratica del trasferimento dei sacerdoti accusati sia stata utilizzata per decenni per coprire gli abusi, permettendo ai responsabili di continuare a colpire in nuove sedi.

    https://www.virgilio.it/notizie/don-angelo-denuncia-che-il-prete-che-mi-ha-abusato-e-diventato-vescovo-non-sono-mai-stato-ascoltato-1751448

  • Pedofilo, bocciata la Commissione d’inchiesta

    Pedofilo, bocciata la Commissione d’inchiesta

    Il Consiglio grande e generale si infiamma sul caso di Steven Raul James, il 27enne condannato in via definitiva in Italia per abusi sessuali su minori che, per mesi, ha continuato a lavorare nelle mense scolastiche sammarinesi. Al centro del dibattito consiliare, la proposta di legge dell’opposizione per istituire una Commissione d’inchiesta, bocciata da una maggioranza che ha blindato l’operato del governo difendendo la validità di una commissione ’tecnico-amministrativa’ definita dalle minoranze un mero strumento di facciata.

    L’attacco dei gruppi di opposizione è corale e durissimo, puntando il dito contro i ritardi della segreteria alla Giustizia. “Uno Stato che non riesce a difendere i propri bambini e permette a un condannato per abusi di fare il cuoco nelle scuole è inaccettabile”, attacca Emanuele Santi di Rete, aggiungendo il sospetto di favoritismi: “Non vorrei che, per qualche pugno di voti, gli sia stato consentito di continuare a lavorare con i bambini”.

    Sulla stessa linea Sara Conti di Rf, che incalza l’esecutivo sul vuoto decisionale tra giugno e agosto 2025: “A voi sembra normale che una vicenda simile arrivi in Congresso e nessuno si ponga delle domande? Perché il Congresso di Stato non ha agito?”. Anche Gaetano Troina di Domani Motus Liberi denuncia la gestione della commissione tecnica, parlando di un lavoro parziale: “È stata già prodotta una relazione finale senza che il membro nominato dalle opposizioni sia stato messo nelle condizioni di partecipare. Si cerca una via di fuga per far dimenticare tutto ai cittadini”.

    Il segretario di Stato Stefano Canti replica con fermezza, tacciando di falsità le ricostruzioni delle minoranze. “Da parte nostra non c’è stata alcuna fretta, ho agito con trasparenza rispettando la morale e la legge”.

    A sostegno del Segretario, Manuel Ciavatta (Pdcs) difende la scelta tecnica rispetto a quella politica: “Il problema risiede nelle regole del sistema giudiziario italiano che non comunica certi atti automaticamente. Non è una colpa del governo se un soggetto dichiara il falso per eludere i controlli”. Gian Nicola Berti di Ar invita ad abbandonare la ricerca del “sangue” politico per concentrarsi sulle falle del sistema, Antonella Mularoni di Rf lancia un monito per il futuro prossimo: “Dobbiamo rendere certi fatti impossibili.

    Chi deve essere assunto nelle scuole deve presentare certificazioni reali e non semplici autodichiarazioni”. Il dibattito si chiude con un nulla di fatto per la Commissione d’inchiesta, ma con il Paese ancora scosso da una vicenda che Miriam Farinelli di Rf sintetizza con amarezza: “La verità paga sempre, anche se brucia, ma qui si è preferito segnare l’ennesima brutta pagina di storia”.

    https://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/pedofilo-bocciata-la-commissione-dinchiesta-3dedae07

  • San Marino – ‘Caso Pedofilo’: in esame il pdl dell’opposizione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica

    San Marino – ‘Caso Pedofilo’: in esame il pdl dell’opposizione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica

    Visioni opposte tra maggioranza e opposizione nel dibattito generale del pdl dei partiti di minoranza per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica sul cosiddetto ‘caso pedofilo’: la vicenda che la scorsa estate ha scosso l’opinione pubblica con l’arresto a Riccione del sammarinese condannato in Italia, a 4anni e 4 mesi, per violenza sessuale aggravata e continuata su minori.

