Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: italia

  • Congetture di un ex passante

    Congetture di un ex passante

    Massimo Faggioli LA CROIX – Dopo un lungo ritardo rispetto a molti altri Paesi, lo scorso 17 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato il suo primo rapporto sugli abusi sessuali del clero. Si è soffermato sull’attività di prevenzione e formazione svolta dai servizi diocesani (interdiocesani e regionali) per la tutela dei minori e sulle testimonianze che le vittime hanno raccontato presso i centri di ascolto diocesani Il rapporto è il frutto della collaborazione tra la Cei e due ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

    Rispetto ad altri Paesi, ha una portata molto più limitata e più istituzionalmente legata alla Chiesa cattolica in Italia. È un chiaro tentativo di stabilire un proprio modello per evitare l’impatto catastrofico che le rivelazioni di abusi hanno avuto in altri paesi. Il reportage italiano: diverso da tutti gli altri Questo rapporto è molto diverso dai recenti sforzi della Chiesa in altre parti del mondo.

    Non proviene da una commissione indipendente (come è stato fatto in Francia), né da una commissione nazionale istituita dal governo (come la Royal Commission in Australia), né è uno studio scientifico di un’istituzione assunta dalla Chiesa (come il John Jay College of Criminal Justice negli Stati Uniti). E non è nemmeno uno studio nazionale sul fenomeno degli abusi nella Chiesa.

    Si tratta invece di un catalogo di testimonianze raccolte nei vari territori della penisola italiana, ma solo fino al 2019.Ci sarà presto un altro rapporto sui casi di abuso negli ultimi 20 anni, che è ancora un lasso di tempo molto breve rispetto ad altri studi.

    Le associazioni delle vittime hanno aspramente criticato questo approccio, che dipinge un quadro complesso di dove si trova la Chiesa in Italia nel percorso globale verso il bilancio del fenomeno degli abusi. Rivela anche il “punto cieco” strutturale dell’episcopato italiano sulla questione, come ha notato il teologo Marcello Neri.

    Particolarmente preoccupante è stato il tentativo dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, capo dell’ufficio per la protezione dei minori della CEI, di denigrare la commissione indipendente francese e il suo rapporto. Ma così facendo, Ghizzoni ha rivelato la forte resistenza dei vescovi italiani a un’indagine completa.

    L’Italia è al primo posto nei casi di abusi sessuali.

    Per fortuna, ci sono molti altri vescovi che parlano più apertamente della situazione italiana in privato e seguono politiche diverse e più proattive. Siamo passati dal momento in cui si poteva dire, senza paura di essere smentiti, che la Chiesa in Italia non ha un problema di abusi. Alla pubblicazione del rapporto della Cei ha fatto seguito, il giorno successivo, la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale dei minori” promossa dall’Onu. Telefono Azzurro, Onlus per l’ascolto e l’intervento contro gli abusi sui minori, ha tenuto un convegno in occasione dell’evento.

    Monsignor John Kennedy di Dublino , segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che l’Italia occupa qualcosa come il quinto o il sesto posto nel mondo intero per numero di casi di abusi. Significativamente, la sua affermazione non ha avuto quasi nessuna reazione significativa nei media mainstream italiani. Allo stesso tempo, è incoraggiante che la Chiesa in Italia abbia (finalmente) intrapreso un percorso di riconoscimento, cura e prevenzione, per quanto corretto e integrato possa essere lungo il cammino.

    Lo ha notato Maria Elisabetta Gandolfi, direttrice della rivista cattolica indipendente Il Regno , che ha spesso pubblicato articoli sulla crisi degli abusi. (Full disclosure: sono un membro dello staff de Il Regno ). Gandolfi ha anche sottolineato che i vescovi presentando il rapporto della Cei hanno riconosciuto che “un terreno culturalmente insensibile è forse anche uno dei motivi del ritardo complessivo della società italiana nel chiedere un’azione decisa e coerente contro la pedofilia e la violenza sui minori ”.Questo “terreno culturalmente insensibile” è un fattore chiave per comprendere il ritardo italiano nell’affrontare la crisi degli abusi. Fino ad oggi, c’è stato un ampio consenso in Italia sul fatto che il problema degli abusi legati alla Chiesa non fosse una priorità.

    Il rapporto della Cei è solo l’inizio. È anche un banco di prova per il più ampio, cosiddetto ” mondo cattolico ” in Italia: clero e religiosi cattolici, intellettuali laici, politici, operatori sociali e pastorali, membri di movimenti e associazioni. Un immenso cantiere teologico che atterrisce molti nella Chiesa Sarà importante anche vedere le reazioni ei contributi delle associazioni e delle reti teologiche cattoliche italiane, tutte operanti in un sistema ecclesiale che deve lavorare in un Paese che il Vaticano ha storicamente visto come il proprio orticello.

    Intellettualmente, sarà utile adottare una prospettiva che guardi alla crisi nella sua complessità e sia attenta ad evitare un approccio ipocrita che cerchi di difendere la Chiesa che in Italia ha fatto (e sta facendo) tutto quello che può e deve fare. Sarà anche importante evitare un approccio populista che cerchi di incriminare la Chiesa cattolica come un’impresa criminale dedita a perpetrare e nascondere abusi. Cercare una spiegazione monocausale – come l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il celibato o l’omosessualità – rivela una semplificazione che rafforza lo status quo. Come hanno notato Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro libro pubblicato di recente in Francia, la sfida è istituzionale ma anche culturale e teologica. Lo scandalo degli abusi ha aperto un immenso cantiere teologico che terrorizza molti nella Chiesa, e non solo nella gerarchia clericale.

    Ci vorranno generazioni per scavare e ricostruire. Purtroppo la Chiesa istituzionale non è l’unico soggetto in Italia che ha a lungo ignorato lo scandalo degli abusi. Anche le istituzioni pubbliche (come la polizia, il sistema giudiziario e il sistema scolastico), così come il sistema dei media laici, laici e indipendenti, hanno ignorato lo scandalo.

    Solo negli ultimi anni i giovani giornalisti, cattolici e non, hanno rotto il silenzio facilitato da una cultura mediatica e politica storicamente restia a indagare sulla Chiesa cattolica. Cosa ha iniziato ad aprire i miei occhi C’è ancora molta strada da fare, per tutti gli italiani, non solo per i vescovi o per i funzionari vaticani. La mia esperienza personale di studioso cattolico emigrato negli Stati Uniti mi ha insegnato molto. Il mio primo breve viaggio nel paese è stato nella primavera del 2004.

