Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Italo CASIRAGHI

  • Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    «Dovevamo lasciare l’aula per frequentare alcune lezioni di religione e andare nel seminterrato in una stanza chiamata “Sala dei Laboratori”. Venivano tirate grandi tende nere. Era qundi buio pesto quando accendeva il macchinario che proiettava le immagini su un grande schermo. Ricordo le vite degli apostoli, di Cristo e della Vergine Maria, in paesaggi magnifici. Era magico. Sento ancora il rumore che faceva ogni volta che inviava una nuova immagine. Potevo vedere ogni suo gesto, ma non diceva molto. Per tutto il tempo mi accarezzava. Come la maggior parte degli scolari, portavo i pantaloni corti».

    I fatti risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso a Bramois, un villaggio vicino a Sion, nel Vallese, Svizzera francese. A parlare è Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, quello che gli era successo da bambino. «I vescovi minimizzavano – ricorda – mi dicevano che ero l’unico ad aver subito abusi in Svizzera». Il parroco è Simon Fournier, un uomo conosciuto e rispettato in tutto il circondario, mentre la famiglia Falcioni subisce una sottile discriminazione a causa delle origini italiane. Il prete lo sa e non a caso sceglie Gérard e la sorella minore come vittime: «puntava i più vulnerabili: i poveri, gli orfani, gli immigrati o quelli che erano già oggetto di qualche chiacchiera di paese – ricorda Falcioni – così, nel caso avessero raccontato quello che faceva, avrebbe potuto facilmente screditarli». È il solito modus operandi del predatore pedofilo: avvicinare chi è indifeso e poi esercitare sulla vittima (e spesso sulla sua famiglia) il suo potere, sicuro che nessuno oserà mettere in discussione la sacralità della figura sacerdotale. Don Fournier, però, sarà denunciato da un gruppo di genitori (tra cui quelli di Gérard) e infine condannato nel 1973 a diciotto mesi da un tribunale civile, che lo riterrà colpevole di «attentato al pudore dei bambini e oltraggio pubblico». La chiesa, imperterrita, continuerà a fare finta di nulla. Il prete, a cui era stato vietato di occuparsi dei bambini, sarà poi spostato in un’altra parrocchia e tutto verrà insabbiato. «Nessuno parlava del processo, la stampa taceva e tutti hanno continuato a pensare che mentissimo – ricorda Falcioni – mio padre, che aveva una piccola azienda, non ha più trovato lavoro in paese».

    Dopo la pubblicazione nel 2002 del suo primo libro, L’etabli de la vie. J’ai été abusé à l’âge de cinq ans (Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni, edizioni Mon Village 2002) in cui racconta la violenza subita da Fournier, Falcioni comincia a ricevere «una pioggia di testimonianze di altre vittime». Storie terribili, di ragazzini stuprati senza pietà e poi abbandonati al proprio destino, famiglie che non si danno pace per quello che è successo ai figli mentre vedono i responsabili fare carriera, sostenuti dal rispetto della comunità. Vite che spesso, nell’impossibilità di superare il trauma e di avere giustizia, hanno un esito tragico. «Erano almeno sessanta le vittime nel Vallese che si sono rivolte a me – racconta Falcioni a Domani – io ho riportato tutto al vescovo di Sion (Norbert Brunner, ndr) ma lui non solo ci riduceva al silenzio, ma ci disprezzava. Una vittima che parlava, lui la disprezzava». Molti, nell’impotenza e nell’abbandono, muoiono tragicamente. «In effetti, è spaventoso il numero di testimonianze che ho ricevuto in cui ci sono dei morti – scrive Falcioni in una lettera a un amico – Un terzo dei bambini abusati all’epoca è morto. Un altro terzo è scomparso, insieme alle famiglie».

    Vent’anni dopo, finalmente, qualcosa è cambiato. La Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne,  Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi». Molti di questi archivi, in realtà, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco.

    Lo studio-pilota, sulla cui base verrà condotta un’analisi più approfondita nei prossimi due anni, è stato presentato il 12 settembre scorso e ha identificato 1002 casi di violenza dal 1950 ad oggi, 520 abusatori e 921 vittime, in maggioranza maschi (56 per cento) e in gran parte minorenni (74 per cento). Un numero certamente parziale ma già indicativo della pervasività del fenomeno a tutti i livelli, non soltanto nelle parrocchie ma in ogni contesto ecclesiale. Gli abusi riscontrati si concentrano infatti soprattutto nell’ambito della pastorale (in particolare durante i colloqui in confessionale o l’accompagnamento spirituale), ma anche in quello liturgico (soprattutto fra i chierichetti) e pedagogico (scuole religiose, campi estivi e in generale attività per l’infanzia e la gioventù). «Nel periodo considerato, abbiamo potuto appurare che in molti casi i vescovi hanno contibuito a insabbiare o a minimizzare gli abusi, evitando talvolta anche i necessari processi ecclesiastici e le misure prese erano spesso il trasferimento dei responsabili in altre diocesi o all’estero», sintetizza Vanessa Bignasca, ricercatrice del team di Zurigo.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, si è detto sconvolto dal report di Zurigo e ha comunicato di voler creare un tribunale ecclesiale penale e disciplinare per la chiesa in Svizzera. Il nuovo tribunale ecclesiastico non prevarrà su quello dello Stato ma si occuperà delle sanzioni da adottare contro i membri del clero in caso di violazione di una legge ecclesiastica. Monsignor Gmür ha assicurato che incontrerà a breve le autorità vaticane, non solo per discutere della proposta ma anche per chiedere che gli archivi dei Dicasteri vengano messi a disposizione del team di Zurigo nel proseguimento dell’indagine.

