Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una  conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

    A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

    La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

    In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

    La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

    Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

    Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

    La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

    La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

    Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

    Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

    Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

    Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

    Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

    Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

    La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

    Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

    Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

    La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

        Roma, 11/01/2026
    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • La Chiesa cattolica spagnola risarcirà le vittime di abusi sessuali

    La Chiesa cattolica spagnola risarcirà le vittime di abusi sessuali

    Giovedì la Chiesa cattolica spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subito abusi sessuali da parte del clero spagnolo. Le somme saranno decise caso per caso dal difensore civico nazionale, che si occupa di tutelare gli interessi dei cittadini (in molti paesi è chiamato ombudsman, mentre in Italia non esiste un ruolo del genere). Il documento è stato firmato dal ministro spagnolo della Giustizia e della Presidenza, Félix Bolaños, dal presidente della Conferenza episcopale spagnola (CEE), Luis Argüello, e dal presidente della Conferenza spagnola dei religiosi (Confer), Jesús Díaz Sariego.

    L’accordo arriva dopo anni in cui la Chiesa cattolica spagnola (come in molti altri paesi) si era rifiutata di ammettere i casi di pedofilia commessi al suo interno, nonostante le molte inchieste sul tema. Nel 2023 per la prima volta ne aveva ammessi più di 900, e da allora aveva lavorato con lo stato a un accordo che permettesse a quante più vittime possibile di ottenere un risarcimento.

    Il sistema previsto dall’accordo riguarda casi in cui sono coinvolte persone che non possono più ricevere dei risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. Funzionerà così: le presunte vittime dovranno chiedere il risarcimento a un organismo creato dal ministero della Giustizia, che studierà il caso ed elaborerà una «proposta di riconoscimento»; tutta la documentazione sarà quindi inviata alla Chiesa, che dovrà controllare se il caso è già stato indagato o se la persona è già stata risarcita, e potrà poi accettare o rifiutare la proposta.

    Se lo stato, la Chiesa e la persona richiedente saranno d’accordo con il risarcimento, questo verrà emesso dall’istituzione ecclesiastica responsabile dell’aggressore (diocesi, ordine o congregazione religiosa) e se questa non potrà permetterselo lo emetteranno la CEE e la Confer. Se non c’è accordo, il caso passerà a una commissione mista per la risoluzione delle controversie che dovrà arrivare a una decisione unanime. In caso di mancato consenso, l’ultima parola spetterà al difensore civico.

    La modalità con cui verrà stabilita l’entità dei risarcimenti, così come il minimo e il massimo che la Chiesa dovrà pagare non sono ancora stati decisi. Il difensore civico ha detto che la Spagna dovrebbe imitare i paesi europei che hanno già varie forme di risarcimento per i casi di abuso. Le cifre concordate variano però in modo considerevole da stato a stato: in Belgio per esempio la Chiesa ha pagato in media meno di 6mila euro a persona, mentre in Irlanda i risarcimenti partivano da 50mila euro fino ad arrivare a 300mila, con un pagamento medio di 62mila euro.

    https://www.ilpost.it/2026/01/08/chiesa-cattolica-spagnola-risarcimenti-vittime-pedofilia/

  • La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana ha suonato e ha ricordato più di mille nomi: quelli delle vittime di pedofilia nel clero, registrati in Italia dal 2000 a oggi. È accaduto a Savona, in piazza Sisto IV, dove giovedì 8 gennaio la Rete L’Abuso insieme all’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha dato vita al flashmob “Per chi suona la campana” per ricordare le vittime di abusi della chiesa.

    I rintocchi sono arrivati in risposta all’iniziativa della diocesi di Sanremo della Campana dei bambini non nati, che dal 28 dicembre scorso suona ogni giorno alle 20 contro l’aborto. Una scelta che ha sollevato un acceso dibattito politico, riaprendo questioni legate all’autodeterminazione delle donne, alla colpevolizzazione di queste ultime, alla laicità dello spazio pubblico e al ruolo della chiesa nel discorso politico e morale. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dalla legge 194 da quasi 48 anni.