    Una delle tappe è stata a Boston, dove le indagini “Spotlight” del Boston Globe hanno cambiato per sempre la nostra conoscenza e comprensione degli abusi nella Chiesa. Questo ha cominciato ad aprirmi gli occhi. Ma quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che nessuno, nemmeno i cattolici illuminati e progressisti, era interessato a sentire e parlare della crisi degli abusi. Lo scandalo era scoppiato già negli anni ’90 in Irlanda, ad esempio, ma in Italia semplicemente non si è registrato.

    Allora l’idea nella penisola era che questo fosse un problema americano, non un problema italiano. Questo è certamente come la vedeva il Vaticano. Ed è anche come la vedevano la maggior parte dei cattolici italiani, fino a poco tempo fa.Mi sono reso conto della portata e della profondità della crisi solo quando mi sono trasferito negli Stati Uniti nel 2008. Come teologo cattolico laico che insegna a giovani studenti, con una giovane famiglia e bambini che frequentano una scuola parrocchiale in una delle diocesi statunitensi più colpite dalla scandalo, la crisi divenne inevitabile.

    Non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, come studioso, professore, genitore e membro della Chiesa. Ho assistito agli effetti del caso McCarrick nel 2018 e sono diventato attivo sul campo, come studioso e come insegnante. Prima di venire negli Stati Uniti, ero uno di quei cattolici italiani della culla che non avevano mai conosciuto nessuno che avesse rivelato di aver subito abusi. Né avevo sentito parlare di abusi nella Chiesa, se non nelle notizie che venivano dall’estero. I punti ciechi che si vedono oggi nei vescovi italiani erano i miei punti ciechi fino a pochi anni fa. In un certo senso, ero uno dei tanti spettatori. Alcuni sapevano e sono rimasti in silenzio, mentre altri hanno sentito qualcosa ma non hanno pensato che valesse la pena di essere coinvolti. La maggior parte era solo culturalmente insensibile.

    Questo ruolo degli astanti (per gli abusi nella Chiesa, ma anche nelle scuole: l’insegnante come spettatore nel bullismo scolastico) è una delle cose a cui i ricercatori hanno guardato con più attenzione negli ultimi anni. È fondamentale che la Chiesa in Italia lo faccia bene Quelle poche persone che hanno alzato la voce sono state ignorate e messe a tacere, e non solo dai vescovi.

    La crisi degli abusi è molto più complicata di una netta divisione in due campi, tra vittime e sopravvissuti da una parte, autori e facilitatori dall’altra. C’è una vasta zona grigia di cui parlava già anni fa il gesuita padre Hans Zollner – il massimo esperto di abusi e prevenzione – sul settimanale culturale tedesco Die Zeit . “L’area grigia, non sono solo gli altri. L’area grigia siamo anche noi”, ha detto. L’Italia è un banco di prova cruciale per comprendere gli effetti dello scandalo abusi sulla coscienza dei nostri contemporanei, cattolici e non, riguardo alla loro percezione della Chiesa.

    Questo sarà legato all’eredità di Papa Francesco sulla gestione della crisi degli abusi. Farà parte anche dell’eredità del cardinale Matteo Zuppi, eletto presidente della Cei grazie al forte appoggio del papa. Sarà interessante vedere se la Chiesa in Italia saprà rispondere allo scandalo degli abusi, non solo a livello di pubbliche relazioni e in aula, ma anche a livello di discorso teologico, religioso e culturale. sia una sfida per la resistenza della Chiesa italiana ad accettare tutto ciò che oggi sappiamo sugli abusi, anche grazie all’evoluzione della morale, soprattutto per quanto riguarda la nostra maggiore consapevolezza della dignità dei bambini e dei minori, delle donne e degli adulti vulnerabili.

    È un risveglio al quale la tradizione cattolica ha contribuito in modo importante, anche se spesso in modo inconsapevole, involontario e indiretto. Il modo italiano di affrontare la crisi degli abusi è particolarmente importante perché, nel nostro cattolicesimo policentrico e globale, la penisola dove si trova il Vaticano è ancora il ground zero di questo cambio di paradigma epocale. Vittime e sopravvissuti falliti in Italia manderebbero un segnale particolarmente inquietante a tutti i cattolici del mondo.

    Seguimi su Facebook @MassimoFaggioli

  • L’innocenza violata di Tonino: quando la Chiesa tradisce l’essenza stessa del messaggio evangelico

    L’innocenza violata di Tonino: quando la Chiesa tradisce l’essenza stessa del messaggio evangelico

    Da qualche settimana è in libreria “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi”, esordio nella narrativa del giornalista Giovanni Di Marco, edito da Baldini+Castoldi. Si tratta di romanzo di formazione e di denuncia, una storia di abusi e tentativi di riscatto. Il romanzo è ambientato in Sicilia, in un paesino dell’entroterra palermitano. Siamo all’inizio degli Anni ’80. Il protagonista è un bambino, vittima due volte: del destino, in quanto orfano, e del sacerdote locale, di cui subirà le molestie. L’unica speranza di salvezza di Tonino si chiama Tania, una giovane vicina di casa che gli farà da seconda madre: sarà lei a intuire gli abusi e a tentare di sottrarre il piccolo dalle grinfie del prete pedofilo.

    La storia si apre con il funerale della madre di Tonino, interrotto bruscamente quando in chiesa, nel pieno della funzione religiosa, arriva la notizia dell’attentato a Karol Wojtyla. Tonino ha 7 anni, è un bambino curioso e intelligente. Ma la confusione e la rabbia che prova quel giorno, scaveranno nel suo animo, lasciando cicatrici profonde. In risposta agli abusi (psicologici e sessuali) che da lì a poco subirà per mano di Padre Alfio, Tonino rischierà di diventare il carnefice di sé stesso. Mentre nel mondo si consumano gli ultimi scampoli di guerra fredda e l’Italia si festeggia il Mondiale dell’82, in Tonino tutto sembra andare lentamente in frantumi: le amicizie, la possibilità di un futuro, il rapporto con la famiglia. Sarà Tania, giovane donna dallo spirito indomito e con un passato burrascoso, l’unica persona disposta a lottare perché Tonino riceva giustizia.

    Prendendo come filo conduttore l’esperienza del piccolo protagonista, il romanzo dell’autore palermitano prova a far luce sul dramma, reale, delle vittime di abusi da parte di membri del clero e sull’ostinato (quanto ingiustificabile) silenzio della Chiesa che per anni ha protetto i carnefici abbandonando le vittime al proprio destino. Un romanzo d’esordio potente e coraggioso, una sorta di manuale di come la Chiesa gestisca, da sempre la vicenda pedofilia, senza mai una parola di solidarietà per le vittime e con l’unico, diabolico intento di insabbiare i casi..Un romanzo dalla scrittura franca e leggera che affornta un tema quanto mai attuale e spinoso, con occhi puliti ma consapevoli. Il tema dell’abuso viene raccontato senza morbosità e, nonostante i traumi che ne deriveranno, ha un finale che indulge alla speranza. Tonino è le tante vittime che sono costrette a subire e a tacere, perchè è la parola di un bimbo contro un ministro dlela Chiesa, Tonino è la vittima perfetta, senza madre e con un padre assente. In un momento in cui una parte dei cattolici, quella sana, quella che vuole tornare a pregare in Chiesa, chiede chiarezza il libro di Giovanni Di Marco rappresenta una denuncia contro un sistema, ormai consolidato, che però comincia trovare sempre più spazio sulle pagine dei giornali.  