    Intanto, sette parrocchie della diocesi di Lucerna hanno smesso di pagare le tasse ecclesiastiche e hanno deciso di versare su un conto bloccato la quota dell’1% che normalmente andava al vescovado di Basilea, per protesta sulla gestione degli abusi che, sostengono, «sono noti da decenni». «Basta chiarimenti fra colleghi, vogliamo chiarezza», si legge in un comunicato dei consigli ecclesiastici dell’area pastorale della regione di Willisau, a una trentina di chilometri da Lucerna. Esigono indagini indipendenti e un servizio di accoglienza delle vittime esterno alla chiesa, la fine della pratica di distruzione dei documenti riservati e l’apertura degli archivi del nunzio Martin Krebs. Non solo: d’accordo con il vescovo Gmür, chiedono «un impegno inequivocabile, chiaro e duraturo per avviare un cambiamento culturale e ristrutturare radicalmente il sistema». Il che significa, specificano, abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti e includere le donne «in tutti gli uffici e gli ordini» della chiesa.

    Una cosa è certa: nulla sarebbe successo senza l’insistenza e il coraggio dei sopravvissuti. Nel 2010 Gérard Falcioni, insieme a Jacques Nuoffer e a Marie-Jo Aeby, ha fondato Sapec, Gruppo di sostegno alle persone abusate da personalità religiose, associazione che si batte affinché la chiesa riconosca le proprie responsabilità e si preoccupi di rendere giustizia alle vittime dei preti pedofili. Sapec in questi anni ha dato una spinta importante al processo di svelamento della realtà degli abusi in Svizzera: prima con la costituzione della Cecar nel 2016, una commissione di ascolto di vittime di abuso clericale costituita da vescovi e sopravvissuti con il sostegno di alcuni parlamentari, e poi con la collaborazione all’inchiesta dell’università di Zurigo insieme all’omologa IG-MikU, attiva nella Svizzera tedesca.

    «La Cecar è davvero un risultato unico al mondo, perché è una commissione neutrale, creata con il consenso dei preti e delle vittime. Da un lato, le autorità ecclesiastiche che hanno firmato l’accordo sono coinvolte nel suo funzionamento, dall’altro le vittime beneficiano del fondo di risarcimento», spiega Jacques Nuoffer, psicologo e presidente Sapec, anche lui sopravvissuto all’abuso di un abate quando era ragazzo. Sempre nel 2016, la Conferenza dei vescovi e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno infatti istituito una commissione di indennizzo per chi ha subito violenza in un contesto ecclesiale: la somma è alquanto simbolica – fino a ventimila franchi – ma perlomeno è un segno che la chiesa comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Secondo Nuoffer, una cinquantina di persone ha già usufruito del risarcimento. Anche se, sottolinea Gérard Falcioni, «c’è una disparità di trattamento fra chi parla e chi no: sappiamo che la diocesi di Friburgo ha versato fino a centomila franchi alle vittime che hanno promesso di tacere, mentre quelle che denunciano ne ricevono solo ventimila. La verità costa cara». Fra i promotori della Cecar c’è il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, lo stesso che nella sua diocesi ha istituito un gruppo di riflessione sull’eventuale rimozione dei mosaici di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su diverse donne, come abbiamo scritto su Domani (https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8).

    Il nome di Morerod compare anche fra i sei vescovi denunciati dall’ex vicario generale di Losanna Nicolas Betticher, oggi parroco a Berna, al nunzio apostolico in Svizzera Martin Krebs. Secondo quanto scrive a maggio 2023 don Betticher nella sua lettera all’ambasciatore del papa, il vescovo Morerod sarebbe venuto a conoscenza di un caso di abuso nel 2011 e non avrebbe fatto nulla; anzi, avrebbe provveduto a promuovere il sacerdote colpevole, salvo poi sospenderlo nel 2020 quando la faccenda era ormai diventata di dominio pubblico. Per molti, la lettera di accusa di Betticher, resa nota dal giornale svizzero SonntagsBlick lo scorso 10 settembre, non è che una vendetta personale per non essere stato eletto vescovo al posto di Morerod. «Io e altre tre o quattro vittime abbiamo denunciato il fatto che Betticher ci ha maltrattato», sottolinea Nuoffer, e anche Falcioni conferma che gli appelli delle vittime a Betticher quando era vicario restavano lettera morta.

    Una questione non chiara, che ha portato il Dicastero dei vescovi ad affidare al vescovo di Coira Joseph Bonnemain un’indagine previa canonica sulle presunte coperture di abusi, che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Le direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri infatti sono precise e – a differenza di quanto succede in Italia – impongono ai responsabili della Chiesa di denunciare al pubblico ministero i sospetti di reati sessuali contro i minori. Inoltre, una legge ecclesiastica del 2019 «obbliga a segnalare immediatamente qualunque sospetto di occultamento al vescovo competente, il quale ha a sua volta l’obbligo di informarne subito l’autorità vaticana competente. Inoltre, questa legge stabilisce che impedire o influenzare le indagini o i procedimenti giudiziari sia ecclesiastici che statali è un crimine che deve essere denunciato e – a seconda del risultato del procedimento penale ecclesiastico – anche sanzionato». Su questo punto è netto il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano: «il nostro dovere, come vescovi, è innanzitutto di accogliere e ascoltare le vittime che vogliono parlarci e di prevenire altri abusi. Appena veniamo a conoscenza di un reato dobbiamo sempre denunciare alla giustizia civile, anche se la vittima non è d’accordo, per prevenire altri possibili abusi. Noi possiamo poi prendere le misure interne alla Chiesa, che riguardano le conseguenze per la vita del sacerdote in quanto sacerdote, ma non siamo titolati per fare un’indagine penale, che spetta alla magistratura. La legge civile vale per tutti, non ci sostituiamo mai allo Stato».

    Monsignor de Raemy giudica con favore lo studio-pilota di Zurigo: «questo report l’abbiamo voluto, commissionato e finanziato proprio per mettere le persone vittime al centro e per capire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per correggerci, perché ogni abuso, di qualsiasi tipo, è in totale contraddizione con il Vangelo». La situazione della diocesi di cui monsignor De Raemy è amministratore è la più controversa: infatti è proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”. Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. «Una dichiarazione – spiega Vanessa Bignasca – che rende impossibile capire che cosa ci fosse davvero in quei cassetti». Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna» (art 489.2). Una norma che certo non agevola la trasparenza. «Di questi documenti si dovrebbe comunque conservare un breve sommario con il testo della sentenza definitiva, disposizione che nella diocesi di Lugano non è stata osservata», sottolinea Bignasca.

    Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report –  verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenza piuttosto una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».

    La posizione geografia e la storia recente del Ticino (fino al 1884 le parrocchie dipendevano dalle diocesi di Milano e Como) lo rendono per molti versi più vicino alla consuetudine omertosa dell’Italia che ai tentativi di chiarezza portati avanti negli altri cantoni. La frontiera fra i due paesi poi, è blindata per i migranti ma è quanto mai porosa quando si tratta di sacerdoti con un passato poco presentabile, come testimonia la storia di don Italo Casiraghi. Ex parroco di Gordola, vicino a Locarno, viene arrestato dalla polizia nel 2004 con l’accusa di «atti sessuali con fanciulli e molestie sessuali» e condannato l’anno seguente a sei mesi con la condizionale, ma nel 2012 viene ritrovato dal presidente della Rete l’Abuso Francesco Zanardi mentre dice messa a Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il trasferimento da una parrocchia all’altra dei preti pedofili, pratica usata abitualmente dai vescovi per far sparire temporaneamente i sacerdoti con denunce (ma anche con condanne penali) non ha evidentemente confini.

    Molto resta ancora da capire per avere un quadro completo della realtà, come sottolineano gli stessi redattori del report. Restano per esempio da indagare l’associazionismo cattolico, i gruppi giovanili, a partire dagli scout, e da approfondire la gestione delle numerose scuole e collegi cattolici. «L’orrore della chiesa è che gli abusatori vengono coperti dai loro superiori. Non c’è mai stato un preside che abbia protetto un insegnante responsabile di reati di questo tipo, mentre nel caso della chiesa cattolica è stata l’istituzione stessa a insabbiare», conclude Falcioni. «I vescovi svizzeri hanno avuto coraggio a chiedere un’indagine indipendente, ma all’interno della chiesa è più che mai necessario un cambiamento radicale».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/vaticano-studio-svizzero-abusi-t5rexl7d

  • Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Nell’unica diocesi al mondo commissariata da Papa Francesco qualcuno comincia a rimpiangere monsignor Mario Olivieri, chi invece no, fatica a vedere “la grande rivoluzione” messa in atto da monsignor Guglielmo Borghetti, una rivoluzione presunta ma che nei fatti pare solo “tanto fumo ma niente arrosto”.

    A quanto pare il commissario inviato da Papa Francesco per fare pulizia nella diocesi più chiacchierata d’Italia sembra che stia solo facendo silenzio e non pulizia, a dirlo non sono solo molti sacerdoti della diocesi ingauna, ma anche i fatti.

    L’ultimo dei casi che ha lasciato perplessi è quello di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito accusato di molestie e indagato formalmente dalla Procura di Savona per l’ipotesi di reato di violenza sessuale, che paradossalmente, anziché essere sospeso, proprio nei giorni in cui veniva aperto nei suoi confronti un fascicolo, viene promosso da Borghetti come collaboratore della Caritas Diocesana.

    E ancora il caso di Giacomo Pisano, cappellano dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure che a seguito di un tentativo di furto nella sua abitazione, aveva attirato l’attenzione di don Filippo Bardini, il quale aveva avvisato la vigilanza. Una successiva visita dei NAS aveva accertato una situazione a dir poco imbarazzante, il pavimento dell’abitazione era cosparso di rifiuti, escrementi e avanzi di cibo, e in mezzo a oggetti e paramenti sacri, anche materiale pornografico. Questa vicenda pare non abbia turbato molto la diocesi che lo ha “riciclato” e adesso presta servizio nel fine settimana come vice parroco di Balestrino, mentre in settimana presta servizio a Loano, nella chiesa di S. Pio 10°. In questo caso ad allontanare il sacerdote dall’ospedale non è stata la diocesi, ma la Regione che ha provveduto a “licenziarlo” tramite i vertici dell’ASL .

    Poi c’è il caso di don Renato Giaccardi, arrestato a Mondovì nel luglio del 2005, con l’accusa di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, adescava giovani tra i 15 e i 18 anni per prestazioni omosessuali. Condannato successivamente in via definitiva a 4 mesi di reclusione, fu trasferito nella diocesi di Albenga dove ora fa il parroco a Loano nella Chiesa della Madonna di Loreto nella zona del porto ed è cappellano presso il santuario delle Suore della Visitazione di Loano, adiacente ad un asilo.

    Ancora in circolazione per la diocesi ingauna don Italo Casiraghi, condannato a 6 mesi nel Canton Ticino per atti sessuali con fanciulli, trasferito anche lui dopo la condanna nella diocesi di Albenga. Lo avevamo scoperto noi della Rete L’ABUSO qualche anno fa mentre celebrava come se niente fosse messa a Pietra Ligure, dove vive tuttora.

    Infine il caso più famoso, quello di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi. Attualmente ai domiciliari e affidato ai servizi sociali di Imperia, di giorno deve solo assolvere i compiti previsti dalla sua mansione, cioè fare il giro di consegna dei pasti, poi può fare sostanzialmente ciò che vuole. Anche se per il momento non dice messa, non è mai stato ridotto allo stato laicale.

    La Rete L’ABUSO ovviamente, occupandosi di tematiche sessuali, si è limitata ad elencare solo questi aspetti. In realtà le recenti vicende ed esternazioni del clero ingauno, nell’ultimo periodo non hanno mancato di guadagnarsi gli onori della cronaca, ma malgrado ciò pare che anche in quei contesti non sia stato preso provvedimento alcuno.

    La domanda che alla fine ci poniamo noi comuni mortali è molto semplice, ma “la grande rivoluzione di Guglielmo Borghetti” in che cosa consiste?

    Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO

  • Nella parrocchia di don Fusta, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla pedofilia c’è un altro prete pregiudicato, don Italo Casiraghi.

    Nella parrocchia di don Fusta, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla pedofilia c’è un altro prete pregiudicato, don Italo Casiraghi.

    Di questi giorni la notizia che il Parroco di Pietra Ligure don Luigi Fusta è stato rinviato a giudizio, data fissata 6 dicembre. L’accusa è di aver indotto la madre di una vittima di abusi a non denunciare il fatto, sottolineo perché lo ritengo importante, che in questo caso il pedofilo non è un sacerdote, ma un laico.