    A destar scalpore il fatto che il 27enne, pur sotto procedimento penale dal 2021, avesse un incarico temporaneo negli asili nido sul Titano, anche dopo la condanna definitiva ad aprile 2025. Maggioranza e Governo, contrari alla commissione d’inchiesta politica, hanno già istituito sulla vicenda una commissione tecnica-amministrativa: i due membri di maggioranza hanno già prodotto una relazione e quello di opposizione – che ha assunto l’incarico successivamente – ne sta elaborando una seconda, o un’integrazione, e a quel punto, ha detto il Segretario di Stato alla Giustizia, ci sarà un dibattito in Consiglio.

    Intanto dalla prima relazione, ha precisato Canti: “È emerso che ho operato nel pieno rispetto della legge. E Steven Raul James non ha invece adempiuto al suo obbligo di autodichiarazione” per l’assunzione dell’incarico nella Pa. Si sono dunque scontrate, due ‘scuole di pensiero’: da una parte l’opposizione che vuole accertare le eventuali responsabilità politiche di chi a San Marino sapeva che il soggetto era stato condannato in Italia per reati di pedofilia ma continuava a lavorare e a frequentare sul Titano ambienti con minori; dall’altra la maggioranza a sostegno di una commissione che accerti responsabilità tecnico-amministrative.

    La seduta odierna, si era aperta con una serie di pdl in prima lettura. Apprezzamento bipartisan per l’attivazione di politiche a favore dei giovani e poi per l’introduzione di incentivi a sostegno dell’attività sportiva, volti a favorire la partnership pubblico-privato nell’organizzazione di eventi ed anche nella realizzazione di impianti.

    Opposizione critica invece sulle modifiche alla composizione della commissione di controllo della finanza pubblica perché, con i requisiti e le incompatibilità introdotte, viene ritenuta una legge contra personam, nello specifico contro Andrea Zafferani, ex consigliere di Rf, attuale componente dell’organismo. Narrazione negata dalla maggioranza e dal Segretario di Stato Marco Gatti che hanno riferito come i cambiamenti si rendano necessari in funzione dell’evoluzione normativa e per garantire competenze specifiche di natura economica e giuridica.

    https://www.sanmarinortv.sm/news/politica-c2/caso-pedofilo-in-esame-il-pdl-dell-opposizione-per-l-istituzione-di-una-commissione-d-inchiesta-politica-a289379

  • La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    (ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.

    Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.

    Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.

    Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.

    Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.

    Proprio il ruolo dei servizi diocesani con i centri di ascolto realizzati ad hoc è stato messo però sotto accusa da un recente rapporto della Rete L’abuso che ha svolto un’indagine sulla risposta che le diocesi forniscono alle presunte vittime tramite i Centri di ascolto pubblicata il 24 febbraio scorso.

    “Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.

    Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
    (di Nina Fabrizio) (ANSA).

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/

  • In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    Leggiamo l’articolo di Chiesa Cattolica dal titolo L’impegno della Chiesa in Italia nella tutela dei minori e le dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi che auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi della chiesa italiana in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo. Dichiarazioni che ci offendono in quanto dopo gli abusi ci tocca sopportare di essere oggetto di una propaganda falsa e per nulla riparativa, che ai nostri occhi scredita la chiesa più di quanto già la sia.

    Tralasciando il deplorevole caso sardo che vede tra i protagonisti proprio mons. Baturi e tra le “vittime”, oltre noi sopravvissuti anche la Garante dell’infanzia sarda Carla Pugligheddu, caso che abbiamo già commentato senza ottenere da parte della CES e del Consiglio regionale sardo alcuna risposta, ma un silenzio che di per se è già tristemente indicativo del dialogo che, al contrario di quello che Baturi afferma, la chiesa non ha e non vuole avere con i sopravvissuti.

    Premettendo che nel resto del mondo e in Europa la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda e la Repubblica di San Marino hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili, in Italia la chiesa neppure lontanamente ventila una simile ipotesi.

    Va ricordato anche che il 28 maggio 2022 fu proprio il card. Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’ABUSO fornisse alla CEI i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso (vedi contributo video), ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero).