    ——————

    https://www.liminarivista.it/comma-22/destini-orfani-tonino-nellesordio-di-giovanni-di-marco-limina-rivista/

    https://www.minimaetmoralia.it/wp/libri/come-un-cane-che-abbaia-dentro-lavversione-di-tonino-per-i-ceci-e-i-polacchi-di-giovanni-di-marco/

    —

    gdm

    —

    Pierelisa Rizzo
    Giornalista

  • Abusi in Italia: una voce “altra”

    Abusi in Italia: una voce “altra”

    Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

    Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

    A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

    Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

    Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

    La messa in scena

    Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

    Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

    Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

    Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

    Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

    Neutrali?

    Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

    Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

    La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

    Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

    Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

    Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

    Denunce e Centri di ascolto

    Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

    Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

    Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

    Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

    Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

    Annuncio e pratiche criminali

    Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

    Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

    Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

    Cambiamo scenario

    In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

    Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

    Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

    Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

    “Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

    “Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

    Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

    Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Lucetta Scaraffia e Anna Foa per Editoriale Domani – In Italia si parla poco e malvolentieri degli abusi del clero. Anzi, pare che quanto più emergono i dati allarmanti delle inchieste in altri paesi europei tanto più si voglia tacere, anche se ultimamene non si osa più, da parte clericale, vantare l’apparente minore coinvolgimento italiano.

    I motivi di questo silenzio sono molti, radicati nella storia: una istituzione ecclesiastica sempre molto legata al potere, cattolici che si sentono più aderenti a una parte politico-sociale che credenti i quali cercano di realizzare l’insegnamento evangelico.

    Così, mentre altrove in Europa è la stessa comunità cattolica che spinge le gerarchie a fare chiarezza sul tema degli abusi con inchieste indipendenti, da noi si evita di pensarci. Il risultato è che le poche notizie che filtrano dalla cortina di omertà che copre tutto sono da decenni di tipo scandalistico.

    L’argomento si presta, e molto, alle descrizioni pruriginose, diffuse da rotocalchi e programmi televisivi.

    I POCHI DATI

    Ma niente di serio è stato fatto finora, se non la raccolta dati organizzata da una vittima, Francesco Zanardi, nel sito Rete L’Abuso, che raccoglie testimonianze, articoli di giornali, documenti processuali degli ultimi dodici anni.

    Una raccolta che – pur composta da materiale eterogeneo e difficilmente classificabile in un insieme coerente – è utilissima e fondamentale per farsi una prima idea del fenomeno in Italia. Tutto quello che si rivela sul tema abusi del clero in Italia viene da lì.

    Su questo materiale abbiamo lavorato in cinque donne – Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati, Mariella Balduzzi, Mariangela Rosignoli, quattro delle quali nonne – per molti mesi, e il risultato è nel libro Agnus dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, uscito da Solferino nel maggio del 2022.

    Pur non potendo trasformare i dati raccolti in un sistema di classificazione sistematico, ci siamo rese conto che analizzando queste fonti era possibile arrivare ad alcune conclusioni importanti.

    Le più rilevanti riguardavano, soprattutto, gli aspetti finanziari del problema, dei quali si parla in genere poco o niente.

    Innanzi tutto le vittime sono sempre appartenenti a famiglie disagiate, non poche addirittura a famiglie assistite economicamente dalle parrocchie. Famiglie per le quali qualche regalo del parroco può essere sufficiente a far chiudere gli occhi, se non bastasse la paura di perdere i pochi soccorsi che ricevono. Famiglie che non conoscono avvocati, che hanno paura di entrare in un tribunale, quindi candidate naturalmente a non denunciare in caso di abuso.

    In corrispondenza allo stato di indigenza delle famiglie degli abusati vi è spesso la capacità del prete abusatore di raccogliere soldi grazie a collette varie, per esempio in occasione di feste religiose, che gli garantiscono la quantità di denaro liquido necessario al mantenimento della dipendenza delle vittime.

    Nel caso poi di una denuncia da parte della vittima il denaro è doppiamente necessario, ma questa volta interviene direttamente la diocesi, che – come è capitato – ricorre ai fondi che le arrivano dall’8 per 1000 (destinati invece alla carità, al mantenimento degli edifici di culto e così via) per tacitare lo scandalo.

    Il primo tentativo è quello di ottenere il silenzio della vittima versando una somma di denaro in cambio della rinuncia a parlare.

    Il fatto che le somme stanziate in questi casi siano ridicolmente basse (dai 10.000 ai 25.000 euro) dà l’idea dello stato di indigenza delle famiglie coinvolte, per le quali evidentemente costituiscono somme importanti.

    Se la vittima e la sua famiglia non accettano il patteggiamento, il denaro della diocesi – e questa volta in misura decisamente maggiore – diventa risorsa fondamentale per pagare l’avvocato del prete accusato, quasi sempre un ottimo difensore.

    In alcuni casi sono stati arruolati anche professionisti di grido, come Carlo Taormina, mentre nella diocesi di Milano molto spesso il difensore, Mario Zanchetti, è stato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Cattolica.

    Avvocati molto più bravi di quelli che possono permettersi le vittime, tanto che grazie a loro spesso i processi finiscono con la prescrizione o nel nulla per vizio di forma.

    Un esempio: Riccardo Seppia, considerato dal giudice del primo processo un delinquente comune, era parroco di Santo Spirito a Sestri Ponente.

    Giudicato colpevole in prima e seconda istanza di reati molto gravi, come violenza, cessione di droga e induzione alla prostituzione di giovanissimi – pena di nove anni, sei mesi e venti giorni – è stato prosciolto per vizio di forma nel ricorso in Cassazione. È evidente che ha potuto usufruire di un avvocato bravissimo, pagato dalla curia.

    Nella parrocchia di Selva Candida, vicino a Roma, le numerose accuse di molestie che arrivavano nei confronti del parroco Ruggero Conti venivano sottovalutate davanti alla sua eccezionale abilità di “attrarre capitali”, necessari per realizzare opere d’importanza sociale. Le vittime faticarono molto a trovare ascolto.

    I CONDANNATI

    Un altro aspetto interessante emerso dal nostro lavoro è stata la scoperta che fra i preti condannati i pedofili costituiscono probabilmente un numero esiguo. Le ragazze o i ragazzi abusati infatti sono tutti tra i dodici e i quattordici anni, scelti perché soggetti più facilmente controllabili e riducibili al silenzio che non una donna o un uomo adulto, ma non per l’età giovane in sé.