    Giuridicamente questo è un precedente storico importantissimo, prodotto dalla Procura della Repubblica di Savona che negli ultimi anni ha fatto un eccellente lavoro, malgrado l’enorme vuoto legislativo in materia di cui l’Italia è vittima.

    Voglio fare notare quanto sia basilare per la chiesa, il buon nome, quindi “mentire” per tutelare l’immagine pubblica. Questo caso però non è l’unico in cui troviamo coinvolto don Luigi Fusta e l’ambiente ecclesiastico. Nei primi mesi del 2012 Rete l’ABUSO a seguito di una informativa inviata dal Canton Ticino era alla ricerca di un sacerdote pedofilo don Italo Casiraghi. Un caso credo unico al mondo perchè colto in fragranza di reato da una poliziotta che si era nascosta nell’armadio della vittima, condannato in Svizzera, successivamente nascosto in Italia. Pochi giorni dopo l’informativa lo rintracciamo, lo pediniamo e scopriamo che il sacerdote fa il “pensionato” proprio a Pietra Ligure, nella parrocchia di don Luigi Fusta. Riusciamo addirittura a filmarli mentre celebrano insieme la messa.

    Come da iter Rete L’ABUSO provvede a segnalare immediatamente alle autorità civili e a quelle ecclesiastiche.  In questo caso la risposta della chiesa è stata “simpatica”, ci cascò persino un noto programma nazionale. La chiesa a noi, come a loro, rispose che erano al corrente dei trascorsi del sacerdote ma che l’uomo non era pericoloso, anziano, non camminava più, diceva messa raramente e solo alle suore. Non ci crediamo, andiamo a cercarlo, questo è il filmato del sacerdote, parecchio arzillo aggiungerei. Al momento Italo Casiraghi è ancora a Pietra Ligure, ignoriamo se dica messa o meno, ci auguriamo di si perché in caso contrario non vorremmo che la noia lo spingesse a reiterare quello per cui è già stato giudicato.

    Francesco Zanardi

  • Il presidente di ‘Rete abuso’: “Filmini hard in Vaticano nella cassaforte di un notaio ticinese”

    Il presidente di ‘Rete abuso’: “Filmini hard in Vaticano nella cassaforte di un notaio ticinese”

     Il presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, riporta alla magistratura il racconto di un imprenditore italiano che sostiene di aver preso parte a incontri sessuali.
    LUGANO – Filmati hard di festini in Vaticano sarebbero conservati nella cassaforte di un notaio di Lugano. È la dichiarazione shock che riporta questa mattina il Caffè, che ha raccolto la testimonianza di Francesco Zanardi, presidente di “Rete abuso”, un’associazione italiana che raccoglie da anni denunce di giovani vittime di sacerdoti, girandole in seguito alla polizia.
    Zanardi ha così messo in luce i fatti dei quali è venuto a conoscenza due anni fa, quando un imprenditore che lavora con la Santa Sede gli si è presentato raccontandogli storie di festini e adescamenti di ragazzi avvenuti dietro le mura del Vaticano.
    “Ho preso il suo racconto con le pinze, inizialmente con molta diffidenza – racconta Zanardi al Caffè -. Perché venire da me e perché dirmi quelle cose orribili? Mi ha risposto d’essere rimasto disgustato da quel mondo e che voleva uscire da un giro in cui era stato introdotto da un noto manager vicino alla Santa Sede. Erano i giorni in cui si parlava del Corvo in Vaticano. Ho capito, però,  che qualcosa di vero c’era”.
    Man mano che il racconto dell’imprenditore proseguiva, dettagli sempre più raccapriccianti emergevano, fornendo a Zanardi del materiale che potrebbe avere effetti devastanti per il Vaticano. “Man mano che l’imprenditore spiegava circostanze e fatti gli chiedevo dei riscontri – racconta al Caffè -. Mi ha dato numeri di telefono, fatto nomi e cognomi, in molti casi è stato davvero dettagliato. Mi ha messo anche in contatto con un ragazzo coinvolto in uno dei festini ai quali partecipavano – mi ha detto l’imprenditore, che peraltro è gay – alti prelati, di cui mi ha fornito pure nome e cognome”.
    Zanardi, molestato da bambino, si occupa da anni di pedofilia, viaggiando in lungo e in largo per l’Europa per scoprire fatti scabrosi e scovare preti pedofili, cercando di capire dove sono finiti, se sono ancora in attività e soprattutto se sono ancora in contatto con i ragazzi. Raccoglie dati, nomi e fatti verificando tutto puntualmente e trasmettendo le notizie degne di nota alla magistratura.
    Le sue ricerche vanno spesso a buon fine: è stato lui infatti a trovare nell’esilio di Pietra Ligure don Italo Casiraghi, l’ex parroco di Gordola condannato nel  2005  per atti sessuali con fanciulli. “L’ho anche filmato, e il video l’ho messo su internet, mentre celebrava la messa – racconta sempre al Caffé -. E pensare che il parroco del paese mi aveva detto che non era più in attività”.
    Questa volta la posta in gioco è alta e il rischio di incagliarsi in una bufala c’era. L’imprenditore aveva intuito che quell’uomo voleva anche delle informazioni da lui, “forse, ho pensato, per ricattare qualcuno, per estorcere soldi. Chissà? Questo l’ho pensato quando mi ha detto che alcuni ragazzini, durante le feste, hanno fatto dei video di nascosto con i telefonini. Ho chiesto quei filmati, ma non li ho mai avuti”, continua Zanardi.
    Dopo un certo tempo gli incontri con l’imprenditore sono improvvisamente cessati. Ma in seguito si rifece vivo, ammettendo che quei filmati erano stati messi al sicuro. “Mi ha detto che li aveva affidati, in due copie, uno a un notaio di Roma e l’altro ad un notaio di Lugano, perché in Svizzera è più difficile arrivare. Anche in questa circostanza mi ha fatto nomi e cognomi, e ho verificato che effettivamente quei professionisti esistevano. Tutte le indicazioni le ho passate alla magistratura di Savona, dove ha sede la nostra associazione”.
    La magistratura si è attivata aprendo un fascicolo per adescamento, in quanto il reato di violenza sarebbe stato commesso in uno Stato estero, il Vaticano appunto.
    La vicenda ha suscitato scalpore nei giornali italiani ed in televisione, e Zanardi suppone che i magistrati italiani abbiano interpellato i loro colleghi ticinesi per capire chi sia questo notaio.
    La speranza di Zanardi è che si vada a fondo in questa faccenda: “non so se questa storia sia vera e sino a che punto; questo lo dovranno dire i giudici. Io avevo uno scrupolo di coscienza ed è per questo che sono andato in procura a raccontare tutto”.
    FONTE
  • Condannato per abusi celebra messa in Italia (video)