    Ma non basta a rendere l’aborto accessibile alle donne che, nel nostro paese, sono costrette a un vero e proprio calvario prima di poter decidere in autonomia. Lo hanno ribadito le quaranta firmatarie di Sanremo che hanno presentato un manifesto contro il vescovo della città ligure, Antonio Suetta, promotore dell’iniziativa.

    L’iniziativa

    «Attaccare l’aborto è una scelta che ha un chiaro significato politico», dichiara Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e organizzatore del flashmob a Savona. «Chi sostiene di farlo in nome della tutela della vita dovrebbe essere coerente fino in fondo. La vita andrebbe difesa sempre, non solo quando è funzionale a una battaglia ideologica. Il contrasto che vogliamo evidenziare è proprio questo: si invoca la sacralità della vita, ma poi, quando i bambini vengono stuprati da esponenti religiosi, quelle stesse istituzioni non vogliono più ascoltarli».

    A ogni rintocco di campana, a Savona sono stati i letti alcuni dei nomi e delle storie delle 1.162 vittime di abusi e molestie da parte della Chiesa. In Liguria, i casi censiti sono 70: 15 a Genova, 24 a Imperia, 10 a La Spezia e 21 a Savona. In 51 situazioni non si è mai arrivati a un procedimento nella giustizia ordinaria. «C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici», legge Zanardi.

    «C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi. C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce. C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto. Poi Sara, Paolo, Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla chiesa anche dopo la denuncia». Racconti diversi, vicini nella dinamica: il silenzio, la protezione dei responsabili, l’isolamento delle vittime.

    I numeri in Italia 

    A livello nazionale, su circa 31mila sacerdoti attualmente in attività, in base ai dati forniti dalla Rete, 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025. Le condanne definitive sono 157, ottenute esclusivamente attraverso i tribunali civili. «Sull’aborto solo la donna può decidere», continua Zanardi. «È una decisione che dev’essere libera anche da violenze psicologiche come quella esercitata da iniziative come la campana di Sanremo. Immaginate come possa sentirsi una donna, magari credente, che vorrebbe abortire. Su questi temi la chiesa la troviamo puntualmente contro la legge.

    Perché si definisce omicidio una scelta riconosciuta dal diritto, mentre si tace sull’“omicidio psichico” subito da chi ha vissuto la violenza. Dove sarebbe necessaria la denuncia, come nei casi di abuso, la chiesa invece scompare. È in questo scarto che viene meno il valore che l’istituzione religiosa dice di attribuire alla vita umana. I bambini e le bambine vittime di abusi all’interno della chiesa hanno meno diritto di essere tutelati?».

    Una domanda che appare scontata nella risposta ma che nei procedimenti, soprattutto canonici, lascia ancora spazio a molti interrogativi.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/savona-presidio-vittime-preti-pedofili-campana-aborti-sanremo-o0jem6zs

  • Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Savona oggi ha fatto sentire un suono diverso.
    Non quello che pretende di parlare “in nome della vita”, ma quello che ricorda le vite spezzate.

    Il 30 dicembre scorso la diocesi di Sanremo annunciava l’installazione della cosiddetta “Campana dei bimbi non nati”, destinata a suonare quotidianamente in memoria dei feti abortiti. Un’iniziativa che fin da subito ha sollevato forti polemiche: sul diritto delle donne all’autodeterminazione, sul confine tra fede e spazio pubblico, ma soprattutto su una questione più profonda e irrisolta.

    Chi parla con tanta forza di morale, perché tace davanti ai propri orrori?

    La risposta in piazza Sisto IV

    Oggi, giovedì 8 gennaio alle ore 18, in piazza Sisto IV a Savona si è tenuto un flash mob organizzato dalla Rete L’ABUSO e dall’UAAR.
    Un gesto semplice e potentissimo: al rintocco di una campana sono stati letti uno per uno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi.

    Nomi, numeri, storie.
    Non simboli astratti, ma persone reali.
    Vittime reali.

    Il suono della campana, questa volta, non celebrava una morale imposta: rompeva il silenzio.