    La pedofilia ricompare però nel corso del procedimento penale.

    In genere, il sacerdote accusato in prima istanza nega tutto, a lungo. Quando le prove lo sommergono, cerca una scappatoia: dice di essere malato, cioè di essere pedofilo.

    A questo punto la gravità del reato si stempera, e quasi sempre invece di finire in prigione il prete in questione viene riassegnato all’istituzione ecclesiastica perché lo recuperi con un percorso terapeutico. Percorso che avviene in edifici per preti “in crisi”, prevede in genere periodi non lunghi di cura blanda, con psicologi a loro volta sacerdoti, e permette poi abbastanza rapidamente di tornare a esercitare la missione in parrocchie lontane da quelle dello scandalo.

    Certo, la chiesa lamenta un numero sempre minore di sacerdoti e quindi non rinuncia facilmente ai suoi figli consacrati, anche se colpevoli di odiosi abusi. E così, di conseguenza, aumenta il numero dei sedicenti pedofili.

    ATTI IMPURI

    Ma c’è anche una ragione di fondo che impedisce alla chiesa di affrontare seriamente la questione abusi: nel Codice di diritto canonico l’abuso e lo stupro non sono classificati come reati contro la persona, ma come trasgressioni al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri.

    Questo tipo di trasgressione è un peccato per chi la commette, ma non viene preso in considerazione il danno inferto all’altra persona: è il colpevole che compie atti impuri al centro dell’attenzione dell’istituzione ecclesiastica, non la sorte della vittima, sospettata comunque anch’essa di avere provato piacere, quindi di avere trasgredito al sesto comandamento.

    Una sbagliata concezione della sessualità e il rifiuto a passare dal peccato al reato stanno quindi all’origine dello scandalo che sta rovinando la chiesa.

    Tornando ai problemi della chiesa italiana, certo una indagine indipendente, con la prevedibile emersione di numerosi casi di abuso, le porterebbe, con le ovvie conseguenze di risarcimenti da pagare, una perdita economica gravissima, che significherebbe anche una perdita di potere sociale.

    Ed è anche vero che la disillusione spingerebbe molti credenti ad abbandonare la pratica religiosa, oltre che a cancellare l’8 per 1000.

    Ma questo abbandono temuto sta avvenendo lo stesso, se pure in modo meno clamoroso: le chiese dopo il Covid non sono tornate a riempirsi, quelli per cui la messa domenicale era solo un’abitudine hanno appunto perso l’abitudine.

    A questi si aggiungono coloro che vivono una grave delusione a proposito del clero, alimentata in misura determinante dagli abusi. In chiese come quelle tedesca e francese, la percezione di questa crisi è grave e allarmante.

    Da noi si fa finta di niente, senza pensare che lo scandalo degli abusi, e del modo in cui sono gestiti, costituisce un veleno sottile che sta corrodendo tutto, se non si pone pronto e coraggioso rimedio. Se non lo si affronta con verità e giustizia.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/pedofilia-perche-in-italia-i-preti-sotto-accusa-riescono-sempre-a-cavarsela-f4e89cl3

  • La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa cattolica italiana ha identificato 68 presunti autori di abusi in un’indagine sull’abuso sessuale di bambini e individui vulnerabili che copre un periodo di soli due anni – un lasso di tempo criticato dai difensori delle vittime come uno “scherzo”.

    La cifra è sorprendentemente alta dato che l’indagine ha riguardato solo il periodo 2020-2021 e si riferiva solo ai dati forniti dai “centri di ascolto” istituiti dalle diocesi di tutta Italia nel 2019 appositamente per ricevere denunce di abusi.

    Il rapporto, parte della prima inchiesta della chiesa sugli abusi nei suoi ranghi, è stato pubblicato giovedì dalla conferenza episcopale italiana. Ha rilevato che 89 persone avevano presentato accuse contro 68 sospetti abusatori, tra cui sacerdoti e laici, inclusi operatori della chiesa e insegnanti di religione.

    Delle 89 denunce, 12 riguardavano bambini di età inferiore ai 10 anni e 61 provenivano da bambini di età compresa tra 10 e 18 anni. Sedici delle presunte vittime avevano più di 18 anni, un gruppo definito dalla chiesa come “individui vulnerabili”.

    È in corso un’indagine separata incentrata su accuse risalenti al 2000, anche se non è chiaro quando verranno pubblicati i risultati.

    Una rete di gruppi di vittime, associazioni religiose e laiche aveva spinto affinché lo Stato italiano commissionasse un’inchiesta indipendente, simile a quelle commissionate negli Stati Uniti, in Irlanda, Cile, Francia e Germania, che rivelassero la schiacciante portata di abusi e tentativi sessuali dalla chiesa cattolica in quei paesi per coprirlo.

    Sulla base delle cifre annunciate nel rapporto di giovedì, Francesco Zanardi, che ha fondato Rete L’Abuso, la principale associazione di vittime in Italia, ha stimato che il numero delle vittime di abusi sessuali negli ultimi 22 anni potrebbe essere di quasi 2.000.

    “Era già deludente che il rapporto scartasse le accuse fatte prima del 2000”, ha detto Zanardi. «Sessantotto maltrattanti in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi della denuncia sono una beffa ed escludono un mucchio di cifre, non ci sono dati dei magistrati o di Rete L’Abuso. Hanno fatto riferimento solo ai “centri di ascolto”. Questo rapporto è vergognosamente inadeguato”.

    Il Vaticano detiene fascicoli su 613 casi di abusi segnalati dall’Italia risalenti al 2000.

    L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni ha detto in conferenza stampa che il rapporto era “solo l’inizio”, aggiungendo che la consapevolezza della gravità degli abusi sessuali sui bambini all’interno della chiesa cattolica era cresciuta e che il vero cambiamento è iniziato “quando abbiamo iniziato a metterci nei panni di le vittime”.

    “Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e iniziare a tenere conto di questo fattore ha significato che abbiamo iniziato a cambiare seriamente il nostro stile”, ha detto Ghizzoni.

    Tuttavia, ha ribadito che “il 93% dei casi di abuso avviene in famiglia o all’interno del ‘cerchio di fiducia’ creato in ambienti frequentati da minori”. “È ora che i panni sporchi non vengano più lavati in famiglia”, ha detto. “Dobbiamo farlo come Chiesa, ma questa consapevolezza deve crescere in tutti gli ambiti della società civile”.

    Ghizzoni ha affermato che è un “obbligo morale” denunciare le accuse di abuso, anche se non è chiaro a quali rapporti di autorità si debba fare riferimento.