    In tutti questi anni, malgrado gli appelli puntualmente mancati, le vittime e la stessa associazione hanno tuttavia tentato un dialogo nella speranza che in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la chiesa potesse intraprendere in coscienza e onestamente, una strada di riparazione civile ed adeguata agli appelli che la CEI puntuale rivolge all’opinione pubblica.

    Invece, come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Baturi c’è una disonestà totale da parte della chiesa italiana.

    Ma voglio essere concreto esponendo un caso dei tanti, commentandolo soprattutto sotto l’aspetto canonico, che nel Motu proprio vos estis lux mundi è chiarissimo, forse meno chiaro per mons. Baturi e per la stessa CEI.

    Questa mail è una delle tante che i sopravvissuti italiani ricevono dalle diocesi o dagli sportelli diocesani. Metto proprio questa perché è la stessa che senza cancellazioni di dati sensibili è stata inviata al card. Matteo Zuppi poche settimane fa, proprio per denunciare le omissioni che emergono puntuali nelle diocesi italiane. Mail che lo stesso Zuppi ha verificato ma malgrado ciò ne lui ne altri sono intervenuti a riguardo.

    Un caso grave, uno dei tanti e puntuali in Italia. La prova che mons. Baturi o non è informato su cosa accade, o ancor peggio mente nelle sue dichiarazioni.

    Parliamo della risposta recentissima data ad una vittima dal vescovo della diocesi interessata. Vescovo che dichiara che il prete accusato ha ammesso i suoi crimini, confermati anche dal predecessore del vescovo che sta scrivendo. Il tutto è tanto credibile che lo stesso vescovo ritiene inutile interpellare altri testimoni in quanto non porterebbero ad ulteriori elementi.

    Direi quindi sia tutto molto chiaro per la chiesa e non solo, il prete è indubbiamente colpevole, lo dichiara lui stesso.

    È qui che adesso chiedo a monsignor Baturi perché malgrado la indubbia chiarezza del caso, il prete non sia ad oggi stato sanzionato, perchè non sia mai stato rimosso e lasciato a contatto con minori, perché in virtù del Motu proprio i vescovi, ovvero il predecessore di quello che scrive e lo scrivente, indubbiamente informati ed inadempienti di fronte al motu proprio, non sono stati sanzionati come previsto?

    Perché nel caso analogo di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi a processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver addirittura mentito ai magistrati italiani nel tentativo di insabbiare il caso di don Giuseppe Rugolo, la chiesa, come nel caso citato in precedenza non ha mai preso provvedimenti?

    Ecco perchè la CEI, il suo Presidente e il suo Segretario non possono essere minimamente credibili tanto da affermare che dichiarano falsità, offendendo noi sopravvissuti e non certo vengono in nostro soccorso come dichiarano. Ancor meno stanno facendo prevenzione. Il fatto che poi tutto venga accresciuto in un contesto falso e non credibile, dichiarare che la chiesa faccia formazione ai propri educatori, è ancora peggio.

    Che senso ha formare delle persone senza rimuovere il problema.

    Gradiremmo una risposta dalla CEI a queste domande, forse dopo potremmo offenderci meno di fronte a spergiuri come la dichiarazione oggetto di questa contestazione.

    Forse, e dico forse, potremmo anche vedere un filo di umanità in quella chiesa che oggi mente anche all’opinione pubblica dando a bere che vada tutto bene.

  • Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

    Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

    Suona la campanella, gli allievi si riversano in cortile. Il docente fa strada verso l’aula insegnanti: sembra tranquillo. Ha pochi minuti prima che inizi la prossima lezione, ma è disponibile per qualche domanda.

    «Se posso rendermi utile – dice -. È passato tanto tempo».

    Ventiquattro anni per la precisione, da quando ha chiuso i battenti il collegio salesiano di Maroggia. Oggi il docente è vicino alla pensione. Insegna in un istituto salesiano in Italia, nonostante sia stato oggetto di una segnalazione per presunte violenze e abusi durante la sua docenza in Ticino, e di un’inchiesta della Commissione di esperti della Diocesi di Lugano di cui, afferma, non è mai stato a conoscenza.

    «Cado letteralmente dalle nuvole. Se ho fatto degli errori mi dispiace, sono disponibile a un confronto».