    I numeri che la Chiesa non ama ricordare

    In Liguria i casi censiti sono 70:

    • 15 a Genova
    • 24 a Imperia
    • 10 a La Spezia
    • 21 a Savona

    Di questi, 51 non sono mai arrivati alla giustizia ordinaria.

    Le vittime liguri censite sono 209:

    • 25 donne
    • 184 uomini
    • tutti minorenni, tranne 9 adulti

    In Italia:

    • su circa 31.000 sacerdoti attualmente attivi,
    • 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025,
    • solo157 hanno avuto una condanna definitiva, grazie ai tribunali civili, non a quelli canonici.

    Le vittime totali censite sono 4.694:

    • 554 bambine
    • 4140 bambini
    • 174 adulti vulnerabili
    • 11 persone con disabilità

    Numeri che parlano di un disastro sistemico, non di “mele marce”.

    Le voci delle vittime

    Durante il flash mob sono state lette anche testimonianze dirette, ferite aperte che nessun rintocco può cancellare.

    C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici.

    C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi.

    C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce.

    C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto.

    C’è Sandro, non creduto nemmeno dalla propria famiglia.

    C’è Luca, lasciato in stato di shock per paura che parlasse.

    C’è Sara, c’è Paolo, c’è Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla Chiesa anche dopo la denuncia.

    Storie diverse, un unico schema: silenzio, protezione dei colpevoli, abbandono delle vittime.

    La domanda che resta

    Di fronte a tutto questo, la domanda è semplice e terribile:
    perché definire “omicidio” una scelta riconosciuta dal diritto, e tacere sull’“omicidio psichico” inflitto a migliaia di bambini?

    La Chiesa cattolica continua a tuonare sul corpo delle donne, ma costruisce muri quando deve guardare dentro se stessa.
    Predica, ma non ripara.
    Condanna, ma non risarcisce.
    Ricorda ciò che conviene, dimentica ciò che la inchioda.

    Una campana per chi non è mai stato ascoltato

    Savona è una città dove ogni giorno risuona una campana simbolo di libertà.
    Oggi ha dimostrato che può esistere anche una campana per ricordare le bambine e i bambini violati, quelli che non hanno avuto voce, quelli che non hanno avuto giustizia.

    Non una campana per giudicare.
    Ma una campana per non dimenticare.

    E soprattutto, per dire che la vera blasfemia non è la protesta.
    La vera blasfemia è il silenzio.

    Savona, una campana contro l’ipocrisia

  • Abusi, in Spagna raggiunto un accordo storico: il Governo “costringe” la Chiesa a risarcire le vittime dei preti pedofili

    Abusi, in Spagna raggiunto un accordo storico: il Governo “costringe” la Chiesa a risarcire le vittime dei preti pedofili

    L’accordo è un passo in avanti per certi versi unico e memorabile: le vittime degli abusi che in Spagna chiedono giustizia ma si sono spesso dovute scontrare con il muro di gomma della Chiesa saranno risarcite grazie all’intervento del governo.

    La conferenza dei vescovi spagnoli ha reso noto una intesa che consentirà alle persone abusate (e che non desiderano cercare aiuto direttamente dalle strutture ecclesiastiche) di rivolgersi al Ministero della Giustizia e al Difensore Civico dello Stato spagnolo, una figura chiave che in questi anni ha assunto un ruolo di primo piano nel fare luce su tanti casi. Sarà lui che valuterà le richieste e avrà l’ultima voce sui risarcimenti.

    Il ministro della Giustizia spagnolo Félix Bolaños ha detto in una conferenza stampa a Madrid che centinaia di vittime – i cui aggressori sono nel frattempo morti o sono assai anziani – «potrebbero finalmente ricevere il riconoscimento richiesto e alla fine ricevere una equa riparazione economiche dalla chiesa».

    «Oggi abbiamo pagato un debito alle vittime», ha affermato Bolaños. »È vero che lo Stato ha agito in ritardo, ma alla fine lo abbiamo fatto.