    I difensori delle vittime hanno ripetutamente chiesto allo Stato italiano di consegnare alla giustizia i preti pedofili e di elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia vengono svolte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere destituita o incarcerata. Di quelli giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono incarcerati.

    I risultati di un’inchiesta in Francia resi noti lo scorso anno hanno rilevato che 216.000 bambini sono stati abusati dal clero in sette decenni. Un rapporto in Germania ha criticato l’ex papa Benedetto XVI per la presunta mancata azione contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.

    “È vergognoso che lo Stato italiano non faccia nulla al riguardo”, ha detto Zanardi. “Nei Paesi normali c’è stata un’inchiesta indipendente, ma non in Italia. Qualcosa non torna”.

    Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie, ha dichiarato: “È scandaloso. Questo rapporto non parla di aiutare le vittime o di ottenere giustizia per loro. Qual’è il punto?”

    https://www.theguardian.com/world/2022/nov/17/italy-church-report-into-sexual-abuses-a-joke-say-victims-groups

  • Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Novanta casi di abuso sessuale compiuto in una parrocchia, in un’aula di catechismo o in un seminario denunciati in due anni. È il dato che emerge dal primo rapporto sulla pedofilia nella Chiesa commissionato dalla Conferenza episcopale italiana, realizzato dall’Università cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e presentato ieri dal segretario generale dei vescovi, monsignor Giuseppe Baturi, e da monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei.

    SONO 89 GLI ABUSI segnalati ai centri di ascolto delle diocesi italiani nel biennio 2020-2021, perlopiù ai danni di minorenni: in 12 casi si tratta di bambine e bambini con meno di dieci anni, 28 hanno fra i dieci e i quattordici anni, 33 fra i quindici e i 18 anni, solo in 16 sono maggiorenni.

    È un dato elevato, ma decisamente sottostimato: i centri di ascolto sono novanta, mentre le diocesi in Italia sono 226; e nel periodo preso in esame si era in piena emergenza Covid, quindi per diversi mesi i centri sono rimasti chiusi o sono stati impossibili da raggiungere a causa del lockdown.

    Per quando riguarda la tipologia di abusi, il rapporto indica che vi sono stati «comportamenti e linguaggi inappropriati» in 24 casi, «toccamenti» (21), «molestie sessuali» (13), «rapporti sessuali» (9), «esibizione di pornografia» (4), «adescamento online» (3) e «atti di esibizionismo» (2).
    Gli abusatori sono in tutto 68, di cui 30 preti, 15 religiosi e 23 laici – che quindi sono un terzo del totale –, come insegnanti di religione cattolica, sagrestani, animatori dell’oratorio, catechisti e responsabili di associazioni ecclesiali, prevalentemente (il 60%) di un’età compresa fra i quaranta e i sessant’anni. I luoghi nei quali gli abusi e le violenze si sono consumate sono soprattutto parrocchie (33,3%), sedi di movimento e associazioni (21,4%), seminari, noviziati e case di formazione (11,9%), scuole cattoliche (6%).

    Cosa hanno fatto i vescovi dopo che i centri di ascolto hanno segnalato loro gli abusi? Hanno preso un provvedimento disciplinare canonico nei confronti dei preti abusatori e talvolta hanno trasmesso il caso al Dicastero vaticano per la dottrina della fede. E hanno proposto ai preti pedofili dei «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione», compresi l’inserimento in «comunità di accoglienza specializzata» e «accompagnamento psicoterapeutico».

    COME SI NOTA, la denuncia alla autorità civile da parte delle gerarchie ecclesiastiche non è contemplata. Quello dell’assenza dell’obbligo della denuncia penale resta una delle gravi lacune delle linee guida antipedofilia della Chiesa italiana, come più volte sottolineato dalle associazioni delle vittime, dal coordinamento anti-abusi «Italy Church too» e dai gruppi di base, come «Noi siamo Chiesa». L’onere della denuncia penale spetta solo alle vittime.

    COSA VIENE OFFERTO dai centri di ascolto alle vittime che denunciano l’abuso? Poco o nulla: soprattutto informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9% dei casi), incontri con il vescovo diocesano (24,6%), un percorso di sostegno psicoterapeutico (14%), un cammino di accompagnamento spirituale (12,3%). La voce indennizzi non è nemmeno contemplata. Eppure lo stesso rapporto spiega che in circa metà dei casi il trauma dell’abuso subito provoca nelle vittime delle conseguenze che perdurano a lungo nel tempo.

    Al di là dei numeri, il rapporto presenta numerose lacune. È vero che si tratta della prima indagine presentata dalla Chiesa italiana, ma nello stesso tempo assomiglia alla proverbiale montagna che partorisce un topolino. A differenza di altre Conferenze episcopali, a cominciare da quella francese per non allontanarsi troppo, che hanno condotto delle inchieste realmente indipendenti, su una grande e diversificata mole di dati e lungo un arco temporale di diversi decenni.

    LA CEI INVECE ha affidato l’analisi dei numeri all’Università Cattolica, sulla cui piena autonomia e indipendenza è più che lecito avanzare dubbi. Ha utilizzato unicamente i dati dei centri di ascolto attivati dalle diocesi, e nemmeno tutte, dove molte vittime non si recano volutamente a denunciare gli abusi subiti dai preti. Ha ristretto l’indagine al biennio 2020-2021. Mancano tutti i dati del Dicastero per la dottrina della fede, dove – è stato rivelato in conferenza stampa – sono aperti 613 fascicoli contro preti pedofili italiani, della magistratura e delle associazioni delle vittime.
    «Siamo appena all’inizio», ha detto monsignor Ghizzoni in conferenza stampa. Ma non pare decisamente un buon inizio.

    https://ilmanifesto.it/pedofilia-nella-chiesa-89-vittime-in-due-anni-pure-con-il-lockdown

  • Primo Report sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Primo Report sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Gli obiettivi e la metodologia della rilevazione
    L’obiettivo della rilevazione è quello di verificare, nel biennio 2020-2021, lo stato dell’arte in merito all’attivazione del Servizio Diocesano o Inter-diocesano per la tutela dei minori (SDTM/SITM), del Centro di ascolto e del Servizio Regionale per la tutela dei minori (SRTM) nelle Diocesi italiane. Il presente report intende offrire uno strumento conoscitivo alla Conferenza Episcopale Italiana per implementare le azioni di tutela dei minori e delle persone vulnerabili nelle Diocesi italiane. A tale scopo, la metodologia del lavoro ha previsto la definizione e la somministrazione online di tre strumenti di rilevazione, uno destinato ai referenti diocesani per analizzare la struttura e le attività del SDTM/SITM, il secondo destinato ai referenti delle Regioni ecclesiastiche, il terzo indirizzato ai referenti dei Centri di ascolto. I dati raccolti sono stati elaborati differenziando le diverse situazioni a livello territoriale e dimensionale.