    Condannato per abusi celebra messa in Italia (video)

    LIBERO D’AGOSTINO

    A settanta anni suonati don Italo Casiraghi è tornato a celebrare messa. L’ex parroco di Gordola è tornato all’altare con sulle spalle la croce di una condanna, nel 2005, a sei mesi di detenzione per ripetuti atti sessuali con fanciulli. Tentati e consumati, recitava la sentenza. Don Italo, celebra messa in Italia a Pietra Ligure, ma il suo passato in Ticino, riportato alla luce da una video inchiesta, sta scuotendo la parrocchia del piccolo Comune  in provincia di Savona.

    A Pietra Ligure, 10mila abitanti, si conoscono tutti e quel video che  da mesi circola su youtube, e di cui in Ticino ha dato notizia Liberatv, ha turbato parecchio gli animi dei parrocchiani. Le immagini e il servizio realizzati da Franceso Zanardi, sono rimbalzati pure sui blog e sulla stampa regionale, facendo riemergere una storia che sette anni fa aveva scosso il cantone e messo sottosopra la diocesi di Lugano.

    All’epoca il caso aveva riempito le pagine dei giornali, con le cronache di una vicenda triste quanto torbida. Con gli scabrosi messaggi telefonici che don Italo inviava ripetutamente ad alcuni ragazzini che frequentevano la parrocchia di Gordola, le foto osé e il resoconto del suo rocambolesco arresto il giorno in cui aveva un appuntamento con una adolescente, ma era stato poi subito bloccato da una poliziotta che si era nascosta in un armadio.  Una vicenda dai risvolti pesanti che aveva coinvolto diverse famiglie  e che si credeva ormai dimenticata.

    Dopo la condanna, don Italo si era ritirato in Italia e per anni non si era più parlato di lui. Sino al febbraio scorso, quando la video inchiesta di Zanardi, noto attivista italiano che si batte per diritti di gay e contro la pedofilia nella Chiesa, l’ha scovato a Pietra Ligure. Nel video si vede lo stesso Zanardi che ferma don Italo Casiraghi per strada e si accerta della sua identità per poi riprenderlo in chiesa mentre celebra la messa. Immagini che hanno inquietato la piccola comunità dei fedeli, che mai avrebbero sospettato un passato tanto pesante.

    Oggi a Petra Ligure sono in molti a domandarsi se è giusto che un prete condannato per atti sessuali con fanciulli, possa celebrare messa.

    Un interrogativo che divide i parrocchiani e gli stessi uomini di Chiesa (vedi intervista a lato con don Sandro Vitalini). Se per alcuni don Italo ha pagato per le sue colpe, e quindi ha tutto il diritto di ritornare alla vita religiosa, per altri fargli celebrare messa, non in un istituto, ma in una parrocchia è una scelta eccessiva. Soprattutto in tempi in cui non si placano le polemiche per gli episodi di pedofilia nella Chiesa e per l’impegno delle gerarchie vaticane nel combattere questo triste quanto diffuso fenomeno.
    ldagostino@caffe.ch

    http://www.caffe.ch/stories/Attualit%C3%A0/41159_condannato_per_abusi_celebra_messa_in_italia/
  • Don Italo Casiraghi fa ancora il prete nascosto a Pietra Ligure (SV) tre giorni di verifiche..wmv

    Don Italo Casiraghi fa ancora il prete nascosto a Pietra Ligure (SV) tre giorni di verifiche..wmv

    Ritrovato a Pietra Ligure (SV) il prete pedofilo nascosto in Italia. Continuiamo a leggere di prese disposizione contro i preti pedofili e di loro rimozione, da parte delle autorità ecclesiali. Belle parole per qualcuno, fatti per gli altri. Bene, io che propendo per i fatti più che per le belle parole, mi chiedo come sia possibile che un prete pedofilo sia lasciato libero in Italia. Partiamo dalla sua storia.

    Si chiama Don Italo Casiraghi, ha 70 anni e nel 2004 viene arrestato a Gordola, nel Canton Ticino, con l’accusa di “atti sessuali e molestie sui fanciulli”. Incredibile fu la modalità di arresto: forse è questo l’unico caso al mondo di arresto di un prete pedofilo preso in flagranza di reato. Concordemente con la giovane vittima (14 anni) che riceveva dal prete messaggi “particolari”, la polizia ha incastrato il prete cogliendolo con le “mani nel sacco”.

    Andato a casa della ragazzina, che sapeva essere da sola, una volta che con la piccola è andato in camera da letto, si è visto sbucare dall’armadio una poliziotta e nel giro di pochi secondi altri agenti che avevano circondato la casa. Da lì al carcere il passo è stato immediato. Una volta rilasciato però si erano perse le tracce, o meglio era stato individuato nei pressi di Varese, ma poco dopo era sparito.

    Verso la fine di gennaio arriva una segnalazione alla Rete L’abuso, il sacerdote è in Liguria. Il 14 febbraio riusciamo a rintracciarlo e con un collaboratore, Roberto Nicolick andiamo a verificare l’effettiva presenza del sacerdote. Ci rechiamo a Pietra ligure nella parrocchia diretta da don Luigi Fusta, già rinviato a giudizio con l’accusa di aver coperto un collaboratore parrocchiale pedofilo, e troviamo don Italo Casiraghi. Abita in una casa a schiera, tra una scuola media e una chiesa. Seguiamo il sacerdote e non impieghiamo molto a scoprire che dice regolarmente messa, mattino e sera.