    Fino a ieri, le vittime non potevano fare nulla anche perché questi crimini erano caduti in prescrizione». In quasi tutti i paesi europei (escludendo l’Italia che non prevede affatto alcun risarcimento alle vittime) la Chiesa ha creato dei percorsi di giustizia riparativa. Il caso spagnolo è comunque un unicum vper via dell’insolito coinvolgimento dello Stato.

    Il percorso che ha portato a questo accordo è stato piuttosto travagliato. Negli ultimi anni  l’opinione pubblica, le coraggiose inchieste del Pais e le pressioni di alcuni politici spagnoli hanno fatto affiorare i crimini passati commessi da preti e vescovi pedofili. Nel frattempo emergevano anche gli insabbiamenti continui che erano stati fatti dalle diocesi, dagli istituti religiosi e dal Vaticano stesso. Alla fine il Parlamento è dovuto intervenire e ha incaricato il Difensore Civico di indagare e redigere un rapporto. Il documento lo ha consegnato l’anno scorso. Sono 800 pagine e conta 487 casi di abusi sessuali.

    I vescovi spagnoli hanno subito respinto i risultati di quella ricerca sostenendo che gli abusatori all’interno della Chiesa non erano migliaia e migliaia ma “solo” 728 dal 1945. E che la maggior parte dei crimini si era verificata prima del 1990. Nel 2024 il governo – di fronte all’atteggiamento poco collaborativo della Chiesa – ha annunciato che avrebbe fatto pressioni sui vescovi per garantire un risarcimento alle vittime. Intanto l’episcopato costituiva un proprio comitato speciale per ascoltare le vittime, valutare le richieste e garantire una certa riparazione “economica, spirituale e psicologica”.

    In base al nuovo accordo, le vittime possono rivolgersi al Ministero della Giustizia spagnolo attraverso una petizione. La procedura arriverà al Difensore Civico che valuterà caso per caso e proporrà una compensazione che il comitato ecclesiale a sua volta valuterà in seguito. La conferenza episcopale spagnola oggi ha anche informato che la Chiesa ha già pagato 2 milioni di euro per dei risarcimento a più di cento vittime dall’apertura del suo comitato speciale nel 2024.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_risarcimenti_chiesa_pedofilia_papa_leone_spagna_vescovi_spagnoli_vittime-9286141.html

  • #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    II 30 dicembre scorso, la diocesi di Sanremo dava notizia dell’istallazione della “Campana dei bimbi non nati”, ricordati dai suoi rintocchi quotidiani.

    Iniziativa che da subito ha sollevato polemiche, in particolare sul diritto della donna ad una libera scelta,ma non solo…

    Ad indignarsi sono state anche le vittime della chiesa, che in età infantile sono state stuprate negli anni da sacerdoti pedofili. La chiesa cattolica continua a tuonare su un diritto e a voler gestire il corpo delle donne. Ma riesce a costruire muri di silenzio quando si tratta di affrontare concretamente gli orrori della pedofilia praticati dai propri” ufficiali” rifiutando di fornire sostegno,o soluzioni.o riconoscimento.

    #ChurchToo – Per chi suona la campana?

    Di fronte a tanta pocrisia, Rete L’ABUSO e UAAR annunciano per giovedì 8 gennaio 2026 alle ore 18 un Flash Mob in piazza Sisto IV a Savona dove, al rintocco di una campana, leggeranno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi, ricordando i nomi di chi ha prodotto le migliaia di vittime censite nel paese.

    Vittime che non hanno mai ricevuto giustizia dalla chiesa e che di fronte a iniziative come quella di Sanremo, si domandano: perché definire omicidio quello che è una scelta riconosciuta dal Diritto, e tacere di fronte all” omicidio psichico”di chi subisce violenza dal clero?

    Savona, la città dove ogni giorno rintocca una campagna simbolo di libertà può avere anche una campana per ricordare tutte le bambine e i bambini rimasti vittime.

    “Per chi suona la campana” è il titolo del Flash Mob dell’8 gennaio in piazza Sisto IV e che si ripeterà ad oltranza fino al riconoscimento pubblico, la cui richiesta sarà presentata all’interno dell’evento dell’8 gennaio.