    1. I Servizi Diocesani e Inter-diocesani per la tutela dei minori
    I Servizi sono presenti in tutte le 226 Diocesi italiane. Le elaborazioni effettuate fanno riferimento a 158 risposte su 166 Diocesi coinvolte: 8 Servizi sono infatti a carattere Inter-diocesano. La rappresentatività statistica del campione di indagine è pari al 73,4% (166 Diocesi sulle 226 totali in Italia e, ad oggi, sono in corso ulteriori accorpamenti).
    – La distribuzione geografica del campione evidenzia una relativa omogeneità nella presenza di Diocesi collocate nelle diverse aree del nostro Paese (seppure al Centro Italia corrisponda una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord). Dal punto di vista dimensionale, le Diocesi del campione sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250mila abitanti), seguite dalle Diocesi di grandi (oltre
    250mila) e piccole dimensioni (fino a 100mila).
    – Ad avere l’incarico di referente nella maggior parte dei casi è un sacerdote (51,3%), seguito da laico o laica (42,4%) e solo raramente un religioso o una religiosa (6,3%).
    – Le Diocesi di piccole dimensioni invece si distinguono in quanto a ricoprire il ruolo di referente, in oltre la metà dei casi, è un laico/a (56, 0%), mentre negli altri casi un sacerdote.
    – Il 77,2% delle Diocesi censite ha una équipe di esperti a sostegno del SDTM.
    – Le principali attività svolte dal SDTM consistono in incontri e corsi formativi.
    – Il numero di incontri formativi proposti nel biennio in esame (2020-2021) è cresciuto notevolmente, passando dai 272 incontri del 2020 ai 428 del 2021.
    – Il numero di partecipanti conferma il trend di crescita: da 7.706 nel 2020 a 12.211 nel 2021, con l’aumento più alto per gli operatori pastorali, passati da 3.268 a 5.760.
    – Le relazioni tra SDTM e altri organismi ecclesiali, quali Ordinari religiosi e Superiori di istituti femminili, risultano scarse: solo il 4,7% dichiara di aver promosso iniziative comuni.
    – Anche le iniziative o le collaborazioni con altri enti, associazioni, istituzioni non ecclesiali, risultano limitate (12,2%); solo nell’11,4% dei casi il SDTM partecipa a tavoli istituzionali civili.
    – Gli Uffici diocesani con i quali sono state avviate collaborazioni sono soprattutto l’Ufficio per la pastorale giovanile (53,3%), l’Ufficio per la pastorale familiare (47,4%), l’Ufficio scuola (35,6%).
    – La maggior parte delle Diocesi ha attivato un Centro di ascolto (70,8%), in particolare nelle Diocesi di grandi dimensioni (84,8%).
    – Le modalità con cui vengono pubblicizzate le attività del SDTM si avvalgono soprattutto del sito web (67,7%), in secondo luogo si utilizzano presentazioni o comunicazioni ordinarie alla stampa (42,4%).
    – I referenti dei SDTM sono stati chiamati a fornire un parere in merito ai punti di forza e di debolezza del sistema sinora costituito a livello diocesano. Tra i punti di forza vengono indicati in via prioritaria la sensibilità di educatori e catechisti nei confronti del tema degli abusi sui minori (il punteggio medio da 1 a 10 è 7,3) e la gestione delle relazioni con gli Uffici pastorali diocesani (7,1), con il Seminario diocesano (6,5) e con educatori e catechisti (6,4).
    – I punti negativi risultano invece: la capacità di gestire relazioni con Istituti e Congregazioni religiose (5,1), con le associazioni non ecclesiali (4,9), con gli enti locali (4,8); infine, il giudizio più negativo è riservato all’attività di comunicazione realizzata sui media locali (4,1) circa le iniziative proposte dai Servizi.

    2. I Centri di ascolto
    Sono stati rilevati dati relativi a 90 Centri di ascolto: di questi 21 attivati nel 2019 o prima, 30 nel 2020, 29 nel 2021 e 10 nel 2022. L’attivazione dei Centri di ascolto è strettamente correlata alla dimensione delle Diocesi, con 38 Centri costituiti in Diocesi di grandi dimensioni o Diocesi che si sono aggregate.
    – La sede del Centro di ascolto differisce dalla sede della Curia diocesana nel 74,4% dei casi.
    – Il responsabile del Centro, in oltre due terzi dei casi, è un laico o una laica (77,8%). Meno frequente è la scelta di un sacerdote (15,5%), oppure un religioso o una religiosa (6,7%). Tra i laici prevalgono nettamente le donne, che quindi rappresentano i due terzi dei responsabili.
    – Nella maggior parte dei casi (83,3%), i Centri di ascolto sono supportati da una équipe di esperti.
    – Nel biennio in esame il totale dei contatti registrati da 30 Centri di ascolto è stato pari a 86, di cui 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021.
    – Il genere delle persone che hanno contattato il Centro rivela una maggiore rappresentazione delle donne (54,7%).
    – I contatti sono avvenuti principalmente via telefono (55,2%) o, in misura inferiore, tramite corrispondenza online (28,1%).
    – Il motivo del contatto è rappresentato dalla volontà di segnalare il fatto all’Autorità ecclesiastica (53,1%), dalla richiesta di informazioni (20,8%), da una consulenza specialistica (15,6%).
    – I casi segnalati, anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni.
    – Circa la tipologia dei casi segnalati, è emersa la prevalenza di “comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2).
    – Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%).
    – Il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione.
    – Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%).
    – A seguito della trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, tra le azioni poste in essere sono risultati prevalenti i “provvedimenti disciplinari”, seguiti da “indagine previa” e “trasmissione al Dicastero per la Dottrina della Fede”.
    –  Tra le azioni di accompagnamento delle presunte vittime, i Centri forniscono informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9%), organizzano incontri con l’Ordinario (24,6%), offrono un percorso di sostegno psicoterapeutico (14,0%) e di accompagnamento spirituale (12,3%).
    – Ai presunti autori degli abusi vengono proposti percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    3. I Servizi regionali per la tutela dei minori
    I Servizi regionali (SRTM) attivati sono 16 e comprendono la totalità delle Regioni ecclesiastiche (le Regioni politiche Piemonte e Valle D’Aosta; Abruzzo e Molise; Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia costituiscono rispettivamente la Conferenza Episcopale Piemontese, la Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana e la Conferenza Episcopale Triveneta). Rappresentano il luogo di coordinamento tra i Servizi diocesani e organizzano iniziative di formazione dei membri degli stessi Servizi. Le attività del SRTM sono state quasi esclusivamente iniziative di carattere formativo, con 36 incontri nel 2020 e 62 nel 2021 (per un totale di 98 incontri con 2.746 partecipanti).

    https://www.chiesacattolica.it/primo-report-nazionale-sulle-attivita-di-tutela-nelle-diocesi-italiane/

  • Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

    Seicentotredici è il numero dei fascicoli contenenti denunce di abusi sessuali nella Chiesa inviati negli ultimi vent’anni dalle diocesi italiane alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero per la Dottrina della Fede). Ottantanove vittime (61 minorenni), nel biennio 2020-21, che segnalano casi di abusi – metà recenti, metà del passato – compiuti da 68 presunti abusatori. Non solo sacerdoti (30) e religiosi (15), ma anche laici (23) quali insegnanti di religione, sagrestani, animatori dell’oratorio o del grest, responsabili di associazione, direttori di Uffici di Curia, catechisti e presidenti di Onlus. A molti di questi sono stati offerti percorsi di riparazione in comunità di accoglienza e accompagnamento psicoterapeutico.