    Negli ultimi mesi l’ex collegio Don Bosco di Maroggia è stato al centro di alcune rivelazioni da parte di ex allievi, che hanno raccontato di presunti abusi sessuali e violenze fisiche consumate tra le mura dell’internato nell’arco di circa quarant’anni. A occuparsene, oltre ai media e alla Commissione diocesana, sono anche i ricercatori dell’Università di Zurigo che su mandato della Conferenza dei vescovi svizzeri si sono concentrati negli ultimi mesi, tra le altre cose, proprio sugli abusi commessi nei collegi con internato.

    Il passato che non passa

    Quello di Maroggia ha chiuso nel 2002. Nel frattempo è stato convertito in un complesso residenziale: nelle ex aule sono stati ricavati appartamenti, vista sul lago e sul parco ancora dominato da un busto di Don Giovanni Bosco.

    Sirio, 38 anni, risale le scale dell’internato per la prima volta dopo tanto tempo. Si guarda intorno, riconosce i dettagli – «qui c’erano i bagni delle ragazze, qui il telefono comune» – e si irrigidisce davanti a quella che oggi è la porta di un’abitazione.

    «È lì – dice – che è successo il fatto».

    Le prime testimonianze emerse sull’ex collegio si riferiscono agli anni Settanta e a due docenti-sacerdoti, nel frattempo deceduti. La storia di Sirio invece è diversa: racconta di violenze e maltrattamenti avvenuti soltanto vent’anni fa. In base alle sue dichiarazioni – ritenute credibili dalla Commissione d’inchiesta stabilita dalla Diocesi di Lugano – le violenze fisiche e psicologiche all’interno dell’istituto si sarebbero protratte oltre la soglia del Duemila, praticamente fino alla chiusura dell’istituto.

    Questo fa sì che sia gli autori che le vittime siano ancora vivi, la memoria ancora fresca e particolarmente dolorosa. Non solo. Nel caso più grave, un docente accusato dalla testimonianza di Sirio di abusi di vario tipo nei confronti degli allievi dell’istituto, è ancora attivo nell’insegnamento.

    La testimonianza

    «Ero tornato in classe a prendere una felpa che avevo dimenticato. Ho visto una mia compagna chinata sulla cattedra, il professore piegato su di lei in un atto sessuale».

    Anche Sirio (il nome è di fantasia) ha una vita apparentemente normale: il suo percorso formativo ha risentito del trauma – «dovetti cambiare scuola, la mia famiglia ci ha messo un po’ a capire» – ma è rimasto nel Mendrisiotto, ha un lavoro, pochi sanno quello che ha passato.

    «Sono cresciuto in un ambiente in cui era impensabile attribuire certe colpe ai sacerdoti o a persone comunque connesse all’ambito religioso».

    Negli anni successivi l’ex allievo si è allontanato totalmente dalla Chiesa. Dopo essersi confrontato con le resistenze dei suoi stessi familiari, a cui aveva raccontato fin da subito le violenze viste e subite al Don Bosco – «tornavo a casa con i segni delle botte, alcuni li porto addosso ancora adesso: mi picchiavano i compagni e lo stesso docente, per ritorsione» –, ha elaborato il trauma da solo: ci è voluto del tempo perché maturassero le condizioni per un confronto, dentro di lui e intorno a lui.

    Al vaglio della Commissione

    Nel 2009 – pochi anni dopo la chiusura del collegio, dunque – la Curia di Lugano ha istituito la prima Commissione di esperti per gli abusi in ambito ecclesiastico. Nel 2016 l’organo è stato potenziato e rivisto (per impulso del vescovo Valerio Lazzeri) ma è stato solo a partire dal 2023, con la pubblicazione della prima ricerca dell’Università di Zurigo che il dibattito si è animato anche a sud delle Alpi. «Spesso questi casi arrivano a noi quando le persone coinvolte sono già decedute o comunque non più perseguibili, essendo intervenuta la prescrizione» spiega il Magistrato dei minorenni Fabiola Gnesa, che presiede la commissione e ha esaminato anche la testimonianza di Sirio.