     

  • Sinéad O’Connor, crocifissa per aver detto la verità

    Sinéad O’Connor, crocifissa per aver detto la verità

    di Giacomini Alessandro – La Chiesa Cattolica non ha mai chiesto scusa a Sinéad O’Connor, non lo ha fatto nel 1992, quando la distrusse mediaticamente, non lo ha fatto nel 2002, quando la cronaca le diede ragione, e non lo ha fatto nel 2023, quando lei se n’è andata.

    Questo silenzio non fu una dimenticanza, ma una precisa scelta politica, ammettere il torto fatto a Sinéad significherebbe ammettere che un’intera gerarchia ha preferito la tutela dei pedofili alla salvezza dei bambini.

    L’8 ottobre 1992 la nota cantante Sinéad O’Connor non compì un gesto blasfemo, smise semplicemente di fingere, sul palco del Saturday Night Live cantò War di Bob Marley, cambiò il testo per parlare di abusi sui minori e strappò la foto di Papa Giovanni Paolo II (dicasi Wojtyla).

    Disse: Fight the real enemy, il vero nemico non era la fede era l’istituzione che la usava come scudo per proteggere i colpevoli.

    La risposta fu un linciaggio globale, non contro i pedofili, non contro chi li aveva coperti, ma contro una donna sola.

    Sinéad spiegò, urlò, insistette, la sua era una denuncia contro la copertura sistematica degli abusi sessuali sui minori da parte della Chiesa cattolica.

    Non fu ascoltata, perché ascoltarla avrebbe significato guardare negli occhi una verità orrenda, che per decenni la Chiesa aveva scelto di salvare sé stessa, non certo i bambini.

    E mentre Sinéad veniva distrutta pubblicamente, la Chiesa continuava a funzionare esattamente come prima, ciò che Sinéad aveva intuito con il dolore, i documenti lo confermavano con il gelo della burocrazia.

    Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la protezione dei preti abusatori non è stata un errore di percorso, ma una dottrina ufficiale.

    Nel suo periodo, la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadì il segreto pontificio sui delicta graviora (i delitti più gravi), in pratica:

    silenzio obbligatorio, niente denunce, niente giustizia civile, i vescovi non erano tenuti a rivolgersi ai tribunali, i preti abusatori venivano spostati, i bambini sacrificati e le famiglie lasciate sole.

    Non furono errori, fu una strategia, una strategia che permise a migliaia di sacerdoti di continuare a stuprare minori in tutto il mondo.

    In Francia, una commissione indipendente ha stimato 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020, duecento sedicimila vite spezzate, ma il problema per il mondo, restava Sinéad O’Connor.

    Fino al 2001, la guida suprema era il documento “Crimen sollicitationis” del 1962, che imponeva il “segreto del Sant’Uffizio“ su ogni indagine per pedofilia.

    Le istruzioni erano inequivocabili:
    segreto permanente, anche dopo la fine del processo, il silenzio doveva essere totale e pena di scomunica per chiunque osasse denunciare all’esterno, cioè alla magistratura civile.

    ​Nel 2001, Joseph Ratzinger, braccio destro di Giovanni Paolo II, non scardinò questo sistema, ma lo blindò con l’epistola De Delictis Gravioribus.

    Ribadì il “segreto pontificio”, assicurando che i crimini sessuali contro i minori rimanessero un affare interno, gestito da vescovi che avevano come unico mandato quello di evitare lo scandalo, non di consegnare i mostri alla giustizia.

    Nel 2002 il Boston Globe fece ciò che Sinéad O’Connor aveva fatto dieci anni prima, raccontò i fatti, solo che allora non si strappavano più foto, si strappavano le maschere.

    Sinéad aveva detto la verità, la Chiesa aveva mentito eppure nessuno le chiese scusa.

    Non la Chiesa, non il Vaticano, non Giovanni Paolo II, beatificato e santificato senza che il suo ruolo nel sistema di copertura venisse mai affrontato, mentre

    Sinéad non fu riabilitata, non le venne restituita la carriera, non le venne restituita la voce, non le venne restituita la dignità.