    Il Vaticano malgrado quello che dichiara non ha preso alcun provvedimento nei confronti del prete pedofilo, già pregiudicato nel 2004, lo stesso sacerdote dichiara che ogni tanto il vescovo dalla Svizzera lo viene a trovare. In data 14-2-12 abbiamo provveduto a segnalare l’esito della nostra verifica oltre che alle autorità civili anche a don Luigi Fusta, allegando il video, cercando di scongiurare altri “equivoci” per don Fusta come quelli che a suo dire sta subendo negli ultimi periodi.

    Speriamo anche che a seguito della nostra segnalazione, don Luigi Fusta si rivolga alle autorità ecclesiastiche competenti denunciando il fatto, chiedendo spiegazioni sul perché un sacerdote, colto in flagranza di reato, non sia stato ridotto allo stato laicale. Giovedì 16, due giorni dopo, torniamo per vedere se la curia ha preso qualche provvedimento. Purtroppo no, il giorno 16 troviamo don Casiraghi che celebra la messa.

    Francesco Zanardi

  • Segnalato alle autorità ecclesiastiche, don Italo Casiraghi dice ancora messa.

    Segnalato alle autorità ecclesiastiche, don Italo Casiraghi dice ancora messa.

    Ritrovato a Pietra Ligure (SV) il prete pedofilo nascosto in Italia. Continuiamo a leggere di prese disposizione contro i preti pedofili e di loro rimozione, da parte delle autorità ecclesiali. Belle parole per qualcuno, fatti per gli altri. Bene, io che propendo per i fatti più che per le belle parole, mi chiedo come sia possibile che un prete pedofilo sia lasciato libero in Italia. Partiamo dalla sua storia.

    Si chiama Don Italo Casiraghi, ha 70 anni e nel 2004 viene arrestato a Gondola, nel Canton Ticino, con l’accusa di “atti sessuali e molestie sui fanciulli”. Incredibile fu la modalità di arresto: forse è questo l’unico caso al mondo di arresto di un prete pedofilo preso in flagranza di reato. Concordemente con la giovane vittima (14 anni) che riceveva dal prete messaggi “particolari”, la polizia ha incastrato il prete cogliendolo con le “mani nel sacco”. Andato a casa della ragazzina, che sapeva essere da sola, una volta che con la piccola è andato in camera da letto, si è visto sbucare dall’armadio una poliziotta e nel giro di pochi secondi altri agenti che avevano circondato la casa. Da lì al carcere il passo è stato immediato. Una volta rilasciato però si erano perse le tracce, o meglio era stato individuato nei pressi di Varese, ma poco dopo era sparito.

    Verso la fine di gennaio arriva una segnalazione alla Rete L’abuso, il sacerdote è in Liguria. Il 14 febbraio riusciamo a rintracciarlo e con un collaboratore, Roberto Nicolick andiamo a verificare l’effettiva presenza del sacerdote. Servizio video girato a Pietra Ligure http://www.youtube.com/watch?v=pefqAa… Ci rechiamo a Pietra ligure nella parrocchia diretta da don Luigi Fusta, già rinviato a giudizio con l’accusa di aver coperto un collaboratore parrocchiale pedofilo, e troviamo don Italo Casiraghi. Abita in una casa a schiera, tra una scuola media e una chiesa.

    Seguiamo il sacerdote e non impieghiamo molto a scoprire che dice regolarmente messa, mattino e sera. Il Vaticano malgrado quello che dichiara non ha preso alcun provvedimento nei confronti del prete pedofilo, già pregiudicato nel 2004, lo stesso sacerdote dichiara che ogni tanto il vescovo dalla Svizzera lo viene a trovare. In data 14-2-12 abbiamo provveduto a segnalare l’esito della nostra verifica oltre che alle autorità civili anche a don Luigi Fusta, allegando il video, cercando di scongiurare altri “equivoci” per don Fusta come quelli che a suo dire sta subendo negli ultimi periodi. Speriamo anche che a seguito della nostra segnalazione, don Luigi Fusta si rivolga alle autorità ecclesiastiche competenti denunciando il fatto, chiedendo spiegazioni sul perché un sacerdote, colto in flagranza di reato, non sia stato ridotto allo stato laicale. Giovedì 16, due giorni dopo, torniamo per vedere se la curia ha preso qualche provvedimento. Purtroppo no, il giorno 16 troviamo don Casiraghi che celebra la messa. Francesco Zanardi

  • A SESTO CALENDE E’ ARRIVATO IL PRETE SPORCACCIONE

    A SESTO CALENDE E’ ARRIVATO IL PRETE SPORCACCIONE

    Il prete sporcaccione condannato in Ticino per pedofilia si è trasferito a Sesto Calende…

    Don Italo condannato per ripetuti atti sessuali con fanciulli, tentati e consumati in Ticino è sbarcato nella Parrocchia di Sesto Calende.
    Il tribunale penale di Locarno ha aveva condannato qualche giorno fa’ a sei mesi di carcere, sospesi con la condizionale.

    L’ex parroco di Gordola don Italo Casiraghi, è stato condannato per ripetuti atti sessuali con fanciulli, tentati e consumati.
    Il tribunale non lo ha invece riconosciuto colpevole di molestie sessuali.
    La vittima era una ragazza 14 enne. Il sacerdote, 63 anni, aveva inviato ripetutamente centinaia di SMS e fotografie che lo ritraevano in pose oscene all’adolescente. Sorpreso nel tentativo di palpeggiare e passare a vie di fatto, il prete ha parzialmente ammesso le sue colpe.

    L’accusa aveva richiesto 12 mesi, la difesa al massimo 14 giorni, peraltro già scontati dal prete in detenzione preventiva.
    Ora Don Italo Casiraghi è a Sesto Calende, speriamo non in un contesto ove possa fare nuovi e piu’ gravi danni.