    La pratica, dopo essere stata valutata credibile, è stata girata alla commissione federale assieme ad altre (una decina) raccolte negli ultimi due anni. La responsabilità dei presunti autori è un capitolo, da questo punto di vista, particolarmente delicato.  La Commissione si occupa per competenza della segnalazione di fatti avvenuti nella Diocesi di Lugano» precisa Gnesa. «Alcuni casi possono essere più complessi e coinvolgere la competenza di più autorità».

    Chi ricorda, e chi no

    Rintracciare il docente in questione non è particolarmente difficile. Il fatto che continui a insegnare in Italia – già trapelato sui media ticinesi – è confermato dal sito di una scuola gestita anch’essa dalla congregazione salesiana, su cui compare il suo nome.

    «Quello che posso dire è che non ricordo, è passato molto tempo, ma se il mio comportamento ha urtato qualcuno mi dispiace e sono pronto a scusarmi».

    L’insegnante, confrontato con le dichiarazioni depositate sul suo conto – di cui ribadisce di non sapere «assolutamente niente» – è sulle prime molto turbato. Nega di essere stato coinvolto in atti sessuali – «senza ombra di dubbio» – mentre sulle violenze fisiche ammette «qualche ceffone, sì» ma non ricorda nemmeno i nomi degli alunni.

    Nell’aula insegnanti arrivano le voci degli allievi di oggi, che giocano nel cortile della scuola. Quelle del passato sono state prese sul serio dagli organi competenti? «Mi rincresce di non essere stato avvisato né coinvolto in alcun modo» dice il docente. L’espressione si fa amareggiata. «In generale penso che quello degli abusi e dei maltrattamenti sia un tema importante, da non sottovalutare ma neanche da ingigantire». La campanella suona e si congeda: è ora di rientrare in classe.

    La lettera dei Salesiani

    Il motivo per cui le segnalazioni non sono sfociate in verifiche – e il docente può tornare alla sua lezione: di fatto, è impossibile accertarne la veridicità – è riassunto in una lettera inviata l’estate scorsa dall’Ispettoria Salesiana Lombardo Emiliana (competente anche per il Ticino) all’ex allievo denunciante.

    Il caso, scrive il segretario ispettorale don Enrico Castoldi, è stato trattato dalla Diocesi di Lugano (servizio di tutela dei minori) e da questa girato alla congregazione italiana (commissione ispettorale tutela minori e persone vulnerabili) la quale «ha potuto constatare il decesso» di alcuni ex docenti accusati, mentre per quelli ancora vivi «si precisa che la legge canonica applicabile all’epoca dei fatti non consente e non consentiva di avviare un’indagine previa nei loro confronti» anche prima dell’intervenuta prescrizione.

    «La nostra ispettoria riconosce ogni vittima come persona ferita – conclude la missiva – e quindi, nel rispetto della sua volontà, potremo fornirle ascolto, accoglienza e accompagnamento».

    Sirio rimette in tasca la lettera. Nel corridoio dell’ex internato di Maroggia compare un inquilino di mezza età, che scende le scale verso l’uscita. Ricalca più o meno i passi che l’alunno percorse allora: un 12.enne in fuga a perdifiato da una scena che – sostiene – lo perseguita ancora oggi.

    «Spero che parlare di queste cose serva a qualcosa. Se non è possibile fare giustizia, almeno è giusto che la gente sappia».

    L’inquilino è rimasto interdetto sul pianerottolo. Aveva sentito delle voci sul passato dell’istituto, ma non ci aveva mai creduto. Vedere un testimone tornare sul posto e rivivere il trauma è un’esperienza forte, per entrambi. La verità poi, per chi ci crede, è nelle mani di Dio.

    https://www.cdt.ch/prodotti/cdt-weekend/abusi-sulle-tracce-dellex-docente-se-ho-ferito-qualcuno-mi-dispiace-424591

  • Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

    Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

    I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.

    Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    I “personaggi” del film

    “Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.

    Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.

    Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».

    Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».

    Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».

    Il papa: «Misericordia ai predatori»

    E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».

    Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.

    Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.

    https://www.adista.it/articolo/75517