    Venne lasciata a combattere da sola contro traumi, malattie mentali, ferite profonde, molte aggravate proprio da quel linciaggio pubblico, ma non ritrattò mai, non chiese mai perdono perché non aveva nulla di cui pentirsi.

    È morta nel luglio 2023 a 56 anni, solo allora partirono gli elogi, solo allora divenne una “profeta”, solo allora una “visionaria”, ma anche, solo parole vuote, pronunciate quando non costano più nulla.

    Ma non per la Chiesa cattolica, che invece, non disse nulla, nessuna ammissione, nessuna richiesta di perdono, nessuna parola per la donna che aveva denunciato ciò che poi si rivelò vero.

    Sinéad O’Connor non è stata una martire della musica è stata una vittima collaterale di un sistema di potere che ha preferito distruggere chi parlava piuttosto che fermare chi abusava, strappò una foto per difendere dei bambini, e la Chiesa, con il suo silenzio, strappò lei.

    La Chiesa di Wojtyla non ha “omesso” di vigilare, ha attivamente impedito che la giustizia facesse il suo corso, spostando i preti da una parrocchia all’altra come pezzi di un gioco perverso, regalando loro nuove vittime in cambio del silenzio.

    ​Il fatto che Giovanni Paolo II sia stato proclamato Santo a tempo di record è l’insulto finale a Sinéad O’Connor e a tutte le vittime di abusi.

    È la prova che per il Vaticano la difesa del prestigio dell’istituzione vale più della dignità umana.

    ​Sinéad O’Connor è morta senza aver ricevuto un grammo di quella giustizia che chiedeva, mentre la Chiesa Cattolica non ha mai fatto i conti con lei perché lei è lo specchio della loro vergogna.

    Ricordarla oggi non è un omaggio, è un atto di accusa contro un’istituzione che non ha mai chiesto scusa e che, proprio per questo, non ha mai davvero fatto i conti con la propria colpa.

    Ricordarla oggi significa non perdonare un’istituzione che continua a nascondersi dietro il fumo dell’incenso per non guardare il sangue sulle proprie mani.

    ​Fonti – Link – Approfondimenti:

    • ​Crimen Sollicitationis (1962):

    Per decenni, questo documento è stato il manuale d’istruzioni per occultare i crimini sessuali. Prevedeva il “segreto del Sant’Uffizio”, punendo con la scomunica chiunque, vittima o testimone, riferisse i fatti alla magistratura civile.

     Fonte: Archivio Vaticano / Testo integrale su AGER

    Testo integrale tradotto dal latino (Associazione Rete L’Abuso)

    • De Delictis Gravioribus (2001):

    Sotto la firma dell’allora prefetto Joseph Ratzinger, braccio destro di Wojtyla, la Chiesa ribadiva che i “delitti più gravi”, tra cui la pedofilia, dovevano restare sotto il “segreto pontificio”.

    Un atto che, di fatto, sottraeva migliaia di criminali alla giustizia ordinaria.

    Fonte: Lettera Ad exsequendam, Santa Sede

    • ​​Francia:Il Rapporto Sauvé ha stimato circa 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020.

    Fonte: CIASE – Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Église

    • ​Irlanda:

    Il Rapporto Ryan e il Rapporto Murphy hanno scoperchiato decenni di torture e abusi sistematici nelle istituzioni cattoliche.

     Fonte: Murphy Report – Department of Justice

    • ​Italia:

    Il nostro Paese resta un’anomalia europea, privo di una commissione d’inchiesta indipendente statale, con la CEI che si limita a “report” parziali basati solo sulle segnalazioni interne.

    Le inchieste successive, come il Rapporto Ryan, avrebbero confermato che in quegli anni migliaia di bambini venivano abusati in istituti gestiti da ordini religiosi, con la piena consapevolezza dei vertici.

    • ​​Francia (Rapporto Sauvé):Circa 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020. Il rapporto sottolinea il carattere “sistemico” degli abusi.