    Sotto l’ articolo dal quale ho tratto la notizia, pbblicato su il quotidiano ticinese La Regione
    Il commento

    Vittima due volte, del parroco e dell’inchiesta

    di Serse Forni

    Nel pronunciare la sentenza contro l’ex parroco di Gordola don Italo Casiraghi, la giudice Giovanna Roggero- Will è stata chiara: lo Stato non deve spingere un cittadino a commettere un reato per poi punirlo.
    L’inchiesta ‘ mascherata’, servita a raccogliere prove contro il sacerdote, è invece andata in questa direzione.
    Ancora più grave è il fatto che nelle indagini sia stata coinvolta una minorenne.
    La ragazza, che anelava giustizia, è stata usata come esca, come un vero e proprio agente infiltrato, e ha dovuto subire le nefandezze propinatele dal prete. Chi doveva garantire i suoi diritti non l’ha fatto. I genitori, per più di venti giorni, si sono fidati della Magistratura e della professionalità di chi gestiva il delicato dossier.
    Alla fine, però, si sono resi conto che ci si stava spingendo troppo avanti. Solo a quel momento è scattata l’operazione che ha portato all’arresto.
    Quando il ‘ bubbone’ è scoppiato, tutti hanno capito che qualcosa era andato storto: la quattordicenne è stata sì vittima delle attenzioni sessuali del parroco, ma anche delle discutibili modalità dell’inchiesta. Vittima due volte, perciò. Ma ormai era troppo tardi e il danno era stato fatto.
    La ragazzina ha dovuto pagare anche altre fatture molto salate; una comunità che si ritrova con il parroco dietro le sbarre per pedofilia purtroppo non sempre sa dimostrarsi incline al perdono con gli accusatori. Durante il processo è emerso che ci sono state telefonate anonime con insulti e persino minacce alla quattordicenne, a sua madre e a suo padre.
    Ma torniamo alle scelte degli inquirenti, rivelatesi tanto poco assennate che la giudice non ha potuto non tenerne conto nel decidere la pena per don Casiraghi.
    L’accusato – e ciò è inaccettabile – è stato evidentemente provocato e quindi spinto a commettere un reato.
    A favore di chi ha condotto l’inchiesta si può spezzare un’unica, esile, lancia. All’inizio sembrava che dietro alle centinaia di messaggini sconci, alle telefonate erotiche e ai racconti pornografici, ci fosse un terribile giro, con festini e orge nella casa parrocchiale. L’anziano sacerdote ha parlato più volte, ai suoi giovani amici, di una stanza segreta nella sua abitazione; un locale che però, come si è stabilito in seguito, esisteva solo nella sua fantasia bacata. Comprensibile, da parte della Polizia e della Magistratura, pensare al peggio e assecondare chi aveva deciso di agire, di prestarsi per raccogliere prove. Ci si può domandare quanti, a Gordola, sapevano, ma hanno preferito non dire nulla.
    Un po’ come nel gioco del silenzio, che fanno tanti bambini: si conta fino a tre, poi tutti tacciono e il primo che parla perde.

    Ma qualcuno ha parlato, e ora, al termine del processo, i fatti sono chiari.
    Un parroco ha abusato della sua autorità; indossando la tonaca – simbolo di ineccepibile moralità e di amore cristiano – , ha attirato dei minorenni nella sua rete per i suoi piaceri sessuali. Ragazze e ragazzi affidatigli da genitori abituati ad avere fiducia cieca nei rappresentanti della Chiesa.
    Peccato che don Casiraghi non abbia colto l’occasione offertagli del processo per mostrare un sincero pentimento. Durante il dibattimento ha più volte tentato, con tono accusatorio, di spostare la colpa sulla ragazza. Inoltre, si è augurato pubblicamente che nella parrocchia in cui si trova ora, a Sesto Calende ( all’altra estremità del Lago Maggiore), il suo passato e i suoi ‘ segreti ticinesi’ restino sconosciuti.

    http://italy.indymedia.org/news/2005/10/908658.php

  • Ricordiamo che già in passato ci fu uno scandalo, quello di don Italo Casiraghi, da Gordola, diocesi di Lugano, trasferito di nascosto in Italia

    Ricordiamo che già in passato ci fu uno scandalo, quello di don Italo Casiraghi, da Gordola, diocesi di Lugano, trasferito di nascosto in Italia

    Ricordiamo che già in passato ci fu uno scandalo, quello di don Italo Casiraghi, da Gordola, diocesi di Lugano, trasferito di nascosto in Italia

    In Svizzera, subito dopo la denuncia degli abusi a Ratisbona, 60 persone si sono fatte avanti puntando il dito contro membri del clero. A renderlo noto Martin Werlen, abate di un monastero benedettino nel centro della Svizzera.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-casi-pera-ratzinger-288497/

    SVITTO
    Luci e ombre sul prete pedofilo

    Il racconto choc delle vittime: “Di notte ce lo ritrovavamo sotto le nostre coperte”. Il prete svittese è reo confesso

    Monsignor Grampa: “Grande tristezza e sofferenza, si faccia chiarezza una volta per tutte”
    Articolo

    SVITTO – “Un uomo piccolo. Non più alto noi che avevamo 10 anni. Parlava con uno strano accento svizzero, che tuttavia comprendevamo molto bene. Padre G. mi chiamò nella sua stanza. Mi afferrò pe ri capelli e tentò di baciarmi. Gli morsi il viso e inizia ad urlare. Lui mi picchiò col bastone”. È la confessione choc di una delle vittime del prete svittese che ha abusato sessualmente di alcuni minori. Il caso è venuto alla luce dopo la denuncia di una vittima, secondo cui i fatti sono avvenuti negli anni Settanta in Germania, a Birnau, e nei pressi di Bregenz, in Austria.

    Ed è proprio in Austria che una delle vittima ha deciso di parlare. “Di notte era ancora peggio – raccontato alla tv austriaca – era solito sedersi vicino ai nostri letti. Eravamo terrorizzati dalla paura e non riuscivamo a prendere sonno. Non parlava. Stava lì seduto in silenzio. Ci svegliavamo e ce lo ritrovavamo sotto le coperte che si strusciava sui nostri corpi”.