    Gli abusi

    Sono i dati che maggiormente spiccano nel primo Report pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sul lavoro svolto dalla rete territoriale di Servizi diocesani e interdiocesani per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili negli ultimi anni. Quelli cioè colpiti dalla pandemia di Covid che ha aggravato il fenomeno. Fenomeno che non riguarda solo il crimine di violenze sessuali, ma anche – si legge – “molestie”, “esibizione di pornografia”, “adescamento online”, “atti di esibizionismo”, “manipolazioni”, “proposte indecenti”, “violenza domestica” o, in un caso, “adesione a setta satanica”.

    Il documento, dal titolo “Proteggere, prevenire, formare”, è stato presentato questa mattina in una affollatissima Sala Marconi di Palazzo Pio. Assente il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, presenti il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, e il responsabile del Servizio nazionale per la Tutela dei minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni, insieme ad alcuni “testimoni” dei servizi e centri dispiegati sul territorio.

    “Nuovi” dati

    Monsignor Baturi, in particolare, ha parlato di questo “nuovo” dato emerso relativo ai 613 fascicoli contenenti denunce di abusi arrivati alla ex Congregazione per la Dottrina della Fede dalle diocesi italiane, spiegando che verrà svolta “una indagine in collaborazione con il Dicastero per un esame qualitativo e quantitativo del fenomeno emerso in sede istituzionale in Italia negli ultimi venti anni”.

    Un numero ben più ampio rispetto a quelli comunicati in passato dalla Cei sull’ultimo decennio. Baturi ha chiarito che “dalle notizie che abbiamo raccolto sono più di 600 i fascicoli ma serve un esame per comprendere quante e quali siano le vittime, in che contesto vivono, chi sono i responsabili, i loro profili, la nostra capacita di reagire alle denunce. Tutto sarò oggetto di ricerca su casi reali e ci vorrà tempo ma la Cei sarà supportata da centri indipendenti”.

    Nessuna volontà di nascondere

    Naturalmente non c’è nessuna volontà di nascondere. Anzi, come affermato da monsignor Ghizzoni, “è ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia”. “Questo – ha detto il segretario della Cei – è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici, con una predisposizione di azioni, anche nuove, per favorire una lettura globale” della pedofilia nella Chiesa, quella che Papa Francesco ha stigmatizzato in più di un’occasione come “un cancro nella Chiesa”. E proprio grazie alle sollecitazioni del Papa, ha annotato il numero due dei vescovi italiani, si è potuta diffondere una nuova e diversa cultura nella Chiesa italiana circa il contrasto degli abusi, concretizzata in decisioni prese dall’assemblea dei Vescovi e in “una attenzione importante di cui bisogna dare atto”. “La Cei – ha affermato – non ha competenze giudiziarie, ma questo è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici”.

    Quanto alla questione risarcimenti, Baturi, in risposta alle domande dei giornalisti, ha detto: “In sede ecclesiale è un tema che noi abbiamo esaminato a livello normativo e generale, il Motu proprio Vos estis lux mundi prevede sostegni. Ma non abbiamo articolato forme piu precise di aiuto, il tema dei risarcimento è connesso a procedimenti civili”.

    Maggiore coinvolgimento e sinergia

    Da parte sua, il responsabile del Servizio di tutela ha sottolineato un cambiamento in positivo della percezione della gravità degli abusi. Lo dimostra la risposta ottenuta dalle diverse diocesi: “Dall’inizio del 2019, grazie al Consiglio permanente è stata fatta nascere una rete. Non ci aspettavamo che in un anno e mezzo diocesi ci rispondessero. Ognuna ha segnalato un referente diocesano per il Servizio di tutela dei minori”. Il numero è di 158 su 166. “Diversa” anche la coscienza riguardo alle vittime: “Il vero cambiamento, come Chiesa, è avvenuto proprio quando noi abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime. Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e il cominciare a tener conto di questo fattore, più che degli altri, ha fatto sì che cominciassimo seriamente a cambiare stile”, ha detto l’arcivescovo di Ravenna. “Questo – ha aggiunto – è avvenuto anche a livello sociale e culturale… C’è una presa di coscienza specifica del problema degli abusi, ma non è ancora abbastanza. La dignità di una persona vale di più di un mondo intero”. E “la Chiesa italiana, con questo Report, si impegna a valutare i casi, per una reazione adeguata che coinvolga tutti i soggetti della società italiana per un problema che è di tutti e deve vedere maggiore coinvolgimento e sinergia”.

    Una prima fotografia

    Al momento il Report è “una prima fotografia di quello che la Chiesa italiana sta mettendo in atto per contrastare il fenomeno degli abusi e impegnarsi nella prevenzione. Siamo ancora agli inizi”, ha affermato ancora l’esperto Cei. Ciò che “preme” è “certamente fare verità su passato e presente e fare giustizia, si tratta di un reato e un peccato gravissimo. Preme che questo evento non accada, vogliamo arrivarci prima per dare possibilità a ragazzi, genitori, famiglie di poter accedere a tutti i nostri ambienti con tranquillità e sicurezza vere”.

    Far crescere la prevenzione

    L’idea ora è di fare un Report ogni anno, con indicazioni precise, approfittando delle conoscenze sviluppate per far “crescere attività di prevenzione”. “Il nostro scopo non è solo fare un centro ascolto per raccogliere segnalazioni e denunce ma di anticipare eventi negativi e di formare le persone. Quali? Preti, religiosi, laici più stretti collaboratori, allargandosi a chi gravita in ambiente ecclesiale come allenatori sportivi, animatori oratorio, centro giovanile, scuole cattoliche… Tanti ambiti perché le persone siano attente, vigilanti, pronte ad agire e reagire”.