    ​Irlanda, la terra di Sinéad, migliaia di bambini torturati nelle Magdalene Laundries e nelle scuole cattoliche.

    https://www.rsi.ch/info/mondo/Irlanda-la-strage-degli-illegittimi–1241838.html

    https://europa.today.it/attualita/irlanda-scuole-cattoliche-abusi-sessuali.html

  • “Sono il primo ma sono convinto di non essere l’unico”, prete denuncia abusi subiti in Alto Adige da parte di un superiore

    “Sono il primo ma sono convinto di non essere l’unico”, prete denuncia abusi subiti in Alto Adige da parte di un superiore

    Per la prima volta in Austria un sacerdote ha dichiarato pubblicamente di essere stato vittima di abusi in ambito ecclesiale. Il caso riguarda Anno Schulte-Herbrüggen, oggi 60enne, prete della Diocesi di Innsbruck, che ha denunciato fatti risalenti a 40 anni fa, quando aveva 19 anni e si trovava presso l’Ordine Teutonico a Lana (Bolzano), in Alto Adige, agli inizi del suo percorso verso il sacerdozio.

    In un’intervista all’emittente pubblica Orf, Schulte-Herbrüggen ha affermato di aver deciso di parlare “per dare coraggio agli altri”. Ha spiegato che l’abuso avvenne nella sua stanza e che il superiore agì “in modo mirato”. Dopo essere tornato a casa, confidò l’accaduto a un confratello, ma la risposta ricevuta lo colpì duramente: gli fu detto che la colpa era sua e che le inclinazioni omofile e pedofile dell’aggressore erano note. A seguito di questa reazione, il giovane decise di tacere. Un trauma che subiscono moltissime vittime di violenza sessuale; quello di non essere credute o addirittura di essere incolpate per l’abuso subito.

    La denuncia pubblica arriva oggi, a distanza di quattro decenni. “Sono il primo sacerdote in Austria ad osare questo passo, ma sono convinto di non essere l’unico”, ha dichiarato. La Diocesi di Innsbruck ha espresso al sacerdote “rispetto e riconoscimento” per il suo “passo coraggioso”, definendo la scelta di rendere pubblica la sua storia “un forte segno di apertura e responsabilità”.

    L’Ordine Teutonico, con un comunicato, ha riconosciuto “il grave abuso subito dalla vittima”, affermando di sostenere il percorso di elaborazione e invitando eventuali altre vittime o persone informate a segnalare casi sospetti alle autorità competenti. La segnalazione di Schulte-Herbrüggen era pervenuta all’Ordine nel 2022 tramite il Centro di ascolto della Diocesi di Bolzano-Bressanone che ha pubblicato il primo dossier in Italia sugli abusi da parte di prete pedofili. Da allora l’Ordine ha coperto i costi della terapia e mantenuto i contatti con il sacerdote. Secondo dati riportati da Orf, la Commissione Indipendente austriaca per la tutela delle vittime ha gestito dal 2010 a oggi 3.600 segnalazioni di presunti abusi in ambito ecclesiale nel Paese.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/10/sono-il-primo-ma-sono-convinto-di-non-essere-lunico-sacerdote-denuncia-abusi-subiti-in-alto-adige-da-un-superiore/8223236/

  • A qualcuno piace strano: un prete scoperto sull’altare con due dominatrici

    A qualcuno piace strano: un prete scoperto sull’altare con due dominatrici

    Un episodio che ha lasciato sbalordita la comunità cattolica di Pearl River, in Louisiana, ha visto protagonista il sacerdote Travis Clark, sorpreso in circostanze decisamente fuori dal comune. Nel 2020, Clark è stato scoperto mentre aveva rapporti sessuali con due donne sull’altare della Saints Peter and Paul Catholic Church, una scena che ha fatto rapidamente il giro della stampa internazionale.

    A dare l’allarme è stato un passante che, notando luci accese nella chiesa in piena notte, ha deciso di controllare meglio. Guardando attraverso le vetrate, l’uomo ha constatato quanto stava accadendo e ha immediatamente chiamato le autorità. La polizia, giunta sul posto, ha trovato conferma delle segnalazioni e ha proceduto all’arresto del sacerdote.