    Un racconto che ha scosso la comunità cattolica austriaca, dove negli scorsi giorni sono stati riportati dai media diversi i racconti di alcune vittime di abusi sessuali da parte di preti. Un racconto che ovviamnete ha avuto ripercussioni anche nel mondo cattolico in Svizzera.

    Il prete svittese ha confessato di aver abusato sessualmente di alcuni minori. Fino al 15 marzo il vescovo di Coira Vitus Huonder non era a conoscenza dei fatti, ha indicato all’ATS il vicario Christoph Casetti. Su raccomandazione del vescovo, il prete 69enne si è dimesso subito dopo la confessione e si è denunciato alle autorità di Bregenz, che hanno già avviato un’inchiesta. Nel Voralberg, in Austria, le querele si stanno nel frattempo moltiplicando: alla fine della scorsa settimana, 16 vittime si erano rivolte alle autorità, portando a 27 le denunce contro presunti preti pedofili.

    I media d’oltralpe oggi sono andati a scavare nel passato del prete, e riferiscono di feste di carnevale all’interno della parrocchia. Feste che furono ad un certo punto fermate direttamente dal vescovo di Coira. Un divieto che il prete svittese non gradì affatto, tanto da esprimere pubblicamente sui media svizzeri contrarietà alla decisione del vescovo.

    http://www.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=539989&idsezione=9&idsito=1&idtipo=290

    Pedofilia, Chiesa svizzera pronta a far luce, lo ha dichiarato l’abate di Einsiedeln

    L’abate di Einsiedeln Martin Werlen
    L’abate di Einsiedeln, Martin Werlen, in un’intervista apparsa oggi sulla stampa svizzerotedesca, ha affermato che la Chiesa cattolica svizzera si impegna a fare piena luce su eventuali abusi sessuali compiuti da religiosi elvetici. Le diocesi finora hanno ricevuto una sessantina di denunce, ancora tutte da verificare.

    Anche in casi di rilevanza penale, la Chiesa non sporgerà denuncia, specie se rivelati in un confessionale. Avvierà però inchieste interne e raccomanderà alla vittima di rivolgersi alla giustizia. La questione della sospensione dei colpevoli rimane per ora aperta.

    http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/svizzera/2010/03/13/abusi-chiesa.html

  • Sei mesi per don Casiraghi

    Sei mesi per don Casiraghi

    Corriere del Ticino, 27 ottobre 2005

    È stato giudicato colpevole di atti sessuali con fanciulli ripetuti, consumati e tentati don Italo Casiraghi, l’ex- parroco di Gordola condannato ieri dalle assise correzionali di Locarno, presiedute dalla giudice Giovanna Roggero- Will, a 6 mesi di detenzione sospesi condizionalmente per 2 anni ( pena dimezzata rispetto alla richiesta del pp Nicola Respini).

    Sono invece venute a cadere le accuse di molestie sessuali, mancando gli elementi costitutivi del reato. Il sacerdote dovrà inoltre versare 3 mila franchi per torto morale alla 14. enne oggetto delle sue attenzioni, nonché 20 mila franchi di spese legali. Pronunciando la sentenza la Corte non ha mancato di esprimere severe critiche agli inquirenti per i metodi usati nell’inchiesta che ha coinvolto la minorenne, che, comunque, nel codice penale occupa un ben preciso posto.

    Una « leggerezza » che è andata avanti per più settimane in un pericoloso crescendo, in seguito anche alla decisione degli inquirenti di assecondare l’operato illecito del parroco. In pratica, è stata decisa un’inchiesta mascherata in cui l’infiltrato di turno altri non era che una ragazzina.

    Una decisione che all’interno della polizia cantonale stessa non ha trovato tutti d’accordo. Anzi, al proposito, qualcuno ha sostenuto che « non si sarebbe dovuto dare da bere a chi aveva già bevuto » . L’indagine, comunque, è partita ed il « gioco » è andato avanti sino a quando il parroco si è trovato in una camera da letto con la 14. enne. Qui è scattata la trappola. Gli inquirenti hanno deciso ( previo assenso dei genitori e della ragazza) il via all’inchiesta mascherata perché pensavano di trovarsi di fronte a episodi ( diversi) più gravi. Ma il risultato dell’operazione rischiosa li ha portati soltanto ai piedi della scala davanti a cui si erano trovati quando era iniziata la vicenda. I primi elementi raccolti ( messaggini sms compresi) sarebbero bastati per neutralizzare e sanzionare il comportamento scorretto del sacerdote. Nel corso dell’indagine sotto copertura, poi, non tutto ha funzionato a dovere. Polizia e magistratura hanno sostenuto che non vi fu mai provocazione. Per la difesa e la Corte sì.

    Da anni non si sentiva parlare nel nostro Cantone di inchieste mascherate. Le ultime svolte ( nel settore droga) non registrarono grandi successi, anzi. Crearono problemi all’interno del Corpo di polizia e durante i processi svoltisi in Ticino. Vi furono indagini « sotto copertura » nel corso delle quali ai presunti trafficanti furono inviati dal Ticino i biglietti aerei per arrivare a Lugano. Si trattava, in qualche caso, di sudamericani disperati: incalzati dagli infiltrati ( poliziotti) che si spacciavano per grossi trafficanti, dopo aver fatto migliaia di telefonate da Lugano oltre oceano, riuscirono a malapena a far arrivare in Svizzera un paio di chili di cocaina. Notevole, in aula, l’imbarazzo della Corte giudicante davanti a vicende di questo tipo. E le pene, in seguito alla provocazione, si abbassavano. Come per don Casiraghi. Ogni caso ha la sua storia e chi lavora per la giustizia cerca di ottenere sempre il miglior risultato. In buona fede. Ma non si deve mai perdere di vista il criterio di proporzionalità. In pratica: il gioco vale davvero la candela, codice alla mano? Si giustificava un’inchiesta mascherata iniziata il 13 dicembre 2003 e conclusasi il 17 gennaio successivo? Quanto tempo sarà necessario alla ragazzina per dimenticare di aver vissuto per oltre un mese una parte che non era la sua e che solitamente viene interpretata da poliziotti scafati ed opportunamente istruiti?

    Emanuele Gagliardi