    Non sostituirsi alle autorità

    Un altro importante chiarimento offerto dal responsabile Cei per la Tutela dei Minori è che “come Chiesa, non dobbiamo e non vogliamo sostituirci né all’autorità, né alle forze dell’ordine, né tantomeno alla magistratura: quei reati che comunque devono essere denunciati, chiunque sia l’abusatore, noi li ascoltiamo, accogliamo, se riguardano persone in vita ecclesiale per prendere provvedimenti ecclesiali per un giusto processo canonico che porti a delle conseguenze, con una procedura nota: la verifica della verosimiglianza, l’investigatio previa, la segnalazione alla Dottrina della Fede, il processo, la sentenza… Fino a quel punto le persone hanno diritto ad essere considerati innocenti e alla tutela della buona fama”.

    In preghiera per le vittime

    Ghizzoni ha inoltre ricordato la Giornata indetta per domani dall’Onu per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Nell’occasione la Conferenza episcopale ha esortato a vivere in tutte le parrocchie, diocesi, movimenti una giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Sono stati formulati e inviati anche degli appositi testi. Il tutto per favorire la sensibilizzazione sul tema che, ha assicurato il prelato, “porterà sempre più la gente a parlare”: “Per una vittima aprire questo discorso sulla sua vita e sul suo passato è scoprire una ferita, un misto di sensi di colpa e umiliazione, non da sottovalutare. Se l’ambiente diventa sempre più attento, sensibile e favorevole, le vittime possono aprirsi di più e denunciare”.

    Alcune associazioni di vittime – a cominciare da Rete L’Abuso con il cui responsabile il cardinale Zuppi aveva avuto un dialogo diretto la scorsa estate – ha criticato il Report presentato oggi e ha affermato che i dati Cei “battono” quelli emersi dallo studio di una commissione indipendente in Francia.

    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-11/cei-report-servizi-centri-tutela-minori-abusi-italia.html

  • Pedofilia, 753 casi mai segnalati dalla Chiesa italiana alla magistratura

    Pedofilia, 753 casi mai segnalati dalla Chiesa italiana alla magistratura

    Il dato più interessante emerso dalla conferenza stampa di presentazione del primo Report della Chiesa italiana sugli abusi su minori compiuti in ambito ecclesiastico non è presente nel Report. Come è stato infatti rivelato da mons. Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale, dal 2001 al 2020 sono stati «613 i fascicoli trasmessi dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede». È la prima volta dal 2010 che la Conferenza episcopale “aggiorna” pubblicamente questo dato. Il 25 maggio del 2010 era stato infatti l’allora segretario mons. Crociata a raccontare durante l’assemblea generale dei vescovi che dal 2001 erano stati «circa 100 i casi di abusi sessuali rilevati in Italia con procedimenti canonici nell’ultimo decennio».

    Venendo al Report, realizzato da ricercatori dell’Università Cattolica di Piacenza sulla base dei dati provenienti da 90 Centri di ascolto istituiti nel 2019 dalla Cei nelle diocesi italiane (leggi l’inchiesta di Left sui Centri d’ascolto)  per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Stando allo studio tra il 2020 e il 2021 sono state 89 le segnalazioni di abusi e violenze di vario tipo raccolte da 30 dei 90 centri; 40 riguardano minori di 14 anni (45%), 33 di età compresa 15-18 anni e 16 adulti vulnerabili.

    Circa la tipologia dei casi segnalati, si legge nel Report è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2). Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%).
    I 68 presunti autori di reato sono soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione. Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario
    (11,9%).

    «È solo una prima fotografia, siamo ancora agli inizi», ha detto monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori. «A noi preme fare verità sul passato e fare giustizia, perché si tratta di un peccato e un reato gravissimo, ma ci preme anche che ciò non accada più, e per questo siamo impegnati nella prevenzione». Giustizia e prevenzione che però ancora una volta non si concretizzeranno in una collaborazione con la magistratura “laica” tramite la denuncia delle segnalazioni ricevute. Come hanno ricordato i due monsignori, infatti, sollecitati dalle domande dei giornalisti, la legge italiana non prevede l’obbligo di denuncia per reati di questo tipo se non per i pubblici ufficiali. E i vescovi non sono pubblici ufficiali.

    Quindi, in buona sostanza, le 89 segnalazioni ricevute dai Centri di ascolto diocesiani sono state trasmesse solo all’Autorità ecclesiastica e tra le azioni poste in essere contro i 68 presunti responsabili sono risultati prevalenti i «provvedimenti disciplinari», seguiti da «indagine previa» della Diocesi e «trasmissione al Dicastero per la dottrina della fede». I 40 casi di violenza su minori si aggiungono pertanto ai 613 “rivelati” da mons. Baturi per un totale di 653 fascicoli aperti in poco più di 20 anni. Abbiamo quindi chiesto a mons. Ghizzoni quali impressioni avesse ricavato da tali cifre e se possano considerarsi il sintomo di un problema di carattere strutturale all’interno della Chiesa cattolica. «Abbiamo ricevuto questi dati da troppo poco tempo per poter fare delle valutazioni approfondite» è stata la replica.

    Una prima risposta meno evasiva potrebbe venire da un secondo studio commissionato dalla Cei e annunciato da mons. Baturi che sarà realizzato in base all’analisi dei 613 fascicoli trasmessi in 20 anni dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede. «Il numero dei fascicoli aperti – ha sottolineato mons. Baturi – può non corrispondere al numero di reati commessi. Possono essere di più o di meno – ha precisato il segretario della Cei – perché un abusatore può aver compiuto più violenze, ma d’altra parte una denuncia può essersi conclusa con una archiviazione. Per questo è necessaria una elaborazione approfondita di queste informazioni, tenendo presente che è forse la prima volta al mondo che si realizza un accordo del genere tra il dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) e un episcopato nazionale».

    Va bene l’eccezionalità dell’accordo ma questo significherebbe che la Cei a oggi non è a conoscenza dell’esito di quelle 713 segnalazioni. E allora ci si chiede: se non c’è stata comunicazione alla Cei da parte della Santa sede, i preti condannati per pedofilia dal Ddf sono tutti rimasti tranquillamente a svolgere le proprie funzioni nelle rispettive Diocesi? Qualcosa non torna, ma se così fosse non ci sorprenderebbe. Una ipotesi è che i vescovi delle diocesi interessate siano stati informati ma che nessuno, dal vertice in giù, si sia mai preso la briga di mettere insieme tutte le informazioni per avere quanto meno un quadro complessivo del fenomeno.

    Quel che è certo è che in nessun caso (dei 613+100+40) è mai stata coinvolta la magistratura italiana. E questo è inaccettabile per un Paese civile, cioè laico.

    https://left.it/2022/11/17/pedofilia-753-casi-mai-segnalati-dalla-chiesa-italiana-alla-magistratura/