  • IL PREMIO  A FRANCESCO  ZANARDI DELLA  “RETE L’ABUSO”,  «UN SEGNALE  CHE QUALCOSA  STA CAMBIANDO»

    IL PREMIO A FRANCESCO ZANARDI DELLA “RETE L’ABUSO”, «UN SEGNALE CHE QUALCOSA STA CAMBIANDO»

    42454 CREMONA-ADISTA. Un coraggioso attivista che da decenni con «coraggio e costanza» denuncia la pedofilia nella Chiesa: Francesco Zanardi, fondatore e anima della Rete L’Abuso, ha ricevuto con questa motivazione il 26 novembre scorso a Cremona la menzione speciale come “Testimone del nostro tempo” nell’ambito del Premio Nazionale Lea Garofalo, istituito quattro anni fa dall’associazione Dioghenes A.p.s, che edita la testata Wordnews.it.

    Lea Garofalo, giovane donna calabrese che nel 2009 pagò con la vita la sua scelta di ribellarsi alla ‘ndrangheta divenendo testimone di giustizia, è divenuta il simbolo della lotta alla criminalità organizzata e di una resistenza che si forma già a partire dai banchi di scuola. Il premio, infatti, è conferito a classi e scuole che hanno inviato lavori sul tema della giustizia (“La mafia teme più la scuola che la giustizia”, è stato detto citando il magistrato Antonino Caponnetto) ed è un’occasione per riflettere, oltre che sull’esempio di Lea, anche sul tema della violenza contro le donne, in concomitanza con la Giornata del 25 novembre.

    Il premio prevede anche una menzione speciale dei “Testimoni del nostro tempo“: familiari di vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, testimoni di giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni. Ed è in questa veste che, nella quarta edizione del premio, Francesco Zanardi è stato scelto: sopravvissuto agli abusi sessuali del suo parroco, don Nello Giraudo, perpetrati quando era solo un bambino, Francesco è riuscito con la sua determinazione e la sua forte motivazione a denunciare non solo gli abusi subiti personalmente, ma a mettere in piedi un organismo che difende e sostiene da molti punti di vista tante altre vittime. Il suo dolore è diventato una battaglia civile che si è sostanziata nella Rete L’Abuso, associazione che dal 2010 offre empatia, ascolto, supporto giuridico, accompagnamento a chi ha subito un abuso clericale.

    Non solo: oltre a documentare i casi di abusi in Italia (ha creato un enorme database, che finora è l’unico nel nostro Paese), la sua azione di promozione della trasparenza e della giustizia e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica lo ha visto più volte rivolgersi alle istanze internazionali di protezione dei minori. È stato premiato per «il suo instancabile impegno a denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa, e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo»: così le motivazioni della menzione. «Ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza persona le in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il te ma della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico.

    Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica nel no me della verità e della dignità. Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la menzione speciale del Premio nazionale Lea Garofalo».

    È la prima volta che un premio nazionale, tradizionalmente dedicato a mafie, criminalità organizzate e femminicidio, si apre alle vittime di abusi del clero. «Quello consegnato a Francesco non è solo un premio: è un segnale che qualcosa sta cambiando», ha scritto Luciana Esposito sulla testata che dirige, Napolitan.it.

    «In un Paese dove per decenni gli abusi nel clero sono stati sepolti sotto silenzi, imbarazzi e complicità, vedere un attivista come Zanardi riconosciuto come simbolo del coraggio civile segna un’evoluzione importante».

    «Lea Garofalo – prosegue Esposito – denunciò la ’ndrangheta sapendo cosa rischiava. Zanardi denuncia un altro tipo di potere, diverso ma capace di generare lo stesso dolore e la stessa solitudine nelle vittime.

    Mettere questi due mondi sullo stesso palco non è una provocazione: è una scelta culturale, quasi politica.

    Questo premio non celebra una persona: celebra tutti quelli che, come Francesco Zanardi, trasformano una ferita in parole che illuminano». (ludovica eugenio)